RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 884 – 22 AGOSTO 2013

Posted on August 23, 2013


Histria

N. 884 – 22 Agosto 2013

                                   

 

Sommario

 

 

 

 

381 – La Voce del Popolo 19/08/13 Pola –  Nella memoria di Vergarolla e del sacrificio di un’intera città (Daria Deghenghi)

382 – Il Piccolo 22/08/13 «Il consolato non chiuda» A Spalato firma il sindaco  (Andrea Marsanich)

383 –  CDM Arcipelago Adriatico 09/08/2013 – Ballarin: Consolati in Croazia sono il segno del nuovo contesto geopolitico italiano (Antonio Ballarin)

384 – Il Piccolo 11/08/13 L’Irci plaude a metà il salvataggio del Consolato italiano di Capodistria

385 – Il Piccolo 13/08/13 La lettera del giorno – Un grave errore chiudere il consolato italiano di Spalato (Antonella Tudor Tomas)

386 – Il Piccolo 17/08/13 Bufera sul vicesindaco di Roma : «Nieri sulle foibe? Precisa volontà politica riduzionista»

387 – Il Piccolo 20/08/13 Trieste – Cosolini scrive al sindaco di Roma «Foibe dramma di tutto il Paese» (Matteo Unterweger)

388 – La Voce del Popolo 13/08/13 San Lorenzo del Pasenatico ringrazia il Veneto (lm)

389 – Il Piccolo 17/08/13 Valle e Castel Bembo diventano star della tv (p.r.)

390 – La Voce del Popolo 10/08/13 E & R – Busalla una piazza intestata a padre Rocchi (rd)

391 – Il Piccolo 12/08/13 Stragi dei titini in Slovenia Una mappa con 600 fosse (Mauro Manzin)

392 – Rovigo Oggi 21/08/13 Ettore Beggiato, ricorda l’addio al Leone della Serenissima Repubblica nell’Albania Veneta (Ettore Beggiato)

393 – Il Piccolo 15/08/13 L’avvocato partigiano Giuseppe Škerk paladino della convivenza (Livio Misso)

394 – Il Piccolo 12/08/13 «Tlt mai nato perché l’Onu non nominò il governatore» (Gabriella Ziani)

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

381 – La Voce del Popolo 19/08/13 Pola –  Nella memoria di Vergarolla e del sacrificio di un’intera città

Nella memoria di Vergarolla e del sacrificio di un’intera città

 

Daria Deghenghi

 

Uno sguardo al passato e uno all’avvenire. La domenica del 18 agosto 2013 al Parco delle vittime di Vergarolla, presso il cippo che le commemora, gli italiani della comunità dei “rimasti” e gli italiani esuli, diverse autorità e numerosi polesani, hanno ricordato l’eccidio in spiaggia del 1946. Davanti al monumento, per i discorsi di circostanza, il presidente della Comunità degli Italiani nonché vicesindaco di Pola, Fabrizio Radin, il presidente dell’associazione Libero Comune di Pola in Esilio, Tullio Canevari, il presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin, Marco Salaris dell’Ambasciata italiana a Zagabria, ma anche l’assessore della Regione Friuli Venezia Giulia Francesco Peroni. Livio Dorigo (Circolo Istria) è stato, assieme a Lino Vivoda, uno dei testimoni dell’esplosione che portò a una morte atroce un’ottantina di concittadini, donne e bambini in prima fila.

 “In quegli anni Pola era qualcosa di indescrivibile”, così Dorigo. La tensione era tale che anche le stesse famiglie erano dilaniate da dissapori, gravi al punto da provocare infiniti piccoli scismi privati, oltre a quello collettivo che era sul punto di compiersi. Ciò nonostante, a distanza di anni si sta facendo in modo di “sublimare il dolore in pace”, benché sempre, chiaramente, nel vivo ricordo delle vittime.

“Alla commemorazione di oggi si unisce il rammarico – così Tullio Canevari, dell’associazione Libero Comune di Pola in Esilio –, perché il ciclo del ricordo rimane comunque incompiuto”. A suo avviso, la strage di Vergarolla non avrà il suo completo riscatto sino a quando sul cippo o al suo fianco non compariranno incisi nella pietra i nomi di tutte le vittime conosciute, perché si è trattato di innocenti, di bambini piccolissimi, di appena pochi anni, che “certamente non avevano né avrebbero potuto prendere alcuna posizione politica”. Rendere di dominio pubblico i loro nomi, nel parco che commemora tutte le vittime innocenti di Vergarolla – ha concluso Canevari – sarebbe un segno di esecrazione definitiva nei confronti di chi ha compiuto quel vile gesto.


Sentita e significativa anche la partecipazione dell’assessore Francesco Peroni, che ha definito la strage di Vergarolla l’“antesignano di ciò che oggi consideriamo essere la peggiore delle manifestazioni del terrorismo internazionale”. Tuttavia, nel ricordo che ne serbiamo e nell’insegnamento che ne abbiamo tratto, il modo in cui oggi vengono commemorate le vittime è un “nuovo fondamento di unità e di fratellanza”, ed è di più ancora: è l’occasione di una “resurrezione morale collettiva” alla quale nessuno dovrebbe sottrarsi.


Non erano nemmeno finiti i discorsi ispirati alla riconciliazione, che già uno sparuto gruppo di manifestanti ai lati del parco cercava “giustizia per i ventimila italiani infoibati e uccisi in Istria a Fiume e in Dalmazia”, stendendo uno striscione bianco (con riportata la richiesta) e spiegando al vento bandiere italiane. Invitati ad andarsene in silenzio, i manifestanti hanno risposto soltanto dicendo “Siamo italiani come voi”!


La scena ha finito per irritare alcuni passanti e da via Kandler si sono udite parole inneggianti al comunismo e all’antifascismo, ma l’episodio non ha avuto alcun seguito.


Per la cronaca, in mattinata una delegazione della Comunità degli Italiani polese è stata al cimitero civico per onorare la tomba collettiva in cui sono state sepolte le spoglie di ben 26 vittime dell’eccidio. Prima ancora, al Duomo c’è stata la messa in lingua italiana, mentre la tappa intermedia del percorso commemorativo ha visto una trentina di partecipanti prendere il largo dalla banchina del porto per raggiungere il luogo stesso che fu teatro della carneficina. Nello specchio di mare antistante il molo di Vergarolla, Fabrizio Radin e Tullio Canevari hanno gettato in acqua ciascuno una corona di alloro in memoria di quel 18 agosto 1946, che vestì la città di lutto, spianando la strada all’esodo e alla definizione di quella che oggi è la minoranza nazionale italiana di Pola.

 

 

 

 

382 – Il Piccolo 22/08/13 «Il consolato non chiuda» A Spalato firma il sindaco

PETIZIONE A QUOTA 900 adesioni

 

«Il consolato non chiuda» A Spalato firma il sindaco

 

di Andrea Marsanich

 

SPALATO Sono circa 900 le firme raccolte a sostegno del consolato italiano di Spalato che – entro il prossimo primo dicembre, su decisione della Farnesina – dovrebbe cessare l’attività. La raccolta di firme, promossa luogo le Rive di Spalato, ha visto l’adesione non solo degli italiani, a dimostrazione che la sede consolare è percepita quale istituzione di interesse generale, la cui soppressione provocherebbe un grave danno alla città di San Doimo e alla Dalmazia intera. Senza contare i danni ai turisti e agli imprenditori italiani. A dimostrazione della sensibilità nei riguardi della vicenda, c’è la firma apposta anche dal sindaco di Spalato, il socialdemocratico Ivo Baldasar, vicino alla Comunità degli italiani, promotrice della petizione, e lui stesso di antiche origini italiane. Oltre ai vertici del sodalizio di via Bajamonti, in prima fila nella raccolta di firme c’è l’ex presidente della Comunità e rappresentante della minoranza nella Contea spalatino-dalmata, Mladen Culic Dalbello: «Siamo riusciti a coinvolgere tutti i nostri connazionali che vivono a Spalato, come pure tanti appartenenti alla maggioranza croata, tra cui intellettuali, docenti universitari, personalità della cultura. È stato recepito come il consolato sia d’importanza fondamentale per noi che ancora ci adoperiamo a favore dell’italianità di queste terre. La chiusura avrebbe conseguenze molto gravi ed è per tale motivo che ci appelliamo alla Farnesina e al ministro degli Esteri, Emma Bonino, a desistere dalla malaugurata ipotesi di soppressione».

La petizione è stata estesa anche ad altre città della regione dalmata, come Zara e Sebenico, e anche nell’isola di Lesina (Hvar) dove in poco tempo il sostegno è stato fornito da circa 200 isolani. Un supporto che riguarda anche zaratini e sebenzani. Ma bisogna aggiungere che la raccolta di firme è possibile pure nella sede della Comunità degli italiani spalatina ed avviene pure a domicilio. La campagna andrà avanti ancora un paio di giorni, con le firme che entro il 25 agosto saranno inviate alla Farnesina. Dalla segretaria della Comunità, Antonella Tudor Tomas, è partito l’appello agli esuli dalmati affinché aderiscano all’iniziativa, inviando per posta i dati come nome, cognome, numero di un documento d’identità, firma e data di compilazione. L’indirizzo da utilizzare è Comunità degli italiani di Spalato, via Bajamonti 4, Spalato (codice postale 21000) Croazia. È stata anche creata una pagina su Facebook, il gruppo si chiama “Sosteniamo il Consolato italiano di Spalato” con il seguente link del socialnetwork

http://www.facebook.com/groups/1398383977045191

 

 

 

 

 

383 –  CDM Arcipelago Adriatico 09/08/2013 – Ballarin: Consolati in Croazia sono il segno del nuovo contesto geopolitico italiano

Ballarin: Consolati in Croazia sono il segno del nuovo contesto geopolitico italiano

 

Immediata la risposta del Presidente dell’ANVGD, alla notizia che il Consolato di Capodistria non verrà chiuso. In una nota stampa, dichiara: “Accogliamo con favore e gratitudine la notizia in merito alla sospensione della chiusura del consolato di Capodistria, annunciata dal Vice Ministro degli Esteri Marta Dassù nell’audizione dell’8 agosto, tenuta davanti alla Terza Commissione permanente del Senato.

 

 

Comprendiamo perfettamente le difficoltà attuali del MAE e, di conseguenza, la delicata strategia posta in essere per rendere le criticità, chance di sviluppo e riorientamento geopolitico, a tutto vantaggio dell’Italia.

 

Noi abbiamo a cuore la difesa del consolato di Spalato, così come quello di Capodistria, appoggiati a ragioni sterilmente revansciste o astrattamente simbolico-identitarie. Non è questo il punto che ci preme sottolineare. La questione veramente aperta e che ci sta a cuore – in completa sintonia con quanto affermato dal Vice Ministro Marta Dassù – è proprio la nuova centralità dell’Italia in un contesto geopolitico del tutto mutato e certamente non privo di contraddizioni.

 

In ragione di ciò, sappiamo che le posizioni strategiche – del tutto complementari – di Capodistria e Spalato richiamano direttamente il recente e significativo ingresso della Croazia in Europa, con l’imponente carico di possibilità generative che questo fatto comporta, a cascata, sull’economia italiana e sul ruolo degli stakeholder più avanzati sul territorio più specificamente balcanico.

La rete diplomatica italiana, giustamente, deve fornire assetti e risposte strategiche al nuovo assetto mondiale; ma questo assetto è composto anche da quell’area balcanica, così vicina all’Italia, e così significativa per un complesso di rapporti spesso stringenti con quella realtà oggi ridefinita da alcune fonti, Eurasia. L’asse mediterraneo, a nostro avviso, è di fronte a noi e richiama in maniera del tutto sinergica l’area balcanica, quasi a formare un doppio vincolo di mandato per la nostra rinnovata strategia geopolitica.

 

Vogliamo inaugurare una fase nuova, anche nel metodo, e perciò abbandonare talune pretese e retoriche revansciste che – non abbiamo difficoltà ad ammetterlo – hanno in qualche misura sostanziato la nostra azione, anche quando supportata da non banali ragioni di legittimità, per costituire una nuova mentalità generativa e strategica volta al futuro, a partire dal presente.

 

Ecco perché anche la sospensione della chiusura del consolato di Capodistria è per noi ragione non solo di consolazione, ma di sfida e provocazione alla tematizzazione di alcune proposte da sottoporre al MAE, consapevoli di stare lavorando, da cittadini, al bene dell’Italia, come Nazione, Comunità e ponte per nuove dimensioni geopolitiche, necessarie sia in Europa, che nel mondo.

 

È dall’oggi che, insieme al MAE, noi ripartiamo, facendoci carico dei suoi stessi problemi strutturali e materiali, ed è con questa profonda convinzione che esprimiamo il desiderio di poter incontrare i vertici del nostro Ministero, per dialogare, informare ed essere informati e metterci a disposizione per tutto ciò che concerne l’area di cui noi siamo rappresentanti storici.

 

È solo attraverso il dialogo e la relazione che potrà nascere una nuova sintonia generativa e strategica, capace, al di là degli esiti immediati, di portare avanti iniziative significative per il bene del Paese e per la nuova ridefinizione delle aree di interesse strategico nazionale, tra le quali, certamente non ultima, quella balcanica.

 

Nelle terre che ci sono care non vi è soltanto la memoria italiana, ma pulsa, come forza viva e creativa, la decisione di un Popolo di sviluppare, in maniera integrata e secondo i nuovi assetti di potere presenti nel mondo, un piano di sviluppo integrato, che avrebbe soltanto bisogno di una qualche attenzione. Parallelamente a quest’iniziativa territoriale, nasce la necessità di avere una presenza istituzionale stabile, che non è detto debba essere pianificata secondo i soliti canoni di istituzionalità consolare, ma che dovrebbe, in ogni caso, far sperimentare alla popolazione italiana una cogenza e uno spessore, un driving, utile all’ambiente socioeconomico e all’impianto strategico e geopolitico.

 

È un insieme di azioni, a nostro avviso, fattibili, e siamo disposti a dialogare e a ragionare su questi punti, con una serie di proposte circostanziate e praticabili, con il MAE, secondo tempi e modalità da decidere e sperimentare, di volta in volta, seguendo il corso degli eventi e delle circostanze relative alle aree di nostro diretto interesse in cui è inscindibilmente iscritta la nostra storia e la nostra amata identità.

 

Antonio Ballarin

 

 

 

 

 

 

384 – Il Piccolo 11/08/13 L’Irci plaude a metà il salvataggio del Consolato italiano di Capodistria

L’Irci plaude a metà il salvataggio del Consolato italiano di Capodistria

 

«La notizia che il Consolato d’Italia a Capodistria (foto) rimarrà attivo è certo tale da procurare moderata soddisfazione in buona parte del mondo giuliano e istriano che negli ultimi dieci giorni, sulle pagine dei giornali e dei social network, si era alzato in molte sue componenti a difesa dei Consolati italiani di Capodistria e Spalato» .

 Così la presidente dell’Irci Chiara Vigini. «Ritengo che indubbiamente molto si debba anche ai parlamentari giuliani – prosegue in una nota – sensibili e sensibilizzati sull’argomento.

 Ettore Rosato, che si era dichiarato da subito contrario alla chiusura, avrà continuato a perorare la causa nell’intenso dialogo con il viceministro agli Esteri Lapo Pistelli, Francesco Russo si sarà adoperato dagli scranni del Senato a ribadire l’inopportunità di tali chiusure e avrà insistito sulla necessità di rafforzare, in questa Europa che si sta aprendo a est, le iniziative per dar voce e possibilità di relazioni agli Italiani dell’Adriatico orientale».

 

 

 

 

 

385 – Il Piccolo 13/08/13 La lettera del giorno – Un grave errore chiudere il consolato italiano di Spalato

Un grave errore chiudere il consolato italiano di Spalato

 

LA LETTERA DEL GIORNO

 

Scrivo in nome della Comunità degli italiani di Spalato riguardo la decisione della commissione degli Esteri del Senato sulla conferma della chiusura del consolato d’Italia a Spalato. È giusto che i mass media sappiano cosa sta succedendo in Dalmazia. Si rischia di mandare a monte il lavoro durato anni tra il Consolato, le Comunità degli italiani, gli esuli e anche gli impreditori che ora piu’ che mai hanno bisogno dell’appoggio del consolato dato l’ingresso della Croazia nell’Unione europea e i previsti investimenti. La chiusura di questo consolato significherebbe non solo la perdita della rete consolare a Zara, Sebenico e Lesina, ma anche una ingiustizia nei confronti di tutti gli italiani presenti (solo a Spalato sono iscritti circa 200 italiani, a Zara circa 500). Per non dimenticare la storia che lega la Dalmazia a tutti gli esuli presenti in Italia. Dato che è stata possibile la revoca della chiusura del Consolato di Capodistria (che dista solo 11,2 km da Trieste) chiediamo che venga revocata la decisione riguardo a Spalato che dista molto di più dal confine italiano. Se per lo Stato italiano sono importanti i legami con la Slovenia e l’Istria(attraverso il consolato generale di Fiume) lo deve essere ugualmente anche la Dalmazia, che in questo modo viene completamente emarginata, nonostante tutti i legami storici, linguistici e culturali che la legano all’Italia. È in atto una petizione nelle località piu’ importanti della Dalmazia che verrà inviata al ministero degli Esteri.

 

 Antonella Tudor Tomas

Comunità degli Italiani di Spalato

 

 

 

 

386 – Il Piccolo 17/08/13 Bufera sul vicesindaco di Roma : «Nieri sulle foibe? Precisa volontà politica riduzionista»

BUFERA SUL vicesindaco di Roma

 

«Nieri sulle foibe? Precisa volontà politica riduzionista»

 

Così Giacomelli (Pdl): «Il Comune di Trieste chieda subito un chiarimento».

 

Il forzista Giorgi: «Un’uscita patetica»

 

«Roma è medaglia d’oro della Resistenza, ha subito il fascismo e il nazismo, la deportazione del Ghetto. È quella la nostra memoria. Altre città ricorderanno le foibe». L’ha detto Luigi Nieri, politico di Sel e vicesindaco di Roma, rispondendo in una intervista alla domanda di un giornalista del Corriere della Sera: «Continuerete a portare i ragazzi delle scuole alle foibe?». La risposta del vice di Ignazio Marino ha suscitato subito reazioni molto dure da parte del centrodestra. Anche a Trieste. Così il capogruppo del Pdl in Consiglio comunale, Claudio Giacomelli: «Non si tratta di ignoranza o di idiozia, seppure le circostanze autorizzerebbero a pensarlo, ma di una volontà politica chiara: negazionista, o meglio riduzionista. Una volontà di ridurre cioè il dramma delle foibe a piccolo fatto locale, quando si tratta invece di una tragedia nazionale. Come capogruppo del Pdl in Comune a Trieste – afferma Giacomelli -, chiedo al sindaco Roberto Cosolini di scrivere immediatamente al sindaco di Roma per avere chiarimenti. Sarebbe il caso lo facessero anche la presidente della Provincia e la presidente della Regione. Mi domando poi se questa di Nieri sia la posizione del Sel anche a Trieste?». Il forzista Lorenzo Giorgi definisce «patetica» l’uscita di Nieri. «E questo personaggio rappresenta la nostra capitale – si chiede Giorgi -? Povera Roma, mi piange il cuore che ancora oggi ci siano degli uomini, con la u minuscola, che ignorando la storia si permettono di fare distinzioni tra morti e fra tragedie». Il Comitato 10 Febbraio bolla come «disgustose le affermazioni di Luigi Nieri.

Contrapporre i morti italiani antifascisti alle vittime italiane delle foibe è un’operazione vergognosa, figlia di una cultura politica dell’odio che non possiamo non condannare. La repressione titina colpì tutti gli italiani e quindi anche tantissimi antifascisti. Nieri offende la memoria dei partigiani della Brigata Osoppo, del Cln di Trieste e di tutti coloro che finirono vittime della repressione titina con la sola colpa di non aver accettato che la propria terra diventasse jugoslava». A polemica esplosa, Nieri ha poi precisato: «Roma capitale è impegnata anche a tenere vivo il ricordo di episodi drammatici accaduti in altri luoghi del nostro Paese che è doveroso conservare, nell’interesse della collettività, compresa la tragedia delle foibe».

 

 

 

 

 

387 – Il Piccolo 20/08/13 Trieste – Cosolini scrive al sindaco di Roma «Foibe dramma di tutto il Paese»

Cosolini scrive al sindaco di Roma «Foibe dramma di tutto il Paese»

 

Caso Nieri, dal Municipio parte una lettera a Marino: «Preoccupazione e sorpresa della città che visse tutti gli orrori del Novecento». E da Russo e Carmi l’invito: «Venga a Basovizza con gli studenti»

 

di Matteo Unterweger

 

Da Trieste a Roma. Il “caso Nieri” induce il sindaco Roberto Cosolini a scrivere al collega Ignazio Marino. Per esprimergli «la preoccupazione e la sorpresa della Comunità che rappresento per le dichiarazioni con cui il vicesindaco Luigi Nieri è sembrato derubricare la tragedia delle Foibe a vicenda esclusivamente locale». Come noto, tutto è nato dalla frase del politico di Sel e vicesindaco della capitale: «Roma è medaglia d’oro della Resistenza, ha subito il fascismo e il nazismo, la deportazione del Ghetto.

È quella la nostra memoria. Altre città ricorderanno le foibe», risposta data in un’intervista al Corsera alla domanda: «Continuerete a portare i ragazzi delle scuole alle foibe?». Pur ritenendola un «involontario e infelice errore, anche alla luce della successiva precisazione» dello stesso Nieri («Roma capitale è impegnata anche a tenere vivo il ricordo di episodi drammatici accaduti in altri luoghi del nostro Paese che è doveroso conservare, nell’interesse della collettività, compresa la tragedia delle foibe»), Cosolini ha ugualmente ritenuto di inviare una lettera ufficiale al sindaco Marino. «Se ti scrivo – recita il testo – è però proprio per la preoccupazione, da un lato, che ci possa essere una tendenza a non considerare come doveroso patrimonio della memoria storica e civile del nostro Paese l’insieme delle tragedie, di cui le Foibe sono parte integrante, che segnarono il periodo bellico e postbellico al confine orientale, e dall’altro che i drammi delle Foibe e dell’Esodo ritornino così ad essere terreno di polemica e magari di strumentalizzazione politica, tendenza – sottolinea Cosolini nella lettera – apparsa anche in qualche reazione alla frase di Nieri». Esponenti del centrodestra, a Roma come a Trieste, avevano subito condannato in maniera molto netta l’uscita del vicesindaco della capitale. A proposito Cosolini, nello spiegare la sua decisione di scrivere a Marino, specifica: «Non l’ho fatto per rispondere ad alcuni inviti un po’ sguaiati che mi sono arrivati e che mi lasciano indifferente per l’uso strumentale di questo infortunio, ma per esprimere la preoccupazione della città. Città che ha avuto un percorso faticoso e doloroso. Credo che quello di Nieri sia stato un errore e ritengo che anche dagli errori si debbano trarre delle lezioni». Nella missiva Cosolini ricorda inoltre a Marino come Trieste abbia «vissuto con grande drammaticità tutte le tragedie causate dai nazionalismi aggressivi e dai totalitarismi del ’900: dalla persecuzione delle minoranze slovene e croate attuate dal fascismo, dall’annuncio a Trieste della promulgazione delle leggi razziali, alla persecuzione e alla deportazione verso i campi di sterminio di tanti appartenenti alla Comunità ebraica, dal campo di sterminio nazista della Risiera agli eccidi delle foibe fino al dramma dell’esodo». Per molti anni, aggiunge il sindaco, Trieste è stata caratterizzata da «un clima di divisione», «di memorie contrapposte»: «una situazione in cui il passato segnava in modo molto pesante il presente e rendeva così difficile volgersi verso il futuro». Cosolini evidenzia poi i grandi passi avanti fatti nel tempo grazie «a un doppio riconoscimento: quello reciproco delle diverse memorie e quello derivante da una presa di coscienza nazionale» sulle tragiche vicende del confine orientale, troppo a lungo – rileva il primo cittadino – considerate «marginali per la memoria storica del nostro Paese».

Infine, l’invito, da sindaco a sindaco, a operare e a collaborare fra istituzioni affinché soprattutto i giovani «possano trarre da tutti gli orrori del ’900 l’insegnamento ad amare e difendere la libertà e la democrazia e a far propri valori di solidarietà e di rispetto per le diversità di nazionalità, di cultura, di fede». E sul “caso Nieri”, il senatore del Pd Francesco Russo e il vicecapogruppo Pd in Consiglio comunale a Trieste Alessandro Carmi invitano il vicesindaco di Roma «a venire in visita ufficiale a Trieste con una delegazione di studenti capitolini:

sarebbe una bella occasione per chiudere una brutta pagina di inutili polemiche e fraintendimenti con un gesto di alto valore simbolico».

 

 

 

388 – La Voce del Popolo 13/08/13 San Lorenzo del Pasenatico ringrazia il Veneto

San Lorenzo del Pasenatico ringrazia il Veneto

 

SAN LORENZO DEL PASENATICO| Seduta solenne in occasione di San Lorenzo, Giornata del Comune, festa patronale e religiosa nell’omonimo borgo del Parentino, nel corso della quale i locali hanno voluto premiare la Regione Veneto per il grosso contributo dato per il riassetto e il recupero del ricco patrimonio veneto di cui si fregia questo borgo. Grazie a questo aiuto, nell’ultimo ventennio è stata recuperata o restaurata parte della cinta muraria, la loggia, il campanile, e anche l’organo, che dopo quarant’anni di silenzio, venerdì scorso ha ricominciato a suonare nella chiesa parrocchiale.

La targa di San Lorenzo, massima onorificenza comunale, è stata consegnata dal sindaco, Marko Ljubešić, all’assessore alle finanze della Regione Veneto, Roberto Ciambetti, che ha salutato i presenti a nome del presidente, Luca Zaia. Ciambetti ha salutato gli sforzi dei locali nell’ultimo ventennio. Ha detto infatti che dalla sua prima visita, datata vent’anni fa, sono stati fatti molti passi in avanti nel recupero del patrimonio veneto in loco. Il Veneto, ha detto, è riuscito a realizzare molti progetti nell ‘Adriatico orientale, sopratutto in penisola, e i risultati sono visibili. Si conta di continuare, facendo meglio e di più, nell’ ambito del progetto di collaborazione tranfrontaliera Interreg Italia Croazia.

Nell’ ambito della cerimonia, il neosindaco, in occasione dei vent’anni della costituzione del Comune ha voluto omaggiare in maniera particolare i sindaci che lo hanno preceduto: Mario Laković, Branko Zgrablić e Silvano Mattossevic; quindi, i giovanissimi e bravi tennisti da tavolo, Karlo Johannes Antolović, Luka Jovičić e Lorenzo Palman, per gli ottimi risultati a livello regionale e nazionale in questo sport. La seduta solenne come tradizione è stata organizzata all’aperto nella piazza centrale, davanti a un nutrito pubblico; tra questo, il presidente della Regione, Valter Flego e una nutrita delegazione di autorità e sindaci del comprensorio, che sono stati salutati dal presidente del Consiglio, il connazionale Adriano Palman.

Nell’occasione, Ljubešić, al timone del Comune dallo scorso maggio, ha espresso soddisfazione per le ristrutturazioni avventue grazie alla Regione Veneto. Sono in atto i preparativi d’accesso ai fondi internazionali per le opere infrastrutturali, per un valore di 5 milioni di kune. La cassa comunale, però, si è sentito ancora dire, è alquanto oberata. I debiti si accumulano e c’è da fare grande attenzione in questo. Pertanto gli attesi e necessari progetti inerenti al riassetto del camposanto, il recupero del centro storico e la costruzione del sistema di illuminazione pubblica dovranno attendere ancora qualche tempo.

Ad assise conclusa, ci si è recati in chiesa ad assistere al concerto di Mario Penzaro, che ha suonato l’organo appena ristrutturato. Apprezzata pure l’esibizione dei musicisti della banda d’ottoni della locale SAC “Matko Laginja“. (lm)

 

 

 

 

389 – Il Piccolo 17/08/13 Valle e Castel Bembo diventano star della tv

PROGETTI INTERNAZIONALI

 

Valle e Castel Bembo diventano star della tv

 

VALLE Ha fatto il giro del mondo l’immagine di Castel Bembo riaperto nel novembre scorso una lunga ristrutturazione finanziata con 2 milioni di euro dal governo italiano. Questo gioiello architettonico di epoca medievale che ora accoglie la Comunità degli italiani, si può dire che faccia da traino all’immagine dell’intero borgo e ben presto lo vedremo anche su Sky. Per spiegare, Valle sta per venir inclusa in due progetti di respiro internazionale,presentati nel corso di una conferenza stampa convocata dagli enti locali e dai rappresentanti dell’Associazione internazionale azione borghi europei del gusto e dell’Associazione l’altratavola. Come spiegato, il primo progetto è dedicato ai percorsi della Grande guerra incluse le fortificazioni austriache costruite sulla costa. Il secondo itinerario invece intitolato “I Bembo fra Venezia, Padova, Asolo e Valle d’Istria”, permetterà di valorizzare l’offerta storica, turistica ed enogastronomica del comune con il chiaro intento di prolungare la stagione turistica e di creare un nuovo prodotto nell’offerta culturale. In questo senso verranno girati ben sei documentari di mezz’ora che andranno in onda sul pacchetto Sky e che pertanto offriranno grande visibilità al territorio, alle sue peculiarità e risorse. Il professor Giorgio Raimondi Dalla Barba, segretario generale dell’Associazione internazionale azione borghi europei del gusto ha spiegato che una collaborazione simile ha coinvolto Buie, Umago e Dignano.

In quest’ultima cittadina ha detto, abbiamo girato un’intera trasmissione dedicata al Festival dell’olio d’oliva. Quale il seguito dei progetti? Il 27 settembre verranno presentati alla stampa nazionale a Milano e subito dopo a Venezia, con particolare riferimento all’itinerario della famiglia Bembo.

Infine in ottobre sia Valle che Dignano ospiteranno una ventina di giornalisti provenienti dai vari paesi che aderiscono all’iniziativa, ai quali sarà presentata l’offerta dei nuovi itinerari. Il patrimonio culturale istro veneto quindi inizia a farsi spazio anche sui canali televisivi il che è garanzia di grande visibilità. Se poi gemme come Valle vengono inserite in programmi specializzati anche eno-gastronomici ecco che l’intera regione fa un passo in avanti sul palcoscenico europeo che le garantisce visibilità e pubblicità. A questo punto non dovrebbe mancare neppure il riscontro turistico con l’Istria che potrà così far valere anche le bellezze del suo interno e non solo quelle ultranote delle sue coste. (p.r.)

 

 

 

 

390 – La Voce del Popolo 10/08/13 E & R – Busalla una piazza intestata a padre Rocchi

A cura di Roberto Palisca

 

Busalla una piazza intestata a padre Rocchi

 

Il 20 luglio, a Busalla, nei pressi di Genova, è stata inaugurata  una Piazza intitolata al benemerito Padre Flaminio Rocchi,  francescano, indimenticato benefattore dei profuhi giulianodalmati,  per molti anni esponente dell’ANVGD e vicepresidente  della “Lega Istriana” fondata a Roma. La Piazza a lui intestata è adiacente a Via Fiumani. La piccola cittadina di Busalla è ben nota per aver accolto fraternamente nei primi anni del dopoguerra, ben 3.000 esuli, soprattutto fiumani e lussignani.

Il sindaco della cittadina, Mauro Valerio Pastorino, aveva scritto  nel 1999 un libretto intitolato “Fiumani”, per ricordare quando  lui bambino viveva con questi “nuovi arrivati” che vide portare  a Busalla slancio e progresso.

Per questo motivo anni fa fu intitolata “Fiumani”  un’importante via della cittadina e ora lo stesso onore viene riservato alla Piazza adiacente, dedicata alll’illustre nome di  Padre Flaminio Rocchi. Da sottolineare anche che il Consiglio comunale di Busalla è presieduto dal fiumano Giuseppe Paolo Bastianutti. (rd)

 

 

 

 

391 – Il Piccolo 12/08/13 Stragi dei titini in Slovenia Una mappa con 600 fosse

Stragi dei titini in Slovenia Una mappa con 600 fosse

 

Secondo gli esperti solo a Tezno, vicino Maribor, una caverna con 15mila corpi

 

La polemica degli storici sull’opera di ricerca: «Il governo non vuole la verità»

 

di Mauro Manzin

 

TRIESTE Le cifre che girano tra gli esperti e gli storici sono impressionanti. Le stragi operate dai partigiani titini alla fine della Seconda Guerra mondiale assumono dimensioni sempre più terrificanti soprattutto nella vicina Slovenia. A riportare questo ancora oscuro capitolo di storia sulle prime pagine dei giornali sloveni è la vicenda che gira attorno a Huda jama, la miniera, oramai in disuso, dove i titini infoibarono migliaia di domobranci ma anche di gente comune che non voleva abbracciare la “buona novella” comunista. Le ossa di circa 800 vittime, come abbiamo riferito anche sul nostro giornale, sono attualmente raccolte in cassette di plastica all’interno di una cavità della Huda jama in attesa di una degna sepoltura. Ora il governo Bratušek sembra essersi accorto di quanto sta succedendo e ha deciso di porre in sicurezza proprio la Huda jama. Ha stabilito, infatti, che la galleria che ospita le ossa degli 800 infoibati, sarà dotata di energia elettrica per l’illuminazione e sarà creato un vero e proprio ossario per raccogliere i resti delle vittime. La cavità sarà inoltre “ristrutturata” con getti di cemento e cemento armato. Per quanto riguarda il pozzo in fondo al quale secondo i primi sondaggi ci sarebbero le spoglie mortali di almeno 2500 vittime il governo ha deciso di ricoprirlo con sabbia. A breve l’esecutivo bandirà un concorso internazionale per erigere in Slovenia un monumento in onore delle vittime di tutte le guerre. Fino ad oggi la ricerca dei cimiteri delle vittime degli eccidi dei titini nell’immediato dopoguerra iniziato nel 1990 ha portato a identificare oltre 600 siti in tutta la Slovenia mentre resti umani sono stati ritrovati, finora, “solo” in 27. Oltre a Huda jama, a Teharje e a Ko›evki rog, mentre uno dei più grandi cimiteri in cui l’opera di recupero non è ancora iniziata si trova a Tezno, nei pressi di Maribor. Qui nel 1999 in una cavità anti-carro furono ritrovati i resti di 1179 persone. Nel 2007 i sondaggi che furono effettuati dimostrarono che l’intera cavità lunga 930 metri è piena di cadaveri. Le prime stime fatte dagli esperti parlano di circa 15mila vittime gettate nel “buco”. I cimiteri degli eccidi di massa titini si trovano in più di cento comuni del Paese e il numero complessivo delle vittime resta ancora un mistero. Intanto Huda jama che nasconde uno dei più efferati eccidi perpetrati dalle truppe titine in Slovenia nel dopoguerra aspetta sempre che lo Stato paghi il suo debito dissotterrando quei cadaveri per dare loro una dignitosa sepoltura. E le ultime decisoni prese dal governo Bratušek (centrosinistra) non soddisfano affatto gli storici che da decenni ormai si occupano di riscrivere quelle tremende pagine di un passato ancora recente. «È una decisione tecnica – afferma lo storico Mitja Ferenc che da anni si occupa dell’argomento – di cui non c’era assolutamente bisogno di discutere, bisognava farlo e basta». Ferenc inoltre accusa le autorità statali della Slovenia di limitarsi a costruire dei monumenti sopra questi cimiteri quasi a voler pulirsi la coscienza da questi efferati crimini, ma in verità l’opera di ricerca è stata di fatto bloccata. «Ho paura di simili decisioni – aggiunge – con i quali il potere vorrebbe chiudere la partita e chiude anche gli occhi. Il potere non vuole, non sa oppure non ha il coraggio di fare quello che sarebbe giusto: continuare un lavoro in tutti i cimiteri degli eccidi titini presenti in Slovenia con un pubblico ricordo di quanto in questi luoghi è avvenuto e dando alle vittime una dignitosa sepoltura». Critico anche l’attuale direttore del Museo di storia contemporanea Jože Dežman che al quotidiano di Lubiana Delo dichiara che la decisione del governo nei confronti di Huda jama «è solo un minimo passo in avanti, un simile atteggiamento nei confonti delle vittime del dopoguerra è una tradizione dei governi di sinistra che di fronte a questi capitoli di storia preferiscono sempre nascondersi nella tana del topo». «Questi per loro – chiude Dežman – sono interrogativi ai quali non sanno o non vogliono rispondere, non sanno se seppellire le vittime e soprattutto non sanno come gestire tutto questo».

 

IN QUEL BUCO 2500 CADAVERI DI DOMOBRANCI UCCISI E NASCOSTI

 

TRIESTE Degli eccidi perpetrati a Huda jama finora esistevano solo alcune testimonianze, anche se tutti coloro i quali vivevano nei dintorni sapevano bene che cosa era successo. Una di queste è quella di un autista di camion che all’apposita Commissione governativa ha dichiarato di aver preso parte nel giugno del 1945 al trasporto dei “domobranci” dal campo di concentramento di Teharje alla miniera di Huda jama dove sono stati sommariamente fucilati. I camion hanno trasportato per sette notti consecutive i prigionieri davanti alla miniera, fino a quando questa non si è riempita di cadaveri. Un conto sommario parla di 2.500 vittime. Solo nel 2008 l’apposita Commissione governativa ottenne le necessarie autorizzazioni per iniziare a scavare nel pozzo Santa Barbara. I lavori iniziarono a luglio ma dopo aver abbattuto il primo muro gli operai si sono trovati davanti a un ammasso di materiali inerti che ricoprivano il pozzo. Si misero a scavare e finalmente ora, dopo aver bucato ben undici suolette di cemento armato che sigillavano il “buco” si sono trovati davanti alla macabra scoperta. «Ho visto tante cose nella mia carriera – ha dichiarato il medico dell’Istituto di medicina legale di Lubiana che effettuò il sopralluogo – ma quello che ho visto nella miniera ha sconvolto la mia coscienza». I medici legali hanno accertato la presenza di almeno 346 scheletri mummificati, ma effettuati i sondaggi del pozzo che è profondo 45 metri hanno chiarito che in tutto i cadaveri presenti sono 2.500. I cadaveri, soprattutto di maschi, presentano fori alla testa e sul corpo. Si ritiene che i prigionieri o sono stati ammazzati davanti alla miniera e poi buttati dentro, oppure gettati nel “buco” ancora vivi e poi ammazzati sistematicamente. Insomma lo stesso sistema adoperato per i crimini a noi tristemente noti delle foibe. (m. man.)

 

 

 

 

392 – Rovigo Oggi 21/08/13 Ettore Beggiato, ricorda l’addio al Leone della Serenissima Repubblica nell’Albania Veneta

STORIA D’ITALIA

 

Ettore Beggiato, indipendentista veneto, ricorda l’addio al Leone della Serenissima Repubblica nell’Albania Veneta avvenuto il 23 agosto 1797

 

“Par trecentosettantasette anni le nostre vite le xe stae sempre par ti, o San Marco”

Un addio struggente, fatto di lacrime e di commozione davanti all’insegna e al gonfalone della Serenissima repubblica veneta. Così Ettore Beggiato, già assessore regionale e indipendentista veneto, ricorda che il 23 agosto 1797 il capitano Giuseppe Viscovich ammainò le insegne del “Serenissimo Veneto Gonfalon” nelle Bocche di Cattaro, nella parte meridionale della Dalmazia, chiamata “Albania veneta”

 

Il 12 maggio 1797 cadeva (o meglio, tramontava…) la Serenissima Repubblica Veneta;  nel nome di San Marco ci fu una resistenza notevole all’avanzata dei giacobini francesi e italiani: dal massacro del ponte di Rialto alle Pasque veronesi, da Salò all’Altopiano dei sette comuni, dalla bresciana Valle Sabbia all’Istria.

In altri territori del Serenissimo Commonwealth, invece, la bandiera di San Marco continuò a sventolare per settimane e settimane; nella fedelissima Dalmazia fino a  tutto agosto, per oltre cento giorni ci furono “enclaves” dove la Serenissima continuò  a esistere.

Emblematico e commovente il caso di Perasto, nelle Bocche di Cattaro, nella parte meridionale della Dalmazia, chiamata altresì “Albania veneta”; solo il 23 agosto 1797 il capitano Giuseppe Viscovich ammainò le insegne del “Serenissimo Veneto Gonfalon” con uno struggente addio che ripropongo e che dedico a tutti coloro che  continuano ad ignorare l’attaccamento dei popoli, delle genti, delle terre che si riconoscevano nella bandiera di San Marco alla Repubblica Veneta.

“In sto amaro momento, che lacera el nostr cor, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, al Gonfalon de la Serenissima Republica, ne sia de conforto, o cittadini, che la nostra condotta passata e de sti ultimi tempi, rende non solo più giusto sto atto fatal, ma virtuoso, ma doveroso par nu.

Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l’Europa, che Perasto ha degnamente sostenudo fin a l’ultimo l’onor del Veneto Gonfalon, onorandolo co sto atto solenne, e deponendolo bagnà del nostro universal amarissimo pianto. Sfoghemose, cittadini, sfoghemose pur, e in sti nostri ultimi sentimenti coi quali sigilemo la nostra gloriosa carriera corsa sotto al Serenissimo Veneto Governo, rivolgemose verso sta Insegna che lo rappresenta, e su de ela sfoghemo el nostro dolor.


Par trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre par ti, o San Marco; e fedelissimi sempre se avemo reputà ti con nu, nu con ti; e sempre con ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi. Nissun con ti ne ha visto scampar, nissun con ti ne ha visto vinti e spaurosi! E se i tempi presenti, infelicissimi par imprevidenza, par dissension, par arbitri illegali, par vizi offendenti la natura e el gius de le genti, non te avesse tolto da l’Italia, par ti in perpetuo sarave le nostre sostanze, el nostro sangue, la vita nostra e, piuttosto che vederte vinto e desonorà dai toi, el coraggio nostro, la nostra fede se avarave sepelio sotto de ti! Ma za che altro no ne resta da far par ti, el nostro cor sia l’onoratissima to tomba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagreme!”.


Ettore Beggiato già assessore regionale del Veneto

 

 

 

 

393 – Il Piccolo 15/08/13 L’avvocato partigiano Giuseppe Škerk paladino della convivenza

L’avvocato partigiano paladino della convivenza

 

Giuseppe Škerk a 90 anni si batte ancora con una nuova mostra storica ideata per far riemergere dall’oblio il sacrificio degli ex soldati austroungarici

 

di Livio Missio

 

«Caro sindaco Spaccini, lo sa che avrei qualche diritto sul Municipio? Nel maggio del ’45, dopo due anni di guerra, non ero più abituato ai materassi e così dormivo sul tavolo delle riunioni della giunta comunale…». È un fiume in piena, l’avvocato Giuseppe Škerk fu Giuseppe, classe 1923. Sul divano dell’avita casa-museo al 15 di Ternova Piccola, affabile ospite, grande affabulatore, ti stordisce con un fiume carsico di ricordi, aneddoti, analisi lucide. «Scriva…» e ti segue con l’indice affusolato. Se l’argomento si fa delicato si appoggia allo schienale del sofà, la mano nasconde il volto, poi accarezza all’indietro i capelli. Sembra una pausa dell’età: in realtà il computer che ha in testa cammina alla velocità della luce: ricorda, analizza, filtra… «Speti un momento…» e alla fine parla. E se l’argomento lo appassiona un solo intercalare: «Ostia!» E così fra ostie!, la speti! e scriva! cerchiamo di condensare novant’anni di vita vissuta pericolosamente in poche date. Tutto comincia il 18 marzo 1923 Sono nato quel dì in questa casa dalla seconda moglie di mio papà, Luigia Bratina, sorella della prima moglie defunta nel ’20 di spagnola assieme all’ultima figlia. Mio papà aveva ereditato la locanda e i terreni: aveva due fratelli e sei sorelle ma, essendo il primo maschio, il maso chiuso era rimasto a lui, che però aveva liquidato tutti i parenti. Poi nel ’14 partì col 97.o reggimento di fanteria (il famoso Demoghèla, ndr) per la guerra lasciando moglie incinta e quattro figli. Tornò nel ’20 dalla Siberia dopo sei anni di prigionia, si rimboccò le maniche, reimpiantò i vigneti divorati dai cavalli austriaci e riaprì la locanda sposando la cognata. Era un grand’uomo: mai iscritto al Pnf perché era rispettoso della legge e quindi contrario ai soprusi, ma rispettato dall’ala tollerante del regime, sindaco di San Pelagio, presidente della Cassa rurale depositi e prestiti che aiutò la gente a risollevarsi, della sua guerra però parlava poco. «Non sono discorsi per te», mi diceva quando origliavo i racconti dei reduci che affollavano la nostra locanda: eravamo sotto l’Italia fascista e le imprese degli ex combattenti austroungarici erano tabù. Me ne parlò quando arrivai ai 18 anni: una specie di difesa nei miei confronti, benchè ne avesse passate tante, e terribili… Primo ottobre 1939 Ricominciava l’anno scolastico: dopo le elementari a San Pelagio ero stato mandato al liceo-ginnasio Vittorio Emanuele III di Gorizia, dove presi la maturità nel ’41 saltando l’ultimo anno perché così avrei potuto fare l’ufficiale e i professori, alla maturità, erano di manica larga. L’Italia si stava preparando alla guerra con la Jugoslavia e Gorizia era piena di ufficiali e generali italiani: e da loro sentii per la prima volta la storia della prima guerra raccontata dagli italiani… E mi ricordo anche, dell’anno prima – il ’38 – il discorso di Mussolini con cui annunciava le leggi razziali in piazza dell’Unità: la scuola ci aveva mandato a Trieste per applaudire… E arriviamo al tragico 8 settembre 1943 Che mi colse al corso ufficiali di fanteria a Opicina. Non ci pensai due volte e due giorni dopo mi presentavo ai partigiani sloveni della Quarta zona, a Comeno, (il IX Corpus fu istituito un mese dopo). Mi ero iscritto a giurisprudenza e avevo già dato un paio di esami ma al crollo dell’Italia non ebbi esitazioni. Non ero comunista, non ho mai avuto quella tessera nè con l’esercito jugoslavo nè poi, ma per noi sloveni era naturale andare con i partigiani jugoslavi: il nostro scopo era sconfiggere il fascismo. Volevamo conquistare i nostri diritti nazionali, non fu una scelta ideologica. Lì a Comeno il comandante mi dice: studente? bene, ci servono comandanti… E così mi ritrovo con incarichi di comando nella terza Brigata d’assalto “Gravnik”. Sono stato ferito da fucilate due volte, mi sono congelato i piedi sulle montagne di Idria con due metri di neve: alla fine ero arrivato nel comando della Quarta Armata ma non ho mai voluto gradi… Sì, da qualche parte devo avere un paio di decorazioni (e con la mano spazza l’aria come dire: roba che non conta…) Successivamente, come membro del servizio informazioni del IX Corpus raccoglievo notizie che passavo agli angloamericani per un eventuale sbarco da Sistiana a Miramare: in particolare, spiavo il traffico delle tradotte militari verso il fronte italiano. Intanto i tedeschi non ci davano tregua: mio fratello venne deportato in Germania per lavorare in una fabbrica e io, per far allentare la presa della polizia militare tedesca, chiesi ai miei di far officiare una messa a San Pelagio alla mia memoria. A un ufficiale tedesco ho anche sparato, ma alle braccia. Ero in moto, alla guida di una colonna che doveva andare a razziare i cannoni di una postazione contraerea alle Terme Romane di Monfalcone. Avevo armi a volontà, in quei giorni ce le davano anche i carabinieri, ma soldati pochi. Insomma, incrocio un sidecar della Wehrmacht e l’ufficiale in carrozzina mi punta la mitragliatrice. Sparai prima io… Poi dopo la guerra mi sono interessato, ho scoperto chi fosse: viveva in Germania ma non l’ho mai incontrato (altra spazzolata nell’aria con la mano…) Mi chiede se sapevamo della Risiera? Certo, lo sapevano tutti. Dopo un bombardamento alcuni prigionieri erano riusciti a fuggire. E poi c’erano le SS, gli ucraini e gli italiani del battaglione Davide che quando alzavano il gomito nelle osterie si vantavano e noi lo venivamo a sapere. La guerra finisce e siamo al tragico maggio 1945 Alla fine della guerra ero nel comando della Quarta armata jugoslava, che godeva dei pari diritti delle truppe angloamericane. Un dettaglio importante, perché altrimenti avrebbero potuto disarmarci. Io ero un militare, e ci tengo molto a precisare che mi sentivo tecnicamente un occupatore di queste terre in base all’armistizio di Malta del settembre ’43: la liberazione invece era un fatto squisitamente politico. Lo Stato italiano aveva rinunciato alla sovranità in favore dei Paesi che avevano fondato le Nazioni Unite, noi avevamo il potere di un governo a tutti gli effetti: anche quello giudiziario o quello di battere moneta. Ma ripeto: ero un soldato. Da un giorno all’altro ci aspettavamo l’attacco angloamericano e i miei uomini hanno dormito per 40 giorni con le scarpe ai piedi. Noi eravamo i responsabili della situazione militare ma c’era l’Ozna, la polizia segreta, che faceva quello che voleva… si figuri che nemmeno io sapevo dove avessero sede. Per qualche amico mi sono speso – non so se con successo – e anche mio padre, come vicepresidente del comitato di liberazione nazionale (jugoslavo, ndr) andò a Trieste per protestare dopo che l’Ozna si era fatta viva anche dalle nostre parti portando via un paio di persone. Certo, infoibati ce ne furono anche qui, ma almeno l’Ozna non si fece più viva. E saltiamo, con Trieste in mano al Gma, al 1948 È l’anno in cui mi laureo. Dopo il maggio del ’45 vado a Lubiana fino all’ottobre, sempre al comando della Quarta armata. Ma dopo quattro mesi, con 12 compagni d’armi, decidiamo di tornare a Trieste e riprendere gli studi interrotti. Loro avevano bisogno di quadri, ci offrivano quello che volevamo, ma… (altra spazzolata nell’aria). Comincia una carriera universitaria che farebbe morire d’invidia ogni matricola di oggi. La prima volta vado all’università con mitra a tracolla e bustina con la stella rossa: ci sono esami a ruolo? “Tuto serà” mi fa l’impiegata: era il maggio ’45. Ci torno da civile e riprendo. Nel ’46 dò l’esame di diritto civile con un professore di Genova. Solo la parte generale (le obbligazioni), i reduci erano dispensati dal corso monografico. «Sono reduce, professore». «Ma quanti reduci ci sono a Trieste?» fa lui. Per farla curta: ghe mostro il mio tesserin di ufficial del esercito jugoslavo con tanto de congedo, quel me fa due domande mona e me dà 22. Con professor Francesco Alimena, un vero signore meridionale che veniva da Potenza dopo tre giorni di viaggio, feci l’esame di penale e quello di procedura penale insieme. A lume di candela, sa, la luce andava e veniva. Stessa tecnica: prima il libretto militare… E lui: mi dica, perché voi sloveni non volete l’Italia? Mi ghe spiego le nostre ragioni nazionali, parlemo per un’ora e meza, poi lui me disi: che voti desidera? La fazzi lei, ghe rispondo. Li ha un po’ bassini, me fa guardando il libretto. Cossa la vol, combater e studiar… Le andrebbero bene due 23? Poi però, conclude l’avvocato, per rimorso mi sono laureato con lui. Era il 3 marzo del 1948 E subito cominciai il tirocinio, poi aprii il mio studio legale prima in via XXX Ottobre, poi in via Valdirivo, e sono ancora iscritto all’Ordine. Ho sempre fatto il civilista, occupandomi anche di diritto internazionale: arbitraggi nel campo dei traffici portuali, del commercio internazionale, dei rapporti interbancari: andavo fra Zurigo, Parigi, Colonia, Belgrado, Mosca… Cosa penso dell’idea di riesumare il Territorio libero di Trieste? Ah, come voti gliene porterà un sacco. Tecnicamente, sul piano giuridico, nol vali un boro. Per un motivo molto semplice: col Trattato di pace fu bensì istituito il confine che delimitava il nascendo Tlt, ma non vennero mai costituiti gli organi: sarebbe come costruire lo chassis di un’auto senza poi metterci il motore. 1964: nasce la Regione speciale FVG E io divento consigliere regionale per l’Unione Slovena, che avevo fondato con altri quattro (sono l’unico rimasto). Ma non ho mai avuto una tessera in tasca. Lavorammo molto, facendo, per esempio, la legge che istituiva il comitato regionale di controllo sugli enti locali che sottraeva potere alle prefetture. Ma, tornando a Osimo, nel ’76 l’Italia ha riconosciuto che la linea di demarcazione Zona A-Zona B diventava un confine a tutti gli effetti, completando così la sovranità italiana su queste terre. È vero però che il Trattato di Pace fu violato per primi dagli jugoslavi quando si annetterono la zona B nel ’54. E, per quanto riguarda il Tlt, trattandosi di un trattato internazionale, gli eventuali diritti da questo derivante possono essere impugnati eventualmente solo dallo Stato contraeente, non da singoli cittadini. Osimo? Come fondatore dell’Unione Slovena ero contrario per la parte della Zona franca industriale sul Carso, per il resto c’erano molte cose buone. Altra data cruciale: 11 novembre 1960 Io e Zora Koren, pittrice affermata, ci sposiamo a Roma in quei monasteri che fanno messe drio man: sa, non eravamo più giovani… E poi noi carsolini siamo generalmente laici, anche se dopo il liceo mi avevano proposto di entrare in seminario (altra sventolata di mano). Senza figli, abbiamo deciso di trasformare un’ala della casa in una sala esposizioni e di destinare tutto il patrimonio a una fondazione culturale per diffondere con mostre e altri avvenimenti culturali di elevato livello la reciproca conoscenza fra italiani e sloveni e delle relative storia e cultura per un miglior rispetto e convivenza. Se muoio andrà tutto a una fondazione, ma fra due anni voglio fare la mostra sulla “corsa per Trieste”… 9 agosto 2013: si apre la mostra “la memoria rimossa”

Per ricordare le nostre genti cadute nella grande guerra, che il fascismo cancellò dalla storia. E questa, ndr, è la storia in pillole dei primi novant’anni dell’avvocato Giuseppe Škerk fu Giuseppe. Alla prossima.

 

 

 

394 – Il Piccolo 12/08/13 «Tlt mai nato perché l’Onu non nominò il governatore»

«Tlt mai nato perché l’Onu non nominò il governatore»

 

Sardos Albertini: è scritto, il Trattato del ’47 condizionava a quella figura la nascita dell’entità.

 

 Oggi pretese senza fondamento giuridico, pazzesco che qualcuno ci creda

 

di Gabriella Ziani

 

Paladino dell’italianità. Degli esuli che scelsero l’Italia nel dopoguerra a prezzo di tutto. Presidente della Lega nazionale.

 

Per settimane Paolo Sardos Albertini, avvocato, e con la Lega nazionale anche gestore del monumento e del museo della Foiba a Basovizza, è stato a guardare interdetto. Poi ha deciso di dire quel che pensa delle “propagande” del Movimento Trieste libera, che promette il Territorio libero rileggendo i trattati di pace emergenziali del ’47, e che soprattutto si affanna a ripetere che “Trieste non è Italia”. Sardos Albertini però non ne fa una battaglia politica, ma punta dritto sulla verità storica. Avvocato come vede lei la questione? Vedo che il tema “Territorio libero di Trieste” è improvvisamente tornato d’attualità.

 

 Qualcuno se ne è fatto paladino occupando generosamente la cartellonistica cittadina. Per evitare troppi equivoci (e magari speculazioni) può forse meritare qualche semplice puntualizzazione. Che finora non avevo creduto necessario fare. Perché ieri no e oggi sì? Perché è una teoria talmente sballata e assurda. Non potevo credere che qualcuno ci sarebbe andato dietro. L’unica cosa che mi piacerebbe sapere è chi ci mette i soldi, in questo movimento. Ma non volevo proprio espormi per contestare gente che va dicendo in giro “due più due fa cinque”. Una sciocchezza. A un certo punto però ho visto che più di uno comincia a credere che “due più due fa cinque”.

 

E allora ho detto no, adesso proprio basta. Tornando alle somme corrette, qual è per lei il punto cardine del discorso? È sicuramente vero che il Trattato di pace del ’47 prevedeva una nuova entità statuale (sul territorio che va dal Lisert al Quieto), ma condizionava la sua nascita alla nomina, da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, di un governatore. E fin qui è storia. Sì, ma poiché tale nomina non è mai stata fatta, ne è derivato che il Territorio libero di Trieste mai è venuto in essere. Sicché lo Stato italiano mai ha trasferito la sovranità su tale territorio al nuovo soggetto statuale (come sarebbe dovuto avvenire in forza del Trattato). Dunque si parla oggi di rimettere in vita una cosa che non era mai nata? Certo.

 

 Con il Memorandum di Londra del ’54 Inghilterra e Usa, che amministravano la cosiddetta Zona A (dal Lisert a Muggia) hanno trasferito allo Stato italiano tale amministrazione, su tale territorio (che includeva Trieste), che così è tornato a essere pienamente Italia. Sia per la sovranità (mai cessata) che per l’amministrazione (così recuperata). Per il restante territorio (la cosiddetta Zona B, da Muggia al Quieto) il Memorandum ha previsto l’amministrazione civile jugoslava. Sarà solo col Trattato di Osimo che avverrà la cessazione della sovranità italiana a favore della Jugoslavia. Dunque non ci sono falle nella legislazione? Per quanto detto, è chiaro che il territorio già destinato al TlT è attualmente, a pieno titolo, in parte Italia e in parte Slovenia e Croazia (in quanto subentrate alla Jugoslavia). La pretesa di far nascere, oggi, quel Territorio libero di Trieste (che mai ebbe a nascere) risulta privo del benché minimo fondamento giuridico e politico e in palese contrasto con i minimi criteri di semplice buon senso. Tanto da risultare quasi imbarazzante il doverlo affermare. 

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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Posted in: 10 febbraio