LA GAZETA ISTRIANA N° 40 – Mensile culturale ML Histria

Posted on November 27, 2013


La Gazeta Istriana  a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin

anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

Ottobre – Novembre  2013 – Num. 40

 

 

59 –  L’Arena di Pola 16/10/13 I nazisti deportano 30 civili da Gallignana (Lino Vivoda)

60 – Nuovo Monitore Napoletano 20/10/13  L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe (Marco Vigna)

61 – Il Dalmata n° 80 – Sett.2013 – D’Annunzio apostolo della Dalmazia grande riformatore politico e sociale d’Italia

62 – La Voce in più Cultura 19/10/13 Riflessioni – L’esilio quale condizione dell’essere (Dario Saftich)

63 – La Nuova Voce Giuliana 16/09/13 La “Gnagna Maria” di Villa Gardossi, cioè la levatrice del paese (Romano Gardossi)

64 – Il Piccolo 29/09/13 Trieste – Campo Marzio, a pezzi il glorioso capolinea della Transalpina (Igor Buric)

 

 

 

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59 –  L’Arena di Pola 16/10/13 I nazisti deportano 30 civili da Gallignana

 

I nazisti deportano 30 civili da Gallignana

 

In questo numero pubblichiamo un altro capitolo del libro di Lino Vivoda In Istria prima dell’esodo – Autobiografia di un esule da Pola, Edizioni Istria Europa, Imperia 2013, al fine di ricostruire gli eventi successivi all’8 settembre 1943 in Istria. Narra del violento sopraggiungere a Gallignana dei nazisti, che dopo una sparatoria deportarono a Dachau una trentina di paesani.

 

Arrivano le SS

 

Al mattino del 5 ottobre all’improvviso echeggiò sinistro per il paese il tremendo urlo: «I Tedeschi! Njemski su tuka!». Tutti furono colti dal panico. Dopo notti e notti passate nei boschi e lungo i ruscelli all’addiaccio, ecco che improvvisamente tutte le precauzioni per nascondersi all’arrivo dei tedeschi erano saltate. Ora i tedeschi stavano arrivando all’improvviso e non c’era più tempo per fuggire nei boschi paventando la loro reazione per gli infoibamenti avvenuti a settembre.

Fu quindi un fuggi fuggi a precipizio lungo il declivio sotto la chiesa parrocchiale, nella vallata verso Pedena, che scendeva alla chiesetta di San Simon, alta su un cocuzzolo e meta di tante processioni propiziatorie. La fuga dalla parte posteriore del paese infatti era l’unica possibile dato l’arrivo sul davanti dei tedeschi provenienti da Pisino. Anche noi riuscimmo a raggiungere un grosso cespuglio sul declivio. Ci fu qualche scarica di fucileria dei tedeschi, fermatisi alla cappelletta sulla strada prima del paese, dalla quale partiva una carreggiata verso Scopliaco, contro le prime case del paese essendosi arrestati per saggiare qualche eventuale resistenza. Poi un lungo silenzio mentre i gruppi di paesani si nascondevano negli anfratti del terreno.

Tutto ad un tratto quattro cinque tedeschi si affacciarono sul muretto dietro la chiesa e incominciarono a sparare coi fucili sul terreno sottostante. Vedevo le pallottole rimbalzare sui sassi vicino a noi e mi accorsi della precarietà del riparo. Mamma mise in bocca a Lele una bottiglia di latte con il ciuccio per farla stare zitta, avendo incominciato a piangere. Attraverso il vetro bianco della bottiglia si vedeva chiaramente che il latte era cagliato, ma bisognava farla tacere subito per salvare tutti dagli spari. Causa quel latte “andà de mal” mia sorella, che all’epoca aveva appena otto mesi, ne risentì fisicamente per parecchi anni, ma il suo silenzio salvò noi tutti. Infatti un giovane più giù, vicino la chiesetta di Santo Stefano, che si era sporto dal terreno per indicare con il braccio i tedeschi sul ciglio della chiesa venne freddato da parecchi colpi di fucile. Noi appiattiti sul terreno ci sentivamo indifesi come i piccioni del tiro a segno.

Improvvisamente la sparatoria cessò e alta sul muretto dietro la chiesa apparve la tonaca nera del parroco con le braccia alzate al cielo. Don Mauro incominciò a gridare: «Venite subito in paese che i tedeschi vi danno solo mezz’ora di tempo. Ascoltatemi vi prego». Io pensai: avrà i fucili puntati e lo costringono a parlare. Perciò dissi a Papà: non ci muoviamo e aspettiamo un momento a vedere cosa succede agli altri che, alzatisi, incominciavano a risalire lentamente l’erta. Dopo un po’, visto che non succedeva niente di peggio, ci unimmo agli altri nella risalita. Entrammo nel paese dal varco nella cinta delle mura vicino al campanile di fianco al quale due soldati tedeschi si divertivano a sparare alla campane per sentire il balzo delle pallottole. Quando si girarono per guardarci vidi che sulla bustina avevano il macabro marchio delle SS: il teschio con le ossa incrociate. Proseguendo passammo accanto alla casa della Pierina Bazon che bruciava perché vi avevano trovato una bustina con la stella rossa, ed i soldati tedeschi impedivano che qualcuno salvasse l’asino, la capra ed il maiale coi quali avevo giocato parecchie volte.

Appena davanti la porta del paese ci separarono: papà col gruppo degli uomini e noialtri tutti raccolti in un altro gruppo più a lato verso i gradini di casa Martini.

Mentre aspettavamo tutti raggruppati e spauriti stringendoci per cercare riparo nel mucchio, vidi venire verso di noi un giovane ufficiale tedesco. Essendo, a Pola, un lettore del giornale bilingue “Signal”, pensai che senz’altro proveniva dall’organizzazione giovanile nazista Hitler-Jugend ed ebbi un lampo di genio. Facendo sfoggio delle poche parole tedesche che avevo imparato a Scoglio Olivi dai sommergibilisti della Kriegsmarine gridai: «Herr Offizier, ich bin ein Mussolini-Jugend und hier für Fliegeralarm in Pola». L’Ufficiale tedesco si fermò di scatto, mi squadrò e gridò: «Schnell zu Haus! Gehe Weg!», e con la mano mi fece segno di andarmene. Non me lo feci dire due volte, presi per mano Sergio e Daria e corsi nel centro del paese, seguito da Mamma con la Lelle in braccio, dove c’era la casa della santola, mamma di Romano, che abitavano in via Minerva a Pola, ritenuta più sicura perché dove abitavamo da zio Giacomo c’era un anziano ucciso sul pavimento. Dopo un po’ ci raggiunse Papà che aveva potuto esibire un documento del Cantiere Navale di Pola. Papà conosceva perfettamente il tedesco per aver fatto le scuole sotto l’Austria. Gli altri uomini, una trentina, finirono tutti a Dachau nel Lager ed a guerra finita ritornarono solo in quattro, tra i quali Poldo, il figlio di teta Elena, sorella di Nonna Catina, padre di due gemelli, maschio e femmina, coi quali giocavo sempre.

Passati alcuni giorni, i combattimenti erano finiti ed i tedeschi avevano occupato tutta l’Istria. Papà decise quindi di ritornare a Pola e lo accompagnai sino a Pisino a prendere il treno. Erano otto chilometri all’andata ed altrettanti al ritorno. La strada la conoscevo bene perché l’avevo fatta più di una volta per andare a Pisino a comperarmi il giornale. Quando arrivammo al Dersei, la discesa verso Pisino, erano evidenti grandi chiazze di sangue a fianco della strada. Decine di giovani erano stati ammazzati dai tedeschi contro i quali avevano sparato con i fucili da caccia. Poveri ragazzi partigiani indottrinati al punto di non ragionare più sulle reali conseguenze di andare praticamente a mani nude contro i blindati delle SS. Un memoriale li ricorda oggi all’entrata del cimitero, mentre due croci di legno su due tumuli di terra anonimi accolgono i resti degli infoibati nel prato tra la chiesa ed il cimitero. Povera gente, entrambi i due gruppi, che ha pagato con la vita il peso di una guerra capitataci tra capo e collo! Povera Istria!

Finita la vendemmia ritornammo a Pola anche noi.

 

Lino Vivoda

 

 

 

 

 

 

60 – Nuovo Monitore Napoletano 20/10/13  L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe

L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe

 

Marco Vigna

 

Lo scrittore e critico letterario Claudio Magris ha coniato la fortunata espressione di “mito asburgico” per esprimere l’immagine, sorta in ambito letterario presso alcuni scrittori della Mitteleuropa, d’un impero asburgico ordinato e cosmopolita, capace d’assicurare la convivenza fra i suoi vari popoli componenti.

 

Si tratta però appunto d’un “mito” d’origine letteraria: la realtà  storica era ben diversa.

 

Il Magris stesso ha dichiarato che il suo libro nasce appunto come critica e demolizione del mito stesso, nonostante esso sia stato ben presto frainteso e considerato da certuni quale una sua esaltazione.

L’impero austriaco ha avuto nel secondo dopoguerra una ricostruzione letteraria che ha colpito l’immaginario collettivo, ma che trova ben poca corrispondenza nella realtà storica.

Il divario esistente fra la storia effettiva della compagine statale asburgica e la sua visione immaginaria corrisponde, all’incirca, quello fra storiografia e letteratura.

 

D’altronde, come ha osservato Magris stesso, la medesima letteratura che ha creato il “mito asburgico” si presenta in modo caratteristicamente ambivalente nel suo giudizio sullo scomparso stato imperiale, tanto che il suo autore più rappresentativo, il Musil [1], nel suo L’uomo senza qualità, evidenzia il sostanziale vuoto su cui poggia l’impero nel vano tentativo del comitato creato per i festeggiamenti dell’anniversario di Francesco Giuseppe di reperire un valore unificante.

 

Questo testo offre un’immagine tagliente dell’impero asburgico prossimo  al tracollo, in una trama in cui all’uomo senza qualità del romanzo s’affianca il finto perno dell’azione (o meglio inazione) drammatica, l’inconcludente “Azione parallela” volta a celebrare i 70 anni di regno di Francesco Giuseppe (ironicamente, Musil immagina che i preparativi incomincino prima della guerra, in attesa del 1918, data del “giubileo imperiale” suddetto, e che sarà invece quella della dissoluzione dell’impero), sullo sfondo di un’entità statale amletica, che non sa chi è e che cosa vuole fare.

 

È rimasta giustamente celebre la descrizione della “Cacania”, ossia dell’Austria-Ungheria (Cacania è un neologismo musiliano creato da kaka, pronuncia dell’abbreviazione K.K. di Kaiserlich-Königlich, “imperial-regio”) offerta da questo grande scrittore viennese, con la sua intelligente e corrosiva ironia:

 

«Questo concetto dello stato austro-ungarico era cosî stranamen­te congegnato che sembra quasi vano tentar di spiegarlo a chi non ne abbia personale esperienza.

 

Non era fatto di una parte austriaca e di una parte ungherese che, come si potrebbe credere, si com­pletavano a formare un tutto, ma di un tutto e di una parte, cioè di un concetto statale ungherese e di un concetto statale austro­ungarico, e quest’ultimo stava di casa in Austria, per cui il con­cetto statale austriaco era in fondo senza patria.

 

L’austriaco esi­steva soltanto in Ungheria, sotto forma di avversione; a casa sua si dichiarava suddito dei regni e dei paesi della Monarchia austro­ungarica rappresentati alla Camera, che sarebbe come dire un au­striaco più un ungherese meno quest’ungherese; e non lo faceva per entusiasmo, ma per amore di un’idea che gli ripugnava, perché non poteva soffrire gli ungheresi, così come gli ungheresi non po­tevan soffrire lui, cosicché la faccenda diventava ancor più com­plicata.

 

Molti perciò si definivano semplicemente polacchi, cèchi, sloveni o tedeschi, e questo produceva ulteriori divisioni ».[2]

 

Il “padre nobile” della storiografia americana sull’Austria, Arthur J. May, nella sua importante ed influente opera The Passing of the Habsburg Monarchy è reciso nel giudicare lo stato austroungarico una realtà istituzionale in preda ad una grave crisi interna.

Egli inoltre respinge il mito asburgico, non avendo problemi a riconoscerlo come una realtà posteriore all’impero ed indotta da cause accidentali ed esterne allo stesso.

May ritiene che questa rievocazione nostalgica ed immaginosa dello scomparso stato asburgico sorga soltanto quando Stalin s’impadronisce, al termine della seconda guerra mondiale, di gran parte dei vecchi territori imperiali.[3]

 

In Italia è abbastanza conosciuto il ruolo dell’Austria asburgica nel mantenere l’Italia divisa al suo interno e sottomessa allo straniero.

 

È invece meno diffusa la consapevolezza di come l’impero abbia direttamente attentato all’identità nazionale italiana, proponendosi obiettivi di snazionalizzazione e di vera e propria sostituzione etnica.

 

Già il Lombardo-Veneto si trovò sotto il dominio asburgico in condizioni di crescente dipendenza dal governo centrale viennese[4] e di sua germanizzazione imposta dall’alto, come denunciavano i suoi stessi rappresentanti politici e la sua società civile.[5]

 

Questo avvenne per la struttura interna stessa dell’impero asburgico, poiché non fu un evento accidentale od una misura secondaria, ma corrispose alla dinamica naturale di questo tipo di stato.

 

In sostanza, l’autorità imperiale cercava d’inserire il Lombardo-Veneto all’interno di un’area storica, geografica, culturale ed etnica ad esso estranea, la cosiddetta “Mitteleuropa”, subordinandone l’economia e la società agli interessi di quella austriaca ed imponendo leggi e misure contrarie alle sue tradizioni ed interessi.[6]

 

Significativamente, esso veniva sottoposto ad un intensissimo sfruttamento economico da parte del potere centrale viennese, che si serviva delle risorse locali, drenate con la tassazione, per finanziare le regioni d’oltralpe.[7]

 

Il feldmaresciallo austro-boemo Josef Radetzky giunse a minacciare gli abitanti del Lombardo-Veneto di far ripetere in Italia le cosiddette “Stragi di Galizia”.

 

In questa regione asburgica una grave crisi agraria determinò nel 1846 un’estesa insurrezione di contadini ruteni, che condusse al massacro di diverse centinaia di proprietari terrieri polacchi.

 

La rivolta non incontrò nessuna efficace resistenza dalle autorità militari e di polizia asburgiche e si sospettò che gli amministratori imperiali avessero fomentato e favorito l’insurrezione, per poter meglio controllare la regione galiziana aizzando tra di loro le sue diverse etnie.

 

Anche nel Lombardo-Veneto vi furono nel 1846-1847 diversi tumulti provocati dalla crisi agraria, che furono attribuiti da buona parte dell’opinione pubblica all’azione sobillatrice del governo.[8] Scrive uno studioso competente sulla materia come lo storico Marco Meriggi: «La definizione di germanizzazione, che i contemporanei coniarono e che quasi tutti gli storici hanno ripreso, trovandosi a descrivere la caratteristica saliente delle dinamiche politiche dell’Impero nel periodo in questione, è sicuramente fondata».[9]

 

Il “regno” del Lombardo-Veneto chiudeva la propria esistenza nel 1866. Rimanevano però sotto il dominio asburgico altre regioni abitate da italiani: il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, la Dalmazia.

 

L’imperatore Francesco Giuseppe decise pertanto di procedere alla loro de-italianizzazione, tramite la sistematica “germanizzazione e slavizzazione” di queste terre.

 

La sua decisione in tale senso fu formalizzata nel Consiglio della Corona del 12 novembre 1866. Il verbale recita testualmente: «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno».[10]

 

L’ordine imperiale è abitualmente tanto conosciuto dagli storici quanto sconosciuto al grande pubblico, ad ulteriore  riprova del contrasto fra la realtà storica ed il falso “mito asburgico”.

 

La citazione del verbale del consiglio dei ministri asburgico del 12 novembre 1866, con l’ordine categorico di procedere alla germanizzazione e slavizzazione delle popolazioni italiane suddite dell’impero, si ritrova in innumerevoli studi, compiuti da storici di differenti nazionalità, in anni diversi e nel corso di studi indipendenti fra loro.[11]

 

Si può riportare a suo commento il parere espresso dal professor Luciano Monzali nel suo fondamentale studio sugli italiani di Dalmazia.

 

«I verbali del Consiglio dei ministri asburgico della fine del 1866 mostrano l’intensità dell’ostilità antitaliana dell’imperatore e la natura delle sue direttive politiche a questo riguardo.

 

Francesco Giuseppe si convertì pienamente all’idea della generale infedeltà dell’elemento italiano e italofono verso la dinastia asburgica: in sede di Consiglio dei Ministri, il 12 novembre 1866, egli diede l’ordine tassativo di “opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione, a seconda delle circostanze, delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo”».[12]

 

La decisione di Francesco Giuseppe non segnava comunque una frattura radicale con la politica austriaca del recente passato, sia perché, come si è visto, già nel Lombardo-Veneto s’erano attuate politiche di germanizzazione, sia giacché questo famoso verbale del 1866 dava corpo a progetti coltivati in precedenza da altissime personalità dell’impero.

 

Ad esempio, già il feldmaresciallo Radetzky aveva progettato una pulizia etnica in Dalmazia, affermando: «Bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione».[13]

 

Minacce analoghe contro gli italiani erano giunte ben prima del 1866 anche da un governatore di Trieste, il generale Ferencz Gyulai (poi feldmaresciallo, vicerè del Lombardo-Veneto e comandante l’esercito austriaco nella guerra del 1859).

 

Nel 1848 fu pubblicato sul giornale ufficiale governativo l’Osservatore Triestino un articolo di sua ispirazione, in cui s’avvisava in termini minatori che era possibile incitare le masse slave dell’Istria contro gli italiani, provocando una guerra civile.[14]

 

L’idea espressa dal Gyulai era quindi analoga, ancora una volta, allo schema delle “Stragi di Galizia”, con il proposito di sobillare un’etnia più fedele all’impero per aggredire un’altra che desiderava l’indipendenza.

 

Per gli intenti di snazionalizzazione prefissi dal consiglio dei ministri imperiale nel 1866 più che di novità si può pertanto parlare di continuità.

 

Questo indirizzo politico si manifestò in Venezia Giulia e nel Trentino in misure ed iniziative che interessarono specialmente il settore scolastico (favorendo gli istituti in lingua tedesca o slovena, non aprendo oppure chiudendo istituti scolastici italiani) ed il pubblico impiego e la burocrazia (avvantaggiando le assunzioni e promozioni di slavi, la cui immigrazione era fortemente favorita, mentre al contempo si procedeva ad espulsioni d’italiani), mentre nella stampa s’adottarono restrizioni contro i giornali liberali (ad esempio, in un caso Il Piccolo fu soggetto a sequestro, mentre L’Indipendente fu colpito da sospensione).

 

La comunità italiana, talvolta per tramite del comune di Trieste o dell’episcopato di Trento, criticò sovente le scelte delle autorità statali, contestando anche la politica religiosa (con la nomina di vescovi slavi per Trieste e l’aumento d’ecclesiastici sloveni e croati, spesso sostenitori dei rispettivi movimenti nazionali, oppure le politiche di germanizzazione con connotazioni anticattoliche e vagamente protestanti nel Trentino) e l’attività della polizia (accusata d’arbitri a scapito degli italiani).

 

S’ebbero anche accuse di germanizzazione o slavizzazione dei nomi geografici e dei cognomi, con pubbliche proteste e denunce per iscritto.

 

Il contrasto politico fra l’autonomismo degli italiani ed il centralismo dello stato, in cui era egemone l’establishment austriaco, s’intersecò in tal modo alla rivalità nazionale fra italiani da una parte, austriaci e slavi del sud dall’altra.[15]

 

Uno dei più grandi storici italiani, Ernesto Sestan, nel suo classico studio sulla Venezia Giulia ha dato risalto alla duplice azione di difesa condotta dagli italiani di tale regione sia contro la germanizzazione proveniente dal centralismo statale sia contro la slavizzazione operata dai nazionalisti slavi e croati.

 

Germanizzazione e slavizzazione, ossia potere centrale e nazionalismo slavo, erano alleati fra loro, in parte perché Vienna riteneva più fedeli sloveni e croati, in parte perché il senso nazionale di questi ultimi trovava spesso espressione nel cosiddetto austro slavismo, un’ideologia politica che si prefiggeva il raggiungimento delle finalità nazionalistiche degli slavi del sud all’interno della compagine statale asburgica e con l’appoggio dell’impero.[16]

 

Un recente studio di Gerd Pircher contribuisce invece a documentare quale destino si progettasse per il Trentino durante il primo conflitto mondiale: una volta ottenuta la vittoria si doveva conservare parzialmente la giurisdizione militare, proclamare il tedesco come unica lingua ufficiale, imporre il tedesco nelle scuole, procedere ad una epurazione dell’amministrazione, germanizzare i toponimi e le insegne (come già s’era iniziato a fare), favorire l’immigrazione austriaca con fini di colonizzazione ecc.

 

Questi piani erano sostenuti da una cerchia di militari, capeggiati dall’arciduca Eugenio e dai generali Alfred Krauss e Viktor Dankl, che si proponevano la snazionalizzazione del Trentino e la sua germanizzazione, ritenendo praticamente ogni italiano un individuo potenzialmente ostile all’impero ed internando o deportando chiunque  fosse ritenuto politicamente inaffidabile.[17]

 

Anche se coinvolse pesantemente pure il Trentino e la Venezia Giulia, la snazionalizzazione degli italiani ordinata dall’imperatore raggiunse comunque il massimo della sua pressione in Dalmazia.

 

Lo strumento principale per slavizzare la regione fu la cancellazione sistematica della cultura italiana nelle scuole.

 

Osserva il professor Monzali: «Da questi presupposti ideologici, che negavano una realtà di fatto esistente, quella delle città dalmate bilingui e multietniche […] il passaggio ad una politica di snazionalizzazione e assimilazione nei confronti dei dalmati italiani e italofili fu rapido.

 

La questione scolastica divenne ben presto centrale, con l’abolizione dell’italiano come lingua d’istruzione nelle scuole dalmate ed il rifiuto delle autorità provinciali e comunali nazionaliste di finanziare con soldi pubblici le scuole in lingua italiana che sopravvivevano.»[18]

 

A partire dal 1866 non solo nessuna scuola italiana fu aperta dalle autorità, ma finirono con l’essere chiuse quasi tutte quelle che esistevano, questo in una regione in cui in pratica da sempre la cultura scritta e dotta era stata principalmente od esclusivamente in lingua latina prima, italiana poi.

 

Su 84 comuni in cui era ripartita all’epoca la Dalmazia, rimasero scuole primarie in lingua italiana in uno solo, quello di Zara, mentre scomparvero in tutti gli altri: si finì così con l’avere sole 9 scuole elementari in lingua italiana su 459 complessive.

 

Rimasero come scuole superiori in lingua italiana soltanto due istituti, oltretutto bilingui, e solo perché legati al mondo marinaresco, in cui l’impiego dell’italiano era una tradizione fortissima ed esisteva una terminologia specifica, assente in lingua croata: si trattava infatti delle scuole nautiche di Ragusa e Cattaro.

 

Naturalmente, non esistevano università in lingua italiana, né in Dalmazia né in tutto il resto dell’impero. In sintesi, gli studenti italiani di Dalmazia potevano avere scuole primarie nella propria lingua solo a Zara (1 comune su 84, nonostante gli  italiani fossero presenti ovunque), scuole secondarie solo Cattaro ed a Ragusa (in 2 comuni su 84, e si trattava di due soli istituti nautici), mentre il sistema scolastico terziario ossia l’università non vedeva in tutto l’impero una sola facoltà italiana.[19]

 

La questione scolastica, per quanto importantissima, non fu l’unica a travagliare la comunità italiana dalmata. Un’altra forma di slavizzazione della regione fu la «croatizzazione completa dell’amministrazione statale»,[20] che faceva del croato la lingua ufficiale ed in sostanza espelleva l’italiano, nonostante tentativi da parte dei rappresentanti politici italiani d’ottenere una forma di bilinguismo, che poteva essere concesso soltanto a facoltà dei singoli funzionari, che però erano quasi tutti croati.[21]

 

Lo stesso personale politico era stato progressivamente croatizzato, con la sostituzione continua delle vecchie amministrazioni italiane con altre croate.

 

Nel 1861, tutti gli 84 comuni esistenti nella regione amministrativa della Dalmazia avevano sindaci italiani. Nell’anno 1900 ne era rimasto uno solo, Zara, che significativamente fu l’unico a conservare scuole primarie italiane, chiuse invece in tutti gli altri comuni.

 

Allo stesso modo la Dieta provinciale, che era sempre stata a maggioranza italiana, divenne a maggioranza croata.

 

Le sconfitte elettorali degli italiani furono dovute in misura determinante a pesanti brogli elettorali, compiuti con la connivenza delle autorità governative, in cui ebbero il loro ruolo anche forme di corruzione ed estese violenze ed intimidazioni.

 

Il potere centrale viennese era infatti in grado di condizionare in maniera decisiva le elezioni di Dalmazia ed aveva scelto d’appoggiare i nazionalisti croati e la loro politica italofoba.[22]

 

Questo accadde anche aggredendo le tradizionali ed antichissime prerogative giuridiche della Dalmazia, le cui città, latine sin dal II-I secolo a. Cristo, avevano conservato sino al secolo XIX alcune norme e leggi risalenti all’Alto Medioevo, che ne riconoscevano determinate forme d’autonomia ed autogoverno.

 

Siffatte prerogative, che erano state rispettate nel corso della lunghissima dominazione veneziana, furono invece cancellate in poco tempo sotto l’impero asburgico.

 

Soltanto in questo modo fu possibile, nel giro di pochissimi anni, portare la Dalmazia, regione nella quale gli italiani avevano sempre avuto il ruolo di classe dirigente anche politica, grazie ad un’indiscussa superiorità culturale ed economica, ad un predominio degli croati, che se ne servirono per slavizzare a forza l’intera area.

 

Anche la slavizzazione della toponomastica e dell’onomastica in Dalmazia fu parte integrante del tentativo d’assimilare interamente il gruppo etnico italiano.

 

La toponomastica dalmata era abitualmente italiana sulla costa e sulle isole, slava all’interno, tuttavia, essendo sempre stata quella italiana la lingua di cultura, tradizionalmente anche i nomi croati erano trascritti in forma italiana.

 

Bisogna ricordare inoltre che l’intero territorio dalmata ha avuto un plurisecolare insediamento latino ben prima che vi giungessero e s’infiltrassero, lentamente, gruppi d’invasori od immigrati slavi.

 

In breve, fin dal II secolo a.C. queste aree erano interamente latinizzate, mentre invece le prime presenze slave in Dalmazia risalgono al VII secolo d.C. e rimangono piuttosto deboli sino al secolo XIV.

 

La toponomastica latina ossia italiana era quindi originaria ed anteriore di gran lunga a quella slava.

 

La snazionalizzazione in corso dopo il 1866 condusse ad una cancellazione di nomi italiani oppure all’imposizione d’un bilinguismo anche laddove ci si era sempre serviti della forma italiana.

 

La Luogotenenza della Dalmazia giunse al punto d’emettere un decreto, nel 1912, che dichiarava abrogati per sempre i nomi italiani di 39 località che erano state interamente croatizzate.

 

Lo stravolgimento della toponomastica riguardava gli atti del catasto e le stesse carte geografiche, con una slavizzazione pervasiva.[23]

 

Al contempo si  procedeva ad una trasformazione in forma slava persino dei cognomi. Scriveva lo storico Attilio Tamaro, autore fra l’altro d’una monumentale Storia di Trieste: «Cooperavano a questo sistema di snaturamento dei lineamenti storici ed etnici della Regione Giulia e della Dalmazia i preti.

 

I vescovi delle provincie, fuorché quello di Parenzo, ligio però con cieca devozione al Governo austriaco, erano tutti slavi, per espressa volontà di Vienna.

 

Come tali, per mezzo dei seminari vescovili e per mezzo delle loro relazioni con le provincie dell’interno, aumentarono con grande intensità la produzione di sacerdoti slavi e, approfittando dello scarso numero di preti italiani che le provincie potevano dare, empirono con quelli tutte le parrocchie, anche le italiane.

 

Tengono i parroci in Austria i registri dello stato civile. Gli slavi, non curanti delle proteste degli abitanti, forti della protezione del Governo, con cui erano organicamente collegati nell’opera e nel fine, slavizzarono i cognomi nei libri delle nascite, in quelli matrimoniali ed in quelli delle morti.

Il fine era di ottenere dei dati statistici, dei documenti ufficiali che, per una dimostrazione necessaria alla politica del Governo, sembrassero comprovare o la non esistenza o la graduale estinzione dell’italianità.».[24]

 

Un’altra forma ancora di slavizzazione riguardò la chiesa cattolica stessa, con la liturgia, i testi sacri, il clero.

 

Il legame fra trono ed altare era stretto nell’impero, specie dopo il concordato del 1855 che concedeva all’imperatore notevole ingerenza negli affari ecclesiali, e gli ecclesiastici si potevano considerare in una certa misura funzionari imperiali.

 

Inoltre, i croati ebbero per tutto il secolo XIX come capi del proprio movimento nazionalista proprio preti e vescovi.

 

L’aspetto più visibile e più sentito da larga parte della popolazione italiana di tale operazione di slavizzazione fu l’introduzione forzata d’un rito in lingua slava, il cosiddetto glagolitico.

 

Si trattava d’una forma di liturgia sorta in era moderna in ambito cattolico ma per imitazione della liturgia ortodossa, che era stato tacitamente tollerato dalle autorità ecclesiastiche della Chiesa ma era rimasto limitato a piccole zone.

 

Nel secolo XIX esso era comunque praticamente scomparso, quantomeno nelle terre di popolamento italiano della Venezia Giulia e della Dalmazia.

 

La Curia pontificia, e per essa i papi Leone XIII e Pio X, richiamarono i sostenitori del glagolitico ai principi del rito latino e li diffidarono dalla reintroduzione della liturgia paleoslava laddove non fosse mai stata praticata.

 

Nonostante l’opposizione delle popolazioni italiane della Dalmazia e la diffidenza dell’autorità pontifica stessa, la liturgia romana in lingua slava (anziché latina) finì con l’essere introdotta sotto la pressione del clero nazionalista croato.

 

La diffusione della liturgia in lingua slava, che s’accompagnò anche a prediche, canti ecc. in croato, fu un modo con cui questi nazionalisti  tentarono di slavizzare a forza le popolazioni italiane.

 

Il culto glagolitico non solo fu reintrodotto, ma venne imposto anche in località che non l’avevano mai conosciuto ed in cui gli abitanti erano in stragrande maggioranza italiani. Il malcontento fu naturalmente molto forte fra le popolazioni, che sovente preferirono abbandonare le funzioni religiose in rito glagolitico.

 

L’isola di Neresine fu teatro di ripetuti tentativi di slavizzazione nel culto religioso, in contrasto all’ortodossia cattolica, alle consuetudini ivi vigenti ed all’esplicita volontà degli abitanti.

 

Un frate croato, tale Smolje, pretese di celebrare la messa in glagolitico nella parrocchia di Neresine, la domenica 22 settembre 1895, determinando l’abbandono della cerimonia da parte di tutti i presenti e l’inizio di un vero tumulto.

 

Questo stesso sacerdote pretendeva d’impartire il battesimo in croato, in modo da slavizzare i nomi, rifiutandosi di farlo in latino anche qualora fosse direttamente richiesto dal padre del bambino.

 

Il padre guardiano del convento francescano di Neresine, Luciano Lettich, pretese d’imporre il croato alla cerimonia di sepoltura delle salme dei coniugi Sigovich, Antonio e Nicolina Sigovich, provocando da parte dei parenti e degli altri fedeli l’abbandono volontario del rito. Si può citare un altro episodio fra i tanti, accaduto nella seconda domenica d’aprile de1 1906, quando un frate croato pretese di celebrare in rito glagolitico nella chiesa di San Francesco di Cherso, isola prettamente italiana di storia e cultura.

 

I fedeli, dinanzi a questa celebrazione, che appariva loro come un abuso nazionalistico, abbandonarono in massa l’edificio religioso, lasciando da solo il frate croato.

 

Dopo queste ed altre vicende simili, gli abitanti di Neresine e di altre località minacciate di slavizzazione forzata (Ossero, Cherso, Lussinpiccolo) s’appellarono inutilmente al vescovo di Veglia, Mahnich. Vista l’inanità dei loro tentativi presso il presule slavo, decisero di fare ricorso direttamente a Roma.

 

La gravità dei fatti riferiti spinse Pio X ad intervenire, rimuovendo Mahnic dal suo incarico di vescovo.

 

Anche in seguito il Vaticano dovette intervenire direttamente per denunciare e condannare sia l’abuso liturgico del ricorso al rito glagolitico, sia l’appoggio diretto di sacerdoti slavi al nazionalismo sloveno e croato, come avvenne ad esempio il 17 giugno 1905, quando il Cardinale Segretario di Stato, per ordine del papa Pio X, trasmise una lettera dura e preoccupata al ministro generale dell’ordine dei frati minori francescani, con l’ordine preciso d’intervenire in modo energico per porre termine al comportamento dei francescani croati in Dalmazia, che operavano per introdurre la propria lingua nazionale nella liturgia.

 

La stessa chiesa cattolica non vide per nulla con favore la pretesa dei nazionalisti croati di ripristinare il rito glagolitico, sia per ragioni strettamente liturgiche, sia perché spesso tale richiesta proveniva da panslavisti con palesi simpatie per il cristianesimo greco-ortodosso. In conclusione ed in sintesi, il glagolitismo ricomparso dopo il 1848 fu quindi un’innovazione liturgica imposta da nazionalisti slavi con cariche ecclesiastiche, che ferì profondamente i sentimenti sia nazionali, sia religiosi dei cattolici italiani di Dalmazia, i quali si videro obbligati a riti in lingua straniera e di dubbia conformità all’ortodossia cattolica.[25]

 

Le persecuzioni rivolte agli italiani per cercare di costringerli ad assimilarsi ai croati compresero anche l’esercizio della violenza, che divenne praticamente endemica nei loro confronti, con aggressioni quotidiane alle persone od alle proprietà italiane:

 

«Nel 1910, a Cittavecchia, gente sconosciuta penetra di notte nei locali dell’Unione italiana dalmata, scassinando le porte: ruba e getta in mare qualche specchio, due quadri veneti storici, un busto di Dante, la lampada, un orologio da muro. È un vandalismo che urta. A Sebenico, un operaio regnicolo, che, interrogato per via in croato, risponde in italiano che non capisce, è aggredito e malmenato. Per questi usi il podestà di Sebenico ha potuto un giorno consigliare i croati di Zara: “Fratelli zaratini! Fate come noi a Sebenico: scendete nelle strade, con le pistole in pugno, e sparate. Gli italiani saranno buoni. Se c’è bisogno di me chiamatemi: verrò con voi”. Sono episodi di ogni giorno.»[26]

 

Le testimonianze sulla diffusione massiva della violenza contro gli italiani da parte dei nazionalisti croati nella Dalmazia asburgica sono numerose e dettagliate, descrivendo un contesto nel quale anche la polizia era connivente con le aggressioni italofobe, talora mortali:

 

«La pubblica amministrazione era terrorizzata; la poli­zia dei vari municipi era un congegno di partito. A Spalato un poliziotto del Co­mune ha ucciso con un colpo di rivoltella un pescatore chioggiotto; e l’omicida fu salvato dallo psichiatra; a Sebenico, un poliziotto di quel Comune ha tagliata, netta, la testa a un cittadino; a Traù un poliziotto, certo Macovan ha freddato con due sciabolate un povero operaio, di par­tito avverso a quello del Comune, che si trovava in istato di completa ubbriachezza. II partito croato scusava la persecuzione col dire che gli italiani rifiutavano di riconoscere il carattere nazionale croato della Dalmazia.»[27]

 

L’archivio storico del Ministero degli Esteri italiano serba un’ampia documentazione sui moltissimi incidenti che avvennero ad inizio Novecento non solo in Dalmazia, ma anche in Trentino e Venezia Giulia.[28]

 

La finalità era quella di spegnere ogni vita politica e culturale autonoma ed obbligare gli italiani dalmati a croatizzarsi.

 

L’impatto di questa serie combinata di misure contro gli italiani fu devastante, determinando una rapidissima diminuzione del gruppo etnico italiano di Dalmazia.

 

Scrive il professor Monzali: «Nei primi studi statistici austriaci non ufficiali compiuti negli anni Sessanta e Settanta, il numero dei dalmati italiani variava fra i 40 e i 50.000; nel censimento ufficiale del 1880, il loro numero scendeva a 27.305, per poi calare drasticamente nei decenni successivi; 16.000 nel 1890, 15.279 nel 1900, 18.028 nel 1910 (su una popolazione dalmata complessiva di 593.784 persone nel 1900, di 645.646 nel 1910)».[29]

 

Dati parziali riferiti a singole località esemplificano egregiamente l’andamento demografico complessivo sopra enunciato ed il tracollo della popolazione italiana. Si può riferire brevemente del caso di Lissa.

 

Questa piccola isola, latinizzata in epoca romana, rimase per lunghi secoli popolata quasi esclusivamente da dalmati autoctoni, quindi da una popolazione neolatina, prima d’entrare a far parte dei territori di Venezia, a cui appartenne ininterrottamente per molti secoli. Sino al 1797 ed a Campoformio, gli abitanti di Lissa parlavano praticamente tutti il cosiddetto “veneto da mar”.

 

Il censimento tenutosi nell’epoca napoleonica calcolava, anche se in maniera approssimativa, gli italiani quali l’80% della popolazione di Lissa.

 

Rispetto a tale cifra, il primo censimento asburgico accurato, quello del 1880, vedeva già un netto declino dell’etnia italiana, che però rimaneva nettamente maggioritaria: essa era valutata al 64% del totale.

 

Ma dopo solo vent’anni gli italiani di Lissa apparivano quasi scomparsi. Secondo il censimento asburgico dell’anno 1900 gli abitanti di Lissa erano per il 97% slavi e solo per il 2,4% italiani.

 

Il censimento asburgico dell’anno 1910 confermò che il gruppo etnico italiano era ridotto al lumicino nell’isola, poiché contava solo un 2,5% degli abitanti. Riassumendo, gli italiani di Lissa erano passati dall’80% circa all’inizio del XIX secolo al 64% del 1880, infine al 2,4% del 1900.

 

Spicca particolarmente la differenza fra le dimensioni del gruppo etnico italiano nel 1880, con 3.292 unità (il 64%) e quello di soli vent’anni dopo ridotto a sole 199 (il 2,4%), con un calo del 94%.

 

Stime analoghe della diminuzione del gruppo etnico italiano si possono rintracciare in molte altre località della Dalmazia: dal 1880 al 1900, sempre sulla base dei censimenti asburgici, gli italiani calarono nell’isola d’Arbe da 567 a 223, a  Cittavecchia di Lesina da 2.163 a 169, a Comisa dal 1197 a 37, a San Pietro della Brazza da 421 a 43, in una città di medie dimensioni come Spalato da 5.280 a 1.046, a Traù da 1960 a 170 ecc.

 

Sempre nello stesso periodo i documenti amministrativi asburgici segnalano la totale scomparsa degli italiani in una serie di località: Bua, Isto, Meleda, Sestrugno, Zirona Grande ecc.

 

Un’enumerazione completa dei dati statistici che descrivono il crollo della presenza italiana in Dalmazia sarebbe troppo lungo e d’altronde inutile, poiché sfonderebbe una proverbiale porta aperta: si tratta di fatti da tempo noti.[30]

 

Per farla breve, il numero dei dalmati italiani aveva subito in pochi anni un tracollo, sia in termini numerici assoluti, sia nel rapporto percentuale con la popolazione complessiva, come si può affermare sulla base delle stesse fonti statistiche dell’impero asburgico.

 

L’esito imponente di questo processo di snazionalizzazione può essere così riassunto: nel 1845 una stima delle autorità calcolava gli italiani essere il 19,7% della popolazione della Dalmazia; il censimento asburgico registrava nel 1865 un totale di 55.020 italiani, pari al 12,5% degli abitanti; il censimento del 1910 ne contava più solo 18.028, pari al 2,7% dei dalmati.

 

Dal 1845 al 1910 gli italiani di Dalmazia erano quindi passati dal 19,7% al 2,7% della popolazione.[31] In rapporto alla popolazione dalmata totale, la percentuale d’Italiani del 1910 era all’incirca 1/7 di quella del 1845.

 

La diminuzione del gruppo etnico italiano in confronto a quello dell’insieme complessivo degli abitanti di Dalmazia era stato quindi di 6/7: dal 19,7% del 1845 al 2,7% del 1910.

 

Il professor Luciano Monzali può parlare esplicitamente per il periodo 1866-1914 di «snazionalizzazione» subita dagli italiani di Dalmazia sotto l’azione congiunta dello stato imperiale e dei nazionalisti croati locali.[32]

 

Mutatis mutandis, questo giudizio può essere applicato anche alla sorte degli italiani della Venezia Giulia e del Trentino nello stessa fase storica, giacché le misure adoperate contro i dalmati di nazionalità italiana furono all’incirca le medesime di cui ci si servì anche contro giuliani e trentini.

 

 

 

 

 

Note Bibliografiche

 

[1] C. Magris, Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, Torino 1963.

 

[2] R. Musil, L’uomo  senza qualità, Torino 1972, p. 162.

 

[3] A. J. May, The Passing of the Hapsburg Monarchy. 1914-1918, Philadelphia (Penn.) 1966.

 

[4] M. Meriggi, ll regno Lombardo-Veneto, Torino 1987, p. 268.

 

[5] Ibidem, pp. 269-270.

 

[6] Ibidem, p. 100.

 

[7] Ibidem, pp. 271 sgg.

 

[8] C. A. Macartney, L’Impero degli Asburgo, 1790-1918, Milano 1976., pp. 356-359; Meriggi, Il regno, cit., p. 327. Cattaneo, Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, cap. III, “Il generalissimo Radetzki, attorniato da uno stato maggiore di teutomani, agognava al momento di far sangue e roba, millantandosi di voler rifare in Italia le stragi di Galizia. Come dubitarne, quando si vedeva comparire nello stesso tempo in Brescia con autorità militare il carnefice Benedek, e con autorità civile il fratello del carnefice Breindl?”

 

[9] Meriggi, Il regno, cit., p. 100. Uno dei molti osservatori diretti di tale opera di germanizzazione, il Cattaneo, non ha avuto dubbi nel definire l’impero quale una “potenza tedesca”, che perseguiva intenti nazionalistici germanici. Cattaneo, Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, cap. I

 

[10] La versione originale in lingua tedesca è la seguente: «Se. Majestät sprach den bestimmten Befehl aus, dass auf die entschiedenste Art dem Einflüsse des in einigen Kronländern noch vorhandenen italienischen Elementen entgegentreten durch geeinignete Besetzung der Stellen von politischen, Gerichtsbeamten, Lehrern sowie durch den Einfluss der Presse in Südtirol, Dalmatien und dem Küstenlande auf die Germanisierung oder Slawisierung der betreffenden Landesteile je nach Umständen mit aller Energie und ohne alle Rücksicht hingearbeitet werde. Se. Majestät legt es allen Zentralstellen als strenge Plifcht auf, in diesem Sinne planmäßig vorzugehen.» Essa si ritrova in Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Wien, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2,  seduta del 12 novembre 1866, p. 297.

 

[11] Senza pretendere d’indicare esaustivamente tutti gli studi in proposito, bastino qui alcuni riferimenti essenziali: G. Novak, Političke prilike u Dalmaciji g. 1866.-76, Zagreb 1960, pp. 40-41; A. Filippuzzi, (a cura di), La campagna del 1866 nei documenti militari austriaci: operazioni terrestri, Padova 1966, pp. 396 sgg.; C. Conrad, Multikulturelle Tiroler Identität oder ‘deutsches Tirolertum’? Zu den Rahmenbedingungen des Deutschunterrichts im südlichen Tirol während der österreichisch-ungarischen Monarchie, in J. Baurmann/ H. Günther/U. Knoop, (a cura di), Homo scribens. Perspektiven der Schriftlichkeitsforschung, Tübingen: Niemeyer, 1993, pp. 273-298; U. Corsini, Problemi di un territorio di confine. Trentino e Alto Adige dalla sovranità austriaca all’accordo Degasperi-Gruber, Trento, Comune di Trento 1994, p. 27; H. Rumpler, Economia e potere politico. Il ruolo di Trieste nella politica di sviluppo economico di Vienna, in R. Finzi-L. Panariti-G. Panjek (a cura di), Storia economica e sociale di Trieste, vol. II, La città dei traffici: 1719-1918, Trieste 2003, pp. 87-88; A. Cetnarowicz, Die Nationalbewegung in Dalmatien im 19. Jahrhundert. Vom «Slawentum» zur modernen kroatischen und serbischen Nationalidee, Frankfurt am Main, Berlin, Bern, Bruxelles, New York, Oxford, Wien, 2008, p. 110.

 

[12] L. Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Firenze 2011, p. 69.

 

[13] M. Scaglioni, La presenza italiana in Dalmazia. 1866-1943, tesi di laurea, università degli studi di Milano.

 

[14] B. Benussi, L’Istria nei suoi due millenni di storia, Venezia-Rovigno 1997, pp. 480 sgg.

 

[15] La bibliografia su questi temi è sterminata, cosicché ci si limita qui ad alcune indicazioni: B. Benussi, L’Istria nei suoi due millenni di storia, Venezia-Rovigno, 1997; B. Coceani, Un giornale contro un Impero. L’azione irredentistica de “L’Indipendente” dalle carte segrete della polizia austriaca, Trieste 1932; U. Corsini, La questione nazionale nel dibattito trentino, in A. Canavero- A. Moioli (a cura di), De Gasperi e il Trentino tra la fine dell’’800 e il primo dopoguerra,  Trento 1985, pp.593-667A. Fragiacomo, La scuola e le lotte nazionali a Trieste e nell’Istria prima della redenzione, in “Porta orientale”, 29, 1959; M. Garbari, L’irredentismo nel Trentino, in R. Lill-F. Valsecchi (a cura di), Il nazionalismo in Italia e in Germania fino alla prima guerra mondiale, Bologna 1983; V. Gayda, L’Italia d’oltre confine. Le provincie italiane d’Austria, Torino 1914; A. Sandonà, L’irredentismo nelle lotte politiche e nelle contese diplomatiche italo-austriache, voll. 3, Bologna 1932-1938; A. Tamaro, Le condizioni degli italiani soggetti all’Austria nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, Roma 1915; A. Tamaro, Storia di Trieste, Roma 1924; G. Valdevit, Chiesa e lotte nazionali: il caso di Trieste (1850-1919), Udine 1979; P. Zovatto, Ricerche storico-religiose su Trieste, Trieste 1984

 

[16] E. Sestan, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Udine 1997, pp. 91, 95-103; A. Moritsch, Der Austroslawismus. Ein verfrühtes Konzept zur politischen Neugestaltung Mitteleuropas, Wien 1996

 

[17] G. Pircher, Militari, amministrazione, e politica in Tirolo durante la prima guerra mondiale, Societa di Studi Trentini di Scienze Storiche, Trento 2005. Essa è la traduzione in italiano dell’opera originale Militar, Verwaltung, und Politik in Tirol in Estern Welkkrieg, Universitatsvelag Wagner, Innsbruck 1995.

 

[18] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 142.

 

[19] G. Deuthmann, Per la storia di alcune scuole in Dalmazia, Zara 1920; A. Ara, La questione dell’Università italiana in Austria, in «Rassegna storica del Risorgimento» LX, 1973, pp. 52-88, 252-280.

 

[20] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 300.

 

[21] Ibidem, pp. 297-301.

 

[22] G. Praga, Storia di Dalmazia, Varese 1981; Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., pp. 138 sgg., 168-178.

 

[23] G. Dainelli, Carta di Dalmazia, Roma 1918; A. Tamaro, Le condizioni degli italiani soggetti all’Austria nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, Roma 1915.

 

[24] Tamaro, Le condizioni, cit.

 

[25] A. Cronia, L’enigma del glagolismo in Dalmazia dalle origini all’epoca presente, in “Rivista Dalmatica”, Zara 1922; M. Lacko, I Concili di Spalato e la liturgia slava, in A. Matanić (a cura di), Vita religiosa, morale e sociale ed i concili di Split  (Spalato) dei sec. X-XI. Atti del Symposium internazionale di storia ecclesiastica (Split, 26-30 settembre 1978), Padova 1982, pp. 443-482; S. Malfer, Der Kampf um die slawische Liturgie in der österreichisch- ungarischen Monarchie – ein nationales oder ein religiöses anliegen? in “Mitteilungen des Österreichischen Staatarchivs”, 1996, n. 44, pp. 165-193; J. Martinic, Glagolitische Gesange Mitteldalmatiens, Regensburg 1981; G. Valdevit, Chiesa e lotte nazionali: il caso di Trieste (1850-1919), Udine 1979; P. Zovatto, Ricerche storico-religiose su Trieste, Trieste 1984.

 

[26] V. Gayda, L’Italia d’oltre confine. Le provincie italiane d’Austria, Torino 1914, p. 297.

 

[27] R. Deranez, Alcuni particolari sul martirio della Dalmazia, Ancona 1919.

 

[28] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 239.

 

[29] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., pp. 170-171.

 

[30] D. De Castro, Cenno storico sul rapporto etnico tra italiani e slavi nella Dalmazia, in Studi in memoria della prof. Paola Maria Arcari, Milano 1978; G. Perselli, I censimenti della popolazione dell’Istria, con Fiume e Trieste, e di alcune città della Dalmazia tra il 1850 e il 1936, Trieste-Rovigno 1993; O. Mileta Mattiuz, Popolazioni dell’Istria, Fiume, Zara e Dalmazia (1850-2002), Centro di Ricerche Storiche di Rovigno-Ades, 2005; Scaglioni, La presenza italiana, cit.

 

[31] Š.Peričić, O broju Talijana/talijanaša u Dalmaciji XIX. stoljeća, in Radovi Zavoda za povijesne znanosti HAZU u Zadru, n. 45/2003, p. 342.

 

[32] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 142.

 

 

 

 

 

 

 

 61 – Il Dalmata n° 80 – Sett.2013 – D’Annunzio apostolo della Dalmazia grande riformatore politico e sociale d’Italia

RISCOPRÌ IL GIURAMENTO BOCCHESE DI PERASTO “TI CO’ NU, NU CO’ TI”

 

GABRIELE d’ANNUNZIO APOSTOLO DELLA DALMAZIA GRANDE RIFORMATORE POLITICO E SOCIALE D’ITALIA

Il Vate, comunicatore moderno ed efficace, impose la Dalmazia al centro delle rivendi­cazioni italiane limitate allora a Trento e Trieste. Fiume la Dalmazia e la Vittoria mutilata

 

Quest’anno, il 12 marzo sono stati festeggiati i 150 anni del­la nascita a Pescara dell’Uomo che rivoluzionò la politica ita­liana, la propaganda moderna e lo stile che elevava per la pri­ma volta un poeta e letterato a protagonisti di atti eroici che poi avrebbe raccontato con ra­ra forza evocativa. Fu imitato da Hemingway e da altri che non gli furono grati, anzi lo in­vidiarono fino ad odiarlo.

Con una sola immagine ed un solo discorso riuscì a far sco­prire all’Italietta di Giolitti l’esistenza degli Italiani di Dalmazia e la centralità di que­sta terra, da sempre protagoni­sta nell’Adriatico. Dopo la II Guerra mondiale, la Dalmazia sembra essere ricaduta nel di­menticatoio, se si eccettuano poche frasi di circostanza che qua e là emergono. Per la veri­tà la sola eccezione è rappre­sentata dalle forze politiche nazionali che sono riuscite, quando hanno conquistato il governo (vedi legge sul Giorno del Ricordo), ad ottenere il consenso della sinistra mode­rata, ma mai quello della sini­stra comunista.

 

È bene ricordare che è stato d’Annunzio a riscoprire il dis­corso del conte Giuseppe Vi- scovich pronunciato a Perasto, la città gonfaloniera di Venezia situata nel ramo destro delle Bocche di Cattaro, quando la Marina veneta rifiutò l’indecorosa resa della Sere­nissima a Napoleone, catturò la nave da guerra francese Le Libérateur d’Italie e portò in pellegrinaggio il Vessillo sa­crale della Repubblica di Ve­nezia in tutti i principali porti dell’Istria e della Dalmazia. Nei Duomi di tutte le città adriatiche fu celebrato un so­lenne Te Deum ed il popolo e l’intera classe dirigente versa-

rono lacrime per San Marco che portò civiltà e benessere su tutta la costa orientale dell’A­driatico, senza distinzione del­la lingua parlata o della reli­gione, perché i dalmati erano accomunati dalla stessa storia e civiltà mediterranea ed adria­tica, erede dell’Impero romano d’Occidente. Il giuramento di fedeltà “Ti co’ nu, nu co’ ti” che chiudeva il discorso del conte Viscovich, costituisce tuttora il collante che i dalma­ti, qualsiasi lingua parlino, hanno nei confronti della tradi­zione veneta e della Civiltà mediterranea dell’Olio e del Vino che Roma e Venezia han­no incarnato per oltre 20 seco­li.

L’Impresa dannunziana di Fiu­me fu un intervento di rilievo mondiale in cui gli italiani di­mostrarono di sapersi ribellare allo strapotere delle potenze guidate dall’alta finanza che, grazie all’Italia, avevano vinto la Prima guerra mondiale e che poi si preoccuparono solo di frenare l’irruzione del Regno sabaudo sulla scena politica in­ternazionale, forte del grande contributo di sangue versato,

che superò i 600 mila Caduti e del ruolo primario svolto dal­l’Italia per ottenere la vittoria. Furono, purtroppo, cannoni e fucili dell’Italietta di Giolitti, succube delle grandi potenze finanziarie, che spararono con­tro i Legionari dannunziani nel Natale di sangue di Fiume e di Zara ed i battaglioni dei Legio­nari (vedi Dalmazia nazione, Appendice storica, pp. XXI- XXIV, consultabile anche on- line sul sito (www.dalmaziaeu .it), asserra­gliati a Zara, non riuscirono a forzare l’accerchiamento del­l’esercito italiano. Solo Zara si salvò e rimase nel Regno d’Italia, mentre il resto della Dalmazia, assegnatoci dai Pat­ti di Londra, (sottoscritti il 15 aprile 1915 per indurci ad en­trare in guerra con gli Alleati) furono tranquillamente violati da Francia ed Inghilterra con l’appoggio americano, che, per la prima, volta si opponeva agli italiani di Dalmazia. L’ultima volta è rappresentata dai bombardamenti terroristici americani ed inglesi, che un quarto di secolo dopo distrug­geranno Zara su richiesta di Ti­to e colpiranno Spalato e Ra­gusa.

Ma i festeggiamenti saranno sicuramente molto compressi perché Gabriele d’Annunzio è odiato da certa classe dirigente politica per un atto di grandis­simo rilievo storico, ben na­scosto in Italia ma oggetto di studi in tutto il mondo: la Car­ta del Carnaro. La Costituzio­ne Fiumana di Gabriele d’Annunzio, con un sostanzio­so apporto di Alceste De Am- bris, costituisce il primo adat­tamento moderno della Dottri­na corporativa della Chiesa cattolica, ulteriormente inte­grata dal fascismo, che costi­tuisce la vera causa per la qua­le i banchieri mondialisti si scatenarono contro l’Italia de­gli anni ’30 ed oggi opprimono l’Europa mettendo in crisi la nostra economia, imponendoci un’austerità che consenta alla cupola finanziaria mondialista di comprare tutte le aziende italiane, come Telecom, Ilva, Alitalia, ecc.

Nessuno si meravigli, quindi, se verrà ripescato tra i Fiumani un personaggio poco noto co­me Zanella, autonomista, e tra i Dalmati qualcuno che lasci intendere che fu causa del fiu- manesimo se abbiamo perso una parte della Dalmazia già negli anni ’20, che d’Annunzio chiamò la Vittoria mutilata. Nessuno si preoccupi: d’Annunzio resta un simbolo per i Dalmati da contrapporre a quanti vogliono chiudere il Consolato di Spalato, non ap­plicare in Dalmazia l’Accordo Granic-Dini che riporterebbe la nostra lingua e la nostra cul­tura in tutta la Dalmazia, ma anche per coloro che cercano di capire come, improvvisa­mente, il nostro benessere, uni­tamente a quello di altri stati europei, si vada sfaldando.

 

 

 

 

 

 

62 – La Voce in più Cultura 19/10/13 Riflessioni – L’esilio quale condizione dell’essere

RIFLESSIONI

 

di Dario Saftich

 

L’esilio quale condizione dell’essere

 

LA LETTERATURA PUÒ ESSERE UNO STRUMENTO PER LENIRE LE FERITE DELLA STORIA

 

L’esperienza dell’esilio nel mondo globalizzato è foriera di ispirazioni letterarie, che permettono da un lato di conservare la memoria e dall’altro di lenire le ferite della storia e favorire la riconciliazione. Anche se la partenza dalla terra natia assume spesso connotati diversi rispetto a quelli a noi più vicini dell’esodo istriano, fiumano e dalmata, l’esilio finisce in tutti i casi per lasciare tracce psicologiche simili. Spiega la scrittrice di origine polese Anna Maria Mori: “Esodo o Esilio? Perché non è la stessa cosa. Anzi. l’esodo ha a che vedere con la cronaca, la storia, la politica. l’esilio è metastorico, metapolitico, psicologico, vorrei dire metafisico. l’esodo, in altre parole, riguarda i corpi, la terra, la casa, mentre l’esilio diventa una condizione dell’essere, quello che si dice una dimensione dello spirito”.

 

 

Luogo dello spirito

 

l’esilio può trasformarsi, dunque, in una sorta di luogo dello spirito che consente di sviluppare la creatività, liberi da vincoli che altrimenti potrebbero manifestarsi sotto varie forme: l’esilio – sembrerà magari un’affermazione paradossale, rileva Anna Maria Mori – anche se è e resta un dolore di tutta la vita dopo lo strappo violento dell’esodo, può persino costituire un grande, doloroso, lungo momento di libertà interiore. E non necessariamente l’esilio deve essere figlio dell’esodo: Ognuno coltiva nel profondo della sua anima il dolore di un esilio: dalla propria infanzia, giovinezza, da un amore, da un progetto di vita o di lavoro, da un sogno, una speranza…

 

 Parte della personalità

 

In ogni caso la dimensione dell’esilio diventa una dolorosa parte integrante della personalità dell’esule, del suo stare al mondo, della sua anima, e come tale ha più a che fare con la psicanalisi (e, naturalmente, la letteratura), che non con la politica e le politiche. E l’esilio può essere tale anche per chi non si è mosso da casa sua, se l’ambiente circostante muta in maniera radicale, devastante, come accaduto nelle nostre terre. Perché se l’esodo divide nel nostro gli “andati” dai “rimasti”, l’esilio invece ci unisce, privati gli uni e gli altri della nostra identità originaria, della nostra storia e troppo a lungo del diritto-dovere di farla conoscere al mondo intero. Perché questa tragedia trovi parole (magari, speriamo letteratura nazionale, non solo locale) che la traghettino dal passato al presente e al futuro, rendendola universale e facendola uscire dai confini orientali in cui si è consumata – rileva Anna Maria Mori – essa dovrebbe liberarsi dai condizionamenti (e magari anche dalle lusinghe) della politica: deve diventare Cultura, parte integrante del patrimonio e della complessiva rilettura culturale delle tragedie del cosiddetto secolo breve.

 

 

Abbandono traumatico

 

La sindrome dell’esilio, dell’abbandono traumatico della terra natia trapela con chiarezza dalle parole di Anna Maria Mori, “Io sono nata in un altrove che adesso non c’è più”, sottolinea la scrittrice, che aggiunge: “E la verità è che da allora, da quando sono partita su una nave nera insieme a molti altri, io non ho più messo radici da nessuna parte: sono rimasta una specie di turista ovunque e per sempre… una che si porta addosso il costante sentimento della provvisorietà, e di conseguenza non si lega, non riesce a legarsi ai luoghi, considerandoli sempre in qualche misura estranei, in prestito.

 

Né trovo pace nella città d’origine: non la riconosco, non mi ci riconosco, e neppure ho voglia di fingere con me stessa di riconoscerla attraverso pellegrinaggi un po’ patetici alla ricerca di qualcosa che racconti a te stessa di aver trovato o ritrovato, e che invece non c’è proprio più. Forse è proprio questo il senso della perdita del luogo delle origini: diventare un viandante, una turista per caso…”.

 

Ma l’esilio finisce per plasmare anche le opere di uno scrittore, come lascia chiatamente intendere un altro letterato di punta della diaspora, lo spalatino Enzo Bettiza: “C’è una parte di me, la quale nutre più o meno direttamente anche le mie opere d’invenzione della propria linfa autobiografica, che si è espressa con intensità e talora drammaticità nella vita pura e nuda. Questa parte più intensamente personale non era dovuta né a una particolare vocazione alle avventure, né a particolari ingorghi di fortuna o di sfortuna. Era dovuta soprattutto alla mia particolare condizione di esule, condizione che per lunghi anni, combinandosi all’attività giornalistica, mi ha portato a vivere e a spostarmi per il mondo. Del resto il rapporto tra vita, non vita e opera letteraria è sempre molto complesso: uno scrittore, soprattutto un romanziere non può fare a meno delle luci e delle melme della vita se vuol scavare nei misteri dell’esistenza”.

 

 

La patria in un fagotto

 

Fenomeni simili, segnati dall’esperienza traumatica dell’esilio portano il marchio intimo del nostro tempo. Colui che abbandona la terra natia se ne va da qualche parte su una zattera e porta con sé la patria in un fagotto – la zattera e il fagotto sono contemporaneamente realtà e metafore che accompagnano il destino dell’esilio e dell’emigrazione. Il viaggiatore a volte arricchisce l’ambiente nel quale arriva con la sua arte o la sua maestria.

 

A parte le riflessioni di carattere storico, lo spaesamento fa sì che l’esule inizi a provare un sentimento di ripulsa per il mondo con il quale è venuto o meglio è ritornato a contatto e che ai suoi occhi appare così diverso rispetto all’immagine idealizzata, coltivata con cura nei meandri della coscienza, durante l’esilio. L’impulso, a questo punto, è nuovamente quello della fuga: una volta che sono state sradicate le radici, che quel naturale senso di doppia appartenenza è stato mozzato alla vista della metamorfosi dell’ambiente originario, in pratica, rimane ben poco da rivivere. l’esilio iniziale finisce per rinnovare sé stesso, diviene l’unica scelta assoluta in un mondo che di assoluto non ha più nulla.

 

 

Nuova frontiera dell’anima

 

l’esilio diviene, in questo contesto, una nuova frontiera dell’anima: lo straniamento rispetto a una società che si è chiusa in rigidi schemi semplificatori. l’esilio diventa l’emblema della crisi dell’intellettuale che non accetta di venire catalogato e che, nel rifiuto di farsi affibbiare etichette di comodo, trova l’ispirazione per la propria arte. Il fluire della memoria, alla ricerca delle radici perdute, non è facile né lineare. I ricordi non seguono un filo conduttore unico: hanno bisogno di richiami per emergere. A volte basta poco perché nasca l’ispirazione, acciocché la memoria prenda a scorrere come un fiume in piena. Sono soprattutto i paesaggi che, interiorizzati, divengono paesaggi dell’anima. Vie, spiagge, monti si ergono a elementi che danno lo spunto per far riemergere ed esprimere una parte di sé, della propria anima. Nella poesia di Montale l’aspro paesaggio ligure, privo di ogni successivo fascino turistico, era la molla ispiratrice di versi essenziali, scabri, ma pregnanti, veicoli di verità profonde.

 

Nel nostro caso il paesaggio istriano e dalmata, unito all’irresistibile attrazione di antiche mura che trasudano storia, al contrario lenisce le ferite, suggerisce condivisioni di idee, di modi di sentire, anche tra conterranei che hanno scelto vie culturali o politiche diversissime tra loro. Ma non è tutto idilliaco il panorama di queste nostre terre, soprattutto non nell’opera di Bettiza. Alle spalle delle ridenti cittadine costiere dalmate si ergono i brulli massicci dinarici: figure minacciose che ricordano quella storia che si vorrebbe forse rimuovere, che rappresentano il collegamento con l’altra parte di sé. Non è questo il Carso verdeggiante che vuole restare fedele alle proprie radici, opposto alla città che si espande. Quelle montagne, che assomigliano a infinite pietraie, sono il simbolo della necessità di fare i conti con miti ancestrali, remoti, di staccarsi dal quieto vivere di placide cittadine avviate a una irrimediabile metamorfosi. Alle spalle di quelle montagne s’intravede un mondo diverso, con il quale il piccolo mondo antico delle città dalmate è alfine costretto a misurarsi.

 

 

L’esilio diventa letteratura

 

E quel mondo antico è in buona parte sparso per il mondo. L’esodo, ovvero l’esilio, a questo punto diventa letteratura, lì trova il modo di fermare per un istante l’attimo fuggente, di immortalarlo, di tramandarlo ai posteri.

 

Per quanto grande possa essere la forza dello spirito e del cuore, l’uomo non può recuperare il tempo passato. Il luogo in cui ritorniamo è divenuto altro e così pure è divenuto altro colui che ritorna. Il tempo ha cambiato entrambi. Per colui che ritorna il compito che si pone è quello di ritrovare un nuovo linguaggio. Il problema è dunque per colui che ritorna nella propria patria, l’originario problema dell’essere al mondo, e cioè superare l’estraneità.

 

Ed è fondamentalmente il compito della letteratura portare alla parola, all’espressione ciò per cui non vi sono più, o non vi sono ancora, delle parole adatte. Il ritorno alla terra d’origine diventa di fatto un ritorno alla poesia e alla letteratura; è la riscoperta dell’originario luogo della parlata materna, dell’originario luogo della parola che solo può portare e garantire la reciproca comprensione ed accettazione. Non c’è ricomposizione senza letteratura; questa è la via maestra per un ritorno ideale dall’esilio, e cioè un ritorno alla reciproca comprensione per tutti coloro che sono stati divisi da steccati e che cercano una nuova, comune identità.

 

 

Passaggi dolorosi

 

Dal punto di vista psicologico l’identità è il frutto di un difficile, complesso e singolare processo che inizia per ognuno di noi prima della nascita stessa, nelle fantasie della coppia genitoriale, nella storia della famiglia e del gruppo di appartenenza. L’identità è il risultato di molteplici appartenenze, non sovrapposte ed assemblate fra di loro, ma esito di una complessa e continua elaborazione. Diciamo che la capacità dell’individuo di continuare a sentirsi se stesso, nel susseguirsi dei mutamenti nella propria vita, sta alla base dell’esperienza emozionale dell’identità. L’esilio si pone in questo contesto come un’esperienza indubbiamente traumatica. Ogni partenza è segnata da passaggi dolorosi: il distacco, il viaggio, l’arrivo e l’inserimento in una realtà nuova e forse sconosciuta. Ci possiamo chiedere qual è il limite di tollerabilità del cambiamento perché l’identità non subisca danni irreparabili o troppo gravosi. L’esilio diventa quindi anche momento di meditazione. Perduta la patria ideale, non è facile trovare un approdo tranquillo e pacificante. Nell’esilio c’è pure tutto il dramma dell’uomo libero, costretto a fuggire perché non si piega a ruoli servili, perché non accetta compromessi umilianti.

 

 

L’ostacolo della memoria

 

La volontà di ricostruire il passato, di sondarlo e tramandarlo ai posteri, si scontra con un ostacolo, quello della memoria, che spesso concede poco, mentre la scrittura, suo veicolo ideale, concede ancor meno.

 

Con il passare del tempo tutto viene avvolto in una sorta di nebbia, dalla quale non traspare tutta la realtà. La memoria, piaccia o no fa la sua parte, suggerendo questo o quel tema, spingendo o raccomandando questo o quel volto dimenticato, come rileva Bettiza, che alla fine però ammette che sarà la scrittura, alla sua maniera sovrana, che valuterà, più o meno istintivamente, i materiali grezzi che la memoriale offre: sceglierà infine e lavorerà sul materiale che le apparirà maggiormente utile od opportuno per la salvaguardia dell’economia generale del libro. Molto verrà sacrificato, alfine, per alcuni forse troppo. I personaggi “veri” magari cadranno nel dimenticatoio, mentre dall’altro lato forse degli spettri usciranno dalla bottiglia: Non si può disegnare “tutto” quello che l’occhio vede, così come non si può scrivere “tutto” quello che la mente ricorda. Il sacrificio fa parte del mestiere. I morti che lo scrittore lascia riposare nei cimiteri sono in genere più numerosi del fantasmi ai quali, per un attimo, egli dà il soffio di una vita artificiale.

 

 

Selezione forzata

 

Per evitare le trappole insite nella selezione forzata degli eventi storici e il pericolo di lasciarsi trascinare dalle emozioni prorompenti, la via migliore da percorrere è quella di puntare a una sorta di relativizzazione del passato e della verità. Bisogna comprendere che ogni interpretazione del passato è inevitabilmente il frutto di interessi particolari, delle pressioni dell’opinione pubblica, delle emozioni celate e dell’approccio giocoforza selettivo alle fonti storiche, sia pure imperniate sui ricordi dell’autore.

 

Soltanto evidenziando tolleranza verso le difformi interpretazioni storiche, fatto questo che dovrebbe essere possibile grazie ai moderni conseguimenti in questo campo, si può spianare la strada verso un tentativo sereno di comprendere gli avvenimenti del passato e i loro legami reciproci. Naturalmente, questo non significa ancora che si debba relativizzare per forza di cose proprio tutto. Almeno a livello dei fatti eclatanti bisogna accettare l’evidenza e la verità incontrovertibile.

 

 

 

 

 

 

 

63 – La Nuova Voce Giuliana 16/09/13 La “Gnagna Maria” di Villa Gardossi, cioè la levatrice del paese

La “Gnagna Maria” di Villa Gardossi, cioè la levatrice del paese

 

 Arrivati alla mia età, è normale impegnarsi in cose limitate nel tempo, anche il mio vecchio computer mi pone questo problema: lo sostituisco o no?  Lo stesso problema mi si presenta quando entro nella cantina; i tavoloni di noce e ciliegio istriano sono finiti, dai tavoli alle credenze sono passato a costruire, con i ritagli, scatole porta oggetti, l’ultima di questa serie contiene i sedici dischetti nei quali è registrata la storia della mia famiglia, raccontata alla radio.

 

E’ successo però che in una delle mie ultime veglie notturne, mi sia sentito prendere da un senso di colpa, che mi ha spinto a sedermi di nuovo davanti a questo mio “vecchio” arnese, per raccontare la vita di una persona che precede la storia della mia famiglia, anche se con essa ha delle cose in comune. Voglio parlare di una donna alla quale Villa Gardossi deve, o almeno avrebbe dovuto, serbare riconoscenza. Il suo nome era, Maria Calcina, lo stesso nome di mia madre, ma erano soltanto cugine, perché figlie di due fratelli, Giovanni e Antonio Calcina. Maria Calcina, la cugina di mia madre, andò sposa ad Antonio Benvegnù, con il quale mise al mondo sette figli, portati tutti all’età adulta, cosa a quei tempi molto difficile da riuscire. Oltre al ruolo di una grande madre, Maria Calcina Benvegnù, coprì il ruolo di “levatrice” per gran parte delle nascite, che avvenivano nel villaggio, che non erano poche. Pensando oggi a questo ruolo, dovuto alla sua grande generosità ed al coraggio; perché ritengo che il compenso sarà consistito, quasi sempre, in un riconoscente ringraziamento, sul quale oggi sarebbe molto utile meditare.

 

 

Da allora la società si è evoluta, oggi ci sono gli “Ordini professionali”, nessuno si assumerebbe le responsabilità della “gnagna Maria”, come veniva da noi bambini chiamata. Succede però che a forza di Ordini professionali, Sindacati, patronati ed orpelli burocratici d’ogni genere, l’essere umano si sta sterilizzando, perdendo quei valori che gli permettevano, nel lontano passato, di superare senza drammi le difficoltà che s’accompagnano alla vita. Il cittadino ha imparato leggere e scrivere, ma non a interpretare quel linguaggio burocratico, che spesso sfugge al comune buon senso. E’ nato da ciò un nuovo tipo di lavoro, “l’azzecca garbugli”, che non produce ricchezza, ma soltanto un affanno collettivo paralizzante, che ci umilia, facendoci sentire ignoranti delle cose più elementari, che ci servirebbero per avere un rapporto schietto e sereno con le istituzioni che ci rappresentano.

 

Quando il sole volgeva al tramonto Maria, con le sue borse o con il cesto in testa, prendeva le scorciatoie che  portavano nei villaggi vicini, dove le donne gia sapevano sarebbe venuta a fare la raccolta delle uova e dei polli, che sarebbero finiti alle famiglie da Pirano a Fiume; così lontana era la sua clientela. A chi le chiedeva perché andasse a quell’ora tarda nelle case sperdute nella campagna, rispondeva che quella era l’ora in cui i polli si trovavano a dormire nei pollai ed era facile catturarli. Quando aveva raccolto merce a sufficienza per compiere un viaggio, allestiva il carretto al quale attaccava Pino, il suo asino e partiva; a sinistra se la destinazione era Fiume, a destra se era Pirano. Quando nella notte del giorno seguente stava per arrivare nei pressi di casa, era Pino ad annunciare l’arrivo con il suo immancabile raglio di benvenuto, che si espandeva nel silenzio della campagna. Maria Calcina Benvegnù riposa ora nel cimitero di Villa Gardossi, nella tomba che fu della mia famiglia, assieme ai miei nonni e bisnonni e al suo cugino Giovanni Calcina.

 

 

Percorrendo con i miei ricordi al vissuto di quelle generazioni, m’accorgo che alle attuali generazioni qualcosa è venuto a mancare. Sono venuti a mancare molti di quegli stimoli che aiutavano a superare le tante avversità. Nella sua solitudine l’uomo s’ accompagnava ad una fede che non gli avrebbe mai permesso di intraprendere un lavoro, un impegno qualsiasi come la  semina di un campo oppure un viaggio, che non fosse preceduto dalla frase: se Dio vorrà. “Se Dio vol farò, se Dio vol sarà”. La speranza s’accompagnava ad ogni nostra azione perché, come disse un grande filosofo e pensatore, la speranza appartiene alla vita, mentre la certezza, la sicurezza appartengono alla morte. Riappropriamoci, quindi, della speranza, e non lasciamoci imbrogliare da chi ci promette  la certezza, che la incontreremo nella vita una volta soltanto, nel momento della nostra morte.

 

Romano Gardossi

 

 

 

 

64 – Il Piccolo 29/09/13 Trieste – Campo Marzio, a pezzi il glorioso capolinea della Transalpina

Campo Marzio, a pezzi il glorioso capolinea della Transalpina

 

L’edificio inaugurato nel 1906 non regge più il degrado Tram e carri marciscono lungo le banchine, Museo in affanno Le tappe percorse a partire dalla Trieste-Erpelle

 

Delle 16 stazioni ferroviarie costruite dall’Austria fra Trieste e Duino sopravvive solo la “centrale”. La Trieste-Erpelle venne soppressa dalle Ferrovie italiane negli anni Sessanta. Della “Meridionale”, che congiunge ancora la città con Vienna e il Vecchio Continente, è sfruttato soltanto il tratto che va da viale Miramare ad Aurisina. La “Transalpina” funziona tuttora ma è lasciata alle ortiche. Prosegue il nostro viaggio lungo le stazioni: con l’arrivo a Trieste Campo Marzio oggi si conclude l’itinerario lungo la Trieste-Erpelle. Dalla prossima puntata sarà la volta della “Transalpina” con Rozzol-Montebello, Guardiella e Opicina. di Igor Buric La stazione di Campo Marzio cade a pezzi e nessuno interviene. Un gioiello unico in Europa – è il solo museo ferroviario che sorge in una stazione – rischia di crollare sotto i nostri occhi. Le facciate esterne non vengono restaurate da un quarto di secolo. Sul marciapiede che costeggia i muri di Riva Traiana e via Giulio Cesare ti imbatti in pezzi d’intonaco che si sgretolano come pane secco, porte logorate dal degrado, finestre dai vetri sfondati o rattoppate alla buona con travi di legno. Se la stazione, terminal italiano della linea Transalpina e della Trieste-Erpelle, respira ancora, è solo grazie alle fatiche erculee dei volontari del Museo ferroviario. Le Fs (proprietarie del fabbricato) hanno loro imposto infatti sia la manutenzione ordinaria che straordinaria: ma i costi per i volontari sono ormai insostenibili. Di conseguenza, l’interno di quello che fu uno spazio internazionale di investimenti dell’impero degli Asburgo versa in uno stato miserabile. Il soffitto dell’edificio inaugurato da Francesco Ferdinando nel 1906 non regge più le precipitazioni e da un paio d’anni piove nelle sale: tre sono state allagate dalle interperie. Stampe, disegni, orari e montagne di cimeli risalenti anche a metà Ottocento risultano danneggiati dall’acqua. Senza rimedio. Essere una perla unica è anche la più tremenda maledizione per Campo Marzio. In altri Paesi del Vecchio continente (Svizzera, Austria e Germania in testa) e in altre città della Penisola (Pietrarsa, vicino a Napoli) gli spazi adibiti alla memoria su rotaia vengono ricavati da officine e depositi in disuso, perché le stazioni lì lavorano. A Trieste, no. Il Museo, ossia quanto resta del più nobile capolinea ferroviario del Nord Adriatico, funziona da sé e senza un euro di finanziamento pubblico o privato. La spending review varata dall’allora governo Monti completa l’opera demolitrice della bora e della pioggia. Il sindaco Roberto Cosolini si è appellato all’amministratore delegato di Trenitalia Mauro Moretti, il quale «ha risposto che si sarebbe trovata una soluzione entro fine 2012, ma siamo ad autunno 2013 e tutto tace», dice Maurizio Fontanot, volontario del Museo. La stazione è ancora collegata con la Baviera, Vienna, Praga, Bratislava, l’Istria e la Dalmazia sulla direttrice Transalpina. Solo il tratto italiano della linea transfrontaliera (che tocca Friuli Venzia Giulia, Slovenia e Austria) è stato soffocato, il traffico soppresso e le Ferrovie hanno chiuso il rubinetto delle finanze. La tratta Trieste-Erpelle invece venne cancellata a fine anni Cinquanta e le rotaie smantellate nel ‘66. Campo Marzio, luogo di infiniti arrivi e partenze, ha quattro binari che erano tutti elettrificati. Oggi si salva il terzo, solo perché è ritenuto ancora utile ai sempre più rari viaggi panoramici lungo le strade di ferro “in sonno” di Trieste. «L’edificio vale più per l’Austria che per l’Italia», lamenta Roberto Carollo, capo dei volontari. Difatti, due volte l’anno, scendono da Vienna comitive di studenti della facoltà di Architettura per studiare la splendida stazione del “secolo breve”, l’unica di testa europea in stile Liberty. I carri, che in mancanza di fondi marciscono lungo le banchine, sono pezzi unici. Il muschio cresce su una locomotiva del 1911, lo scheletro di un piccolo tram che veniva trainato da cavalli è in decomposizione, e la prima carrozza italiana ad aver fatto le prove per i 200 chilometri orari si deteriora.

Così la stazione di Campo Marzio lancia il suo ennesimo e disperato grido d’aiuto per poter sopravvivere.

 

Igor Buric

 

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