RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 909 – 08 MARZO 2014

Posted on March 10, 2014


MLH

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

 

N. 909 – 08 Marzo 2014

           

 

Sommario

 

 

125 – Corriere della Sera 28/02/14 Italia si’, Italia no: Cristicchi (Aldo Cazzullo)

126 –  Giornale d’Italia 02/03/14 Squarciato le gomme dell’auto di Cristicchi (Cristina Di Giorgi)

127 – Nove da Firenze 06/03/14 Firenze – Foibe: no allo spettacolo di Simone Cristicchi nelle scuole

128 – Il Piccolo 05/03/14  Beni abbandonati, i fondi non vanno usati altrimenti (Silvio Delbello)

129 – Il Piccolo 03/03/14 Gorizia: Foibe e polemiche, il dopoguerra non è finito (ro.co.)

130 –  Mailing List Histria Notizie 03/03/14 Comunicato Stampa –  Cessare ogni contributo finanziario della Regione Friuli Venezia Giulia a chi nega l’esistenza delle foibe

131 –  La Voce del Popolo  01/03/14 Busalla rende merito ai Dalmati Luxardo

 (Rodolfo Decleva)

132 – Panorama Edit 28/02/14 Agenda – Furio Radin e Maurizio Tremul preoccupati per il taglio dei finanziamenti

133 – La Voce del Popolo  06/03/14 Pola – Ornella Smilovich : «Lo scopo era intimorire gli italiani» (Gianfranco Miksa)

134 – La Voce del Popolo  03/03/14  Albona – Nuova luce sulla sciagura di Arsia (Tanja Škopac)

135 – La Voce del Popolo 07/03/14 Asilo italiano: grande interesse a Zagabria (Marin Rogić)

136 – L’Osservartore Romano 06/03/14 Per i giusti di tutto il mondo (Anna Foa)

137 – Il Fatto Quotidiano 05/03/14 Anche gli irredentisti triestini tifano per lo “zar”: nostalgia d`impero (Alessandro Cisilin)

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arenadipola.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arcipelagoadriatico.it/

 

 

125 – Corriere della Sera 28/02/14 Italia si’, Italia no: Cristicchi

 Italia si’, Italia no: Cristicchi

Aldo Cazzullo

Si’ Simone Cristicchi è bravissimo.

La contestazione che ha subito è preoccupante ma per certi versi interessante.
È il segno di uno scontro tra una nuova generazione ideologizzata, sia pure non nelle forme organizzate del marxismo (o del fascismo) ma in quelle volatili dei social e della rete, e la generazione precedente, cresciuta in un mondo postideologico.

Per cui si può essere di sinistra e riconoscere che gli istriani hanno subito un torto orrendo, pagando per il solo fatto di essere italiani il conto per un`intera nazione. Gli spettacoli di Cristicchi sono preziosi. “Magazzino i8” è già un caso, ma anche l`ultimo, “Mio nonno è morto in guerra”, è teso, commovente, pieno di poesia. Che fortuna, vivere in un Paese che ha artisti così.

 

126 –  Giornale d’Italia 02/03/14 Squarciato le gomme dell’auto di Cristicchi

Le gomme dell’auto di Simone Cristicchi squarciate da vandali

 

Il cantautore romano:“Siete relitti di una ideologia sepolta. A noialtri ci tocca sopportare i vostri ragli da asini, oltre che i tagli”

 

Numerosi messaggi di solidarietà e incitamenti a continuare sulla seguitissima pagina facebook dell’interprete di Magazzino 18

Quando si tratta di dare lezioni di democrazia e di cultura la sinistra sembra non avere rivali. Ma solo a parole. Già, perché se da un lato gli antifascisti doc si dichiarano contro ogni forma di violenza e unici depositari della verità storica, sbandierando ai quattro venti il loro impegno contro le mistificazioni nazifasciste, dall’altro si comportano da figli arroganti di un’ideologia che spesso e volentieri li induce a comportamenti che nella migliore delle ipotesi sfiorano il ridicolo.

 

Come quello degli esponenti dei centri sociali che a Scandicci hanno interrotto Magazzino 18 volendo denunciarne la faziosità (senza averlo peraltro visto). E come gli ignoti che, molto probabilmente di questa stessa mentalità, hanno inciso le gomme dell’auto di Simone Cristicchi con un taglierino. La risposta del cantautore romano, che sulla sua seguitissima pagina facebook (gli iscritti sono più di cinquantamila) ha commentato l’accaduto, è di quelle che non lasciano spazio ad alcun dubbio: “Siete relitti di una ideologia sepolta. A noialtri ci tocca sopportare i vostri ragli da asini, oltre che i tagli”. Parole durissime che, di fronte all’ennesimo sfregio che ha il gusto amaro della minaccia e dell’idiozia, sono l’ulteriore testimonianza della correttezza di un uomo che, pur avendo più volte dichiarato di appartenere ad un determinato orientamento politico, non ha paura di denunciarne apertamente le mele marce – o meglio, decomposte – che non sanno far altro che criticare aprioristicamente il suo lavoro.

 

 

Un lavoro che, vale la pena ripeterlo nuovamente, ha l’unica “colpa” di aver portato all’attenzione del grande pubblico il dramma delle Foibe e degli esuli istriani, giuliani e dalmati. In che modo la ricerca della verità può essere considerata di parte è un mistero che neanche Einstein potrebbe risolvere. Molto meno misteriosa è invece – purtroppo – la mentalità di una certa sinistra che ha la radicata e radicale abitudine di misurare tutto in maniera strumentale sulla base del proprio interesse di parte.

 

 

“Il problema – scrive l’artista – è che più Magazzino 18 avrà successo, e più questi relitti nostalgici alzeranno i toni, istruendo la loro bassa manovalanza che agirà scompostamente. Poi, ovviamente, da vigliacchi come sono, si tireranno indietro, pur non prendendo le distanze da simili gesti”. Poi l’amaro commento: “Se le ricerche storiche di Cernigoi, Kersevan, Purina, Volk portano a questo, mi tengo volentieri il mio buon Gianni Oliva”. In altre parole: se i risultati degli studi compiuti dai revisionisti che negano o giustificano quanto avvenuto sul confine orientale italiano in quegli anni difficili generano atteggiamenti come quelli di questa sinistra, molto meglio gli studiosi che hanno cercato di capire come sono andate veramente le cose. Al di là – come i veri storici dovrebbero sempre fare – di ogni connotazione ideologica e politica.

 

A Simone Cristicchi sono giunti moltissimi messaggi di stima e solidarietà non solo di chi ha visto lo spettacolo, ma anche – e soprattutto – da parte di coloro che le vicende a cui il cantautore romano ha dato esemplare e poetico riconoscimento le hanno vissute sulla loro pelle. Persone che gli hanno rivolto messaggi di stima, ringraziamento e incitamento a non mollare. Sulla pagina di Magazzino 18 si leggono però – non molti per fortuna – anche messaggi senza vergogna di chi insiste nel negare l’evidenza. Come quello in cui si legge: “il tuo spettacolo è totalmente antistorico e carente. Torna a studiare, tu e i tuoi fans”. Ecco. Un consiglio questo che ci sentiamo di condividere: si Cristicchi, torna a studiare. Magari grazie ai tuoi eccellenti e documentati sforzi, ci regalerai ancora una volta pagine di Storia e Verità fino ad ora dimenticate!

 

Cristina Di Giorgi

 

 

 

 

 

 

127 – Nove da Firenze 06/03/14 Firenze – Foibe: no allo spettacolo di Simone Cristicchi nelle scuole

FIRENZE

Foibe: no allo spettacolo di Simone Cristicchi nelle scuole

 

“Quello spettacolo non s’ha da fare! Così il PD e le altre forze di sinistra presenti in commissione pace hanno bocciato una mozione che chiedeva di inserire lo spettacolo dell’artista Simone Cristicchi, ‘Magazzino 18’, sul dramma dell’esodo dei giuliano-dalmati e degli istriani sul finire della seconda guerra mondiale, ne ‘Le Chiavi della Città’, ovvero nei percorsi didattici per le scuole fiorentine. Le motivazioni? Le più svariate: da ‘nelle scuole di foibe e di esodo si parla già’ fino a ‘quello spettacolo è di parte e Cristicchi non è uno storico'”. Questo quanto dichiarato dal consigliere comunale di Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale, Francesco Torselli.

“Dopo le ignobili contestazioni subite da Simone Cristicchi a Scandicci – spiega Torselli – ad opera di qualche esaltato dei centri sociali che ancora oggi vorrebbe celare nel silenzio il dramma patito dagli italiani di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia sul finire della seconda guerra mondiale e dopo che lo stesso sindaco, oggi premier, Matteo Renzi aveva raccolto il nostro invito a chiamare Simone Cristicchi a Firenze per mettere in scena ‘Magazzino 18’, avevamo pensato di chiedere l’inserimento dello spettacolo ne ‘Le Chiavi della Città’, ovvero in quell’offerta didattica che il Comune mette a disposizione delle scuole per affiancare le linee didattiche tradizionali”. “Purtroppo e con grande sorpresa – prosegue l’esponente di Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale – questa mattina in Commissione Pace il Partito Democratico e le altre forze di sinistra hanno ritirato fuori ritornelli ideologici, che sinceramente credevamo ormai ampiamente superati, secondo i quali, del dramma delle foibe e dell’esodo ‘si parla già sufficientemente’ oppure ‘quando si parla di queste cose, occorre dare una lettura fatta da ambo le parti’, e successivamente la mozione è stata bocciata, senza neppure ascoltare il parere della Direzione Comunale competente, invitata in commissione, ma solo quando la mozione era già stata respinta”. “Per l’ennesima volta e se ancora ce ne fosse bisogno – spiega ancora il consigliere – abbiamo visto tutto il bagaglio ideologico della sinistra fiorentina: una sinistra che di fronte al dramma di 30.000 infoibati e di 350.000 esuli, ancora pensa di dover dare una lettura ‘da ambo le parti della vicenda’. Ma quali sarebbero queste parti che avrebbero pari dignità? Una quella degli infoibati e degli esuli e l’altra quella dei boia titini? Dirsi sconcertati di fronte a queste prese di posizione è davvero troppo poco. Credevamo fosse ormai lontano nel tempo quel 2008 in cui esponenti della sinistra istituzionale scesero perfino in piazza insieme a chi inneggiava agli infoibatori di Tito, tanto da essere redarguiti perfino dal Sindaco Domenici. Purtroppo dobbiamo riscontrare che questi tempi non sono poi così lontani”. “Nel ribadire tutta la nostra stima – conclude Torselli – ad un’artista come Simone Cristicchi, che sappiamo non essere certo vicino a noi politicamente, per aver realizzato un’opera tanto lucida quanto toccante, in grado di raccontare i drammi delle foibe e dell’esodo meglio di 100 libri, non ci resta che auspicare che il consiglio comunale si ravveda e ribalti il voto di una commissione che, stamattina, più che una commissione consiliare, sembrava una riunione del Partito Comunista dei primi anni ’50 (e siamo certi che dicendo questo, non offendiamo nessuno dei presenti, anzi…)”.

 

Approfondisci:

http://www.nove.firenze.it/vediarticolo.asp?id=b4.03.06.21.38#ixzz2vMugjjrs

 

 

128 – Il Piccolo 05/03/14  Beni abbandonati, i fondi non vanno usati altrimenti

Beni abbandonati, i fondi non vanno usati altrimenti

 

l’intervento di  SILVIO DELBELLO *          

 

Dal resoconto dell’incontro tenutosi il 17 ottobre 2013 al ministero degli Esteri tra i dirigenti della Federazione degli Esuli, la viceministro Marta Dassù e il ministro plenipotenziario Francesco Saverio De Luigi, apprendiamo fra l’altro che la “FederEsuli ha riproposto di costituire una fondazione che, riunendo tutti i sodalizi e i centri studi stabiliti dalla legge 72/2001, possa beneficiare dei finanziamenti statali finora assegnati da questa ai singoli soggetti con l’aleatoria procedura del rifinanziamento triennale. Secondo Federesuli, parte del debito in dollari dovuto da Slovenia e Croazia all’Italia ai sensi dell’Accordo di Roma potrebbe essere devoluto dal governo a tale fondazione. Sarebbe questa una forma di compensazione indiretta, considerando che l’Accordo del 1983 non obbligava il nostro governo a trasmettere agli espropriati aventi diritto la cifra percepita dall’allora Jugoslavia”.

 

Nel comunicato emesso a seguito di una riunione datata 13 gennaio 2014 a Padova, l’esecutivo nazionale della FederEsuli comunica che “l’esecutivo ha deliberato di procedere sollecitamente alla costituzione della Fondazione degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia…” La fondazione è aperta a tutti gli organismi associativi che ne condividono le finalità. Ispirandosi alla legge 92 del 2004, nota come legge sul “Giorno del ricordo”, si impegna a costruire un futuro a partire dalla memoria rappresentata e custodita dalle associazioni, unitamente all’esperienza delle foibe e dell’esodo che ha distrutto vite, sradicato persone e messo in dubbio la sopravvivenza di un popolo intero. La fondazione vuole essere il luogo dove questa memoria sia custodita, studiata e tramandata alle nuove generazioni. La Federazione ha ritenuto che l’istituzione della fondazione sia il miglior strumento a livello nazionale ed internazionale per perseguire l’azione attuata dalle associazioni degli esuli in difesa dei loro diritti, valori e delle loro aspirazioni. Le notizie riportate sono ricavate dal sito dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e alcune domande sorgono spontanee su quanto si riferisce.

 

La prima, e mi sembra la più importante, è su come la Federesuli possa pensare di arrogarsi il diritto di decidere che soldi dei beni abbandonati possano essere destinati ad altro scopo se non quello di risarcire parzialmente chi i beni gli ha abbandonati e quindi persi. Che un organismo rappresentativo degli esuli possa mettere in dubbio che il nostro governo non sia obbligato a trasmettere agli esuli aventi diritto i soldi avuti dagli Jugoslavi , mi sembra veramente fuori da ogni logica e buon senso da parte di chi gli esuli pretende di rappresentare.

 

Appare poi veramente stravagante l’idea di formare un nuovo ente quando esiste già proprio la Federazione degli esuli: se questa non funziona o non è in grado di assolvere ai compiti per cui era stata costituita si prendano opportune inizative per superare l’impasse. L’altra considerazione riguarda l’esistente, cioè le associazioni, le istituzioni e gli enti che già esistono e stanno operando nel senso indicato per la Fondazione: l’Irci (l’Istituto triestino che sta allestendo il Museo della Civiltà istriana fiumana dalmata), il Crt (il Centro raccolta profughi di Padriciano), il Museo fiumano di Roma ed altre realtà in varie parti d’Italia. Perché si dovrebbe sacrificare o restringere quanti sino ad oggi hanno svolto egregiamente e come hanno potuto, il loro compito. Se c’è da migliorare si intervenga, si consigli, si aiuti ma non si umili pur di creare un nuovo carrozzone sottraendo agli esuli quegli spiccioli che, pur se pochi, valgono anche come riconoscimento.

 

* Presidente della Famiglia Umaghese

 

 

 

129 – Il Piccolo 03/03/14 Gorizia: Foibe e polemiche, il dopoguerra non è finito

Foibe e polemiche, il dopoguerra non è finito

Alla presentazione di un libro alla Leg le storiche Kersevan e Cernigoi hanno negato l’esistenza

All’approssimarsi del centenario della Prima guerra mondiale non resta che prendere atto che a Gorizia (e nella Venezia Giulia) il secondo dopoguerra non è ancora finito. L’ennesima, deprimente conferma, l’altro pomeriggio alla Leg dove è stato presentato il libro di Giuseppina Mellace “Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe». Il titolo, come ha ammesso l’autrice, che insegna storia a Roma, non è pertinente con il contenuto improntato, soprattutto, al tragico destino di molte donne uccise e buttate nelle foibe da parte dei partigiani di Tito. Mellace propone un’ampia ricognizione sulla storia di queste terre dagli anni Venti al dopoguerra. Talvolta la trattazione è approfondita. Altre meno. Ma il volume ha il pregio di fornire a chi non conosce la nostra storia le coordinate per poterla meglio esplorarla. Nella presentazione si è inevitabilmente parlato delle foibe, delle vittime che hanno inghiottito e del motivo per cui i partigiani di Tito hanno agito con tale efferatezza. Mellace cita fonti e archivi da cui ha attinto le informazioni. Come è noto non mancano i contributi di collaudati storici anche giuliani, non politicizzati, che hanno sviscerato in lungo e largo l’orrore delle foibe. A un certo punto della serena presentazione, seguita da un folto pubblico, è intervenuta la storica Claudia Cernigoi, che per Kappa Vu ha pubblicato diverse ricerche dalle quali ella evince, citando fonti e archivi consultati, che le foibe sono sostanzialmente un’invenzione e gli unici corpi ritrovati appartenevano a soldati. Secondo Cernigoi è un’invenzione anche la foiba di Basovizza che dal 1992, per decreto del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (ultimo giudice italiano ad aver emesso una condanna a morte) è monumento di interesse nazionale. Mellace ha opportunamente invitato Cernigoi a rivolgersi a Napolitano affinché revochi quanto decretato dal predecessore se è vero che nella foiba di Basovizza, come nelle altre, non è finita nessuna vittima civile. A dar man forte a Cernigoi sono intervenuti anche Alessandra Kersevan, autrice e coordinatrice della casa editrice Kappa Vu, e Bruno Maran autore del libro “La lunga scia color cenere. Fatti e misfatti del regio esercito ai confini orientali”. Cernigoi e Kersevan hanno sostanzialmente negato quanto proposto dalla maggioranza degli storici, ovvero che le foibe sono state un micidiale strumento di pulizia etnica dei partigiani jugoslavi. Più pacato Maran, anch’esso però schierato sul fronte non dei negazionisti, non dei riduzionisti, ma su quello dei “in fondo se la sono meritata”. Cernigoi e Kersevan sono riuscite perfino a smentire che la strage di Vergarolla a Pola sia stata opera della polizia segreta jugoslava. A Maran, infine, suggeriamo la lettura del libro “Un debito di gratitudine” scritto da Menachem Shelah, professore emerito dell’università di Gerusalemme. Al termine di un dibattito del genere ci si chiede quando si potrà serenamente discutere di questa storia. Non disperiamo comunque. (ro.co.)

130 –  Mailing List Histria Notizie 03/03/14 Comunicato Stampa –  Cessare ogni contributo finanziario della Regione Friuli Venezia Giulia a chi nega l’esistenza delle foibe

GRUPPO CONSILIARE REGIONALE

 

FORZA ITALIA

 

REGIONE AUTONOMA FRIULI VENEZIA GIULIA

 

Il Vice Presidente

 

 

COMUNICATO STAMPA

 

Cessare ogni contributo finanziario della Regione a chi nega l’esistenza delle foibe, come disciplinato dall’art. 414 del Codice penale, e tra queste anche alle signore Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan

 

Sono trascorsi solo pochi giorni dalle celebrazioni del Giorno del Ricordo dell’esodo e delle foibe, la cui legge istitutiva è giunta al decimo anno dalla sua approvazione da parte di tutto il Parlamento nazionale, fatta eccezione per una manciata di parlamentari dell’estrema sinistra, che il fronte dei negazionisti o giustificazionisti fa nuovamente sentire la sua voce, destinata a provocare ulteriori sofferenze ai famigliari delle migliaia di vittime delle foibe.

I media di oggi danno notizia di una nuova (e non sarà certamente l’ultima) provocazione delle signore Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, le quali hanno partecipato sabato scorso, presso la Librerai Editrice Goriziana, alla presentazione del libro di Giuseppina Mellace “Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe», mediata dal responsabile della redazione goriziana de Il Piccolo, Robereto Covaz.

Dalla cronaca si apprende che “a un certo punto della serena presentazione, seguita da un folto pubblico, è intervenuta la signora Claudia Cernigoi, che per Kappa Vu ha pubblicato diverse ricerche dalle quali ella evince, citando fonti e archivi consultati, che le foibe sono sostanzialmente un’invenzione e gli unici corpi ritrovati appartenevano a soldati. Secondo Cernigoi è un’invenzione anche la foiba di Basovizza che dal 1992, per decreto del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro è monumento di interesse nazionale. A dar man forte a Cernigoi è intervenuta anche Alessandra Kersevan, autrice e coordinatrice della casa editrice Kappa Vu. Cernigoi e Kersevan hanno sostanzialmente negato quanto proposto dalla maggioranza degli storici, ovvero che le foibe sono state un micidiale strumento di pulizia etnica dei partigiani jugoslavi. Sono riuscite perfino a smentire che la strage di Vergarolla a Pola sia stata opera della polizia segreta jugoslava.”

Tra i tanti a rimanere offeso e sconcertato è stato il Vice Presidente del Gruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Rodolfo Ziberna, a fronte di questa ennesima provocazione delle due signore, “le quali – afferma Ziberna – vogliono negare, minimizzare o giustificare l’uso delle foibe, che come universalmente noto sono state invece usate quale strumento di lotta politica e di pulizia etnica, che offende una volta di più le migliaia di vittime delle foibe ed i loro familiari.”

Ecco perché il consigliere regionale azzurro ha preso carta e penna ed ha presentato una urgente interrogazione alla Presidente Serracchiani ed all’Assessore regionale Torrenti con cui innanzi tutto fa rilevare come in moltissimi paesi stranieri la negazione di qualsiasi genocidio costituisca reato. In Italia l’articolo 414 del codice penale aggrava la pena nel caso in cui il reato di istigazione o apologia di un reato di delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità la pena è aumentata della metà.

Ciò premesso ha chiesto se direttamente o indirettamente le signore Cernigoi e Kersevan percepiscano contributi da parte della Regione, o se ne percepiscano soggetti privati (case editrici, associazioni culturali, ecc.) di cui esse fanno parte a diverso titolo ed a quanto ammontano dette eventuali contribuzioni. Inoltre vuole sapere se ritengano che con dette risorse la Regione, contribuendo direttamente o indirettamente a promuovere le tesi negazioniste, le sostenga nell’eventuale consumazione del reato di cui all’art. 414 o comunque nel diffondere tesi destinate ad alimentare ingiustificato dolore e sofferenza, foriero di odii e rancori. Ed infine chiede se condividano la necessità di sospendere ogni contributo finanziario e di qualsiasi altra natura a beneficio di soggetti pubblici e privati che direttamente o indirettamente concorrano – perché pubblicano loro opere o perché le invitano a svolgere conferenze – nel diffondere azioni volte a configurare il reato di cui all’art. 414, anche attraverso la negazione delle foibe.

 

 

 

 

131 –  La Voce del Popolo  01/03/14 Busalla rende merito ai Dalmati Luxardo

 

Busalla rende merito ai Dalmati Luxardo

 

Venerdi scorso si è svolta a Busalla nel capiente Salone “Elidio Roberto” della Società di Mutuo Soccorso “Liberi Operai” (g.c.) con l’intervento di autorità genovesi e locali, studenti e docenti dell’Istituto “Primo Levi” e della Scuola Media “Vito Scalfidi”, e un buon numero di esuli, giunti anche da Genova e da Savona, l’ottava edizione del Giorno del Ricordo. Davanti al palco – dove erano esposti i Gonfaloni della Regione Liguria e del Comune di Busalla, scortati da Vigili in alta uniforme – l’assessore all’Istruzione di questo Comune dell’entroterra ligure, Antonello Barbieri, ha rivolto ai convenuti il saluto dell’amministrazione busallese, mettendo in evidenza che questa, che era l’ottava edizione della ricorrenza giuliano-dalmata, è stata imperniata sul tema del coraggio e della forza di ricominciare, in riferimento ai fondatori e propietari della fabbrica di liquori “Luxardo”, produttori del celeberrimo “Maraschino”, fondata nel 1821 a Zara da Girolamo Luxardo e riavviata dopo la fine della Seconda guerra mondiale a Torreglia, nel Padovano. Dopo che negli anni passati Busalla aveva voluto rendere merito ai campioni sportivi giuliani – tra cui Nino Benvenuti, l’ammiraglio Agostino Straulino, Abdon Pamich, Ottavio Missoni, Ulderico Sergo – e all’indimenticato Sergio Endrigo, quest’anno è stata la volta del Dr. Franco Luxardo, oratore ufficiale, che ha raccontato la storia dell’azienda che ebbe la felice intuizione di lavorare le ciliegie marasche dalmate facendo del “Maraschino” un marchio conosciuto in tutto il mondo.

 

Fondata da un ligure dalmata      

 

Fu Girolamo Luxardo, originario di Santa Margherita Ligure, che la fondò nel 1821 e fu Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria e Ungheria, che concesse all’industria zaratina dei privilegi imperiali a tutela della sua creazione, indicando nella sua ragione sociale la dizione “Privilegiata Fabbrica Maraschino Excelsior” che la ditta mantiene tuttora.

Al termine della prima guerra mondiale successero dei contraccolpi, dovuti soprattutto alla perdita del ricco mercato russo in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, che vennero superati “lavorando in silenzio, con serietà e secondo il passo della gamba”, come nello stile dei Luxardo. Con l’annessione all’Italia vennero ripristinati i contatti con i mercati esteri e la manodopera occupata raggiunse le 250 unità con ampliamento della fabbrica su 12mila metri quadrati. Le vendite aumentavano anche perché l’azienda aveva adottato una pratica innovativa di relazioni pubbliche per quei tempi denominata “visite guidate in azienda” riservate a scelti clienti potenziali. Nel secondo conflitto, gli Alleati furono sollecitati da Tito a bombardare il coriandolo di terra della città di Zara, che subì ben 54 bombardamenti che provocarono la distruzione del 92 per cento del patrimonio edilizio cittadino compreso lo stabilimento “Luxardo”, in fiamme per una settimana. L’arrivo delle truppe titine, nel 1944, portò in seguito al sequestro e alla nazionalizzazione delle attività “Luxardo” e l’esodo fu inevitabile. La famiglia noleggiò un peschereccio che, navigando di notte per paura dei mitragliamenti inglesi, fece rotta per l’isola di Selve (attuale Silba), Lussino, Pola e quindi Trieste, non senza aver perduto per strada due parenti vessati dai Tribunali popolari di Tito e probabilmente annegati nelle acque dell’Isola Lunga (Dugi Otok).

 

Come l’araba fenice

 

I Luxardo decisero in seguito di continuare la stessa attività in Italia e per stabilire la zona agricola più idonea alla maturazione delle ciliegie marasche si rivolsero al prof. Alessandro Morettini, grande esperto di coltivazioni arboree, docente dell’Università di Firenze, che già anni prima aveva fatto uno specifico studio sull’azienda “Girolamo Luxardo” a Zara e sulla coltivazione delle marasche. Egli indicò la zona dei Colli Euganei come la più idonea, scartando la zona di Pesaro nelle Marche, e fece donazione di una ventina di piante originali che egli aveva prelevato a Zara durante la sua visita di studio avvenuta anteguerra.

Si dovette attendere 5 anni perché le nuove coltivazioni arrivassero a frutto ed avere la materia prima per produrre il Maraschino, ma nel frattempo l’azienda era decollata creando la nuova clientela con altri tipi di liquori, compreso il “Sangue Morlacco”, altra specialità dei Luxardo così immortalata da Gabriele D’Annunzio.

Attualmente nello stabilimento di Torreglia, vicino a Padova, la “Girolamo Luxardo”, giunta ormai alla settima generazione, esporta il 70 per cento dei propri prodotti in ben 72 Paesi del mondo.

 

Pranzo Fiumano per 104   

 

A Busalla a salutare i presenti e gli ospiti a nome della Regione Liguria e della Provincia di Genova sono stati rispettivamente il consigliere Aldo Siri e il Dr. Augusto Roletti, mentre il Dr. Claudio Eva ed Emerico Radmann, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’ANVGD di Genova, hannno rievocato la tragedia delle foibe e l’esodo. La cerimonia si è conclusa con l’esibizione del Gruppo musicale di Arma di Taggia “Bruti e Boi”, che ha eseguito brani in dialetto genovese e in istriano, tra cui l’ormai internazionale “Mula de Parenzo”. Ha fatto seguito il tradizionale “Pranzo Fiumano” che quest’anno ha registrato il record di 104 coperti. I nomi degli artefici di questo apprezzato gesto di ospitalità giuliano-dalmata: Fernanda Celli, Uccio Prischich, Giuliano Bobbio, Claudia Celli, Rosanna Milanolo, Maria Tozzi, Nuccia Lovrich e Cesare Bassi, detto Rino. Congedandosi da Busalla il Dr Franco Luxardo, molto commosso per l’accoglienza, ha detto: “Non ho mai visto una cerimonia così sentita e partecipata. Tanti studenti con i professori e tanto popolo. Sentire che il sindaco comunista della Busalla del 1946 Antonio Cervetto e l’assessore socialista agli Alloggi, Paolo Martignone, definirono i profughi con l’appellativo di “sventurati fratelli” e invitarono i concittadini ad accoglierli nelle loro ville, villette e case sfitte, è un grande conforto al ricordo dei momenti bui di quei tempi, quando altrove venivamo contestati. E questo spiega il perché del pranzo e dei dolci fiumani preparati per gli intervenuti dagli esuli residenti a Busalla”.

 

Rodolfo Decleva

 

 

 

132 – Panorama Edit 28/02/14 Agenda – Furio Radin e Maurizio Tremul preoccupati per il taglio dei finanziamenti

Furio Radin e Maurizio Tremul preoccupati per il taglio dei finanziamenti

 

Un colloquio molto amichevole in un momento delicato per il governo italiano. Questo il giudizio del presidente UI, Furio Radin, dopo l’incontro alla Farnesina – assieme al presidente della Giunta, Maurizio Tremul – con il viceministro degli Esteri, Marta Dassù.

 

I responsabili UI hanno espresso gratitudine a Marta Dassù per averli voluto incontrare nel momento in cui il mandatario Matteo Renzi (che nel frattempo ha avuto l’incarico, ndr.) era impegnato nelle consultazioni per la formazione del nuovo governo.

 

All’incontro si è parlato della situazione inerente alla CNI in Croazia e in Slovenia affrontando pure la situazione venutasi a creare alla Casa editrice Edit. Ad inserire l’argomento in agenda sono stati proprio i responsabili UI i quali hanno rilevato di essersi trovati, per la prima volta in 24 anni, di fronte ad una situazione incresciosa che mai prima si era verificata né presso le istituzioni né presso le associazioni della CNI come lo sono per esempio le Comunità degli Italiani.

Soddisfatto degli esiti del colloquio Maurizio Tremul al rientro da Roma ha ricordato che la viceministro Dassù è stata, durante il suo mandato, molto vicina alla CNI ed è stata presente a Zara all’inaugurazione dell’asilo italiano. Parole di grande apprezzamento sono state espresse anche perché è riuscita ad inquadrare molto bene e comprendere il ruolo culturale della comunità italiana dell’Istria del Quarnero e della Dalmazia e il valore che questa rappresenta per l’Italia. Tremul ha espresso il desiderio che la Dassù venga riconfermata alla Farnesina vista anche l’ottima conoscenza e l’attenzione che ha rivolto alla CNI.

Un po’ di preoccupazione è stata espressa in riferimento al recente taglio degli stanziamenti destinati alla CNI per un ammontare di circa 400.000 euro.

 

 

133 – La Voce del Popolo  06/03/14 Pola – Ornella Smilovich : «Lo scopo era intimorire gli italiani»

«Lo scopo era intimorire gli italiani»

 

Gianfranco Miksa

 

Andò a lavarsi il viso alla fontana, scampando così a quell’immensa carneficina che in un attimo provocò la morte di oltre 70 polesi e centinaia di feriti, come ricorda oggi quella che a Vergarolla è stata la persona più vicina al luogo dell’esplosione a rimanere miracolosamente viva, illesa, praticamente se la cavò senza un graffio. Ornella Smilovich quella domenica del 18 agosto 1947 scampò alla strage. Sposata Mihaljević, è nata a Pola nel 1934 e all’epoca era una ragazzina di 13 anni. Ma quella giornata se la ricorda molto bene. L’abbiamo raggiunta per raccogliere la sua testimonianza. E siamo tornati insieme sul luogo della tragedia di quasi settant’anni fa.

 

“Ricordo che era una giornata d’agosto soleggiata e calda, afosa – esordisce Ornella Smilovich –. I motoscafi dalla riva verso Vergarolla erano gratuiti. E ciò a causa delle gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzata dalla Società dei canottieri ‘Pietas Julia’ (da rilevare che venerdì prossimo a Trieste, al Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata s’inaugura una mostra sul club, ndr). L’evento aveva richiamato tantissima gente, intere famiglie, genitori, figli, anziani e bambini. Tutti riuniti in una giornata da trascorrere al mare con serenità. Questa gita rappresentava per me la prima volta che mi recavo a Vergarolla. Prima di allora, infatti, non avevo mai messo piede in quella zona di Pola. La mia famiglia preferì mettersi al freddo sotto una pineta. Per chi si trovava invece lungo la spiaggia, nelle vicinanze dell’esplosione, non vi fu alcuna salvezza”.

 

Dove si trovavano le mine?

 

“Le mine marittime, una ventina, erano accatastate sulla spiaggia. Erano state disinnescate dagli artificieri e non potevano scoppiare senza detonatori. L’innesco era stato quindi rimosso, ma contenevano ancora tritolo, ben 9 tonnellate. Molti usavano posare sopra i cilindri metallici dell’ordigno il proprio abbigliamento per farlo asciugare sotto i raggi del sole. Alcuni persino riposavano alla loro ombra, mentre i bambini ci giocavano sopra. Agli occhi dei polesi erano dunque inoffensivi, perché disinnescati dai militari alleati, verso i quali gli italiani di Pola avevano grande fiducia e stima”.

 

Un boato assordante

 

Come avvenne l’esplosione?

 

“Accadde tutto in pochi secondi. Rimasi viva perché mi recai a prendere dell’acqua alla fontana. Desideravo, infatti, lavarmi il viso dal sale che mi dava un prurito fastidioso. Nel tragitto verso la sorgente passai a pochi centimetri dalle mine. Alcuni istanti dopo accadde l’esplosione. Ci fu un boato assordante che scosse l’intera baia. Tutto si tinse di nero come la notte. Dalla spiaggia si alzò un’altissima, impressionante colonna di fumo nero. Mio padre, che assieme al resto della famiglia si era salvato perché si trovava un po’ più in alto dalla spiaggia, corse a cercarmi”.

Io rimasi fortunatamente illesa. Ero, invece, interamente ricoperta dalla carbonella. Nelle orecchie ce n’era tanta che, addirittura, dopo tre giorni sentivo ancora il suo sapore in bocca”.

 

Un mattatoio

 

Come si presentava la spiaggia dopo l’esplosione?

 

“Un mattatoio. La terra era arsa, mista al colore del sangue. Corpi dilaniati con arti, gambe e braccia staccate e sparse ovunque. C’erano corpi addirittura che galleggiavano sull’acqua. Il mare era tinto di rosso. Fu una strage tra i bagnanti. Urla, lacrime e lamenti. Tutti gridavano, soprattutto gli agonizzanti. Ricordo una signora che implorava aiuto, con in braccio i propri figli, uno esanime e l’altro moribondo. Mio padre non poté che metterlo all’ombra. Non so che cosa sia successo di lui. Perirono oltre settanta polesi, di cui 59 furono identificati. Gli altri furono letteralmente polverizzati e quindi non identificabili. A loro va aggiunto un numero imprecisato di feriti gravi e leggeri”.

 

Cosa accadde in seguito?

 

“Iniziarono ad arrivare i soccorsi con le sirene urlanti delle autoambulanze. Era un correre frenetico su e giù, una continua spola tra l’ospedale e Vergarolla. Al ‘Santorio Santorio’ si lavora al limite delle possibilità umane. Una storia che venni a sapere parecchio tempo dopo è quella legata al dottor Giuseppe Micheletti, triestino, che riconobbe tra le salme delle vittime i suoi due figli. Nonostante l’enorme tragedia continuò a prestar aiuto ai feriti tutta la notte, senza mai allontanarsi dal tavolo operatorio. Mio padre riuscì a organizzare un trasporto con un carro, e via terra tornammo finalmente a casa. Alcuni giorni dopo l’esplosione, quando riuscii a rimettermi dallo shock, raccolsi i miei modesti risparmi e andai a donarli alla Chiesa di Sant’Antonio in segno di gratitudine per essere rimasta illesa”.

 

Un trauma da rimuovere

 

E nei giorni successivi?

 

“Tutti ci chiedevano notizie sull’accaduto. Io ero titubante a parlarne, non volevo più sentire parlare di Vergarolla. Ero scossa, era un trauma da dimenticare e infatti non ne parlai per tantissimi decenni. Fino a pochissimo tempo fa nessuno sapeva che fossi una sopravvissuta alla strage. Ho iniziato a ricordare solo di recente”.

 

Come mai?

 

“Per quasi cinquant’anni, in Jugoslavia prima e in Croazia poi, non si parlò della strage di Vergarolla. Era un argomento tabù, come le foibe. Questo che era stato il più cruento fatto avvenuto nella storia di Pola in tempo di pace, e sottolineo questo aspetto, non trovava spazio nella memoria di una città che era mutata nella composizione etnica rispetto al ’46”.

 

Qualcuno parlò di incidente, più recentemente si è affermata l’ipotesi che si sia trattato di un attentato, come emerso da certi documenti custoditi negli archivi dell’intelligence britannica.

 

“Non è un’ipotesi. È stato un attentato per intimorire la componente italiana della città. La mina è stata attivata a distanza. Si sanno anche i nomi delle persone coinvolte nel triste accaduto. Molti dei quali sono gente di Pola, comunisti, partigiani italiani”.

 

Il suo episodio è stato raccontato anche nel libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani” di Jan Bernas e messo in scena, in forma di spettacolo teatrale, dal cantautore romano Simone Cristicchi.

 

“Circa sei anni fa mi contattò lo storico Jan Bernas e gli raccontai la mia vicenda legata alla strage e le mie parole sono state utilizzare anche da Cristicchi in ‘Magazzino 18’”.

 

Che sensazione ha provato nel vedere l’episodio nello spettacolo?

 

“Un misto tra emozione e tristezza”.

 

 

 

 

134 – La Voce del Popolo  03/03/14  Albona – Nuova luce sulla sciagura di Arsia

Nuova luce sulla sciagura di Arsia

 

Tanja Škopac

 

ALBONA “Non si doveva dare la più grande miniera di carbone d’Italia, attrezzata come le migliori di Europa, in mano a tecnici che in questo genere di miniere erano dei veri principianti”.

 

Era stata questa la risposta che l’ingegnere Augusto Batini, dirigente della miniera di Arsia negli anni Trenta dello scorso secolo, dette al pretore di Pinerolo il 26 marzo 1940, parlando delle principali cause della tragedia avvenuta ad Arsia il 28 febbraio di quell’anno.

 

A citare le parole di Batini venerdì scorso nella Biblioteca civica di Albona, all’ottava edizione della cerimonia commemorativa dedicata ai minatori morti nella sciagura mineraria di 74 anni fa, è stato Tullio Vorano, presidente del Comitato esecutivo della Comunità degli Italiani di Albona e profondo conoscitore del passato minerario albonese.

 

 

A Batini subentra «un imbecille presuntuoso»

 

Secondo quanto ha esposto Vorano nella sua relazione intitolata “Nuova luce sulla tragedia mineraria del 1940 ad Arsia” e compilata in base alla documentazione nell’archivio di Batini, messa a disposizione dalla figlia dell’ingegnere, Cesira, a perdere la vita nella sciagura, causata probabilmente dall’esplosione del metano e della polvere di carbone, furono 187 minatori, due in più rispetto a quanto si credeva fino a poco tempo fa.

Parlando della dirigenza di Batini, Vorano ha sottolineato l’aumento della produzione e quello del numero dei minatori negli anni ‘30: le poco meno di 290.000 tonnellate prodotte nel 1934 erano state portate a oltre 850.000 nel 1937, mentre negli stessi anni il numero degli addetti era aumentato da 1.237 a 6.467. Secondo Vorano, i principali artefici di questo straordinario sviluppo furono Batini, che proveniva da S. Giovanni alla Vena, nelle vicinanze di Pisa ed era “uomo di straordinarie capacità organizzative, profondo conoscitore dell’arte mineraria e nel contempo molto umano, per cui godeva anche la stima e l’affetto degli operai”, e Guido Segre, cui “si deve la costituzione dell’Azienda Carboni Italiani (A.Ca.I.) nel 1935, che significò l’unificazione delle miniere a livello nazionale e la congiunzione delle miniere istriane a quelle sarde, e che commissionò all’architetto Gustavo Pulitzer Finali la progettazione e la costruzione dell’abitato di Arsia”.

Durante la dirigenza Batini l’incidente più grave fu quello avvenuto nella notte tra il 6 e 7 settembre 1937, quando persero la vita 9 minatori. La sicurezza nelle miniere di Arsia peggiorò con le leggi razziali del 1938, dopo le quali il direttore dell’A.Ca.I., Segre, in quanto ebreo, dovette andarsene, mentre arrivò la nuova dirigenza, “persone incapaci – a dire dell’ingegnere capo del Distretto di Firenze del Corpo reale delle Miniere, Luigi Gerbella – che diedero la miniera in mano a un certo Bechi”.

“Poco tempo dopo, la nuova dirigenza dell’A.Ca.I. votò la sfiducia a Batini, perché egli si rifiutava di incrementare la produzione oltre alle possibilità effettive della miniera. Batini era contrario all’aumento della produzione nella Camera 1, dove più tardi avvenne la tragedia. Egli stesso aveva organizzato la preparazione di detta Camera, perché ricca di carbone, ma secondo lui era necessario ancora congiungerla al nuovo pozzo (Littorio), che era in costruzione, nonché al pozzo Paolo, per migliorare l’aerazione della Camera. Inoltre, essa avrebbe avuto bisogno di un efficiente armamento e di un impianto idrico per l’innaffiamento della polvere di carbone”, ha sottolineato Vorano parlando del motivo per cui Batini fu sostituito. Egli considerava il suo successore “un imbecille presuntuoso”, incapace di gestire la miniera, anche perché Bechi era ritenuto moralmente responsabile della morte per annegamento di 14 minatori nella miniera di lignite di Ribolla. Nel presentare le numerose lettere inviate a Batini dai suoi ex collaboratori in seguito alla tragedia, Vorano ha menzionato quella in cui Giulio Milo gli conferma i 187 morti, come pure la lettera del cognato di Batini, Piero Millevoi, in cui tra le cause della sciagura cita “troppa fretta, troppo poca sorveglianza, troppo poca conoscenza della miniera”.

 

«Arsia, la bianca città del carbone»

 

Oltre alla relazione di Vorano, molto interessante pure la presentazione del libro “Arsia, la bianca città del carbone”, dell’architetto triestino Francesco Krecic, della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia. Tramite i dati attinti dai documenti conservati in diversi archivi in Italia e in Istria, tra cui quello di Pisino e l’Archivio storico della Soprintendenza in parola, e osservazioni personali, Krecic racconta la storia di Arsia e ricostruisce le vicende che hanno portato alla nascita della cittadina dove, secondo l’idea originale, sarebbe dovuto nascere un villaggio operaio come quello a Vines o Stermazio, ma, alla fine, “per una serie di coincidenze favorevoli”, fu progettata una città per duemila operai.

 

“Mi aveva colpito il fatto che su Arsia c’erano praticamente solo alcuni articoli e testi che riportavano le stesse notizie dell’epoca fascista, secondo le quali Arsia sarebbe stata realizzata per volontà di Mussolini. Invece, Arsia è una vicenda molto più complessa, che affonda le radici negli anni ’20 e che vede come protagonisti l’imprenditore di origini torinesi Guido Segre e l’architetto Pulitzer Finali, oltre ad alcuni altri architetti”, ha detto Krecic. Parlando della chiesa di Arsia, Krecic ha rilevato di non condividere l’opinione secondo la quale l’edificio associa alla forma di un carrello minerario capovolto. Sarebbe, invece, un’interpretazione dell’architettura che Pulitzer aveva avuto l’opportunità di ammirare durante il suo studio a Monaco di Baviera.

Oltre a Krecic e agli esponenti della CI di Albona, tra cui la presidente Daniela Mohorović, a presenziare alla cerimonia sono stati pure Livio Dorigo e Fabio Scropetta, rispettivamente presidente e vicepresidente del Circolo di cultura istro-veneta “Istria” di Trieste, in collaborazione con cui la CI ha organizzato la serata. Presenti pure i sindaci delle autonomie patrocinanti, Albona e Arsia, Tulio Demetlika e Glorija Paliska Bolterstein, come pure Luigi Silli, della Società operaia di mutuo soccorso “Onorato Zustovi” di Trieste. Con il Circolo di cultura triestino è venuto ad Albona pure Tetsutada Suzuki, un ricercatore giapponese che a Trieste studia le tematiche di confine. Suzuki ha regalato a Vorano una pubblicazione con le fotografie di una miniera di carbone giapponese. Nella parte musicale della serata si sono esibiti Hrvoje Puškarić e Roni Bertoša, rispettivamente insegnante e allievo della Scuola elementare di musica “Matko Brajša Rašan” dell’Università popolare aperta di Albona.

 

 

 

 

 

135 – La Voce del Popolo 07/03/14 Asilo italiano: grande interesse a Zagabria

Asilo italiano: grande interesse a Zagabria

 

Marin Rogić

 

ZAGABRIA | Il 14 febbraio scorso sul nostro quotidiano abbiamo scritto del sondaggio promosso dalla Comunità degli Italiani di Zagabria e dalla sua presidente Daniela Dapas, volto a testare l’interesse per un eventuale apertura di un asilo italiano nella capitale croata. La presidente si era detta fiduciosa dell’esito e oggi possiamo dire che la sua fiducia era ben riposta. Il sondaggio è stato svolto su un gruppo imparziale di 175 intervistati e consisteva in cinque domande le quali sono rimaste on line per una decina di giorni. L’analisi dei dati ha mostrato che il 98% degli intervistati ha espresso l’interesse per l’apertura dell’asilo italiano a Zagabria, sottolineando che iscriverebbero il loro figlio/nipote all’asilo. Inoltre, la maggioranza (l’80%) vorrebbe anche che l’asilo fosse bilingue. Per quanto riguarda invece l’ubicazione della scuola materna, il 46% ha risposto che vorrebbe che l’asilo fosse ubicato in centro città, mentre il 40% lo vorrebbe situato nella parte occidentale della capitale. “Sono felice che i risultati del sondaggio siano estremamente positivi, anche se dall’interesse dei soci questo esito era prevedibile. Zagabria è una capitale europea, una città che richiede la presenza di un asilo italiano sia per gli italiani in loco, come pure per tutti coloro che desiderano che i loro figli frequentino un’istituzione prescolare di questo tipo. In futuro si potrebbe sperare anche di una scuola elementare” – ha commentato Daniela Dapas -. Questo è un primo passo molto importante. Nei prossimi mesi si farà un quadro delle necessità finanziarie e si cercherà il sito più adeguato per poter ospitare l’asilo in lingua italiana. “Il progetto è stato pianificato in linea con le norme di legge. Il prossimo passo sarà rappresentato dal reperimento dei finanziamenti. Sono ottimista. Credo in questo progetto!”

 

Libro sugli i italiani a Zagabria

 

Altra novità proveniente dalla CI zagabrese è l’avvio di un nuovo progetto che dovrebbe dare vita ad un libro sulla storia degli italiani a Zagabria, dal titolo “Gli italiani a Zagabria”. Se tutto andrà secondo i piani, dovrebbe uscire dalle stampe entro la fine dell’anno. Stando a quanto scritto nella bozza dal ricercatore Filip Škiljan, il testo sarebbe suddiviso in alcuni capitoli che verrebbero sistemati in ordine cronologico a partire dall’epoca medievale, ovvero dalle prime tracce della presenza di popolazione italiana, ovvero dei primi abitanti provenienti dalle zone dove si parlava l’italiano, fino al giorno d’oggi. Il libro sarà stampato in italiano e croato.

 

 

 

 

136 – L’Osservartore Romano 06/03/14 Per i giusti di tutto il mondo

Per i giusti di tutto il mondo 

 

(Anna Foa) Il 6 marzo si celebra in tutta Europa, per il secondo anno, la giornata europea dei giusti. Questa giornata è stata istituita dal Parlamento di Strasburgo nel gennaio del 2012, su iniziativa dell’Associazione Gariwo di Milano di cui è presidente lo storico e scrittore Gabriele Nissim, nell’intento di ricordare quanti «hanno salvato vite umane nel corso di tutti i genocidi e omicidi di massa e degli altri crimini contro l’umanità commessi nel ventesimo e ventunesimo secolo» e di rammentare «tutti coloro che hanno salvaguardato la dignità umana durante i periodi totalitari del nazismo e del comunismo».

 

Tra le iniziative italiane, quella di Roma il 3 marzo alla Camera dei Deputati, e quella di Milano il 6 marzo nel giardino dei Giusti di tutto il mondo, a Monte Stella. Tra quelle europee, quella di Varsavia e quella di Sarajevo, due luoghi simbolicamente assai significativi.

In mezzo a tanto fervore di iniziative, come quelle organizzate nella giornata della memoria da poco trascorsa, questa rappresenta una novità importante. In primo luogo perché, pur prendendo le mosse dall’istituzione israeliana dei Giusti delle Nazioni non vuole in nessun modo limitarsi al caso della Shoah e ai salvatori degli ebrei, ma si propone di allargare questo tema e questo riconoscimento a tutti coloro che, di fronte a stermini, genocidi, violenze di ogni tipo hanno messo a rischio la loro vita, con una scelta libera e un’alta ispirazione etica, per salvare delle vite umane in pericolo. Torna così alla ribalta il Rwanda, con Françoise Kankindi, fra i relatori di Roma. E tornano i nomi di Jan Karski, Anna Politkowskaia, e di alcuni salvatori della terribile tragedia di Sarajevo. Le vittime e i salvatori della Shoah trovano posto accanto a quelli del Rwanda, della Bosnia ed Erzegovina, e ci auguriamo domani possano essere accostati a quelli dell’Unione Sovietica, della Cambogia di Pol Pot, dell’Istria delle foibe. E a tanti altri di questo secolo dello sterminio appena trascorso e del XXI secolo che ci scorre veloce dietro le spalle e che già si caratterizza per altri orrori.
Si tratta di un’iniziativa non solo per promuovere memoria e riconoscimento, ma anche per abbattere le barriere che frenano gli studi storici e limitano il confronto fra fenomeni simili, quali ad esempio i genocidi del Novecento. È chiaro che, a differenza di quanto accade a livello della memoria dei Giusti, dove il filo rosso conduttore è quello della responsabilità morale, nel caso della storiografia ci troviamo di fronte a problemi più complessi, a confronti e distinzioni che debbono tener conto delle somiglianze dei fenomeni, quali ad esempio quelli riconosciuti come genocidi, e non fare di tutt’erba, sia pur un’erba assai avvelenata, un fascio. Che la memoria dei genocidi, a cominciare dall’invenzione stessa del termine “genocidio” nel 1944 ad opera del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, sia stata fondata sulla Shoah è un dato di fatto. Che la Shoah metta insieme, anche con molti elementi non rinvenibili altrove, tutte le caratteristiche dell’esperienza estrema e del genocidio, è un altro dato di fatto. Ma questo non implica né deve implicare chiusura, semmai la massima apertura verso il resto degli stermini, delle violenze. Proprio perché non accada più. A nessuno.
La strada intrapresa da Gariwo e dalla giornata dei Giusti dell’umanità porta in quella direzione. Non lasciamola cadere, traiamone spunto e vitalità.

 

 

 

137 – Il Fatto Quotidiano 05/03/14 Non solo Crimea –  Anche gli irredentisti triestini tifano per lo “zar”: nostalgia d`impero

NON SOLO CRIMEA

 

Anche gli irredentisti triestini tifano per lo `zar`: nostalgia d`impero

 

di Alessandro Cisilin

 

A Trieste, come ovunque, c`è una “via Roma”. Conduce idealmente il cuore della città alla capitale, ovvero verso la stazione ferroviaria che la collega. Con un paio di complicazioni. Quel “cuore” è il Borgo Teresiano – lascito asburgico. E quella stazione ha dinanzi la statua di Sissi, Imperatrice d`Austria – lascito dell`ex sindaco “asburgico” Illy. I simboli hanno un valore e aiutano a spiegare una catena di paradossi che suonano come l`ennesima conferma esotica all`armamentario letterario locale.

Tra i paradossi spunta quello di un esteso movimento indipendentista, esploso con la crisi da un contesto politico dove la Lega non ha mai attecchito, stretta da una destra nazionalista (“italianissima”, quindi) molto robusta come sempre accade nelle frontiere erette dalle guerre. Ora, “Trieste Libera” guarda con interesse alla Crimea e sogna anche per sé l`approdo di Putin. “Molti sperano nell`intervento russo per essere liberati

dall`Italia”, ha scritto il movimento nella sua pagina ufficiale. Perché, si chiede il leader Roberto Giurastante, la Russia, potenza vincitrice della Guerra mondiale, deve esser esclusa “dall`usufrutto di un porto strategico a vantaggio dell`Ue?” Qui sta il nodo, e ha un precedente.

 

PUTIN È GIÀ STATO A TRIESTE, a novembre. Incontrò l`ex premier Letta, al quale scappò un “Viva Trieste Libera”. Forse una gaffe, forse un assist all`interlocutore e a qualche appetito locale. Il fatto è che si parlava, alla presenza dell`ad Eni Scaroni, di South Stream, il gasdotto che, dal mar Nero e lungo i Balcani, dovrebbe approvvigionare l`Europa bypassando l`Ucraina. Nell`involontaria convergenza tra Cremlino e separatisti alabardati c`è il correlato nodo del rigassificatore, inviso a entrambi. Fin qui gli interessi. Il resto sono le mitologie storico-politiche trasversali. Si rievoca il Trattato di Parigi del 1947, che sottrasse la città all`Italia, nonché un sistema “tax-free” che fa

 

INTERESSI E MITOLOGIE

 

Simpatizzanti della destra nazionalista e filosloveni sognano di poter fare del porto di confine una “Sebastopoli adriatica” gola alla “renditizia” borghesia locale, in parte slovena, tant`è che il movimento, benché gradito a pezzi dell`estrema destra, usa insegne bilingui. Si muove da poco più di

due anni nei tribunali, tra ricorsi contro Equitalia ed esposti all`Onu contro gli “occupanti”, mentre la magistratura indaga su una ventina di attivisti per una manifestazione non autorizzata: oltre al folclore c`è la piazza, affollata da migliaia di simpatizzanti in due occasioni lo scorso autunno. L`”ultimatum all`Italia”, lanciato per il 10 febbraio (al ricorrere del Trattato), è scaduto.

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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