RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 910 – 15 MARZO 2014

Posted on March 17, 2014


a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

 

N. 910 – 15 Marzo 2014

                                                   

Sommario

 

138 –  La Voce in più Dalmazia 08/03/14 Dalmazia: si respira un aria nuova, positivi gli echi della visita di Cianfarani a Zara. (Dario Saftich)

139 – La Voce del Popolo  14/03/14  «Magazzino 18»: è l’ora di Fiume (giemme)

140 – Giornale d’Italia 14/03/14 Magazzino 18 e la memoria con (divisa)…da partigiano (Cristiana Di Giorgi)

141 – L’Arena di Pola 12/03/14 Rivolgiamoci a un uditorio più vasto (Silvio Mazzaroli)

142 – Il Piccolo 12/03/14 Parenzo –  Vince la battaglia per la carta d’identità in italiano e croato (p.r.)

143 – Il Piccolo 10/03/14 La ministra fa ritorno “a casa”. In Istria (p.r.)

144 –  Il Piccolo 13/03/14 Visinada- La Comunità italiana attende la nuova sede (p.r.)

145 – La Voce di Romagna 04/03/14 La vicenda del faentino Sauro Ballardini: Il Topo e la rottura Tito – Stalin (Aldo Viroli)

146 – Corriere della Sera Brescia 12/03/14 Gabre Gabric, cent’anni da record (Luciano Zanardini)

147 – Il Piccolo 12/03/14 Il dialetto rovignese rivive in un vocabolario (p.r.)

148 – East Journal 13/04/14 Scipio Slataper, “Tu sai che io sono slavo, tedesco e italiano”

149 – Il Piccolo 13/03/14 Lubiana dovrà risarcire i “cancellati” (m.man.)

150 – Il Piccolo 10/03/14 Ci voleva una guerra per fermare il massacro dell’inferno balcanico (Pietro Spirito)

 

 

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arenadipola.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arcipelagoadriatico.it/

 

138 –  La Voce in più Dalmazia 08/03/14 Dalmazia: si respira un aria nuova, positivi gli echi della visita di Cianfarani a Zara.

REGIONE di Dario Saftich

 

POSITIVI GLI ECHI DELLA VISITA DI CIANFARANI A ZARA

 

Dalmazia: si respira un aria nuova

 

In Dalmazia si respira davvero un’aria nuova. Lo ha confermato anche la recente visita a Zara del console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani. La missione di Cianfarani in terra dalmata è arrivata sulla scia dell’apertura dell’asilo italiano a Zara, che ha rappresentato sicuramente il segno più tangibile che i tempi stanno cambiando.

A dire il vero nel frattempo c’è stata la chiusura del consolato d’Italia a Spalato, per cui la Dalmazia è rientrata nell’ambito della circoscrizione consolare fiumana. Ma questo, come confermato da Cianfarani, non significa che Roma abbia abbandonato gli italiani della regione al loro destino: la Nazione Madre troverà il modo anche in futuro di aiutarli e sostenerli nella loro preziosa opera tesa al mantenimento della lingua e delle tradizioni italiane in una terra in cui per lunghissimi decenni essere italiani è stato a dir poco difficilissimo.

 

A Zara il console generale d’Italia a Fiume, oltre ai connazionali, ha incontrato anche le autorità, in primis il presidente della Regione, Stipe Zrilic e il sindaco Bozidar Kalmeta. Si è trattato di colloqui che sono andati al di là della pura cortesia.

 

Le dichiarazioni rilasciate dalle autorità zaratine hanno dimostrato uno spirito d’apertura verso la collaborazione con l’Italia, verso il riconoscimento pieno della presenza culturale italiana che lasciano ben sperare. Quando si tratta di minoranze la retorica usata non è mai fine a sé stessa. Ebbene quello che si è potuto sentire a Zara ricorda quanto ormai da decenni siamo abituati a udire nell’Alto Adriatico, ovvero in una zona in cui la presenza pubblica della Comunità nazionale italiana è ormai una realtà consolidata. Non è il caso ovviamente di farsi soverchie illusioni.

Il peso della storia, di un passato tormentato, in Dalmazia si farà ancora sentire molto a lungo. Non per niente proprio in questa regione nell’Ottocento lo scontro nazionale è stato particolarmente virulento e a rimetterci è stata proprio la componente italiana, poi definitivamente marginalizzata (a dir poco) dopo il secondo conflitto mondiale. Ma ora bisogna guardare al futuro, consapevoli che i tempi cambiano e che certi tabù a piano a piano stanno cadendo. Dopo Zara Cianfarani ha annunciato altre visite, a Sebenico, Spalato, Ragusa (Dubrovnik).

A Zara il console generale d’Italia a Fiume, la cui circoscrizione è stata estesa alla Dalmazia, ha incontrato il presidente della Regione, Stipe Zrilic, il sindaco Bozidar Kalmeta e i connazionali. Ha fatto pure visita all’asilo italiano aperto recentemente

 

La missione nella città di San Donato sicuramente è stata di buon auspicio.

Oltremodo soddisfacenti anche l’incontro con i connazionali e la visita all’asilo italiano, dove il console generale d’Italia a Fiume ha avuto l’opportunità di toccare con mano una realtà nuova, ma già estremamente vitale. Quello che conta è soprattutto il fatto che i genitori dei bimbi che frequentano la scuola materna dimostrino grande apprezzamento per il lavoro svolto dall’istituzione prescolare in lingua italiana. Questa è la migliore garanzia per il futuro.

 

 

 

 

139 – La Voce del Popolo  14/03/14  «Magazzino 18»: è l’ora di Fiume

«Magazzino 18»: è l’ora di Fiume

 

Tutto pronto per il grande evento di domenica sera, quando sulle tavole del TNC “Ivan de Zajc” di Fiume sarà di scena (ore 19.30) “Magazzino 18”, di Simone Cristicchi. Il noto cantautore romano sarà impegnato in un monologo in cui narra dei tragici fatti legati all’esodo, alle foibe, al controesodo ma anche al popolo dei rimasti, passando da un registro vocale all’altro con costumi, atmosfere musicali, in una forma di spettacolo che si può definire “musical-civile”. L’appuntamento a Fiume – che in qualche modo continua la trasferta istriana iniziata l’anno scorso con spettacoli a Pirano, Pola e Umago – è stato reso possibile grazie ai finanziamenti dell’Università Popolare di Trieste, ma anche grazie al Dramma Italiano e allo “Zajc”, che si sono fatti carico delle spese legate all’aspetto logistico, organizzativo, mano d’opera e propagandistico della trasferta fiumana.

 

La rappresentazione, scritta dal cantautore romano insieme a Jan Bernas e diretta dalla mano esperta di Antonio Calenda, sarà presentata in una forma simile a quella originale del debutto a Trieste, con in scena il Coro dei bambini del Friuli Venezia Giulia, ma senza l’orchestra dal vivo. Per questo evento sono stati distribuiti gratuitamente tutti i biglietti del Teatro, ossia oltre 600, esauriti in poco tempo. Alla serata sono attese le Comunità degli Italiani dell’area quarnerina, ma anche gli allievi e i professori delle Scuole Italiane di Fiume e altre istituzioni appartenenti alla nostra realtà comunitaria.

 

“Magazzino 18” sarà corredato da sottotitoli in lingua croata curati da Ana Varšava, che ha già realizzato la traduzione di altri lavori del DI, come “Kafka” e “Il barone rampante”.

Il Dramma Italiano, esortato dalla redazione de “La Voce del Popolo”, ha invitato all’evento teatrale pure alcuni storici e intellettuali fiumani di diverso pensiero. Il fine è quello di proporre un quadro su come l’élite intellettuale della maggioranza consideri l’allestimento, la storia, a cui noi non mancheremo di chiedere le impressioni. È il caso dello storico e giornalista Goran Moravček, che si è occupato a fondo degli anni del dopoguerra a Fiume e della sorte degli italiani, narrando meticolosamente le tristi vicende, l’esodo, le fughe, le case abbandonate, le foibe, i negozi chiusi e i posti di lavoro delle fabbriche lasciati vacanti. E poi Theodor de Canziani Jakšić, noto conoscitore della storia fiumana e del suo patrimonio culturale, che insegna arte figurativa alla Scuola di medicina e cura e custodisce la Biblioteca-raccolta memoriale Mažuranić-Brlić-Ružić, presso la Villa Ružić di Pećine. Infine, lo storico e accademico Petar Strčić, primo responsabile dell’Istituto fiumano per le Scienze storiche e sociali dell’Accademia croata delle Scienze e delle Arti (HAZU), autore di numerosi saggi e libri, tutti più o meno legati all’area quarnerina. Alla serata sono attesi inoltre l’Assessore alla cultura, Ivan Šarar e altri personaggi illustri di Fiume.

In linea con il suo carattere polemico-pubblicitario, Simone Cristicchi ha voluto attribuire all’appuntamento fiumano una carica storico-nostalgica. Nella sua pagina ufficiale Web e in quella dei Social Network, riferisce che lo spettacolo “Magazzino 18” è in programma al “Teatro Giuseppe Verdi/Ivan de Zajc” di Fiume. Forse era il caso di informarlo che il celebre compositore fiumano Ivan de Zajc, usava firmarsi originariamente con la dicitura di Giovanni Zaytz e che tra le quattro mura di casa parlava in lingua italiana.

Dopo l’appuntamento fiumano, “Magazzino 18” sarà presentato al Teatro “Antonio Gandusio” di Rovigno il 9 aprile (ore 19,30). I biglietti verranno distribuiti gratuitamente dalla Segreteria della locale Comunità degli italiani a partire da lunedì 24 marzo. (giemme)

 

 

 

 

140 – Giornale d’Italia 14/03/14 Magazzino 18 e la memoria con (divisa)…da partigiano

Magazzino 18 e la memoria con (divisa)…da partigiano

Teatri stracolmi e grande successo. Ma ai negazionisti il lavoro di Simone Cristicchi e Jan Barnas non piace

La risposta degli autori alle pesanti critiche ricevute dalla sinistra militante: “Lasciamo al pubblico la libertà di farsi un’opinione”

Dopo gli anni di colpevole silenzio o, nel peggiore dei casi, di voluto e consapevole occultamento, la vicenda delle foibe e dell’esodo di istriani, giuliani e dalmati è in questi mesi al centro di numerosi commenti e discussioni. Tale ritrovata attenzione è in gran parte dovuta a Simone Cristicchi e Jan Barnas, autori dello spettacolo teatrale “Magazzino 18”. Un lavoro che ha l’indiscutibile merito di aver fatto conoscere al grande pubblico una ‘pagina strappata’ della storia d’Italia.

Un’opera la loro della quale si è detto e scritto molto, non sempre in maniera corretta sia nella forma, sia nei contenuti. Non si può purtroppo non concordare con chi sostiene che nel nostro paese, ancora oggi, ci sono persone, anche di cultura, per le quali ci sono vittime di serie A e vittime di serie B. Gente che non accetta nemmeno che si parli di memoria condivisa, ritenendo coloro che si adoperano in tal senso fautori di una “ri-narrazione della storia italiana che finge di voler mettere d’accordo tutti, siano essi oppressori od oppressi, sfruttatori eredi di sfruttatori o sfruttati eredi di sfruttati”. Così è scritto sul blog Wu Ming, che ospita una delle ultime recensioni di “Magazzino 18” a firma di Piero Purini.

Uno scritto, quello dello studioso negazionista, che comincia con l’accusare lo spettacolo di essere “un’operazione teatrale molto furba con uno scopo politico più che evidente: fornire uno strumento artistico efficace per propagandare la cosiddetta memoria condivisa secondo cui tutti gli italiani devono riconoscersi in una storia comune. Questa finalità prettamente politica – scrive Purini – è andata decisamente a scapito del valore artistico dello spettacolo. Un mix nazionalpopolare piuttosto noioso e stucchevole”, per giunta “permeato di ambiguità”. Quella che invita a non dimenticare la tragedia delle foibe e dell’esodo, per ricordare la quale “Cristicchi non esita a dimenticare o trascurare completamente altri eventi” che Purini elenca dettagliatamente: la contestualizzazione storica (la spiegazione effettivamente presente, scrive, è “troppo breve, superficiale, inesatta e piena di luoghi comuni, talmente sbrigativa che sembra essere stata inserita al solo scopo di prevenire eventuali accuse di scarsa obiettività e dare un’apparenza bipartisan allo spettacolo”. E anche sul termine “italiani” a detta di Purini si esagera: a suo dire si tratta di “popolazioni che parlavano il dialetto istroveneto della zona”); gli altri esodi prima dell’Esodo (ovvero gli “spostamenti forzati” di popolazione causati dalla presenza italiana in quelle terre); l’incendio di Narodini Dom, appena citato e in modo alquanto “discutibile”; il poco spazio dato alle politiche attuate in quelle terre successivamente all’avvento del fascismo nei riguardi dei non italiani; la spiegazione delle vicende belliche, trattate in maniera “corretta storicamente, ma troppo sbrigativa: quelle che sono le cause principali di foibe e deportazioni sono liquidate in poche frasi”.

E poi l’esodo, “banalizzato” (secondo Purini dovuto alla “paura di un sistema economico – politico demonizzato dal fascismo e dalla Dc”: non fuga per l’italianità quindi, ma fuga dal socialismo). E ancora critiche sul modo in cui si parla di controesodo, ‘rimasti’ e soprattutto foibe, che nello spettacolo di Cristicchi “è un coacervo di luoghi comuni e dimenticanze. Sorvolo – scrive Purini – sul caso Norma Cossetto, sulla descrizione della foiba (che sembra tratta pari pari dal racconto del sedicente sopravvissuto Graziano Udovisi) e sulla strage di Vergarolla, in quanto Cristicchi le interpreta come avvenimenti sicuri, ma dimentica di segnalare che si tratta invece di singoli episodi sui quali sono cresciuti a dismisura racconti mai corroborati da prove, o al massimo si sono fatte ipotesi investigative”. La recensione si conclude con un “Non dimenticare, caro Simone. Anzi, magari la prossima volta per non dimenticare cerca di informarti meglio”.

A tale articolo, che si inserisce perfettamente nella serie di episodi, provocazioni e attacchi negazionisti di cui Cristicchi è stato oggetto, gli autori di Magazzino 18 hanno risposto con una nota sulla pagina facebook dello spettacolo. Uno scritto che ribatte punto su punto quello di Purini: “quello che avrei dimenticato – dice il cantautore romano – sono dettagli. Che sono in realtà materia più da storici che da artisti. E poi, anche restando ai dettagli storici, c’è da farsi venire qualche dubbio sulle critiche di Purini”, marcatamente ideologiche oltre che contrastanti con le posizioni di storici autorevoli, non soltanto italiani.

E per quanto riguarda l’affermazione secondo cui lo spettacolo “sarebbe per lui (come per gli altri sulla sua stessa lunghezza d’onda) uno dei sintomi più che evidenti di una riabilitazione del fascismo, nel segno di un revisionismo storico omologante”, Cristicchi e Barnas lasciano all’intelligenza di tutti il giudizio su una cosa del genere. Come anche sul linciaggio di cui sono vittime da mesi, legittimato anche da articoli come quello di Purini. “Il mestiere dell’artista non è fare politica, ma è quello di raccontare delle storie, limitandosi a constatare anche l’esistenza di alcune zone grigie di una storia molto complicata e intricata, per poi lasciare al pubblico la libertà di farsi un’opinione in merito, o di approfondire l’argomento una volta fuori dal teatro. Se i contestatori, magari mossi dalle ragioni della propria ideologia, non lo capiscono, non è un problema nostro”. Questo dicono i due autori di ‘Magazzino 18’ a chi li accusa di ignoranza e malafede.

Un’accusa che, chiunque abbia visto lo spettacolo ed abbia letto libri e testimonianze sull’argomento, può senza esitazioni rispedire al mittente e a coloro che hanno pubblicato il suo articolo ed i commenti relativi, tutti sullo stesso tono. “Questo blog – scrivono – è aperto ai contributi e alle vedute di molti, ma non di tutti. Potete scrivere quel che volete, fatta salva la discriminante antifascista. Camerati e affini hanno molti altri luoghi dove spandere i loro liquami. Questo è uno spazio bonificato”. Una dichiarazione che non merita commenti.

Cristina Di Giorgi

 

 

 

141 – L’Arena di Pola 12/03/14 Rivolgiamoci a un uditorio più vasto

Rivolgiamoci a un uditorio più vasto

 

Un altro Giorno del Ricordo, il decimo dalla sua istituzione, è stato celebrato. Si è così raggiunto un traguardo importante in merito al quale è opportuno spendere qualche parola.

 

E’ innegabile che qualche passo avanti è stato compiuto. Le Istituzioni ed il Paese vi hanno dedicato una maggiore attenzione, non solo per il numero delle celebrazioni tenute in tante località bensì anche per le forme e per i contenuti di talune di esse. Difficile dire se si sia trattato di un effettivo processo di maturazione dell’opinione pubblica nazionale, come indubbiamente è nelle nostre aspettative, o solo dell’esito, senz’altro positivo ed assai apprezzabile ma di incerta durata, del particolare momento mediatico promosso dallo spettacolo di Simone Cristicchi che ha acceso i riflettori sulle vicende del Confine orientale e sulla nostra storia. Lo stesso passaggio della celebrazione “principe” dal Quirinale al Senato, percepita da qualcuno come una diminu-tio, può essere interpretata come una crescita, ovvero come segno che la considerazione nei nostri confronti non è più individuale, del solo Presidente della Repubblica, bensì collettiva, dell’intera Nazione e dei suoi rappresentanti popolari. Anche gli “spazi” dedicatici dalla TV di Stato sono stati meno discutibili che in passate edizioni; Vespa, a Porta a porta, pur non brillando per calore nei nostri confronti, è risultato meno contraddittorio e gli interventi dei suoi ospiti, esclusivamente esuli tra cui la nostra Lucia Bellaspiga, hanno conferito spessore alla trasmissione. Indicativo anche il fatto che la RAI, ravvisando la deprecabile gaffe dell’aver trasmesso “Magazzino 18” quasi in “notturna” ma ciò nonostante con un elevatissimo indice d’ascolto, abbia già annunciato che lo riproporrà più avanti (probabilmente in tarda estate) in “prima serata”, con un edizione speciale avente per location lo stesso magazzino. Infine, anche le scontate, odiose contro-celebrazioni sono sembrate aver un impatto minore sull’opinione pubblica e sono risultate perlopiù “ghettizzate” nei ben noti ambienti dell’estrema sinistra e dei cosiddetti centri sociali, perché certe verità non si possono più negare e certe giustificazioni si possono addurre solo se si è ottusamente di parte.

 

Ciò premesso, è doveroso sottolineare che la gran parte degli atti formali non è uscita dalla consueta ritualità, da tempi e modalità esecutive che risultano ormai inadeguati. A ricordare non bastano più i giorni a cavallo del solo 10 febbraio. I tempi devono essere dilatati sino a coprire, possibilmente, l’intero arco dell’anno. I riferimenti temporali non mancano: marzo, fine dell’esodo da Pola; aprile e maggio, i terribili giorni di occupazione titina di Trieste, Gorizia e Pola; agosto, la strage di Vergarolla; settembre e ottobre, mesi cruciali dei primi infoibamenti, dell’effettiva cessione dell’Istria alla Jugoslavia e del ritorno di Trieste all’Italia; novembre e dicembre, firma del Trattato di Osimo e secondo esodo, tanto per citarne alcuni. Di certo, a fornire utili spunti di approfondimento, di confronto e di dialogo ci sono anche altri momenti inclusi quelli che, in un’ottica di obiettività storica, potrebbero essere proposti da quanti oggi risulterebbe più costruttivo considerare interlocutori piuttosto che “nemici”. Lo stesso accento sulle nostre vicende dovrebbe gradualmente essere spostato da “L’Arena di Pola” 1945-47: le foibe, oggi decisamente facenti parte del passato, all’esodo ed alle sue conseguenze tuttora d’attualità anche in considerazione del fatto che, quasi estintasi la prima generazione di esuli, i loro discendenti, in particolare quelli che hanno vissuto le tristi esperienze dei campi profughi e le difficoltà, dovute alla propria “profuganza”, dell’integrazione nel nuovo contesto nazionale o della successiva emigrazione, hanno un’età con ancora davanti un discreto orizzonte di vita.

 

Anche il modo di ricordare dovrebbe essere in qualche misura modificato. I testi scritti non sono più il solo, o comunque il migliore, sistema di comunicare, di tramandare la storia e di fare cultura; ci sono altre espressioni come la televisione, il cinema, il teatro… e la stessa “rete”, per quanto da “prendere con le pinze” per le sue tante intemperanze, che inducono conoscenza, non solo attraverso il nozionismo bensì, soprattutto, attraverso l’emozione; quella tempesta di sentimenti che fa sì che ciò che si apprende si radichi nei nostri cuori e nelle nostre menti. Ancora, non dovendo solo più squarciare la cappa di silenzio che per troppo tempo ci ha oppressi, bensì piantare dei saldi “paletti”, ovvero far emergere “verità” incontestabili, con cui riscrivere una certa storia sarebbe opportuno passare dalla memorialistica, basata sulle testimonianze dei protagonisti di allora, alla ricerca e pubblicazione di una probante documentazione in merito ai tanti fatti che sono tuttora oggetto di contestazione.

 

Tutto questo il nostro “Libero Comune di Pola in Esilio” l’ha capito da tempo ed è in questa innovativa ottica che si è mosso per dare corpo alle sue ultime iniziative. In ordine di tempo: la ristampa anastatica delle Arene ’45-’47 che intende far rivivere le atmosfere in cui i fatti che vi sono descritti si sono svolti aiutandone la comprensione; il filmato Istria addio che, rivolto alle scuole, non vuole essere una lezione di storia bensì provocare emozione per indurre docenti e studenti ad approfondire la materia del Confine orientale avviando così un processo di autoformazione idoneo a radicare in essi la consapevolezza di ciò che è stato; la ricerca in atto, presso gli archivi di Belgrado, di documenti riguardanti i fatti di Vergarolla che è volta a fare, per quanto possibile, chiarezza sulle responsabilità di quel tragico episodio e porre fine alle illazioni che ancora lo connotano.

 

Ma non è tutto. C’è ancora una cosa che bisogna fare: smetterla di essere autoreferenziali e di parlarci addosso. Non solo i tempi, come suddetto, vanno dilatati, ma anche il numero di chi ci presta ascolto dev’essere ampliato rivolgendoci in primis ai giovani. Il nostro uditorio principale dev’essere costituito dalle scuole. Entrarci non è mai stato facile ma oggi lo è un po’ di più; il farlo dipende anche da noi, anzi soprattutto da noi, dalla nostra determinazione e da quanto siamo in grado di proporre che, per essere coinvolgente, dev’essere attualizzato e proiettato nel futuro. Ed ancora non basta. Se andiamo ad una nostra manifestazione o partecipiamo ad una nostra iniziativa non dobbiamo andarci da soli, portiamoci anche un amico, un conoscente che non sia “gente nostra” soprattutto se scettico nei confronti di ciò che ci riguarda. Se comperiamo un libro che parla di noi, prendiamone anche un altro da regalare a chi non sa. Può sembrare poca cosa ma non lo è affatto; servirebbe quantomeno a raddoppiare il numero di coloro che sanno.

 

Silvio Mazzaroli

 

 

 

 

142 – Il Piccolo 12/03/14 Parenzo –  Vince la battaglia per la carta d’identità in italiano e croato

Vince la battaglia per la carta d’identità in italiano e croato

 

PARENZO Quello che le istituzioni gli hanno negato è riuscito a ottenerlo con un escatomage di cui non vuole rivelare i particolari. L’oggetto del desiderio non ha valore materiale, ma affettivo sì. È la carta d’identità bilingue, anzi trilingue, con le diciture croata, inglese e italiana, alla quale secondo le norme non avrebbe diritto in quanto non appartenente alla Comunità nazionale italiana. Protagonista della vicenda è Goran Prodan, giornalista del quotidiano croato Glas Istre, da sempre amico degli italiani e sostenitore delle loro battaglie per l’affermazione dei diritti minoritari. Prodan non si è rassegnato al fatto che nella sua Parenzo in cui vige il bilinguismo ufficiale, non vengano più rilasciate le carte d’identità bilingui ai non italiani, come invece avveniva fino a qualche tempo fa. All’epoca il criterio base per la loro assegnazione era il bilinguismo del territorio, ora invece si tiene conto dell’appartenenza nazionale del singolo. Alla richiesta di spiegazioni i ministeri degli Interni e dell’amministrazione gli hanno risposto che al documento bilingue hanno diritto solo i cittadini di nazionalità italiana. Ha poi riformulato la richiesta dicendo di essere di nazionalita istriana, per cui come tale è portatore anche di lingua e cultura italiana. Gli hanno risposto che gli istriani come categoria etnica ufficialmente non esistono. Goran Prodan si lamenta per non aver ricevuto alcuna risposta alla richiesta di spiegazioni ne da parte del sindaco Edi Stifani„, né da parte del presidente della regione Valter Flego. Non ha atteso a lungo invece la risposta del deputato italiano al Sabor Furio Radin, al quale si è rivolto anche in qualità di presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani e minoritari. Le disposizioni di legge – gli ha scritto Radin – le conosciamo, anche se formalmente ritengo che il diritto ai documenti bilingui debba essere esteso a tutti i cittadini che risiedono sul territorio bilingue, indipendenemente dall’appartenenza nazionale. Radin poi ricorda che questa prassi vigeva ai tempi del defunto presidente Tudjman quando a comandare nel paese era l’Hdz. Pur essendo un partito collocato a destra spiega, al lato pratico era molto più sensibile alle istanze degli Italiani rispetto ai socialdemocratici che governano ora.( p.r.)

 

 

 

 

 

 

143 – Il Piccolo 10/03/14 La ministra fa ritorno “a casa”. In Istria

La ministra fa ritorno “a casa”. In Istria

 

POLA «Sono istriana. E me ne vanto». Un ministro istriano nel governo croato non fa notizia ma in quello italiano certamente sì. Beatrice Lorenzin, titolare della Salute nel governo Renzi, ha le radici a Medolino dove è nato il papà, esule dal 1947, e ne è orgogliosa. Il ministro lo ha detto subito nell’incontro con i rappresentanti istituzionali della Comunità nazionale italiana che, sabato sera, sono accorsi a Pola per incontrarla. All’appuntamento c’era anche il ministro croato del Turismo, Darko Lorencin, che è cugino di terzo grado di Beatrice ed è pure lui originario di Medolino: decisamente curioso che una località così piccola abbia “generato” due ministri quasi coetanei in due Stati diversi. Non solo legami familiari, però. Lorenzin, reduce dalla visita a Gorizia, è infatti venuta a Pola per illustrare ai vertici di Regione istriana, Comune e Unione italiana quella che ha definito «la prima direttiva comunitaria di carattere sociale», ovvero l’assistenza sanitaria transfrontaliera: «È una grande opportunità per tutta l’Europa e consentirà ai pazienti di accedere più liberamente verso i luoghi di cura di eccellenza» ha spiegato. E ha subito aggiunto: «Tale direttiva consentirà di concentrare le forze e di far circolare di più le informazioni e le best practice in caso ad esempio di malattie rare o patologie molto complesse». Non è ovviamente mancato chi ha chiesto al ministro la possibilità di instaurare una corsia preferenziale per gli istriani in direzione degli ospedali d’eccellenza che si trovano nel Nord Italia. Lorenzin ha risposto che tutto dipenderà dalla capacità e dalla volontà dei Paesi coinvolti di stipulare appositi accordi. Al riguardo, in riferimento alla prossima costruzione dell’ospedale di Pola, il presidente della Regione istriana Valter Flego ha espresso il desiderio di poter avviare una collaborazione con l’ospedale triestino di Cattinara. Il ministro croato Lorencin, invece, ha auspicato collaborazioni scientifiche in campo medico. Ha sottoscritto e rilanciato il vicepresidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia Paride Cargnelutti, presente nella delegazione italiana guidata dal coordinatore regionale di Nuovo centrodestra Isidoro Gottardo, mentre l’eurodeputato Antonio Cancian ha esortato l’Istria e l’intera Croazia a usufruire con decisione e incisività dei fondi comunitari In un incontro separato i presidenti dell’Unione Italiana Furio Radin e della Giunta esecutiva Maurizio Tremul hanno illustrato agli ospiti la posizione della Comunità italiana soffermandosi sui problemi della scuola e sulla lacunosa applicazione delle norme sul bilinguismo. Da Pola, gli ospiti si sono trasferiti a Rovigno, al Centro di Ricerche Storiche dove sono stati accolti dal direttore Giovanni Radossi, dal vicesindaco Marino Budicin e da altre autorità. (p.r.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

144 –  Il Piccolo 13/03/14 Visinada- La Comunità italiana attende la nuova sede

VISINADA

 

La Comunità italiana attende la nuova sede

 

L’opera di restyling costata 375mila euro dovrebbe finire entro il 2014

 

PARENZO Gli italiani di Visinada, una delle località a maggior concentrazione di vigneti in Istria, hanno imboccato il rettilineo che presto porterà al raggiungimento di un traguardo storico: l’inaugurazione della loro Comunità dopo un lungo percorso iniziato praticamente nel 2002.

All’epoca l’Unione Italiana aveva acquistato dal Comune lo stabile ubicato nel centro della località. E subito era stato eseguito un primo intervento di restauro per renderlo almeno parzialmente agibile. Nel 2009 come ci racconta la Presidente della Comunità Neda Sain›i„ Pilato, una parte dell’edificio era crollata per cui si era dovuto intervenire per metterlo in sicurezza e nell’occasione era stato rifatto il tetto. Ieri dunque a conclusione del complesso iter procedurale è stato aperto il cantiere per la seconda e conclusiva fase ella ristrutturazione, che l’ azienda appaltatrice si impegna a completare entro 140 giorni. Il valore del progetto come precisato da Maurizio Tremul presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana che figura come committente dei lavori è di 375.000 euro, che vanno ad aggiungersi ai 200.000 spesi precedentemente. Ha voluto sottolineare che questa seconda fase viene eseguita utilizzando i mezzi residui o meglio i risparmi delle molteplici gare d’appalto per gli investimenti degli anni scorsi. Tremul ha quindi esposto un dato molto importante, ossia nel 2013 sono stati portati a termine investimenti del valore di oltre 5 milioni di euro per la ristrutturazione o costruzione a nuovo di edifici scolastici e Comunità degli Italiani. Alla simbolica cerimonia ha assistito Antonio Boccati, uno degli artefici della fondazione della Comunità, avvenuta agli inizi degli Anni ’90. E c’era anche il giovane sindaco Marko Ferenac, che ha rimarcato il notevole ruolo nella vita culturale e pubblica di tutto il comune. Intanto fino all’inaugurazione dell’edificio rimesso a nuovo, che potrebbe avvenire prima dell’estate oppure in autunno, la Comunità continuerà a svolgere le sue attività negli ambienti messi a disposizione dal Comune e dalla locale scuola elementare. Il fiore all’occhiello degli italiani del posto è la grande banda d’ottoni cui ultimamente hanno aderito 20 nuovi esecutori, la filodrammatica, i cantanti solisti e i minicantanti dalle cui fila provengono Cristina Lubiana e Ivan Bottezar che si stanno facendo strada anche a livello nazionale. (p.r.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

145 – La Voce di Romagna 04/03/14 La vicenda del faentino Sauro Ballardini: Il Topo e la rottura Tito – Stalin

 

LA VICENDA DEL FAENTINO SAURO BALLARDINI INCARCERATO A SREMSKA MITROVICA

 

Il Topo e la rottura Tito – Stalin

 

PUBBLICATO in serbo il libro di Giampaolo Pansa “I prigionieri del silenzio”, uscito nel 2004, dove si parla dell’odissea degli italiani presenti in Jugoslavia nel 1948

 

Lasciata l’Italia per sfuggire alla cattura, ha vissuto a Sarajevo e a Fiume, dove subisce il primo arresto nel 1950

 

Nel 2004, dopo l’uscita de “I prigionieri del silenzio”, Storie e personaggi aveva a sua volta incontrato Ballardini, che ha anche un passato calcistico. Quando giocava ala sinistra nel Faenza, veniva chiamato ‘il Topo’. L’ala destra, ‘Topolino’, era invece il futuro commissario tecnico della nazionale Edmondo Fabbri. Quel soprannome Ballardini se l’è portato dietro anche nella Resistenza. Partito da Faenza, assieme a un gruppo di coetanei nell’ottobre del 1943 con la chiamata alle armi della classe 1925, arriva successivamente al campo di aviazione di Bologna: “Là c’erano anche altri faentini, ricordo Unico Cimatti e l’architetto Locatelli. Ero di antica famiglia repubblicana e non volevo assolutamente saperne di servire l’esercito di Salò. Per mia fortuna incontrai subito uno dei responsabili della Resistenza bolognese, Bruno Corticelli, e non fu difficile conoscere Franco Franchini, capo dell’allora nato distaccamento della 7a Gap di Castelmaggiore, di cui io divenni commissario politico”. Franchini e Ballardini in quel periodo hanno incontrato l’ex gerarca Leandro Arpinati, che dopo la caduta in disgrazia si era stabilito nella tenuta di Malacappa di Argelato, dove il 22 aprile 1945 verrà poi assassinato assieme all’avvocato Torquato Nanni, suo fraterno amico e nota figura dell’antifascismo romagnolo. “Arpinati – continua il racconto di Ballardini – cercava il contatto con il Comitato di liberazione di Bologna, esattamente con il Cumer. Gli venne garantita l’incolumità ma negata la collaborazione pur sapendo che aveva rifiutato di aderire alla Rsi. Gli abbiamo detto che c’erano troppe pagine bianche nella sua storia e che avrebbe dovuto riempirle. A giudicarlo sarebbe toccato ai tribunali incaricati di far luce su quanto da lui commesso. Sul mio incontro con Arpinati esiste la documentazione presentata da Luciano Bergonzini con tutte le relative testimonianze e verifiche”. Dopo la morte di Franchini caduto combattendo contro i tedeschi a Castelmaggiore il 14 ottobre 1944, a Ballardini verrà ordinato di raggiungere a Bologna la base dei Gap che si trovava a Porta Lame. “Dopo le battaglia di Porta Lame, alla quale presi parte, e il proclama di Alexander, facemmo rientrare alla spicciolata tutto il nostro distaccamento nella base di partenza. Arrivò il combattimento alla Bolognina, tutta la zona era bloccata, assieme ad un ragazzo andai a piedi da Bologna a Faenza. Allora avevo preso le responsabilità dell’Anpi di Faenza e attraversai il fronte tre volte”. Nella primavera del 1945, con l’ultima offensiva alleata, Ballardini è tra i primi a entrare nella Bologna liberata. Nel 1946 viene a sapere di essere ricercato, così per evitare l’arresto decide di espatriare; il Pci sceglie la Jugoslavia e gli dà un nuovo nome, Atos Bovina, un caduto della Resistenza. “La prima volta andai a Sarajevo, avevo il compito di aiutare i cosiddetti monfalconesi (i comunisti italiani che nel dopoguerra andarono in Jugoslavia per fronteggiare l’esodo degli istriani, fiumani e dalmati, ndr)”. Poi Ballardini decide di tornare in Italia passando clandestinamente il confine. “Sono arrivato a Bologna e ho raggiunto la mia base. Dopo i risultati delle elezioni del 1948 sono tornato nuovamente a Sarajevo”. Ballardini dice di aver avuto, una volta rientrato in Jugoslavia, un certo sentore che ‘qualcosa non funzionasse’; poi da Sarajevo si trasferisce a Fiume, dove viene arrestato una prima volta nel 1950 nell’ambito della retata legata alla cosiddetta cellula di Bonelli (un amico di Scano). Ballardini tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno del 1948 aveva cercato, invano, di attivare un contatto con il Partito in Italia. Allora inizia a Belgrado il giro delle ambasciate dei paesi comunisti. In quella della Romania riesce a parlare con il ministro degli Esteri, Anna Pauker, nella capitale jugoslava per una conferenza. La Pauker trasporta sul suo aereo quattro partigiani italiani, altri vengono fatti espatriare con l’aiuto dell’ambasciata della Bulgaria. Ma, sottolinea Pansa, la vera sorpresa per Ballardini arriva dall’ambasciata dell’Urss, dove così viene liquidato da un funzionario: “Se siete dei veri comunisti rimanete in Jugoslavia a combattere quel fascista di Tito!”. Tornato a Fiume, vi rimane a insegnare disegno alla scuola media italiana. Nel 1951 arriva il secondo arresto che lo porterà a trascorrere, in attesa del processo, due anni e mezzo in isolamento nel famigerato carcere di via Roma. Dopo il processo e la condanna, Ballardini è tradotto a Sremska Mitrovica, in Serbia, dove subirà il lavoro forzato fino al 1957, anno della liberazione. ‘A Sremska Mitrovica – racconta – eravamo in cento dentro una cella che avrebbe potuto ospitare al massimo una trentina di persone. I reclusi erano di varie nazionalità, alcuni erano deportati istriani, conobbi anche un prete croato che aveva preso parte a un corso per sacerdoti destinati ai paesi socialisti. Mentre stavamo lavorando in una fabbrica di mattoni ci chiese se potevamo aiutarlo, voleva celebrare la Messa. La nostra risposta, visto che era un prigioniero politico come noi, fu affermativa. Ogni volta facevamo un muro per proteggerlo e in caso di pericolo battevamo un colpo”. Ballardini riacquista la libertà nel 1957; non potendo rientrare in Italia va a Praga, dove consegue la laurea all’Accademia delle Belle Arti. “Sono stato docente all’Accademia per il restauro e l’arte monumentale. Ho lasciato a Praga molte opere che i faentini sono venuti a visitare; sono miei i mosaici nelle stazioni della metropolitana e così il grande mosaico di 45 metri quadri nella hall del palazzo delle Comunicazioni internazionali”. E’ rientrato a Bologna nel 1971. Del processo di Fiume che ha portato sul banco degli imputati Ballardini e altri cominformisti, parla Giacomo Scotti in ‘Goli Otok – italiani nel gulag di Tito’ edito da Lint; la prefazione della seconda edizione, uscita nel 1997, è di Giampaolo Pansa. Scotti è un giornalista e scrittore napoletano che nel dopoguerra aveva scelto la Jugoslavia di Tito e si era stabilito a Fiume. A sostenere la pubblica accusa, Ivan Motika, detto il boia dell’Istria, responsabile dell’uccisione di numerosi italiani. Scotti riporta la cronaca della ‘Voce del Popolo’, il giornale della Comunità italiana di Fiume dove si legge che ‘il Topo’ era accusato di aver tentato di organizzare gruppi controrivoluzionari allo scopo di abbattere l’ordinamento socialista. “L’imputato – scrive il cronista – ha avuto più volte nel corso dell’interrogatorio un contegno quanto mai provocatorio che ha più volte provocato espressioni di sdegno da parte del pubblico”. Quel contegno costerà a Ballardini, per il quale era stata chiesta inizialmente la pena di morte, l’aumento della condanna da 12 a 14 anni.

 

Aldo Viroli

 

Chi è il protagonista

Ha avuto un ruolo nella liberazione di Bologna

 

Grazie alla collaborazione tra la Società di Studi Fiumani e la casa editrice di Belgrado Novoli stampa, è realtà la pubblicazione in lingua serba del libro di Giampaolo Pansa “I prigionieri del silenzio”, apparso per la Sperling & Kupfer nel 2004. Il libro è dedicato alla vicenda di Andrea Scano, un pescatore sardo che negli anni Trenta sceglie di diventare comunista. Scano, dopo aver preso parte alla Resistenza, per evitare l’arresto dovrà espatriare. Sceglierà la Jugoslavia proprio nel periodo della rottura tra il maresciallo Tito e il Cominform, l’organismo politico internazionale di informazione e collaborazione tra i partiti comunisti europei, che avrebbe dovuto ereditare il ruolo della terza Internazionale. Scano si troverà a vivere l’infernale esperienza del lager di Goli Otok, la tristemente nota isola Calva. Pansa per avere notizie sulla permanenza di Spano a Fiume, divenuta Rijeka, aveva incontrato a Bologna l’artista Sauro Ballardini, nativo di Faenza. Ballardini, che aveva preso parte attiva alla Resistenza, venuto a sapere di essere ricercato dai carabinieri, nel 1946 aveva deciso di espatriare; il Pci aveva scelto per lui la Jugoslavia, attribuendogli un nuovo nome, quello di Atos Bovina, un partigiano caduto. Sauro Ballardini è morto a Bologna nel novembre 2010.

 

 

 

 

146 – Corriere della Sera Brescia 12/03/14 Gabre Gabric, cent’anni da record

Personaggio Le Olimpiadi, le nozze con Calvesi, l’insegnamento. E un obiettivo: il primato mondiale di pentathlon Master

 

Gabre Gabric, cent’anni da record

 

2 Le Olimpiadi alle quali Gabre Gabric ha preso parte, come lanciatrice del disco: quelle di Berlino del 1936 e quelle di Londra del 1948

 

4 Le medaglie d’oro nel lancio del disco conquistate ai Campionati italiani (1937,1939,1940,1942). Vanta record mondiali nelle categorie over 90 e over 95

 

Canottaggio

 

Potrebbe essere il testimonial dello sport come elisir di lunga vita. Nella sua storia agonistica ci sono due Olimpiadi e molti titoli italiani, nella sua vita affettiva il matrimonio con Sandro Calvesi (1913-1980) e in quella profes­sionale 50 anni di insegnamento.

 

La biografia di Gabre Gabric non risolve l’enigma della data di nascita: nel 1914 0 nel 1917? L’ipotesi più accreditata è il 1914. La sua terra natale si chiamava Austria, poi Italia e, infine, «gli italiani hanno regalato tutto ai croati». L’alfabetizzazione è stata in inglese con il padre austro­ungarico che l’aveva portata in America dallo zio Phil («credevo fosse mio padre»): «Mia madre morì a 21 anni e mio papà, uffi­ciale di carriera, che se ne faceva di me? A13 anni decise di ripor­tarmi in Italia», in un Paese per lei sconosciuto («non capivo nulla»). L’assenza di legami con il passato è il suo rammarico: «Quando sono arrivati i titini hanno preso tutti i nostri ricor­di… è la guerra».

 

 

 

Lanciatrice del disco, nel 1936 prese parte alle Olimpiadi di Ber­lino, che passarono alla storia per la mancata stretta di mano di Hitler all’americano di colore Jesse Owens. «No, quella — mi corregge subito — è una storia inventata di sana pianta». Berlino e poi Londra. «Nel 1948 non avevamo niente da mangiare, ci davano un brodino nero che non ho mai capito che cosa fosse, al­lora andavamo a chiedere la carne ai sudamericani».

 

In mezzo, nel 1937, conobbe il tecnico degli ostacoli Alessandro Calvesi. «Era sempre in mezzo ai piedi. All’inizio pensavo solo alla scuola e alla sport, ma lui cocciu­to ha avuto ragione e mi ha fatto capitolare». Calvesi che ha alle­nato, tra gli altri, Guy Drut (oro alle Olimpiadi di Montreal 1976), chiamò a Brescia grandi interpreti. Con molti c’era «una frequentazione fuori dal campo: Armando Filiput (oro agli Europei 1950) suonava pensando di essere un grande pianista, ma era un vero supplizio».

 

La Gabric avrebbe potuto ci­mentarsi anche sui 400, «ma mio marito non ha mai voluto: O lanci O niente». Quattrocento metri come la lunghezza del ponte di Zara che percorreva di corsa con l’amico d’infanzia Ottavio Missoni. Dopo la guerra ha inse­gnato educazione fisica per 50 anni («non sono mai mancata») e ha sempre seguito tutti gli sport, diversamente dal marito «innamorato solo della sua atletica». In verità c’è una parentesi: quando nel 1952 prese in mano la preparazione atletica del Brescia, penultimo in classifica, e lo portò allo spareggio per la serie A poi perso uno a zero contro la Triestina.

 

La Gabric oggi allena (per un problema di salute è a riposo) due volte alla settimana nella pa­lestra della Forza e Costanza. Ginnastica, giochi, rilassamento yoga («rischiano di addormen­tarsi») e gesti che coinvolgono anche la mente «perché lo sport mantiene fisico e testa». E per ogni evenienza ci sono due me­dici tra i 30 corsisti («pantere» e «panterini» che vanno dai 50 agli 88 anni). Nel tempo libero legge, ricama e gioca a burraco. L’atletica le ha dato «la voglia di vivere così come tutto lo sport».

 

Oggi guarda con occhio criti­co il mondo dell’atletica italiana che ha attraversato anni bui do­po i fasti degli anni Cinquanta/ Sessanta. «Gli ostacoli vanno an­cora benino, ma si è rotto qual­cosa 0 forse hanno incominciato a girare i soldi… Non capisco perché si facciano gareggiare i bambini: i bambini devono giocare e basta. Ho visto mio nipote Carlo che dopo la prima gara non ha più voluto saperne dell’atletica… E poi c’è il problema degli stadi». Ci sono impianti come il Calvesi… «Sem­bra che la situazione si possa sbloccare, speriamo. Brescia ha sempre avuto atleti forti».

 

Il prossimo obiettivo? «Poter tornare in pista (si prepara ad abbattere il record mondiale pentathlon e lanci di categoria detenuto da un’australiana di 100 anni, ndr), magari». Un con­siglio? «L’educazione fisica, se fatta bene, avvicinerebbe i ra­gazzi all’atletica».

 

Luciano Zanardini

 

 

 

 

 

 

 

147 – Il Piccolo 12/03/14 Il dialetto rovignese rivive in un vocabolario

Benussi, docente in pensione, ha coronato vent’anni di ricerche minuziose pubblicando l’opera con un contributo del ministero degli Esteri italiano

 

Il dialetto rovignese rivive in un vocabolario

 

ROVIGNO Ha colto un po’ alla sprovvista i presenti in sala l’affermazione di Franco Crevatin, Docente di linguistica presso l’Università degli Studi di Trieste che ha definito ideologica e quindi da respingere, la designazione di istroromanzo per l’insieme dialettale dell’Istria meridionale. «Essa – ha spiegato – presuppone l’originaria indipendenza dall’Italia nord orientale di tale insieme, che però l’evidenza smentisce». «E qui c’è stato lo zampino della politica nazionalista – ha aggiunto Crevatin concludendo – che la politica passa mentre la scienza resta». Franco Crevatin originario di Buie è autore della prefazione del Vocabolario italiano–rovignese, presentato al Centro multimediale alla presenza di un pubblico molto numeroso. Nel suo interessantissimo intervento ha praticamente illustrato la carta dialettale dell’Istria partendo dall’epoca romana per arrivare al vernacolo rovignese. Ed ha reso merito a Libero Benussi autore del volume, per il rigore e la metodologia scientifica usati nella stesura. «Di opere come queste in Italia ce ne sono pochissime – ha concluso – per cui i rovignesi possono andar fieri del Vocabolario». Con la pubblicazione del volume edito dalla Comunità degli Italiani, con il contributo finanziario del ministero degli Esteri, Libero Benussi noto operatore scolastico ora a riposo, vede cosi coronare oltre 20 anni di capillari e minuziose ricerche. «Ho riportato – spiega – 15.500 vocaboli italiani con il corrispettivo significato rovignese tante volte accostati a sinomini che sono circa 30.000. In più il libro contiene un’ appendice di 2.400 recuperati, non compresi nel Vocabolario precedente di Giovanni e Antonio Pellizzer uscito nel 1992». Sfogliando il vocabolario vediamo che “vigliacco” in rovignese si può dire “cagainbraghe” oltre che “vigliaco”. La tipica parlata rovignese è sempre presente nella creatività letteraria specie poetica e musicale, sta del tutto sparendo invece nella comunicazione giornaliera. Ormai la usano solo pochi anziani, mentre i giovanissimi parlano in istroveneto. La preside della Scuola elementare italiana “Bernardo Parentin”, Gianfranca Suran ci spiega che in classe si tengono dei corsi di dialetto ben frequentati e che comunque i ragazzi sono in grado di produrre canzoncine e scenette di vita quotidiana usando appunto l’idioma dei nonni.

 

(p.r.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

148 – East Journal 13/04/14 Scipio Slataper, “Tu sai che io sono slavo, tedesco e italiano”

 

Scipio Slataper, “Tu sai che io sono slavo, tedesco e italiano”

 

Ho sempre subito il fascino di tutti i luoghi di frontiera. Il confine orientale italiano poi, ha sempre suscitato in me un misto di curiosità e suggestione che ancora non so motivare razionalmente. Forse perché quello orientale è sempre stato, almeno negli ultimi 250 anni,  un confine mobile e perennemente conteso,  dove si sono plasmati i destini di migliaia di persone. Sul confine orientale italiano forse troppo si è deciso dell’attuale assetto politico europeo.  Di Slataper ricordo che a colpirmi fu subito il cognome: l’onomastica friulana, così “esotica” proprio per le componenti eterogenee che contiene, mi ha anch’essa sempre affascinata; il mio incontro con Scipio Slataper avvenne all’università,  mentre seguivo il primo corso di letteratura italiana moderna e contemporanea. Il programma di quell’anno era dedicato agli intellettuali de “La Voce”, la rivista culturale e politica fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908 e pubblicata fino al 1916 non senza subire cambiamenti e svolte editoriali e/o tematiche. La Voce resta in ogni caso, una delle riviste più importanti del Novecento italiano che nelle diverse fasi della sua storia, annoverò tra i suoi collaboratori più importanti , intellettuali del calibro di  Salvemini, Croce, Papini, Slataper appunto, Palazzeschi, Cardarelli, Cecchi e molti altri.

 

Nato nel 1888 da padre slavo e madre italiana, ultimo di 5 fratelli, Scipio Slataper crebbe nella Trieste austro-ungarica. Il capoluogo friulano insieme a Trento fu città dell’irredentismo, un movimento i cui membri provenivano soprattutto dalla classe borghese, la cui  aspirazione era l’annessione delle città al regno d’Italia.  L’irredentismo fu il nodo centrale del pensiero di Slataper, che subì diverse modifiche nel corso degli anni, soprattutto dopo alcuni avvenimenti che cambiarono le sue prospettive.

 

Dopo un’infanzia trascorsa tra Trieste e l’incontaminato Carso triestino, Scipio frequentò il liceo comunale della città ed entrò subito in contatto con l’ambiente patriottico:  le idee di Mazzini e di Garibaldi fecero immediatamente breccia nel suo animo neoromantico e vigoroso, “l’amor patrio” lo pervadeva e Scipio cominciò così  ad immergersi nel dibattito  sul pro o contro l’irredentismo.  Nonostante la frequenza dei suoi slanci e gli stravolgimenti di alcune sue opinioni però, Scipio si mostrò sempre refrattario ad ogni tipo di collocazione politica, e ad ogni banalizzazione o massificazione del suo sentire politico e sociale: nel corso della sua breve ma intensa vita,  il suo animo anarcoide rimase sempre fedele a se stesso.

 

Terminati gli studi superiori, Scipio si ritirò per qualche mese nel Carso triestino a causa di un esaurimento nervoso che lo costrinse ad un periodo di isolamento. L’incontro ravvicinato con i contadini slavi che abitavano quelle zone, spesso offesi in città con epiteti poco gradevoli, dunque il contatto ravvicinato con la comunità slovena, si rivelò fondamentale per la maturazione delle sue idee: dopo questo periodo  il giovane fu  improvvisamente folgorato da un’idea che con forza si impose sulle convinzioni fino ad allora sostenute: Slataper comprese che sarebbe stato impossibile pensare Trieste senza il nutrito milieu di culture che la componevano, che era quindi   la storia di Trieste ad insegnare la sua unicità, la sua diversità rispetto alle altre città italiane, poiché in essa, nel suo humus si erano sedimentati secoli di passaggi, di combinazioni, di fusioni.

 

Con questa nuova utopia di una Trieste internazionalista, la cui italianità  non implicasse  per forza alla città di legarsi in un’associazione politico-economica con la nazione,  Scipio Slataper si trasferì a Firenze “a diventar classico”, e si iscrisse alla facoltà di Lettere. Arrivato nel capoluogo fiorentino collaborò con La Voce, dove non mancò di esprimersi sull’italianità di frontiera a lui tanto cara, della sua città.  ”Il mio Carso” è l’unica opera completa che Slataper abbia lasciato, benché siano molti i suoi scritti giornalistici sparsi su riviste e quotidiani del tempo. Gianni Stuparich inoltre, dopo la morte di Slataper ne pubblicò postuma la  tesi di laurea dedicata ad Ibsen e curò inoltre l’edizione di  un suo epistolario.

 

“Il mio Carso” edito dai “Quaderni della Voce” nel 1912, non ha ancora trovato una precisa definizione da parte dei critici della letteratura né tanto meno si è stati in grado finora, di ricondurre l’opera ad un genere letterario adeguato: la natura de “Il mio Carso”  è certamente frammentaria, si comprende sin dall’inizio, e somiglia, a voler trovare una collocazione, ad un diario, un taccuino di impressioni e memorie non sempre trascritti in base ad una logica temporale ben definita; al centro di quest’ sperienza scrittoria completa, emergono gli elementi fondamentali del suo pensiero e i tratti più importanti della sua personalità.

 

La tematica centrale dibattuta nell’opera  è senza dubbio quella del senso di appartenenza  alla sua Trieste, città compromessa dai dissidi etnici ed in particolare ai tempi di Slataper, dilaniata da un contrasto ormai accesissimo tra popolazione italiana e slava. Come molti altri intellettuali triestini, anche Slataper aveva tentato di interpretare inizialmente in maniera costruttiva la particolare situazione della propria città e più in generale della frontiera orientale italiana, provando dunque ad intravedere una sorta di rovescio della realtà triestina, colma di elementi culturali e politici eterogenei, compromessa da sospetti e risentimenti tipici delle zone di confine.

 

Anche Slataper fu  inconsapevolmente e sempre impregnato di tale eterogeneità, soprattutto dal punto di vista culturale e più precisamente letterario:  a Trieste gli stimoli letterari furono largamente europei, stimoli che invece nel medesimo periodo non  avevano ancora raggiunto altre aree del nostro paese, né tanto meno  ambienti intellettuali delle città  italiane più attive, almeno sotto l’aspetto culturale. Il contatto con Firenze, poi con Amburgo dove fu per un anno lettore di italiano all’Università e poi con Roma, dove lavorò come cronista de “Il Resto del Carlino”  se da un lato arricchirono e ampliarono le conoscenze e le prospettive di Slataper, dall’altro acuirono quel dualismo (il  tentennamento sul pro o contro l’irredentismo) che lo tormentò  fino alla morte avvenuta prematuramente nel 1915 sul Monte Podgora. Slataper, convinto interventista, come molti altri intellettuali del periodo, all’entrata in guerra dell’Italia si arruolò nei granatieri e fu colpito dal proiettile di un soldato austro-ungarico.

 

Negli ultimi tempi, complici anche gli eventi bellici, il pensiero di Slataper subì un ulteriore modifica: quello che fino al 1914 Slataper chiamò il proprio “irredentismo culturale”, in merito al quale lo scrittore affermava che ogni triestino potesse vivere esclusivamente in una dimensione internazionalista, in una sorta di vagheggiata federazione tra  popoli, fu sostituito negli ultimi mesi di vita dello scrittore, da una convinta superiorità della stirpe italica sulle altre. Se Slataper avesse vissuto ancora, se fosse sopravvissuto alla guerra, avrebbe rivisto di nuovo le sue posizioni? L’identità composita del giovane scrittore accolse ed inglobò in sé tutte le componenti tipiche della cultura triestina; fu forse proprio il suo eclettismo di fondo a renderlo incapace  nel corso della sua breve vita,  sia di accettare che di abbandonare il proprio essere “impuro”, un dualismo eterno che probabilmente non gli avrebbe mai consentito di scegliere.

 

 

 

 

149 – Il Piccolo 13/03/14 Lubiana dovrà risarcire i “cancellati”

Lubiana dovrà risarcire i “cancellati”

 

TRIESTE La Corte europea per i diritti dell’uomo ha deciso all’unanimità che la Slovenia deve pagare, entro tre mesi, 240mila euro di indennizzo per i danni materiali ai sei “cancellati” (coloro che sono rimasti senza cittadinanza alla proclamazione dell’indipendenza) che hanno fatto ricorso alla Corte stessa. Ricorso che è stato proposto nel 2006 da 11 cancellati. A sei di questi la Corte ha riconosciuto il diritto di ricevere 20mila euro a testa per i danni non materiali. Ora il senato della Corte stessa ha deciso relativamente ai danni materiali. Così la Slovenia dovrà versare 72.770 euro a Alij Berisha, 52.240 euro a Ani Mezga, 30.300 a Zoran Mini„, 30.150 a Ilfan Sadik Ademij, 30mila a Tripun Ristanovi„ e 29.400 a Mustafi Kuri„.

Tutti e sei dovranno anche essere risarciti delle spese legali sostenute in Slovenia pari a 339,42 euro ciascuno e 5mila euro per le spese sostenute alla Corte europea per i diritti dell’uomo. Il calcolo del risarcimento è stato effettuato per l’arco di tempo che va dall’entrata in vigore nel 1994 in Slovenia della Convenzione per i diritti dell’uomo alla normalizzazione dello staus dei “cancellati”. Per quanto riguarda i danni materiali i giudici europei hanno stabilito che questi ammontano a 150 euro per ogni mese di “cancellazione”. Un risarcimento è stato altresì garantito anche per i figli dei “cancellati” pari a 80 euro per ogni mese di “cancellazione”.

Tale importo è stato inserito in quello stabilito che quindi è cumulativo.

Il ministero degli Interni sloveno ha accolto con soddisfazione la decisione dei giudici della Corte europea visto, si legge in un comunicato, che la somma di 150 euro mensili combacia perfettamente con quella stabilito dal cosiddetto “schema per i cancellati” elaborato dal governo di Lubiana. (m.man.)

 

 

 

 

150 – Il Piccolo 10/03/14 Ci voleva una guerra per fermare il massacro dell’inferno balcanico

Ci voleva una guerra per fermare il massacro dell’inferno balcanico

di Pietro Spirito

La sera del 28 agosto 1995, alle 20, poche ore dopo la seconda strage al mercato di Markale, a Sarajevo, con 37 morti e 90 feriti, il generale Sir Rupert Smith, comandante delle forze Onu schierate in Bosnia-Erzegovina, senza prima consultarsi con i vertici delle Nazioni Unite, né con gli Stati i cui soldati erano impegnati nelle forze Unprofor, chiamò il comandante delle Forze Alleate del Sud Europa della Nato. I due militari si trovarono immediatamente d’accordo sul fatto che la misura era ormai colma, e che se davvero si voleva dare una svolta al processo di pace nella ex Jugoslavia era ora di dare la voce alle armi. Alle 3 del mattino del 30 agosto ebbe inizio l’operazione battezzata Deliberate Force. Nel corso della prima notte di combattimenti la Forza di reazione rapida dell’Unprofor martellò le postazioni serbo-croate con seicento colpi di grosso calibro e di esplosivo ad alto potenziale, mentre i cannoni dell’Unprofor schierati sul Monte Igman aprirono il fuoco a forcella su diciannove postazioni serbo-bosniache colpendole con precisione devastante, mentre dal cielo gli apparecchi della Nato eseguivano non meno di tremila incursioni contro almeno sessanta obiettivi terrestri. Durante tutto il periodo delle operazioni le trattative di pace proseguirono, in un crescendo della pressione militare da parte delle forze Onu e Nato, fino al decisivo e distruttivo lancio di tredici missili Tomahawk contro le postazioni di difesa antiaerea serbo-bosniaca a Banja Luka. Gli attacchi «dimostrarono che le forze serbo-bosniache erano poco più di una tigre di carta», e il 21 settembre l’operazione Deliberate Force ebbe ufficialmente fine, spianando la strada una volta per tutte alle trattative di pace. C’era voluta una decisa azione di guerra per fermare la guerra nei Balcani, ma la domanda è: perché non era stato fatto prima? Perché aspettare tanto tempo e migliaia di vittime civili per arginare il massacro balcanico? A queste e altre domande tenta di rispondere Alastair Finlan nel libro “Le guerre della Jugoslavia 1991-1999” (pagg. 141, euro 16) tradotto da Mauro Pascolat e appena uscito per la Libreria Editrice Goriziana nella collana della Biblioteca di arte militare (Bam). Esperto di strategia e storia militare, pur senza mai perdere d’occhio il contesto politico e diplomatico Finlan analizza i quasi dieci anni di guerre balcaniche sotto un profilo squisitamente militare, studiando le forze in campo, le formazioni impiegate nel conflitto, gli armamenti, le strategie ecc. Con una questione assillante che attraversa tutte la pagine del saggio: com’è possibile che, seppure di fronte a un conflitto dai connotati prevalentemente etnici le cui radici l’autore individua nell’«occupazione tedesca» cui seguì «un’aspra guerra civile», e per quanto inserito in un contesto dai delicati equilibri internazionali, siano potuti accadere tanti e tali massacri nei confronti dei civili? Com’è stato possibile un tale inumano macello (Finlan lo definisce «di tipo medievale») nell’epoca delle armi super sofisticate e delle tecnologie d’avanguardia? Si calcola, nota Finlan, che negli anni Novanta almeno 250mila persone «rimasero uccise nei feroci scontri etnici, mentre la comunità internazionale assisteva incredula al ripresentarsi del genocidio in un’era di modernità». A differenza delle altre guerre più recenti, nota ancora l’autore, «dominate dall’impiego di armi altamente tecnologiche usate a distanza contro il nemico, in Jugoslavia si combatteva sostanzialmente una guerra corpo a corpo, in cui conoscenti si uccidevano fra di loro, il vicino ammazzava il proprio vicino, spesso con armi usate negli scontri sulla breve distanza come il fucile». Dopo aver analizzato i prodromi della dissoluzione della Jugoslavia, e il ruolo dei maggiori attori in campo – da Tuðman a Miloševi„ – Finlan passa a esaminare la cronologia degli scontri e le forze coinvolte sul campo. Che furono almeno tredici: fra queste «il conflitto impegnò croati bosniaci, bosniaci musulmani (…) e serbi bosniaci, croati, serbi croati, kosovari, macedoni, montenegrini, serbi, sloveni, nonché combattenti dalla Voivodina, senza dimenticare gli uomini delle forze Nato e di quelle dell’Onu». Tutti attori a loro volta inquadrati in milizie, formazioni regolari, bande mercenarie e/o criminali, agenzie non governative. Analizzare il patchwork costituito da queste forze armate, dimostra Finlan, spiega molte cose, ad esempio perché la Jna, l’Armata popolare jugoslava, appoggiò da subito Miloševi„, in barba alla «sua lunga tradizione di neutralità e lealtà politiche alla federazione piuttosto che a una singola nazione». Con 180mila uomini, duemila carri armati, centinaia di automezzi corazzati per il trasporto truppe, seimila mortai, tremila cannoni contraerei e molto altro, di fatto «era evidente a tutti i belligeranti che in Croazia e in Bosnia-Erzegovina i serbi e i bosniaci erano molto più efficienti in termini di potenza di fuoco garantita da velivoli, artiglieria e carri armati rispetto ai loro nemici regionali». Una superiorità che non bastò a dare una svolta decisiva al conflitto, ma fu sufficiente a consentire il mantenimento delle conquiste iniziali e punire le forze d’opposizione. E fu proprio questo squilibrio «di carattere puramente militare» a causare «immense sofferenze fra i civili delle nazionalità coinvolte nella lotta fra i belligeranti». In definitiva, fu la mancanza di una vittoria da parte di chi era militarmente “più forte” a innescare «una spirale di caos, violenze e – secondo alcuni osservatori – di pura barbarie che si trascinarono per diversi anni». Questa specie di distonia bellica fu evidente sin dalla prima scintilla del conflitto, la secessione della Slovenia. Gli sloveni, sottolinea Finlan, erano preparati a fronteggiare la minaccia dell’Armata popolare jugoslava, grazie anche a una massiccia campagna avviata allo scopo di screditarla dentro e fuori i propri confini. Pertanto, quando «la Jna ricevette l’ordine di entrare in azione, le forze slovene avevano già messo a punto un piano di neutralizzazione contro l’invasore; fu adottata una strategia semplice ma molto efficace: le colonne dell’Armata sarebbero state circondate e i loro movimenti, avanti e indietro, bloccati da ostacoli come per esempio alberi abbattuti». A quel punto gli sloveni – molti dei quali appartenevano alle Forze di difesa territoriale -, «avrebbero aperto il fuoco contro le colonne intrappolate. i cui uomini erano in molti casi riservisti spaventati e tutt’altro che entusiasti di raggiungere la meta che li attendeva». La guerra-flash della Slovenia durò una settimana, e gli Accordi di Brioni generarono «l’errata convinzione che la diplomazia sarebbe riuscita a fermare i combattimenti nell’ex Jugoslavia senza il ricorso alla forza». L’aspetto più tragico del fallimento della prima e decisiva fase della crisi, mentre si apriva il fronte in Croazia, «è che esso si ripercosse sulla popolazione civile, in quanto la guerra avrebbe condannato a una morte lenta e brutale migliaia di persone

l’autore

Esperto di forze speciali e lotta globale al terrorismo Alastair Finlan, esperto di strategia e storia militare , ha insegnato in varie università fra cui Keele, Plymouth e l’Università americana del Cairo, oltre che all’accademia militare del Britannia Royal Naval College. È fra l’altro membro dell’ International Institute for Strategic Studies. Le sue ricerche spaziano in diversi campi, dagli studi strategici alla cultura e dottrina militare, fino alle forze speciali e alla guerra globale contro il terrorismo. In particolare i suoi studi sulle forze speciali intendono analizzare il ruolo delle unità segrete nel più ampio quadro degli studi strategici. Ha pubblicato saggi sulla Guerra nel Golfo e sull’Afghanistan .

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

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http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

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