RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 897 – 7 DICEMBRE 2013

Posted on December 9, 2013

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Histria

N. 897 – 07 Dicembre 2013

Sommario

 

 

564 – Mailing List Histria Notizie 01/12/13 Cattaro (Montenegro): premiazione, della componente montenegrina dell’undicesimo concorso Mailing List Histria (Mirella Tribioli)

565 – La Nuova Voce Giuliana n° 291 –  01/11/13 La Storia della Mailing List Histria (Maria Rita Cosliani)

566 – Il Piccolo 05/12/13 Napolitano: «Le ferite sono rimarginate» Il capo dello Stato, al pranzo in onore di Josipovic, rilancia lo spirito di Trieste: «Italia e Croazia lavorino insieme nell’Ue» (Mauro Manzin)

567 – Mailing List Histria Notizie 29/11/13 Venezia: Inaugurazione lapide della cessione  di Zara a Venezia, l’intervento di Franco Luxardo

568 – La Voce del Popolo 05/12/13  1409: Zara venduta per 100.000 ducati (Rosanna Turcinovich Giuricin)

569 – Catanzaro Informa 05/12/13 Cronaca – Furor aiuta Pinocchio di Zara, primo asilo italiano in Dalmazia

570 – La Nuova Voce Giuliana 01/11/13 Discorso di Giorgio Varisco all’apertura dell’asilo italiano di Zara il 12 ottobre 2013 (Giorgio Varisco)

571 – Il Piccolo 30/11/13 Magazzino 18 di Cristicchi diventa disco e libro e lui sogna l’Arena di Pola (Carlo Muscatello)

572 – Il Venerdì di Repubblica 06/12/13 Magazzino 18: A settant’anni dall’esodo l’Istria riprende la scena (Raffaele Oriani)

573 – Il Giornale 01/12/13 I partigiani ora ammettono la vergogna di esodo e foibe (Fausto Biloslavo)

574 – Il Piccolo 30/11/13 È morto all’età di 95 anni Mitja Ribicic triestino e discusso membro dell’Ozna (m.man.)

575 – La Voce di Romagna 03/12/2013 Gabicce e i suoi misteri irrisolti (Aldo Viroli)

576 – Il Piccolo 26/11/2013 Bruno Chersicla, sulla transiberiana per specchiarsi in se stesso – Un libro d’artista inedito del pittore e scultore triestino morto a maggio (Alessandro Mezzena Lona)

577 – La Voce del Popolo 02/12/13  Cultura – La marcia di Ronchi comprendere e ricordare (Rosanna Turcinovich Giuricin)

578 – Corriere della Sera  05/12/13 Lettere a Sergio Romano – L’Italia e la Grande Guerra (Franco Cosulich – Sergio Romano)

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit..wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

564 – Mailing List Histria Notizie 01/12/13 Cattaro (Montenegro): premiazione, della componente montenegrina dell’undicesimo concorso Mailing List Histria

Cattaro (Montenegro): premiazione, della componente montenegrina dell’undicesimo concorso Mailing List Histria

Mercoledì 13 novembre 2013 nella montenegrina Cattaro – patrimonio culturale naturale  protetto dall’Unesco – a palazzo Bisanti, già  appartenente alla nobile famiglia veneziana, ora prestigiosa sede comunale, alle ore 17 si è tenuta la manifestazione di premiazione,    nella componente montenegrina, dell’undicesimo concorso Mailing List Histria. E’ questa una associazione virtuale sorta nel lontano 2000 per tutelare le radici istriane, ma subito partecipata da tutte le componenti dell’esodo, in una forte volontà di incontro con i rimasti in queste nostre sfortunate terre istriano – dalmate ora in Slovenia, Croazia, Montenegro, cercando di stabilire solidarietà con le Comunità Italiane locali. Queste, peraltro, sempre si sono adoperate a rispondere all’iniziativa del concorso stesso, che, oltre a richiedere l’applicazione di una curata lingua italiana, sollecita, con mirati enunciati di temi, l’approfondimento e l’appropriamento della cultura italiana. Pur consapevole della nuova realtà della componente slovena, croata contestuale che vivono i ragazzi e di rimando del rispetto di uno specifico culturale di interdipendenza, il concorso valorizza l’identità italiana dei giovani partecipanti.

 

Con gioia ci si è resi conto che la risposta di adesione ad esso quest’anno è stata di gran lunga maggiore degli anni precedenti. Una risposta di lingua italiana, competitiva anche con le  scuole italiane dell’area slovena e croata, appresa nel Montenegro, dove le scuole italiane non ci sono più, per il desiderio di conoscerla in quanto intesa come parte della storia locale: l’idioma veneto, infatti, correda molte parole montenegrine. Di questa risposta ottimale  si fa ringraziamento a tutti gli insegnanti che, con sensibilità e professionalità, si sono adoperati a rispondere al concorso.          

 

Tanti e festosi sono stati i ragazzi presenti alla premiazione  senz’altro anche per la soddisfazione dei premi cospicui che, mai come quest’anno, questi studenti di scuola elementare e superiore hanno ricevuto. Per questo si ringrazia l’ opera volontaristica, e perciò più pregevole, dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo e il contributo operativo di Giorgio Varisco.       

 

Un encomio speciale, per quanto si è adoperato sempre a ben fare, all’uscente Presidente della Comunità degli Italiani Paolo Perugini che ha presenziato la manifestazione con grande cortesia presentando gli intervenuti: la brava dottoressa Martina Saulacic Lompar che, con grande disponibilità, ogni anno si rende  trait d’union tra la Commissione e le scuole montenegrine; il  dalmata residente a Padova  gen. Ricciardi, pilastro della Comunità in quanto da lui fortemente sostenuta, che, con continue trasferte, tiene sempre vivo il legame tra l’Italia e Cattaro e, durante la manifestazione, ha tenuta alta  l’ attenzione dei ragazzi incuriosendoli e spiegando loro, nuove generazioni, il perché della lingua italiana a Cattaro; la solerte Maria Rita Cosliani, instancabile segretaria del Concorso, pioniera dello stesso e che già nel 2002 raggiunse città come Buie ed Albona per stabilire  contatti, tanto proficui, tra esuli e rimasti; la sottoscritta Mirella Tribioli che, in quanto membro della Commissione Giudicatrice del Concorso, è onorata di partecipare alla premiazione a Cattaro presentandola ormai da tre anni, avvicinandosi a questa città come se l’avesse da sempre vissuta, ravvisando nelle persone dalla Comunità, degli insegnanti e dei ragazzi volti a lei cari e familiari e che si augura di poter rincontrare alla prossima manifestazione del premio nel 2014.

 

Un ringraziamento doveroso è da esprimere per l’ing. Andro Saulacic per le numerose attività da lui svolte per la Comunità e per la Società Dante Alighieri, perché si è improvvisato, fedele a questo suo fare, fotografo dell’avvenimento.

 

E un augurio di tutto cuore al presidente entrante della Comunità Alessandro Dender ed un grazie per la disponibilità già dimostrata nell’accoglierci, nel voler cementare i rapporti tra rimasti ed esuli per tener cara la nostra storia,la nostra memoria, il nostro affetto.

                                                                               

Mirella Tribioli

 

 

 

 

565 – La Nuova Voce Giuliana n° 291 –  01/11/13 La Storia della Mailing List Histria

La Storia della Mailing List Histria

 

La Mailing List Histria è sorta il 14 aprile 2000.

 

Il suo nucleo originario si era incontrato sul forum telematico dell’Unione degli Istriani e da lì nac­que l’idea ad alcuni amici di creare un’associazione “virtuale”, libera da retaggi ideologici e svincolata da inutili irredentismi, con il solo scopo di tutelare le comuni radici istriane.

 

L’idea venne attuata dal giovanis­simo Axel Famiglini, con il nonno di Rovigno d’Istria, assieme a Gianclaudio de Angelini, esule da Rovi- gno d’Istria, Andrea Clementoni, discendente di esuli da Lussinpiccolo, Mauro Mereghetti, senza ori­gini istriane ma all’epoca laureando in scienze politiche con una tesi in­centrata sull’Istria e Sandro Sambi, istriano residente vicino a Pirano.

Inizialmente sorta come gruppo composto esclusivamente da istria­ni e simpatizzanti, la MLH si aprì fin da subito a tutte le componen­ti dell’Esodo, oltre a quella istriana, a quella fiumana, quarnerina e dal­mata, acquisendo rapidamente nuo­vi iscritti ed ampi consensi. Nel lu­glio dello stesso anno per opera dello stesso Famiglini venne aper­to il sito web collegato alla lista: www.mlhistria.it che offre una va­sta panoramica delle iniziative del­la lista, della storia e della cultura dell’Adriatico orientale.

 

La MLH non si è limitata, quin­di, ad essere una lista di discussione, un serbatoio di idee operante in in­ternet, ma si è caratterizzata per tut­ta una serie di iniziative.

Particolare attenzione è sta­ta da sempre rivolta alla sensi­bilizzazione di istituzioni e me­dia italiani rispetto alle tematiche giuliano-dalmate, cercando di por­tare il proprio fattivo contributo sia alla caduta di quel muro di omertà e di false opinioni che ha caratteriz­zato la divulgazione della storia del Confine orientale italiano negli ul­timi 60 anni, sia alla caduta degli oramai anacronistici steccati tra gli esuli e i “rimasti”, ovvero di coloro che al momento dell’Esodo decise­ro, o furono obbligati, di rimanere nelle proprie terre di origine.

 

Un esempio di questa attività è la lettera al Presidente della Repub­blica Ciampi inviata nel gennaio del 2001, che costituiva una summa de­gli scopi della lista: inserimento del­la storia dei giuliano-dalmati a pieno titolo nei testi scolastici; risoluzione del contenzioso “beni abbandonati” e tutela della nostra Comunità italia­na in Slovenia e Croazia. La lettera riscosse ampie adesioni coinvolgen­do un grande numero di sottoscrit­tori con una positiva eco nei media.

 

Data dal gennaio 2002 inoltre una delle prime “azioni sul campo”, ov­vero la trasferta in Istria di Maria Rita Cosliani, Stefano Bombar­dieri, Mauro Mereghetti che, con il furgone guidato da Bepi Valenti, portarono libri alla Scuola di Buie e alla Comunità italiana di Valle, ol­tre a giocattoli e strumenti didattici all’asilo di Albona. Questo fu il pri­mo di numerosi viaggi consimili, in­tessendo una fitta rete di contatti e di solidarietà con le piccole Comuni­tà ovvero quelle più bisognose di un aiuto fattivo e solidale ed anche con quelle della Dalmazia. Vanno segna­lati gli invii di giochi Clementoni ol­tre che di medicinali, grazie soprat­tutto ad Andrea Clementoni.

A questo proposito va detto che la MLH, essendo una associazione “virtuale”, non ha mai potuto attin­gere neppure ai modesti contributi che lo Stato, le regioni, ecc. hanno elargito alle associazioni dell’Eso­do legalmente riconosciute. Ogni sua attività è stata, pertanto, frut­to dell’autofinanziamento dei suoi aderenti oltre alla capacità di coin­volgere, con le proprie idee, le al­tre associazioni: in particolare l’As­sociazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio di cui de Angelini è vicepresidente; il Libero Comune di Zara in Esilio, l’Associa­zione dalmati nel mondo, grazie an­che al contributo di Giorgio Vari- sco; l’ANVGD, il C.D.M. ecc.

 

Da raduno telematico la MLH, già dopo il primo anno di vita, inco­minciò ad effettuare dei raduni veri e propri ed il primo, informale, si svol­se in quel di Cesenatico, città di resi­denza del fondatore Axel Famiglini. Nel 2002 il Raduno divenne un av­venimento istituzionale raccoglien­do significativamente nel quartiere Giuliano Dalmata di Roma, presso l’Archivio Museo della Città di Fiu­me, non solo gli aderenti, ma figu­re di spicco del mondo dell’Esodo.

 

Dal gennaio 2002 si sviluppa una rassegna stampa, coordinata da Ste­fano Bombardieri, che raggiunge tra­mite un invio settimanale di artico­li selezionati dalle principali notizie presenti sui media, oltre gli iscritti, 220 destinatari in tutto il mondo: as­sociazioni dell’Esodo giuliano-dal­mata, comunità italiane dell’Istria, Fiume e Dalmazia, singoli ricercato­ri ed università, ecc. Gli articoli fi­no ad ora recensiti quotidianamente, a cura di Stefano Bombardieri, dal 2000 al 2013, sono circa 30.000, mentre, nella rassegna stampa setti­manale, dal 2002 al 2013 sono stati recensiti circa 10.000 articoli.

 

Con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, il Parlamento italiano ha in­detto il 10 febbraio quale “Giornata del Ricordo in memoria delle vitti­me delle foibe, dell’Esodo giuliano­dalmata, delle vicende del Confine orientale e concessione di un rico­noscimento ai congiunti degli infoi- bati” ed anche in questa importan­te ricorrenza la MLH non manca di operare, in collaborazione con le al­tre associazioni del mondo dell’E­sodo, in un’azione di divulgazione presso le scuole e le istituzioni con l’attiva partecipazione di molti suoi aderenti a dibattiti e conferenze.

Nel 2008 è stato pubblicato il pri­mo volume dell’opera “Chiudere il cerchio”, una collana prevista in quattro volumi, che raccoglie una selezione di ricordi e testimonian­ze di esuli giuliano-dalmati, curata da Olinto Mileta e Guido Rumici. Opera che, nata in MLH, grazie an­che alla notevole massa di memo­rie e ricordi dei suoi aderenti, è stata sponsorizzata dall’ANVGD di Go­rizia, grazie all’interessamento del presidente Rodolfo Ziberna e dello stesso Rumici che ha seguito le atti­vità della lista fin dai primordi.

La Mailing List Histria persegue gli obiettivi esplicitati nel manifesto programmatico e, proprio in questi giorni, sta per lanciare la nuova edi­zione del concorso letterario ML Hi­stria 2014, iniziativa che è diventata il suo fiore all’occhiello.

 

Maria Rita Cosliani

 

 

 

 

566 – Il Piccolo 05/12/13 Napolitano: «Le ferite sono rimarginate» Il capo dello Stato, al pranzo in onore di Josipovic, rilancia lo spirito di Trieste: «Italia e Croazia lavorino insieme nell’Ue»

Napolitano: «Le ferite sono rimarginate»

 Il capo dello Stato, al pranzo in onore di Josipovic, rilancia lo spirito di Trieste: «Italia e Croazia lavorino insieme nell’Ue»

di Mauro Manzin

TRIESTE. È stata la riconciliazione definitiva, la cicatrizzazione di antiche ferite che sono state “curate” nello spirito del rispetto della memoria condito da quei valori europei che costituiscono i muri portanti della comune casa che proprio grazie alla Croazia ora può contare su 20 “inquilini”. È questo il senso del discorso tenuto dal Presidente Giorgio Napolitano durante il pranzo di Stato svoltosi al Quirinale in occasione della visita del presidente della Repubblica croata Ivo Josipovic. «La frattura creatasi all’indomani della Seconda Guerra Mondiale tra Esuli, Rimasti e cittadini croati è ormai rimarginata – ha detto Napolitano – in questo spirito rinascono iniziative come il nuovo asilo italiano di Zara, grazie ad un sforzo comune delle autorità italiane e croate, delle Comunità italiane e delle Associazioni degli Esuli. Si tratta di un esempio lungimirante della collaborazione tra i nostri due Paesi, sempre memore delle lacerazioni del passato, ma profondamente rivolta al futuro delle nuove generazioni».

Ora però viviamo nella casa comune europea. «L’Europa unita a 28 – ha proseguite il presidente – è lo storico risultato degli sforzi e dei sacrifici di intere generazioni di cittadini europei che, sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, hanno saputo costruire, senza mai rinunciare alle proprie identità nazionali, un modello senza eguali di integrazione e sviluppo basato sul rispetto reciproco e la convivenza pacifica. Modello ispirato a una visione che trascende gli orizzonti e le capacità dei singoli Stati membri». «In effetti – ha sottolineato il Capo dello Stato – il traguardo raggiunto dalla Croazia costituisce un chiaro e positivo segnale per tutti i Paesi dell’Europa sud orientale non ancora membri dell’Unione».

«Oggi – ha ricordato Napolitano – possiamo rallegrarci del nuovo clima che le nostre giovani generazioni possono respirare in Adriatico grazie alla ritrovata sintonia tra Croazia, Italia e Slovenia». Il Presidente ha citato ad esempio del nuovo “clima” il Concerto dell’Amicizia del 2010 a Trieste e lo spettacolo del 2011 a Pola. Uno sguardo poi il Capo dello Stato lo ha rivolto al piano economico e commerciale. «Sono certo – ha detto a tale proposito – che l’appartenenza al mercato unico non potrà che consolidare le già privilegiate relazioni tra i nostri sistemi imprenditoriali, che vedono l’Italia partner commerciale di riferimento di Zagabria e numerosissime aziende italiane operare con grande successo in Croazia, sia nella produzione e fornitura di beni e servizi, sia in funzione di progetti di ampio respiro nel settore dell’energia e delle infrastrutture». Quanto al piano politico, «guardiamo con estremo favore alle consultazioni trilaterali tra i primi ministri croato, italiano e sloveno – ha continuato Napolitano – e registro altresì con grande soddisfazione che, già nei primi mesi di attività in seno alla Ue, numerosi dossier su cui i nostri due Paesi si sono trovati d’accordo, a partire dal tema dell’immigrazione, per il quale condividiamo la necessità di uno sforzo comune al livello europeo per scongiurare il ripetersi di autentiche tragedie quali quelle occorse a Lampedusa».

 Ricordando poi il prossimo semestre italiano di presidenza dell’Ue a partire dal giugno 2014 il Capo dello Stato ha affermato di confidare che «Croazia ed Italia sapranno portare a Bruxelles quelle specificità mediterranee che contraddistinguono i nostri Paesi e che non possono che giovare alla comune causa europea, collocando in questo ambito come dimensione importante la Strategia Adriatico-Ionica. La strada dell’Unione politica, quale vogliamo insieme perseguirla, non può non passare per il vitale crocevia mediterraneo».

 

 

 

 

567 – Mailing List Histria Notizie 29/11/13 Venezia: Inaugurazione lapide della cessione  di Zara a Venezia, l’intervento di Franco Luxardo

Venezia: Inaugurazione lapide della cessione  di Zara a Venezia, l’intervento di Franco Luxardo

INTERVENTO di presentazione di Franco Luxardo, in qualità di Presidente della Società Dalmata di Storia – Venezia

 In apertura permettetemi di ringraziare la Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone, il suo Guardian Grande, il Consiglio di Cancelleria e tutti i collaboratori presenti per l’ospitalità che oggi ci offre in questo splendido ambiente, in cui la nuova illuminazione ci permette di ammirare molto meglio che in passato i teleri del Carpaccio.

 E a seguire, un apprezzamento particolare va alla consorella Società Dalmata di Storia Patria di Roma, e in particolare al suo presidente Marino Zorzi, che fin dai nostri primi contatti ha accettato con entusiasmo di portare a compimento assieme il progetto di ricordare degnamente il

                                                                     9 luglio 1409

 Per la storia è opportuno che io ricordi come nacque l’idea: risale a Nicolò Luxardo, presidente per lunghi anni della nostra Società (mio cugino). In archivio ho rintracciato il documento originale: una lettera degli inizi del 1989 con cui la direttrice dell’ Archivio di Stato veneziano, dr.ssa Maria Francesca Tiepolo, gli forniva gli estremi del trattato tra Venezia e Ladislao d’Angiò re d’Ungheria, firmato nella sacrestia di San Silvestro, e sposava l’dea di ricordarlo con un Convegno di Studi “in occasione del 580° Anniversario” che cadeva dopo pochi mesi.

 Poi evidentemente l’interesse scemò o le difficoltà burocratiche furono forti e fra i pochi a ricordarlo con insistenza fu Tullio Vallery, Guardian Grande di questa Scuola, che ha dedicato tutta la sua lunga esistenza a tener vivi a Venezia gli antichi rapporti con la Dalmazia.

 Così, quando nel 2007 presi in mano le sorti della nostra Società, trovai loro appunti ed altri documenti e sperai – con Marino che avevo nel frattempo contattato – che potessimo almeno portare a termine il progetto (lapide e convegno) per il 600° Anniversario. – Evidentemente non ero abbastanza smaliziato sui “tempi rapidi” degli enti pubblici, soprattutto a Venezia. Così dovemmo superare approfonditi esami:

 –        Con la nostra amata Repubblica per il finanziamento,

–        Con il Patriarcato,

–        Con la Soprintendenza per i Beni Architettonici,

–        Con i tempi delle imprese che curano i restauri veneziani,

–        Con amici molto attenti alla forma e alla sostanza della lapidi veneto-dalmate,

–        E infine con quei modesti ma bravissimi “artigiani della pietra” dei Colli Euganei che, abbandonata l’amata trachite, si sono dedicati con passione alla pietra d’Istria della nostra lapide.

 In conclusione, siamo arrivati al traguardo con qualche ritardo sulla tabella di marcia del 600° Anniversario. Ma in tanti secoli di rapporti – burrascosi prima e di simbiosi poi – tra Venezia e Dalmazia quattro anni sono poco o nulla.

 Poco più di un mese fa è stato aperto a Zara un asilo, per alcuni dei presenti si sono molto spesi. E’ la prima scuola italiana in tutta la Dalmazia dopo 60 anni, l’ultima era stata chiusa di forza nel 1953. E fra poco qui sentirete delle dotte relazioni. – Ebbene, ambedue fanno parte di quel filo rosso di conoscenze e cultura che hanno sempre serpeggiato da qui alla costa orientale dell’Adriatico. – L’importante è che il circuito resti sempre aperto e noi siamo qui oggi anche per questo.

 Grazie.    

 Venezia, 29 novembre 2013

 

 

 

 

568 – La Voce del Popolo 05/12/13  1409: Zara venduta per 100.000 ducati

Zara venduta per 100.000 ducati

 

Venezia, una storia da scrivere anche a cielo aperto. Una lapide sulla parete di San Silvestro, in un campiello veneziano, da qualche giorno ricorda che il 9 luglio 1409 proprio in questa chiesa venne sottoscritto l’atto di cessione alla Repubblica Veneta, da parte del Regno d’Ungheria, dei diritti su ZARA e la DALMAZIA consolidando gli antichi legami tra la Dalmazia e Venezia destinati a durare nei secoli.

 

Il tutto si svolge in una mattinata di sole e aria fredda di fine novembre, la Società Dalmata di Storia Patria ha voluto organizzare la cerimonia per la posa dell’iscrizione sulla quale campeggiano i leoni, uno in teca, gli altri tre a simboleggiare la bandiera dalmata. “Ma sono rovesciati” azzarda qualcuno. “Licenza artistica, fuori dagli schemi, non è forse questo il giusto spirito della nostra storia?” La risposta anche durante il convegno iniziato qualche minuto dopo, raggiunta la sede della Scuola dalmata dei Santi Giorgio e Trifone, Castello 3259/A, Calle dei Furlani, che cela il ciclo di tele del Carpaccio, un vanto per gli Oltramarini che anche con questa istituzione significano il legame stretto con la Serenissima. Nel campiello, attorno alla vera da pozzo si sono dati appuntamento i dalmati che vivono a Venezia e dintorni e tanti ospiti appassionati di vicende veneziane. Non è una giornata d’estate, ma il cielo terso esalta la bellezza della cerimonia con la benedizione del parroco, Antonio Biancotto. Segue l’incontro scientifico, affidato alle Società Dalmate di Storia Patria di Venezia e di Roma con gli interventi di Gherardo Ortalli, Ordinario di Storia Medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Marino Zorzi, Presidente della Società Dalmata di Storia Patria di Roma e Bruno Crevato Selvaggi, ricercatore. A porgere il saluto il presidente della Società Dalmata di Storia Patria di Venezia, Franco Luxardo che ringrazia per la collaborazione Tullio Valery, Guardian Grande ed il Consiglio di Cancelleria della Scuola Dalmata di Venezia. Ma si sofferma anche sugli ultimi successi: l’apertura, dopo sessant’anni, dell’asilo italiano a Zara, un progetto a lungo vagheggiato che è ora realtà. Un circuito – sottolinea Luxardo – che deve rimanere sempre aperto, lo studio della storia serve anche a questo.

 

La prima tela del Carpaccio parla di musica, è la visione di Sant’Agostino. Un musicista ha trascritto le note dello spartito che appare nella tela, ed ora, la musica cinquecentesca accompagna i visitatori nelle due sale espositive e, nell’occasione, ha dato il via al convegno con l’intervento del Presidente della Società Veneta di Storia Patria di Venezia, Marino Zorzi.

 

Parte così l’affascinante storia di una dedizione quattrocentesca in uno scenario di alleanze.

 

“All\’accordo del 9 luglio 1409 – avverte subito Zorzi – si giunse dopo lunghi contatti e trattative. Ladislao di Durazzo, re di Napoli, figlio di Carlo III d\’Angiò, era stato incoronato re d\’Ungheria a Zara nel 1402. Il suo rivale al trono, Sigismondo di Lussemburgo, il cui titolo alla corona derivava dal matrimonio con la figlia di Lodovico il Grande, Maria, si trovava in gravissime difficoltà per la disfatta subita da parte dei Turchi a Nicopoli nel 1396. Ladislao pensava quindi di poter dare al titolo regio un contenuto effettivo; ma i baroni ungheresi non lo seguirono, sicché preferì concentrarsi sempre più sul regno italiano. La posizione di Ladislao in Dalmazia andava via via peggiorando, per cui il re pensò a liberarsi di quei domini, cedendoli a Venezia”.

 

Si scatenò una specie di asta, il Zorzi la racconta in cifre: “Ladislao propose la cessione, nel 1408, in cambio di 300.000 ducati. Venezia rifiutò. Nel gennaio 1409 il re ribassò il prezzo a 200.000 ducati. La Repubblica replicò con l\’offerta di 100.000. I rappresentanti napoletani, il giudice Pandello Malanotte, e il giurista Bartolomeo del Duca detto Zizzo, proposero 150.000. La Repubblica mantenne la cifra di 100.000 ducati. Nel marzo il re accettò, perché ormai Nona, Sebenico, Traù gli si erano ribellate, e gli restava solo Zara con le sue pertinenze”.

 

E così il 9 luglio si giunse finalmente alla firma del contratto, a Venezia, nella chiesa di San Silvestro, dipendente dal patriarcato di Grado, a cui spettava la primazia della Dalmazia: la chiesa era quindi una sorta di territorio neutro, dato il particolare status del patriarcato, non ancora assorbito nella diocesi veneziana. L\’atto è pubblicato nella raccolta di Ljubich. In esso si distinguono due oggetti della vendita. Uno è Zara, con “Novigradus, insula Pagi, terra Laverani”. L\’altro oggetto è così descritto: “ac etiam omnia et singula jura, actiones et titulos competentes et competituros in et super tota Dalmatia praedicta”. I diritti, le azioni e i titoli sono specificati in molte pagine, in cui si cimentano i giuristi presenti: Francesco Zabarella, “doctor utriusque juris”, il giurista Albertus de Patrarubea per parte veneziana, molti giuristi per la parte napoletana. E\’ comunque evidente che la maggiore utilità per Venezia stava nell\’acquisto di Zara, che il re teneva saldamente in pugno; gli altri diritti erano più che altro teorici, un fatto formale che poteva servire nelle trattative diplomatiche. Le terre che ne erano oggetto andavano tolte a chi le occupava, il duca Hervoje, luogotenente ribelle di Ladislao, o il re Sigismondo.

 

Ma Zorzi si sofferma anche sulle modalità di pagamento: “il prezzo di 100.000 ducati doveva essere così pagato: 40.000 subito, da consegnarsi a Francavilla nel Regno di Napoli, altri 30.000 l\’anno successivo, altri 30.000 entro il secondo anno. Il pagamento venne regolarmente effettuato, come attestato dal re”.

 

 In conseguenza dell\’accordo, Venezia mandò quattro suoi patrizi a Zara, con le galere di Romania, della Tana e del Golfo, bene armate, e due castellani, con balestrieri e altre truppe. La partenza avvenne il 29 luglio. Ai due castellani, Branca Loredan e Piero Diedo, le chiavi del castello furono consegnate il 31 luglio. E\’ questa la data tradizionale dell\’entrata a Zara, “la Santa Intrada”. Il resto è storia di saccheggi e periodi di pace. A Zara, come in gran parte della Terraferma, il popolo era favorevole a Venezia, l\’aristocrazia ostile.

 

 Solo attorno al 1430 la situazione si andò normalizzando anche grazie alla politica matrimoniale. “Monique O\’Connel – specifica il Zorzi – ha contato tra il \’400 e primi \’500, 53 matrimoni tra famiglie nobili veneziane e famiglie nobili dalmate, di cui 14 con zaratini, 12 con sebenicensi, 7 con spalatini. Si consolidava così quell\’amicizia profonda tra Venezia e la Dalmazia, quella reciproca compenetrazione di lingua, gusto, abitudini, simpatia di cui le testimonianze sono ancora forti e vive”.

 

Anche l’organizzazione amministrativa sul territorio – tema affrontato da Bruno Crevato Selvaggi – contribuisce a spiegare i termini della dedizione. Si trattava innanzitutto di città rette da propri statuti per cui gli atti contrattavano le condizioni secondo le quali la località si sarebbe dedicata a Venezia, nel rispetto degli statuti che eventualmente venivano emendati laddove erano in contrapposizione con gli interessi della Serenissima. Quest’ultima affina i suoi controlli dividendo le competenze tra Stato di terra e Stato da mar e a loro volta in particelle giurisdizionali amministrate dai Rettori, patrizi veneziani, che si occupavano di questioni giuridiche ma anche amministrative e di difesa secondo le commissioni (ovvero indicazioni) del Patriarcato. “Ma usando comunque acume e buon senso” mediando tra le esigenze del territorio e quelle superiori di Venezia. Venivano nominati in Senato o Maggior Consiglio e inviati sul territorio per la durata del loro mandato, detto carico, e dal territorio riportavano giudizi e relazioni che permettono oggi di ricostruire la vita a quel tempo. Molte le caratteristiche dell’amministrazione da Mar che nelle minute raccontano la storia dei rapporti con il territorio. Comunque, nel tempo, Zara, con Corfù e Costantinopoli diventerà uno dei baluardi del controllo di Venezia su tutto lo spazio marittimo. La collaborazione tra le tre realtà rimarrà inalterata fino al giugno del 1797.

 

E qui si potrebbe chiudere il discorso su Zara e Venezia se non ci fosse il bisogno di capire il “prima” come lo definisce il prof. Gherardo Ortalli, ovvero le premesse che portarono alla dedizione attraverso un percorso lungo e tribolato. Con i patti si comincia molto presto – con la Quarta Crociata, quando nel 1202 farà tappa a Zara – e si finisce molto tardi. Ma già allora si arriva al primo accordo, l’area di Zara infatti è fondamentale. La Serenissima ci metterà molto a far diventare l’Adriatico il Golfo di Venezia. I conflitti con Zara furono numerosi, il loro numero esatto è tema di confronto tra gli storici. Ma necessari per giungere ad un accordo stabile. L’ipotesi di Spalato come punto d’appoggio per Venezia era osteggiato per il rapporto stretto e diretto tra Spalato ed Ancona, altra realtà forte nell’Adriatico. L’Arcidiacono Tommaso da Spalato, dice chiaramente che Spalato nel 1200 “chiede ad Ancona di portare un giurista che organizzi il regime latino”, non si rivolge a Venezia. Rivolta dopo rivolta verrà messo a punto un legame variabile ma che creerà le premesse per l’accordo “finale” del 1409 che riassume un lungo rapporto controverso e per tanto di grande importanza.

 

A chi girando per Venezia incontrerà la lapide che ricorda la data, si chiede un attimo di riflessione. Nell’Europa che ricompatta i popoli adriatici, le tante tessere del mosaico si caricano di nuovi e più ampi significati.

 

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

 

 

 

569 – Catanzaro Informa 05/12/13 Cronaca – Furor aiuta Pinocchio di Zara, primo asilo italiano in Dalmazia

CRONACA / Furor aiuta Pinocchio di Zara, primo asilo italiano in Dalmazia

 

Raccolta di materiale didattico da donare ai bambini

 

CatanzaroInforma.it: Furor aiuta Pinocchio di Zara, primo asilo italiano in Dalmazia

 

Se il periodo natalizio per  tradizione è un periodo di doni e buone azioni, l’associazione culturale Furor ha scelto il modo migliore per incarnare l’essenza del verbo donare, promuovendo l’iniziativa benefica “aiuta l’asilo Pinocchio di Zara”. Tale iniziativa ha la finalità di aiutare attraverso la raccolta di materiale didattico il primo asilo italiano in Dalmazia, terra martoriata nel secondo dopoguerra e sottratta in modo illegittimo e brutale al territorio italiano .

 

Nonostante le varie vicissitudini storiche avverse, il popolo dalmata però non ha mai rinnegato o dimenticato la sua storia e le sue radici anzi, al contrario ha sempre tramandato e dimostrato nella sua cultura e negli usi l’appartenenza al popolo italiano, tanto da contare all’interno dei suoi confini svariate comunità italiane con numerosissimi iscritti. Proprio da questi sentimenti di vicinanza e appartenenza all’Italia nel settembre 2013 a Zara è stato inaugurato l’asilo Pinocchio, primo asilo italiano nel territorio dalmata.

 

 Da qui  nasce l’iniziativa dell’associazione culturale il BranCo di Milano “aiuta l’asilo Pinocchio di Zara”, che ha trovato pronta adesione in altre realtà in tutta Italia tra cui le associazioni La Fenice di Firenze e appunto  Furor di Catanzaro. Lo scopo è quello di aiutare con la raccolta di materiale didattico questa struttura, per lanciare con questo gesto un messaggio di vicinanza a chi ha creduto in questo progetto sostenendolo, affinché questo faro di italianità continui a illuminare la Dalmazia, ma anche confermando ferma opposizione a chi ha cercato nel tempo di dimenticare quelle terre dell’Italia nord orientale che furono strappate violentemente e annesse con altrettanta violenza a popoli diversi culturalmente ed etnicamente da quello italiano.

 

La raccolta ha già avuto inizio, chiunque sia interessato a contribuire all’iniziativa può rivolgersi tutti i giorni al punto di raccolta sito in corso Mazzini 182.

 

 

 

 

 

570 – La Nuova Voce Giuliana 01/11/13 Discorso di Giorgio Varisco all’apertura dell’asilo italiano di Zara il 12 ottobre 2013

Discorso di Giorgio Varisco all’apertura dell’asilo italiano di Zara il 12 ottobre 2013

 

Siamo qui oggi a celebrare un importante atto di civiltà. Nella casa costruita da un grande sportivo, dove i bambini di un tempo raccoglievano le more, oggi altri bambini giocheranno, impareranno a leggere e a stare insieme parlando l’italiano e il croato. Atto storico, di grande significato, perché questa, consentitemi, “nostra” città, ha fatto un passo avanti sulla strada della democrazia e della libertà. La democrazia è uguaglianza. La libertà è anche il diritto di esprimersi nella propria lingua, scegliere la propria appartenenza o semplicemente voler conoscere gli orizzonti che un’altra lingua può aprire.

 

Per secoli a Zara persone e famiglie di origine diversa hanno scelto se essere italiani o croati. La scelta della nazionalità è un diritto inalienabile della persona in tutte le costituzioni del mondo e nel diritto internazionale. Per questo non ho paura di parlare di una “nostra Zara”, come altri hanno diritto di chiamarla “Zadar naš”. La città è la stessa, sorta da quasi 3000 anni su una piccola penisola dell’Adriatico, una delle città più antiche d’Europa. Liburnica, romana, bizantina, poi latina e slava insieme, infine veneta e italiana fino al 1947 ed oggi croata. Ma è la stessa città. Nessuno può impedire agli italiani esuli da Zara di amare questa città e di sentirci “a casa nostra”, come ci disse il Presidente Ivo Josipović a Pola il 3 settembre 2011 e questo asilo ne è prova tangibile.

 

Gli “zaratini” di sessant’anni fa capiscono i sentimenti di orgoglio e di fierezza dei croati di oggi, che hanno conquistato l’indipendenza della loro patria nella guerra patriottica del 1991-1996 a prezzo di tante giovani vite. Uguale rispetto chiediamo per l’orgoglio e la fierezza di noi dalmati italiani, minoranza sì, ma di un popolo che per generazioni ha animato calli e campielli ed amato la sua patria, l’Italia, fino all’estremo sacrificio, con la vita e l’abbandono della città natale.

 

Centinaia i dalmati caduti nelle guerre italiane. Zara è stata la provincia italiana col maggior numero di decorati al valore; nel 1943-44 oltre 2000 gli zaratini morti sotto i bombardamenti angloamericani e ancora manca una lastra di pietra dalmata che li ricordi. La fierezza è il tratto comune dei dalmati per l’amore appassionato per la Patria – anche se diversa – e la fedeltà agli ideali. Le guerre e le ideologie ci hanno diviso: nazionalismi e sciovinismi contrapposti hanno  lacerato le nostre famiglie e le nostre città. Ma qui siamo in mezzo a bambini, non trasmetteremo loro sentimenti di rivalsa e di frustrazione, ma fiducia nell’avvenire di un’Europa più giusta e civile.

 

Ecco perché oggi qui si celebra un grande atto di civiltà del quale ringraziamo le rappresentanze diplomatiche italiane e gli zaratini croati di oggi che, combattendo per la libertà delle proprie opinioni, hanno aiutato a realizzare questo asilo. Gastone Coen, amico di noi tutti, è qui accanto idealmente con gli occhi umidi di pianto.

Non so se gli alberi di questo giardino sentiranno le filastrocche della nostra infanzia, certo questi bambini impareranno ad usare tablet e ipad in italiano e in croato e ad amare le poesie e i racconti più belli della letteratura italiana, i versi migliori dei poeti di tutto il mondo ed anche la musica di un altro italiano che lasciò la sua Pola, l’istriano Sergio Endrigo, che cantò “Per fare un albero ci vuole un fiore…”.

Questo è il fiore che oggi noi piantiamo insieme e, ne siamo certi, negli anni futuri diverrà un bell’albero

 

Giorgio Varisco

 

 

 

 

 

 

571 – Il Piccolo 30/11/13 Magazzino 18 di Cristicchi diventa disco e libro e lui sogna l’Arena di Pola

Magazzino 18 di Cristicchi diventa disco e libro

E lui sogna l’Arena di Pola

 

Mentre lo spettacolo è in tour, arriva l’album coi monologhi e le canzoni. Il 4 dicembre esce il volume per Mondadori

 

di Carlo Muscatello

 

TRIESTE Un libro e adesso anche un disco. L’onda lunga del grande successo di “Magazzino 18”, lo spettacolo di Simone Cristicchi che ha debuttato al Politeama Rossetti un mese e mezzo fa e che ora sta girando per l’Italia, non accenna a finire e produce nuovi frutti.

 

«Sì, l’album dovrebbe uscire a metà dicembre, a cura dello Stabile regionale – conferma il cantautore romano -, e comprenderà alcuni monologhi e tutte le canzoni dello spettacolo. Sarà corredato da un libretto fotografico e ovviamente dal testo dello spettacolo». «Dopo Trieste – prosegue Cristicchi – finora siamo stati a Tolmezzo, a Cuneo, a Torino. Le prossime date sono il 3 e 4 dicembre al Teatro Ariosto di Reggio Emilia, già esaurito per entrambe le serate in prevendita».

 

Ancora l’artista: «Siamo felici del fatto che dappertutto stiamo ricevendo un’ottima accoglienza. Al Rossetti, nonostante le note polemiche della vigilia, poteva essere una cosa scontata. In altre città molto meno». «Fra l’altro ci tengo a sottolineare, con il senno di poi, che il teatro a Trieste non era pieno solo di esuli e figli di esuli. C’era tanta gente comune. E le richieste di biglietti sono state tali che si sta pensando di fare una ripresa la prossima stagione…».

 

Come detto, intanto lo spettacolo gira l’Italia. E se a Trieste le musiche erano suonate dal vivo dall’orchestra, nelle repliche Cristicchi utilizza le basi registrate proprio al Rossetti da Fulvio Zafret dell’Urban Recording Studio della Casa della Musica. Dove sono poi state completate le parti vocali, musicali e narrative, che ritroveremo nel disco.

 

«A marzo al Teatro Verdi di Gorizia e poi nelle tappe in Istria – sottolinea l’artista – vorremmo però tornare all’orchestra che suona dal vivo. E il mio grande sogno è l’Arena di Pola, l’estate prossima…».

 

Intanto, il 4 dicembre esce per Mondadori il libro “Magazzino 18”, per la collana Arcobaleno. La stessa nella quale sono già stati pubblicati gli altri due volumi firmati dall’artista romano: “Centro di igiene mentale. Un cantastorie tra i matti” e “Mio nonno è morto in guerra”.

 

Il libro racconta le vicende dell’esodo così come Cristicchi le ha messe in scena. Voce narrante ancora quella dell’archivista Persichetti, spedito dal ministero da Roma al porto vecchio di Trieste per fare l’inventario degli oggetti e dei mobili abbandonati tanti anni fa dagli esuli nel Magazzino 18. Dove si imbatte dello “spirito delle masserizie” e scopre lui stesso – romanaccio un po’ ignorante ma sensibile e sveglio – le vicende del tormentato Novecento giuliano, dall’avvento del fascismo con le sue violenze ai campi di internamento italiani. Fino all’8 settembre e a tutto quel che accadde dopo: l’invasione jugoslava della città, le foibe, l’esodo, la vita nei campi profughi, la strage di Vergarolla, le vicende dei “rimasti” e di quelli che partirono, accolti in alcune stazioni italiane al grido di “fascisti, fascisti” (“e invece eravamo solo italiani…”).

 

«Fra l’altro – conclude Simone Cristicchi, ormai triestino quasi d’adozione -, sull’onda di questo spettacolo stanno accadendo cose strane, inaspettate. Per esempio un recente incontro, a Padova, fra la sezione locale dell’Anpi e l’associazione degli esuli istriani e dalmati. I figli e i nipoti di quanti sessant’anni fa stavano su sponde contrapposte, insomma, cominciano finalmente a parlarsi. Mi sembra una cosa buona».

 

 

 

572 – Il Venerdì di Repubblica 06/12/13 Magazzino 18: A settant’anni dall’esodo l’Istria riprende la scena

MAGAZZINO 18  – LO SPETTACOLO REALIZZATO DA SIMONE CRISTICCHI,

ARRIVA IN SLOVENIA E IN CROAZIA. «POLEMICHE? NON CI SARANNO»

 

A SETTANTANNI DALL’ESODO L’ISTRIA SI RIPRENDE LA SCENA

 

di Raffaele Oriani

 

TRIESTE. Ricordate Il cuore del pozzo?  Im­probabile. È la fiction che nel 2005 doveva fissare per sempre la memoria della cac­ciata di 350 mila italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. Ma pri­ma della Rai del duo Gasparri- Sacca’ ci aveva provato anche la grande letteratura, con gli straordinari romanzi di Fulvio Tomizza, o con quel piccolo gio­iello che è Verde Acqua di Mari­sa Madieri. Niente da fare. L’e­popea del confine orientale nel dopoguerra è ancora relegata in un cono d’ombra della no­stra storia.

«Ma chi si ricordava del Vajont prima di Paolini?». Il can­tante e performer romano Simone Cristicchi ricorre a que­sto paragone per presentare Magazzino 18, il musical civile che al suo debutto a Trieste ha scosso la città: teatro esaurito in ogni ordine di posti, lacrime e applausi anche da parte di chi era in sala con la voglia di contestare il «foresto» che par­lava dell’esodo.

«Da ragazzo, andando al li­ceo all’Eur, attraversavo ogni mattina il quartiere Giuliano Dalmata. Pensavo che fosse un condottiero o roba del genere» ricorda Cristicchi. Forse è an­che per questa «estraneità» alla questione che ha potuto dribblare ogni polemica politi­ca per cogliere la verità umana di questa brutta pagina del No­vecento.

 

Ora il racconto dell’esodo dei giuliano-dalmati varca il confine e arriva proprio in Slo­venia e Croazia, ovvero nei luo­ghi da cui quegli italiani fuggi­rono. Il 9 dicembre Magazzino 18 è a Pirano, in Slovenia: «In città c’è molta attesa» dice lo storico Kristjan Knez. «E an­che molto bisogno: sono vicende ancora ignorate dalla nostra scuola». Knez è un giovane studioso: «Sono cittadino slo­veno di famiglia italiana. A Pi­rano siamo 1.300 su quindicimila abitanti».

 

Anche Fabrizio Radin è italiano, ma i cambiamenti della storia lo hanno reso cittadino croato. Presiede la comunità degli italiani di Pola, dove il 10 dicembre arriva lo spettacolo di Cristicchi diretto da Anto­nio Calenda. Ed è legittimo chiedersi come lo accoglierà la città che ormai tutti chiamano Pula: «Non ci aspettiamo pole­miche» tranquillizza Radin. «Anche perché della nostra comunità fanno parte anche molti croati che apprezzano la cultura italiana».

 

Eppure Magazzino 18 non è fatto per lasciare indifferenti: «Spero di trasmetterlo presto anche in tv, con una serata su Rail» conclude Cristicchi. Che nel frattempo riattraversa il confine per debuttare il 17 di­cembre alla Sala Umberto di Roma.     

 

 

 

 

573 – Il Giornale 01/12/13 I partigiani ora ammettono la vergogna di esodo e foibe

I partigiani ora ammettono la vergogna di esodo e foibe

 

Il coordinatore dell’Anpi veneto riconosce che molti perseguitati italiani non erano fascisti ma oppositori del nuovo regime comunista e illiberale

 

Fausto Biloslavo

da Padova

 

Si scusa con gli esuli in fuga dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia per l’accoglienza in patria con sputi e minacce dei comunisti italiani.

 

Ammette gli errori della facile equazione profugo istriano uguale fascista e della simpatia per i partigiani jugoslavi che non fece vedere il vero volto dittatoriale di Tito. Riconosce all’esodo la dignità politica della ricerca di libertà. Maurizio Angelini, coordinatore dell’Associazione nazionale partigiani in Veneto, lo ha detto a chiare lettere venerdì a Padova, almeno per metà del suo intervento. Il resto riguarda le solite e note colpe del fascismo reo di aver provocato l’odio delle foibe. L’incontro pubblico è stato organizzato dall’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia con l’Anpi, che solo da poco sta rompendo il ghiaccio nel mondo degli esuli. Molti, da una parte e dall’altra, bollano il dialogo come «vergognoso».

 

Angelini ha esordito nella sala del comune di Padova, di fronte a un pubblico di esuli, ammettendo che da parte dei partigiani «vi è stata per lunghissimi anni una forte simpatia per il movimento partigiano jugoslavo». Tutto veniva giustificato dalla lotta antifascista, compresa «l’eliminazione violenta di alcune centinaia di persone in Istria – le cosiddette foibe istriane del settembre 1943; l’uccisione di parecchie migliaia di persone nella primavera del 1945 – alcune giustiziate sommariamente e precipitate nelle foibe, soprattutto nel Carso triestino, altre – la maggioranza – morte di stenti e/o di morte violenta in alcuni campi di concentramento jugoslavi soprattutto della Slovenia». Angelini ammette, parlando dei veri disegni di Tito, che «abbiamo colpevolmente ignorato la natura autoritaria e illiberale della società che si intendeva edificare; abbiamo colpevolmente accettato l’equazione anticomunismo = fascismo e ascritto solo alla categoria della resa dei conti contro il fascismo ogni forma di violenza perpetrata contro chiunque si opponeva all’annessione di Trieste, di Fiume e dell’Istria alla Jugoslavia». Parole forti, forse le prime così nette per un erede dei partigiani, poco propensi al mea culpa. «Noi antifascisti di sinistra – sottolinea Angelini – non abbiamo per anni riconosciuto che fra le motivazioni dell’esodo di massa delle popolazioni di lingua italiana nelle aree istriane e giuliane ci fosse anche il rifiuto fondato di un regime illiberale, autoritario, di controlli polizieschi sulle opinioni religiose e politiche spinti alle prevaricazioni e alle persecuzioni».

 

Il rappresentante dei partigiani ammette gli errori e sostiene che va fatto di più: «Dobbiamo riconoscere dignità politica all’esodo per quella componente di ricerca di libertà che in esso è stata indubbiamente presente». Gli esuli hanno sempre denunciato, a lungo inascoltati, la vergognosa accoglienza in Italia da parte di comunisti e partigiani con sputi e minacce. Per il coordinatore veneto dell’Anpi «questi ricordi a noi di sinistra fanno male: ma gli episodi ci sono stati e, per quello che ci compete, dobbiamo chiedere scusa per quella viltà e per quella volgarità».

 

Fra il pubblico c’è anche «una mula di Parenzo» di 102 anni, che non voleva mancare. Il titolo dell’incontro non lascia dubbi: «Ci chiamavano fascisti, ci chiamavano comunisti, siamo italiani e crediamo nella Costituzione». Italia Giacca, presidente locale dell’Anvgd, l’ha fortemente voluto e aggiunge: «Ci guardavamo in cagnesco, poi abbiamo parlato e adesso ci stringiamo la mano». Adriana Ivanov, esule da Zara quando aveva un anno, sottolinea che gli opposti nazionalismi sono stati aizzati prima del fascismo, ai tempi dell’impero asburgico. Mario Grassi, vicepresidente dell’Anvgd, ricorda le foibe, ma nessuno osa parlare di pulizia etnica. Sergio Basilisco, esule da Pola iscritto all’Anpi, sembra colto dalla sindrome di Stoccolma quando si dilunga su una citazione di Boris Pahor, scrittore ultra nazionalista sloveno poco amato dagli esuli e sulle vessazioni vere o presunte subite dagli slavi. Con un comunicato inviato al Giornale, Renzo de’ Vidovich, storico esponente degli esuli dalmati, esprime «perplessità di fronte alle “prove di dialogo” con l’Anpi» che farebbero parte di «un tentativo del Pd di Piero Fassino di inserire i partigiani nel Giorno del ricordo dell’esodo». L’ex generale, Luciano Mania, esule fiumano, è il primo fra il pubblico di Padova a intervenire. E ricorda come «solo due anni fa a un convegno dell’Anpi sono stato insultato per un quarto d’ora perché avevo osato proporre l’intitolazione di una piazza a Norma Cossetto», una martire delle foibe.

 

In sala tutti sembrano apprezzare «il disgelo» con i partigiani, ma la strada da percorrere è ancora lunga e insidiosa.

 

 

 

 

 

 

574 – Il Piccolo 30/11/13 È morto all’età di 95 anni Mitja Ribicic triestino e discusso membro dell’Ozna

È morto all’età di 95 anni Mitja Ribicic triestino e discusso membro dell’Ozna

 

 È morto, all’età di 95 anni, Mitja Ribicic, politico sloveno tra i più in vista nel regime jugoslavo. Nacque a Trieste nel 1919. Fu membro del partito comunista jugoslavo dal 1941, parlamentare sloveno (1951-1963), parlamentare dell’assemblea nazionale jugoslava negli anni ’60, presidente del consiglio esecutivo jugoslavo (1969-1971) e presidente della Lega dei comunisti jugoslavi (1982-1983). Ribicic resta una figura storica molto controversa soprattutto per il suo ruolo nell’Ozna (Dipartimento per la Sicurezza del popolo), servizio segreto militare jugoslavo di spionaggio e controspionaggio.

 

Contro di lui vennero mosse accuse di responsabilità per le uccisioni degli avversari del regime jugoslavo nell’immediato dopoguerra. La macchina della giustizia si è mossa al riguardo nel 2005, quando la magistratura ha aperto un’inchiesta per i fatti avvenuti nella seconda metà degli anni ’40 e nella prima metà degli anni ’50. Ma la richiesta a procedere fu poi respinta dal tribunale di Lubiana.(m. man.)

 

 

 

 

 

 

 

575 – La Voce di Romagna 03/12/2013 Gabicce e i suoi misteri irrisolti –

 

SI CERCA DI DARE UN NOME AGLI EBREI DI FIUME E ABBAZIA CHE VI AVEVANO TROVATO RIFUGIO

 

Gabicce e i suoi misteri irrisolti

 

Il questore Palatucci aveva chiesto il trasferimento a Riccione o Cattolica e in seguito alla Scuola di Polizia di Cesena

 

Alcuni dei rifugiati alloggiavano nella villa Antinori, oggi dependance di un albergo, dove era presente anche un ufficiale inglese. Non è da escludere che quella villa fosse un centro di spionaggio, si raccontava infatti che la moglie del proprietario fosse inglese o irlandese. Quelli che invece si trovavano in abitazioni private o in albergo, avevano ottenuto carte d’identità autentiche compilate con nomi falsi. I Finzi, divenuti Franzi, erano sfollati da Milano dove abitavano in un palazzo effettivamente distrutto dai bombardamenti, e così anche i Rimini divenuti Ruini; i loro documenti erano rimasti sotto le macerie dell’edificio.

A fornire senza chiedere un centesimo le preziose carte, firmate dal podestà Romeo Zoppi, era il segretario comunale Loris Sgarbi, che sulla vicenda ha sempre mantenuto un rigoroso riserbo. Non si è mai vantato della sua opera umanitaria, in famiglia quando si parlava del periodo trascorso a Gabicce diceva di aver agito secondo coscienza. Lo stesso ha fatto il podestà Zoppi, che aveva accolto nella sua abitazione alcuni ebrei e così il segretario del fascio repubblicano Andrea Franchini, che secondo Palmetti potevano chiamarsi Gandus o Gaudus.

A Gabicce nell’ottobre 1943 si trovavano nascosti anche i generali inglesi fuggiti dopo l’8 settembre dal castello di Vincigliata, nei pressi di Firenze, e che raggiungeranno il sud già nelle mani degli alleati a bordo di un peschereccio, salpato dal porticciolo di Vallugola. Al riguardo esiste la precisa testimonianza del noto regista Bruno Vailati, all’epoca ufficiale di collegamento con il comando alleato per coordinare l’azione tra l’8ª Armata e l’8ª Brigata Garibaldi. Il professor Cesare Finzi, ha riferito di aver parlato con alcuni rifugiati a Gabicce, qualcuno gli aveva raccontato di venire da Fiume e di aver raggiunto la località via mare.

A colpire l’attenzione del giovane Finzi un particolare: i rifugiati non parlavano un corretto italiano. Poteva dunque trattarsi di persone di madre lingua ungherese, come i Weisz, titolari ad Abbazia di una rinomata gastronomia che forniva pietanze prelibate anche ai migliori alberghi della rinomata località balneare. Finzi aveva contattato a Roma una componente di quella famiglia, la signora Margherita Weisz, venuta a mancare alcuni anni fa, che però di quel periodo non ha ricordato praticamente nulla. A parte la conferma di aver trovato rifugio con i suoi a Gabicce, purtroppo non è stata in grado di fornire notizie su altri correligionari provenienti dal Carnaro.

Intervistata da Shalom, il periodico della Comunità ebraica di Roma, Margherita Weisz ha ricordato Giovanni Palatucci; è probabile che ciò sia dovuto all’effetto mediatico di allora. E’ certo che a indirizzare i Weisz a Gabicce è stato il colonnello dell’Esercito Salvatore Schillaci, anche lui residente nella località climatica a pochi chilometri da Fiume. L’ufficiale aveva consigliato loro di rivolgersi al fratello Riccardo, che viveva da alcuni anni nella località dove  aveva sposato una ragazza del posto, Diva Della Santina. La signora Diva, scomparsa alcuni anni fa, ha ricordato perfettamente i Weisz e la presenza di altre persone che parlavano un italiano stentato. Forse non tutti sanno che Palatucci aveva chiesto il trasferimento in Romagna.

Nel suo libro “Capuozzo, accontenta questo ragazzo”, Angelo Picariello racconta del disagio di Palatucci alle prese con superiori intransigenti e di idee così diverse dalle sue; in una nota cita lo storico Marco Coslovich che parla di almeno quattro tentativi tra il 1937 e il 1939 di superare i concorsi indetti dal Ministero della Giustizia. Palatucci aveva anche presentato diverse domande di trasferimento: il 16 giugno 1938 chiede di venire destinato a Riccione o Cattolica, il 21 aprile 1939 di andare a Cesena alla Scuola tecnica di Polizia. Sempre in “Capuozzo accontenta questo ragazzo”, Picariello riporta la testimonianza del brigadiere Amerigo Cucciniello, collaboratore di Palatucci, che si sarebbe recato a Ravenna dove presso amici fidati aveva trovato rifugio una famiglia fiumana. A proposito delle fughe per la salvezza via mare verso il sud, il gruppo di ricerca della Pubblica Sicurezza che ha condotto la ricerca su Palatucci, ha raccolto la testimonianza di Pina Castagnaro che abitava con la madre a Fiume tra il 1943 e il 1944.

Le due donne ospitavano nella loro abitazione piccoli nuclei di ebrei, due o tre per volta, che partivano di notte via mare per Bari. Questi spostamenti avvenivano a tappe? Cesare Finzi è alla ricerca di testimonianze perché Loris Sgarbi venga proclamato Giusto da Israele, senza tralasciare il fatto che potrebbero servire anche per Romeo Zoppi e Andrea Franchini. E’ un’impresa non facile visto che per effetto del Trattato di pace del 1947, la quasi totalità dei pochi ebrei di Fiume e Abbazia scampati ai lager ha intrapreso la via dell’esodo da quelle terre assegnate all’allora Jugoslavia. La testimonianza di Cesare Finzi e dei suoi congiunti è servita per il conferimento del titolo di Giusto a un sarto di Cattolica, Guido Morganti. I Finzi e Rimini si erano rivolti a lui perché realizzasse due cappotti.  Erano però tornati dall’artigiano con la nuova identità, l’uomo aveva risposto di non avere merce abbinata a quei nomi. Una distrazione del genere poteva costare la deportazione. Giuseppe Rimini lo aveva implorato dicendogli la verità. “Lei è per caso parente di Leone Rimini di Mantova?”, chiese Morganti. “Sì era mio nonno”. Leone, all’inizio del secolo, aveva rinunciato a fare causa al padre del sarto che per mancanza di mezzi non aveva pagato una consistente fornitura di stoffe.

Guido Morganti tramite la moglie troverà loro una sistemazione in Valconca, dove rimarranno fino all’arrivo degli Alleati. Era stato lo stesso artigiano a occuparsi del trasferimento dei 13 perseguitati a Mondaino. La zia e la nonna avevano trovato rifugio nel convento  delle Maestre Pie di Morciano per poi trasferirsi in un appartamento, mentre gli altri 11 raggiunsero il convento di Mondaino, la madre superiora era la zia del sarto. Sarà lei a indicare le abitazioni nella zona in cui alloggeranno i Finzi – Rimini fino all’arrivo degli alleati. Secondo quanto riferito dalla figlia di Loris Sgarbi, Maria Laura, allora bambina, che ne aveva sentito parlare dalla madre, gli ebrei a Villa Antinori sarebbero rimasti a lungo, la gente del posto andava a rifornirli di cibo durante la notte e loro ripagavano con il sapone prodotto in casa. La presenza nella villa di ufficiali inglesi lascia pensare a uno stretto legame tra la vicenda dei generali fuggiti da Vincigliata e quella degli ebrei alla ricerca della libertà.

 

Aldo Viroli

 

Quando si svolge la vicenda

Settembre 1943, inizia la catena di solidarietà

 

La vicenda di Giovanni Palatucci, reggente della Questura di Fiume, proclamato Giusto da Israele e beatificato dalla Chiesa per aver salvato numerosi ebrei, oggi accusato da alcuni studiosi di avere addirittura eseguito ordini nazisti, è l’occasione per un ulteriore approfondimento di quanto si verificò a Gabicce tra il settembre 1943 e l’estate 1944. Come risulta da diverse testimonianze, nella località al confine tra Romagna e Marche, avevano trovato rifugio nuclei familiari ebraici provenienti da Fiume e Abbazia, e forse anche da territori dell’ex Jugoslavia occupati dai tedeschi. Secondo alcuni testimoni, Palatucci avrebbe favorito la fuga di alcuni ebrei via mare verso Bari; forse, mancano testimonianze dirette, Gabicce potrebbe essere una tappa del percorso verso la salvezza.

Il primo ad affrontare i fatti di Gabicce è stato lo storico Umberto Palmetti, che sull’argomento ha tenuto diverse conferenze. Nel 2005 Cesare Finzi ha pubblicato “Qualcuno si è salvato ma niente è stato più come prima”, a cura di Lidia Maggioli, dove racconta tutte le peregrinazioni della sua famiglia e degli zii e cugini Rimini per scampare alla cattura. Il professor Finzi, che aveva allora 13 anni, ha ricordato di aver parlato con alcuni rifugiati; qualcuno gli aveva riferito di venire da Fiume e di aver raggiunto Gabicce via mare.

 

 

 

 

 

 

 

576 – Il Piccolo 26/11/2013 Bruno Chersicla, sulla transiberiana per specchiarsi in se stesso – Un libro d’artista inedito del pittore e scultore triestino morto a maggio

Chersicla sulla Transiberiana per specchiarsi in se stesso

Un libro d’artista inedito del pittore e scultore triestino morto a maggio

 

DOMANI 27 novembre  – A TRIESTE

 

 E nella presentazione spunta anche la musica Gli «appunti e disegni in viaggio” di Bruno Chersicla, pubblicati da Silvana Editoriale, verranno presentati domani a Trieste. Alle 16.15, alla Biblioteca Statale “Stelio Crise” di largo Papa Giovanni XXIII, a parlare del libro saranno Diego Nardin, amministratore delegato di Fope Gioielli di Vicenza, che ogni anno promuove la pubblicazione di un libro d’arte; il docente e critico letterario Elvio Guagnini, che firma anche la postfazione al libro. Insieme a loro ci sarà il musicista brasiliano Daniel Rolim, apprezzatissimo da Chersicla, che gli aveva dedicato anche uno dei suoi caratteristici ritratti. Suonerà e parlerà della Bossa Nova e del Samba sincopato, regalando al pubblico un piccolo concerto.

 

di Alessandro Mezzena Lona

 

Si può trovare un pezzo della propria anima lontanissimo da casa. In modo del tutto imprevisto, dentro un dialogo tra i ricordi e le immagini che si fissano negli occhi. Tra il vissuto, il passato, le tracce forti lasciate dalla propria famiglia, e il susseguirsi di città mai visitate, di persone mai incontrate, di suoni e colori che smuovono emozioni ancestrali. Questo testacoda spaziotemporale, questo sovrapporsi di mondi apparentemente lontanissimi, Bruno Chersicla l’ha provato sulla strada che porta da Mosca a Vladivostok. In un viaggio organizzato insieme alla compagna Melitta Botteghelli. Subito, l’artista che era in lui si è messo al lavoro. Per dare forma alle sensazioni. Per non permettere che il ricordo svaporasse, trasformando nella lontananza del tempo le immagini e il brusio linguistico quasi indecifrabile, le facce e l’impasto di odori-sapori colti lungo la strada. Così, lentamente, ha preso forma “Transiberiana. Appunti e disegni in viaggio”, li libro che ha accompagnato Bruno Chersicla fino alla morte, avvenuta il 3 maggio di quest’anno. E che esce solo adesso, pubblicato da Silvana Editoriale con Fope Gioielli di Vicenza.

 

Un volume prezioso, dove trenta tavole a colori stabiliscono un dialogo sommesso e coinvolgente con le parole. Ci teneva a dirlo subito. Non era un «diarista compulsivo», Bruno Chersicla. Nato a Trieste il 10 ottobre del 1937, passato per l’Istituto d’arte “Nordio”, poi per l’esperienza di artista che inventava arredamenti e decorazioni per le grandi navi passeggeri, dopo una prima fase da pittore informale si era subito incamminato sulla strada della sperimentazione. Dando vita al gruppo Raccordosei con Caraian, Cogno, Palcich, Perizi e Reina. E, al tempo stesso, scoprendo il mondo del teatro con le scenografie realizzate per il “Piccolo” di Milano. Ma era nell’essenza dei materiali, nel trattare il legno come fosse materia viva, che avrebbe trovato l’ispirazione per dare forma a opere belle e innovative. Ritratti inconfondibili. Tanto da meritarsi l’appellativo di «poeta del legno». In quel mondo grande, nei paesaggi mai visti tra Mosca e Vladivostok, Chersicla trova un filo conduttore che lo riporta indietro nel tempo. Al suo vissuto, al ricordo, alle voci della famiglia, a quel Novecento capace di lasciare sulla pelle di Trieste più ferite che carezze.

 

Ma all’artista Chersicla non potevano bastare le parole. E allora, sfilano le immagini che si porta dentro gli occhi. Visioni di chiese e palazzi, di Mosca e della linea Transiberiana, ma anche frammenti del grande sogno marxista-leninista, della rivoluzione d’Ottobre, della miseria e delle illusioni, fino ad arrivare allo splendore della Siberia. Che, però, conserva in sé anche l’orrore delle persecuzioni, dei gulag, dei prigionieri piegati fino a spezzarsi. Lavorando da artista, ma anche da scrittore di viaggio e da turista non per caso, Chersicla dà vita a un libro dove prende forma quella che Elvio Guagnini nella sua bella postfazione chiama «la terza linea (mi verrebbe da chiamarla “corsia”), costituita dal commento grafico al commento in prosa. Piccoli schizzi, documenti, annotazioni grafiche di aspetti trattati nel racconto, orari-itinerari, cartine, ritrattini di personaggi citati nel testo». Un universo, insomma, in cui il ricreare la realtà con la fantasia diventa spunto geniale per insinuare nella carta geografica della Russia il profilo stesso dell’artista. In questo viaggio Chersicla riporta alla memoria il finale de “L’artefice” di Jorge Luis Borges. Dove un geografo, che per tutta la vita si è ostinato a disegnare mappe sempre più perfette, finisce per riconoscere in quella ragnatela di linee, segni, tracce di monti e valli, il proprio ritratto. Se stesso.

 

Il TESTO

Una fiction messa assieme dai ricordi e dal viaggio

 

Da “Transiberiana” di Bruno Chersicla pubblichiamo l’inizio del testo che accompagna le opere, per gentile concessione di Silvana Editoriale.

 

di BRUNO CHERSICLA Questo non è un diario di viaggio né un diario di alcunché. Non sono un diarista compulsivo, per il quale la vita è più intensa nel ricordo che nell’attimo fuggevole in cui è vissuta, ma penso comunque che il passato, sia prossimo che remoto, non sia statico ma possa essere rivissuto attraverso il ricordo che riscopre, reinveste, ribalta certe volte alcune situazioni date per certe o addirittura le corregge. In questo viaggio da Mosca a Vladivostok il mio vissuto, nel ricordo e nella rielaborazione del ricordo, si è fuso e impastato imprescindibilmente con il mio passato e con il passato e il vissuto della mia famiglia dando luogo ad una fiction, come in fondo lo è ogni anche minima autobiografia che si rispetti. Naturalmente in questa fiction ha giocato molto l’elemento della mia nascita, della mia collocazione casuale (ma sempre la collocazione è casuale…) nel tempo, il Novecento secolo tumultuoso, e nello spazio, a Trieste, città di confine con l’Istria, luogo delle mie radici in cui per caso storico da un po’ di tempo si parla una lingua che non mi è congeniale e che ho risentito, anche se in una certa diversità, in Russia e che paradossalmente mi è sembrata un “lessico familiare”. Una strana “aria di famiglia” fatta di brusio linguistico quasi indecifrabile, mista a odori e a sapori quasi noti da sempre che tradotta in segno ha preso vita assumendo una propria identità e concretezza, e ha tracciato una linea che da Mosca, attraverso la Siberia, sino a Vladivostok (paesaggi mai visti e già visti) mi ha ricondotto a casa. Negli ultimi otto anni Mosca ha cambiato radicalmente volto, così dicono. Per me che v’ero stato nel 1994 è stato uno choc: ricordavo una città austera, solenne, abbastanza triste e comunque con segni di decadenza neanche tanto dignitosa e ho ritrovato una città entusiasta e diligente seguace del capitalismo con sfoggio di pubblicità luminose, boutique rigorosamente italiane e francesi, ristoranti e casinò nel più vivido stile Vegas. Suv enormi sfrecciano a velocità folli con donne bellissime.

 

 

 

 

 

577 – La Voce del Popolo 02/12/13  Cultura – La marcia di Ronchi comprendere e ricordare

La marcia di Ronchi comprendere e ricordare

 

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

Inizia così il racconto del prof. Andrea Zannini, docente di Storia moderna all’Università degli studi di Udine, invitato dal Comune di Ronchi all’inaugurazione del Museo di Ronchi dedicato all’Impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio: non solo un’esposizione di lettere, immagini e documenti, ma anche il tentativo di creare un polo didattico che consenta di conoscere meglio il territorio, la storia e le sue implicazioni.

 

Professore, i legionari partono, alla loro testa questo personaggio controverso che la storia ancora cerca di inquadrare…

 

“Certamente, lui è l’eroe della Prima guerra mondiale. Gabriele D’Annunzio è fante, marinaio, aviatore – oltre che naturalmente poeta e scrittore -, celebre per le sue clamorose imprese; egli è, semplicemente, il primo soldato d’Italia. Lungo la strada la colonna D’Annunzio, che procede su una trentina di autocarri sequestrati a Palmanova, si ingrossa di volontari, fanti della brigata Sesia e Arditi dell’8° e 22° reparto d’assalto. All’arrivo a Fiume, il comandante del corpo d’armata Gandolfo li lascia entrare senza colpo ferire. “Prima di far fuoco sugli altri, faccia fuoco su di me” gli dice D’Annunzio, scoprendo sul petto il distintivo dei mutilati e il nastro azzurro della medaglia d’oro al valore militare”.

 

Ma chi sono i personaggi che lo seguono e cosa fu la “marcia di Ronchi”?

 

“A quasi un secolo dall’avventura dannunziana essa appare come il segno più evidente della disgregazione dello Stato liberale, il cui esito fu l’instaurazione della dittatura fascista. Ma il significato della marcia di Ronchi e dell’occupazione per sedici mesi di Fiume non può essere ridotto a semplice anticipazione, o preludio, del regime mussoliniano. Essa fu qualcosa di diverso e più complesso. Per comprenderne il significato storico bisogna calarsi nel clima politico, ideologico e sociale in cui essa ebbe luogo”.

 

Si riferisce alla situazione fiumana, una città che ha conosciuto l’opulenza ma ora è pervasa da una volontà nazionale che supera ogni altra aspettativa?

 

“Infatti, agli inizi del ‘900 Fiume è un crogiuolo di popoli e culture. È l’unico sbocco al mare del Regno d’Ungheria e il Patto di Londra stipulato nell’aprile del 1915, che prelude all’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa, non ne prevede il passaggio al Regno d’Italia al termine del conflitto contro gli imperi centrali. Secondo quell’accordo, infatti, al termine della guerra, l’Italia avrebbe ricevuto il Trentino, l’Alto Adige, Gorizia e Trieste, l’Istria e la Dalmazia, ma non il porto nel golfo del Quarnaro, che non era mai stato veneziano se non per brevissimo tempo”.

 

Fiume comunque si schiera, come aveva fatto altre volte, a ribadire la sua appartenenza…

 

“È vero, ma l’andamento della guerra scombinò gli accordi: alla sua conclusione, infatti, l’impero austro-ungarico si dissolse e, soprattutto, comparve sulla scena un protagonista che non aveva firmato il patto di Londra: gli Stati Uniti. Il presidente americano Woodrow Wilson enunciò nel gennaio del 1918, senza consultare le potenze alleate, i 14 punti di un progetto per garantire la pace mondiale: fra di essi una “sistemazione equa dell’area balcanica”, “l’applicazione del principio di nazionalità nella definizione delle frontiere, comprese quelle italiane” e “l’autonomia dei popoli dell’Impero austro-ungarico e dell’Impero ottomano”.

 

 Come questi principi, condivisibili ma astratti, potessero tradursi in realizzazioni politiche condivise è il punto su cui deflagrò la bomba di Fiume. Il censimento di fine 1918 registrava su 45 mila abitanti della città il 62,5 % di italiani, il 19,6% di croati, il 9,6 % di ungheresi e il restante 8,3% di nazionalità varie. I dintorni erano interamente croati. Ma i residenti dalla nascita che avevano diritto di voto erano italiani all’85%”.

 

Cosa succede quindi nei giorni del collasso dell’Impero austro-ungarico e alla vigilia dell’armistizio?

 

“Il 30 ottobre 1918 il locale Consiglio nazionale italiano proclamò l’autodeterminazione e l’annessione della città al Regno d’Italia. Seguirono un’occupazione serbo-croata e quindi l’entrata in città di cinque colonne militari italiane, sotto gli ordini di un Comando militare interalleato, per ben 13 mila uomini.

 

Italiani da una parte, che dall’inizio del 1919 furono rinforzati dai volontari reclutati da un ex-comandante degli arditi, e francesi e serbi dall’altra si guardano in cagnesco. Presto l’astio si trasforma in violenza: nove soldati francesi vengono uccisi e il presidente del consiglio Nitti ordina l’arresto per tutti i volontari che continuano a dirigersi su Fiume. Alla fine di agosto 1919 i granatieri vengono confinati a Ronchi perché considerati poco affidabili a causa dei loro sentimenti filofiumani”.

 

Queste quindi le motivazioni alla base dell’impesa di Fiume?

 

“Consideriamo che varie componenti agitano i militari che si ritroveranno nell’impresa dannunziana. Innanzitutto, l’argomento della ‘vittoria mutilata’, secondo l’espressione coniata dallo stesso D’Annunzio, e cioè l’idea che i morti freschi del conflitto fossero stati traditi: nella conferenza di pace di Versailles, infatti, l’Italia aveva ricevuto i territori pattuiti, compreso il tedeschissimo Sud-Tirol allora italianizzato in Alto Adige, ma non la Dalmazia italiana e Fiume, per l’opposizione del presidente americano che intendeva assegnarla al nuovo stato jugoslavo”.

 

Sono tutte questioni di carattere politico e militare, ma ad esacerbare gli animi c’era anche qualcos’altro?

 

“Certamente, vi era una questione sociale, e cioè la situazione di generale disagio che correva tra le file di un enorme esercito che doveva smobilitare e ritornare alla vita civile in un Paese prostrato dalla guerra, senza reali prospettive di ripresa economica a breve termine per centinaia di migliaia di reduci. Poi vi era la radicalizzazione delle posizioni politiche: l’accentuazione del massimalismo socialista, specie dopo la rivoluzione russa, la crisi dello stato liberale e la mancata transizione verso un sistema democratico, la fondazione a Milano il 23 marzo 1919 dei Fasci di combattimento mussoliniani, di concezione repubblicana e anticlericale. Infine, dal punto di vista psicologico prima che ideologico, la guerra aveva mobilitato diffusi sentimenti di violenza, anzi, la definirei una cultura della violenza diffusa soprattutto tra le più giovani generazioni”.

 

In che modo viene coinvolto D’Annunzio?

 

“Su sollecitazione di un gruppo di ufficiali dei granatieri che a Ronchi di Monfalcone, sulla strada del rientro a Roma nella sede della brigata, scrivono al Vate. Cinquantaseienne, egli era allora la personalità politica più in vista sulla quale convergevano le aspettative non solo degli ex-soldati appena congedati: lo stesso Mussolini lo considerava il primo, possibile antagonista per la leadership della sua stessa area politica.

 

La presa di Fiume, che avviene dunque contro le stesse truppe italiane che vi stanziano ma senza lo spargimento di una goccia di sangue, galvanizza la destra italiana, insofferente della subalternità dimostrata dal governo italiano nei trattati internazionali: in poche settimane defezionano dal Regio esercito e si dirigono a Fiume cinque mila uomini, di cui 300 ufficiali”.

 

Diventa anche un’operazione mediatica ante litteram?

 

“D’Annunzio fu un precorritore in molti campi. Da Fiume, quotidianamente, comunica attraverso i corrispondenti dei principali giornali italiani che lo seguono passo passo. Lancia i suoi strali contro l’imbelle governo di Roma: nella primavera 1920, quando Nitti sarà sostituito dal quasi ottantenne Giovanni Giolitti, l’incapacità del vecchio ceto politico di rinnovarsi per far fronte all’esplosiva situazione politico-sociale italiana toccherà il suo culmine”.

 

Chi erano gli uomini al suo fianco, quali le loro idee, il mondo dal quale provenivano?

 

“Le tendenze presenti all’interno dei “legionari” fiumani sono divergenti. Monarchici e repubblicani, cioè legalitari e sovversivi, si alternano alla guida ideologica dell’occupazione. All’inizio prevale la componente monarchica, ma nel corso del 1920, di fronte alle prese di posizione sempre più decise di Roma, prendono la testa del movimento i radicali. Tra di essi vi è di tutto: arditi-futuristi che si fanno notare per le loro chiassose provocazioni, uomini d’ordine, ma anche sindacalisti rivoluzionari, anarchici di destra. Gli atteggiamenti scalmanati e fanatici, tipici dell’arditismo, sono diffusi fra la truppa, dove l’aggressività è esaltata e l’eccentricità, ad esempio nel vestire la divisa o nella capigliatura, esibita”.

 

E le donne?

 

“Le donne che possono fregiarsi del titolo di legionarie sono ben 279, con gran scandalo dei perbenisti di ogni parte politica. Fra di esse non poche le esponenti dell’alta borghesia e della nobiltà, eccitate dall’atmosfera di libertà e passione che alimenta l’impresa. Il divorzio in città è consentito: vi si reca per liberarsi dal giogo coniugale, tra gli altri, Guglielmo Marconi. L’omosessualità è tollerata, come testimoniano i diari dello scrittore Giovanni Comisso. Ottomila legionari generano un indotto postribolare eccezionale. Non mancano, naturalmente, i cappellani militari, che confortano i legionari con il soccorso della liturgia”.

 

Fiume fu un vero esperimento su tutti i fronti?

 

“L’ideologia prevalente è quella militarista, e il nerbo del fiumanesimo è l’arditismo. In effetti possiamo dire che fu un laboratorio semiologico di applicazione alle masse di un immaginario simbolico che sarebbe passato pari pari al fascismo: il saluto romano, i termini ‘legionario’, ‘duce’ e tutta la paccottiglia che si rifaceva alla romanità e alla grandezza di Roma imperiale, il grido greco ‘eia eia alalà’, il ‘me ne frego’ delle squadre fasciste e così via”.

 

Nel novembre del 1920 veniva firmato il trattato di Rapallo tra Regno d’Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Gorizia, Trieste, l’intera Istria, Zara – che nel frattempo era stata occupata da una colonna di legionari di Fiume – e alcune isole dalmate diventavano italiane e nella città sul Quarnaro si istituiva lo Stato Libero di Fiume. D’Annunzio e i legionari fiumani non accettarono però la sistemazione, preparando la strada per la loro sconfitta.

 

Mussolini non vedeva di buon occhio quanto stava succedendo, come mai?

 

“Il rapporto tra il capo del Partito fascista e l’impresa di Fiume fu sempre incerto. Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini, autori del bel volume fotografico ” Fiume. L’ultima impresa di D’Annunzio”   a cui le mie riflessioni devono molto, hanno definito Mussolini ‘fiumano riluttante’. Egli infatti appoggia D’Annunzio, al quale, come si è detto, invidia il sostegno degli ambienti militari, ma diffida di un’iniziativa che nasce per l’appunto da questi senza l’apporto diretto dei fascisti.

 

A ulteriore complicazione delle relazioni tra i due personaggi interverrà la questione della sottoscrizione a favore dei legionari assediati, grazie alla quale il Popolo d’Italia raccoglie nel 1919 circa 3 milioni di lire, di cui ai dannunziani viene consegnata solo la prima tranche, 800 mila lire, il rimanente venne destinato da Mussolini a sovvenzionamento delle squadre fasciste milanesi.

 

La sua accettazione del Trattato di Rapallo lo renderà definitivamente inviso ai dannunziani: si aprirà allora una sorda competizione tra il poeta pescarese e Mussolini, che si concluderà nel 1921 con l’autoesilio del primo al Vittoriale, il misterioso episodio della caduta dalla finestra del Vate dell’agosto 1922 e la definitiva consacrazione di Mussolini con la marcia su Roma nell’ottobre dello stesso anno”.

 

Con il Natale del 1920 si chiude l’impresa di Fiume, apertasi con la marcia di Ronchi. Quale il suo significato?

 

“Non fu né banale, né limitato. Essa dimostra la complessità delle tensioni che nel primo dopoguerra funsero da combustibile per il decollo del fascismo. Come dipinse fulmineamente Giustino Fortunato in una battuta, esso non fu una ‘rivoluzione’ ma una ‘rivelazione’, il disvelamento non tanto di un carattere nascosto degli italiani quanto piuttosto di componenti ideologiche e sociali ben presenti da lungo tempo, parte delle quali emergono con chiarezza nell’impresa di Fiume.

 

Si può dire anzi di più: il fascismo, inteso come disprezzo della democrazia e culto della violenza risolutrice, è ancor oggi una componente, seppur minoritaria, magari confusa, della società italiana, sulla quale è dovere di tutti vegliare”.

 

 

 

 

578 – Corriere della Sera  05/12/13 Lettere a Sergio Romano –  L’Italia e la Grande Guerra

L’ITALIA E LA GRANDE GUERRA UN NEGOZIATO SU DUE FRONTI

ne valeva la pena? Nei giorni scorsi si è celebrato il 95° anniversario della vittoria italiana alla fine della prima guerra mondiale.Molti storici austriaci affermano che nei primi mesi del 1915, al fine di evitare l’apertura di un «terzo fronte» oltre a quelli in Galizia e in Serbia dove l’Impero stava subendo dei rovesci, il governo di Vienna dette inizio a dei negoziati affinché l’Italia restasse neutrale. Sembra che, entrando in guerra, il nostro Paese non ottenne in realtà, alla fine del conflitto, molto di più di quanto le veniva offerto nel 1915 «senza colpo ferire». Alla luce dei documenti oggi accessibili sia negli archivi di Roma sia in quelli di Vienna, ci può spiegare come in realtà andarono le cose? Non dimentichiamoci che l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra ci costò circa 600.000 morti, un numero ancora maggiore di feriti e dispersi, e un paese, alla fine del 1918, ridotto allo stremo. Infine occorre ricordare gli anni di disordini sociali che ne seguirono e che ebbero poi, come conseguenza, la fine dello stato liberale.

Franco Cosulich

 

 La prima preoccupazione del governo italiano, dopo l’attentato di Sarajevo, fu quella di dimostrare agli alleati della Triplice che una eventuale dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia non avrebbe comportato obblighi per l’Italia. Questa fu la tesi di Giolitti e divenne da quel momento la linea a cui la diplomazia italiana si sarebbe attenuta per qualche mese. Vi erano personalità e gruppi, nel mondo politico e militare, per cui l’Italia, indipendentemente dagli impegni formalmente assunti, sarebbe dovuta scendere in campo a fianco degli Imperi centrali. Ma il fronte triplicista era largamente compensato dall’esistenza di un altro fronte, democratico e irredentista, per cui il posto dell’Italia era accanto alle grandi democrazie europee, Francia e Gran Bretagna. Quasi tutti, comunque, pensavano che l’Italia non potesse restare estranea a un conflitto che avrebbe ridistribuito il peso delle singole potenze nell’intero teatro europeo. Occorreva quindi negoziare subito i compensi (previsti dalla Triplice Alleanza) per l’eventualità di una vittoria austriaca. Ma Vienna, per qualche mese, sostenne capziosamente che la sua guerra alla Serbia, dichiarata in agosto, non era offensiva ma difensiva e che l’Italia, quindi, non aveva diritto ad alcun compenso. Cambiò parzialmente idea grazie alle pressioni di Berlino e finì per promettere che l’Italia avrebbe avuto il Trentino sino al confine linguistico di Salorno.Ma aggiunse che le sarebbe stato consegnato soltanto dopo la fine della guerra. Sulla questione di Trieste, Vienna fu ancora più rigida: avrebbe accettato tutt’al più di farne una «città libera» legata economicamente all’impero austroungarico. A Roma tutti sapevano quanto poco amichevoli fossero i sentimenti dell’opinione pubblica austriaca per l’Italia e avevano qualche buona ragione per temere che un’Austria vincitrice, alla fine della guerra, non avrebbe rispettato gli impegni. In Italia era cresciuta nel frattempo la febbre interventista e si era creato un fronte anti austriaco che andava da Mussolini a Gaetano Salvemini, dai sindacalisti rivoluzionari ai futuristi, dai democratici ai nazionalisti, dai poeti agli imprenditori. Fu questo il contesto in cui il governo Salandra- Sonnino negoziò a Londra con Francia, Gran Bretagna e Russia un patto molto più generoso di quello che, nella migliore delle ipotesi, avrebbe strappato all’Austria. Credo che la neutralità sarebbe stata la migliore delle scelte possibili, ma riconosco che la guerra ebbe molti padri e che è troppo facile avere ragione con il senno di poi.

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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