BANDIERE JUGOSLAVE AL CORTEO DEL 1° MAGGIO A TRIESTE: LA PROTESTA DI ANVGD E ACI

Posted on May 8, 2015


ROMA\ aise\ – “Primo maggio 1945, noi non dimentichiamo”. Questo il titolo dato alla nota congiunta del Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Renzo Codarin, e dell’Associazione delle Comunità Istriane, Manuele Braico, in relazione alla esposizione di bandiere jugoslave nel corteo indetto per il 1° Maggio a Trieste.
“Il Primo Maggio – vi si legge – è mondialmente riconosciuto come una giornata di riflessione sui temi del lavoro e dei diritti sindacali, due argomenti di grandissima attualità in questo periodo di crisi economica. Eppure capita in maniera sempre più evidente in questi ultimi anni che a Trieste il corteo dei lavoratori venga infiltrato con altri scopi da un manipolo di attivisti, evidentemente in buoni rapporti con gli organizzatori che non hanno nulla da ridire in partenza salvo poi ricorrere a frettolosi distinguo.
E l’anno dopo siamo, però, punto e a capo e anche le amministrazioni cittadine sembrano venire colte di sorpresa dall’apparizione di bandiere tricolori fregiate con la stella rossa e jugoslave a margine del corteo. Si tratta di vessilli che nella primavera del 1945 sventolavano coloro i quali volevano annettere, senza alcuna consultazione plebiscitaria, Trieste, Gorizia, l’Istria, Fiume e la Dalmazia alla nascente Jugoslavia di Tito, infoibando come “fascisti” quanti vi si opponevano (anche se si trattava di ex partigiani ed antifascisti italiani) in attesa di sradicare in un clima di persecuzione oltre 300.000 italiani dalle province in cui vivevano da secoli e secoli.
A essere generosi, in base alle foto ostentate dagli stessi militanti in “titovka”, si tratta di 30-40 persone, ma furbe abbastanza da non sfilare da soli temendo di far notare la propria inconsistenza numerica e senza il coraggio di chiamare la cittadinanza a condividere in un’apposita manifestazione i loro ideali di oppressione dell’italianità e di nostalgia per l’imperialismo jugoslavo capeggiato da Tito nella fase finale della Seconda Guerra Mondiale.
Gioca a loro favore la coincidenza storica che il primo maggio 1945 la cosiddetta “corsa per Trieste” vide i partigiani di Tito giungere con 24 ore di anticipo rispetto alle avanguardie britanniche, dando poi il via a quei Quaranta giorni duranti i quali centinaia di italiani sparirono nel nulla, in quanto deportati, scaraventati nelle Foibe o annegati nell’Adriatico.
Anche se noi non lo dimentichiamo, tali temi sono purtroppo ancora poco noti e la toponomastica cittadina, che pur commemora caduti partigiani e martiri delle Foibe, non ha ancora dedicato una via o piazza a quel 30 Aprile 1945 che, grazie all’insurrezione dei Volontari della Libertà del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, segnò veramente la fine della presenza militare tedesca nel capoluogo giuliano, ben prima dell’apparizione dell’esercito jugoslavo in città.
È un dato di fatto che tra i legittimi vincitori della Seconda Guerra Mondiale si trovi pure l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, emerso vincitore dalla sanguinosa guerra civile che aveva dilaniato la ex Jugoslavia a partire dal 1941 e poi capace di liberare quasi da solo il proprio territorio nazionale dall’occupazione straniera. Nel momento in cui la legittima lotta di liberazione nazionale capeggiata da Tito superò i confini di quello che era il Regno di Jugoslavia del 1941, ecco che essa assunse tuttavia i toni di quell’espansionismo e di quella snazionalizzazione contro la quale aveva lottato. Il Regno d’Italia ed il Regno dei Serbi, Sloveni e Croati erano giunti con il Trattato di Rapallo nel 1920 (ben prima della svolta fascista a Roma e dell’involuzione autoritaria dei Kara?eor?evi? a Belgrado) a fissare un confine internazionalmente riconosciuto. Dettato da ragioni militari, tale confine aveva effettivamente trascurato la composizione etnica,
tanto nella Venezia Giulia interna quanto lungo la costa dalmata, ma i margini per ridiscuterlo diplomaticamente durante la conferenza di pace si trovavano in quei principi di autodeterminazione dei popoli contenuti nella Carta Atlantica, sottoscritta dalla Jugoslavia stessa.
Noi non dimentichiamo che nel momento in cui Tito trascurò la liberazione della Jugoslavia settentrionale per concentrare le proprie forze sull’occupazione militare di quelle terre italiane che già nel corso della prima ondata di massacri nelle Foibe successiva all’8 settembre 1943 erano state unilateralmente dichiarate annesse a Slovenia e Croazia dagli insorti, diventò a sua volta invasore, occupante e spietato persecutore di oppositori o presunti tali dei suoi progetti.
Noi non dimentichiamo che nel Centenario dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, uno dei cui principali obiettivi era proprio la liberazione delle terre irredente della Venezia Giulia e della Dalmazia, vedere simili bandiere in piazza costituisce un’offesa anche agli oltre 650.000 italiani caduti in quel conflitto e già umiliati dal Trattato di Pace del 1947 che mutilò l’Italia di gran parte di quelle province conquistate a così caro prezzo.
Come noi non dimentichiamo cosa abbia significato il primo maggio del 1945 per chi aveva a cuore l’italianità del confine orientale, così auspichiamo che l’anno prossimo lo ricordino pure gli organizzatori del corteo e gli enti locali, affinché si dissocino preliminarmente dai nostalgici delle occupazioni straniere e non diano loro spazio per inquinare i genuini significati della giornata dei lavoratori inneggiando alla ricorrenza dell’inizio di una stagione di morte e disperazione”. (aise) 

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