La storia di Nevia Gregorovich, profuga italiana in fuga da Tito: “Noi migranti sessant’anni fa”

Posted on September 14, 2016


La storia di Nevia Gregorovich, profuga italiana in fuga da Tito: "Noi migranti sessant'anni fa"

 

Una cosa se la ricorda benissimo: “Le dame di San Vincenzo che venivano a portarci della roba da mangiare. Delle mortadelline Vismara, piccole piccole, mia mamma ci faceva il sugo. Stare nel campo profughi era umiliante, infatti non ci ho mai fatto venire nessuna delle mie compagne di classe. Mi vergognavo troppo di quel posto”.

“Quando ci siamo entrati, i miei genitori ed io, siamo scoppiati a piangere, tutti e tre”. Era il 1956, Nevia Gregorovich era bambina, 9 anni, profuga italiana in Italia. Faceva parte dei 300mila e più esuli giuliano-dalmati costretti a lasciare le loro case per sfuggire al regime di Tito. Partita in nave da Parenzo d’Istria, sbarcata a Trieste, poi treno fino a Monza, uno dei 109 campi profughi che il governo italiano aveva preparato a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, per lo più in caserme dismesse. L’ultimo ha chiuso nel 1976, a Trieste. Trecentomila persone smistate in tutta Italia, 11.157 persone vennero destinate in Lombardia.

Ci racconti.
“Il campo era a Monza, nelle ex scuderie della Villa Reale. Ogni famiglia aveva una specie di box fatto con assi di legno, tre metri per quattro. Le assi arrivavano fino a due metri di altezza, una specie di scatola aperta. Ci diedero delle brande e dei pagliericci, con le foglie secche dentro. C’erano un tavolino, due sedie, una mensola. Ah, una porta con il lucchetto, per chiuderci dentro”.

Come si viveva lì dentro?
“Male. Appena entrata mi venne una crisi isterica, urlai “mamma, portami via da qui”. Ma lì dovevamo stare. Era triste, spoglio. So che chi ci aveva preceduto negli anni stava anche peggio di noi, accampati nelle caserme, senza niente, povertà assoluta. Poi le cose erano migliorate, cominciava il boom economico, quindi ci potevano dare qualcosa in più”.

La scatola di legno, appunto.
“Sì. Ma era già qualcosa. Ricordo che un giorno alla settimana le donne lavavano il pavimento della stanza, sfregavano le assi grezze con spazzola e sapone. Ci tenevano alla pulizia, pur nella povertà. Facevamo il bagno nel mastello, che si usava anche per lavare i panni, poi li mettevamo ad asciugare nel parco. Ogni camerata aveva un gabinetto alla turca, si facevano i turni per pulire con la candeggina”.

Cosa pensa dei profughi di oggi, lei che ci è passata?
“Che bisogna accoglierli tutti, che scappano da una guerra, o dalla miseria. So cosa vuol dire avere sempre paura, soprattutto di notte, paura che ti portino via il padre, come è successo a me più volte. Non avere da mangiare. Dover abbandonare la propria terra, le case, i propri morti. Mi fa male vedere tutti questi bambini soli, arrivati in Italia chissà come. Senza nessuno, io almeno avevo i genitori. Non dimenticheranno mai la sofferenza. Io non l’ho mai dimenticata”.

Cosa ricorda di quegli anni?
“Cinque anni, siamo stati al campo. Ricordo ancora l’odore del cibo, mia mamma cucinava su un fornelletto elettrico. Una volta alla settimana veniva un medico a vedere se c’erano malati. E poi nel campo si sentiva tutto, le litigate, le coppie che facevano l’amore, io non capivo. Eravamo ammassati nel nostro stanzino, tutti. Ricordo la coperta che mi hanno dato, era dell’esercito americano e pungeva. Ce l’ho ancora”.

Cinque anni dopo, una vita nuova.

Finalmente il lavoro, e per Nevia il conservatorio Verdi, dove si è diplomata in pianoforte. Ha fatto l’insegnante di musica, è diventata un’artista, i suoi quadri sono in molte collezioni, anche alla Permanente. Dipinge spesso bambini, “ma mi vengono così tristi che non li metto mai in mostra. Per pudore”. Infine, “per la mia dignità, non ho mai detto chi ero, da dove venivo, fino a 60 anni. Poi ho cominciato a raccontare la mia storia”.

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