Mostra del Vittoriano sulla Grande guerra: assenti Istria, Fiume e Dalmazia

Posted on August 21, 2014


Mai parlare di Venezia Giulia
L’Italia – si sa – è il paese delle autocensure, delle mezze o
doppie verità, dei sottofondi oscuri e melmosi, come le povere
trincee della Prima guerra mondiale.
Il tartufismo ipocrita dei media e della storiografia ufficiale
ha trovato un altro terreno di applicazione del politically correct.
Parola d’ordine di qualche Minculpop segreto e ossequiosamente
osservato è: mai parlare della Venezia Giulia
quando si affronta il tema della Grande Guerra 1915-1918.
Per noi, italiani dell’impero austro-ungarico, quella guerra
ebbe inizio nell’agosto del 1914, con la mobilitazione generale;
la partenza dei nostri coscritti e richiamati per i vari fronti di
allora (Serbia e Carpazi); gli espatri dei “regnicoli” – che nelle
città di lingua italiana erano tanti – e degli irredentisti nostrani;
l’internamento degli istriani, fiumani e dalmati di nazionalità
italiana sospettati di “intelligenza” con il possibile nemico,
all’incirca 60.000 persone, campo più campo meno, di ogni
sesso ed età, tra la Stiria, la Boemia, l’Ungheria. Quando si
dice il privilegio di essere “mittel-europei”!
Ma di tutto questo sulla stampa e in TV non si deve parlare.
Del Friuli sì. Tanto ben pochi italiani sanno dove cominci e
dove finisca questa regione. Del Trentino anche, perché oggi
appartiene ancora alla nostra Repubblica, però senza specificare
bene la sua estensione.
Il Trattato di pace del 1947 ce
lo ha lasciato, insieme all’Alto
Adige. Altro tema da non toccare,
dato che i sud-tirolesi sono
in gran parte tedeschi e non attendevano
nessuna “Redenzione”.
Anzi da quasi cent’anni
custodiscono nel cuore la perduta
patria austriaca, con la
sua bandiera a bande bianche
e rosse appesa orgogliosamente
a ogni albergo e ad ogni
chiesa nei dì di festa. Già perché
– a dirla tutta sinceramente
– dal punto di vista linguistico,
etnico, storico e del principio di
autodeterminazione, abbiamo
mantenuto ciò che non ci spettava
e perduto ciò che ci apparteneva.
C’è anche a Trieste, a Gorizia e a Trento qualcuno
che quella bandiera rimpiange, alla luce del “dopo” che alla
Finis Austriae è seguito (vent’anni di fascismo, una guerra
mal cominciata e peggio finita, due occupazioni, questa volta
veramente “straniere”, la tragedia delle Foibe e dell’Esodo di
350.000 cittadini).
Ed è in quest’ultimo recesso di storia nazionale che si annida
la “ratio” del tabù “Venezia Giulia” quando si parla della
prima guerra mondiale. Perché infatti, narrando di trincee e
reticolati, di bombarde e di gas all’iprite, si ricordano il fronte
trentino, gli altipiani delle Prealpi venete, il Carso di sfuggita,
ma mai e poi mai si nomina l’Istria, Fiume, la stessa Trieste,
per non parlare della Dalmazia, condannata alla “damnatio
memoriae” ad ogni ricorrenza della storia nazionale.
E’ probabile che si parlerà delle undici “disastrose” battaglie
dell’Isonzo (O Gorizia, tu sei maledetta…), dovute alla
follia omicida dello Stato Maggiore italiano. Si parlerà di Kobarid-
Caporetto e delle fucilazioni degli sbandati. Anzi si appalterà
direttamente agli studiosi sloveni la storia di quel
fronte. Tanto ne sanno più di noi, perché l’Alta Valle dell’Isonzo,
conquistata dall’esercito italiano nel 1915-16, era abitata
da popolazione slovena, che forniva all’Austria i soldati più
fedeli, insieme ai croati e ai tirolesi. Se si parlerà dell’Istria e
della Dalmazia sarà solo per condannare la megalomania
imperialista degli interventisti e del Patto di Londra dell’aprile
1915, mercede offerta all’Italia dall’Intesa per il suo tradimento
della Triplice.
La motivazione più o meno recondita di questo atteggiamento
culturale è di natura psicologica. Poiché questi territori
(Istria, Fiume e Zara), acquisiti legittimamente nel 1920, furono
perduti dallo Stato italiano nel 1947, di questa mutilazione
non si deve parlare perché offusca il mito della Liberazione.
E se non si può parlare di mutilazioni territoriali e di esodi di
massa di italiani è meglio tacere anche del fatto che essi siano
mai esistiti e vivessero in quei territori da secoli, come popolazione
autoctona, maggioritaria lungo la costa, che – loro
sì – desideravano e attendevano la “Redenzione” per essere
riuniti all’Italia, come le altre terre venete dopo la III guerra
d’indipendenza. Quindi non si deve parlare dei loro volontari
nell’esercito e nella marina italiani: Nazario Sauro, Fabio Filzi,
i fratelli Stuparich, Scipio Slataper, Francesco Rismondo,
già strumentalizzati dalla propaganda nazionalista, e di altre
migliaia di italiani che disertarono dalle forze armate austroungariche
con il rischio, qualora catturati, di essere impiccati
come traditori. Sentenze inoppugnabili sul piano giuridico in
quanto un suddito imperiale non poteva passare dalla parte
del nemico. Tutto questo verrà coperto da un velo di ipocrisia
silenziosa, anche per non mettere in difficoltà i nostri vicini,
sloveni e croati, cui quelle terre, ancorché abitate da italiani,
furono consegnate nel 1947, in quanto vincitori della seconda
guerra mondiale. Come se nascondere una parte della
verità fosse un segno di rispetto nei loro stessi confronti.
Omissione anche disonesta perché offende la memoria di
quei 600.000 italiani che nella Grande Guerra persero la vita.
Si ripete quindi quell’atteggiamento di censura che aveva
coperto per sessanta anni le vicende delle Foibe e dell’Esodo
giuliano-dalmata. E’ imbarazzante infatti dover parlare di loro
a proposito di quella guerra di cent’anni fa. Meglio ignorarli.
Tanto “Trento e Trieste” – formula magica ammannita ai combattenti italiani, molti dei quali finirono per credere le due città unite da un ponte – sono rimaste all’Italia.
Del resto ci si può anche dimenticare. Entité négligeable.
Lucio Toth
Presidente onorario dell’ANVGD
da “Coordinamento Adriatico” n. 2/2014

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