RASSEGNA STAMPA MAILING HISTRIA n° 923 – 22/11/2014

Posted on November 24, 2014


a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

 

  1. 923 – 22 Novembre 2014

                                                   

 

Sommario

 

 

294 – Il Piccolo 16/11/14 Roma: “Magazzino 18” di Cristicchi in corsa per il Premio Ubu (Roberto Canziani)

295 – La Voce del Popolo 08/11/14 –  E&R :  Ferruccio Derenzini un esule antifascista

296 – La Voce del Popolo 10/11/14 Pisino: Una città scolpita nelle pietre del suo duomo (Ilaria Rocchi)

297 – Corriere della Sera Sette 07/11/14 Ottavio Missoni concorrente di Joyce (Antonio d’Orrico)

298 – Il Piccolo 02/11/14 «Un generale russo fu il sosia di Tito» (Mauro Manzin)

299 – Corriere della Sera Sette 07/11/14 Il mistero della bara di Tito (Antonio Ferrari)

300 – La Voce del Popolo 08/11 /14 Valle d’Istria: Castel Bembo da due anni prestigiosa sede della CI (Sandro Pestruz)

 

301 – L’Osservatore Romano 11/11/14 Il Perlasca col saio (Ugo Sartorio)

 

302 – La Voce del Popolo 22/11/14 Rovigno: Kandler e Luciani carteggio di una vita Cristina Golojka)

 

303 – La Voce di Romagna 18/11/14 Gli ebrei goriziani e la Romagna (Aldo Viroli)

304 – La Voce del Popolo 22/11/14 Marino Bonifacio e il destino dei nomi (Claudio Antonelli)

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arenadipola.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.adriaticounisce.it/

 

 

294 – Il Piccolo 16/11/14 Roma: “Magazzino 18” di Cristicchi in corsa per il Premio Ubu

“Magazzino 18” di Cristicchi in corsa per il Premio Ubu

ROMA Potrebbe conquistare il titolo di “miglior progetto sonoro” dell’anno. E tutto lascia intendere che sarà così. “Magazzino 18” (lo spettacolo prodotto dallo Stabile Fvg, appena reduce da una serie di affollate repliche al Rossetti e fra qualche giorno in scena a Milano) è una delle due “nomination” che concorrono all’edizione 2014 dei Premi Ubu, il maggior riconoscimento del teatro italiano. L’annuncio è stato dato a Roma, al Teatro Argentina, nel corso della presentazione del numero monografico della rivista Panta, dedicato a Franco Quadri, il critico teatrale di Repubblica, che dei Premi Ubu è stato fondatore e animatore, 37 edizioni fa, e che è scomparso nel 2011.

 

Tra gli oltre 700 spettacoli che hanno debuttato la scorsa stagione in Italia, la giuria dei Premi Ubu (formata da 53 votanti che si esprimono attraverso un referendum articolato in due fasi) ha individuato in “Magazzino 18” (e nella colonna sonora di “Quartett”, composta da G.u.p. Alcaro, per la regia di Walter Malosti) i progetti musicali più interessanti. Come si ricorderà, musiche e canzoni inedite dello spettacolo sono firmate da Simone Cristicchi, mentre le musiche di scena e gli arrangiamenti sono del maestro Valter Sivilotti. Lunedì 15 dicembre, al Piccolo Teatro di Milano, la cerimonia finale deciderà l’attribuzione del Premio. Tra le altre nomination, anche titoli che toccheranno presto i palcoscenici del Fvg. Candidati a “spettacolo dell’anno” sono “Le sorelle Macaluso”, regia di Emma Dante (sarà ospite di Teatro Contatto a Udine, a marzo) e “Frost/Nixon”, regia di De Capitani e Bruni (in cartellone il 5 dicembre, a Monfalcone). “Furia Avicola” di Rafael Spregelburd, prodotto da CSS – Udine, concorre al titolo di “miglior novità straniera”.

Roberto Canziani

 

 

 

 

 

 

 

295 – La Voce del Popolo 08/11/14 –  E&R :  Ferruccio Derenzini un esule antifascista

Ferruccio Derenzini un esule antifascista

Dalla poetessa Lilia Derenzin, esule fiumana a Travacò Siccomario in provincia di Pavia, insegnante in pensione,  assiduamente presente alle giornate dei Fiumani nella città natale, abbiamo ricevuto una biografia del suo defunto papà che volentieri pubblichiamo. Essa dimostra  che ad andarsene da Fiume nell’immediato dopoguerra furono anche combattenti  antifascisti.

 

Il documento porta il timbro dell’ANPPIA, l’Associazione degli ex deportati politici italiani antifascisti nei campi nazisti, sezione di Pavia. Ferruccio Derenzini, padre di Lilia, nato a Fiume il 12 agosto 1909, fu associato all’ANPPIA dal gennaio 1948. Capitano di complemento del disciolto esercito italiano, il 10 settembre del 1943 si sottrae alla cattura fuggendo in abiti borghesi dall’ospedale militare di Salsomaggiore (dove, giunto dal Sud, era ricoverato)  già circondato dalle truppe tedesche. Viaggia in treni controllati dalla Wehrmacht  esibendo come documento di legittimazione la tessera di libera circolazione della tranvia di Fiume (!) e per breve tempo trova rifugio nella campagna padovana.

Nell’ottobre del 1943 rientra a Fiume e riprende la sua normale attività di lavoro presso l’Azienda Servizi Pubblici Municipalizzati  (ASPM) di quella città  Assieme ad amici di comuni  ideali e compagni di lavoro entra subito nel “Comitato Cittadino Popolare di Liberazione” e fa parte della prima “cellula” costituitasi in seno all’Azienda suddetta; “cellula” che si occupa della raccolta di armi e munizioni, viveri e vestiario per i partigiani della zona e collabora inoltre alla redazione della stampa clandestina.

Nello stesso tempo, con i compagni, istituisce il “Sindacato Libero Aziendale”, in odio a quello fascista, nel quale gli vengono affidate le funzioni di segretario;  sindacato, questo, che dopo pochi mesi di vita viene soppresso dai tedeschi con l’incorporazione di Fiume nello “Adriatischeskuesterland”  (sedicente nuova provincia  tedesca) e il conseguente assoggettamento della città alle leggi del Reich. L’attività sindacale serve anche e soprattutto a mascherare il febbrile movimento clandestino delle cellule aziendali e fornisce inoltre degli alibi di una certa  credibilità agli “organizzati” che malauguratamente cadono  nelle grinfie dei nazifascisti.

Per queste sue duplici attività il 19 marzo 1944 il Derenzini  viene arrestato nel suo ufficio dalle S.S., su delazione di impiegati repubblichini dell’Azienda, mentre sta ultimando un articolo per la stampa clandestina. Riesce tuttavia a nascondere il  dattiloscritto perché messo in allarme da un tempestivo squillo telefonico fattogli dal portiere dell’azienda.

Tradotto nelle carceri della città vi rimane per una ventina di giorni e dopo gli inutili interrogatori delle S.S. viene trasferito alle carceri del Coroneo, a Trieste. È rinchiuso assieme ad ostaggi   italiani e sloveni nella “cella  della morte”, uno stanzone  sotterraneo della prigione in cui  sono accatastati un centinaio  di “morituri”.

Infatti da quella cella nella seconda decade dell’aprile 1944 vengono prelevati, fucilati ed impiccati con il filo di ferro, in Via Ghega, a Trieste, 55 ostaggi per rappresaglia all’uccisione da parte di un gruppo d’azione partigiana di 5 soldati tedeschi.

Dopo due penose settimane trascorse nella “cella della morte” viene deportato a Dachau il 27 aprile 1944,  da dove, dopo il periodo di “quarantena”, è inviato al  “Kommando” di Kotterm bei Kempten, campo di lavoro in cui due fabbriche della  Messerschmitt costruiscono parti della V2.

Riacquista la libertà il 28 aprile 1945 nei pressi di Pfronten  assieme agli altri sopravvissuti del “Kommando” mentre carri armati ed aerei americani incalzano le colonne tedesche in rotta e mentre le S.S. con  i cani – a cui è affidato il compito di scortare i deportati  verso Innsbruck per la loro  eliminazione – si dileguano terrorizzate nei boschi delle  alture circostanti.

Con un carro militare tedesco  a tiro di quattro cavalli (offerto dagli americani), assieme a 16  compagni di deportazione, tra i quali Belli e Magenes di Pavia,  intraprende la via del ritorno in Italia. Entra in Svizzera, per intercessione del Partito  Socialista del Canton Ticino e  dopo una lunga, inconcepibile permanenza in vari “campi di rifugiati” rientra a Fiume il  3 agosto 1945 passando per  Domodossola, Novara, Milano,  Trieste e S. Pietro del Carso,  unitamente al suo concittadino  e compagno di deportazione  Mario Bontempo.

Nel 1947 abbandona la città natale, passata alla Jugoslavia  e si trasferisce a Pavia, dove per 20 anni svolge le mansioni di direttore amministrativo dell’Azienda Servizi Municipalizzati.

Il Maresciallo Tito gli ha  conferito “quale compagno di lotta”, in occasione del XX anniversario della vittoria  della coalizione antifascista, la  medaglia commemorativa con diploma “per la partecipazione  alla guerra di liberazione  dei popoli jugoslavi e per il contributo alla comune vittoria sul fascismo e all’amicizia dei popoli”.

Il Comune di Pavia lo ha insignito di diploma di medaglia d’oro per pubblica benemerenza.

 

 

 

 

296 – La Voce del Popolo 10/11/14 Pisino: Una città scolpita nelle pietre del suo duomo

Una città scolpita nelle pietre del suo duomo

Scritto da Ilaria Rocchi

“Fare la storia del Duomo, significa rievocare le vicende ora prospere ed ora avverse della città. È stato costruito forse tre secoli dopo il castello e l’insediamento della prima popolazione e porta incise nelle sue pietre e nella sua tormentata architettura le date fondamentali della sua esistenza e delle continue trasformazioni subite. Pisino non è antica come le altre consorelle istriane. È nata per un bisogno di difesa dalle incursioni di altri popoli, che premevano dai monti verso l’Adriatico ed è rimasta sempre fedele a questa sua vocazione”, scriveva quasi quarant’anni fa Nerina Feresini (1912-2007), pisinese doc, una professoressa che insegnò in diverse scuole a Pisino, Zamasco, Sarezzo, Parenzo e Rovigno, prima di lasciare l’Istria, come esule a Trieste, nel 1947. Nerina Feresini ci ha lasciato numerosi saggi sulla sua terra d’origine, tra cui “Scuole e scolari di Pisino sotto l’Austria” (1970), “La Foiba di Pisino” (1972), “La Società filarmonica di Pisino dalla fondazione all’inizio della Prima guerra mondiale” (1974), “La Società Alpina dell’Istria 1876-1885” (1976), “Il Duomo di Pisino (con Gabriella Gabrielli Pross e Fabrizio Pietropoli, 1978) e “Quel terribile settembre 1943: un capitolo tragico della storia di Pisino” (1993), tutti editi dalla Famiglia Pisinota di Trieste, nonché “Pisino. Una città un millennio. 893-1983” (1983) e “Il Teatro di Pisino” (1986), con la Manfrini di Calliano (Trento) e “Il Comune istro-romeno di Valdarsa”, per le Edizioni Italo Svevo (Trieste, 1996).

Collaborazioni importanti

Due anni fa, dalla collaborazione tra la Famiglia Pisinota, la Comunità degli Italiani di Pisino, la nostra casa editrice EDIT di Fiume e l’Università Popolare Aperta di Pisino, era nata la versione bilingue italo-croata del suo saggio “La Foiba di Pisino”. Ora è uscito dalle stampe, sempre in edizione bilingue italo-croata, con testo a fronte e corredo iconografico originario, il volume “Il Duomo di Pisino”, di Nerina Feresini, Gabriella Gabrielli Pross e Fabrizio Pietropoli; circa 160 pagine (tradotte in croato da Morana Čale), a cura della CI di Pisino, della Famiglia Pisinota, dell’EDIT (per la parte grafica) e con il contributo finanziario del ministero degli Affari Esteri italiano (attingendo ai fondi cosiddetti perenti, legge 19/91). Il libro, che riporta in copertina l’immagine del patrono, San Nicolò (particolare sull’altare maggiore), è stato presentato sabato sera nella sede della CI istriana, introdotto dalla “padrona di casa”, la presidente Graziella Paulović, da Maria Gliselli, a nome della Famiglia Pisinota, e da Tullio Vorano, critico d’arte e direttore del Museo Civico di Albona, che ha ripercorso i contenuti dell’opera, soffermandosi sugli aspetti più interessanti di questa chiesa i cui affreschi e oli hanno colori davvero brillanti, di intensa luminosità.

Sala gremita in ogni ordine di posti

L’atmosfera era quella delle grandi occasioni, con una sala gremitissima di connazionali, di pisinesi italiani e croati, di esponenti di associazioni giunte da Trieste e da tutta la penisola, di ospiti. Tra questi, il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, le vicepresidenti della Regione Istriana, Viviana Benussi e Giuseppina Rajko, l’assessore regionale alla Cultura, Vladimir Torbica, il vicepresidente dell’Università Popolare di Trieste, Manuele Braico, la responsabile del Settore Coordinamento e attività delle CI della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Rosanna Bernè, il parroco Mladen Matika, Paolo Penso, in rappresentanza della Famiglia Pisinota e Nicolò Sponza del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, nonché Teobaldo Giovanni Rossi, presidente della Camera di Commercio Istro-Veneta. Apprezzatissimi gli interventi del Coro misto della città, “Roženice”, diretto dal Mo. Ines Kovačić Drndić, che ha esordito con il verdiano “Va, pensiero” (dal “Nabucco”), per poi proporre diversi canti sacri e popolari, concludendo con la celebre “Con te partirò”, interpretata da Andrea Bocelli al Festival di Sanremo 1995.
“Il volume

Il Duomo di Pisino – Župna crkva u Pazinu

è la prima edizione bilingue italiano-croata che arricchisce quella del 1978 pubblicata solo in italiano dalla Famiglia Pisinota. Con questo libro vogliamo rendere un ulteriore omaggio ai suoi autori, allargando la fascia di lettori a quelli di lingua croata”, spiega Graziella Paulović. E si tratta di un libro, come rileva Maria Gliselli, che nasce soprattutto dall’amore di una ricercatrice e studiosa, infaticabile “topo di archivi pubblici e privati”, che ha coinvolto nell’operazione diversi esperti per affrontare la materia sotto tutti gli aspetti rilevanti, per decifrare e far parlare gli antichi segni “e così un’onorata storia non sia più coperta dall’oblio”, come ebbe modo di annotare l’arcivescovo Antonio Santin il 1.mo novembre 1978. Così Gabriella Gabrieli Pross si è occupata dell’architettura e dei mutamenti strutturali (leggi spesso deturpazioni) dei quali questa è stata oggetto nel corso dei secoli, Fabrizio Pietropoli degli affreschi e delle tele, mentre Nerina Feresini ha recuperato le vicende della cimiteriale del borgo, con le tombe delle famiglie e le varie epigrafi, e ha ricostruito la vicenda della Prepositura di Pisino, riportando i nomi dei vari prepositi.

Coloro che ci hanno preceduto

Particolarmente significativa, alla luce della scomparsa dei vecchi pisinesi e delle lapidi cimiteriali con i loro nomi, sostituiti da quelli dei nuovi venuti, l’elencazione di coloro “che ci hanno preceduto”, cognomi familiari, italiani. Il tutto in sintonia con il credo di Feresini, ossia non dimenticare per non perdere il patrimonio degli avi, ma anche per mantenere in vita, ora che non è più così, l’immagine di com’era una volta Pisino. Le immagini sono quelle scattate 36 anni fa da Renato Penso. Sotto questa dimensione, il libro potrà risultare utile strumento per chi un giorno si deciderà di restaurare il Duomo (e sappiamo che la Regione Istriana ha intrapreso diversi interventi in varie chiese del territorio).

La strada da seguire in futuro

Esaurita la prima edizione, “Il Duomo di Pisino” non ha perso attualità con il tempo, anzi, eventualmente ne ha acquisita una nuova, grazie alla sua ineccepibile impostazione scientifica. Il suo valore è perlomeno triplice, storico, artistico e religioso. E non solo. È stato promosso e scritto da un’esule (con altri autori), pubblicato da un’associazione di esuli aderente all’Unione degli Istriani – Libera provincia dell’Istria in esilio, con fondi della Farnesina, in un’edizione anche in croato, da un’associazione di “rimasti” e dalla casa editrice di questi ultimi a Fiume, salutato con entusiasmo dal pubblico e dalle autorità locali (lo testimonia la partecipazione alla serata di sabato). “Da parte nostra confermo la disponibilità a realizzare altri volumi, con l’auspicio che si possa continuare a fornire anche ai cittadini croati un modo per avvicinarsi a una storia che è ricchezza di tutti noi”, ha commentato al termine della serata Paolo Penso, della Famiglia Pisinota. È forse proprio questa la strada da seguire anche in futuro?

 

 

 

 

297 – Corriere della Sera Sette 07/11/14 Ottavio Missoni concorrente di Joyce

Antonio d’Orrico – Consegna pacchi

 

Ottavio Missoni concorrente di Joyce

 

Un suo racconto su dodici ore trascorse in una osteria di Trieste apre uno strano libro che parla di vino, di birra e di varie umanità

 

Il volume, curato da Grigoletto, raccoglie manifesti, mappe e storie esilaranti. Come quella di Sergio Saviane sul proibizionismo all’italiana.

 

Sta lavorando da anni a una Breve e incompleta storia del Prosecco, un’opera che si annuncia fondamentale (e che è anche un tipico esempio di work in progress come avrebbe detto James Joyce), uno di quei libri destinati a non avere mai una fine. Intanto ha pubblicato Vite ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticultura (edizioni Suv, ma le automobili omonime non c’entrano niente, sta per Spazio dell’Uva e del Vino). Si chiama Giovanni Gregoletto ed è, tra le altre cose, un birraio. Ma è, soprattutto, un cacciatore di storie legate al vino e ai suoi dintorni (cioè quasi tutto). Vite ambulante è un libro che contiene una varietà disparatissima di materiali, manifesti storici, lettere, mappe, foto, ecc. Quando ci si entra dentro sembra la stiva di un cargo, la memoria di un rigattiere. Le dodici BOTTI. Lo spunto del libro di Gregoletto è un racconto che scrisse Ottavio Missoni e che narrava dodici ore (da mezzogiorno a mezzanotte) trascorse in una osterìa di Trieste (e qui il riferimento a James Joyce diventa obbligatorio). È un racconto delizioso che comincia ai «dodici boti» (mezzogiorno detto alla triestina) del giorno dei morti (Joyce ancora!) con l’aperitivo (un bicchiere di Traminer e due dondoli, i tartufi dì mare). All’una (un boto) si pranza (yota, sottaceti, carne con le verze, rosso Termi, caffè e grappa).

Ai do boti (le due): «Alcuni si alzano, vanno al cimitero a trovare i morti, altri in arrivo ne prendono il posto». Poi si gioca a carte, scopa e briscola. E si va avanti fino a mezzanotte quando sì chiude cantando: «Dove te eri fino sta ora… iero in malora, iero a far l’amore».

 

La dodici ore (boti) di Missoni conferma una antica verità: la taverna (o l’osteria) è il luogo fondamentale della letteratura come sapevano bene gli scrittori inglesi tra Sette e Ottocento.

 

Vite ambulante, ripeto, è pieno di cose.

 

C’è il catalogo del “Laboratorio di ricerca di sapori perduti” di Giorgio Onesti (esempio la crema spalmabile di nocciole). Ci sono affermazioni da lavare, forse, con il sangue, come quando si insinua che Mario Soldati di vino non capiva niente (ma, al contempo, e meno male, si riconosce la sua grandezza in generale).

 

Il, SINDACO E L’EDITTO.  Ma a questo libro sono personalmente grato perché vi ho trovato un esilarante intervento di Sergio Saviane, grande firma dell’Espresso dei tempi d’oro. Saviane è famoso per le sue insuperabili critiche televisive. Ed è stato uno scrittore di tragedie (I misteri di Alleghe, il più bel noir italiano, tutto rigorosamente vero, l’unico A sangue freddo nazionale che regge il paragone con l’originale di Truman Capote). Ma è stato anche un umorista imprevedibile. In questo intervento racconta che, finita la guerra, il governo emise un editto contro l’alcolismo considerato un’emergenza sociale, una piaga nazionale. Subito il sindaco di Castello di Gòdego, un paesino del Trevigiano, radunò nella sala comunale i concittadini, che si erano molto allarmati, e spiegò con cura che cosa conteneva l’editto contro l’alcolismo. Giunto alla fine, guardò bene la platea e la rassicurò: «Cossa v’importa dell’alcool? Lasciatelo stare, avete il vino e la graspa, bevete quelli, ostia».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

298 – Il Piccolo 02/11/14 «Un generale russo fu il sosia di Tito»

Il vero Maresciallo sarebbe sparito in terra sovietica nel 1937. I dubbi in un dossier desecretato dell’Fbi americano

«Un generale russo fu il sosia di Tito»

di Mauro Manzin

TRIESTE La figura di Josip Broz Tito continua, a 34 anni dalla sua morte, ad alimentare una sorta di leggenda attorno a sè. Prima i documenti della Nsa americana che gettavano un forte dubbio sul fatto che il Maresciallo sarebbe stato russo o polacco e avrebbe avuto un “sostituto” e il tutto in base a un’analisi dell’intelligence statunitense datata anni Settanta. Ora ad alimentare la “leggenda” ci pensano nuovi documenti declassificati ma stavolta dell’Fbi. La documentazione relativa all’identità di Tito è costituita da un dossier di un migliaio di pagine. In esso spicca la testimonianza di Marijan John Markul rilasciata ad alcuni agenti dell’Fbi in Argentina nell’aprile del 1955.

Ebbene Markul sostiene che la persona che oggi dice di essere Tito (siamo nel 1955) non è il vero Maresciallo bensì un agente russo che ha preso l’identità del padre-padrone della Jugoslavia. Il vero Tito sarebbe scomparso in Russia nel 1937. Il documento dell’Fbi contiene anche le informative attorno alla persona di Merkul. Questi è nato a Livno il 27 novembre del 1909 e naturalizzato cittadino americano il 14 marzo del 1944. Ha servito nell’Esercito degli Stati Uniti dal 9 ottbre del 1942 al 30 novembre 1944 quando è stato congedato con onore e con il grado di caporale. Emigrò negli Stati Uniti nel maggio del 1936 e sua moglie, cittadina americana, era impiegata come tecnico di laboratorio in un ospedale della contea di Los Angeles. Merkul gestiva un bar a Los Angeles.

 

«Non è possibile confermare – si legge nel dossier – quanto le sue affermazioni siano veritiere, ma egli sostiene di essere socialista e di voler dare informazioni importanti per la sicurezza degli Stati Uniti». Nel suo racconto Merkul spiega agli agenti americani di aver visitato la Jugoslavia nel 1953. Nell’occasione incontrò due volte Tito. La prima fu un’udienza pubblica quando notò che colui che si presentava come il Maresciallo aveva cinque dita per mano destra mentre il vero Tito era privo dell’indice e del medio della mano sinistra. Il Tito con cui si incontrò nel ’53 era, al contrario del vero Tito, molto ben istruito e sapeva suonare molto bene il pianoforte cosa assolutamente impensabile per il vero Maresciallo. L’uomo aveva un accento russo e parlava con voce dolce mentre il vero Tito aveva una parlata più profonda e rude. Inoltre il Tito che aveva di fronte era alto un metro e sessanta mentre il Tito che lui aveva conosciuto era alto un metro e ottanta centimetri.

Markul racconta ancora di aver parlato con Tito nel 1928 in Jugolsavia e poi lo incontrò a Parigi nel 1935 e 1936 e quello era il vero Tito. Le sue perplessità erano condivise anche dalla sorella Anna ma soprattutto dal padre John che aveva lavorato fianco a fianco di Tito in gioventù. La seconda volta che incontrò Tito fu a Zagabria. Era con la moglie Ingrid e il supposto Maresciallo li trattò con freddezza. Markul parlò dei suoi dubbi con Alexander Rankovi„, il capo della sicurezza jugoslava. Un colloquio durato tre ore alla fine del quale Rankovi„ lo invitò a lasciar perdere e di godersi la sua visita in Jugoslavia. Markul infine spiega che c’è un’altra autorevole fonte che sostiene la sua stessa versione. Si tratta di un certo Živko Topalvoch che vive in Francia.

Anche lui è convinto che il Tito di oggi (anni Cinquanta ndr.) non è quello vero ma si tratta invece del generale russo Nikolai Lebkdev. Tito sarebbe stato ammalato di tubercolosi quando andò in Russia nel 1937. Lo strappo del Cominform del 1948 sarebbe stato, per Merkul, un abile gioco delle parti orchestrato da Mosca. Da notare che nel dossier, in un documento datato 2 dicembre 1948 si parla anche del poglavnik Ante Pavelic leader del regime ustascia. In base a quanto scritto, Pavelic sarebbe giunto in Argentina a bordo della nave “Sestriere” proveniente da Genova. Avrebbe viaggiato sotto mentite spoglie con una folta barba e baffi prontamente tagliati all’arrivo in Argentina. Pavelic„ sarebbe prima stato ospite a Castel Gandolfo a Roma e poi, con l’aiuto di padre Krunoslav Draganovi„, avrebbe raggiunto Genova per imbarcarsi sul “Sestriere”.

 

 

 

 

 

 

299 – Corriere della Sera Sette 07/11/14 Il mistero della bara di Tito

 

Antonio Ferrari / Contromano

 

Il mistero della bara di Tito

 

All’interno del feretro ci sarebbe soltanto sabbia. Lo rileva oggi un agente di primo piano dei servizi di sicurezza jugoslavi.  Vero o falso?

 

All’inizio del 1980, il Corriere della Sera mi inviò a Belgrado con un

compito: raccontare per il nostro magazine l’agonia del presidente della repubblica jugoslava, il maresciallo Josip Broz Tito.

 

Il leader era gravemente malato e tutti si domandavano che cosa sarebbe successo dopo la sua scomparsa. C’era chi temeva che i sovietici, approfittando del vuoto di potere, avrebbero tentato un colpo di mano militare, per piegare i ribelli comunisti jugoslavi alle volontà di Mosca.

Ipotesi risibile, perché l’orgoglio nazionalista delle varie componenti del Paese balcanico mai avrebbe accettato supinamente il “fraterno abbraccio”

dell’Urss.

 

FIERO E RIBELLE. Raggiunsi il confine più sensibile, quello ungherese, ma tomai a Belgrado dopo una tranquilla gita senza notizie e senza particolari emozioni. Tito mori poche settimane dopo, e i funerali furono davvero un evento planetario: si trovarono accanto alla bara 3 re, 21 capi di Stato e

16 primi ministri. Dall’Italia partirono Peritai e Cossiga, da Mosca Breznev, da Bonn Schmid, da Londra la Thatcher. Il mondo si inchinava davanti alle spoglie di un condottiero fiero e ribelle, che prima aveva combattuto Hitler e poi aveva rifiutato Stalin. Noi avevamo ragioni di risentimento, perché gli italiani, in Friuli e nelFIstria, pagarono un prezzo altissimo alle ambizioni jugoslave. Tuttavia Roma, per ragioni di buon vicinato, perdonò rapidamente le colpe di Tito. Uomo grintoso e raffinato stratega politico, ma anche donnaiolo e amante del lusso. Forse, essendo anche dotato di senso dell’umorismo, non gli sarebbe dispiaciuta la scena del suo funerale. Almeno se verrà ritenuto credibile dò che ha raccontato al quotidiano Vecemje Novosti, Obren Djordjevic, per quarant’anni stella dei servizi di sicurezza jugoslavi. L’agente ha rivelato infatti un segreto di Stato-choc. I papaveri del regime volevano imbalsamare il corpo di Tito ed esporlo in un mausoleo, come Lenta. Ma vi fu un problema . La miscela di farmaci e unguenti con cui era stato trattato il cadavere, sostiene Djordjevic, emanava odori insopportabili. Ecco perché, secondo lo 007, si decise di riempire la bara di sabbia. Bara che molti dei leader presenti accarezzarono. Vero? Falso? Tutto è possibile ma nulla toglie alla solennità del funerale di Belgrado. Tito fu un grande e il suo nome, Broz, non è svanito con la morte del Maresciallo. Infatti sopravvive e viene onorato dalla nipote Svetlana, figlia del suo primogenito Zarko. La dorma, cardiologa, gira il mondo per promuovere la causa dei Giusti: cioè di coloro che si sono battuti contro le pulizie etniche nell’ex Jugoslavia. Svetlana Broz ha creato una nobile fondazione: “Uomini buoni al tempo del male”.

 

Scene da un funerale – I resti del Maresciallo arrivarono a Belgrado da Lubjana in stato di disfacimento

 

 

 

 

 

 

300 – La Voce del Popolo 08/11 /14 Valle d’Istria: Castel Bembo da due anni prestigiosa sede della CI

 

Nell’ anniversario dell’inaugurazione di uno dei palazzi più imponenti della regione abbiamo incontrato la presidente del sodalizio, Rosanna Bernè

 

Castel Bembo da due anni prestigiosa sede della CI

 

Sandro Petruz

 

A due anni dall’apertura di Castel Bembo, sede della Comunità degli Italiani di Valle, uno dei palazzi più imponenti e prestigiosi dell’intera regione, abbiamo incontrato la presidente della Comunità, Rosanna Bernè, pure responsabile del Settore coordinamento e attività delle CI della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, per capire cosa implichi la disponibilità di una sede così autorevole e il suo molo per il futuro della CNI. Rosanna Bernè ha colto l’occasione per ringraziare nuovamente il governo italiano, l’UI-UPT e tutti i soggetti e gli enti che hanno permesso di ridare vita a questo gioiello, che è un simbolo assoluto della storia di queste terre. La presidente ha sottolineato che a causa della crisi finanziaria che ha colpito pure l’Italia e la Croazia, le Comunità degli Italiani devono puntare sempre di più sull’autofinanziamento e sui progetti socio-economici rilevanti, senza però perdere il molo di tutori della lingua italiana, delle parlate, delle tradizioni e degli usi e costumi locali. Castel Bembo, che si erge maestoso sulla piazza centrale del paese, con i suoi 800 metri quadrati di superficie suddivisa in 4 piani, necessita di ingenti fondi per la sua manutenzione e per questo motivo il sodalizio ha avviato diverse attività che hanno permesso di incamerare i fondi necessari a cofinanziare la gestione dell’immobile.

 

Autofinanziamento

 

Si è partiti dall’accordo stipulato l’anno scorso con la Regione Istriana per l’affìtto di uno dei vani d’affari all’ultimo piano, nel quale è stato insediato il Centro UE per la cooperazione internazionale, istituito dalla Regione in collaborazione con l’Università ‘fJuraj Dobrila” di Pola e l’Associazione delle Agenzie per la democrazia locale. Grazie alla collaborazione con la Comunità turistica è stato inoltre organizzato un giro di visite ai monumenti storico-culturali locali, che oltre alla chiesa di San, al lapidario e aha galleria “Ulika”, comprende ovviamente pure Castel Bembo.

 

Nel palazzo è possibile visitare la mostra dedicata alle foto storiche degli abitanti di Valle, accedere alla Sala dei signori, che vanta degli splendidi fregi e decorazioni sulle pareti e sul soffitto, attentamente restaurati durante l’intervento di recupero deh’imponente struttura. Qui si possono ammirare pure le riproduzioni degli abiti della famiglia dei podestà Soardo-Bembo, che nel medioevo avevano abitato il castello. In poco più di un mese sono stati venduti circa mille biglietti, a testimonianza deh’interesse dei visitatori per il casteho e la sua ricchissima storia. Grazie a un accordo con il Comune, inoltre, la Sala signorile al primo piano, dalla quale si accede alla balconata sul lato della piazza, da quest’anno accoglie le cerimonie nuziali. Finora vi sono stati celebrati 4 matrimoni, senza costi aggiuntivi per la celebrazione fuori sede comunale.

La Bemé ha inoltre ventilato la possibilità di organizzare un servizio completo per le feste di matrimonio, che potrebbero svolgersi nei suggestivi ambienti del palazzo medioevale, assicurando una nuova fonte d’introito per il sodalizio, sempre nel rispetto della nuova ottica di autofinanziamento. In corso, infine, le trattative per l’apertura di un ufficio di rappresentanza della Regione Veneto.

 

Vocabolario vallese

 

Grazie inoltre ai fondi perenti, la Comunità è in procinto di pubblicare il vocabolario del dialetto istrioto vallese, uno dei sei dialetti istroromanzi con il maggior numero di parlanti attivi.

Il dizionario è opera del docente universitario Sandro Cergna, che da diversi anni collabora con il Centro di ricerche storiche di Rovigno per la pubblicazione dell’opera, la cui presentazione è prevista all’inizio del prossimo anno. In stampa anche la monografia dedicata al complesso lavoro di ristrutturazione di Castel Bembo, realizzato in due fasi, che si è protratto per ben anni a causa di numerose difficoltà di ordine burocratico.

 

Investire nei giovani

 

La presidente del sodalizio ha posto in rilievo pure l’esito di una scelta che si può definire provvidenziale e che vede la Comunità finanziare, da tre anni a questa parte, la quota mensa per i bambini che frequentai la sezione dislocata vallese dell’asilo d’infanzia “Naridola” di Rovigno, nonché la merenda pranzo per i ragazzini delle prime quattro classi della sede perifica della Scuola elementare italiana la rovignese “Bernardo Benussi’ Una scelta dovuta al fatto che quegli anni non c’era alcun iscritto alla prima classe della scuola per cui si rischiava la chiusura dell’istituzione scolastica. A li andare ciò avrebbe decretato lento e inesorabile oblio della componente nazionale italiana autoctona locale. Oggi i risultati sono più che tangibili, visto che nelle prime quattro classi ci sono 12 alunni suddivisi in due sezioni: una per i primi due anni d’insegnamento, l’altra per le classi terza e quarta, sezioni che impegnano due giovani insegnanti anche nell’attività del doposcuola. Ottime inoltre le prospettive per il futuro, visto che per il prossimo anno pedagogico si prevedono 7 nuovi iscritti alla prima classe.

 

La Bernè ha voluto ringraziare le direttrice dell’asilo “Naridola”, Susanna Godena, e la preside della SEI “Bernardo Benussi”, Gianfranca Suran, per l’attenzione, la professionalità e la comprensione manifestate per mantenere viva la sede scolastica vailese, pilastro fondamentale di una delle comunità storiche del territorio, custode di un patrimonio culturale da valorizzare e tutelare in ogni modo.

 

La presidente del sodalizio ha concluso annunciando che nell’ambito del programma di scambio tra le Comunità, entro la fine dell’anno Castel Bembo ospiterà il coro del sodalizio di Lussinpiccolo e il gruppo vocale dei “Virtuosi fiumani”

 

 

 

 

 

 

 

301 – L’Osservatore Romano 11/11/14 Il Perlasca col saio

 

Il Perlasca col saio

 

di Ugo Sartorio

 

A volte il tempo stende sulle vicende della vita, piccole o grandi, un velo di polvere che le consegna per sempre all’oblio. Altre volte eventi traumatici del passato, rimasti a lungo sepolti, riprendono a vivere a partire dalla memoria di persone che hanno visto, agito, condiviso. E quanto è successo alla vicenda di Placido Cortese, il frate minore conventuale della comunità religiosa dei frati officiatori della Basilica del Santo di Padova che nella tarda mattinata dell’8 ottobre del 1944 scomparve, quasi risucchiato nel nulla.

 

Due persone si presentarono alla portineria del convento e chiesero a fra Stanislao di poter parlare con padre Placido, aggiungendo che avrebbero desiderato incontrarlo, per motivi di riservatezza, appena oltre il sagrato. Una di queste era un certo Mirko, di cui padre Placido si fidava, e così il piccolo frate istriano (era nato a Cherso nel 1907) andò incontro al suo destino. Si parla di una macchina nera sulla quale sarebbe stato spinto da due tipi poco raccomandabili, ripartita subito dopo a gran velocità.

 

Già dal giorno seguente ebbero inizio le ricerche, con una lettera del rettore della basilica — padre Lino Brentari — indirizzata alla Questura di Padova: «Dalle prime ore del pomeriggio di ieri, per cause del tutto ignote, risulta assente dal nostro convento del Santo il p. Placido Cortese, religioso sacerdote dell’Ordine». Parole angosciate che non ebbero mai risposta, anche perché, purtroppo, in quei tragici mesi erano molte le persone che sparivano.

 

Solo cinquant’anni dopo, il 19 aprile 1995, a motivo di una testimonianza raccolta quasi casualmente dalla voce di Adele Lapanje, la vicenda di padre Cortese riemerse dall’oblio. Fu allora che monsignor Vitale Bommarco, anch’egli chersino e vescovo di Gorizia, diede nuovo impeto alla ricerca perché si facesse luce sulla misteriosa fine del confratello. Venne così ricostruita l’attività svolta da padre Cortese negli anni della guerra: oltre a prodigarsi per portare soccorsi ai molti internati, per lo più sloveni, nel campo di prigionia di Chiesanuova, alla periferia di Padova, collaborava con una rete di resistenza — la cui sigla era Fra-Ma, dalle iniziali dei cognomi dei due fondatori: Ezio Franceschini e Concetto Marchesi — che aiutava ebrei, antifascisti e militari alleati a raggiungere in treno, via Milano, la neutrale Svizzera.

 

Tutto si svolgeva in un clima di clandestinità, con parole in codice pronunciate dietro la grata di uno dei confessionali della basilica, quello a fianco dell’altare maggiore: «Padre, c’è una scopa da mandare in Svizzera»; «Di che colore, chiara o scura? Attendi e prega mentre provvedo».

 

Serviva un salvacondotto per far espatriare un fuggiasco, un soldato americano o inglese, o anche un ebreo, e così padre Placido si avviava lentamente verso la tomba del santo che nel lato sinistro era ricoperta di ex voto con un gran numero di fotografie. Ne prendeva alcune, più plausibili, e senza dare nell’occhio le consegnava alla “penitente”. Successivamente queste foto servivano per completare carte d’identità stampate dalla tipografia del «Messaggero di sant’Anto-

nio», di cui padre Cortese era direttore. Tutto andò avanti fino a che il frate non venne catturato con l’inganno e internato nel bunker di piazza Oberdan di Trieste, luogo tristemente famoso per gli interrogatori sotto tortura svolti da membri delle SS.

 

La testimonianza decisiva in proposito venne da Janez Ivo Gregorc, che si trovò anch’egli recluso, per essere interrogato, nello stesso luogo. Aveva solo diciannove anni «Padre Placido — testimoniò — l’avevano bastonato, picchiato; il vestito lacerato e la faccia rigata di sangue. Ho ancora in mente le sue mani deformate e giunte in preghiera».

 

Il celebre pittore sloveno Anton Zoran Music, per un mese prigioniero nelle celle delle torture della Gestapo a Trieste, confidò al compagno Ivo Gregorc: «Mi ricordo che nel bunker di piazza Oberdan c’era un sacerdote, un certo padre Cortese. Erano visibili sul suo corpo i segni delle torture. L’avevano picchiato duramente. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere, la fermezza e la fede di quel piccolo e fragile frate, che non si arrese e non tradì mai».

 

Negli archivi militari londinesi è stata inoltre recuperata la deposizione del sergente Charles Roland Barker, che vide di persona padre Placido nel bunker di piazza Oberdan: «Venne torturato con percosse e flagellazioni, gli furono rotte le gambe, strappate le unghie, bruciati i capelli».

 

Le ultime parole del frate martire — detto anche “il Perlasca col saio” e il “Kolbe italiano” — rivolte a Ivo, sono: «Taci e prega». Un silenzio che Cortese pagò con la vita, salvando molti dall’arresto e da sicura deportazione.

 

A livello diocesano, l’avvio della causa di beatificazione di padre Cortese come martire della carità avvenne il 29 gennaio 2002, a Trieste, con una chiusura simbolica presso la Risiera di San Sabba (luogo più probabile della cremazione del corpo) il 15 ottobre dell’anno successivo. La città di Padova, che gli ha dedicato una via, lo ha inserito nel Giardino dei Giusti inaugurato sei anni fa.

 

Settantanni fa

 

Sabato 15 novembre presso la Basilica del Santo a Padova si tiene una commemorazione di padre Placido Cortese nel settantesimo anniversario della morte. Sono, tra l’altro, previste le testimonianze di Teresa Martini e Majda Mozovec, collaboratrici del padre in quella “catena di salvezza” grazie alla quale furono messi in salvo numerosi perseguitati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

302 – La Voce del Popolo 22/11/14 Rovigno: Kandler e Luciani carteggio di una vita

 

Presentato ieri al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno il volume numero 39 della Collana degli Atti, scritto dal fondatore e direttore dell’istituto, Giovanni Radossi

 

Kandler e Luciani carteggio di una vita

 

testo di Cristina Golojka

 

ROVIGNO

 

E stato presentato ieri al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno il volume intitolato “Il carteggio Pietro Kandler -Tomaso Luciani (1843-1871)”, di Giovanni Radossi, fondatore e direttore dell’istituzione. L’operà fa parte della Collana degli Atti del CRS ed è fondamentale per la storia dei nostri territori. E autore, che da lungo tempo si occupa di corrispondenze epistolari tra personalità illustri della nostra regione, di cui diverse sono state pubblicate proprio sulle riviste degli Atti, ha illustrato nell’occasione i contenuti del volume, stavolta dedicato a un solo carteggio. Il relatore ha presentato i protagonisti e il contesto storico, affiancato dal redattore Marino Budicin e dal membro del comitato redazionale Rino Cigui.

 

L’opera, che ha avuto una notevole risonanza pubblica già nell’ottobre scorso a Trieste, in occasione de “La bancarella – Salone del Libro Adriatico orientale”, contiene la trascrizione di 160 lettere che Kandler e Luciani si scambiarono all’epoca. Come ha sottolineato Budicin, si tratta di due studiosi poliedrici che hanno fatto la storia della cultura istriana del periodo. Budicin ha illustrato inoltre il contesto storico-culturale-politico degli anni che abbracciano la piena età risorgimentale, con da una parte la guerra per l’indipendenza, l’Unità d’Italia e la liberazione del Veneto, e dall’altra la radicalizzazione della scena politica in Istria a partire dalla prima metà del XIX secolo e che visse un’ulteriore svolta nel 1871 con l’istituzione della Dieta Istriana. Kandler, che si occupò soprattutto di archeologia, studiò epigrafi e antichità romane nell’area nord-adriatica e avviò una delle prime riviste in Istria. Una delle sue imprese più importanti fu la pubblicazione della raccolta delle fonti diplomatiche nel Codice Diplomatico Istriano in sei volumi. Tomaso Luciani, nativo di Albona, figura di spicco della politica e degli studi storici ed etnografici deMstria, passò parte della sua vita in Italia dove visitò archivi e biblioteche alla

ricerca di opere e testimonianze sulla penisola istriana.

 

Il carteggio tra queste due figure di spicco durante il quale instaurano un rapporto di profonda amicizia, ebbe inizio il 21 marzo 1843, quando Kandler venne chiamato a dirigere il Museo tergestino di antichità e lo fece per 29 anni, fino alla morte.

 

L’autore del volume ha posto l’accento sull’assidua attività di trascrizione delle lettere pubblicate nel volume, un’attività che lo ha impegnato in maniera molto profonda e intrigante sin dai primissimi anni di vita del Centro, dunque all’inizio degli anni 70 quando visitò l’allora Biblioteca scientifica di Pola, dove erano e sono ancora custoditi i carteggi di una serie di personaggi della seconda metà dell’Ottocento, un fondo che non era segnalato come fonte primaria di studio.

 

“Ebbi fortuna, perché il direttore dell’istituzione, il prof. Mihovil Debeljuh, mi segnalò queste carte. Chiedemmo il permesso di fotocopiarle. Erano una decina di carteggi e per noi fu un grande privilegio poterli trascrivere e pubblicare nelle pagine degli Atti”, ha raccontato Radossi, aggiungendo che si tratta di una testimonianza d’importanza fondamentale.

“Il ponderoso carteggio che Kandler intrattenne con Luciani è molto rilevante, non solo perché rappresenta un documento del risveglio degli studi di storia patria istriana nella seconda metà del XK secolo, ma per il fatto che ci permette di seguire in contemporanea i due studiosi nelle loro più minuziose manifestazioni di operosità. Kandler volle Luciani collaboratore nel Museo di Antichità (1843) e nella redazione della rivista “Dlstria” (1846). Da questo connubio nacque una ricca raccolta di scritti che consentirono studi più approfonditi e contribuirono all’arricchimento culturale e personale dell’albonese, il cui impegno ebbe inizio proprio da quel momento. Kandler lo spronava a cercare e scoprire i monumenti della provincia istriana – in particolare dell’Albonese -, gli faceva svolgere sopralluoghi e verifiche archeologiche, lo informava dei propri studi e progetti e del loro sviluppo. Nel desiderio di vedere compilata la storia dell’Istria, dal canto suo, Luciani non si stancò mai di assecondare Kandler nell’impresa”, sta scritto nell’introduzione del volume.

 

“Le lettere sono piene di informazioni e richiami storici, per cui bisogna essere molto ben informati per evitare interpretazioni errate. Mi sono avvalso pertanto dell’aiuto di egregi collaboratori quali Antonio Miculian, Marino Budicin e altri, e interpellato l’oggi defunto professor Giulio Cervani, studioso per eccellenza di Kandler oltre che cofondatore del Centro e docente dell’Università di Trieste”, ha spiegato Radossi.

 

L’opera conta 450 pagine contenenti un saggio introduttivo, la trascrizione delle 160 lettere del carteggio e di un importante apparato scientifico costituito dalle note esaustive che accompagnano i testi informando chi legge sulle peculiarità geologiche, geotopografiche, toponomastiche e storiografiche delle innumerevoli località richiamate, come anche di notizie biografiche di casati e singoli personaggi. La trascrizione rispetta integralmente il testo originale, con rari interventi volti a facilitare la comprensione dei contenuti.

 

Le pagine del volume sono arricchite da circa una quarantina di illustrazioni d’epoca riportanti vedute del territorio istriano e dalmato ricavate da pubblicazioni di rilievo della seconda metà dell’Ottocento.

 

“Ho fatto questa scelta perché ho voluto riprodurre i paesaggi visti dagli occhi di Kandler. Lo stesso vale per le notizie, ricavate da pubblicazioni dell’epoca, le medesime a cui egli si richiamava. Un punto da segnalare è che Kandler in tutto il carteggio ha sempre parlato di fortilizi, di insediamenti romani e non di castellieri, di cui invece parlò in seguito Luciani il quale, assieme ad altri studiosi, individuò la vera natura di quei conglomerati”, ha aggiunto l’autore.

Il direttore del CRS ha colto l’occasione per ringraziare il Ministero degli Affari Esteri Italiano per il sostegno dato tramite l’Università Popolare di Trieste e l’Unione Italiana, nonché i tipografi che hanno lavorato sotto l’attenta guida del presidente dellTJPT, Fabrizio Somma.

Ha annunciato poi che nei primi mesi del 2015 il volume verrà presentato alla Comunità degli Italiani di Albona, occasione in cui verrà visitata la tomba di Luciani.

 

Il prossimo 5 dicembre alla CI Buie verrà presentato il volume numero 40 della Collana degli Atti, intitolato “Buie, famiglie, abitanti e territorio” di Lucia Moratto Ugussi, unico nel suo genere realizzato in collaborazione con il sodalizio buiese e che si trova attualmente in fase di stampa assieme ad altre tre opere, rispettivamente “Opera omnia“ dello studioso zaratino Giuseppe Praga, divisa in due tomi con oltre duemila pagine e importantissima per il Medioevo della Dalmazia, realizzata con il sostegno della Società Dalmata di Storia, il volume “Memorie di una vita” di Luciano Giuricin, cofondatore dell’istituzione e DAtlante storico dell’Adriatico orientale” curato da Egidio Ivetic in 500 pagine, che comprende una parte narrativa arricchita da 80 riproduzioni di vedute e di edifici e da 150 cartine storiche realizzate al computer e un’altra dedicata alla riproduzione di 120 cartine tratte dalla collezione più importante della nostra produzione storica.

 

 

 

 

303 – La Voce di Romagna 18/11/14 Gli ebrei goriziani e la Romagna

PER UN BREVE PERIODO SI INTRECCIANO LE VICENDE DEI MORPURGO E DEGLI EINHORN

 

Gli ebrei goriziani e la Romagna

 

IL LIBRO di Adonella Cedarmas “La Comunità israelitica di Gorizia 1940-1945” permette di ottenere ulteriori notizie su persone legate al nostro territorio

 

Tra il 18 settembre 1943 e il 29 maggio 1944, a Gorizia vengono arrestate complessivamente 32 persone. Solo una farà ritorno. Altre 16 verranno arrestate nei luoghi dove avevano trovato rifugio. Solo una si salverà, mentre Gaddo Morpurgo verrà fucilato a Forlì. Storie e personaggi ha trattato a più riprese la vicenda di Gaddo e degli altri ebrei trucidati all’aeroporto di Forlì. Attilio Morpurgo, come la maggior parte degli ebrei goriziani, nel periodo della Grande guerra si era distinto come attivo irredentista. Attilio, racconta il pronipote Andrea, era un agiato e intraprendente commerciante, nonché presidente dell’antica Comunità Israelitica goriziana dal 1933 al 1943. Nel 1938, alla promulgazione delle leggi razziali, gli ebrei goriziani erano 155, nel 1943 erano scesi a un’ottantina. A partire dalla promulgazione delle leggi razziali, Attilio si era impegnato a organizzare e a tenere unita l’ormai sconvolta e impaurita Comunità. Le condizioni di vita per gli ebrei di Gorizia si erano fatte subito molto dure. In un’informativa della Questura datata 3 marzo 1939, relativa all’applicazione delle nuove leggi antiebraiche, sulla proprietà della ditta commerciale di Attilio veniva osservato come “Nel consiglio di amministrazione continua a mantenere posizione prevalente lo stesso israelita, che tutti sanno essere comproprietario e dirigente l’azienda e che, pur essendo noto per la capacità e la tenacia nel lavoro, non gode però alcuna considerazione per i modi e perché presenta, con troppa evidenza, tutti i caratteri somatici e spirituali della razza a cui appartiene”. Dopo l’8 settembre, con l’annessione dell’intera Venezia Giulia al Litorale Adriatico e l’inasprimento delle leggi razziali, Attilio decide assieme alla moglie Maria Treves, al figlio Gaddo e alla fedele governante Gina Viterbo, di cercare rifugio nelle Marche, confidando nell’imminente arrivo degli alleati. L’altro figlio, Giulio, era riuscito a raggiungere Roma. Attilio Morpurgo, continua il racconto del pronipote Andrea, all’indomani dell’8 settembre 1943 aveva deciso di scrivere un diario del calvario che stava per iniziare a vivere. I Morpurgo avevano lasciato Gorizia il 9 settembre, in treno, con destinazione Udine, dove avrebbero poi trovato la coincidenza per Venezia. L’obiettivo era quello di raggiungere Ostra Vetere, dove Attilio aveva preso in affitto un appartamento. Attilio non saprà mai che Gaddo era stato fucilato all’aeroporto di Forlì il 5 settembre 1944. Non otterrà mai la restituzione del suo corpo e nessuno lo metterà sulle tracce di quei loculi del cimitero di Forlì, segnati dalla P e dalla X, che ne custodivano le spoglie. La perdita del figlio non sarà l’unico lutto a colpire Attilio. Tornato a Gorizia, apprenderà che le due sorelle erano state deportate e uccise ad Auschwitz, e che anche la Comunità ebraica di Gorizia, di cui aveva a lungo sofferto la lontananza, era stata annientata. Giulio, fratello maggiore di Gaddo, aveva sposato a Fiume il 1° novembre 1938 Renata Einhorn; sarà un matrimonio di breve durata, solo pochi mesi. Renata nel 1943 aveva trovato rifugio assieme ai genitori a Bagnacavallo; verranno deportati tutti e tre  e solo lei riuscirà a sopravvivere agli orrori di Auschwitz. Su Bianca Pincherle è di grande interesse la testimonianza della sorella Nora, nel libro “Ma come amare le viole del pensiero? Dio non c’era a Ravensbruck, a cura di Marco Coslovich. Il capo famiglia Vittorio Pincherle, venuto a mancare prematuramente nel 1931 e sepolto nel cimitero ebraico di Cosala a Fiume, era di origini goriziane. Anche la moglie Sara Paola Bolaffio era di Gorizia; aveva uno zio rabbino, Gerolamo Bolaffio, che diventerà poi rabbino maggiore di Torino. Nora si era trasferita in Francia, dove poi verrà arrestata e deportata. E’ stata liberata a Ravensbruck. Bianca si era brillantemente laureata in chimica a Bologna, ma la mancanza di sbocchi professionali l’aveva spinta a prolungare gli studi in farmacia. Era stata Nora ad aiutare la famiglia composta dalla madre, da Bianca e dal figlio Vittorio fornendo il denaro necessario ad affittare un carro con carrettiere per raggiungere Gorizia, dove si sono sistemati nella casa abbandonata dal fratello di Sara Paola, Giorgio Bolaffio, in corso Vittorio Emanuele III, oggi Italia. Giorgio con la moglie Nella Valobra e i figli Livia e Guido aveva trovato rifugio altrove. Una sera Bianca, tornando a casa aveva scorto sull’ingresso principale le sagome delle SS. Dopo aver rinchiuso la porta, Bianca, la madre e Vittorio avevano raggiunto un bar e solo molto più tardi avevano fatto ritorno a casa. Dopo alcuni giorni i nazisti si erano presentati in casa chiedendo degli effettivi occupanti, la famiglia Bolaffio, Fortunatamente non si erano chiesti chi fossero i nuovi residenti, così si erano ritirati in buon ordine. Resisi conto che Gorizia non era più una città sicura, Sara Paola, Bianca e Vittorio decidono di andarsene, così si stabiliscono in una villetta nei pressi di Udine; l’edificio non è nelle migliori condizioni e viene preso di mira dall’aviazione alleata quasi ogni giorno. Ciò nonostante i tre riescono a superare la guerra indenni e successivamente a ricongiungersi a Nora. Nel 1945 la piccola e decimata Comunità riprenderà l’attività grazie all’88ª Divisione di fanteria degli Usa, che contava tra le sue fila numerosi ebrei, e al suo cappellano militare, il rabbino Nathan A. Barak. Nel 1959, visto l’esiguo numero dei membri, verrà decisa l’aggregazione della Comunità ebraica di Gorizia a quella di Trieste, che già forniva i necessari servizi. Dal 1970 la Comunità di Gorizia, ridotta a poche persone, è una sezione di quella di Trieste. Nel suo libro Adonella Cedarmas cita la relazione di un anonimo che riferisce di aver incontrato la maestra Sara Luzzatto, meglio conosciuto come Rina, che verrà poi arrestata e deportata senza ritorno, che dichiara l’interessamento dell’Arcivescovo Carlo Margotti a favore degli ebrei. Storie e personaggi a più riprese ha parlato delle vicende del prelato, romagnolo di Alfonsine. Cedarmas per quanto riguarda l’Arcivescovo riporta i contenuti di due lettere. La prima è dell’Ordinariato arcivescovile al prefetto di Gorizia Pace perché vengano salvaguardati dall’internamento almeno gli ebrei più anziani o ammalati gravi. La seconda, inviata verso la fine di novembre 1943, viene dal Vaticano, porta la firma del Vescovo titolare di Pionia Alessandro Evreino, ed è indirizzata a monsignor Margotti per le ricerche dei deportati. Cedarmas ritiene che l’Arcivescovo non fosse al corrente che i deportati erano già stati trasferiti nei lager nazisti e soprattutto dell’assoluta impotenza delle autorità italiane verso l’occupante tedesco.

 

Aldo Viroli

 

Quando si svolgono i fatti

Dall’emanazione delle leggi razziali al 1945

Il libro “La Comunità israelitica di Gorizia. 1940-1945” di Adonella Cedarmas, pubblicato nel 1999 dall’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, offre l’opportunità per ricordare le vicende di due famiglie che si intrecciano nel periodo delle persecuzione razziali. Renata Einhorn, fiumana e rifugiata a Bagnacavallo, deportata assieme ai genitori che purtroppo non hanno fatto ritorno, aveva sposato nel novembre 1938 il goriziano Giulio Morpurgo, fratello di Gaddo, una delle vittime della strage dell’aeroporto di Forlì del settembre 1944. Sarà un matrimonio di breve durata. A Gorizia nel 1938 viveva Bianca Pincherle, di famiglia fiumana, laureata a Bologna, che nel 1935 a Riccione aveva dato alla luce un figlio, Vittorio. La donna, che nel dopoguerra si era stabilita in provincia di Gorizia, era laureata all’Università di Bologna. Il libro di Adonella Cedarmas permette di incontrare anche Adriana Dell’Amore di Cesena, nata a Cesena il 16 ottobre 1910, figlia di Urbano e di Emma Iacchia. La donna, sposata con “un ariano” nel 1940 si era trasferita da Gorizia a Cormons. La piccola Comunità di Gorizia, in quel drammatico periodo presieduta da Donato Moisè Attilio Morpurgo, padre di Gaddo e Giulio, ha pagato un tributo pesantissimo.

 

 

304 – La Voce del Popolo 22/11/14 Marino Bonifacio e il destino dei nomi

 

CONTRIBUTI DAL CANADA

 

Marino Bonifacio e il destino dei nomi

 

di Claudio Antonelli

 

Vi è uno studioso che svolge da anni un lavoro prezioso^ per noi giuliano-dalmati. È l’esule piranese Marino Bonifacio, studioso di onomastica ossia dei nostri cognomi, ma anche dei nostri dialetti, che vive e opera a Trieste. Le sue qualità professionali sono considerevoli: serietà e dedizione, varietà ed importanza delle fonti da lui consultate e ricchezza di opere prodotte. Ritengo che, verso di lui, noi istriani, fiumani e dalmati abbiamo un grande debito di riconoscenza. Anche se non glielo esprimiamo spesso… Scrivendo di Bonifacio è doveroso poi menzionare la studiosa Ondina Lusa (Benedetti), con cui egli lavora in tandem assai spesso (ad esempio: “Le perle del nostro dialetto”). Sono stato due volte a Trieste nel suo incredibile appartamento-laboratorio disseminato di alte pile di “documenti- riviste-libri”, e ho potuto parlare con lui a lungo. Ho ricevuto un’impressione indimenticabile da questi incontri, per le grandi qualità umane di questo studioso: autenticità, mitezza, sensibilità, congiunte a un sorprendente spirito gioioso quasi fanciullesco, il “morbin” come diciamo noi.

 

Non penso sia inutile mettere in evidenza un’altra qualità presente in Bonifacio che normalmente andrebbe sottaciuta, parlando noi di uno studioso e non di un militante o di un propagandista: Bonifacio è senza odi per l’Altro, di cui conosce però lo spirito guerriero e l’implacabilità. Questa sua qualità merita nondimeno che la si rilevi, dato che i suoi studi – i cognomi, la lingua, la storia – sono collegati alle identità complesse e tormentate, perché nei secoli conflittuali, di quelle terre oggi slave.

 

Ma Marino Bonifacio è estraneo al sentimento tribale, guerriero, da regolamento di conti: il sentimento “balcanico” in cui i nostri vicini dell’Est eccellono. Infatti, in relazione al passato italiano di quelle terre a noi così care, i maestri di etnocentrismo slavo si rivelano inesauribili nelle fabulazioni storico-geografiche, dando versioni taroccate del nostro comune passato sfioranti spesso l’assurdo e il grottesco.

 

Dagli articoli e libri di Bonifacio traluce – e come potrebbe non essere? – il desiderio del ritorno ideale in un terra dalla quale la sua famiglia fu costretta ad andarsene – “a causa delle continue persecuzioni del regime jugoslavo sugli italiani della Zona B” (Bonifacio intervistato da Carmen Palazzolo Debianchi). E come lui e la sua famiglia tantissimi di noi fummo costretti all’esodo…

 

Nelle sue opere, frutto di una ricerca scientifica condotta da studioso disincantato, palpita silenziosa un’ansia di ricongiungimento a quel mondo perduto. Ad esso inesorabilmente ci riportano i nostri cognomi, la nostra lingua, il ricordo dei nostri cari, la nostra storia…

 

E grazie a Marino Bonifacio -questo ex navigante divenuto da studioso autodidatta una vera autorità nel complesso campo di studi dell’onomastica e della dialettologia – nomi, parole, accenti, suoni tornano a farci udire la loro antica voce.

 

“Io penso che ogni popolo cacciato dalla propria terra e disperso per il mondo ha il dovere di reagire onde spiegare a sé stesso e al popolo che l’ha cacciato e sostituito in un dato territorio qual è la propria storia e la propria identità storica. ” (Bonifacio intervistato da Carmen Palazzolo Debianchi).

È stato proprio grazie a una sua documentata analisi, che io -permettetemi questa digressione personale – nato a Pisino da Gioconda Bresciani, figlia di Giusto Bresciani e Rosa Berton, e da Mario Antonelli, figlio di Matteo Antonaz e Vittoria Zanello, ho potuto sapere sul nome “Zanello” qualcosa che ignoravo e di cui oggi sono intimamente molto fiero. La storia dei cognomi dellTstria ci dice che gli Zanello, italiani di nome e di fatto, risultano essere stati residenti di Pisino per centinaia d’anni.

 

Anche da questo minuscolo particolare, che per me è grande, appare smentita la vulgata slava antitaliana, accreditata da tanti nello Stivale, secondo la quale l’Istria è terra da sempre slava.

Ma cosa volete, coloro che hanno slavizzato persino Marco Polo e un’infinità di altri personaggi vogliono tenere infoibata la nostra storia, aiutati dall’ignoranza, dall’indifferenza e dalla beata esterofilia degli “italioti”.

“Nomina sunt omina”: non solo i nomi dei luoghi, ossia delle nostre località di nascita, ma i nostri stessi cognomi. Sì, anche i nostri cognomi, carta d’identità del nostro passato, recano un destino tormentato, e mutevole perché hanno conosciuto, talvolta, variazioni.

Marino Bonifacio ci conduce lungo i sentieri dolci e insieme dolorosi delle certezze perdute. Con le sue ricerche su nomi, parole, suoni, e momenti della storia della dura terra dei Balcani, egli conforta la nostra tenace fedeltà alle memorie che pur si assottigliano, e anche spariscono con la scomparsa di tanti di noi. Ma il contributo che questo studioso dà alla nostra storia – “Scripta manent” -fortunatamente rimarrà.

 

“I cognomi e i dialetti sono strettamente intercollegati, gli uni dipendenti dagli altri, complementari, essendo il cognome e il dialetto le parti più intime di ogni essere umano, i due elementi-base che determinano l’identità storica di ogni individuo”. (Bonifacio intervistato da Carmen Palazzolo Debianchi). Una cosa è da mettere in chiaro: Bonifacio non è un sostenitore del criterio “biologico” quale identificatore del legame che collega un individuo al gruppo e alla Nazione. Anch’io considero che a stabilire la nostra più profonda appartenenza sono la cultura, l’amore, e la solidarietà che dà il senso del destino collettivo all’interno di un ampio gruppo al quale ci lega un insieme di fattori culturali tra cui primeggia la lingua. Mentre invece sono svaniti nei secoli gli antichi legami di sangue con il ceppo originario, che del resto è difficile da determinare in maniera univoca a causa dei vari apporti interetnici avvenuti nel corso dei secoli.

 

Sì, i nomi mostrano che noi di cultura e accesa passione italiana originari di quelle terre, anche se non desideriamo essere considerati “slavi” semplicemente perché non siamo slavi, non siamo poi “semplicisticamente” italiani perché, in diversi casi, nel nostro ceppo sono confluiti, nel passato, svariati contributi etnici. Ma quest’ultimo è del resto un fenomeno diffuso in tutta Italia.

Il culto della mitica purezza del proprio sangue noi lo lasciamo tranquillamente agli adepti di un vergognoso tribalismo razziale.

 

I nostri cognomi sono da taluni forzosamente innalzati a rivelatore d’identità. Ma il cognome non è una bandiera. Nella penisola, vedi ad esempio il Veneto e il Friuli, i nomi terminanti in consonante non mancano di certo. La lingua, la cultura, l’anima, l’amore, la storia, il passato sono invece una bandiera.

 

E negli anni i nomi subiscono cambiamenti, soprattutto nelle aree di frontiera. Mi viene in mente il cognome di un mio amico istriano di Montréal, restato inalterato per lui ma che è stato “slavizzato” per il fratello e i figli di quest’ultimo rimasti dopo la guerra in Istria, dove anche la loro località di nascita è ormai designata sulle carte geografiche solo col nome slavo. E, beninteso, il contrario si verificò per tanti di noi che avevamo il cognome terminante in consonante; cognome che in certi casi durante il fascismo fu “italianizzato”, anche forzosamente ossia senza l’accordo degli interessati. Decisione stupida ed ingiusta. Molto lontana però, per efficacia, dalle azioni dei comunisti-nazionalisti jugoslavi che anni dopo riusciranno a far andare via da quelle terre gli italiani, senza inutili distinzioni, ossia senza distinguere tra coloro che avevano un nome terminante in vocale e quelli il cui nome finiva invece in consonante.

 

Io conservo ancora, a dispetto di un trapianto oltreoceano e di tanti inutili traslochi, un dizionarietto di tedesco su cui mio padre da bambino scrisse il suo nome così come era allora: “Mario Antonaz”. Un “Antonaz” che non molti anni dopo venne cambiato in Antonelli. A mio nonno – “Matteo Antonaz” -fu imposta una semplice scelta: Antonacci o Antonelli. E lui e la sua famiglia scelsero Antonelli. Gherbetz divenne Gherbetti. Dorcich fu cambiato in Donni. E così fu per tanti altri nomi.

 

Marino Bonifacio mi ha ragguagliato anche sulla probabile provenienza, e gli erramenti geografici, di questo mio cognome – Antonaz – che non porto più, ma al quale mi è impossibile, nell’intimo, rinunciare. Vi sono momenti che resteranno per sempre in noi. Ecco, rivedo mio padre che a Napoli, accingendomi io ad andare per la prima volta a Pisino – anzi a ritornarvi, perché di lì ero venuto via appena infante tanti ma tanti anni prima -tracciò a capo chino, sprofondato nel passato, uno schizzo dei luoghi con la casa “dove tu sei nato, Claudio”. E il muro dell’”Orto dei frati”, e il campanile, e il castello e la Foiba… E altre cose che assolutamente avrei dovuto vedere, inclusa beninteso, al cimitero, “la tomba di tuo nonno”. Mio nonno, Matteo Antonaz, divenuto Antonelli, ma ritornato ‘Antonaz” sulla stele funeraria in cimitero. Tomba che oggi non esiste più. Non esistono più, da tempo ormai, gli Antonaz della mia famiglia. Oggi esistono solo gli Antonelli, anzi quasi non sono più neppure loro, perché in avanti con gli anni e senza veri eredi… Ma che cercano e trovano, grazie a Marino Bonifacio, gli sbiaditi, dolorosi percorsi di una famiglia, di un ceppo, di una cultura… Di un mondo che fino alla fine li possederà.

 

 

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

 

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