Tra Unità ed imperialismo: Trieste e l’ingresso italiano nella Grande guerra

Posted on September 14, 2016


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Trieste Grande GuerraRoma, 1 set – Se nella memoria collettiva italiana la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale è associata allo sforzo difensivo sostenuto sul Piave contro l’Austria-Ungheria, la fase iniziale del conflitto austro-italiano si configurò per l’Italia come una guerra offensiva motivata, a livello ufficiale, dalla necessità di completare il processo risorgimentale di unificazione nazionale acquisendo gli ultimi territori italiani ancora sottoposti alla sovranità asburgica. Centrale in quest’ottica era la città di Trieste, attorno al cui destino si arenarono tutte le trattative tra Vienna e Roma, condotte fin quasi a ridosso dell’inizio delle ostilità, volte a tenere l’Italia fuori dal conflitto tramite limitate concessioni territoriali. Se Vienna si dichiarò disposta alla cessione del Trentino e ad una revisione del confine lungo l’Isonzo, le richieste italiane relative alla trasformazione di Trieste in ‘città libera’ vennero prontamente respinte dagli austriaci, non disposti a perdere il porto marittimo che garantiva il mantenimento del proprio status di grande potenza.

Trieste: Porto dell’Impero e ‘porta d’Oriente’ per l’Italia

Città preromana di fondazione veneta e poi, in età augustea, municipium inquadrato nella X Regio, Trieste si proclamò libero comune nel XIII secolo e, nel 1382, si pose sotto la protezione del Duca d’Austria per tutelarsi rispetto all’espansionismo veneziano nell’area istriana. Svolta fondamentale nella storia della città fu la sua elevazione a porto franco nel 1719 ad opera di Carlo VI d’Asburgo. Divenuta epicentro degli scambi commerciali dei domini asburgici nel Mediterraneo e sede di alcune delle principali attività economiche della Monarchia, quali le Assicurazioni Generali, il Lloyd Austriaco ed i cantieri navali, Trieste conobbe, nei due secoli successivi, una crescita demografica esponenziale, passando dai cinquemila abitanti degli inizi del XVIII secolo agli oltre duecentomila rilevati dal censimento del 1910. A fianco dell’elemento nazionale italiano, nettamente maggioritario, che conferiva il carattere etnico e culturale alla città, venne a costituirsi una consistente e solida comunità slovena, pari al 25% della popolazione nel 1910. Il fenomeno dell’inurbamento per ragioni economiche di popolazioni slave provenienti dall’entroterra non era una novità per Trieste: tuttavia, se fino alla metà dell’800 la scarsa coscienza nazionale aveva portato ad una assimilazione etnica dei nuovi arrivati nella maggioranza italiana, egemone sul piano politico, economico e culturale ed in possesso di una identità ben definita capace di fungere da polo di attrazione per i nuovi arrivati, il progressivo sviluppo della coscienza nazionale da parte degli slavi del sud nel corso del XIX secolo portò ad una interruzione del processo ed alla rivendicazione del medesimo territorio da parte di entrambi i gruppi nazionali.

Se la causa dell’annessione dei territori adriatici della monarchia asburgica all’Italia era stata, nei decenni immediatamente successivi alla conclusione delle guerre d’indipendenza, appannaggio di gruppi politici quali liberali e mazziniani, presenti su ambo i lati del confine italo-austriaco e strettamente legati all’eredità politico-culturale del Risorgimento, a partire dagli anni ’10 del ‘900 venne a definirsi un nuovo atteggiamento nei confronti della questione adriatica, in virtù della saldatura dell’irredentismo con il nazionalismo imperialista propugnato dall’Associazione Nazionalista Italiana. Fondamentale per questa nuova concezione dell’irredentismo, destinata a diffondersi tanto ampiamente nell’opinione pubblica e nel mondo politico e militare da risultare determinante nelle valutazioni che portarono all’ingresso nel conflitto e, poi, da influenzare in maniera decisiva le politiche del Fascismo nell’area balcanica, fu l’opera intellettuale del giovane scrittore e giornalista triestino Ruggero Fauro Timeus. Questi, giunto a Roma per completare gli studi universitari dopo una militanza nei gruppi nazionalisti italiani a Trieste, delineò in una ampia serie di articoli, pubblicati sul quotidiano nazionalista ‘l’Idea Nazionale’ e nel volume ‘Trieste’, edito alla vigilia della conflagrazione del conflitto mondiale, la prospettiva di una Trieste sotto sovranità italiana come punto di penetrazione economica e politica dell’Italia nei Balcani ed in Oriente in virtù della sua posizione geografica, che la rendeva naturale fulcro geopolitico dell’intera area adriatica. In tale ottica la difesa dell’italianità della Venezia Giulia e della Dalmazia, realizzabile solo attraverso l’annessione di quei territori al Regno d’Italia, si saldava con una politica di potenza in cui la nozione di confine etnico era superata in favore del raggiungimento di confini atti a garantire la difendibilità militare ed il controllo delle risorse economiche e delle vie commerciali. L’idea – cara specialmente alle correnti mazziniane dell’irredentismo – di una collaborazione con i popoli slavi per l’abbattimento della monarchia austriaca veniva abbandonata in quanto irrealistica, in uno scenario in cui in cui le province adriatiche della Duplice Monarchia divenivano teatro una lotta senza quartiere tra italiani e slavi, destinata a risolversi solo con la scomparsa di uno dei due contendenti.

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Trieste Grande GuerraL’Italianità minacciata e la guerra necessaria

Le cupe ed apocalittiche teorizzazioni del Timeus sulla lotta nazionale nell’Adriatico riflettevano le angosce della comunità italiana rispetto alle dinamiche politiche in atto a Trieste come in tutta la Venezia Giulia ed in Dalmazia. La politica di promozione dell’elemento nazionale slavo nell’Adriatico a discapito degli italiani, avviata dall’Austria-Ungheria per volere dello stesso imperatore Francesco Giuseppe subito dopo la conclusione della guerra italo-austriaca del 1866, conobbe una significativa accelerazione a partire dagli inizi del ‘900. Vennero adottati da parte di Vienna e dei suoi diretti rappresentanti locali provvedimenti percepiti come fortemente discriminatori nei confronti degli italiani, come il deciso rifiuto opposto all’istituzione di una università in lingua italiana a Trieste, o il decreto, ad opera del Luogotenente Imperialregio Hohenlohe, di espulsione degli italiani provenienti dal Regno d’Italia impiegati nell’amministrazione pubblica triestina. Era evidente, dietro queste politiche, la volontà di comprimere la presenza italiana in città, mentre incombeva sulle coscienze degli italiani lo spettro di quanto accaduto in Dalmazia, dove analoghi provvedimenti erano riusciti nell’intento di portare alla quasi completa scomparsa, nell’arco di pochi decenni, dell’elemento italiano della regione, autoctono e dominante ai tempi della dominazione veneziana.

La difesa dell’italianità era affidata ad un insieme di iniziative culturali, tra cui l’istituzione di un reticolo di scuole private con insegnamento in lingua italiana, ad opera di gruppi come la Lega Nazionale, espressione dell’elite politico-culturale italiana dell’area. Tuttavia, sempre meno illusioni venivano riposte nella possibilità di una resistenza nel lungo periodo attraverso strumenti unicamente culturali, mentre il nazionalismo sloveno rivendicava ormai apertamente la città quale sbocco sul mare di un futuro regno degli slavi del sud, risultante dall’aggregazione dei territori abitati da sloveni, serbi e croati, nell’ambito di un progetto di ristrutturazione in senso trialista dell’impianto statale asburgico, progetto che incontrava le simpatie dell’erede al trono Francesco Ferdinando.

Le mire slovene su Trieste, comunque, non erano vincolate in maniera esclusiva al nesso statale asburgico. Nei mesi successivi allo scoppio della guerra il ‘Comitato Jugoslavo’, fondato a Londra da fuoriusciti slavi della Duplice Monarchia e forte di importanti entrature nel mondo culturale e politico anglosassone, si attivò per promuovere presso le cancellerie dell’Intesa l’idea di uno stato jugoslavo, destinato a nascere dalla secessione degli slavi del sud dall’Austria-Ungheria, i cui confini occidentali venivano posti al fiume Isonzo o addirittura al Tagliamento. Questo in base ad una concezione per cui le città ubicate in aree etnicamente miste sarebbero appartenute di diritto al gruppo nazionale maggioritario nelle aree rurali limitrofe. In base a questa pretesa il Comitato Jugoslavo si oppose strenuamente alle concessioni territoriali (Trieste ed Istria, Dalmazia settentrionale con alcune delle isole maggiori) promesse nel Patto di Londra all’Italia in caso di vittoria. Concessioni che numerosi malumori suscitarono in ambienti politico-diplomatici dell’Intesa, e che vennero accordate solo perché, in una fase in cui il conflitto aveva ormai assunto la fisionomia di una logorante guerra di trincea, si riteneva che l’ingresso in guerra dell’Italia contro l’Austria potesse contribuire a far pendere gli equilibri a favore del blocco anglo-franco-russo.

In questo scenario, l’ingresso in guerra dell’Italia si pose di fatto quale unica soluzione per evitare la costituzione di uno stato slavo sulla sponda orientale dell’Adriatico, sotto sovranità asburgica in caso di vittoria degli Imperi Centrali o pienamente indipendente in caso di vittoria dell’Intesa, che avrebbe inglobato i territori abitati da italiani, che sarebbero stati condannati alla subordinazione ed al declino quale comunità nazionale.

Di contro, il mito di Trieste finalmente italiana evocava la prospettiva del completamento dell’Unità nazionale e, al contempo, di una egemonia adriatica di una rinnovata Italia imperiale, erede di Roma e di Venezia.

Queste le ragioni ideali che spinsero migliaia di italiani sudditi degli Asburgo a compiere la scelta radicale di arruolarsi nel Regio Esercito durante il conflitto. Tra questi lo stesso Ruggero Fauro Timeus, che cadde il 23 settembre 1915 sul Pal Piccolo.

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