Case a pezzi al Villaggio Dalmazia: viaggio nel quartiere dei profughi di sessant’anni fa Alloggi fatiscenti o vuoti e degrado: il racconto degli abitanti

Posted on March 30, 2016


BARBARA COTTAVOZ
NOVARA

«Sul tetto cresce l’erba, i balconi si scrostano e al piano terra c’è un cantiere iniziato dieci anni fa. È uno schifo»: Rosita Andreotti parla con rabbia affacciata al balcone della sua casa popolare di via Asiago 2, una palazzina del Villaggio Dalmazia. Il degrado è evidente e appare subito anche a chi percorre via Monte San Gabriele verso il Torrion Quartara. Tutta questa zona, costruita per accogliere i profughi negli Anni Cinquanta, risente del tempo e soprattutto della poca manutenzione.

 

«Piove in cucina»

Le palazzine di via Asiago 2 e 4 sono di proprietà dell’Atc: «Dieci anni fa sono stati mandati via tutti gli inquilini del piano rialzato e sono iniziati i lavori di ristrutturazione – dice un’altra abitante, Daniela Pozzoli -. Il cantiere è ancora aperto adesso, ogni tanto viene un’impresa e poi se ne va. Hanno unito gli appartamenti, cambiato qualche infisso e fatto una rampa per i disabili. Poi più niente. Intanto cresce l’erba sul tetto e nella mia cucina piove dentro». Visto dalla strada l’effetto è surreale: finestre nuovissime accanto a tapparelle «mitragliate» da mille buchi. Nel Duemila lo Stato aveva dato ai profughi la possibilità di riscattare le case popolari versando una cifra irrisoria: «Mio marito l’ha fatto – racconta Marisa Rihar Danese, che risiede in via Bassano 2 -. Con due milioni di lire siamo diventati proprietari della casa che affittavamo dal ’55. Ma non è stato un affare: la manutenzione non era mai stata fatta. Anche il tetto è quello originale».

 

 

Sporcizia e abbandono

Anche Maria Giacometti ha comprato l’alloggio in cui vive, in via Pordenone 8: è la palazzina che appare in migliori condizioni. «In realtà ci hanno venduto una casa in condizioni pessime, dobbiamo fare un sacco di lavori ma è difficile – racconta -. Qualche anno fa siamo riusciti a cambiare le casette della posta: erano ancora quelle del ’56». Tra le vie interne è stato realizzato un giardino con essenze particolari e panchine però la sporcizia è ovunque e molte piante sono morte: «Nessuno viene mai a pulire e anche la gente non è più quella di un tempo. Prima c’era chi si occupava di mantenere in ordine, ci conoscevamo tutti» ricorda Giacometti.

 

È arrivata a Novara nel ’54 dopo aver girato diversi campi profughi d’Italia. Rimase alla caserma Perrone fino al ’56, quando aveva sei anni: «Poi venimmo qui. Ognuno stava con il suo gruppo: romeni, greci, istriani che erano la maggioranza. Ora tanti alloggi sono vuoti, in condizioni disastrose e il nostro povero Villaggio è fatiscente».

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