RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 894 – 9 NOVEMBRE 2013

Posted on November 11, 2013


N. 894 – 09 Novembre 2013

                                   

Sommario

 

 

524 – CDM Arcipelago Adriatico 06/11/13  Esuli-Governo: firmata oggi Convenzione triennale

525 – La Voce del Popolo 05/11/13 Daila, lo Stato non intende arrendersi (Erika Blečić)

526 – CDM Arcipelago Adriatico 02/11/13 C’era una volta Zara: A settant’anni dal bombardamento della città

527 – Zadarski List 02/11/2013 Zara : Una Mostra che devono vedere tutte le generazioni  – Izložba donijela miris povijesti: Zadar prije 2. studenog 1943. (Ante Rogić)

528 – Il Piccolo 07/11/13 L’Intervento – Osimo ormai è nella storia ma i giovani devono sapere (Lori Gambassini)

529 – La Voce di New York 3/11/13 C’è voluto un cantante per ridare la parola all’indicibile della nostra storia (Elisabetta De Dominis)

530 – Corriere della Sera Veneto 07/11/13 Il Caso – Verona: Un teatro per Cristicchi (Silvia Maria Dubios)

531 – La Voce del Popolo 08/11/13 Albona bilingue entro il 2017? (tš)

532 – La Voce del Popolo  02/11/13 E & R –  Esuli e rimasti su Facebook per dire «Basta coi rancori» (Roberto Palisca)

533 – Il Piccolo 07/11/13 Golfo conteso di Pirano Lubiana licenzia gli atti per l’arbitrato (Franco Babich)

534 – Il Piccolo 05/11/13  I negazionisti croati “emendano” Wikipedia (s.g.)

535 – Libero 06/11/13  I sette martiri di Trieste: «Vietato esporre il tricolore» E gli alleati caricarono la folla (Giuseppe Parlato)

536 – East Journal 08/11/13  Mostar, vent’anni fa. La fine del ponte che univa la Jugoslavia (Andrea Monti)

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

524 – CDM Arcipelago Adriatico 06/11/13  Esuli-Governo: firmata oggi Convenzione triennale

Esuli-Governo: firmata oggi Convenzione triennale

 

Accordo della massima importanza oggi a Roma. Qui di seguito il comunicato

congiunto: “E’ stata oggi firmata al Ministero degli Affari Esteri la Convenzione triennale per la realizzazione di un piano di interventi a tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli Esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, con l’obiettivo di dare attuazione alla legge 228/2012. La Convenzione è stata firmata dal Segretario Generale del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo, Arch. Antonia Pasqua Recchia, dal Direttore Generale per l’Unione Europea, Amb. Luigi Mattiolo, e dal Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, Cav. Renzo Codarin”.

 

 

 

525 – La Voce del Popolo 05/11/13 Daila, lo Stato non intende arrendersi

 

Daila, lo Stato non intende arrendersi

 

POLA | Continua la battaglia giudiziaria per la proprietà della tenuta di Daila. Lo Stato croato non s’arrende. La Procura ha inviato infatti alla Corte suprema un ricorso straordinario nei confronti della sentenza dell’Alto Tribunale amministrativo, con la quale era stata messa in dubbio la proprietà della Repubblica di Croazia sul convento di Daila e gli annessi terreni. In termini tecnici la Procura ha presentato la richiesta di tutela della legalità in merito alla delibera dell’Alto Tribunale amministrativo.


Annullata la delibera di Bošnjaković


Ricordiamo che con la sentenza del 21 marzo scorso l’Alta corte amministrativa aveva annullato la delibera con la quale l’ex ministro della Giustizia, Dražen Bošnjaković, aveva di fatto nuovamente nazionalizzato Daila, invalidando gli atti con i quali la tenuta era stata restituita alla Chiesa cattolica ovvero alla parrocchia di San Giovanni Battista, parte integrante della diocesi di Parenzo e Pola. L’allora governo presieduto da Jadranka Kosor, come rileva l’agenzia Hina, temeva che restituendo Daila ai benedettini di Praglia (eredi dei frati che fino al 1945 si trovavano in Istria), come deciso dalla Santa Sede, si spianasse la strada a una possibile revisione degli Accordi di Osimo.


Benedettini di Praglia


Commentando il ricorso straordinario della Procura nei confronti della sentenza con cui viene messa in dubbio la proprietà del monastero di Daila da parte dello Stato, il deputato indipendente istriano, Damir Kajin, ha evidenziando che la Croazia, alla fine, si troverà nella situazione di dover restituire i beni ai benedettini di Praglia, nell’ambito di qualche forma di denazionalizzazione.

Chiesa e beni degli esuli


“I beni della Chiesa non sono beni degli optanti. La Chiesa è sinonimo di ‘Santa Sede’, di ‘Vaticano’, che non è mai stato in guerra con l’ex Jugoslavia, sicché i frati non potevano avere proprietà. Essi stessi potevano essere degli optanti, ma queste proprietà non possono rientrare nel contesto dei beni abbandonati”, ha valutato Kajin. Il deputato istriano ha aggiunto che se si riuscisse comunque a dimostrare che Daila rientrava nell’ambito dei beni abbandonati, lo Stato non avrebbe nulla da restituire alla Chiesa.


Accordo con il Vaticano

L’essenza del “caso Daila”, secondo Kajin, risiede nel fatto che il cardinale croato Franjo Kuharić e il segretario di Stato del Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, si erano accordati “acciocché il 60 per cento dei terreni andasse al vescovado di Pola-Parenzo, mentre il 40 per cento fosse reso ai benedettini di Praglia”, ha sostenuto il parlamentare indipendente durante la conferenza stampa tenuta a Pola. Kajin ha rilevato pure di “non vedere perché lo Stato debba immischiarsi nelle cose della Chiesa. Che sia il Tribunale a risolvere la questione, sia esso croato oppure europeo”. Ma evidentemente per parte dell’opinione pubblica croata la vicenda di Daila ha implicazioni emotive troppo profonde perché lo Stato possa tirarsi indietro così facilmente.


Erika Blečić

 

 

 

 

 

 

526 – CDM Arcipelago Adriatico 02/11/13 C’era una volta Zara: A settant’anni dal bombardamento della città

 

C’ERA UNA VOLTA ZARA

A settant’anni dal bombardamento della città

 

Anniversari, commemorazioni, celebrazioni scandiscono il calendario della storia, rievocano avvenimenti passati, sollecitano memorie di eventi, per lo più dolorosi, riesumano dalla nebbia dello scorrere del tempo ciò che fu, ciò che più non è. Come tutte le pagine nel libro scritto dall’agire umano, anche la tragedia giuliano – fiumano – dalmata ha le sue date simbolo, chiodi conficcati nel tempio di Giano, date di dolore, date di condanna inesorabile, date che segnano la fine di un mondo vissuto dai nostri padri, sognato da noi figli della seconda generazione. E così, se il 10 Febbraio suggella in sé il momento finale del nostro sacrificio, il “ Consummatum est” di Istria, Fiume, Dalmazia cedute da quel fatale Trattato di Pace del 1947 alla Jugoslavia, benché a partire dal 2004 per volontà del Parlamento esso renda istituzionale la memoria del nostro sacrificio, diventando  il “Giorno del Ricordo”, altre date segnano , come stazioni della Via Crucis, il cammino di dolore degli esuli dell’ Adriatico Orientale. L’8 settembre ‘43 rappresentò non solo la svolta che apparentemente poneva fine al Secondo Conflitto Mondiale in Italia, ma anche, per gli italiani dell’Istria, l’ inizio di quel film dell’ orrore che furono le foibe; il 1° maggio ’45 rappresentò per Trieste, come per Gorizia, ancor più che la liberazione dai tedeschi, l’ occupazione da parte dei titini, incubo durato quaranta giorni, che riempì le foibe del Carso triestino di italiani, soldati, partigiani renitenti ad assoggettarsi alle direttive jugoslave; per Fiume fu il 3 maggio, per Pola probabilmente fu il 18 agosto 1946 la data segnata sul libro delle Parche, quando la strage di Vergarolla, un centinaio di Polesani fatti saltare in aria da un attentato dinamitardo durante una manifestazione sportiva in spiaggia, fece incamminare definitivamente quella popolazione sulla via dell’ esodo, in fila verso il molo Carbon, verso quella nave Toscana, divenuta anch’ essa il simbolo di un mondo ormai perduto. Più a sud, lungo la sfolgorante costa dalmata, languidamente adagiata tra il grigio dei monti Velebit, il blu del mare profondo, il verde degli ulivi delle isole prospicienti, aveva dormito per secoli Zara, al confine tra il mondo liburnico e quello illirico, ; Zara ambita dai coloni greci, Zara – Diadora, Zara nata “ per dono del mare”;  Zara – Iadera, Zara che “ iam erat”, quando la conobbero e la colonizzarono i Romani; Zara talora riottosa e pugnace nel difendere le sue libertà comunali, Zara punita durante la IV Crociata, “ Iadra ad caedem”; Zara definitivamente veneziana dopo l’ atto di dedizione del 1409, Zara dei campielli e delle calli, dei Leoni di S. Marco. E sotto l’Impero Asburgico, Zara autonomista, risorgimentale e irredentista, Zara che accoglie inginocchiata lungo la “ Riva Vecia” l’ arrivo del tricolore alla fine della prima guerra mondiale, che finalmente la ricongiungerà all’ Italia. Italiana sì, ma solo un’enclave territoriale, prova vivente della “ vittoria mutilata”, circondata alle spalle e nelle isole che la fronteggiano dal neonato Regno dei Serbi, Sloveni e Croati e forse per questo più tenacemente legata alla madrepatria, isola d’italianità, proiettata con lo sguardo al di là del mare. Zara italiana, veneta e ” zaratina” nella sua tipicità per vent’anni felici, fino al 1941: Zara prima vittima di una guerra sbagliata, di errori e orrori di cui certo non furono responsabili unicamente i suoi abitanti né i “fradei” fiumani e istriani, anche se solo a loro fra tutti gli italiani fu imposto il tributo più infame per ripagare il nemico aggredito, cioè la perdita della propria terra. 2 novembre 1943: questa la data d’inizio dell’ agonia di Zara, prima del calvario di Trieste, prima della condanna  a morte di Fiume e Pola: la piccola enclave, con i suoi circa 20000 abitanti, doveva scomparire dalla carta geografica, perché era una spina nel fianco. “ Vennero dal Cielo”, recita il titolo di un’opera fondamentale, scritta da Oddone Talpo, insuperabile storico della Dalmazia del II Novecento, e da Sergio Brcic, studioso ed eccellente fotografo, e sembrerebbe l’ inizio di una favola bella, quella di “ C’era una volta Zara”, se non fosse che a venire dal cielo non furono angeli o messi divini, ma 600 tonnellate di bombe scaricate sulla città in 54 bombardamenti aerei alleati, che la distrussero per l’ 85%, causarono la morte di oltre 2000 cittadini, indussero all’ esodo, il primo del confine orientale, il 95% della popolazione. Iniziò tutto il 2 novembre 1943, data di cui ricorre il settantesimo anniversario. Era il Giorno dei Morti e fin dalla mattina decine di quadrimotori sorvolarono la città, finché alla sera otto aerei Boston lanciarono più di 5 tonnellate di bombe, colpendo anche un rifugio pieno di persone che vi persero la vita: 163 i morti alla fine del primo attacco. E poi fu tutto un susseguirsi di orrori, come il bombardamento di domenica 28 novembre, all’ora della “ Messa Granda” che sganciò quasi 30 tonnellate di bombe: colpite, tra l’altro, le giostre dei bambini. Sul muraglione di sostegno del Parco Regina Margherita e sugli alberi brandelli di corpi. D’ora in poi è tutto un elenco di date, di dati statistici di edifici colpiti: l’ospedale, la  colonia, le fabbriche, un traghetto carico di passeggeri, natanti, la Centrale Elettrica, case private, in un tessuto urbano fatto di strette calli che rendeva pressoché impossibile il recupero dei corpi e la rimozione delle macerie. Andò avanti così per un anno, suggellando l’ ecatombe con l’ affondamento del piccolo piroscafo “ Sansego”, che aveva portato in salvo a Trieste migliaia di sfollati. Il 31 ottobre, ormai del 1944, il sacrificio di Zara era stato consumato: il tenente dei Carabinieri Terranova salì ad issare sul campanile del Duomo di S. Anastasia l’ ultimo tricolore e i partigiani di Tito, senza colpo ferire, dato che i tedeschi si erano già ritirati, entrarono in una città rasa al suolo e svuotata, ma non tanto da non colpire con esecuzioni sommarie centinaia di cittadini e militari italiani, fucilati lungo il muro del cimitero o annegati con una pietra al collo nel “ canal”, il braccio di mare che separa Zara dalle isole antistanti. “ Perché” è una delle domande fondamentali che si pone la storia. Perché Zara fu colpita così radicalmente, perché fu “ coventrizzata”, trasformata nella Dresda dell’Adriatico? Da archivi americani e inglesi e solo parzialmente jugoslavi, risulta che i partigiani di Tito chiesero agli alleati di eliminare Zara per la sua posizione strategica lungo la costa e per tagliare il sistema tedesco di comunicazioni, ma proprio fonti alleate dichiarano che la città non era un obiettivo militare, perché praticamente priva di contraerea- di fatto non un solo bombardiere fu abbattuto-, inoltre il piccolo porto commerciale della città non era in grado di rifornire le 22 Divisioni tedesche, impegnate ormai in Bosnia. Zara era priva di collegamenti ferroviari e stradali, disponeva di soli 2000 m. di piste aeroportuali, non vantava industrie di rilievo né depositi di materiale bellico. E’ dimostrato invece che la Balkan Air Force costituita dagli alleati si atteneva alle indicazioni su presunti obiettivi strategici fornite dai partigiani di Tito, che di fatto ringraziarono la RAF per aver compiuto le operazioni da loro richieste in Jugoslavia.
Novembre 1944: il poeta- vate Vladimir Nazor, già sostenitore di Pavelic, quindi di Tito, dalla Torre dell’Orologio in Piazza dei Signori a Zara dichiara: – Spazzeremo dal nostro territorio le pietre della torre nemica distrutta e le getteremo nel mare profondo dell’oblio. Al posto di Zara distrutta sorgerà una nuova” Zadar” che sarà la nostra vedetta nell’Adriatico”. Il disegno di Tito viene così palesato e la verità si rivela solo politica. C’era una volta Zara, quella che i nostri genitori sono stati costretti ad abbandonare, quella che le  nuove generazioni conoscono solo dai loro racconti.


Lo spirito europeistico, il superamento del “ secolo breve” ci fanno guardare avanti, come è giusto che sia. Il ricordo, solo lui, ci impone di guardare ancora indietro, di non dimenticare cosa avvenne il 2 novembre di settant’anni fa, anche quando come turisti arriviamo dal mare in vista di quella città sorgente dalle acque blu, fata morgana sognante di un tempo che fu, Zara.

Adriana Ivanov 

 

 

 

 

 

 

 

 

527 – Zadarski List 02/11/2013 Zara : Una Mostra che devono vedere tutte le generazioni  – Izložba donijela miris povijesti: Zadar prije 2. studenog 1943.

Archivio di Stato: La Mostra sulla storia della città prima dei bombardamenti

ZARA PRIMA DEL 2 NOVMEBRE 1943

Una Mostra che devono vedere tutte le generazioni

 Sulla traccia di un centinaio di foto vogliamo invitare i cittadini di Zara a visitare tutti i monumenti di questa città e di conoscere la sua ricca storia, ha detto Adam Marušić

Ante Rogić

ZARA – Zara prima del 2/11/1343 è il titolo della Mostra inaugurata ieri sera nella Galleria dell’Archivio di Stato di Zara. La Mostra organizzata dalla Fondazione Rustia Traine e dalla Comunità degli italiani di Zara, mette in evidenza un centinaio di fotografie che riproducono Zara com’era prima dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Ante Gverić, Direttore dell’Archivio di Stato di Zara ha detto che questo è il primo evento con il quale si intende commemorare il 70° Anniversario dei bombardamenti.

“Il valore di questa mostra è molto alto” – ha sottolineato – “Questa non era né la prima, né l’ultima tragedia della Seconda guerra mondiale, ma di certo era una delle più gravi. Oggi, il nostro compito è di approfondire e di diffondere la conoscenza della storia di questa Città. Il senso della Mostra si completa quando viene visitata dalle giovani generazioni” – ha concluso Ante Gverić. Adam Marušić ha messo in rilievo che l’intento di questa Mostra è di invitare i giovani a conoscere e valorizzare la città di Zara.

“Sulla traccia di un centinaio di foto vogliamo invitare i cittadini di Zara a visitare tutti i monumenti di questa città e di conoscere la sua ricca storia”, ha detto Adam Marušić.

Renzo de’Vidovich si è detto emozionato perché è la prima volta, ed è nato in questa città, che poteva chiamarci tutti cittadini d’Europa.

“Dal 1918, quando i dalmati sono stati divisi, oggi finalmente ci ritroviamo tutti uniti. Prima di questa città esisteva una città diversa. Siamo qui per ricordarci che il futuro non può essere costruito senza la conoscenza del passato. Da domani, come cittadini d’Europa, cancelleremo tutti i mali del passato per poter avviarci insieme verso un futuro più sicuro” ha detto de’Vidovich.

 

 

 

528 – Il Piccolo 07/11/13 L’Intervento – Osimo ormai è nella storia ma i giovani devono sapere

Osimo ormai è nella storia ma i giovani devono sapere

 

L’INTERVENTO DI LORI GAMBASSINI

“Alle 18,30 di quel 10 novembre 1975, nel castello Leopardi Dittajuti della cittadina marchigiana di Osimo, fino a quel momento legata solo al ricordo del poeta Giacomo Leopardi, su un tavolo antico, con sullo sfondo nella sala delle armi una parete decorata con fucili, sciabole e baionette che il generale Cialdini tolse ai francesi dopo la vittoria della vicina Castelfidardo nel 1860, il ministro degli esteri Mariano Rumor per l’Italia e il vice primo ministro Milos Minic per la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia firmano l’abominevole trattato internazionale, tagliando così, in pochi istanti, una fetta di 529 kmq di terra giuliana da due millenni. Una débâcle storica, una Waterloo inqualificabile, siglata in un luogo appartato, quasi di nascosto all’opinione pubblica: con essa veniva regalato a Tito, che lo chiedeva con insistenza, conscio com’era di essere al viale del tramonto e timoroso della polveriera jugoslava sulla quale era assiso, il riconoscimento formale della rinuncia definitiva alla Zona B, all’Istria e alla Dalmazia. La nostra diplomazia e il nostro governo non tentarono nemmeno di chiedere ed ottenere un’adeguata contropartita a quell’accordo, che anzi ebbe il culmine nell’allegato economico in cui veniva definita la famigerata Zfic (“Zona Franca a Cavallo del Confine”) che avrebbe dovuto essere realizzata sul Carso triestino, appunto sul confine con la Jugoslavia”. Così veniva ricordata questa storica data nel libretto “Viva Trieste perché Trieste viva” edito in occasione della celebrazione del trentennale della Lista per Trieste 1977 – 2007. Il Trattato di Osimo ha generato la prima e più grave crisi politica del secondo dopoguerra destabilizzando il sistema partitocratico e creando le premesse per far sorgere un movimento d’opinione che diede origine alla prima lista civica nel nostro Paese. Trieste sarebbe potuta esplodere, invece protestò assai civilmente per quei tempi di facile scontro di piazza e perfino il mondo accademico, salvo poche eccezioni, si schierò compattamente contro la parte economica del Trattato. La città diede vita ad un processo di autorappresentazione attraverso le pagine de «Il Piccolo» di Chino Alessi, fatto di lettere, dibattiti, assemblee pubbliche, mettendo in discussione le prospettive sul futuro con scelte che risultarono radicali ma che portarono negli anni successivi ad un profondo isolamento di Trieste rispetto al contesto politico nazionale. Per l’opinione pubblica e soprattutto per gli esuli istriani significava però una «colpevole» rinuncia italiana a quella residua porzione di Istria che era rimasta in sospeso dopo il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954, quello che aveva garantito la restituzione all’Italia della provincia di Trieste. Osimo segnava così l’ultimo capitolo di una lunga vicenda che ha lasciato, come da alcuni è stato giudicato inevitabile, la gran parte dei diretti interessati, insoddisfatti; come se fosse stato loro chiesto, ancora una volta, di sopportare sulle spalle il peso della sconfitta di un’intera nazione. Ebbene, anche se oggi l’eco del Trattato di Osimo è andata via via affievolendosi, esso ha continuato a far parlare di sé per oltre trent’anni, mettendo ogni volta in rilievo aspetti differenti, giudicati ora ineluttabili, come la perdita della zona B; ora negativi o positivi, a seconda dei punti di vista, come la realizzazione della zona franca sul Carso; ora iniqui, come la questione dei beni abbandonati. Si è sentito parlare di “vergogna” di “imbroglio”, di “risvolto criminoso del protocollo economico”, di novità “surreale” nella storia delle relazioni diplomatiche, perché non era mai accaduto che uno Stato sovrano rinunciasse alla sovranità su una quota significativa del proprio territorio senza alcuna contropartita e perfino di anticostituzionalità, appellandosi all’articolo 5 che vuole la Repubblica una e indivisibile. Forse, ormai, il costante fluire del tempo e della storia non permette più di soffermarsi su questioni che appaiono così piccole di fronte ai continui ed enormi stravolgimenti che ogni giorno vediamo compiersi sotto i nostri occhi. Tuttavia, la storia, sia che venga esaltata o occultata, rimane storia e dovrebbe servire a capire il presente per cercare di costruire un futuro migliore. Per questa ragione, ora che i “Grandi Vecchi” della Lista per Trieste, testimoni di un cambiamento epocale, stanno scomparendo, vorremmo che anche i giovani potessero conoscere e ricordare una significativa pagina di storia delle nostre terre, culminata con il Trattato di Osimo, siglato il 10 novembre 1975. Siamo in pochi a poter dire ancora: io c’ero!

 

 

 

 

529 – La Voce di New York 3/11/13 C’è voluto un cantante per ridare la parola all’indicibile della nostra storia

C’è voluto un cantante per ridare la parola all’indicibile della nostra storia

 

di Elisabetta De Dominis

 

Simone Cristicchi porta in scena Magazzino 18, la tragedia dell’esodo di 350 mila italiani dall’Istria e la Dalmazia. Lo abbiamo intervistato: “Mi piacerebbe arrivare in America”

 

La nostra origine indicibile ha trovato parola. Indicibile per noi che ne siamo stati privati, indicibile per chi ci ha scacciato e per chi ci ha accolto. Indicibile infine perché questi soggetti agenti hanno fatto di noi oggetti, merce di scambio, guadagno.

Dopo 70 lunghi anni, e quante generazioni, finalmente qualcuno ha visto, ha capito, ha parlato. Un cantante, Simone Cristicchi si è fatto cantore, ha errato nel nostro èthos e ha portato in scena la tragedia dell’esodo di 350 mila italiani dell’Istria e della Dalmazia. Il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Politeama Rossetti ha inaugurato la stagione con la produzione del Magazzino 18. Diretto da Antonio Calenda, questo ‘musical-civile’, di cui sono autori Simone Cristicchi e lo storico Jan Bernas, racconta quello che è avvenuto al confine orientale alla fine della Seconda guerra mondiale. Lo scopre uno sprovveduto archivista romano, inviato dal ministero a redigere un inventario del magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste, dove gli esuli, destinati ad essere accolti in angusti campi profughi in Italia o in procinto di partire per l’America, lasciavano in deposito i loro mobili e oggetti, sperando di rientrarne in possesso nel futuro. Poco a poco, rinchiuso lì dentro, percepirà lo ‘spirito delle masserizie’ che gli narrerà fatti pubblici e sofferenze private.

 

Ma com’è venuta a Cristicchi questa idea?

“Stavo girando per l’Italia – ci spiega Simone Cristicchi – per una ricerca sulla memoria degli anziani, che poi è diventato un libro: Mio nonno è morto in guerra (Mondadori), quando a Trieste ho incontrato Piero Del Bello, direttore dell’IRCI (Istituto regionale per la cultura istriana), e grazie a lui sono potuto entrare nel magazzino 18 inaccessibile al pubblico. Ho percepito immediatamente la grandezza di questa storia e mi ha stupito che non fosse conosciuta in Italia, che questo magazzino non fosse un museo.  Quando sono uscito, ho sentito che tutti quei mobili mi avevano parlato. Ecco, mi è stata regalata questa sedia, guardi sotto la seduta c’è il nome del proprietario: Ferdinando Biasiol e io ho promesso di raccontare. Da quel momento ho iniziato la ricerca sull’esodo insieme a Jan Bernas, che ha scritto Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani  (Ugo Mursia editore). Ho letto una trentina di testi, sono andato a parlare con tanti esuli e in Istria con i rimasti. Ho lavorato un anno e mezzo sul testo e la stesura delle canzoni. Quella che si chiama proprio Magazzino 18 è visionabile su You Tube”.

 

Quante pressioni politiche ha avuto?

“Ho avuto suggerimenti da schieramenti diversi, non pressioni politiche. Fino all’ultimo giorno mi sono sentito libero di tagliare, ritoccare. Ho fatto leggere ad alcuni il testo in anteprima, non per accontentare tutti, ma per ricevere consigli. Mi pare di essere riuscito nell’intento: è un testo equilibrato che dà voce all’emotività della memoria. Avevo già fatto quattro spettacoli teatrali, ma non mi era mai capitato di interpretare personaggi in maniera così viscerale, forse perché il teatro italiano è un teatro di parola. Per me è stato un onore poter lavorare con una persona di sensibilità come il regista Antonio Calenda che ha ideato questo nuova forma di teatro: il musical mescolato al teatro civile. Vorrei utilizzare questo format per altre storie”.

 

E’ vero che questo spettacolo è stato rifiutato dai più grandi teatri di prosa italiani: da Milano a Torino, da Firenze a Napoli…?

“Sì, temevano che fosse un testo fascista, poi quando hanno saputo che la rappresentazione è imparziale e di grande impatto emotivo, hanno capito che vuole superare i conflitti. Mi piacerebbe portarla in giro per l’Italia anche l’anno prossimo. Magari arrivare in America… Intanto a dicembre sarò in Istria (Croazia). Vorrei ascoltare e dare più spazio anche ad altre storie, quelle dei rimasti.  Un giorno a Montona d’Istria ho visto alla finestra una signora anziana e ancora bellissima. Ha sentito che parlavo l’italiano e mi ha chiesto: “Siete dei nostri?” Mi sono avvicinato e le ho fatto delle domande: si è chiusa nel silenzio e le sono venute le lacrime agli occhi”.

I vecchi di là hanno ancora paura. Come se ci fosse ancora il comunismo che si serviva dei delatori per prelevare e infoibare anche i civili, anche i vecchi, le donne, i bambini. Ora ci sono moltissimi italiani in Croazia, allora sembrava non ne fosse rimasto neppure uno. Certo qualcuno si è mimetizzato: è rimasto nella sua terra rinnegando la sua origine. Soprattutto gli anziani non ce la facevano a lasciare la loro vita: sono morti pochi anni dopo di inedia, di stenti, di dispiacere. Eppure dal 1991, con l’indipendenza, in Croazia l’Italia s’è desta. Nei cuori o nelle tasche dei rimasti? Per 9 milioni di euro l’anno si può dire di essere pure italiani…

Si può andare indietro negli anni e cercare di capire come tutto questo odio etnico sia iniziato. L’Austria è stata la grande responsabile della nascita dell’odio razziale per paura dell’autodeterminazione dei popoli dell’impero. Ha fatto la riforma agraria, ha dato le terre a slavi importati sulle coste dall’interno, poi – curiosamente – si è dissolta per mano slava. L’Italia è stata trascinata nella Prima guerra mondiale con la promessa di annettersi le italianissime Istria e Dalmazia. Ha vinto ma non ha saputo negoziare quanto le spettava. Il nuovo regno di Serbi, Croati e Sloveni si è preso quasi tutto, a parte un po’ d’Istria e Zara, ha chiuso le scuole italiane, ha fatto la riforma agraria e ha depauperato i proprietari terrieri. I fascisti in Italia hanno iniziato a italianizzare i nomi della minoranza slava e a privarla delle terre che coltivava. Ma questo non può giustificare le foibe del secondo dopoguerra. Nel frattempo i croati e sloveni hanno scoperto di pagare tasse doppie rispetto ai serbi. Vi risparmio la storia complicatissima del regno di Jugoslavia, dove tutti erano contro tutti armati… Arriviamo verso la fine della Seconda guerra mondiale. E’ l’estate del ’41: gli ustascia, fascisti croati, hanno un grande campo di concentramento a Jasenovac , a sud est di Zagabria, un altro sull’isola di Pago dove fanno esecuzioni di massa per tutta l’estate. Ma oggi sloveni e croati ricordano solo quello di Arbe (Rab), allestito nel ’42 dagli italiani in riva al mare, che era un campo di raccolta di famiglie di partigiani sloveni e di ebrei. Purtroppo avvenne un’esondazione e parecchi detenuti morirono: erano denutriti, malati e non sapevano nuotare. Cristicchi ha portato in scena una bambina che legge una lettera e dice che gli italiani non le davano da mangiare. Nessuno gli ha detto che morivano di fame anche i civili: non c’era da mangiare sull’isola nel ’42. E come si può scordare il campo di concentramento comunista di Goli Otok dove, dopo la guerra, finivano tutti prigionieri politici ai lavori forzati?

Ognuno può raccontare la sua storia come vuole, come gli piace apparire, ma la verità è una sola: l’odio etnico è stato solo un comodo movente, quello che ha mosso ad uccidere e depredare  – a guerra finita –  però è stato l’odio di classe. E’ stata la grande occasione di diventare ricchi e sistemarsi senza fatica. Migliaia di persone sono state trucidate e infoibate per impadronirsi delle loro proprietà. Anche l’ultima guerra, che ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia, è stata solo una guerra economica, perché Belgrado gestiva la ricchezza di tutta la federazione.

Le colpe sono da ambo le parti, vuole dire questo spettacolo, certo, ma la reazione comunista slava non è stata proporzionata all’offesa fascista italiana. Calenda ha detto che bisogna superare. Sono d’accordo. Ma finora questo è stato chiesto solo agli esuli dell’Istria e ai profughi dalla Dalmazia, quest’ultimi non hanno neppure un magazzino 18 perché sono scappati con i soli vestiti che avevano addosso… Però il sindaco di Arbe qualche anno fa mi disse che ha un magazzino colmo di bei mobili antichi e che vorrebbe fare un museo. Lì andarono per le spicce: impiccarono indifferentemente i possidenti italiani e croati ai pali della luce lungo il porto e saccheggiarono le loro case.

Eppure la vergogna di chi ha agito è diventata la vergogna di chi ha subito, a cui è stata ascritta la colpa di aver lasciato la propria terra, non perché in quella terra si moriva, ma perché erano fascisti. Non per salvare la propria cultura, la propria etica, i propri valori, ma perché indegni di vivere in una terra liberata da veri comunisti, che avrebbero fatto una società socialmente giusta. Si è visto. Ancora oggi in Croazia l’ufficio delle confische discrimina se sei di origine italiana o croata, salvo poi non restituirti niente neppure se sei croato perché lì – stranamente – il possesso equivale alla proprietà. Li abbiamo accolti in Europa prima di assicurarci che rispettassero le norme comuni, che ci fosse certezza del diritto.

Cristicchi in questo spettacolo è stato esule, ha sentito dentro di sé la sofferenza e l’ha fatta emergere in un racconto accorato ed empatico. Ha legato il suo pubblico con il pathos e il logos, emozione e parola, e – come dicevo all’inizio – ha attraversato il nostro èthos. Che ha un significato più profondo della parola ‘etica’ come regola di comportamento, la quale ne è solo una conseguenza. Nell’antica Grecia significava dimora, patria, terra dell’uomo, il posto da vivere dove tornare dopo aver conosciuto se stesso. Un’esperienza spirituale indicibile che conduceva alla consapevolezza. Un arrivo che era un ritorno nella terra dei padri, le cui norme di vita erano la tua etica e la tua casa, dovunque fossi.

Gli esuli e i profughi fisicamente non sono tornati, ma il loro èthos l’hanno portato con sé e non tornerà se non saranno riaccolti.

Casa, patria è dove sei accolto. Altri costumi e abitudini di vita albergano di là. La consapevolezza dell’esodo è ancora indicibile, non perché non sia stata narrata da Cristicchi, ma perché a noi non è dato tornare: rappresentiamo la colpa vivente di una grande ingiustizia che essi vogliono dimenticare di aver commesso. Basterebbe aprire le braccia, ma temono la forza del nostro èthos.

 

 

 

530 – Corriere della Sera Veneto 07/11/13 Il Caso – Verona: Un teatro per Cristicchi

IL CASO

 

Un teatro per Cristicchi

 

I giuliano-dalmati veronesi cercano uno sponsor per portare in città il musical «Magazzino 18»

 

«Stiamo cercando degli sponsor per portare il musical civile di Cristicchi anche a Verona». L’annuncio arriva dalla presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Francesca Briani. In persona, si sta spendendo per cercare di organizzare il tutto, facendo due conti e tenendo i contatti con le istituzioni locali e i colleghi di associazione. Con un vero e proprio appello rivolto al cantautore italiano, che ha da poco inaugurato la tournée di Magazzino 18 a Trieste: una tournée che prevede tappe un po’

in tutta Italia, ma non a Verona, che si potrebbe comunque inserire, magari a ridosso della Giornata del Ricordo.

 

Magazzino 18 è il musical scritto in collaborazione con Jan Barnas (giornalista e autore del libro «Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani»), dedicato agli eccidi delle foibe e che racconta il dramma dell’esodo istriano, giuliano e dalmata nel dopoguerra: quella storia di tanti italiani costretti ad abbandonare la propria terra per andare incontro a miseria e morte. Il titolo si riferisce al Magazzino 18, l’edificio del Porto Vecchio di Trieste in cui sono tuttora conservati i mobili degli esuli.«Che Cristicchi stesse lavorando per produrre qualcosa sulle foibe e sull’esodo era noto da tempo – spiega Briani -: un lavoro che ha affrontato con curiosità di indagare i fatti per poi proporli in modo molto serio. Si è informato con le nostre associazioni, con chi ha scelto di non partire». La storia del «musical civile » comincia con la partenza di un archivista romano al Magazzino 18, dove gli si apre un mondo e da dove si parte per dar voce agli infoibati.

 

«Ho testimonianze dirette di chi ha visto lo spettacolo, come il presidente della Famiglia Rovignese (associazione nazionale degli esuli rovignesi) Francesco Zuliani – spiega Briani – che ci dicono che la rappresentazione è stata eccezionale. In molti dicono che serve di più un musical come questo che tante pagine scritte fino ad oggi. Cristicchi ha indagato questa parte della storia con grande equilibrio ». Non soffermandosi solo sulle foibe, ma anche sulla sofferenza, corale e singolare, di tanti uomini, morti di malinconia. «Questa è un’opera capace di divulgare un racconto complesso, dai risvolti umani, politici, storici – spiega la presidente dell’ANVGD – per questo vorremmo trovare degli sponsor e un teatro dove poterlo proporre anche a Verona. Ne parleremo anche al Comune». Certo, Magazzino 18 al suo debutto triestino, accanto a quei dodici minuti di applausi, ha anche raccolto critiche e frecciatine, in molti non hanno gradito la parte sull’Hotel Balkan. Ma non è quello che cercano i vertici locali dell’ANVGD.

Questi ultimi hanno solo espresso la volontà di dare una possibilità in più, ai veronesi, di assistere ad uno spettacolo che sfoglia le pagine di una storia ancora impolverata.

 

Silvia Maria Dubios

 

 

 

531 – La Voce del Popolo 08/11/13 Albona bilingue entro il 2017?

Albona bilingue entro il 2017?

 

ALBONA | Albona potrebbe diventare bilingue a tutti gli effetti entro il 2017, ossia entro la conclusione dell’attuale mandato del Consiglio cittadino. A confermarlo ieri Tulio Demetlika, sindaco di Albona, stando al quale l’iniziativa è un’idea promossa da anni dalla locale Comunità degli Italiani “Giuseppina Martinuzzi”, e sarà realizzata in collaborazione con lo stesso sodalizio.

“Come appartenente alla comunità nazionale italiana ritengo che Albona debba diventare bilingue, come Umago, Rovigno, Pola, Valle e altre realtà istriane”, ha dichiarato Demetlika nel commentare gli interventi sul tema del bilinguismo e l’italianità alla più recente seduta consiliare. Ad avviare una discussione in merito è stato il consigliere William Negri, del Partito laburista, con un’interpellanza sul perché tra le bandiere issate alla Civica (dove si è tenuta la riunione consiliare, nda), non trovi posto anche la bandiera della Repubblica d’Italia. Nel rispondergli, Demetlika ha spiegato che nel trasferire tutto il necessario per la seduta dalla sala consiliare nella nuova sede della Biblioteca civica, non si è tenuto conto delle bandiere.

 

Una risposta al consigliere laburista l’ha data pure Federika Mohorović (DDI), eletta nel Consiglio cittadino come rappresentante della CNI, affermando che pur non essendoci la bandiera italiana, i diritti della minoranza non sono stati violati. “Colgo l’occasione, ha aggiunto, per lanciare l’appello di introdurre il bilinguismo su tutto il territorio cittadino”. “In questo momento, gli organi della CI dovrebbero vedere quali possibilità legali ci sono”, ha continuato Demetlika. Egli ha ricordato di avere già suggerito delle modifiche allo Statuto della Regione istriana riguardo al bilinguismo visivo. Nel documento, Albona dovrebbe trovare posto accanto alle realtà istriane già bilingui. Tali modifiche dovrebbero essere proposte dal Consiglio cittadino e avanzate all’Assemblea regionale. (tš)

 

 

 

 

532 – La Voce del Popolo  02/11/13 E & R –  Esuli e rimasti su Facebook per dire «Basta coi rancori»

a cura di Roberto Palisca

Esuli e rimasti su Facebook per dire «Basta coi rancori»

Gli iscritti al gruppo  si ritroveranno a Piemonte domenica 1.mo dicembre

Il tema è anche in questo caso  quello del riavvicinamento tra esuli e rimasti. La riconciliazione tra due ali spezzate di una stessa anima, dai tristi eventi che hanno segnato la nostra storia: la storia degli italiani delle nostre terre. Sulla pagina frontale del gruppo, fondato su Facebook, poche semplici frasi che dicono così: “Tuo nonno è un esule. Mio nonno è un rimasto.  Entrambi amarono la stessa terra. In nome di quell’amore, è stata creata questa pagina. Nel nome di tutti i padri andati, dei loro fratelli rimasti, dei cugini d’oltre sponda, nel nome nostro, dei nostri figli e nipoti“.

A istituirlo, circa quattro mesi fa, è  stata Tiziana Dabovic’, caporedattrice  del mensile per ragazzi “Arcobaleno“,  pubblicato dalla nostra casa editrice. Un’iniziativa, come dice la promotrice del gruppo, nata “quasi per scherzo“, ma che ha attecchito tra generazioni diverse di italiani che hanno le radici in Istria, a Fiume e in Dalmazia, di prima, seconda e anche  terza generazione. Con l’intento di far conoscere alle fasce più giovani, sia in Croazia che in Slovenia e in Italia, la nostra storia, le nostre  tradizioni…

Anche perché molti di loro senza pretendere di andare a indagare sul di chi sia la colpa –  rilevano alcuni dei membri di “Basta  coi rancori“ – la conoscono poco. La gran parte degli iscritti sono persone che sembrano ormai non avere più timore di voler dire che i difficili momenti che hanno segnato la nostra storia, anche se non potranno mai essere dimenticati, sono stati superati. E i nuovi media, come i social network, che tanto agevolano ormai la comunicazione, stanno a quanto pare sveltendo questo processo.

In questi quattro mesi di  esistenza del gruppo, qualcuno ha voluto eccedere, tentando di piazzare post e anche simboli piuttosto scomodi, ma è stato richiamato e, in casi estremi, espulso.

“Al di fuori delle associazioni, coloro che hanno aderito al gruppo esternano il desiderio di dire la propria opinione: si discute un po’ di tutto. Di cose apparentemente banali e di cose più impegnate” – ci spiega la fondatrice del gruppo. “Molte  persone – aggiunge – vengono attratte dal gruppo perché si parla in dialetto: fiumano, istriano, rovignese. Si parla di questioni di  ogni giorno, ci si confronta con opinioni diverse. Si arriva, di tanto in tanto, anche a qualche momento  di tensione, ma si riesce sempre a placare gli animi. Perché la gran parte degli iscritti è animata da buoni propositi. Desidera capire chi siamo noi, esuli e rimasti, e che cosa ci può essere in comune ancora attualmente. Le discussioni a volte vanno a finire sugli stessi argomenti.

Ma serve a formare il dialogo”.

A prova che uno dei tanti problemi che ci ha lasciato l’esodo, sia tra chi ha scelto di rimanere che tra chi ha  scelto di andarsene, è il continuo restringersi dei gruppi di riferimento che parlano il nostro stesso dialetto e del contesto autoctono della  cultura istroveneta che si va vieppiù restringendo. Ricostruire la cosa è impossibile, ma riflettere sul come  educare i nostri figli e i nostri nipoti oggi e domani a essere consapevoli di quella che è la nostra storia,  di quelli che sono i nostri valori  culturali, la nostra lingua e il nostro  dialetto, è possibilissimo. Un piccolo, ma grande compito che nel suo ambito il gruppo “Basta coi rancori“ si ripromette di perseguire.

Il presupposto, per poter aderire al gruppo, è che le persone tengano di conto che il passato è passato,  dice l’amministratrice. Chi partecipa dovrebbe essere proteso verso il futuro. E l’idea ha riscosso successo.

Tanto che dal 26 giugno al 10 ottobre il gruppo annoverava 880 associati: oggi ne ha già 1.150. E il dialogo virtuale sembra non  bastare più. C’è gente che vuole incontrarsi e conoscersi. Ed ecco che parte l’idea di trovarsi. Dove? Da qualche parte in Istria. Qualcuno fa la proposta della piccola Piemonte, borgo suggestivo e ormai quasi  abbandonato che, con il passare degli anni è diventato un po’ il simbolo dell’esodo. Si vota e la maggioranza è d’accordo.   Quando?  Una domenica. E si arriva alla data. Sarà quella del 1.mo dicembre.

I post

“È un’iniziativa davvero molto bella – leggiamo in un post –. La trovo in linea con il pensiero di un grande scrittore di frontiera: Fulvio Tomizza, che in tempi molto difficili proclamava e praticava la necessità di abbattere qualsiasi steccato e di sentirsi parte di un medesimo ambito”.

Un altro messaggio, scritto  in dialetto, dice così: “Apprezzo l’iniziativa e spero sul serio che se rivemo non solo considerarne tuti sula stesa barca, ma sopratuto, tuti fradei“.

“No vol dir niente che uno vivi in Italia, un altro in Australia e un altro in Croazia… semo tuti fradei; fioi de la nostra tera benedeta!  Semo giuliano dalmati. Poco ne divide, ma tanto, tanto ne unise!“ – replica una terza persona.

“Mi piace l’intenzione di questo gruppo. La mia famiglia è mista. Papà di Treviso, mamma slovena, fratelli un po’ nati in Slovenia, un po’ in Croazia, un po’ in Italia, ma abbiamo vissuto a Parenzo e Orsera dopo la guerra, fino ai primi anni ‘50. Poi siamo stati “ospiti” di molti   campi profughi in Italia fino al 1961, quando siamo emigrati in Danimarca. Nel 1969 una parte della famiglia è finalmente tornata in Italia e mia sorella e mio fratello più grandi sono rimasti in Danimarca“ – spiega un membro del gruppo.

“El mio papà era esule, ma no l’era rabiado coi rimasti. Son d’acordo e son sempre sta’ d’acordo: basta coi rancori“ – leggiamo in un altro intervento.

“Gente mia son un istrian spaglià per el mondo, ma l`amor per la nostra terra xe intato. Domenega  scorsa qua’ da noi in Canada gavemo avu`el nostro Grande Picnic annuale. Posso dirve che iera tanta ma tanta gente nostra e quel che  me ga colpì xe sta el fatto che ghe iera tanta gioventù che fa ben sperar per el futuro. Se ciacolava in dialeto e pareva quasi de esser tornai de colpo in Istria. Luganighe, capussi  garbi, brisiole strucoli e ogni ben de Dio no mancava. Per no parlar dela nostra musica sempre istriana. Naturalmente se ciacola quasi  sempre de casa nostra, ti te ricordi  de qua e ti te ricordi de là. Questi semo  noi. Xe passai tanti anni,ma l’amor per la nostra terra xe sempre grande. Un saludo a duti da un istrian che vive in Canada”.

C’è poi chi scrive: “Adoro leggere i vostri post perché ritrovo le parole della mia infanzia”  o ancora: “Voio ringraziar tuti i muli e le mule che scrivi su questo grupo. Mi purtropo no go avudo possibilità de conosser la nostra Fiume più de  tanto. In vita mia son stado solo due volte… ma grazie a voi stagoimparando a conoserla più a fondo”.

|Gli iscritti al gruppo si ritroveranno a Piemonte domenica 1.mo dicembre.-

https://www.facebook.com/groups/183968681768894/

 

 

 

 

533 – Il Piccolo 07/11/13 Golfo conteso di Pirano Lubiana licenzia gli atti per l’arbitrato

Golfo conteso di Pirano Lubiana licenzia gli atti per l’arbitrato

 

di Franco Babich

 

LUBIANA La Commissione esteri del Parlamento sloveno ha dato ieri luce verde alla risposta di Lubiana al memorandum croato nell’arbitrato sul confine tra i due Paesi. Il documento, discusso a porte chiuse e approvato all’unanimità, sarà ora inviato alla Corte arbitrale internazionale. In base all’Accordo sull’arbitrato, Lubiana e Zagabria dovevano preparare entro l’11 febbraio di quest’anno i rispettivi memorandum sul contenzioso confinario, dopo di che avevano altri 9 mesi di tempo – che scadono lunedì 11 novembre – per inviare alla Corte la risposta alle argomentazioni della controparte. Il ministro degli Esteri sloveno Karl Erjavec, a fine riunione, si è detto

soddisfatto: «La nostra risposta è ben fatta, sia dal punto di vista della argomentazioni degli esperti che dal punto di vista giuridico». Secondo Erjavec, il primo dibattimento di fronte alla Corte dovrebbe aver luogo in maggio o giugno del prossimo anno, mentre la decisione definitiva degli arbitri è attesa per la prima metà del 2015. Compito della Corte arbitrale, presieduta dal francese Gilbert Guillame, è definire il confine marittimo e terrestre tra i due Paesi in tutti i punti contesi, il contatto delle acque territoriali slovene con le acque internazionali e le modalità di sfruttamento dei fondali e delle acque nell’area contesa del golfo di Pirano. Il tutto partendo dalla situazione in data 25 giugno del 1991, quando i due Paesi hanno proclamato l’indipendenza. Gli arbitri sono vincolati al diritto internazionale, al principio di equità e ai rapporti di buon vicinato. Solo i memorandum preparati da Lubiana e Zagabria, senza considerare le risposte alla controparte, sono più che corposi: quello sloveno è articolato in 650 pagine, più 5200 pagine di allegati e 250 cartine; quello croato è composto da nove volumi con complessive più di 3600 pagine. La Commissione esteri ha discusso ieri anche di un altro problema:

il debito della ex Ljubljanska Banka nei confronti dei risparmiatori croati.

A giudizio dei deputati sloveni, così come del ministro Erjavec, non è accettabile che i tribunali croati procedano con le cause contro la ex banca di Lubiana dopo che Zagabria e Lubiana hanno firmato un memorandum sulla sospensione dei processi.

 

 

 

 

534 – Il Piccolo 05/11/13  I negazionisti croati “emendano” Wikipedia

I negazionisti croati “emendano” Wikipedia

BELGRADO. Una meticolosa opera di riscrittura della storia, gestita da un pugno di estremisti dell’ultradestra celati dietro un nickname, progettata per trasformare l’enciclopedia libera più celebre in un manuale della disinformazione. Oppure solo una storia montata ad arte, nient’altro che “vandalismi” via web subito rettificati. Comunque la si pensi, continua a rimanere alto il polverone sulla versione croata di Wikipedia, sollevatosi già a settembre. E un passo indietro è necessario per capire le dimensioni della questione. Questione che riguarda l’alterazione della storia, questo l’allarme del gruppo Facebook denominato “Denuncia della vergogna della Wikipedia croata”, che per primo ha lanciato la pietra nello stagno. Alterazione attuata per mesi da «estremisti di destra, bigotti e negazionisti» con accesso al web, che avrebbero tentato con successo di «modificare il passato» della Croazia, lo j’accuse.

Modificato ritoccando le voci più sensibili della Wikipedia nazionale. Il campo di sterminio di Jasenovac? Niente più che «un luogo di campeggio». Ante Paveli„, alleato di Hitler? Un «protettore di ebrei e serbi», hanno riportato i gestori della pagina di denuncia sintetizzando alcuni fra i passi più discussi della Wikipedia croata. Passi, come quelli su Jasenovac e Paveli„ o quelli sull’antifascismo «disturbo genetico» o sul regime ustascia non «totalitario», poi emendati e ricondotto sui binari della corretta storiografia dopo l’alzata di scudi di decine di utenti, va detto. Altri, controversi, rimangono però online, come quello che definisce il «matrimonio» solo come l’«unione tra un uomo e una donna» con lo scopo unico della «procreazione», in barba alle aspirazioni della comunità Lgbt locale. Storia scritta a casaccio, o ingerenze con motivazioni politiche, che non sono «un problema solo croato», hanno ammesso tuttavia in una nota anche i critici più ostili a hr.wikipedia.org.

Ma i dubbi sull’affidabilità e sulla gestione della Wikipedia croata – anche in Serbia, però, polemiche simili si registrarono negli anni passati a proposito di temi divisivi come il Kosovo, i cetnici o Srebrenica – rimangono. Come rimangono aperte le domande sulla presunta connivenza degli amministratori dell’enciclopedia, i “controllori” scelti dalla comunità per proteggere le pagine dalle scorrerie dei provocatori. Il voto per l’allontanamento degli amministratori SpeedyGonsales, Kubura e Zeljko, i maggiori sospettati di aver avallato con la loro inazione la svolta a destra dell’enciclopedia croata, si è concluso tuttavia domenica con una vittoria per gli accusati, che potranno così continuare a decidere delle sorti della Wikipedia di Zagabria. Per SpeedyGonsales, 38 voti a favore della rimozione e 45 contro, per Zeljko 42 contro 44, per Kubura 40 a 46, numeri che riflettono una comunità spaccata, ma che – per ora – mettono la parola fine al presunto scandalo. (s.g.)

 

 

 

 

 

535 – Libero 06/11/13  I sette martiri di Trieste: «Vietato esporre il tricolore» E gli alleati caricarono la folla

I sette martiri di Trieste nel 1953

«Vietato esporre il tricolore»  E gli alleati caricarono la folla

GIUSEPPE PARLATO 

Il Trattato di pace che concluse la Seconda guerra mondiale, oltre alla perdita dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, dispose che la zona attorno a Trieste, voluta fortemente da Tito, fosse divisa provvisoriamente tra zona A e zona B: la prima, sotto il controllo alleato, comprendeva Trieste e un piccolo entroterra; la seconda, sotto il controllo jugoslavo, Capodistria e un pezzetto di Istria. Quindi a Trieste, pur essendoci un sindaco italiano, tutto dipendeva dal Governo militare alleato, rappresentato in quel momento dal generale inglese Winterton, che aveva come consigliere politico Philip Broad, già membro della commissione britannica presso Tito durante la guerra e ben poco amico degli italiani. Gli stessi Alleati però si erano espressi, un mese prima dei disordini del novembre 1953, per un prossimo passaggio di Trieste all`amministrazione italiana. Tutto iniziò il 3 novembre, quando la città festeggiava l`anniversario della vittoria nella Prima guerra mondiale e come ogni anno le strade e le case si riempirono di tricolori. Il sindaco, Gianni Bartoli, chiese l`autorizzazione al generale Winterton di esporre la bandiera italiana sul Municipio. Il rifiuto fu netto: il tricolore non poteva essere esposto negli edifici pubblici.  Il divieto era stato odioso quanto stupido: se avessero concesso quel tricolore, sette triestini non sarebbero morti.

Un atteggiamento ottuso, che indusse i vertici del comando alleato a Trieste a usare le maniere forti contro gli italiani e a tollerare invece le minacce e le provocazioni filo-jugoslave. La situazione precipitò quando, il 4 novembre, la polizia alleata intervenne con nuclei mobili armati attaccando indistintamente manifestanti e passanti. I15 una carica della polizia provocò il ferimento di numerose persone davanti alla chiesa di Sant`Antonio Nuovo; la polizia sparò anche dentro la chiesa ferendo altre persone. Nel pomeriggio, durante la cerimonia religiosa di riconsacrazione, la polizia armata si presentò in forze per sciogliere l`assembramento; la folla indignata incominciò a tirare sassi, ma il maggiore britannico che comandava
le operazioni di polizia fece aprire il fuoco, anche ad altezza uomo. Diversi triestini furono feriti e caddero Antonio Zavadil, 65 anni, e il 15enne Pierino Addobbati.
Il giorno dopo, il 6 novembre, la popolazione di Trieste si riversò in centro per protestare contro le violenze e furono assaliti alcuni automezzi della polizia. Nel frattempo, era stato nuovamente esposto il tricolore al palazzo municipale, che venne rimosso di nuovo con la forza. Ai triestini esasperati si rispose con ripetute  e più odiose cariche di polizia in piazza Unità d`Italia, mentre dai piani alti dei palazzi della piazza si cominciò a sparare: caddero altri quattro dimostranti: il 24enne Francesco Paglia, Saverio Montano, ex partigiano di 52 anni, e il 16enne Leonardo Manzi, colpito alle spalle; non distante, cadeva il marittimo 50enne Erminio Bassa. Un anno più tardi, morirà una settima persona, Stelio Orciuolo, mai più ripresosi dai traumi e dalle ferite subiti il 4 novembre, quasi dimenticato nelle ricostruzioni storiche degli avvenimenti. L`episodio suscitò indignazione in tutta Italia; a Trieste i funerali dei sei caduti furono seguiti da un corteo di oltre 150mila triestini in un silenzio impressionante. L`intera vicenda convinse gli alleati che non era il caso di insistere: solo un anno dopo, in seguito al Memorandum di Londra, le truppe italiane entravano a Trieste, finalmente ricongiunta all`Italia. Era la seconda redenzione, che contemporaneamente segnava la fine delle speranze perché tornassero italiane l`Istria, Fiume e la Dalmazia.

 

 

 

 

536 – East Journal 08/11/13  Mostar, vent’anni fa. La fine del ponte che univa la Jugoslavia

 

Mostar, vent’anni fa. La fine del ponte che univa la Jugoslavia

 

di Andrea Monti

 

Era quel simbolo, e non il manufatto, che si era voluto colpire. La pietra non interessava ai generali croati. Il ponte, difatti, non aveva alcun interesse strategico. Non serviva a portare armi e uomini in prima linea. Esisteva, semplicemente. Era il luogo della nostalgia, il segno dell’appartenenza e dell’alleanza tra mondi che si volevano a tutti i costi separare”.

 

(Paolo Rumiz, La Repubblica, 2 novembre 2003)

 

Pochi sanno che ci sono due 11 settembre: l’attacco alle orri Gemelle nel 2001 e il golpe cileno di Pinochet nel 1973. Quasi nessuno sa che ci sono due 9 novembre: la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la distruzione del ponte di Mostar nel 1993. Come la dissoluzione della cortina di ferro, le cannonate dei militari croati che spezzarono in due la capitale dell’Erzegovina segnarono la fine di un mondo, di un sistema di valori fondato sulla coesistenza delle diversità che – su scala più ampia – era lo stesso che teneva insieme la Jugoslavia di Tito.

 

Fino all’esplosione del conflitto, a Mostar musulmani e croati avevano convissuto tranquillamente. I primi occupavano la parte a est dello Stari Most (“vecchio ponte”, da cui prende il nome la città), i secondi quella a ovest. Una separazione pacifica, che con la guerra sarebbe diventata una frattura dolorosa. Aggrediti dai serbi, croati e musulmani iniziarono a combattersi tra di loro, in casa propria, nei luoghi che avevano condiviso per tanto tempo. Nella zona occidentale si trovava l’unico accesso all’acqua potabile: quando i soldati del comandante Slobodan Praljak lo abbatterono, intrappolarono 55 mila musulmani, per lo più donne e bambini. Il ponte sul fiume Neretva, fino ad allora attraversato di notte e di corsa per sfuggire ai cecchini, divenne un muro invalicabile. Gli scontri proseguirono fino al “cessate il fuoco” del 25 febbraio 1994. Il passaggio da una parte all’altra della città rimase proibito fino al 1996.

 

La ricostruzione dello Stari Most è stata ultimata solo nel 2004: nel frattempo è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, così come tutto il centro città. E’ ripresa anche la tradizione dei tuffi nella Neretva. Durante l’anno i ragazzi bosniaci si sfidano gettandosi dal “vecchio ponte”: il 27 luglio si tiene addirittura una gara ufficiale. Pare che ormai partecipino quasi esclusivamente i giovani della parte musulmana. Anche questo è il segno di una “Jugoslavia delle diversità” che esiste ancora, ma che dal 9 novembre 1993 è molto più fragile. Spiegare perché persone che abitavano insieme da decenni presero a uccidersi è un compito difficile, che spetta innanzitutto agli storici. Di sicuro è necessario motivare la rapida frantumazione di quello scenario di convivenza delle differenze che erano Mostar e tutta la Jugoslavia socialista, per elaborare positivamente il lutto della guerra e costruire un futuro sereno per i Balcani.

 

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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