Carinzia, il flop delle delocalizzazioni

Posted on May 21, 2015


VENEZIA

L’azienda italiana non conferma, l’agenzia carinziana che supporta gli investimenti esteri nemmeno e si appella alla privacy dei clienti e perfino al segreto bancario. Di smentite, però, neanche una sul caso della Spa padovana che per prima avrebbe ufficialmente rinunciato all’insediamento nel land austriaco, annunciato non senza polemiche dopo i ripetuti stop agli ampliamenti progettati nel Trevigiano.

«Carinzia e Slovenia hanno tassazione bassa e appetibile, noi abbiamo tutte le carte in regola, ma dobbiamo diventare competitivi», rimarcava su Twitter lo scorso 23 aprile il governatore del Veneto Zaia; quasi contemporaneamente uscivano le prime notizie sul dissesto finanziario della regione, costato fra l’altro il taglio del “babygeld”, il contributo una tantum per le mamme simbolo del welfare d’avanguardia. Solo poche settimane fa, l’agenzia Aba – Invest in Austria comunicava gli ultimi dati, con la conferma dell’Italia come secondo Paese investitore dopo la Germania: «Sono sempre molti e diversi i motivi che portano un’azienda a progettare di insediarsi in un altro Paese, e possono esserci altrettanti cambi di strategia della sede madre», spiega Gerlinde Gahleitner, direttore Italia di Aba. «L’Austria continua a offrirsi come business location favorevole, addirittura aumentando alcume misure come il bonus per la ricerca e sviluppo: l’incentivo è stato recentemente portato dal 10 al 12%».

Nel 2014 vengono segnalate 43 nuove aziende italiane in Austria: «Un livello record dalla nascita di Aba, cinque volte più numerose rispetto a 10 anni fa. Fra coloro come che hanno scelto questa sede per il proprio insediamento estero Cointer GmbH, produzione di materiali plastici, 1,9 milioni investiti e 12 posti di lavoro creati, e KIM RemoteSensing GmbH, specialista nei sensori, 200mila euro investiti e cinque posti di lavoro creati nel Lakeside Science & Technology Park di Klagenfurt». Nel report austriaco vengono citati i fattori di competitività – durata del processo in casi non penali 54,4 giorni contro i 395,1 dell’Italia, imposta sulle società 25% – e casi di successo di insediamenti italiani: fra gli altri Danieli e Durst (attività di Ricerca e sviluppo), Geox e Calzedonia (distribuzione e servizi), Leitner, Loacker, Europlast, Refrion e altre per la produzione. Fra queste anche la vicentina Bifrangi (stampaggio a caldo dell’acciaio), che cinque mesi fa ha inaugurato il nuovo stabilimento a poca distanza da Klagenfurt: «Nessun intoppo, anzi: abbiamo trovato condizioni migliori di quelle che ci erano state prospettate, dice il titolare Francesco Biasion, che conferma la decisione di «non investire più un euro in Italia», dove lavorano circa 450 addetti. «Qui l’occupazione è destinata a ridursi, in Austria stiamo già pensando ad ampliare: ora lavorano 40 persone, diventeranno almeno 200. Abbiamo ricevuto un contributo a fondo perduto di 3,5 milioni su un investimento di 33, e 7,5 milioni a un tasso dello 0,5% in un periodo in cui in Italia era almeno 1,5 per cento. Certo non è un passaggio consigliato a tutti: io ho trovato grande serietà, ma altrettanta ne ho messa nel progetto».

Nei mesi scorsi Aba Invest ha organizzato incontri di presentazione con imprenditori italiani a Milano, Ponzano Veneto, Bologna: nei prossimi mesi sono in calendario Toscana, Friuli Venezia Giulia, Roma. Quanto all’Eak – l’agenzia carinziana, di cui era stata annunciata la chiusura dopo eventi di marketing territoriale spinto soprattutto a Nord-Est che avevano creato tensioni anche a livello politico – è in piena operatività; giusto un cambio di formula.

Nel 2014 dichiara di avere coordinato 484 progetti di insediamento aziendale, dei quali 31 realizzati: di questi 25, per complessivi 155 nuovi posti di lavoro, provengono dall’Italia. Si tratta evidentemente di attività di diverso genere, anche di ristorazione, non strettamente di industrie. Il sito propone visite accompagnate nelle potenziali sedi e assistenza anche su ricerca di abitazione e scuole, ma al telefono la segretezza sui nomi dei clienti è totale.

«Dopo la grande corsa alla delocalizzazione nell’Est Europa, e all’ondata successiva a maggiore distanza, verso Oriente – spiega Serafino Pitingaro, responsabile Centro Studi Unioncamere Veneto – assistiamo al ritorno delle produzioni più vicino al mercato europeo, dove i costi di trasporto incidono meno ed è maggiore la qualità del lavoro e la protezione della proprietà intellettuale. Un fenomeno parallelo e molto più difficile da contabilizzare è quello di chi prende sede solo legale oltreconfine, in Paesi vicini, per godere di determinate agevolazioni. Una relocation che interessa i Paesi immediatamente confinanti, di cui è difficile anche fare una stima».

.@Ganz24Ore

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