Giuliano-dalmati in Sicilia storia di un popolo in fuga

Posted on April 11, 2016


“Popolo in fuga”, il libro di Fabio Lo
Bono che ripercorre la vicenda degli
esuli giuliano-dalmati in Sicilia, accende
la curiosità. È ormai noto che istriani,
fiumani e dalmati trovarono
sistemazione in quasi cento trenta campi
profughi, sparsi in tutte le regioni
italiane. Sarebbero dovute essere
destinazioni di passaggio, e invece, per
molti, queste provvisorietà si
trasformarono in lunghe attese, a volte
anche di dieci anni, affinché si
schiudessero nuove opportunità, di una
casa definitiva, e naturalmente di una
possibilità di lavoro, a Trieste come
nella lontana Sicilia. A raccontarlo è
Fabio Lo Bono, laureato in Lettere
Moderne all’Università degli Studi di
Palermo, che oggi ricopre incarichi di
responsabilità nei Musei di Termini
Imerese e Montemaggiore Belsito.
Partendo dalla storia dell’esodo per
arrivare, attraverso varie tappe
analizzate e documentate, alletestimonianze vere e proprie, raccolte
dalla viva voce dei protagonisti. Per cui
il libro si legge come un compendio
storico, ma anche come un romanzo di
storie struggenti sulla conquista di una
nuova realtà senza mai abbandonare le
proprie tradizioni.
Lei è un giovane studioso, come è
venuto a conoscenza di questa
vicenda?
“E’ vero sono uno specialista in storia e
uno studioso del Novecento, ma vivo a
Termini Imerese dove, dall’agosto del
1948 all’agosto del 1956, furono ospitati
circa 620 esuli del confine orientale.
Volevo capire perché tanta gente avesse
deciso di andarsene. Ridotti all’osso, i
motivi furono tre: il più importante, il
terrore di morire nelle foibe com’era già
accaduto a tanti altri italiani; il secondo
fu il rifiuto del comunismo come
ideologia totalitaria e sistema sociale; il
terzo fu la paura indotta dal nazionalcomunismo
di Tito e dalla decisione di
soffocare con la violenza qualunque
altra identità nazionale”.
Che cosa l’ha colpito della loro storia e
del loro atteggiamento nei confronti
di quanto successo in Istria, Fiume e
Dalmazia?
“Mi hanno colpito l’ingiustizia e le
crudeltà subìte da questi italiani. Il loro
atteggiamento è stato di grande dignità,
assoluta volontà di rimanere italiani e
oggi quella di voler trasmettere alle
nuove generazioni la verità storica per
troppo tempo dimenticata”.
Da cosa è iniziata la sua ricerca?
“Dall’intervista a Giuseppina Drassich,
esule da Pinguente, a cui vennero uccisi
il padre Bepi e il fratello Emerigo. Suo
padre parlava il tedesco essendo stato
suddito austroungarico e quindi
precettato quando c’era bisogno di un
traduttore, in paese cominciarono a
chiamarlo il fascista. Questo bastò a
segnarlo come collaborazionista, fatto
uscire di casa con un pretesto dai
partigiani slavi, tratto in arresto e
scomparso nel nulla. Sorte che toccò
anche al figlio. La moglie CaterinaFlego fuggì con gli altri figli, Ottavio,
Guerrino e Giuseppina. Arrivati al
campo profughi di Termini Imerese nel
1949 vi rimasero fino al 1956”.
Dove erano stati sistemati gli esuli in
Sicilia?
“Il primo passaggio era stato a Siracusa.
Da qui poi vennero smistati alla
Caserma La Masa di Termini Imerese o
al Cibali di Catania”.
Quali erano le loro condizioni di vita.
Quali i racconti che l’hanno colpita
maggiormente?
“Di estrema povertà e miseria, ma di
grande dignità e voglia di ripartire.
Alloggio, acqua, luce e occorrente per
l’igiene e la pulizia venivano garantiti
dall’Amministrazione comunale; i
profughi dovevano provvedere al resto.
Sono tutti racconti di grande intensità,
anche se significativi rimangono, per la
stesura del libro, quelli di Giuseppina
Drassich, di Lucia Hödl (a cui è stata
fatta sparire la sorella Enrichetta), di
Maria Grazia Bortul da Fiume”.
Di quali fonti d’archivio si è occupato
per recuperare la memoria storica
della loro vicenda in Sicilia?
“Biblioteche, anagrafe, prefettura,
testimonianze e documentazione in
possesso degli esuli. Il libro è corredato
da tante immagini che riproducono i
documenti consultati, nonché dalle foto
di famiglia fornite dagli intervistati per
ricostruire quell’ambiente umano che
segnò profondamente gli anni della
prima accoglienza. Ci sono alcuni
personaggi, come quello di Emilia che,
rimasta vedova, ha continuato a vivere
all’interno del Campo fino al 1980,
facendo da custode: apriva e chiudeva il
grosso cancello in ferro posto
all’ingresso dell’ex Caserma La Masa.
Stringe il cuore”.
Come sono stati accolti dalla gente dei
luoghi in cui furono destinati al loro
arrivo?
“Inizialmente con diffidenza e poi a
braccia aperte. I termitani hannomostrato il lato migliore della sicilianitá.
Qualche esempio: i tornei di calcio
contro la formazione locale che
espressero grandi talenti subito inclusi
nelle squadre locali, che crebbero con il
loro contributo. O la pallacanestro
femminile, che divenne tra le più forti
della Sicilia. Ma anche i cortei di
Carnevale che non erano tradizione
locale divennero un’occasione condivisa
e tanto altro ancora. I cittadini termitani
furono affascinati dalla cordialità e dalla
spigliatezza di queste persone che,
piombate nella miseria, reagivano con
determinazione, ritagliandosi uno spazio
in un contesto estraneo e difficile,
invece di abbandonarsi al destino e alla
carità governativa”.
Quali possibilità avevano di trovare
un lavoro, una casa?
“Purtroppo, queste possibilità, all’inizio,
erano ridotte al minimo, perché era un
periodo difficile per tutti. Poi si presentò
qualche lavoro saltuario (raccolta delle
olive, faccende domestiche,
camerieri,…). Per la casa hanno dovuto
attendere l’assegnazione di alloggi
popolari dal 1956 in poi”.
Quanti hanno scelto di rispondere
all’invito dell’IRO di andare
Oltreoceano?
“Dalla Sicilia in pochi”.
L’inserimento dei ragazzi nelle scuole
come si è svolto?
“I ragazzi sono stati accolti bene sia dal
corpo docente che dai compagni di
classe”.
Che cos’è l’altro per una popolazione
con una storia così ricca e radicata
come quella siciliana?
“L’altro inizialmente era uno straniero di
cui non fidarsi. Poi è diventato parte
della comunità da rispettare e
salvaguardare”.
Dopo i campi profughi, quale è stata
l’evoluzione della loro vicenda?
“Qualcuno è rimasto a Termini Imerese,mettendo su famiglia (Giuseppina
Drassich); altri sono andati a Palermo
dove hanno ricevuto l’alloggio popolare
e poi un lavoro (grazie alla riserva dei
posti loro destinati); altri ancora sono
tornati al nord (soprattutto a Brescia)
per ricongiungersi con le famiglie, i
parenti, gli amici”.
Oggi che cosa raccontano della loro
storia, che cosa vogliono far
conoscere?
“La verità che, per troppo tempo, è stata
celata”.
La prefazione è stata affidata alla
figlia di Almirante. A che cosa è
dovuta tale scelta?
“Ad un rapporto di affetto che mi lega a
Giuliana, ma anche a ciò che ha fatto
Giorgio Almirante da uomo di governo
per assistere gli italiani che venivano dal
confine orientale. Giuliana, nella sua
premessa, ha sottolineato una riflessione
importante: gli esuli sono stati etichettati
come fascisti in fuga e come uomini e
donne appartenenti a classi sociali
abbienti e ritenuti ostili ai partiti
socialisti e quindi non meritevoli di
attenzione. Tutto ciò è stato smentito da
una più attenta e obiettiva analisi storica
e oggi finalmente, ma ancora purtroppo
timidamente, la storia degli infoibati e
degli esuli istriani-dalmati trova spazio
nella storiografia ufficiale”.
Quali le reazioni del pubblico alla
presentazione del libro?
“Di grande attenzione, stupore,
commozione e rabbia per quanto
accaduto, ma anche di ammirazione per
la dignità di questa gente che ha saputo
risorgere dalle proprie ceneri. Come
ricorda Guglielmo Quagliarotti nella
prefazione al libro: dispersi in ogni parte
del mondo, la diaspora istriano-dalmata
non impedì di far emergere personaggi
destinati a entrare nella Storia in ogni
settore della vita culturale, sportiva e
artistica. Basti pensare a icone come
Nino Benvenuti, Alida Valli, Mario
Andretti, Sergio Endrigo e Mila
Schon…”.Verrà presentato anche a Roma,
quando e da chi?
“Sì, dopo l’estate con la comunità
fiumana e giuliano-dalmata della
capitale, impegnate a tenere viva la
memoria, il ricordo. Ho avuto modo di
incontrare Marino Micich che mi ha
illustrato il materiale custodito
nell’Archivio Museo di Fiume a Roma.
In Sicilia è consistente la componente
fiumana ed in genere di genti del
Quarnero”.
Potrebbe arrivare fino a nord est, con
quale messaggio?
“Il messaggio è quello di un popolo in
fuga dall’oppressione e di una Sicilia
terra di accoglienza. Ma anche il
desiderio di raccontare ai giovani un
periodo di storia locale che diventa
universale e lievito per coltivare al
meglio i sentimenti di accolgienza,
dialogo, comprensione e condivisione,
come ha scritto nella postfazione Enzo
Giunta. Il tutto nella prospettiva di una
società e di un mondo migliori”.

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