RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 881 – 20 LUGLIO 2013

Posted on July 27, 2013


N. 881 – 20 Luglio 2013

                                   

Sommario

 

 

 

342 – Avvenire 17/07/13 Maria Pasquinelli:  l’ultima irredentista di Pola (Lucia Bellaspiga)

343 – Il Giornale 16/07/13 La «Piovra» jugoslava spiava gli esuli italiani (Fausto Biloslavo)

344 – Il Piccolo 15/07/13 Radin: «C’era un dossier a mio nome era difficile essere italiano in Istria» (Mauro Manzin)

345 – Il Piccolo 14/07/13 Università Popolare: Silvio Delbello “Noi italiani visti sempre con sospetto” (m. man.) 

346 – Il Piccolo 15/07/13 Una scia di 007 per salvare la Jugoslavia (Mauro Manzin)

347 – Corriere della Sera 12/07/13 Risponde Sergio Romano – Gli italiani e i croati insieme nell’Unione Europea (Piera Maria Perucca)  

348 – Anvgd.it 17/07/13  Ballarin a Sergio Romano: «l’occupazione jugoslava preludio di pulizia etnica» (Antonio Ballarin)

349 – Coordinamento Adriatico 30/06/13 L’Europa si allarga, ma non deve dimenticare la Storia (Davide Rossi)

350 – La Voce del Popolo 03/07/13 Raccontare la storia, costruire il futuro (Ilaria Rocchi)

351 – L’Arena di Pola 29/06/13 Una croce per gli Infoibati (Silvio Mazzaroli)

352 – Il Piccolo 15/07/13 Il neo-sindaco di Spalato ringrazia gli amici italiani (a.m.)

353 – Il Piccolo 18/07/13 L’Unione italiana celebra a Torre i suoi 22 anni di vita (p.r.)

354 – Il Piccolo 18/07/13 L’Unione italiana celebra a Torre i suoi 22 anni di vita (p.r.)

355 – La Voce in più Dalmazia 13/07/13 Intervista – Carlo Cetteo Cipriani memoria d’obbligo (Ilaria Rocchi)

356 – Il Messaggero 13/07/13 Roma – Terrorismo, commemorato il colonnello Antonio Varisco

 

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

342 – Avvenire 17/07/13 Maria Pasquinelli:  l’ultima irredentista di Pola

MARIA PASQUINELLI: l’ultima irredentista di Pola

 

di Lucia Bellaspiga

Era una mattina di pioggia a Pola, il 10 febbraio del 1947, quando tra la folla una giovane donna in cappotto rosso alzò il braccio con la pistola in pugno e fece fuoco tre volte contro il cuore di un uomo. A terra rimase il corpo di un alto ufficiale inglese di 38 anni, il generale di brigata Robert De Winton, comandante delle forze alleate che presidiavano il capoluogo istriano. Nel fuggi fuggi generale solo lei, Maria Pasquinelli, restò immobile aspettando l’arresto. Nelle stesse ore a Parigi, con il famigerato Trattato di pace, l’Istria, Fiume e la Dalmazia stavano per essere cedute definitivamente alla Jugoslavia di Tito: e anche per i trentamila abitanti di Pola, come già era avvenuto nelle altre città giuliano-dalmate, l’esodo sarebbe stata l’unica via per sfuggire alla mattanza e alle foibe. Da mesi ormai la città dell’Arena si stava svuotando, si partiva per restare italiani, portandosi appresso le salme dei genitori e dei fratelli, ma quel lugubre 10 febbraio (oggi celebrato come Giorno del Ricordo) Robert De Winton sentiva forse il peso di essere l’uomo che a ore avrebbe ceduto l’italianissima Pola al dittatore comunista. Forse pensava alla moglie e al figlio di sei mesi che presto avrebbe rivisto, quando il suo sguardo incrociò quello della giovane vestita di rosso, l’ultima degli irredentisti secondo gli esuli istriani, venuta da Milano per compiere la sua estrema azione di ribellione contro un’ingiustizia.

Lui oggi avrebbe 105 anni, lei ne aveva cento e mezzo giorni fa, quando l’abbiamo incontrata per l’ultima intervista prima della morte. Maria Pasquinelli, drammatico e controverso personaggio della storia del Novecento, ha chiuso gli occhi il 3 di luglio in una struttura per anziani di Bergamo, la stessa in cui chiedeva solo di essere dimenticata. C’era anche riuscita, dopo che per decenni aveva rifiutato ogni intervista e fatto perdere le sue tracce, al punto che Wikipedia e più di un libro la davano per scomparsa da tempo (solo qualche esule sapeva di lei, come si evince dall’appassionato libro La giustizia secondo Maria di Rosanna Turcinovich Giuricin, edito da Del Bianco cinque anni fa).

«Vivo con l’ombra di quell’uomo, il mio morto me lo porto sulle spalle». Poche le parole che la Pasquinelli ha accettato di dirci su un passato che non ha mai finito di tormentarla. Una cosa è certa, «quel giorno dovevo morire anch’io», per questo era rimasta ferma sulla via di Pola ad aspettare gli spari dei militari inglesi. Invece fu arrestata e processata a Trieste dal governo militare alleato, che la condannò a morte (pena poi commutata in ergastolo). «La decisione di questa Corte è che lei venga uccisa. Può appellarsi entro trenta giorni contro questa decisione», fu la sentenza del giudice il 10 aprile del 1947, ma la donna, che si era subito dichiarata colpevole, non fece un passo indietro:  «Ringrazio la Corte per la cortesia usatami, ma sin da ora dichiaro che mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra», si legge ancora oggi nei verbali.

Ma perché una maestra elementare di Milano, amatissima dai suoi alunni (ancora oggi) per l’assoluta abnegazione verso gli ultimi, sempre schierata dalla parte dei più deboli e sfortunati, era diventata assassina e in una terra così lontana? Ed era soltanto un’assassina, oppure dietro il suo gesto, esecrabile e tremendo, c’era quell’afflato per cui ad esempio un Guglielmo Oberdan, impiccato dagli austriaci per aver organizzato un attentato irredentista, per noi che gli dedichiamo le piazze era un patriota? «Qui a Milano la conoscevamo tutti come persona dolcissima, che nel quartiere della Bicocca insegnava ai dipendenti della Pirelli, tra le case popolari, ma entrava anche nelle famiglie dei suoi alunni –  testimoniano Giuditta e Annibale Perini, suoi amici dagli anni ’40 -: la notte faceva assistenza ai genitori malati nelle case povere, di giorno dava ripetizione ai più fragili». «Era uno spirito libero, un carattere forte – commenta Guido Brazzoduro, sindaco di Fiume in Esilio -, a 17 anni aveva vinto la cattedra, poi nel 1941 era partita per l’Africa come crocerossina, ma per raggiungere la prima linea e poter operare dove si moriva si tagliò i capelli e si vestì da soldato… Fu scoperta e rispedita in patria». Precorrendo i tempi, si era anche recata a Perugia per laurearsi in pedagogia, poi al ritorno dall’Africa la richiesta di trasferimento nelle scuole di Spalato, in Dalmazia, e lì l’angoscia di fronte al genocidio operato da Tito sotto gli occhi indifferenti degli Alleati.

«Nei negozi di macelleria vide i corpi appesi», riferisce Brazzoduro. «Dalle autorità croate nel 1943 ebbe il permesso di recuperare dalle fosse comuni oltre cento salme di italiani fucilati dai titini e lì trovò i suoi amici, anche il preside della sua scuola, insieme a noti antifascisti». Ma il peggio lo vide poi a Pola con la strage di Vergarolla (un centinaio di persone, soprattutto bambini, dilaniate in spiaggia da mine nascoste nella sabbia) e il dramma delle foibe. È lì che l’animo inquieto della professoressa maturò il drammatico gesto, snaturando quella generosità che a Milano tutti conoscevano: «Ho amato la mia patria più della mia anima», ha provato a spiegare, conscia che quell’anima pesava troppo nonostante il perdono chiesto alla giovane moglie dell’inglese ucciso e da lei ottenuto.

 

 Il resto è una storia di silenzio e dedizione: «Nel suo animo è sempre rimasta maestra, insegnava alle altre detenute e soprattutto si occupava dei bimbi delle carcerate, reclusi con le madri fino ai tre anni», racconta l’amica Giuditta. Nel carcere di Perugia la coscienza di Maria Pasquinelli trovò l’amicizia, o almeno la comprensione, di un’altra anima tormentata, quella di Rina Fort, il “mostro di via San Gregorio”, per anni impegnata a tessere vestitini per neonati pur di cancellare dalle mani il sangue dei tre bambini da lei uccisi a Milano…

E proprio le mani guardavamo a Maria Pasquinelli giorni fa, nell’assurdo tentativo che sempre si fa di trovarvi qualche tracci dell’antico gesto. Invece solo un debole sorriso sul volto di un’anziana signora sconosciuta anche ai compagni di ospizio. Nel 1964 il presidente della Repubblica Saragat le concesse quella grazia che lei aveva sempre rifiutato e che allora accettò per accudire una sorella morente, prima di seppellirsi da sola nell’oblio. Nel 1965 l’ultima intervista rilasciata a un giornale, poi fino a oggi il silenzio, perché? «Molti hanno tentato di reclutarmi anche in politica, ma il mio morto non deve rendermi nemmeno una lira». È morta due giorni dopo il ritorno di Pola nell’Europa unita e libera, il traguardo per cui 66 anni prima si era dannata. A noi ha chiesto di pubblicare la sua unica intervista soltanto a funerale avvenuto.  L’abbiamo esaudita.

«Seguendo l’esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibile come Loro all’appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli Jugoslavi dal settembre 1943 a oggi solo perché rei d’italianità, a Pola, irrorata dal sangue di Nazario Sauro, capitale dell’Istria martire, riconfermo l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia…».

Con questo biglietto trovato nella tasca del suo cappotto, Maria Pasquinelli, convinta di morire sotto il fuoco degli inglesi, lasciò scritto il movente del suo gesto omicida. «Mi ribello – prosegue il testo -, col proposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentare i Quattro Grandi, i quali alla Conferenza di Parigi in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all’Italia», condannando «le nostre genti indomabilmente italiane» ai grandi drammi che davvero sconvolsero le popolazioni giuliano-dalmate e la mente stessa di Maria Pasquinelli: «la morte in foiba, la deportazione, l’esilio».

 

(L.B.)
Libro

Un atto controverso

Maria Pasquinelli, laureata in pedagogia ed insegnante, uccise il generale inglese Robin W. M. De Winton a Pola, la mattina del 10 febbraio 1947, il giorno in cui a Parigi veniva sancito il passaggio dall’Italia alla Jugoslavia di Fiume, Zara, le isole Lagosta e Pelagosa, l’alta valle dell’Isonzo, gran parte del Carso triestino-goriziano e  dell’Istria.

La data del trattato è stata assunta come Giorno del Ricordo per le popolazioni italiane. Il libro “La donna che uccise il generale. Pola, 10 febbraio 1947” (Ibiskos, pagine 248, euro 12,00), di Carla Carloni Mocavero, riguarda l’unico, terribile atto di violenza compiuto in nome dell’esodo e della perdita delle terre italiane. Nata a Firenze nel 1913, la Pasquinelli si diplomò maestra elementare e successivamente si laureò in pedagogia a Bergamo; nel 1940 si arruolò volontaria crocerossina al seguito delle truppe italiane in Libia e nel 1942 chiese di essere inviata come insegnante in Dalmazia. Dopo l’attentato fu processata dalla Corte militare alleata di Trieste: la condanna, a morte, fu poi commutata in ergastolo. Nel 1965 tornò in libertà dopo la grazia concessale dal presidente Saragat.

 

 

 

 

 

343 – Il Giornale 16/07/13 La «Piovra» jugoslava spiava gli esuli italiani

L’Intelligence rossa  –  Un dossier inedito

 

La «Piovra» jugoslava spiava gli esuli italiani

 

Istriani e dalmati sorvegliati anche negli anni’80 dopo la morte di Tito

 

Fausto Biloslavo

 

I servizi segreti jugoslavi spiavano gli esuli italiani e i connazionali rimasti in Istria e Dalma­zia anche dopo la morte del mare­sciallo Tito nel 1980. Lo rivela un rapporto segreto sull’attività del- l’Udba, la polizia segreta titina dal 1980 al 1990, poco prima del crollo del sistema socialista. Uno spacca­to inedito di storia che sembra un romanzo con nomi in codice delle spie, agenti italiani scoperti e ope­razioni segrete anche a Udine e Trieste. Il quotidiano di Pola, Glas Istre, ha pubblicato stralci del dos­sier compilato nel ’91 per il nuovo padre padrone della Croazia dal­l’indipendenza, Franjo Tudjman, ex generale di Tito.

 

Il titolo del dossier è burocrati­co: «La ricostruzione del Servizio di sicurezza statale del Segretaria­to repubblicano degli affari interni della Repubblica socialista di Cro­azia dall’1980 al30 maggio 1990».Il documento, però è stato redatto da due pezzi grossi dell’intelligence titina prima e croata dopo l’indi­pendenza. Il più noto è Josip Perkovic, in questi giorni sotto i riflettori perché la Germania ne chiede l’estradizione per l’eliminazione di un dissidente croato in territo­rio tedesco nel 1983. Secondo il dossier le associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati erano nel mirino dell’ intelligence anche negli anni Ottanta. Gran parte del­le operazioni puntavano a contra­stare il «nazionalismo italiano». L’intelligence jugoslava temeva «iniziative nazionaliste-irredentiste finalizzate alla secessione dei suddetti territori (Fiume, Istria, isole del Quarnero, ndr), ossia alla loro annessione all’Italia». Il nome incodice di una delle operazio- ni anti irredentiste era «Famiglia chersina». A Udine i servizi jugosla­vi avevano gli agenti Elvis, Gala ed Enes incaricati di sorvegliare le mosse dei servizi italiani. Tutti no­mi in codice che solo con un altro documento, mai emerso, potreb­bero venir identificati. L’agente Romana, invece, era infiltrata nel­la Capitaneria di porto di Trieste.

 

I servizi d’oltreconfine teneva­no sotto controllo l’Istituto di studi e documentazione sull’Europa e soprattutto l’Università popolare del capoluogo giuliano. Un’istitu­zione ponte utilizzata dal governo italiano per i fondi destinati a chi era rimasto a Fiume e in Istria. L’operazione di infiltrazione nelle istituzione italiane era sta battez­zata «Piovra». Le spie croatscoprirono anche un’agente italiana, no­me in codice Ema, e tenevano sot­to controllo i preti cattolici in Italia sospettati di «irredentismo». A Capodistria il consolato italiano era nel mirino degli007socialisti. Sfor­zi anche maggiori venivano dedi­cati ai connazionali rimasti injugo- slavia. La Comunità nazionale ita­liana era infiltrata e controllata. I servizi segreti controllavano uno dei leader più carismatici, Anto­nio Borme, l’animatore degli scrit­tori e artisti istriani Annio Pellizzer, la poetessa Anita Forlani, Ales­sio Radossi del Centro ricerche sto­riche di Rovigno, per citarne alcu­ni. E probabilmente l’«irredenti- smo» è rimasto nel mirino di Zagabria anche dopo l’indipendenza.

 

 

 

 

 

344 – Il Piccolo 15/07/13 Radin: «C’era un dossier a mio nome era difficile essere italiano in Istria»

Radin: «C’era un dossier a mio nome Era difficile essere italiano in Istria»

Il deputato della comunità italiana a Zagabria commenta la recente divulgazione dei dossier degli 007 jugoslavi

TRIESTE. Deputato italiano al Sabor (il Parlamento croato), classe 1950, Furio Radin, polesano doc, è anche lui uno che può vantare di avere un dossier a suo nome stilato dalla polizia segreta. Solo che il suo incartamento, assieme a quello di altri 20 personaggi, tra cui i dietini Damir Kajin e Ivan Nino Jakov›i„ e il defunto premier Ivica Ra›an, è scomparso nel 2000 proprio all’ascesa al potere del primo governo di centrosinistra nell’indipendente Croazia quello, per l’appunto, guidato da Ra›an. Non si sa quel dossier da quale anno partisse, sicuramente “conteneva” gli ultimi anni Ottanta e tutti gli anni Novanta.

Come ci si sente a essere spiato?

Ero convinto di non avere un dossier a mio nome, ma se c’era, era meglio che non andasse perso.

Beh era però in buona compagnia…

Sì, c’erano anche i dossier di Kajin e Jakovcic

Scherzi a parte…

Io spero di non aver avuto alcun dossier ai tempi del comunismo, ma non si sa mai anche perché ho visto che persone che si occupavano solo di cultura come la Anita Forlani erano spiate dall’Udba. E questo mi lascia esterrefatto.

C’era anche Antonio Borme…

Sì ma lui ha una storia particolare lui era stato epurato dal partito ed essendo stato un dissidente del comunismo il fatto che fosse sotto controllo è già più logico. Il regime lo aveva tagliato fuori.

Ma le “paure” della polizia segreta jugoslava erano fondate?

No, non c’era alcuna ragione di temere gli italiani, non perché non fossero fedeli al sistema ma perché l’irredentismo non esisteva. I soldi spesi per spiarci sono stati buttati via e anche l’epurazione di Borme è stato un grande flop.

Come era vivere l’italianità in Croazia negli anni Ottanta, prima del “diluvio”?

Non è mai stato facile. Soprattutto negli anni Cinquanta quando l’esodo c’era ancora anche se non più in forma di massa ma individuale. Ed è stato particolarmente difficile negli anni del “Maspokret” del nazionalismo croato che in quegli anni si esprimeva attraverso il partito, la “Matica Hrvatska” che operava come ente culturale ma anche politico e molto nazionalista in Istria.

Cosa successe?

Successe che gli italiani non si riconobbero nei moti nazionali croati e quindi sono stati visti, anche all’interno del Partito comunista, come degli antagonisti. Si è sviluppata quindi una sorta di anti-italianità strisciante.

Lei ha avuto minacce?

No, mai anche perché in quegli anni vivevo a Zagabria e non in Istria e Zagabria, come tutte le grandi città, offre una visione più aperta, più cosmopolita.

Quali ambienti frequentava nella capitale?

Ero studente alla facoltà di ricerche sociali dell’Università, un ambiente molto aperto dove si incontravano anche serbi, montenegrini e dove non si declinavano i verbi del nazionalismo.

Ma c’era anche una parte accademica nazionalista…

Sì, ma noi non avevamo contatti.

Quali erano allora i suoi salotti?

Ero vicino alla rivista “Praxis”, agli ambienti della sinistra studentesca. Rivista che comunque era vista come dissidente all’interno dell’ortodossia comunista e se ho avuto dei problemi politici in quegli anni li ho avuti per queste ragioni non per quella di essere italiano.

Ma in Istria la musica era diversa…

Sì molti italiani hanno avuto problemi negli anni Ottanta, basta pensare alla vicenda di Virgilio Giuricin che si è fatto un anno di carcere, a Giovanni Radossi o a Giacomo Scotti, perseguitati proprio perché italiani.

Quando si avvertì che l’aria era pesante?

Alla morte di Tito.

 Mauro Manzin       

 

 

 

 

345 – Il Piccolo 14/07/13 Università Popolare: Silvio Delbello “Noi italiani visti sempre con sospetto”

UNIVERSITA’ POPOLARE: SILVIO DELBELLO ” NOI ITALIANI VISTI SEMPRE CON SOSPETTO”

TRIESTE Nessuna sorpresa tra i rappresentanti dell’Università popolare di Trieste (Upt) delle rivelazioni croate che parlano degli agenti segreti dell’Udba molto attivi sull’istituzione triestina. Silvio Delbello, presidente dell’UpT dal 2009 non si meraviglia. «È anche logico che le cose andassero così – afferma – visto il periodo storico in cui si svolsero i fatti (anni Ottanta ndr.)». «Erano anni – spiega il presidente – in cui c’era una grossa preoccupazione per quanto poteva accadere e poi è realmente accaduto (leggi sfascio della Jugoslavia ndr.) e in questo contesto si inseriva la paura di quelle che avrebbero potuto essere le mire irredentiste dell’Italia su Istria e Dalmazia». 

 

«Io sono esule – precisa Delbello – e devo dire che per molti anni non mi sono recato in Jugoslavia ma ci sono ritornato negli ultimi tempi e devo dire che, anche se la temperie politica e culturale è tangibilmente mutata, noi italiani siamo ben accolti e accetti ma sempre con sospetto e riserva». Figuriamoci a quale fosse la situazione in quegli anni Ottanta quando l’impero jugoslavo si stava sfasciando e i nuovi nazionalismi cominciavano a prendere posizione. «La gran parte degli italiani rimasti – spiega ancora Delbello – in Istria si occupavano di cultura», ma ciò non toglie che i controlli ci fossero e anche molto capillari. 

 

Gli italiani in Istria erano considerati in Jugoslavia e soprattutto dai neo-nazionalismi che avrebbero dato vita all’indipendenza di Slovenia e Croazia come una sorta di quinta colonna dell’irredentismo italiano e al regime faceva comunque comodo avere sempre un “nemico” da poter presentare al popolo per meglio controllare il popolo stesso. Così come il regime jugoslavo controllava l’UpT in quanto ente erogatore dei fondi che dall’Italia erano destinati alla minoranza d’oltreconfine. La paura era che quel denaro più che a mostre o festival culturali finisse nelle mani di presunti pericolosi “terroristi” pronti a combattere per la riannessione di quelle terre all’Italia. (m. man.) 

 

 

 

 

 

 

 

 

346 – Il Piccolo 15/07/13 Una scia di 007 per salvare la Jugoslavia

Una scia di 007 per salvare la Jugoslavia 

 

Negli anni del disfacimento emerge l’ultimo tentativo dei servizi segreti e l’azione della Cia per distruggere la Federativa 

 

 di Mauro Manzin

 

TRIESTE La Jugoslavia era oramai moribonda. Negli anni Ottanta i generali dell’Armata popolare di Jugoslavia sentono il nauseabondo profumo della morte che comincia ad aleggiare nelle caserme. Sta per crollare un mondo. E scorrerà sangue, tanto sangue. Cosa fare? Ecco che scatta allora una forsennata caccia al nemico del popolo, a colui che trama per la fine della Repubblica socialista, che attenta ai valori della “bratsnost i jedinstvo” (unità e fratellanza) plasmati da Tito dal dopoguerra alla sua morte ma che, indirettamente, attenta anche ai privilegi fin lì goduti dalla classe con le stellette (esercito e polizia).

 

E il nemico si annidava a Ovest, in quelle terre di confine di Istria e Dalmazia strappate all’Italia fascista e dove vive ancora numerosa la minoranza italiana nonostante l’esodo. L’Udba, la polizia segreta jugoslava, si dà un gran da fare in queste terre e lo spionaggio diventa quasi una prassi quotidiana.

 

 Lo scopo era quello di smascherare la presunta “quinta colonna” che stava preparando trame oscure a favore dell’irredentismo italiano. Se la Jugoslavia si sfascia, come puntualmente avvenne, il timore era che nel caos qualche cosa si potesse ribaltare a vantaggio dell’Occidente.

 

 Ecco allora, come confermato dalle recenti rivelazioni in Croazia, che spuntano i dossier a carico degli italiani, esuli o rimasti, ma anche a carico dell’Università popolare di Trieste ufficialmente ente erogatore dei finanziamenti alla minoranza da parte del governo italiano. Bisogna sapere, tramare, conoscere se quei denari vengono utilizzati tutti per scopi culturali o sociali e non finiscano piuttosto negli oscuri rivoli di presunte trame rivoluzionarie.

 

E in questo caos di sospetti, del tutti contro tutti, ha terreno fertile la Cia americana che comincia a lavorare proprio per “agevolare” la morte di quella che fu la creatura di Tito. La pista americana porta addirittura in Bulgaria. A un 15 novembre del 2006 quando l’allora capo del reparto degli “Archivi e dossier segreti” della sicurezza che negli anni di Jivkov era chiamata “Darzhavna sigurnost”, viene trovato morto nel suo ufficio. Si era suicidato. Ma i dubbi rimangono. E un altro scheletro che esce ora dagli armadi della “Darzhavna sigurnost” riguarda i rapporti della Bulgaria con gli Usa. Uno scheletro che l’attuale direzione bulgara teme particolarmente in quanto non riguarda il vecchio regime, ma l’attuale sistema. I dossier dei quali si parla sarebbero infatti dedicati alla Cia e al suo ruolo nella distruzione della Jugoslavia, nel 2000. Doicev era al corrente di tutto? Conosceva nomi ed indirizzi? Risposte concrete, per ora, non ci sono. Ma è certo che era il “custode” di documenti che se conosciuti potrebbero fare luce su molte azioni degli americani e della Nato contro la Jugoslavia. 

 

 

 

 

347 – Corriere della Sera 12/07/13 Risponde Sergio Romano – Gli italiani e i croati insieme nell’Unione Europea

Risponde Sergio Romano

 

GLI ITALIANI E I CROATI INSIEME NELL’UNIONE EUROPEA

 

Le scrivo a proposito dell’ingresso della Croazia nell’Unione Europea e delle cerimonie istituzionali che hanno avuto luogo in quel Paese anche con la presenza del Presidente Napolitano. Sono una profuga di Fiume, ma ho avuto la fortuna grazie alla preveggenza di mio padre, di lasciare, la città alla fine del ’43 anziché nel 45. Mio padre occupava una importante carica dirigenziale alla raffineria Romsa di Fiume ed era controllato dai tedeschi, ma contemporaneamente era nelle liste nere dei titini come “nemico del popolo”. Il fatto che ora la Croazia sia stata inglobata nella Unione Europea mi ha veramente demoralizzato. Il comportamento di quel popolo nei nostri confronti non si può certo dimenticare. Odio e pulizia etnica hanno costretto 350.000 italiani ad andarsene perdendo tutti i loro averi ed abbandonando persone e luoghi cari senza che venisse loro mai riconosciuto alcun risarcimento. Anche il governo italiano accolse gli esuli con un certo fastidio per non dire diffidenza e ostilità; eppure erano italiani da secoli! Ma esiste il diritto di veto nelle proposte Unione Europea? Era proprio necessario che il presidente italiano, dopo aver presenziato con commozione alle dolorose ricorrenze delle foibe, andasse a congratularsi con i croati? Un’altra amarezza che si aggiunge a tante altre già subite.

 

Piera Maria Perucca  

 

Cara Signora,

Conosco il dramma dei profughi istriani, fiu­mani e dalmati. So che furono spesso vittime di ac­cuse ingiustificate e conside­rati responsabili di colpe che non avevano condiviso. Ma temo che lei rischi di cadere nello stesso circolo vizioso in cui caddero i vostri perse­cutori del 1945. Anche i croa­ti, allora, avevano qualche buona ragione per considera­re le comunità italiane con sospetto e ostilità. Negli an­ni Trenta il governo fascista aveva sostenuto finanziariamente il movimento naziona­lista e terrorista degli usta- scia, e ospitato il suo leader (Ante Pavelic). Nella primavera del 1941 aveva parteci­pato con la Germania alla spartizione del regno jugosla­vo, annesso una parte della Slovenia, collaborato alla cre­azione di uno Stato croato che fu affidato alla guida di Pavelic e che sarebbe diven­tato, nelle intenzioni del regi­me, un satellite dell’Italia. Nel settembre dello stesso anno Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popo­lare, aveva presentato agli ita­liani un libro di Pavelic (Erro­ri e orrori. ComuniSmo e bol­scevismo in Russia e nel mon­do) in cui l’autore veniva lo­dato per avere bandito gli ebrei e reciso «i tentacoli avanzati del bolscevismo rus­so in terra balcanica». Negli anni in cui fu Poglavnik (ca­po, guida) della Croazia, Pa­velic non fu soltanto feroce persecutore di ebrei e comu­nisti, ma anche di serbi e cri­stiani di rito greco. In quelle vicende le truppe italiane e le comunità di origine italia­na residenti lungo le coste fu­rono inevitabilmente coin­volte nella percezione delle popolazioni locali. L’esodo, nel 1945, fu pulizia etnica e fu visto con favore da chi avrebbe preso possesso delle terre e dei beni abbandonati dagli esuli. Ma avvenne in un clima di reciproca ostili­tà.

Ancora una osservazione, cara signora. L’ingresso della Croazia nell’Unione Europea segue quello della Slovenia e precede, sperabilmente, quel­lo della Serbia. Alla fine del percorso, se non vi saranno incidenti lungo la strada, l’Ue avrà avuto il merito di ri­comporre, sulle macerie del­la guerra civile, il sodalizio di tre repubbliche jugoslave: un obiettivo che è certamen­te nell’interesse dell’Italia.

 

 

 

 

348 – Anvgd.it 17/07/13  Ballarin a Sergio Romano: «l’occupazione jugoslava preludio di pulizia etnica»

Ballarin a Sergio Romano: «l’occupazione jugoslava preludio di pulizia etnica»

All’intervento di Sergio Romano sul “Corriere della Sera” del 12 luglio scorso, nel quale faceva riferimento alle dinamiche che costrinsero gli italiani della Venezia Giulia all’esodo, replica il Presidente nazionale ANVGD Antonio Ballarin con la lettera che riproduciamo.

Leggo Sul Corriere della Sera del 12 luglio il Suo intervento in risposta alla signora Perucca, profuga fiumana che Le scrive in merito all’ingresso della Croazia nella UE, nel quale Lei esprime alcune considerazioni sulle ragioni della persecuzione da parte degli jugoslavi dell’elemento italiano in Venezia Giulia al volgere dell’ultimo conflitto mondiale e dell’esodo di quella popolazione dai territori di antico insediamento storico.

Premesso che l’Associazione che ho l’onore di presiedere ha diffuso il 1° luglio un comunicato stampa con il quale si esprime l’auspicio che l’entrata di Zagabria nell’Unione possa agevolare anche la tutela delle Comunità italiane rimaste in Istria, Fiume e Dalmazia e il riconoscimento dei diritti degli Esuli, oggetto tuttora di trattative bilaterali, riscontro nella sostanza della Sua replica alla lettrice alcuni degli argomenti solitamente usati da una lettura giustificazionista e molto parziale di quelle pagine drammatiche della nostra storia nazionale. Il nesso causale tra la politica fascista nei confronti delle minoranze slovene e croate (che ripugna alla nostra coscienza di contemporanei) e le successive ondate di violenza sistematica nei confronti della popolazione civile italiana autoctona (ma non solo) è un artificioso postulato utile a sfumare la portata tragica di quel preciso disegno di pulizia etnica compiuta nell’Istria, nel Quarnero e nella residua italianità di Dalmazia perseguito dal regime di Tito.

L’odio etnico si comprende meglio ampliando la finestra di osservazione dei fatti storici partendo della venezianità di quelle terre da ben prima dell’avvento dell’Austria-Ungheria per arrivare alla constatazione della discriminazione perpetrata dai governi jugoslavi e successivi, ai danni della minoranza di lingua italiana, della sua storia e della sua cultura, negli anni post-bellici.
Le ondate di violenza in Dalmazia e nella Venezia Giulia nel 1943 e nel 1945 non rispondevano più ad alcuna esigenza militare. La popolazione italiana non alimentava nessuna guerriglia o contro-guerriglia, né era minimamente in grado di farlo, sia nel settembre 1943, nel vuoto totale di ogni struttura militare italiana, sia nel 1945, dopo due anni di occupazione tedesca, spesso sofferta allo stesso modo delle popolazioni slave (arresti degli italiani appartenenti alla Resistenza, deportazioni in Germania, fucilazioni, bombardamenti aerei alleati). Nel piano jugoslavo l’occupazione del territorio (peraltro proclamato unilateralmente annesso alla Federativa ben prima di qualsivoglia trattativa di pace) doveva essere il preludio alla rivoluzione politica che avrebbe instaurato il nuovo sistema di potere di modello staliniano. L’eliminazione fisica e la messa in condizione di non nuocere doveva quindi investire tutti i «nemici del popolo», dai nemici di classe (proprietari terrieri, industriali, dirigenti d’azienda), agli ufficiali delle forze armate ai componenti dei corpi di polizia, ai nemici ideologici (liberali borghesi, socialisti non allineati, intellettuali filo-inglesi o filo-monarchici, dirigenti e sacerdoti), finanche ai contadini cui venne imposta la collettivizzazione forzata.

La storiografia contemporanea in materia ci rivela come gli eccidi vadano inquadrati nel quadro di analoghe operazioni di epurazione degli avversari eseguite o tentate nel resto d’Italia e nel resto d’Europa (Ucraina, la Polonia, Paesi Baltici, Romania, Ungheria, Germania orientale del 1945), dove erano arrivate o potevano affermarsi le armate comuniste. E si pensi quindi come le stragi di fascisti e di altri oppositori nel Veneto, in Emilia, in Romagna proseguirono nelle settimane e nei mesi successivi al 25 aprile 1945, così come le violenze contro le comunità italiane nella Venezia Giulia o i prigionieri italiani nei campi jugoslavi proseguirono ben oltre la fine del conflitto.

Gli esuli italiani hanno pagato con i loro beni immobili e le loro imprese (solo parzialmente risarciti in sei decenni dallo Stato italiano) i debiti di guerra dell’Italia all’ex Jugoslavia, ma questa Associazione e la Federazione delle Associazioni degli Esuli hanno espresso la comune speranza che l’inclusione della Croazia nella UE la induca anche al rispetto della memoria storica e culturale dei territori sui quali oggi esercita la sovranità.

Le chiedo, egregio Ambasciatore, la pubblicazione della presente lettera, anche in sintesi significativa.

Antonio Ballarin, presidente nazionale ANVGD

 

 

 

 

349 – Coordinamento Adriatico 30/06/13 L’Europa si allarga, ma non deve dimenticare la Storia

L’Europa si allarga, ma non deve dimenticare la Storia

Scritto da Davide Rossi

   Qualche giorno fa, tra i titoli per il compito scritto di italiano dell’Esame di Stato, è comparso – sconosciuto agli studenti (sic), tutti preoccupati di Alfieri, Ungaretti e D’Annunzio – un passo di uno dei massimi germanisti viventi, Claudio Magris. Nel suo Infinito viaggiare, con fare amabile narra del concetto di frontiera, quale confine da oltrepassare e attraversare, ma «anche [da] amare, in quanto definisce una realtà, un’individualità; le dà forma, salvandola così dall’indistinto, ma senza idolatrarla, senza farne idolo che esige sacrifici di sangue. Saperla flessibile, provvisoria e peritura, come un corpo umano, e perciò degna di essere amata; mortale, nel senso di soggetta alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte».

Domenica 30 giugno, dopo un processo lungo e non facile, la Croazia ufficializzerà la sua adesione al progetto europeo. Una festa nazionale, cui non parteciperà Angela Merkel. La donna più influente del Vecchio Continente pare diserterà l’appuntamento, irritata perché il Governo di Zagabria non intende eseguire il mandato di cattura tedesco emesso nei confronti di Josip Perkovic, presunto responsabile dell’eliminazione di una ventina di dissidenti croati sul suolo tedesco e sospettato di avere ordinato l’uccisione di Stjepan Djurekovic, ex manager dell’Ina e fuoriuscito dall’ allora Jugoslavia nel 1982. Ovviamente tale scelta non mette di certo a repentaglio i pesanti interessi teutonici nella zona, ma il segnale rimane comunque forte e apprezzato dall’opinione pubblica interna.

La caduta della frontiera croata – ineluttabile e strategicamente sostenuta dalla stragrande maggioranza delle nazioni – ha un sapore particolare proprio per l’Italia, che giusto un secolo or sono completava il processo di unificazione nazionale con le annessioni di Trento e Trieste, dell’Istria, Fiume e il Quarnaro. Un confine difficile, quello orientale, nato male con l’abbandono di Vittorio Emanuele Orlando dalla Conferenza di Parigi del 1919, l’incapacità del Regime (tutto proteso – come d’altronde era agio all’epoca – nel trittico concettuale «territorio-popolo-nazione») di gestire il delicato problema della presenza di minoranze, per concludersi amaramente con la perdita della sovranità su molti territori alla fine del Secondo conflitto mondiale.

 

 La stessa Trieste – non lo si ricorda mai a sufficienza – soltanto nel 1954 festeggia, con un vero e proprio bagno di folla in Piazza Unità, l’appartenenza al tricolore. Gorizia viene tagliata in due, come una piccola Berlino: 350.000 italiani, invece, dovettero lasciare le proprie case e i propri affetti soltanto per rimanere italiani. Un ossimoro che è rimasto una macchia indelebile nel patrimonio della nostra nazione. Oggi, a tre generazioni (e più) da quei fatti, la cornice europea può presentarsi come occasione di pacificazione e di apertura di un nuovo ciclo. Ci sono tanti connazionali che attendono invano la tutela dei loro diritti, schiacciati dalla Guerra fredda e da tensioni più grandi di loro e che li hanno visti,  per troppo tempo, inermi e senza difese. Altri italiani che nei prossimi decenni diventeranno unica presenza viva della nostra identità sul territorio croato.

Milioni di italiani, sopratutto, da educare, cui spiegare che Istria, Fiume e Dalmazia non sono soltanto stupendi luoghi da visitare, ma ricchezza della cultura veneziana e italiana, sentimento di un’Europa che trova nella storia, nell’arte e nel patrimonio culturale quel necessario minimo comune denominatore. D’altronde, se il gioco del calcio nella nostra Penisola – lo stiamo vivendo anche in questi giorni – é da sempre momento di patriottismo e di festeggiamenti, non si può dimenticare come due Campionati del mondo (quello del 1934 e del 1938) abbiano visto piazze stracolme di gente in giubilo per la vittoria non soltanto a Roma, Milano, Napoli o Verona, ma anche a Parenzo, Rovigno, Pirano e Orsera: nomi ora sconosciuti ai più.

La speranza é quella che l’Italia non perda questa ennesima occasione. Napolitano a Zagabria sarà presente. Negli ultimi anni il Presidente ha sempre dimostrato attenzione e conoscenza verso queste problematiche, a partire dal Concerto di Trieste del 2010 – organizzato dal Maestro Muti – dove la contemporanea presenza del Capo di Stato di Croazia e Slovenia affermava l’indiscussa italianità della città. Allo stesso modo non è voluto mancare nel 2011 all’incontro tenutosi a Pola, dentro un’Arena stracolma, dove oltre 5000 persone hanno intonato, con stringente commozione, il «Va Pensiero». La sfida non é facile, deve guardare oltre i rancori e aprirsi al futuro, senza però calpestare la ricchezza della propria identità. E da questo, forse, dall’assenza della Merkel di domenica, dovremmo imparare.

 

 

 

 

 

350 – La Voce del Popolo 03/07/13 Raccontare la storia, costruire il futuro

Raccontare la storia, costruire il futuro

 

Ilaria Rocchi

 

Quando l’economia di un Paese, di un territorio, marcia con un segno negativo la cultura è la prima a subire tagli. Ci vorrebbe invece una rivoluzione di pensiero copernicana per lasciare intatti i finanziamenti al settore, vedendo in esso – in quei beni culturali di cui l’Italia è ricchissima – un fattore determinante per la crescita, che innesca innovazione e quindi progresso e sviluppo. Può essere un’autentica risorsa pure un progetto museale, se contiene in sé alcuni “valori chiave”: dev’essere “luogo di comunità”, deve esserci “partecipazione”, cioè essere un’operazione rivolta alla comunità residente, che svolga una funzione sociale, che coinvolga in modo interattivo l’utenza, dalle varie fasi di progettazione e allestimento alla vita “quotidiana del museo”. E, soprattutto, perché il museo possa svolgere il proprio ruolo di motore di crescita di una comunità è importante che sia sempre attivo, anche quando è chiuso al pubblico, e crei sinergie: ossia promuova progetti di ricerca e “dialoghi” con il territorio, nei diversi ambiti.

Ora, guardando nel complesso al Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata aperto a Trieste, in via Torino 8, da circa un lustro o giù di lì, non possiamo non concludere che gran parte di questi presupposti li abbia già soddisfatti, e che quindi costituisca un’autentica risorsa nella quale investire. La sua ideazione è frutto della volontà condivisa da una comunità, risponde alle esigenze sociali di questa, crea partecipazione sotto vari aspetti, ma si rivolge anche a un ambito più vasto, oltre a quello circostante. La prova ne è la presenza di migliaia di visitatori e il continuo afflusso di materiali, di conoscenze e interesse che ha attirato e continua ad attirare. Con beneficio di tutta la collettività istriano-fiumano-dalmata esule e rimasta, triestina, regionale.

Qualche esempio? La recente presenza di un critico d’arte “schizzinoso” (in senso positivo) come Vittorio Sgarbi, richiamato dagli echi della mostra su Argio Orell, la più ampia ed esaustiva mai realizzata su un pittore triestino ingiustamente misconosciuto. Pochi mesi fa il Museo aveva ospitato un applauditissimo Simone Cristicchi, giovane cantautore romano che di recente ha dedicato un CD alle genti giuliano-dalmate. Che sono salite così sul grande palcoscenico nazionale. Merito del Giorno del Ricordo? Della fiction “La Luna nel pozzo”? Dei tanti convegni e dibattiti scientifici? Dei libri di storia? In buona parte sì.

 

Ma va anche riconosciuto che a richiamare l’attenzione sul Museo di via Torino è stata – è – proprio la qualità di certe sue scelte culturali e delle tante iniziative finora proposte – giornate di studio, pubblicazioni, incontri, mostre… – da chi lo gestisce, vale a dire l’Istituto regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, e di quel vulcano di idee e grande trascinatore (di pubblico, di volontari, di intellettuali, di uomini di cultura) che è il suo direttore Piero Delbello.

Percorrendo i vari piani del Museo, circa tre anni fa, mi indicava con orgoglio le uniche parti espositive complete – quella sulla foiba, simbolo del vuoto che un sistema totalitario (jugoslavo) voleva creare nelle nostre terre, “complice” il pragmatismo di certa politica (italiana, internazionale), e quella sul microcosmo rurale istriano e i mestieri di una volta –, mentre nelle sue parole c’era tanto entusiasmo per le idee che avrebbe voluto trasformare in realtà, come la ricostruzione di una cucina tipica istriana e la Sala dei capolavori istriani, e tanto altro ancora. Il tutto volto alla ricostruzione, alla ricomposizione, alla valorizzazione del nostro patrimonio, delle nostre tradizioni, della nostra storia. Tanti tasselli, anche unici, ormai quasi introvabili sul territorio.

Poi tutto si è fermato. Peccato, davvero. Sarebbe invece ora di sbloccare gli ingranaggi, anzi di oliarli, e consentire che il meccanismo si (ri)mettesse in moto. Per trasmettere i valori di una civiltà – quella dell’olio d’oliva e del vino, come la definisce qualcuno – che è fondata sull’operosità, l’amore per la bellezza (leggi cultura), la tolleranza, la convivenza, il rispetto di sé e degli altri, lo scambio reciproco. Preservarla, e dunque tramandarla, è una missione che non può non accomunare tutti, istituzioni comunali e regionali, associazioni di esuli e rimasti. È un atto dovuto tanto alle generazioni lacerate dalle sofferenze del passato quanto a quelle del futuro, che devono imparare dalla storia per poter guardare al domani con la consapevolezza di chi sa dove vuole arrivare.

 

 

 

 

351 – L’Arena di Pola 29/06/13 Una croce per gli Infoibati

Una croce per gli Infoibati

 

Lo scorso 4 giugno il Gen. Silvio Mazzaroli, come Diret­tore de “L’Arena di Pola”, ha inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la seguente lettera per sensibilizzarlo in merito alla necessità di individuare i luo­ghi dove giacciono le spoglie mortali degli italiani trucidati durante e dopo la Seconda guerra mondiale nel territorio ora appartenente a Croazia e Slovenia e di consentire l’erezione di una croce in corrispondenza di una foiba quale simbolo degli eccidi contro gli italiani nell’Adriatico orientale. A tale missiva lo stesso Mazzaroli ha fatto cen­no nella conferenza stampa di cui trattiamo a pagina 4.

 

Signor Presidente,

un anno fa, a con­clusione del 56° Ra­duno nazionale degli esuli da Pola – il se­condo da noi tenuto nella Città dovuta ab­bandonare – e facen­do specifico riferimen­to al percorso, ideato ed attuato dal “Libero Comune di Pola in Esilio”, in omaggio alle vittime italiane degli opposti totalitarismi che nel ‘900 insanguinarono le nostre Terre, indirizzammo a Lei ed ai suoi omologhi di Slovenia e Croazia, nonché ai Premier dei tre Paesi, una lettera per chiedere che, nei limiti del possibile, ci venisse reso noto dove ancora giacciono i nostri tanti morti di cui si è persa traccia. Per inciso, la lettera era sottoscritta dal nostro Presidente, Argeo Benco, dal Presidente dell’Unio­ne Italiana, On. Furio Radin, dal Presidente della Giunta Esecutiva della medesima, Maurizio Tremul, e dal Presi­dente della Federazione degli Esuli, Renzo Codarin. Sap­piamo che Lei è a conoscenza di questa e delle nostre altre iniziative volte alla “ricucitura” della nostra originaria lacerata comunità polese, nonché al riavvicinamento tra le genti dell’Adriatico orientale, tant’è che, in occasione dell’ultimo incontro tenutosi al Quirinale per celebrare il “Giorno del Ricordo”, salutando il succitato prof. Benco gli ha espresso apprezzamento per il nostro impegno.

Da allora nulla di concreto nel senso da noi auspicato ci risulta essere stato fatto. Tuttavia, a tale riguardo, sono nel frattempo intercorsi dei fatti, ed un altro assai signifi­cativo sta per verificarsi, che ci inducono a rinnovare la nostra richiesta. In data 24 settembre 2012 il Vice mini­stro croato della Difesa, Ivan Grujic, con una lettera di ri­sposta indirizzata all’On. Furio Radin, citando il Disegno di Legge “sulla ricerca, la ristrutturazione e la manuten­zione delle tombe militari e delle vittime della Seconda Guerra Mondiale e del dopoguerra” allora in discussione nel Parlamento croato, si è espresso in senso sostanzial­mente favorevole a quanto da noi auspicato, partendo dalla considerazione – sono parole sue – «che tutte le vittime militari e civili che hanno perso la vita nel corso della II GM e nel periodo del dopoguerra hanno diritto ad una degna sepoltura». Oggi il predetto “disegno” è diven­tato Legge e aspetta solo di essere operativamente appli­cato. Altrettanto e persino più importante è, inoltre, il fatto che dal prossimo mese di luglio la Repubblica di Croazia sarà parte integrante dell’Unione Europea con ciò portan­do a compimento quel processo di democratizzazione che il nostro Paese ha, sin dal suo inizio, appoggiato e sostenuto e che, pertanto, dovrebbe aprire ulteriori favo­revoli prospettive per quanto, non certo da ieri, andiamo chiedendo ed il cui accoglimento sembra essere, a que­sto punto, nulla più che un esercizio ed una manifestazio­ne di buona volontà.

Per tutto quanto precede, nell’imminenza del nostro prossimo Raduno, che ancora una volta ci vedrà riuniti a Pola nei giorni 13-17 giugno e reiterare, venerdì 14, l’omaggio alle vittime italiane degli opposti totalitarismi sulla foiba di Surani, luogo di martirio della nostra Norma Cossetto, e nella città di Rovigno, sul luogo dove i fascisti fucilarono i tre partigiani italiani Budicin, Ferri e Sossi, e sapendo della Sua prossima presenza a Zagabria, a con­ferma degli ottimi rapporti bilaterali tra Italia e Croazia, per le celebrazioni che il prossimo 30 giugno sanciranno l’ingresso della vicina Repubblica nella UE, ci rivolgiamo più fiduciosi che mai ancora una volta a Lei perché si fac­cia latore della nostra richiesta di conoscere, finalmente e con l’impegno di tutti, “chi giace dove” e perché ci venga concessa l’autorizzazione ad erigere una Croce su di una foiba da eleggere a luogo simbolo dove poter liberamente andare a rendere omaggio, con una preghiera ed un fio­re, ai nostri mai dimenticati morti.

Le formulo la presente richiesta non a titolo personale bensì in qualità, ancorché in procinto di “passare la ma­no” per fine mandato, di Direttore di “L’Arena di Pola”, giornale che dal luglio 1945 a tutt’oggi ha sempre dato “voce” alle tante, ahinoi troppe volte disattese, istanze degli Esuli da Pola.

 

Il Direttore Gen. Silvio Mazzaroli

 

 

 

 

 

352 – Il Piccolo 15/07/13 Il neo-sindaco di Spalato ringrazia gli amici italiani

CERIMONIA

 

Il neo-sindaco di Spalato ringrazia gli amici italiani

 

SPALATO. «La mia famiglia è di origine italiana e posso dire che nel corso della guerra croato–serba degli anni 90 sono stato in Italia ed ho notato quanto ci abbiano aiutato gli amici della vicina Penisola, dimostrando una sincera amicizia nei nostri confronti. Prometto che aiuterò la Comunità degli italiani di Spalato per qualsiasi problema e in ogni momento».

 

Parole toccanti quelle pronunciate dal sindaco di Spalato, Ivo Baldasar (Partito socialdemocratico) nel corso della visita alla sede del sodalizio dei connazionali, situato nel nucleo storico della città di Diocleziano. Mladen Culic Dalbello, ex presidente della Comunità e rappresentante degli italiani nella Contea di Spalato, ha dichiarato che l’iniziativa del primo cittadino è un onore per i connazionali residenti nel capoluogo dalmata. A Baldasar è stata donata una grafica del Peristilio risalente a quattro secoli fa.

 

(a.m.)

 

 

 

 

353 – Il Piccolo 18/07/13 L’Unione italiana celebra a Torre i suoi 22 anni di vita

L’Unione italiana celebra a Torre i suoi 22 anni di vita

TORRE Dalla sua costituzione nell’attuale forma avvenuta il 16 luglio del 1991 a Fiume, l’Unione italiana ha innanzitutto ridato dignità agli italiani di Croazia e Slovenia, è diventata un soggetto credibile e rispettato dai Paesi domiciliari e dalla madre patria italiana. Questi in linee generali i grandi traguardi conseguiti dall’Ui in questi 22 anni esposti dal presidente della Giunta esecutiva Maurizio Tremul, intervenendo alla riunione solenne dell’Assemblea Ui in occasione della Giornata della Cni. Però, ha aggiunto, alcuni traguardi prefissati li abbiamo raggiunti solo parzialmente o del tutto falliti. Si è riferito in primo luogo alla mancata creazione della base materiale a sostegno delle attività culturali e al mancato varo da parte del Parlamento italiano della Legge di interesse permanente a favore della Cni. Una legge per chiarire, che garantisca finanziamenti stabili indipendentemente dal clima politico in Italia. Spero ha continuato Tremul, che si possa arrivare all’importante obiettivo nell’attuale legislatura. Poi il discorso del presidente dell’Unione Furio Radin un po’ fuori dai suoi schemi abituali,con il quale ha messo il dito su alcuni tasti dolenti di cui finora a livello istituzionale si è per lo più evitato di parlare. Si è retoricamente chiesto se sia stato fatto abbastanza per far sentire che l’italiano è veramente la lingua madre nelle scuole. Abbiamo fatto abbastanza ha proseguito, per coinvolgere i connazionali nelle Comunità degli italiani non solo in occasione dei grandi eventi? Quanto è spontaneo il loro coinvolgimento? Radin ha tirato gli orecchi ai vice sindaci e sindaci, consiglieri e agli amministratori di nazionalità italiana perché non usano o usano poco la madre lingua nelle varie riunioni e assemblee. Il letterato Giacomo Scotti, da tre legislature il consigliere più anziano dell’Assemblea ha ricordato tante illustre figure di connazionali scomparsi dal 1991 a questa parte, affermando che gli italiani sanno farsi valere soprattutto in campo artistico culturale nel quale l’attività in questi anni si è moltiplicata. Il presidente dell’Università popolare di Trieste Silvio Delbello con toni emotivi ha ricordato alcuni avvenimenti che precedettero la fondazione dell’Unione italiana, nei quali fu coinvolto in prima persona. (p.r.)

 

 

 

 

354 – Il Piccolo 18/07/13 L’Unione italiana celebra a Torre i suoi 22 anni di vita

L’Unione italiana celebra a Torre i suoi 22 anni di vita

TORRE Dalla sua costituzione nell’attuale forma avvenuta il 16 luglio del 1991 a Fiume, l’Unione italiana ha innanzitutto ridato dignità agli italiani di Croazia e Slovenia, è diventata un soggetto credibile e rispettato dai Paesi domiciliari e dalla madre patria italiana. Questi in linee generali i grandi traguardi conseguiti dall’Ui in questi 22 anni esposti dal presidente della Giunta esecutiva Maurizio Tremul, intervenendo alla riunione solenne dell’Assemblea Ui in occasione della Giornata della Cni. Però, ha aggiunto, alcuni traguardi prefissati li abbiamo raggiunti solo parzialmente o del tutto falliti. Si è riferito in primo luogo alla mancata creazione della base materiale a sostegno delle attività culturali e al mancato varo da parte del Parlamento italiano della Legge di interesse permanente a favore della Cni. Una legge per chiarire, che garantisca finanziamenti stabili indipendentemente dal clima politico in Italia. Spero ha continuato Tremul, che si possa arrivare all’importante obiettivo nell’attuale legislatura. Poi il discorso del presidente dell’Unione Furio Radin un po’ fuori dai suoi schemi abituali,con il quale ha messo il dito su alcuni tasti dolenti di cui finora a livello istituzionale si è per lo più evitato di parlare. Si è retoricamente chiesto se sia stato fatto abbastanza per far sentire che l’italiano è veramente la lingua madre nelle scuole. Abbiamo fatto abbastanza ha proseguito, per coinvolgere i connazionali nelle Comunità degli italiani non solo in occasione dei grandi eventi? Quanto è spontaneo il loro coinvolgimento? Radin ha tirato gli orecchi ai vice sindaci e sindaci, consiglieri e agli amministratori di nazionalità italiana perché non usano o usano poco la madre lingua nelle varie riunioni e assemblee. Il letterato Giacomo Scotti, da tre legislature il consigliere più anziano dell’Assemblea ha ricordato tante illustre figure di connazionali scomparsi dal 1991 a questa parte, affermando che gli italiani sanno farsi valere soprattutto in campo artistico culturale nel quale l’attività in questi anni si è moltiplicata. Il presidente dell’Università popolare di Trieste Silvio Delbello con toni emotivi ha ricordato alcuni avvenimenti che precedettero la fondazione dell’Unione italiana, nei quali fu coinvolto in prima persona. (p.r.)

 

 

 

 

355 – La Voce in più Dalmazia 13/07/13 Intervista – Carlo Cetteo Cipriani memoria d’obbligo

 

INTERVISTA

 

di Ilaria Rocchi

 

CARLO CETTEO CIPRIANI MEMORIA D’OBBLIGO

 

La memoria come uno dei comandamenti. Si potrebbe riassumere così l’operato pluridecennale di Carlo Cetteo Cipriani, voce dalmatica lontana dalla terra adriatica, eppure sempre così vicino alla regione, per quell’esigenza intima e intellettuale – di studioso, di ricercatore – di parlare della Dalmazia, dal punto di vista degli italiani, pur interloquendo con gli altri, e quindi di diffondere la conoscenza del contributo che nei secoli la componente italiana ha dato nell’arte, nella cultura, nella vita sociale. Affinché si ricordi e rimanga per certi versi “presente” il patrimonio culturale di un popolo che nella seconda metà del Novecento ha rischiato di venir quasi cancellato, dimenticato.

Nato in Spoltore, in provincia di Pescara, nel 1956, Carlo Cetteo Cipriani si è diplomato all’Istituto Tecnico Statale “Tito Acerbo” di Pescara nel 1975; nell’aprile 1977 si è arruolato quale allievo ufficiale di complemento nella Scuola di Applicazione dell’Aeronautica Militare di Firenze; sottotenente nel ruolo servizi dell’Arma Aeronautica dal luglio 1977, in servizio permanente dal 1981, tenente colonnello dal 1993, ha avuto varie destinazioni di incarico in Italia e all’estero nell’Aeronautica e nell’ambito delle interforze. È Cavaliere dell’Ordine dei ss. Maurizio e Lazzaro. Cultore di storia, laureato alla Sapienza di Roma in Storia medievale, moderna e contemporanea”, e Storia contemporanea, socio della Società Dalmata di Storia Patria a Roma, con la quale ha pubblicato diversi saggi e volumi e ideato una serie di DVD intitolata “La Società Dalmata di Storia Patria. Vicende e prospettive”. Ha al suo attivo, come si suol dire, diverse partecipazioniin qualità di relatore a convegni di storia contemporanea. Incaricato delle recensioni dei volumi di storia aeronautica italiana per la Bibliographie international d’histoire militaire, per alcuni anni è stato direttore dell’Archivio Storico dell’Aeronautica Militare e della Biblioteca Centrale dell’Aeronautica. Le sue aree d’interesse e di ricerca riguardano la presenza ebraica in Dalmazia – argomento finora poco trattato dalla storiografia e che meriterebbe maggiori indagini e approfondimenti -, la Dalmazia fra la fine dell’800 e la divisione fra Italia e Iugoslavia, la storia militare aeronautica e l’archivistica.

 

Coltivare e diffondere le conoscenze         

 

Tra i suoi volumi, citiamo “I libri di Alessandro Dudan nella Fondazione Cini di Venezia” (Società Dalmata di Storia Patria, Studi e testi, vol. 6, Roma 2004), “Saluti da Zara” (Società Filatelica Numismatica Dalmata, Spoltore 2006) e “Vedessi, Aurelia, che serata!: lettere da Zirona Piccola di Severino Scarabello e la scuola italiana a Spalato dal 1941 al 1943” (Società Dalmata di Storia Patria, Studi e testi, vol. 12, Roma 2007). Innumerevoli i saggi e gli articoli, tra cui “Le donne, i cavalier, l’armi..: dalmati insigniti di onorificenze cavalleresche dopo la prima guerra mondiale” (in: Atti e memorie della Società Dalmata di Storia Patria, n. 2, vol. XXII – n.s. XI, Roma, 2000), “La ricostituzione della Società Dalmata di Storia Patria nel secondo dopoguerra” (in: Atti e memorie della SDDSP, n. 4, vol. XXIV – n.s. XIII, Roma, 2003), “Un documento della famiglia Mussafia” (in: Atti e memorie della SDDSP, n. 7, vol. XXVII – n.s. XVI, Roma, 2005), “Enzo Forcella in Dalmazia (in: Atti e memorie della SDDSP n. 10, Vol. XXX – n.s. XIX, Roma, 2008), “Gli archivi delle associazioni di esuli giuliano-dalmati a Roma” (in: Atti e memorie della SDDSP n. 1, vol. XXXI – n.s. XX, Roma, 2009), “La biblioteca di Marco Perlini rimasta a Zara” (in: Metodi & Ricerche, nuova serie, anno XXXI, n. 1, gennaio-giugno 2012, Udine) e “Il Museo del Risorgimento di Zara” (in: Rivista dalmatica, v. LXVIII, 1997, 1, Roma 1997).

Leggo la sua biografìa: nato “sull’altra sponda” dell’Adriatico, nella patria di Gabriele D’Annunzio, è passato da studi tecnici, con una carriera di prestigio nel campo dell’aeronautica militare, a quelli umanistici. Che cosa la spinge a occuparsi di storia e archivistica? E, in particolare, di temi storico-culturali afferenti alla Dalmazia?

La passione per la storia in generale è nata per caso da bimbo, con la passione per la lettura. Mi dicono a casa “ogni pezzetto di carta che trovava doveva prenderlo e leggerlo”, l’abitudine m’è rimasta anche oggi, sebbene col proliferare della carta che si vive oggi, è più difficile leggere tutto. Anche a scuola andavo meglio nelle materie umanistiche che in quelle tecniche, ma direi nelle umanistiche-tecniche, rifiutando la speculazione pura, che secondo me sono la filosofia o la teologia, o almeno come sono intese da molti barbosi e prolissi filosofi e teologi. Poi i casi della vita, la conoscenza di uno che in Dalmazia c’era stato nel 1919- 21, la lettura di alcune cose, mi hanno sempre più incuriosito alle vicende di questa regione.

 

Salvaguardare un patrimonio secolare      

 

È socio della Società Dalmata di Storia Patria a Roma, con la quale ha pubblicato diversi saggi e volumi, compresa una ricostruzione delle vicende della medesima Società. Soffermiamoci su quesfultima. Fondata nel 1926 in una Zara che il Trattato di Rapallo aveva restituito all’Italia, fin dalle sue origini ebbe caratteri sia di comunanza sia di divergenza rispetto alle consorelle Società e Deputazioni di Storia Patria delle altre regioni del Regno sabaudo. Quali ne furono, dunque, le finalità iniziali?

La SDDSP nacque dopo un lungo dibattito fra gli storici dalmati italiani. L’inizio delle discussioni risale all’ultimo periodo della dominazione austriaca della Dalmazia, quando la componente italiana della popolazione viveva la minaccia concreta di scomparire. Ma fu solo nel 1926 che, grazie alla perseveranza di Giuseppe Praga, si riuscì a costituirla. Lo scopo era comune a quello delle altre Deputazioni: studiare la storia regionale, ma era differente in quanto voleva soprattutto studiare le vicende dei Dalmati Italiani. La Dalmazia era une regione multietnica dalla quale si cercava di far scomparire la componente italiana, che aveva sostenuto una dura battaglia di resistenza negli ultimi 50-60 anni di dominio austriaco. Dal loro punto di vista la battaglia era stata sostanzialmente persa in quanto la Dalmazia era andata quasi tutta, nel 1920-21, alla Jugoslavia, che rappresentava l’erede di chi aveva negato ogni idea di italianità agli abitanti della regione. C’era quindi l’esigenza, fortemente sentita, di salvaguardare la memoria della cultura italiana della Dalmazia, del contributo dato dai Dalmati alla cultura, alla vita sociale, italiana ed europea nei secoli.

E molto polemico era l’atteggiamento verso gli studiosi croati che spacciavano per croato ogni avvenimento o personaggio notevole che fosse accaduto o nato in Dalmazia. Purtroppo poi le gelosie personali in un ambiente molto ristretto provocarono l’uscita di Praga dalla Società e il sostanziale blocco delle attività. Né vi fu nessun aiuto concreto delle autorità fasciste, anzi ! anzi nel 1935 si arrivò allo scioglimento d’autorità della SDDSP, altro che sostegno delle tesi dalmate da parte del fascismo, veniva fatta scomparire l’unica voce seria di difesa della componente italiana della Dalmazia. Poi la guerra distrusse tutto.

Scarsità di interesse e di risorse

La SDDSP rinacque nel secondo dopoguerra, dopo l’esodo, a Roma; come si è sviluppata?

All’inizio si ebbero delle incomprensioni, ma nel 1961 si riuscì a ricostituirla, con le medesime finalità d’anteguerra. Con problemi legati alla dispersione dei Soci in tutta Italia, alla scarsità di risorse economiche, si riuscì a riprendere le pubblicazioni degli Atti e Memorie, e qualche altra iniziativa; grandi idee ma poi alla fine poche realizzate. Negli anni ’70 iniziarono a scomparire i soci di rilievo, Vincenzo Fasolo, Manlio Cace, Maver, Cronia, De Benvenuti. Per fortuna in quegli anni tornò dall’America Gica Bobich, che divenne segretaria e tesoriere, ma factotum. Riuscì ad inserire nuovi soci non dalmati ma più attivi, professori universitarii: Graciotti, Tolomeo, Capaldo, Pavan, ed altri fra cui modestamente, me. Riprese l’attività con pubblicazioni e convegni ma soprattutto si passò da una SDDSP fatta di dalmati ad una apertura verso l’esterno, anche a studiosi stranieri. Questo fu sancito dalla presidenza di Massimiliano Pavan veneto che succedeva a Furio Fasolo romano di famiglia spalatina, ed alla morte della Bobich nel 1986 il posto di segretaria accademica fu preso dalla professoressa Rita Tolomeo, romana.

 

Nel frattempo a fine anni ’70 quella che era sezione veneta della SDDSP si costituì in Società Dalmata di Storia Patria autonoma, avendo anche delle idee valide. Certo avere due Società con lo stesso nome ingenera confusione, son stati instaurati contatti per addivenire ad una fusione, ma non s’è riusciti ad accordasi. Per altro i rapporti umani, ed in taluni casi di collaborazione, fra noi sono ottimi. La scelta di Venezia è più “patriottica” e prevede anche la ristampa di pubblicazioni oramai introvabili, grande ausilio per gli studiosi.

 

Quali sono stati gli indirizzi programmatici del suo nuovo percorso, ossia in quali direzioni sono andati i progetti culturali e scientifici avviati dagli anni Sessanta a oggi?

 

La SDDSP cominciò quindi ad assumere una connotazione più scientifica-accademica, non legata alle vicende delle lotte nazionali. Quindi uno studio delle vicende storiche meno emotivo, forse meno soddisfacente per molti Esuli Dalmati, ma più aderente ai canoni del mondo degli studi universitarii. Ed una maggiore apertura agli studiosi stranieri, anche croati. Furono avviati anche alcuni progetti di ricerca che si continua a perseguire, con più omeno forza a seconda delle disponibilità di risorse. Innanzi tutto la SDDSP di Roma ha scelto di non effettuare ristampe di edizioni precedenti, salvo che raccolte di scritti sparsi relativi a qualche specifico soggetto, come si fece per Borgo Erizzo.

 

Fra i progetti lo studio della vita sociale ed economica in Dalmazia fra ‘700 ed ‘800, la presenza ebraica in Dalmazia, il viaggio in Dalmazia, gli archivi della magistrature italiane nell’Adriatico orientale e i dispacci dei rettori veneti, questi due realizzati e consultabili su Internet. È stata avviata anche una raccolta digitale di archivi fotografici familiari dalmati ed interviste ad anziani Dalmati.

 

Studiare il «primo esodo»_

 

Spesso, purtroppo, la pubblicistica su quest’area adriatica si è rivelata lacunosa, faziosa, distratta se non smemorata o persino falsificatoria, complice anche l’ignoranza diffusa per la mancanza di una didattica che appunto trasmetta ai giovani la nostra storia. Condivide il giudizio, si cerca di fare qualcosa su questo fronte? Certo che condivido. Da parte nostra si fa poco, obiettivamente. Un po’ perché non si vuole entrare in polemiche che diventano inevitabilmente pesantemente politiche, un po’ perché non abbiamo grandi forze. Inoltre, crediamo che la seria ricerca scientifica, quella che noi cerchiamo di svolgere, sia appunto la base sulla quale rimediare alle falsificazioni. Per la pubblicistica distratta e smemorata ci sarebbe bisogno di fare di più, ma con la ristrettezza delle risorse di più non si riesce, anche se usando fantasia e mezzi innovativi qualcosa di meglio uscirebbe. In Italia la Dalmazia sconta un’antica scarsità d’intesse da parte del pubblico, d’alto e basso livello, e delle istituzioni.

 

La SDDSP ha pubblicato numerosi saggi e volumi sul patrimonio storico e culturale della Dalmazia, le sue tradizioni, le questioni politiche; lei stesso è autore di diversi contributi in materia. Ci sono degli ambiti ancora tutti da esplorare, rispettivamente degli argomenti che sui quali andrebbero indirizzati gli sforzi di ricerca?

 

Gli àmbiti da studiare sarebbero tanti, sia dei decenni recenti che di quelli più antichi. Guardando le pubblicazioni fatte oggi in Dalmazia si vede come si scriva tanto e spesso bene (anche se dando come naturale che tutto quello che ci sia stato in Dalmazia in passato sia croato, cosa che non è vera). In Italia ed in italiano si scrive poco. Io immaginerei un più fecondo ed onesto scambio fra le due sponde: m’immagino che archeologi e fondi italiani contribuiscano a scavare completamente il sottosuolo del palazzo di Diocleziano, e nelle pubblicazioni relative non si scriva di una Spalato paleocroata, come non parliamo di un Colosseo paleo-italiano.

 

E un grande sogno sarebbe studiare il cosiddetto “primo esodo” ovvero i Dalmati italiani che abbandonarono la regione dopo il 1919, ancor più dopo il 1921. Forse 30.000 persone di cui poco si è indagato seriamente e che precedono i 350.000 di tutto l’Adriatico orientale del Secondo dopoguerra. Non per revanscismo, ma per conoscere, e poter parlare con serietà.

 

Bene la ringrazio.

 

Mi consenta un’ultima cosa: se qualcuno volesse partecipare a queste iniziative, sarebbe il benvenuto.

 

 

 

Francobolli da dedicare alla Dalmazia

 

Un recente intervento di Carlo Cetteo Cipriani ha riguardato la notizia dell’emissione, da parte delle Poste Austriache, di un francobollo dedicato ai Walser, popolazione germanofona, originaria del Vallese ed ora sparsa nell’arco alpino, soprattutto in Austria, e anche in Italia. “Anni fa s’iniziò a operarsi, grazie a me e all’appoggio sostanziale di Beruno Crevato Selvaggi, acché le Poste Italiane emettessero dei francobolli dedicati alla Dalmazia e alla Venezia Giulia. Per qualche anno i francobolli furono emessi”, ricorda, citando a esempio quelli dedicati al liceo di Capodistria, alla Società Dalmata di Storia Patria, al giorno del Ricordo e altri.

L’ultimo fu nel 2007, quello dedicato a Fiume, che provocò – per l’infelice dicitura – la protesta delle autorità croate, il rinvio dell’emissione e il dikat del Ministero degli Esteri alle Poste a non più emettere altri francobolli legati al’Adriatico orientale.

“Si vuole rilevare la differenza di spessore e di spina dorsale delle autorità italiane e austriache. Queste non si fanno scrupolo a celebrare eventi o situazioni della propria cultura e retaggio anche se situate all’estero. Ricordate il francobollo dedicato a Trieste un paio d’anni fa?. Diversamente, le autorità italiane hanno posto il bando totale a fare memoria di episodi e personaggi italiani che siano al di fuori dei confini attuali della Repubblica. Pochi anni fa, dovendosi emettere una serie dedicata a monumenti romani – antichi – disseminati in Europa si proposero l’Arena di Pola o il Palazzo di Diocleziano di Spalato. Il niet fu tassativo. Sarebbe bene quindi che si trovasse un modo per superare questo divieto e si reiniziasse a emettere francobolli dedicati alle genti e alla storia dell’Adriatico orientale, non per rivendicazioni, ma per una memoria storica, che sia condivisa e aperta”, afferma il nostro interlocutore.

 

 

 

 

356 – Il Messaggero 13/07/13 Roma – Terrorismo, commemorato il colonnello Antonio Varisco

Terrorismo, commemorato il colonnello Antonio Varisco

Nella città giudiziaria ricordato il carabiniere ucciso dalle Br

 

ROMA – È stato commemorato questa mattina all’interno della città Giudiziaria il tenente colonnello Antonio Varisco, ucciso da un commando di terroristi il 13 luglio 1979 ed è la prima volta che si svolge una cerimonia all’interno del Tribunale. Varisco, primo comandante del Reparto Servizi Magistratura (una istituzione voluta proprio da lui nel 1976), venne ucciso da un gruppo di fuoco sul lungotevere Arnaldo da Brescia.

 

Le Brigate Rosse rivendicarono l’attentato divulgando un volantino che faceva capire chiaramente che il colonnello era stato ucciso in quanto «simbolo» dello Stato perché aveva collaborato con il generale Dalla Chiesa. Per le br Varisco era dunque un elemento di raccordo tra la magistratura, le forze dell’ordine e le carceri.


Nato a Zara il 29 marzo del 1927, l’ufficiale si era arruolato nell’Arma nel 1951 come Sottotenente. Nel dicembre 1957 (dopo essere stato promosso capitano) venne nominato Comandante della Tenenza di Roma – Tribunali. Nel 1966 assunse il comando del Nucleo Tribunali, Traduzioni e Scorte di Roma e, nel 1973 con il grado di maggiore, divenne comandante del Nucleo di Polizia Giudiziaria di Roma. Nel 1976, promosso tenente colonnello, venne nominato comandante del Reparto Servizi Magistratura.

Il 25 maggio 1982, con decreto del Presidente della Repubblica, gli è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria con la seguente motivazione: «Assolveva i suoi particolari e delicati compiti con assoluta dedizione, responsabile impegno e ammirevole tenacia, pur consapevole del gravissimo rischio personale per il riacutizzarsi della violenza eversiva contro l’intero ordine giudiziario. Fatto segno a numerosi colpi di arma da fuoco in un vile e proditorio agguato tesogli da un gruppo di terroristi, sublimava con il supremo sacrificio una vita spesa a difesa della collettività e delle istituzioni democratiche».

La commemorazione è avvenuta alla presenza del comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Leonardo Gallitelli, la figura dell’ufficiale è stata ricordata da Giorgio Santacroce, primo presidente della Corte di Cassazione.

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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