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TRAFFICKING SITUATION IN THE WESTERN BALKANS: L’AMBASCIATORE CORRIAS AL PARLAMENTO BOSNIACO PER LA CHIUSURA DEL PROGETTO IOM

September 23, 2014

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SARAJEVO\ aise\ – “La lotta al traffico di esseri umani è un capitolo fondamentale del percorso di integrazione europea che i Balcani stanno compiendo. Con il progetto dell’IOM, co-finanziato dall’Italia, compiamo un primo passo in questa direzione”. È quanto dichiarato dall’Ambasciatore d’Italia in Bosnia Erzegovina, Ruggero Corrias, in occasione della chiusura del progetto IOM “Need […]

L’ITALIA PARTECIPA ALL’ESERCITAZIONE MULTINAZIONALE DI DECANI IN KOSOVO

September 23, 2014

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PRISTINA\ aise\ – I militari del Multinational Battle Group-West (MNBG-W), Comando a guida italiana responsabile della protezione del Monastero di Visoki Decani in Kosovo, hanno appena concluso un’esercitazione volta a verificare la capacità di comando e controllo, le procedure di coordinamento nonché la prontezza operativa e l’efficienza del personale. Lo scenario ipotizzato prevedeva che i […]

LA VOCE DEL POPOLO (CROAZIA)/ “TORNAR” A PIEMONTE D’ISTRIA, UNO DEI SIMBOLI DELL’ESODO – di Ilaria Rocchi

September 23, 2014

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FIUME\ aise\ – “È stato quasi come se le tante anime dell’Istria si fossero ricomposte a Piemonte d’Istria in un simbolico ritorno-incontro di italiani, istriani esuli e rimasti. Chi in pullman organizzato, chi singolarmente, da tutte le parti della penisola, da Trieste e dintorni, da altre parti d’Italia, persino da Roma… Nessuno ha voluto mancare […]

RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 920 – 15 SETTEMBRE 2014

September 15, 2014

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a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri   920 – 15 Settembre 2014                                                       Sommario         256 – Avvenire 09/09/14 Dalmazia: Zara, l’asilo italiano di esuli e rimasti che piace ai croati (Lucia Bellaspiga) 257 – La Voce del Popolo  13/09/14 Sostegno all’asilo di Zara (Ilaria […]

Selvaggia Lucarelli 5 agosto · Per raccontarvi le mie vacanze di quest’anno e il perché proprio li’, devo partire da lontano. Dal 1991. L’anno in cui feci un viaggio tra Montenegro e Dalmazia con i miei genitori. Un viaggio bellissimo tra Budva, Sveti Stefan, Dubrovnik, bocche di Cattaro, Cetinje. Avevo 17 anni e io li’ con i miei genitori non ci volevo andare. I miei amici erano in vacanza in Italia e in posti che mi sembravano più divertenti e avevo protestato vivacemente. 23 anni fa il Montenegro per la maggioranza degli italiani era un amaro o forse una cima poco conosciuta. Oggi a Budva ci comprano casa le star americane e i russi. Il 1991, non potevo saperlo, non era un anno qualunque per la ex Jugoslavia. Ma non eravamo io e i miei 17 anni a essere ignoranti. Lo era quasi tutto il mondo. Lo erano i miei genitori che pure sono persone di cultura, mica sprovveduti. Nel luglio del 1991 stava per scoppiare una delle guerre più oscene della storia recente. E non solo recente. Il mondo era distratto o forse solo incapace di leggere la complessità storica di quel paese, il miscuglio di razze, il miracolo della pace, artificiale, compiuto da Tito, il pericolo rappresentato da Milosevic, l’onda nazionalista che stava montando. Ricordo che appena scesi dal traghetto a Bar, una piccola cittadina vicino Budva, ci fermammo in un supermercato per comprare del pane prima di raggiungere il nostro villaggio vacanze. Li’ ho imparato la prima lezione. L’odore della guerra imminente si respira nei supermercati. Davanti ai nostri occhi si paro’ davanti uno spettacolo deprimente: scaffali completamente vuoti, qualche commesso che si aggirava per il supermercato come un fantasma, un uomo anziano dietro a un banco frigo su cui era esposto in grosso pezzo di carne violacea ricoperta di mosche. Eravamo basiti. Non capivamo. Uscimmo da li’ con l’unica cosa che trovammo in uno scaffale solitario: un pacco di wafer alla crema sbriciolati come se sopra ci fosse passato sopra un cingolato. Il villaggio era spartano, gigantesco, pieno di tedeschi, neanche un italiano. Il clima era spensierato e allegro come in un qualsiasi posto di vacanza a luglio, ma quello che avevamo visto al supermercato era quello che più o meno ci aspettava anche li’. Gli unici posti in cui si trovava del cibo nel villaggio erano una pasticceria che aveva solo delle paste bianchicce poco invitanti e una specie di chioschetto sulla spiaggia che cuoceva della carne macinata dall’aspetto ripugnante. Dopo 2 giorni di fame , nessuno si chiedeva più cosa ci fosse di macinato li’ dentro ma io il sospetto di aver mangiato qualche animale domestico ce l’ho ancora. C’era un tizio che si aggirava con un pentolone pieno d’acqua, un’acqua torbida e piena di insetti che ci galleggiavano, in cui se ne stavano a mollo delle pannocchie di mais. Finimmo per mangiarci anche quelle. E finimmo anche a letto tutti quanti con un’allegra dissenteria. Fuori c’erano i ristoranti, da qualche parte si mangiava un po’ di pesce. L’alternativa erano delle pizze gialle, cucinate con la farina di mais, che a noi sembravano una cena da Cracco. Vi racconto questo, non perché rischiammo di morire di fame o perché fu chissà quale disagio. Ve lo racconto perché per noi, inizialmente, fu l’unico segnale strano. L’unico indizio di una qualche anomalia di cui ci sfuggiva il senso. Poi cominciammo ad andare in spiaggia, in quelle spiagge meravigliose del Montenegro, e dopo qualche giorno iniziarono ad accadere fatti surreali. Famiglie, ragazzi, signore, una volta capito che eravamo italiani, si avvicinavano al nostro ombrellone e cominciavano a familiarizzare. Venivano da città diverse che all’epoca erano città di quel paese che ancora per poco si sarebbe chiamato Jugoslavia. La faccenda bizzarra e’ che non volevano fare amicizia o scambiare due chiacchiere. No. I ragazzi volevano sposarmi. I genitori dei ragazzi volevano che sposassi il loro figlio. Signori distinti ci chiedevano di aiutarli a venire in Italia a lavorare. Persone perbene, anche benestanti, mica brutti ceffi. Persone che mai, apertamente, pronunciarono la parola “guerra”. Noi, in quei 20 giorni, non sentimmo mai dire a nessuno che aveva paura, che stava per accadere qualcosa di spaventoso, che voleva scappare. Noi, infatti, all’inizio non capimmo. Trovammo tutto molto buffo. Ragazzini di 18, 19 anni che giocavano mezz’ora a racchettoni con me e che dopo due giorni si presentavano con i genitori per chiedermi in moglie. Che mi chiedevano di venire con me in Italia . Ricordo un ragazzino alto e secchissimo di Novisad. Ricordo Sale, biondo e bellissimo, di Sarajevo. Ricordo il figlio di un dentista, un ragazzo bosniaco colto e brillante, che voleva convincermi di essere la ragazza della sua vita. Ricordo suo padre, un signore distinto, che sotto l’ombrellone quasi implorava i miei genitori di aiutarlo a trovare un lavoro in qualche studio dentistico. Cominciammo a capire. Ero un’adolescente carina, si’, ma non così carina da provocare simili turbamenti. Quella gente voleva scappare da qualcosa. I giorni passarono, Dubrovnik era piena di stranieri, ricordo che quando arrivai lì dopo un lungo viaggio in macchina, pensai che fosse la città più bella che avessi mai visto. Poi tornammo a Budva. Io mi trovai un fidanzatino. Si chiamava Milos, aveva 17 anni ed era di Belgrado. Milos Rakic. Diceva di giocare a calcio nella primavera della Stella Rossa. Io parlavo male l’inglese, ma lui era un ragazzino gentile e simpatico e ci capivamo con molti sorrisi, molta pazienza e qualche bacio. Non voleva sposarmi. Ai miei non piaceva. “Proprio con un serbo!”, diceva mia mamma scherzando. Io del serbo mi ero innamorata perdutamente. Lui non mi disse mai nulla delle cose strane che notavo intorno a me e io non domandai nulla. Avevo quasi 17 anni e la parola guerra non faceva parte del mio vocabolario. Quando ripartii fu una tragedia. Ricordo il viaggio in traghetto per Bari. Sul cuscino di quella cabina angusta piansi tutte le lacrime di un’adolescente media. Avevo il suo indirizzo. Mi ricordo ancora. Milos Rakic, Svetolika Rankolica.. E non so cosa. Belgrado. Ci scrivemmo. Lui mi chiamava a casa ma io mi vergognavo di parlargli al telefono perché il mio inglese senza i sorrisi e i baci a riempire i silenzi e i momenti in cui proprio non ci capivamo, mi imbarazzava. Dicevo a mia mamma di dire che ero fuori. Una volta, tornata da scuola, il Tg parlo’ di Vukovar. Parlo’ di guerra in Jugoslavia, anche se già ad agosto, ad appena un mese dal nostro ritorno in Italia, i giornali raccontavano una situazione tesa in Croazia, che già aveva tentato la strada dell’indipendenza. A ottobre, nei fatti, inizio’ la guerra. Scrissi una lettera a Milos chiedendogli di spiegarmi cosa stesse accadendo nel suo paese. Milos era serbo e la Serbia, spinta dalla follia di Milosevic, aveva appena iniziato quella che poi divenne una guerra orribile tra genocidi, massacri, stupri e pulizia etnica. Gli dissi che ero preoccupata. La sua risposta mi gelo’. “Sono cose troppo complicate perché tu possa capirle, mi spiace”. Io ci rimasi male. Sentii che avevo fatto la domanda sbagliata. O che forse Milos non era più il ragazzo spensierato che avevo conosciuto su una spiaggia di Budva. Poi ci fu il bombardamento di Dubrovnik, la città più bella che avessi mai visto. Io e i miei guardavamo le immagini in tv e mettevamo insieme i pezzi. Il dentista. Le proposte di matrimonio. Gli scaffali vuoti. Loro sapevano. Sapevano che li’ la guerra non solo sarebbe arrivata, ma che avrebbe trasformato in nemico il proprio vicino di casa. Che da li’ bisognava solo scappare. Che l’orrore era alle porte. Milos smise di scrivermi e io di aspettare sue lettere. Poi mi fidanzai. Ma per anni, guardando le immagini di Sarajevo, la strage al mercato, le fosse comuni di Srebrenica e infine i bombardamenti su Belgrado, io pensai sempre a quel ragazzino gentile. Serbo. Mi sono sempre chiesta che fine avessero fatto lui, il ragazzo di Novisad, il figlio del dentista, Sale il bello. Ho pensato che forse non erano neanche più Milos e Sale ma il serbo e il bosniaco. Chissà se loro erano ancora convinti di essere due amici che avevano giocato a pallone su una spiaggia o avevano finito per spararsi addosso. Non l’ho mai saputo e mai lo saprò. Negli anni ho provato a cercare Milos sui social ma Milos Rakic in Serbia e’ come dire Mario Rossi In Italia. E allora amici, da qui parte il mio viaggio che inizia oggi. Da lontano, come avrete capito se avete avuto la pazienza di leggere questa lunga storia, che ho dovuto anche riassumere perché era piena di particolari che si sono svelati col tempo. Di quella guerra so tutto. Negli anni ho studiato. Ho visto servizi, film, documentari. Ho perfino scovato su youtube un video in cui la Gabanelli , in piena guerra, si fece portare in macchina da Arkan, lo spietato Arkan, in un luogo in cui furono massacrati decine di bambini. Una Gabanelli sconvolta. (Che poi forse erano stati massacrati dallo stesso Arkan per ragioni di propaganda, oppure dai musulmani, come le racconto’ lui, chissà) . Non ho mai smesso di informarmi. E allora quest’estate ho detto a Leon “Andiamo!”. Lui è scettico perché è piccolo ed è giusto che ora non capisca, come non capii io all’epoca. Dice che quando gli chiedono dove andiamo in vacanza non si ricorda mai il nome del posto. Ma sono certa che quando saremo li’ e ascolterà questa storia e vedrà Mostar e quel ponte e Sarajevo, il tunnel della memoria e tutto quello che quei posti vorranno raccontarci, qualcosa dentro gli rimarra’. E quel qualcosa non è la guerra. E’ , spero, la rinascita. E’ il costruire sopra le macerie. Vedremo Sarajevo viva, durante i giorni del festival del cinema e Mostar con i ragazzi che faranno i tuffi da quel ponte. Quel ponte bombardato e poi ricostruito, che divenne un simbolo di quella guerra infame. Vedremo posti che sono rinati dopo tanta sofferenza e li vedro’ senza nostalgia dei mari cristallini per cui ci sarà tempo (anche un po’ di tempo a Spalato tra uno spostamento e un altro) e molte altre estati. E’ un regalo, questo, che mi faccio. Un regalo a Milos che mi disse “non puoi capire” e aveva ragione. Un regalo a quella gente che veniva a chiederci aiuto sotto l’ombrellone e che noi non potemmo aiutare. Un regalo a Leon, che un giorno forse capirà, come ho capito io dopo tanti anni e qualche mugugno di troppo. Un regalo alla vita. Buone vacanze amici. Noi qui non mancheremo di tenervi aggiornati. Fate un tuffo anche per noi! Selvaggia Lucarelli 5 agosto · Per raccontarvi le mie vacanze di quest’anno e il perché proprio li’, devo partire da lontano. Dal 1991. L’anno in cui feci un viaggio tra Montenegro e Dalmazia con i miei genitori. Un viaggio bellissimo tra Budva, Sveti Stefan, Dubrovnik, bocche di Cattaro, Cetinje. Avevo 17 anni e io li’ con i miei genitori non ci volevo andare. I miei amici erano in vacanza in Italia e in posti che mi sembravano più divertenti e avevo protestato vivacemente. 23 anni fa il Montenegro per la maggioranza degli italiani era un amaro o forse una cima poco conosciuta. Oggi a Budva ci comprano casa le star americane e i russi. Il 1991, non potevo saperlo, non era un anno qualunque per la ex Jugoslavia. Ma non eravamo io e i miei 17 anni a essere ignoranti. Lo era quasi tutto il mondo. Lo erano i miei genitori che pure sono persone di cultura, mica sprovveduti. Nel luglio del 1991 stava per scoppiare una delle guerre più oscene della storia recente. E non solo recente. Il mondo era distratto o forse solo incapace di leggere la complessità storica di quel paese, il miscuglio di razze, il miracolo della pace, artificiale, compiuto da Tito, il pericolo rappresentato da Milosevic, l’onda nazionalista che stava montando. Ricordo che appena scesi dal traghetto a Bar, una piccola cittadina vicino Budva, ci fermammo in un supermercato per comprare del pane prima di raggiungere il nostro villaggio vacanze. Li’ ho imparato la prima lezione. L’odore della guerra imminente si respira nei supermercati. Davanti ai nostri occhi si paro’ davanti uno spettacolo deprimente: scaffali completamente vuoti, qualche commesso che si aggirava per il supermercato come un fantasma, un uomo anziano dietro a un banco frigo su cui era esposto in grosso pezzo di carne violacea ricoperta di mosche. Eravamo basiti. Non capivamo. Uscimmo da li’ con l’unica cosa che trovammo in uno scaffale solitario: un pacco di wafer alla crema sbriciolati come se sopra ci fosse passato sopra un cingolato. Il villaggio era spartano, gigantesco, pieno di tedeschi, neanche un italiano. Il clima era spensierato e allegro come in un qualsiasi posto di vacanza a luglio, ma quello che avevamo visto al supermercato era quello che più o meno ci aspettava anche li’. Gli unici posti in cui si trovava del cibo nel villaggio erano una pasticceria che aveva solo delle paste bianchicce poco invitanti e una specie di chioschetto sulla spiaggia che cuoceva della carne macinata dall’aspetto ripugnante. Dopo 2 giorni di fame , nessuno si chiedeva più cosa ci fosse di macinato li’ dentro ma io il sospetto di aver mangiato qualche animale domestico ce l’ho ancora. C’era un tizio che si aggirava con un pentolone pieno d’acqua, un’acqua torbida e piena di insetti che ci galleggiavano, in cui se ne stavano a mollo delle pannocchie di mais. Finimmo per mangiarci anche quelle. E finimmo anche a letto tutti quanti con un’allegra dissenteria. Fuori c’erano i ristoranti, da qualche parte si mangiava un po’ di pesce. L’alternativa erano delle pizze gialle, cucinate con la farina di mais, che a noi sembravano una cena da Cracco. Vi racconto questo, non perché rischiammo di morire di fame o perché fu chissà quale disagio. Ve lo racconto perché per noi, inizialmente, fu l’unico segnale strano. L’unico indizio di una qualche anomalia di cui ci sfuggiva il senso. Poi cominciammo ad andare in spiaggia, in quelle spiagge meravigliose del Montenegro, e dopo qualche giorno iniziarono ad accadere fatti surreali. Famiglie, ragazzi, signore, una volta capito che eravamo italiani, si avvicinavano al nostro ombrellone e cominciavano a familiarizzare. Venivano da città diverse che all’epoca erano città di quel paese che ancora per poco si sarebbe chiamato Jugoslavia. La faccenda bizzarra e’ che non volevano fare amicizia o scambiare due chiacchiere. No. I ragazzi volevano sposarmi. I genitori dei ragazzi volevano che sposassi il loro figlio. Signori distinti ci chiedevano di aiutarli a venire in Italia a lavorare. Persone perbene, anche benestanti, mica brutti ceffi. Persone che mai, apertamente, pronunciarono la parola “guerra”. Noi, in quei 20 giorni, non sentimmo mai dire a nessuno che aveva paura, che stava per accadere qualcosa di spaventoso, che voleva scappare. Noi, infatti, all’inizio non capimmo. Trovammo tutto molto buffo. Ragazzini di 18, 19 anni che giocavano mezz’ora a racchettoni con me e che dopo due giorni si presentavano con i genitori per chiedermi in moglie. Che mi chiedevano di venire con me in Italia . Ricordo un ragazzino alto e secchissimo di Novisad. Ricordo Sale, biondo e bellissimo, di Sarajevo. Ricordo il figlio di un dentista, un ragazzo bosniaco colto e brillante, che voleva convincermi di essere la ragazza della sua vita. Ricordo suo padre, un signore distinto, che sotto l’ombrellone quasi implorava i miei genitori di aiutarlo a trovare un lavoro in qualche studio dentistico. Cominciammo a capire. Ero un’adolescente carina, si’, ma non così carina da provocare simili turbamenti. Quella gente voleva scappare da qualcosa. I giorni passarono, Dubrovnik era piena di stranieri, ricordo che quando arrivai lì dopo un lungo viaggio in macchina, pensai che fosse la città più bella che avessi mai visto. Poi tornammo a Budva. Io mi trovai un fidanzatino. Si chiamava Milos, aveva 17 anni ed era di Belgrado. Milos Rakic. Diceva di giocare a calcio nella primavera della Stella Rossa. Io parlavo male l’inglese, ma lui era un ragazzino gentile e simpatico e ci capivamo con molti sorrisi, molta pazienza e qualche bacio. Non voleva sposarmi. Ai miei non piaceva. “Proprio con un serbo!”, diceva mia mamma scherzando. Io del serbo mi ero innamorata perdutamente. Lui non mi disse mai nulla delle cose strane che notavo intorno a me e io non domandai nulla. Avevo quasi 17 anni e la parola guerra non faceva parte del mio vocabolario. Quando ripartii fu una tragedia. Ricordo il viaggio in traghetto per Bari. Sul cuscino di quella cabina angusta piansi tutte le lacrime di un’adolescente media. Avevo il suo indirizzo. Mi ricordo ancora. Milos Rakic, Svetolika Rankolica.. E non so cosa. Belgrado. Ci scrivemmo. Lui mi chiamava a casa ma io mi vergognavo di parlargli al telefono perché il mio inglese senza i sorrisi e i baci a riempire i silenzi e i momenti in cui proprio non ci capivamo, mi imbarazzava. Dicevo a mia mamma di dire che ero fuori. Una volta, tornata da scuola, il Tg parlo’ di Vukovar. Parlo’ di guerra in Jugoslavia, anche se già ad agosto, ad appena un mese dal nostro ritorno in Italia, i giornali raccontavano una situazione tesa in Croazia, che già aveva tentato la strada dell’indipendenza. A ottobre, nei fatti, inizio’ la guerra. Scrissi una lettera a Milos chiedendogli di spiegarmi cosa stesse accadendo nel suo paese. Milos era serbo e la Serbia, spinta dalla follia di Milosevic, aveva appena iniziato quella che poi divenne una guerra orribile tra genocidi, massacri, stupri e pulizia etnica. Gli dissi che ero preoccupata. La sua risposta mi gelo’. “Sono cose troppo complicate perché tu possa capirle, mi spiace”. Io ci rimasi male. Sentii che avevo fatto la domanda sbagliata. O che forse Milos non era più il ragazzo spensierato che avevo conosciuto su una spiaggia di Budva. Poi ci fu il bombardamento di Dubrovnik, la città più bella che avessi mai visto. Io e i miei guardavamo le immagini in tv e mettevamo insieme i pezzi. Il dentista. Le proposte di matrimonio. Gli scaffali vuoti. Loro sapevano. Sapevano che li’ la guerra non solo sarebbe arrivata, ma che avrebbe trasformato in nemico il proprio vicino di casa. Che da li’ bisognava solo scappare. Che l’orrore era alle porte. Milos smise di scrivermi e io di aspettare sue lettere. Poi mi fidanzai. Ma per anni, guardando le immagini di Sarajevo, la strage al mercato, le fosse comuni di Srebrenica e infine i bombardamenti su Belgrado, io pensai sempre a quel ragazzino gentile. Serbo. Mi sono sempre chiesta che fine avessero fatto lui, il ragazzo di Novisad, il figlio del dentista, Sale il bello. Ho pensato che forse non erano neanche più Milos e Sale ma il serbo e il bosniaco. Chissà se loro erano ancora convinti di essere due amici che avevano giocato a pallone su una spiaggia o avevano finito per spararsi addosso. Non l’ho mai saputo e mai lo saprò. Negli anni ho provato a cercare Milos sui social ma Milos Rakic in Serbia e’ come dire Mario Rossi In Italia. E allora amici, da qui parte il mio viaggio che inizia oggi. Da lontano, come avrete capito se avete avuto la pazienza di leggere questa lunga storia, che ho dovuto anche riassumere perché era piena di particolari che si sono svelati col tempo. Di quella guerra so tutto. Negli anni ho studiato. Ho visto servizi, film, documentari. Ho perfino scovato su youtube un video in cui la Gabanelli , in piena guerra, si fece portare in macchina da Arkan, lo spietato Arkan, in un luogo in cui furono massacrati decine di bambini. Una Gabanelli sconvolta. (Che poi forse erano stati massacrati dallo stesso Arkan per ragioni di propaganda, oppure dai musulmani, come le racconto’ lui, chissà) . Non ho mai smesso di informarmi. E allora quest’estate ho detto a Leon “Andiamo!”. Lui è scettico perché è piccolo ed è giusto che ora non capisca, come non capii io all’epoca. Dice che quando gli chiedono dove andiamo in vacanza non si ricorda mai il nome del posto. Ma sono certa che quando saremo li’ e ascolterà questa storia e vedrà Mostar e quel ponte e Sarajevo, il tunnel della memoria e tutto quello che quei posti vorranno raccontarci, qualcosa dentro gli rimarra’. E quel qualcosa non è la guerra. E’ , spero, la rinascita. E’ il costruire sopra le macerie. Vedremo Sarajevo viva, durante i giorni del festival del cinema e Mostar con i ragazzi che faranno i tuffi da quel ponte. Quel ponte bombardato e poi ricostruito, che divenne un simbolo di quella guerra infame. Vedremo posti che sono rinati dopo tanta sofferenza e li vedro’ senza nostalgia dei mari cristallini per cui ci sarà tempo (anche un po’ di tempo a Spalato tra uno spostamento e un altro) e molte altre estati. E’ un regalo, questo, che mi faccio. Un regalo a Milos che mi disse “non puoi capire” e aveva ragione. Un regalo a quella gente che veniva a chiederci aiuto sotto l’ombrellone e che noi non potemmo aiutare. Un regalo a Leon, che un giorno forse capirà, come ho capito io dopo tanti anni e qualche mugugno di troppo. Un regalo alla vita. Buone vacanze amici. Noi qui non mancheremo di tenervi aggiornati. Fate un tuffo anche per noi!

September 14, 2014

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«Dantismo e Irredentismo», un Convegno di studi

September 12, 2014

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La Lega Nazionale promuove a Ravenna il Convegno dal titolo «Dantismo e Irredentismo». La giornata di studi prende le mosse dalla rievocazione della consegna dell’ampolla eseguita dallo scultore triestino Giovanni Maye, alla Tomba di Dante a Ravenna, avvenuta nel settembre del 1908, alla presenza dei rappresentanti delle cittadine giuliano-dalmate. Il convegno a cura della Biblioteca […]

61.mo Raduno nazionale dei Dalmati Italiani

September 12, 2014

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Avrà luogo a Jesolo, nei giorni 4 e 5 ottobre 2014, il Raduno degli Esuli da Zara e dalla Dalmazia. Questo il programma diffuso:   Sabato 4 ottobre – dalle ore 10.00 alle ore 12.30 nella sala “Tiepolo” dell’A.P.T. in Piazza Brescia n. 13, 20° «Incontro con la Cultura Dalmata». – dalle ore 15,00 alle […]

Turismo, a Lussino secondo giorno dell’incontro parlamentari europei

September 12, 2014

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Secondo giorno di missione in Croazia, oggi, per i parlamentari italiani della commissione Attività produttive della Camera, guidati dal presidente Guglielmo Epifani, presidente della commissione Attività produttive della Camera. L’iniziativa di un confronto tra tutti i parlamentari che si occupano di turismo nei 28 Paesi dell’Unione europea, intitolata “Challenges of sustainable tourism: promoting cultural heritage […]

EDUCARE ALLA DIVERSITÀ NEL CONTESTO TRANSFRONTALIERO: I RISULTATI DEL PROGETTO ITALO-SLOVENO

September 12, 2014

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CAPODISTRIA\ aise\ – Giovedì prossimo, 18 settembre, l’Università del Litorale di Capodistria ospiterà la Conferenza Internazionale “EDUKA – Educare alla diversità nel contesto transfrontaliero”. Progetto italo-sloveno del’Istituto sloveno di ricerche SLORI di Trieste e della Facoltà di Studi Umanistici dell’Università del Litorale di Capodistria, il progetto è stato finanziato nell’ambito del Programma per la Cooperazione […]

VENEZIA COME PORTA DELL’EUROPA CENTRALE SUL MEDITERRANEO: A VIENNA L’INCONTRO PROMOSSO DALLA CCIT

September 12, 2014

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VIENNA\ aise\ – Il prossimo 30 settembre l’Ambasciata d’Italia a Vienna ospiterà l’incontro “Venezia come punto di sbocco dell’Europa centrale sul Mediterraneo”, promosso dalla delegazione per l’Austria della Camera di Commercio Italo-Tedesca. Organizzato in collaborazione con l’Autorità Portuale di Venezia e con la Camera dell’Economia Austriaca e l’Associazione della logistica e spedizioni austriaca, all’incontro interverranno […]