La campana di Harzarich. Intervista sull’esodo istriano, 1943

Posted on March 17, 2016


La campana di Harzarich. Intervista sull’esodo istriano, 1943

Questo brano non voleva uscire dalla penna, né dalla tastiera del computer. Del resto, raccontare delle foibe e dell’esodo istriano non è poi così facile. Andare a rovistare nella memoria può risvegliare i fantasmi del passato. Riacutizza il dolore per le persone perdute. Riaccende persino le polemiche più sterili.
Certo, anche questa è storia d’Italia e non la si può dimenticare. Nell’epoca in cui i social network contribuiscono ad indebolire le capacità mnemoniche, allontanando da noi le esperienze intime, il ricordo allora diventa un fatto antropologico di grande valenza etica.

La campana di Harzarich è a Tricesimo

Trovare la campana d’allarme del camion dei pompieri del maresciallo Arnaldo Harzarich non è cosa di tutti i giorni. Io l’ho vista a Tricesimo, provincia di Udine, a villa Berlam. “Il maresciallo Harzarich l’aveva regalata a mio zio – dice la signora Marisa Roman, nata a Parenzo nel 1929 – che si chiamava Gino Privilegi, per ricordare suo fratello Carlo Alberto Privilegi, finito tra le vittime riesumate dalla foiba di Vines dai pompieri di Pola”.
Chi è il maresciallo Harzarich? È colui che dal 21 ottobre 1943 andò a riportare alla luce ben 84 salme nella foiba di Vines, presso Albona, in Istria, secondo Il Piccolo del 22 ottobre 1943. L’ingegnere Privilegi lavorava ai cantieri di Monfalcone, perciò secondo i dettami della pulizia etnica iugoslava era da eliminare, come la maestra, il farmacista, il notaio e il podestà del paese. Dopo l’8 settembre 1943, con l’esercito italiano allo sfascio, i partigiani titini occuparono l’Istria. In quel frangente, per vendetta contro i soprusi patiti sotto il fascismo, effettuarono le uccisioni nelle foibe. “Mio zio, fratello di mia madre – aggiunge la signora Roman – fu fatto prigioniero con altri ‘per accertamenti’, dissero, e dalla caserma dei carabinieri di Parenzo i titini lo portarono al castello di Pisino”.
E poi, ci fu qualche testimone di questi tragici fatti?
“I titini trasportarono gli italiani da eliminare con una corriera requisita – continua la Roman – e il testimone è proprio l’autista”.
In che senso?
“Lui vide i partigiani col fucile scortare i prigionieri verso la macchia, dove c’è la foiba, sentì gli spari e vide tornare solo quelli coi fucili”.
Come avete scoperto la foiba di Vines?
“Mio zio Gino con certi paesani si mise a girare per i paesi dell’Istria, chiedendo ai contadini se sapevano qualcosa e loro gli dissero dell’autista e di quella corriera che faceva vari viaggi da Pisino alla foiba di Vines, profonda 226 metri. Poi furono avvertiti i pompieri, che in ottobre si mossero col camion, al suono della campana con l’effigie di S. Barbara che lei vede qui”.
Cosa sa dei corpi delle vittime?
“Alcuni erano legati a quattro a quattro col filo di ferro alle mani – risponde la Roman – qualcuno aveva il colpo alla testa e altri solo fratture, così finirono nella cavità carsica ancora vivi, trascinati dalla vittima che aveva ricevuto il colpo alla nuca”.
Siccome i cadaveri erano nudi e irriconoscibili, come avete individuato lo zio Carlo Alberto?
“Mio zio Gino vide una salma che portava un bracciale passatempo di perline, lo prese e lo portò ai familiari ed ebbe la conferma che quello era un regalo ricevuto dallo zio Carlo Alberto quando lavorava in Egitto. Io ero adolescente – dice la Roman – e frequentavo la scuola magistrale di Parenzo e la mia insegnante di italiano era Norma Cossetto, che fu stuprata da 17 aguzzini, gettata nella foiba di Castellier di Visinada e recuperata dai pompieri di Harzarich. Noi compagne di classe restammo sconvolte da quel fatto atroce. Come si fa a fare quelle cose?”
Questi eventi lasciano sgomenti, ma c’è qualcuno che si salvò dalla foiba?
“Mio padre si salvò – spiega la Roman – perché un amico d’infanzia, pur di sentimenti slavi, mentre si trovava a Fontane, a 6 chilometri da Parenzo, dove è cresciuta tutta la mia famiglia, gli disse di non stare in casa una certa sera, anzi se lo portò a dormire per qualche giorno a casa sua, così fu salvato dai prelevamenti forzati, invece mio cugino Bruno Roman di Canfanaro, nel 1943, si è dovuto scavare la fossa e fu obbligato dai partigiani a portare un sacco di pietre, con le quali lo lapidarono”.
È mai ritornata in Istria?
“Siamo venuti via nel 1943, ospiti dell’architetto Arduino Berlam a Tricesimo, un mio zio acquisito. Solo da pochi anni vado con altri parenti e le associazioni degli esuli al cimitero di Parenzo, per omaggio alla lapide delle 92 vittime della guerra. Abbiamo dovuto persino cambiare il testo della lastra, perché la dicitura ‘vittime delle foibe’ fu respinta dalle autorità odierne”.
Il ricordo le serve a placare il dolore dell’esilio?
“Poco – risponde –. Mia  madre, cresciuta vicino alla Basilica Eufrasiana, diceva che qui a Tricesimo, siamo stati bene accolti, ma in questa bella casa non è riuscita a trovare neanche un canton tranquillo”.
Cosa ne pensa dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, presieduta a Udine dall’ingegner Silvio Cattalini, esule da Zara?
“L’Associazione fa molto, ma noi profughi siamo come piante sradicate”.
Cosa le resta di tutto ciò?
“Mi è rimasto un grande senso di ingiustizia per ciò che abbiamo passato”.

La Foiba di Vines, 1943

intervista a cura di

ELIO VARUTTI

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