LA GAZETA ISTRIANA mensile culturale MLHISTRIA n° 38 – GIUGNO-LUGLIO 2013

Posted on July 27, 2013


La Gazeta Istriana  a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin

anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

Giugno – Luglio  2013 – Num. 38

 

 

 

 

44 – La Voce del Popolo 08/04/13 Cultura – L’architetto che ha «salvato» i monumenti storici istriani 

45 –  L’Arena di Pola 18/05/13 – Bati e ribati – Una cicatrice no del tuto rimarginada (Ester Sardoz Barlessi)

46 – La Voce del Popolo 12/07/13 La CNI sotto l’occhio vigile degli 007 comunisti

47 – Osservatorio Balcani 10/07/13 Giacomo Scotti: E’ stato per caso e per passione (Vittorio Filippi)

48 – L’Arena di Pola 18/05/13 Nascita di una minoranza (Giovanni Radossi)

49 – Anvgd.it 19/03/13 –  2013, l’anno di Padre Flaminio Rocchi (3)

50 – Corriere della Sera Bergamo 05/07/13 Addio alla maestrina che infiammò la storia (Donatella Tiraboschi)

51 – Il Piccolo 13/06/13 Dalla Carinzia a Trieste il treno che fece la storia (Marco Di Blas)

 

 

 

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44 – La Voce del Popolo 08/04/13 Cultura – L’architetto che ha «salvato» i monumenti storici istriani 

L’architetto che ha «salvato» i monumenti storici istriani

FIUME Un evento “speciale”, unico. Quando si ha la possibilità di ammirare in una mostra la penisola istriana degli inizi del XIX secolo, non vi è aggettivo migliore per descriverla se non utilizzare l’aggettivo qualificativo “speciale”. Ottantadue schizzi, carboncino su carta, che raffigurano, come dicevamo, fedelmente la penisola istriana del primo Ottocento, fatti da un architetto considerato come uno dei pionieri dell’architettura ottocentesca europea. Se a questo aggiungiamo che questo personaggio ha posto, a suo modo, le basi per la futura concezione della fotografia come forma d’arte, allora è chiaro perché la mostra “Pietro Nobile – Motivi istriani del XIX secolo”, attualmente in visione presso l’Archivio di stato del capoluogo quarnerino, è così particolare e unica. Come si può intendere dal titolo, il protagonista dell’esposizione è l’architetto ticinese-triestino Pietro Nobile, per un trentennio direttore della Scuola di Architettura dell’Accademia delle Belle Arti di Vienna – denominata Die erste Schule des Reichs – ossia la Prima Scuola dell’Impero asburgico, non ancora austro-ungarico – che ha svolto un lavoro di inestimabile valore nella penisola istriana ed oltre ad abbracciare lavori architettonici e di conservazioni dei monumenti si è focalizzato sulla “riproduzione” su carta della maggior parte delle località istriane e dei suoi luoghi di maggiore interesse.

L’arrivo in Istria

Nobile giunge in Istria intorno al 1807, nel momento in cui, dalla Direzione delle fabbriche di Trieste – sotto il cui il territorio di competenza rientrava il vasto territorio di Trieste, dell’Istria, di Aquileia e di Gorizia – gli viene affidato il compito di tracciare la strada costiera che conduceva da Trieste fino a Pola. Fino al 1818 soggiorna nella penisola istriana di sovente, in particolare a Pola, sia per dovere d’ufficio sia per interessi personali. Con la città instaura un rapporto che va al di là dei motivi professionali, rimane affascinato dalla bellezza storica della città, dal calore degli abitanti e dalla loro semplicità. Da questo affetto nasce il suo desiderio di raffigurala, in qualche modo di conservarla nel tempo, così che anche le generazioni future possano ammirarne le bellezze. Appena arrivato si dedica alla cura dei monumenti antichi polesi esclusivamente su iniziativa personale, grazie anche alla posizione ricoperta e alle risorse materiali e umane dell’ufficio di Trieste. Una sala dell’Archivio di stato fiumano è dedicata proprio al suo rapporto con Pola. Vi troviamo disegni che sembrano fotografie, talmente accurati e precisi che ci sembra di trovarci davanti al soggetto ripreso. Inquadrature fedeli che esaltano i particolari, come la facciata del Tempio di Augusto contornato da erbacce che avvolgono il pronao tetrastilo. La scelta di disegnare le erbacce costituisce una sorta di promemoria per la relazione scritta che il Nobile doveva eseguire per i propri superiori, nonché un appello a procedere al restauro dell’edificio. Troviamo poi il monumento simbolo della città, l’anfiteatro, che viene raffigurato da diverse vedute, tutte estremamente precise e veritiere. Per la prima volta in Croazia vediamo una copia del progetto del manto murario esterno dell’anfiteatro.

Una riproduzione fedelissima

Come già detto, il suo occhio non si fermava solo su soggetti architettonici e naturali, troviamo anche diversi ritratti di persone con cui il Nobile strinse un legame, come per esempio l’immagine che raffigura Don Nicolò Micovilovich, deputato di sanità del porto, e il capitano Giovanni Rossanda. Guardando questi ritratti, non ci pare possibile che fossero stati fatti da un “non professionista” del disegno; le linee morbide, i tratti del viso fedeli, la scelta del posizionamento del volto, l’utilizzo cosciente delle ombre e della prospettiva, non hanno nulla da invidiare ai ritratti dei grandi maestri del genere come Jacques-Louis David o Jean-Auguste-Dominique Ingres. L’utilizzo corretto e cosciente della prospettiva si nota soprattutto, quando il Nobile si cimenta nel disegno dei monumenti: qui notiamo tutto il suo talento, la sua arte, che secondo molti storici della materia non riceve le attenzioni che in realtà dovrebbe meritare, perché Pietro Nobile oltre alla “qualifica” di architetto dovrebbe avere affiancata quella di artista, perché di un artista si tratta, con la A maiuscola. Prova ne è la riproduzione, che si può definire fotografica, della parte meridionale dell’anfiteatro polese, con due volte in primo piano, e dietro loro in profondità, la cinta muraria circolare dell’arena. Pola oggi avrebbe un aspetto diverso se non avesse attirato di primo acchito il giovane Nobile, rimanendo poi la sua passione fino all’ultimo dei suoi giorni. La città per ricambiare il “favore” gli ha dedicato una via.

Non solo Pola

Tra il 1807 e il 1818 Nobile si sposta lungo tutta la penisola istriana, soffermandosi anche nei centri più piccoli. La mostra raccoglie gli schizzi della sua mappa di viaggio, che raffigurano centri remoti, vedute scomparse, monumenti storici oggi dimenticati. Vediamo le grotte di Castelvenere, i viandanti che riposano sotto le pittoresche pareti di roccia nella valle del fiume Dragogna, la chiesa di S. Antonio ad Albona, tuttora ben conservata. I suoi particolari sono resi con precisione: notiamo il muro a secco del terreno incolto, la scalinata sulla via di accesso alla chiesa e il dettaglio della decorazione del portale barocco di quest’ultima. Poi ancora vedute e monumenti della città di Buie, Umago, Val di Torre, Rovigno, San Vincenti, Duecastelli, Draguccio, Montona, Laurana, Moschiena, Fianona, ma anche di Isola e di Muggia. Un viaggio, insomma, che ci porta a conoscere le nostre radici, i luoghi a noi cari, per non dimenticare la nostra cultura di provenienza e per rendere degno merito ad essa.

Come ha rilevato Dean Krmac, uno degli organizzatori dell’esposizione, che ha inaugurato la mostra e che ha curato le didascalie (in lingua italiana) che affiancano i disegni, “Nobile si batteva per la conservazione dei monumenti, si curava dei dettagli. Ha dato un contributo enorme per il mantenimento della nostra cultura”. Ecco perché la sua figura ha pieno diritto di essere rivista e onorata come merita e questa mostra ne è testimone. In visione fino a mercoledì, 25 c.m.

Marin Rogić

 

 

 

 

 

 

45 –  L’Arena di Pola 18/05/13 – Bati e ribati – Una cicatrice no del tuto rimarginada

BATI E RIBATI

Una cicatrice no del tuto rimarginada

Più de cento volte, dentro de mi, go dito che certi argomenti  tipo foibe, esodo, “andati e rimasti” no li gavaria tocadi mai più e invesse, bati e ribati, voio o no voio, i salta  sempre fora e mi ghe casco. El fato xe che la lingua bati do’ che el dente diol, e noi de ’sto dolor de dente ghe ne gavemo altro che risentido! Semo stadi siti per tropo tempo  e adesso che se pol parlar xe come che se gavessi  verta una spina, ma cossa digo? Una fontana!    E alora zò  a parlar e a scriver de quel che ne iera restado in gola per  ani anorum.

Mia nona, che Dio ghe brassi l’anima, una dona semplice,  sempre con la parola giusta in boca, la portava la sagessa  del popolo sule punte dei diti. I veci conossi el sal  dela vita e ela la diseva sempre che ierimo nati in una tera belissima, ma disgrassiada, voluda de tuti, ma amada  solo de noi.

E xe vero che tuti gavaria voludo grampar la  tera, ma a nissun no ghe piasevimo noi come gente, tuti   gavessi volù  portarse a meter radise i sui simili. E alora  ecote l’esodo con la povera gente sparpaiada per i campi  profughi, le case ’bandonade’ e el cuor pien de dolor.

Questa xe una parte dela medaia, e de drio semo noi,  che no’ gavemo fato la vita de Michelasso, anche noi col  cuor s’gionfo de dolor, foresti in casa nostra,   pena che  versevimo boca per parlar la nostra lingua i ne diseva che  ierimo fassisti, sempre col gropo in gola per ingiotir le lagrime  e dover far finta de gnente per no’ esser ciapai de  mezo.

Nel mio rion iera un certo Giovanin, mezo orbo, e che  no el se intendeva de gnente, paron de una casa con sei  quartieri.

Co xe vegnùla cosideta “liberassion”, el se ga  messo in canotiera (iera magio) sul davansal del primo pian a sventolar  una bandiera rossa e a urlar: «Mi son   russo! Mi son russo!». A lui no ghe bastava esser jugoslavo,  diritura russo el voleva esser. El iera inamorado de   Stalin.    E ’sto amor un per de ani dopo ghe ga ben che  costado!

Un suo inquilin che lo ga visto e sentido el ghe  ga dito de no far el mona e andar dentro. E lui: «Domani  al Fronte, se parleràde ti, compagno».    «Caro mio –ghe ga risposto l’omo – mi no son tuo  compagno,  perché   te pago l’afito, la casa xe tua e no mia.   Parla anche de questo doman al Fronte».

E gnanche dir che i ghe ga subito nassionalizà    la casa  lassandoghe a lui con la molie e i fioi el quartier più   picio e  dopo un dò  ani, de tanto russo che el iera, el xe finido a  Goli Otok, che lo stesso me dispiasi, perché  passar  là  due ani iera come diese de grave malatia. I fioi ghe xe  scampai oltra confin e i xe finidi in Svezia, Italia e Canada.    Altro che russo! El xe morto in ricovero, ormai vedovo  e orbo, solo come un can.

Una mia amica la disi sempre:  «Siamo un tessuto lacerato e ce ne vuole per ricomporlo!».

Sì ghe vol tanto, perché  co un vestito xe sbregà repessa  che te repessa, el segno resta sempre. Cussì   semo  noi, feridi e con una grande cicatrice che la diol, perché  in tanti ani, ancora no la xe del tuto rimarginada.

Forsi, con la bona volontà  dei andadi e dei restadi, vegnarà   el giorno che la pele tornerà  bianca e lissa. Mi lo  spero, per i nostri fioi, nipoti e pronipoti. Forsi quel cincin  de cativeria che ancora de qualche parte esisti la sparirà

Ma quei che ga la mia età  devi tegnirse ancora la brosa,  perché magari cussì  no, ma ga de passar ancora aqua   soto i ponti.

Ester Sardoz Barlessi

Da “La Voce del Popolo” del 10 maggio 2013

 

 

 

46 – La Voce del Popolo 12/07/13 La CNI sotto l’occhio vigile degli 007 comunisti

La CNI sotto l’occhio vigile degli 007 comunisti

 

Krsto Babić

 

FIUME | L’occhio vigile e (in)discreto dei servizi segreti del regime socialista jugoslavo era puntato anche sui vertici dell’allora Gruppo nazionale italiano, dell’Università popolare di Trieste, del Consolato italiano di Capodistria e in particolare sulle scuole in lingua italiana e sui protagonisti dell’attività editoriale della minoranza italiana. Lo svela un documento redatto negli anni ’90 da Josip Perković, in questi giorni al centro di una disputa giuridico-legale tra Zagabria e Berlino, e Jan Gabriš, due pezzi grossi dell’intelligence jugoslava prima e croata dopo. Nel documento, stilato per conto del defunto presidente Franjo Tuđman e il suo staff, si descrivono le attività dei servizi d’informazione jugoslavi nel decennio che va dal 1980 al 1990, ovvero fino all’avvento del sistema democratico pluralista. Il rapporto redatto da Perković, di cui il quotidiano polese Glas Istre ha pubblicato ampi stralci, svela una situazione di cui si intuiva comunque l’esistenza. Nell’area istroquarnerina le attività degli 007 jugoslavi, ovvero della polizia segreta nota anche come Udba, erano rivolte a contrastare la possibile diffusione del “nazionalismo”. Erano tenuti d’occhio la Chiesa cattolica, i presunti nazionalisti croati, ma anche quelli serbi e albanesi in Istria. E, potremmo dire, naturalmente vista l’epoca, ovvero il regime politico in auge, l’occhio vigile dei servizi era rivolto pure, come rilevato, nei confronti della Comunità nazionale italiana. In questo caso si parlava del controllo del “nazionalismo e dell’irredentismo sempre presenti in Istria, a Fiume e sulle isole”. Chiaramente gli 007 non si limitavano ai rimasti, ma le loro antenne erano puntate anche sulla diaspora, sulle organizzazioni degli esuli. Tra le personalità della CNI oggetto di intercettazioni figuravano nomi del calibro di Antonio Borme, Giovanni Radossi, Antonio Pellizzer, Anita Forlani e altri ancora. Stando al documento (intitolato “La ricostruzione del Servizio di sicurezza statale del Segretariato repubblicano degli affari interni della Repubblica socialista di Croazia dal 1980 al 30 maggio 1990”), lo stesso presidente Tuđman, negli anni Ottanta illustre dissidente croato, fu vittima di serrati controlli da parte dei servizi segreti jugoslavi.

 

Dio e la minoranza

 

E se in linea generale la maggior parte dei controlli riguardava le attività svolte dalla Chiesa cattolica croata, gran parte delle operazioni condotte dalle centrali fiumana e polese dei Servizi di sicurezza (SDS) della Croazia socialista erano volte a contrastare il “nazionalismo italiano”. Stando alle tesi espresse nel documento, menzionato di recente da Miroslav Tuđman, ex dirigente dell’Agenzia informativa croata (HIS), all’epoca a Fiume, in Istria e nelle isole quarnerine l’intelligence jugoslava era impegnata a contrastare le “iniziative nazionaliste-irredentiste finalizzate alla secessione dei suddetti territori, ossia alla loro annessione all’Italia”. In tale contesto i servizi jugoslavi misero sotto sorveglianza l’attività svolta dai loro colleghi italiani, dall’UPT e dai presunti irredentisti infiltrati nelle file della Chiesa cattolica in Italia. Nel dossier vengono menzionati i soprannomi di alcuni collaboratori del regime operanti nell’istro-quarnerino (Libero, Maks e Pino), il nome in codice di un’operazione di contrasto alle iniziative irredentiste (Operazione famiglia chersina) e lo pseudonimo del coordinatore dell’SDS a Fiume (Šimun) per queste operazioni. Risulta che la chiave per decrittare i nomi degli agenti sia celata in un altro documento, che però non è mai stato pubblicato.

 

La «tutela» degli studenti

 

Il quartier generale dell’SDS per le operazioni in Italia era situato a Pola. In questo genere di operazioni i servizi jugoslavi erano soliti servirsi di agenti doppiogiochisti. Elvis, Gala ed Enes erano incaricati di vigilare sui servizi segreti italiani di stanza a Udine. L’agente Romana, invece, era stata infiltrata nella Capitaneria di porto di Trieste. Tra le istituzioni poste sotto sorveglianza dall’intelligence jugoslava risulta pure l’Istituto di studi e documentazione sull’Europa (ISDEE). L’operazione d’infiltrazione degli agenti jugoslavi nelle istituzioni italiane era stata denominata Hobotnica (piovra). Quella promossa per “tutelare” gli studenti croati iscritti nelle università italiane portava il nome in codice Indeks. Lo scopo dell’operazione Metalac (metalmeccanico) consisteva nell’ostacolare le attività del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (SISMI). Nel documento è menzionata pure l’operazione Alga,s che avrebbe permesso di smascherare un’agente italiano (nome in codice Ema).

 

Il caso di Josip Perković, prima alto dirigente dell’UDBA nella Croazia socialista e poi alto esponente dei servizi segreti della Croazia indipendente e sovrana, è balzato di recente agli onori della cronaca in seguito alla legge approvata dal Sabor, secondo l’opposizione con l’intento di impedire la sua estradizione in Germania, dove è sospettato di essere coinvolto nell’omicidio avvenuto nel 1983 del dissidente croato, Stjepan Đureković. Questo ha fatto sì che l’interesse della stampa croata si sia rivolto a quel periodo. E pertanto è stato pubblicato anche questo dossier.

 

 

 

 

 

47 – Osservatorio Balcani 10/07/13 Giacomo Scotti: E’ stato per caso e per passione

E’ stato per caso e per passione

 

Vittorio Filippi

 

10 luglio 2013

           

Giacomo Scotti mette finalmente mano alla valigia dei ricordi e racconta la sua incredibile vicenda biografica di giovane italiano del sud finito a vivere, per caso e per convinzione, nella Jugoslavia del secondo dopoguerra. Una recensione. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

 

“Giacomo Scotti, poeta jugoslavo nato a Saviano presso Napoli!”: così scrisse Izet Sarajlić, un grande intellettuale di Sarajevo che non volle abbandonare la città sotto assedio (perdendovi due sorelle) pur di testimoniare il carattere laico e multietnico della capitale bosniaca.

 

Sì, perché Scotti, pur di radici indubbiamente partenopee radici a cui peraltro tiene moltissimo è anche stato profondamente jugoslavo. Vivendo sulla propria pelle è proprio il caso di dirlo tutte le vicissitudini e le contraddizioni di quella seconda Jugoslavia, repubblicana e titoista.

 

Il libro

 

“La base della RAF britannica nel mio paese, Saviano, alle porte di Napoli, era sistemata nell’edificio delle scuole elementari. Avevo sedici anni e facevo un po’ di tutto: lavoravo in cucina, facevo le pulizie nelle baracche, trasportavo i bidoncini della benzina da versare ogni mattina nei serbatoi degli automezzi, continuamente pungolato da parole di disprezzo dei miei datori di lavoro in uniforme. Non lo sopportavo. Così, un giorno mi presentai sul lavoro con incollato sul petto una scritta che diceva: “Sono comunista”. Ero diventato un contestatore. Il mio gesto fece scalpore fra la gente del paese. Gli inglesi, invece, se la risero. Qualche settimana dopo, presi contatto con la Federazione comunista giovanile italiana, ne ricevetti la tessera e il distintivo. Pensavo di essere diventato una persona importante, invece mi ero messo nei guai”.

 

 

 

E’ stato per caso e per passione

Giacomo Scotti

casa editrice: LINT Editoriale

 anno di pubblicazione: 2013

 pagine: 228

prezzo: 16,00 euro

 

In Jugoslavia Scotti vi arriva davvero “per caso” nel difficile 1947, quando romanticamente decise di andare a combattere in Grecia con i partigiani comunisti di Marcos. In realtà il viaggio fu molto più breve: si arrestò a Fiume, dove Scotti iniziò la sua avventura umana e ideologica come correttore di bozze per “La Voce del Popolo”, giornale di lingua italiana.

 

Chi leggerà il libro, peraltro di facile e gradevole lettura, coglierà la complessità faticosa dei due aspetti citati quello umano e quello ideologico che intersecano tutta la vita dell’autore. Quella umana passa attraverso varie peripezie lavorative ed intellettuali che non gli risparmieranno rapporti spesso aspri con il potere socialista (talmente aspri da portarlo perfino all’ostracismo, al carcere, alla cacciata dal posto di lavoro, all’esilio).

 

E poi c’è l’aspetto ideologico, un fil rouge importante per la vita di Scotti, dato che volle partecipare come fecero anche i cosiddetti “monfalconesi” alla costruzione della Jugoslavia socialista, costruzione che corre dapprima nell’ortodossia stalinista e poi con lo “strappo” del 1948 cercando una strada tutta sua.

 

Nella storia personale dell’autore sembrano condensarsi tutte le difficoltà e le aporie che da un lato connotano la durezza del Novecento postbellico e dall’altro la fragilità della costruzione statuale jugoslava, sempre percorsa da inquietudini, da eccessi, da nazionalismi affioranti.

 

Uomo del difficile confine orientale e si sa quanto critico sia stato per l’Italia e per il mondo bipolare della guerra fredda questo confine Scotti ha invece sempre creduto che i confini vadano superati, oltrepassati. Oltrepassati e cancellati, scrive. Nel 1947 per costruire una società più giusta, migliore, come suggeriva la generosità dei suoi diciotto anni: appunto “per passione”, come titola il libro. Ed in seguito attraverso la paziente conoscenza di popoli, lingue, culture e sensibilità diverse. Perché solo attraverso la conoscenza si arriva a comprendere l’altro.

 

Oggi Scotti, che ha oltrepassato anche il confine biografico degli ottant’anni (è del 1928), vive tra Fiume e Trieste, quasi a voler ribadire anche fisicamente il suo testardo superamento dei confini. Confini che, al primo luglio, finalmente si dilegueranno con l’entrata della Croazia nell’Ue.

 

Della vita dell’autore non vi è solo questa autobiografia, ma più di cento opere letterarie e storiche (tra cui vanno ricordate quelle, meticolose, sull’orrore concentrazionario dell’isola di Goli), nonché tutta la sua intensa attività di scrittore, giornalista, traduttore, saggista.

 

Ma rimane soprattutto una testimonianza viva, testimonianza che alla faccia di tutte le avventure e disavventure sperimentate (anche forti, come l’aggressione fisica dei nazionalisti ustascia nel 1994) – oggi esprime serenità e speranza. La sua stessa famiglia fatta di tre matrimoni e di tanti figli e nipoti contiene un grande meticciamento di lingue, di culture, di origini; una famiglia “con la bandiera dell’arcobaleno”, la definisce. Quasi una metafora ed un augurio per un confine orientale che esce da un lungo periodo di contrapposizioni e di violenze.

 

 

 

 

 

 

 

48 – L’Arena di Pola 18/05/13 Nascita di una minoranza

Nascita di una minoranza

 Il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, l’Unione Italiana di Fiume, l’Università Popolare di Trieste e l’Università degli Studi di Trieste – Dipartimento Studi Umanistici hanno presentato venerdì 19 aprile presso la sede “Androna Baciocchi” dell’ateneo il libro della docente triestina Gloria Nemec sul periodo 1947-1965 in Istria e nel Quarnero secondo la testimonianza degli italiani rimasti. Quest’ampia ricerca di storia orale è stata effettuata intervistando un’ottantina di testimoni. Il volume, già presentato a Rovigno il 1° marzo, può essere scaricato in pdf dal sito www.crsrv.org.

 

Riproduciamo di seguito nella sua interezza, salvo i ringraziamenti finali, la significativa allocuzione pronunciata a Trieste dal prof. Giovanni Radossi, presidente del CRSR.

 A rigore di termini è possibile parlare di minoranza italiana dell’Istria, Quarnero e Dalmazia soltanto dal momento della data ufficiale della sua nascita che si colloca nell’anno 1947, all’entrata in vigore del Trattato di pace tra Italia e Jugoslavia, quando, dopo una gestazione travagliata e l’inizio dell’esodo, si compose la sua immagine in fatto di consistenza numerica e di orientamenti ideali. Il suo affacciarsi alla ribalta della storia contemporanea avvenne attraverso un processo contraddistinto da inquietudini, da perplessità, da polemiche, da incomprensioni, da lacerazioni, da conflitti di vario genere; questo sofferto cammino ha condizionato la sua esistenza sino ai giorni nostri, nonostante i numerosi tentativi di vincere le avversità, di cementare la sua coesione, di rafforzare la sua coscienza, di definire in maniera inequivocabile la sua identità non solo etnica ma soprattutto nazionale. Per siffatte ragioni la “storia” e l’insieme delle questioni esistenziali di questa minoranza nazionale – senza dubbio una delle più giovani se non la più giovane d’Europa – numericamente esigua, ma dotata di vitalità e di capacità di ripresa impensate, vanno affrontate tenendo conto dei presupposti storici ed ideali che hanno prodotto direttamente o indirettamente la sua comparsa in una fase particolare della storia europea, lumeggiando l’arduo percorso della ricerca della propria autonomia, della propria unità e della propria individualità nei mutati e mutanti contesti statuali.

E’ notorio che le minoranze nazionali sono di regola il risultato di un’imposizione della maggioranza o di un compromesso tra stati, a cui pervengono per comporre le proprie controversie in merito alla definizione dei confini. E’ facile capire come questa separazione coatta possa provocare uno stato – diciamo – di disagio tra coloro che ne sono vittime, colpiti nelle proprie aspettative nazionali, nei propri interessi economici, nei propri ideali politici, e suscitare di conseguenza nel popolo di maggioranza – ma non solo – un senso di sfiducia come logica reazione, nei confronti degli appartenenti al gruppo minoritario, ravvisando in essi i segni di un pericolo latente e nella loro presenza elementi di una costante insicurezza.

Tuttavia, contrariamente a questa esperienza pressoché generale, la comunità nazionale italiana è nata in parte motu proprio, poiché ai suoi componenti furono date più possibilità e prospettate ampie garanzie nel caso in cui avessero deciso di sottrarsi a tale destino; mi riferisco, in primo luogo, alle opzioni contemplate dalle clausole del Trattato di pace e dai successivi accordi italo-jugoslavi che “permettevano” di “trasferirsi” nella Nazione Madre. E’ chiaro che, se per ipotesi, tutti gli Italiani avessero esercitato questo diritto, in Istria, a Fiume e dintorni non sarebbe nata alcuna minoranza nazionale italiana; pertanto essa giustamente rivendica il riconoscimento delle sue specifiche origini autonome ed autoctone, come titolo legittimo di rispetto e di completa tutela.

Nel 1945 la dirigenza jugoslava era ben consapevole, e per nulla preoccupata dal fatto che il nuovo ordinamento politico avrebbe determinato la partenza dei tradizionali gruppi dirigenti italiani, della upper class della società locale, dei ceti medi urbani e degli intellettuali, depositari dei valori nazionali italiani, mentre avrebbe potuto contare sul segmento della “classe operaia” quale unica e sicura fonte di sostegno alla nuova legittimità politica e statuale. In realtà tutte le componenti abbandonarono il territorio, dopo la “disillusione storica” dovuta al prevalere dei valori nazionalisti all’interno delle organizzazioni politiche e della società, e quindi rispetto ai precedenti esodi istriani l’esodo degli italiani nel secondo dopoguerra segnò una novità sostanziale: vicina a scomparire questa volta fu un’intera componente nazionale. Sotto questo aspetto, oggi può sembrare indifferente sapere se allora, numericamente parlando, gli italiani fossero in maggioranza rispetto alla somma dei croati e degli sloveni residenti nel territorio, poiché quello che più conta è che se ne andò abbondantemente più della metà della popolazione residente, quella che aveva storicamente esercitato il dominio politico sulla maggior parte della regione e che risultava nettamente egemone sotto il profilo economico, sociale e culturale. L’esodo degli italiani avrebbe in tal maniera costituito l’autentica strozzatura della storia della Venezia Giulia.

In effetti, il drastico ridimensionamento numerico della popolazione italiana, accuratamente preparato dalle autorità jugoslave, si sarebbe dovuto realizzare attraverso un doppio binario: con l’espulsione, in particolare, degli italiani insediatisi nella regione dopo la prima guerra mondiale e, soprattutto, con la “restituzione” forzosa alle loro autentiche origini nazionali delle persone di origine slovena e croata “italianizzate” nei secoli precedenti; la fuga in massa, poi, della popolazione autoctona avrebbe integrato ben presto l’effetto devastante di queste direttrici. Il carattere propagandistico della prima “rilevazione demografica” (ottobre 1945) apparve subito del tutto trasparente e fu il primo indubbio segnale rivelatore del quadro degli equilibri nazionali che la Jugoslavia intendeva adottare nella Venezia Giulia. Seppure il nuovo Stato emergente dal secondo conflitto mondiale fosse di per sé plurietnico, tuttavia verso i vicini esso si comportava come un tipico stato nazionale che deviava verso l’esterno le pulsioni nazionaliste presenti inevitabilmente nelle diverse componenti storiche: siffatti comportamenti erano in effetti riconducibili all’esplicito intento dello stato jugoslavo di conquistarsi il supposto “confine etnico” già ipotizzato dopo la prima guerra mondiale, e di realizzare l’omogeneità etnica dei territori di nuova acquisizione.

Forse mai, come oggi, la riflessione che la Nazione Madre ci deve non può più prescindere dall’esprimere un giudizio, magari a titolo conoscitivo e valutativo, almeno sulla politica culturale e su quella di tutela concepita e condotta nei nostri riguardi in questo significativo sessantennio di dopoguerra e di avanzato inizio di millennio. Tale giudizio non può prescindere, infatti, da una puntualizzazione preliminare del nostro particolare iniziale contesto socio‑politico, che non solo ha sollecitato o frenato la promozione di presenze ed interventi a sostegno di strutture – quelle minoritarie –pericolanti, ma che ha anche condizionato tutta la loro articolazione e la specifica destinazione dei loro contenuti. Certo, noi dobbiamo rivendicare ora in modo alto e forte gli ideali di libertà, di tolleranza e di rispetto di tutte le componenti umane e civili che caratterizzano il territorio del nostro insediamento storico. Né si può credere che questo mito, quello della convivenza e della parità di condizioni di vita, sia un prodotto “inferiore”, o almeno “deformante” di un superato contesto politico. Quel mito ha svolto qui, e tuttora continua a svolgere, una funzione positiva, sul piano culturale e – più in generale – sul piano della crescita civile e sociale, che esclude qualsiasi primato di razza o nazione e che non concepisce una cultura che sia antitetica alla civiltà.

Comunque, è certamente maturato il momento di precisare a quali terribili insidie fummo esposti – in nome di quel mito – nel contesto del nuovo tessuto sociale e statale che, caratterizzato da una forte identificazione nazionale, misconosceva le diversità, puntando tatticamente sull’esaltazione dei valori classisti, ciò che produsse l’appiattimento delle aspirazioni genuine delle genti vissute fino a poco tempo prima sotto le ali della grande civiltà occidentale. Il noto risultato, frutto di un piano preordinato, fu il declassamento della componente romanza da maggioritaria a minoritaria, in seguito all’applicazione del Trattato di pace e del drammatico esodo che esso produsse; per i rimasti fu applicata la delegittimazione stanziale con vessazioni e compressioni politiche d’ogni genere, senza che nessuna voce di condanna, all’interno o all’estero, si levasse. A questo buio degrado si rispose dopo una “decantazione” durata un lungo, interminabile arco di vent’anni: “purificati” noi da possibili eccessi, ma rarefatti nel numero e nelle energie, ci siamo allora difesi e abbiamo rimediato da soli. Arrivò poi – nel 1964 – l’ancora di salvataggio dell’Università Popolare di Trieste e, successivamente, delle componenti più dirette dello Stato italiano, a materializzare quegli interventi che prima ci erano stati pervicacemente e sistematicamente negati e che, assieme alla nostra energia maieutica, ci avrebbero fatto uscire nei successivi decenni dalla ghettizzazione culturale ed umana in cui ci avevano voluti collocati, poiché violentemente sottratti alla nostra civiltà.

La comparsa della nuova Unione Italiana nel 1991 fece emergere la parte sommersa e “dimenticata” della popolazione italiana del nostro insediamento, quei connazionali che avevano riscoperto se stessi e il bisogno di dichiararsi. L’essere ed il palesarsi italiani fu associato ad un senso di libertà: allora si scoprì esistere un gruppo nazionale “diffuso”, radicato nella società, presente capillarmente sul territorio, desideroso di “contare”; e non composto solamente da pochi, raccolti intorno alle sue istituzioni specifiche, da uno “zoccolo duro” che ancora si accaniva a voler sopravvivere.

E’ bene ricordare che sia sulla storiografia italiana che su quella ex-jugoslava (oggi croata e slovena) grava il peso di colpe non indifferenti, anche se di natura diversa, per quanto concerne la problematica generale della popolazione italiana dell’area giuliano-dalmata; non ha senso individuarne in questa inadeguata sede le possibili motivazioni. Tuttavia, l’aver intuito – cosa che è stata fatta dal Centro di ricerche storiche rovignese – la gravità di queste lacune e l’aver cercato di contribuire a colmarle con serietà di applicazione attraverso un lavoro di équipe, in particolare nello svolgersi degli ultimi vent’anni, rappresentano un merito indiscutibile dell’Istituto e dei numerosi autori – segnatamente del volume di questa sera – prescindendo dalle inevitabili imprecisioni, poiché abbiamo avuto il coraggio di affrontare senza equivoci una problematica delicata e talvolta scottante che è servita nel più recente passato a falsare avvenimenti e realtà, falsificando sin il documento.

Ecco perché, allora, i preoccupanti risultati della recente rilevazione demografica in Istria debbono costituire per tutti noi una nuova sfida nell’impegno che ci siamo assunti nei confronti della popolazione italiana dei “rimasti”, ma anche degli “esodati”: crediamo di poterla affrontare onde adeguatamente gestirla, sorretti da strumenti come questo di oggi, con piena convinzione e dedizione, augurandoci un POST NUBILA PHOEBUS – DOPO LA TEMPESTA, IL SERENO!

Giovanni Radossi

  Gloria Nemec, Nascita di una minoranza. Istria 1947-1965: storia e memoria degli italiani rimasti nell’area istro-quarnerina, Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, Rovigno 2012.

 

 

 

 

 

 

49 – Anvgd.it 19/03/13  – 2013, l’anno di Padre Flaminio Rocchi (3)

 

2013, l‘anno di Padre Flaminio Rocchi (3)

 

19 marzo 2013

 

Eccoci al terzo appuntamento con la biografia di Padre Flaminio Rocchi, in occasione del cententario della nascita e del decennale della morte. In queste righe sull’Apostolo degli Esuli i ricordi dell’esperienza di cappellano militare in Corsica.

 

 

Sul lungo periodo trascorso come cappellano militare in Corsica, ecco una lettera del 1992 di Tito Sidari, nella quale l’esule gli racconta di essere stato in quegli stessi luoghi alla ricerca di testimonianze di quegli anni.

 

«Le porto via un po’ di tempo per raccontarLe le fasi della mia ricerca, perché desidero farla partecipe in qualche modo di ciò che ho provato. Trovandomi in vacanza con la mia famiglia presso Ajaccio, mi sono ricordato di quanto lei narra a pagina 276 e 277 de “L’esodo dei 350.000 Giuliani, Fiumani e Dalmati” ed ho pensato di andare a vedere come stessero le cose a oltre 48 anni di distanza; fui spinto dalla curiosità, ma non soltanto da quella. Un pomeriggio dissi ai miei che desideravo andare alla ricerca di alcune lapidi nel cimitero della città.

Rimasero allibiti, tanto più quando spiegai che si trattava di sepolture di militari jugoslavi della 2Guerra Mondiale. Ma come? Quelli che ho sempre descritti come il Nemico …? Forse quelli non erano proprio il nemico, ma insomma non potevo spiegarmi meglio? In effetti non fui in grado di spiegarmi; dissi che un nemico caduto diventa solo un uomo ….. frasi non facili, magari già sentite, molto retoriche; per essere intese in realtà presuppongono di aver già trovato alcune risposte a lunghe riflessioni sulla coesistenza dei popoli, sulla fratellanza, sugli orrori sentiti raccontare dai propri genitori, sul pane tuttavia dato ai “drusi” conquistatori, perché entravano in Pola morenti di fame e di stenti, quegli stessi che poi riprendevano il sopravvento e ci davano la caccia per le strade…

 

La partenza fu quindi la parte più difficile, perché si trattava di prendere coscienza di cosa mi spingesse realmente. Fui contento di non aver insistito che qualcuno venisse con me, infatti il pomeriggio fu caldissimo, estenuante. Superato il centro di Ajaccio, giunsi in vista di quegli strani piccoli cimiteri “privati” che giacciono in riva al mare alla periferia ovest della città; scrutandoli attentamente li oltrepassai e fermai l’automobile vicino al portale d’ingresso di un vasto camposanto, che avevo individuato sulla mappa prima di partire. Non trovando anima viva, nella calura accecante percorsi viali e stradine alla ricerca di quelle posizioni che avevo in mente ben chiare, ricordando le due foto del libro sull’Esodo; ad ogni svolta speravo di essere arrivato: “agave marina …”, “un cordoncino di cemento …”, “una croce con le tre vette del Monte Tricorno …”, ma non coincidevano né la scena, né alcun particolare.

 

Finalmente trovai una signora che accudiva un giardinetto; sulle sue indicazioni, intese in modo errato a causa del mio stentato francese, andai a cercare i custodi fin nelle strade vicine, tutte deserte, senza esito; lo scoramento e la calura insopportabile mi stavano facendo desistere, quando si fermò un’altra auto presso la mia e dalla famiglia che ne scese seppi che gli uffici del cimitero esistono, ma presso l’ingresso principale, che si trova ancor molto più avanti, dopo una curva della strada litoranea su cui eravamo.

 

Entrato nel lindo e ombroso ufficio devo aver dato una strana sensazione, perché i tre funzionari che vi si trovavano mi guardarono preoccupati; poi cortesemente mi fecero sedere, offrendomi dell’acqua e raccomandandomi di prendere fiato. Appena ebbi espresso il mio desiderio di trovare le sepolture di alcuni soldati jugoslavi caduti verso il 1943, il funzionario più autorevole mi rispose istantaneamente, con sicurezza, come se avesse preparato da ore la risposta a una richiesta così improbabile: “Mais oui, Monsieur; le tombe che lei cerca sono nove; non sono qui, ma nel cimitero di Sant’Antonio; come lei può vedere nella grande fotografia aerea alle Sue spalle, sono le nove croci a destra della Piattaforma d’Onore”. Stupefatto, mi complimentai per la sua preparazione. “E’ nostro dovere, Monsieur”. Ricevetti poi varie indicazioni utili per raggiungere il luogo, tenendo conto di interruzioni stradali per lavori nella parte alta della città. Nel salutarmi mi chiesero: “Il signore, ovviamente, è jugoslavo ? …” – “No! Io sono italiano! Ma … desidero riferire a una persona che conosco.” Mi guardarono con cortesia, ma senza capire.

 

 

Ristorato da quel riposo all’ombra, riattraversai il centro pieno di traffico e presi a salire verso le colline, finendo nel bel mezzo dei cantieri stradali; per viuzze secondarie mi ritrovai in periferia sulla strada giusta. Dopo poco trovai i depositi di robe vecchie e di sfasciacarrozze che mi erano stati descritti ed infine una orribile discarica di rifiuti urbani, fumigante, che ammorbava l’aria. Tornato indietro di pochi metri, vidi in mezzo ad oleandri in fiore il portone del cimitero di S. Antonio. Lasciata l’auto, corsi verso il cancello, temendo di trovarlo chiuso, perché ormai il pomeriggio era abbastanza inoltrato; una porta pedonale era, però, aperta; penso che venga chiusa di sera da un incaricato che si reca là appositamente.

 

Il cimitero è in salita, sul fianco di una collina; in lontananza sembra di vedere il mare; è in ottimo stato, pulitissimo, con molte piante da fiore. Ha purtroppo davanti, malamente schermata da alberi, quella discarica di rifiuti, vergogna per l’amministrazione che ne ha concessa l’offensiva collocazione. Però in fondo anche quella discarica ha un suo significato, un suo senso, anche se non voluto: può rappresentare la bruttura del mondo esterno, che non scalfisce minimamente la pace che regna entro quelle mura, così come i nostri rancori non possono giungere là dove è già passato qualcosa di ancor più grande, che chiede rispetto.

 

Il viale principale porta direttamente alla “Piattaforma d’Onore”, che comprende vari appezzamenti di terreno, tutti più o meno alla stessa quota, gravitanti attorno ad una spianata di pietra, con la bandiera e una lapide; essa dice che lì intorno sono raccolte le salme di molti che, in differenti campagne, hanno dato la vita per la Francia. Nel campo di destra per chi sale vi sono i 9 cippi originali, con le lapidi con nome, date di nascita e di morte e alcune parole, per me incomprensibili. Sopra i cippi sono 8 croci originali, con la lastra di marmo che reca, profondamente inciso, il simbolo della terra dei caduti, il monte Tricorno con il sole splendente. La nona croce, probabilmente perduta, è sostituita da una più piccola, un po’ rovinata; tutto il resto è in ottimo stato; sulla pietra fioriscono dei muschi, peraltro non spiacevoli su monumenti che hanno parecchi anni.

 

Confrontando con le foto originali del 1944, si potrebbe dedurre che le 9 tombe sono state spostate dalla posizione originale, dove erano contornate da cappelle di famiglia e dotate di un cordolo e di un’agave ciascuna. Sulla quarta lapide da sinistra è appoggiata una vecchia corona in materiale sintetico con i colori bianco, rosso e blu. E le date? Un ragazzo di 18 – 19 anni, che sua madre non rivide più; un uomo di 40 anni che forse lasciò moglie e figli; gli altri tutti giovani … Ho letto poi intorno decine di altri nomi: un indiano, un africano, italiani, sconosciuti … Una delle cose più sconvolgenti del mondo intorno a noi è la lapide del caduto sconosciuto; sono tante, in tante lingue, in ogni luogo; esse sono sempre lì, come un monito, urlano, ma nessuno le ascolta mai. Dopo una preghiera e una meditazione sono venuto via.

 

Il libro non lo dice, ma immagino che questi uomini siano morti per malattia o a seguito di ferite riportate al fronte; non so se la Corsica sia stata bombardata dopo l’8 settembre 1943. Vedendo l’indicazione stradale per un vicino ospedale e immaginando una correlazione, che forse non esiste, con quei caduti, sono andato a cercarne traccia, per avere qualche notizia. Però mi sono trovato all’improvviso in un recinto in mezzo a padiglioni ospedalieri, all’apparenza di costruzione recente; sentendomi ed essendo chiaramente un intruso, ho girato l’auto e sono tornato dai miei cari.

 

 

Questa, Reverendo Padre, è la storia di quel pomeriggio in cui ho scattato le foto. Per me è stata un’esperienza interessante e benefica; spero che per Lei non sia stata una noia leggere.»

 

 

Di fronte ad una certosina ed ammirevole ricerca, Padre Flaminio non mancò di confidare al suo interlocutore, ulteriori particolari della sua esperienza.

 

 

 

«Caro Signor Sidari, ho letto e meditato con commozione la Sua bellissima lettera del 20 dicembre. Le Sue osservazioni mi hanno riportato indietro di 50 anni. Mi rivedo in mezzo a quelle mie croci che posi con amore e con preghiera. Sono state spostate dal Cimitero civile in quello militare. Mi vedo a capo dei funerali con l’accompagnamento di cori sloveni, lenti e tristissimi. Ricordo tutti i morti perché ho vissuto la loro agonia, anche se erano miei nemici politici.

 

Una sera facevo l’autostop con tre sloveni. Passò un camion americano ma l’autista nero non si fermò, anzi allungò il braccio fuori dal finestrino, mostrando le corna. Nacque una reazione violenta, anche a causa del vino. Sentii la lama di un grosso coltello penetrare nella tempia di uno sloveno.

 

Durante una messa domenicale lessi una lettera che mi era pervenuta tramite il Vaticano: “caro papà, ho fatto la prima Comunione, ho pregato per te, ma ho detto alla mamma che la torta la avremmo mangiata al tuo ritorno”. Tre giorni prima avevo staccato la salma di quel papà da un albero sul quale si era impiccato per disperazione.

 

 

Passando davanti un’osteria sentii uno sparo. L’assassino mi porse la mano ancora tremante dicendo: “ho dovuto sparare perché mi aveva portato via la fidanzata”.

 

Una scheggia aveva squarciato il ventre di un giovane. Il chirurgo mi pregò di infilare la mano nello squarcio per comprimere le interiora che schizzavano fuori mentre lui cuciva la pelle. Sento ancora il calore umido delle interiora e del peritoneo lacerato. Un’ora dopo morì.

 

Un moribondo mi chiamò e volle dettarmi l’ultima lettera alla moglie e alle sue due bambine. Con un filo di alito bisbigliò i nomi e alcuni aggettivi affettuosi, ma sconnessi. Gli chiusi gli occhi. Completai la lettera quasi piangendo. La famiglia la conserva ancora come una reliquia, ma era una santa bugia di un frate.

 

Questa gente disorientata, umiliata, spesso arrabbiata, mi preparava l’altare in una tenda per celebrare la Santa Messa. A fianco del crocifisso metteva le fotografie, tolte da riviste americane, di Stalin e di Tito. Per loro erano due santi liberatori. Io guardavo sorridendo il mio crocefisso tra quei due ladroni. Eravamo ai primi del 1944. Ho rispettato la loro libertà e anche la loro ignoranza.

 

Per la Pasqua dello stesso anno portai un loro coro di una ottantina di elementi ad Aiaccio per cantare al pontificale del vescovo, presenti, come ospiti, le massime autorità militari americane. Fu un vero trionfo di musica, commentò il giornale locale. Lo stesso vescovo li ringraziò ed elogiò dall’altare. Immensa fu la mia gioia di aver portato alla ribalta questi poveri uomini, considerati servi lavoratori prima nell’esercito italiano, poi in quello americano. Una piacevole vendetta dei poveri. ma completai la festa con un secondo, solenne “pontificale” laico con l’aiuto della ricca sussistenza americana: un pranzo con grossi tacchini venuti dall’America, con un forte vino nero locale e con un ricco repertorio di canti sloveni compreso l’italiano “La Montanara”.

 

Ho fatto cinque anni di vita militare prima nell’esercito italiano, poi in quello americano, ma ho sempre provato una grande e piacevole letizia francescana nello sperperare lo stipendio per la gioia dei poveri e per la pace dei morti. Dopo 50 anni essi sono ancora i morti delle mie preghiere. Il rullo della storia è passato anche su questa vicenda. I due “ladroni” sono caduti. Il medaglione del Tricorno poteva sembrare un gesto incosciente. Per me era un gesto di pietà per chi soffriva e moriva. L’ho ricordato nel 1978 al tribunale di Lussinpiccolo. Ma i giudici slavi non mi hanno creduto e m’hanno condannato a non mettere piede per cinque anni nella terra né del Tricorno, né della Scacchiera. Anche questo fa parte della letizia francescana.

 

Queste, caro signor Sidari, sono le considerazioni che mi sono venute spontanee, leggendo la Sua lettera e osservando le Sue fotografie. Grazie.»

 

L’esperienza militare rimarrà indelebile nel cuore del giovane Flaminio. Più tardi ne userà le argomentazioni per respingere le insinuazioni nei suoi confronti in riferimento alle sue pubblicazioni sull’Esodo e sulle Foibe.

 

«Qualcuno cercherà in questo scritto parole di odio, di politica. Non le troverà. Durante cinque anni di guerra in Corsica, inquadrato prima nell’esercito italiano, poi in quello americano, ho visto uomini di quattro eserciti rincorrersi, scontrarsi, uccidersi in una confusione violenta di ideologie, di patrie, di armi: americani, francesi, italiani e cinquemila lavoratori sloveni militarizzati. Nel 1944 ho sepolto ad Ajaccio e a Bastia 200 sloveni, comunisti filotitini. Ho benedetto le loro bare coperte dalla bandiera slava con la stella rossa. Si professavano cattolici. Accompagnavano i funerali con cori lenti e armoniosi. Ho celebrato la S. Messa davanti a un Crocifisso con a fianco due grandi fotografie di Stalin e Tito. Col mio inutile stipendio in dollari ho costruito su ogni tomba una croce con due medaglioni in marmo: uno con il Triglav (stemma della Slovenia) e l’altro con il nome e una frase in sloveno.

 

La testimonianza fotografica si trova nel mio libro sull’esodo. Le autorità francesi conservavano i medaglioni di marmo nel museo militare di Ajaccio. L’ho fatto perché per me non contava né l’ideologia del precetto militare, né il colore della divisa, né l’arma che ha ucciso. Era un uomo, creatura di Dio. Io, piegato sulla sua salma, ero un semplice frate che pregava.»

 

Non mancheranno i ricordi di giovane sacerdote in guerra anche più avanti negli anni; non perderà mai i contatti con quell’esperienza terribile e meravigliosa allo stesso tempo. Eccone una testimonianza. Da una lettera del 1998 a Bastianina Cambule.

 

«Cara Bastianina, la signora Loreta Baretich m’ha portato il tuo ottimo mandorlato sardo ma specialmente tanti ricordi del 1943-44. A Padria trovai allora un’accoglienza commovente. Ricordo la nostra chiesa di Santa Giulia e quella di San Giuseppe. Il soggiorno con un grande braciere al centro di casa Cambule. La Bastianina sempre affettuosa, cordialissima, generosa verso la mensa ufficiali e verso i nostri poveri soldati, ammalati di febbre maltese. Si sono salvati con le medicine del Capitano Marabotti, dei tenenti Bindi, Lemmi e Prosperi, ma specialmente con la carne e con il pane che tu raccoglievi e ci portavi. Ricordo tuo fratello, grande, robusto, di poche parole. Ricordo le tre sorelle Pierina, Angelica e Mariuccia Poddighe, tue cugine, un po’ vanitose ma molto buone. Ho seguito con dolore le avventure del Parroco, finito a fare il cappellano nel Cimitero di Alghero.

Mi sarebbe piaciuto rimanere come sacerdote a Padria. Si poteva fare tanto bene con la tua collaborazione e con quella di tante persone buone e brave come te.»

 

 

 

 

50 – Corriere della Sera Bergamo 05/07/13 Addio alla maestrina che infiammò la storia

A POLA

Assassinò De Winton

Addio alla maestrina che infiammò la storia

Morta a Bergamo la centenaria Pasquinelli. Fu condannata nel 1947 e graziata nel ’64

Erano in molti a non sapere che fine avesse fatto, alcuni la sapevano chiusa in un silenzio impenetrabile, altri ipotizzavano che si fosse fatta suora, altri ancora la credevano (già) morta. Maria Pasquinelli la donna che la mattina del 10 febbraio 1947, a Pola uccise a sangue freddo con tre colpi di pistola il brigadiere generale inglese Robert W. De Winton, in segno di estrema protesta contro il trattato che consegnava l’Istria, Fiume e la Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, in realtà dal 1964 viveva a Bergamo, dove è morta due giorni fa. I funerali saranno celebrati stamattina al Tempio Votivo dopodiché Maria Pasquinelli riposerà al cimitero di Bergamo, nella tomba di famiglia, accanto alla mamma Caterina Mazzoleni originaria di Cividino (il padre Archimede, che tra l’altro fu direttore del settimanale cattolico di Bergamo «Il Campanone» morì di «spagnola» nel 1918 ed è sepolto nelle Marche), al fratello e alla sorella Benedettina, detta Tina, con la quale aveva vissuto fino al 1999, prima di approdare, a seguito di gravi problemi di salute, nel 2005, alla casa di riposo San Francesco dove è spirata due giorni fa.

Fine delle fantasiose supposizioni sul silenzio e sul destino che hanno avvolto gli ultimi 50 anni di vita di un personaggio controverso che ha suscitato sentimenti opposti. La maestra bergamasca omicida, per molti una pericolosa esaltata, per altri simbolo di tutta la sofferenza, l’amarezza e la rabbia degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Che, in tutti questi anni, non l’hanno mai dimenticata. L’ultima loro visita a Bergamo, un «omaggio alla patriota» risale allo scorso 16 marzo, giorno nel quale Maria Pasquinelli aveva compiuto 100 anni. In quell’occasione le avevano portato dei fiori e una targa d’argento, con incisa una data, 10 febbraio 1947, il «Giorno del Ricordo», in memoria dell’esodo giuliano, istriano e della strage delle Foibe.

All’epoca dell’omicidio Maria aveva 34 anni. Dopo la laurea, si era già distinta per azioni di volontariato compiute in Africa in qualità di crocerossina, ma rimpatriata dalla Libia (aveva lasciato l’ospedale dove prestava servizio per raggiungere la prima linea travestita d soldato e con la testa rasata) aveva chiesto di essere inviata in Dalmazia come insegnante. Minacciata di morte dai croati era fuggita da Spalato nel 1943 riuscendo ad imbarcarsi per Trieste e sfuggendo ad un terribile bombardamento.

  A Milano e nel Veneto, negli anni dal ’44 al ’46 aveva cercato di stabilire contatti tra le forze armate partigiane e repubblicane col proposito di costituire un blocco per la difesa dell’italianità nel confine orientale; un’alleanza impossibile nella quale aveva creduto e sperato per avvicinare «i fratelli italiani» coinvolti in una guerra fratricida.

 Nell’aria gelida di quel mattino di febbraio, i cittadini di Pola facevano i conti con la realtà: il passaggio di poteri sulla città avrebbe avuto luogo in concomitanza con la firma del trattato di Parigi che per l’Italia avrebbe significato perdere l’Istria e gran parte della provincia di Gorizia. Per l’occasione, la guarnigione britannica era stata schierata davanti alla sede del comando ed il brigadiere generale De Winton, l’ufficiale di più alto grado del Governo Militare Alleato, fu invitato a passarla in rassegna. Stava avanzando verso il reparto schierato quando, dalla folla presente, si staccò la Pasquinelli che dalla borsetta tolse la pistola e fece fuoco senza pronunciare una parola.

Fu solo grazie ad Indro Montanelli, inviato del Corriere della Sera a Pola che fu possibile conoscere la vera motivazione dell’attentato su cui le autorità militari avevano mantenuto il massimo riserbo. Nella tasca del cappotto le trovarono un biglietto. Poche righe per una confessione che faceva luce sulle ragioni del suo gesto: De Winton viene ucciso perché rappresentante dei Quattro Grandi che hanno abbandonato Pola e l’Istria a un destino senza scampo. Per il delitto, Maria Pasquinelli, dopo due mesi esatti dall’omicidio fu condannata a morte dalla corte inglese. Alla lettura della sentenza, da parte del Colonnello Chapman, Maria lo fissa negli occhi: «Ringrazio la Corte, ma sin da ora dichiaro che mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra».

Negli anni del carcere, prima a Venezia e poi a Firenze, Pasquinelli stringerà amicizia con Caterina Fort, una delle ergastolane più famose dell’epoca, la «belva di San Gregorio», accusata di aver ucciso la moglie del suo amante e i suoi tre figli, e riceverà tra le sbarre la visita del fratello di De Winton. Scriverà anche una lettera alla moglie del generale.

Il contenuto non è noto, ma certamente non fu una lettera di scuse, dal momento che Maria non si è mai pentita di quel gesto, non ha mai chiesto scusa. Ha chiesto, nel 1964, la grazia dopo 17 anni di reclusione, spinta dalla malattia della sorella Benedettina che si era occupata di lei tutta la vita. Sentiva, insomma, di dover pagare nei confronti della sorella, un debito di riconoscenza. In questo mezzo secolo, Maria Pasquinelli ha condotto una vita ritirata, con pochi e selezionati contatti, qualche altrettanto selezionata amicizia, rivendicando il diritto all’oblio, squarciato solo da un paio di libri che hanno tentato di rompere la cortina di impenetrabile silenzio nella quale volutamente si era avvolta.

«La morte del generale – aveva rivelato alla giornalista triestina Rosanna Giuricin che nel 2008 ha scritto una biografia autorizzata “La giustizia secondo Maria” – mi peserà finché vivo». «Il mio morto – aveva aggiunto – me lo porto dietro le spalle, il suo fiato lo sento sul collo e il tempo non riuscirà a cambiare la tragedia che è stata». Una delle ultime immagini scattate prima del processo la ritraggono con i capelli neri e crespi, profonde occhiaie e sguardo fiero. Nulla a che vedere con l’ultima immagine che abbiamo di lei, scattata un mese fa, alla Casa di riposo San Francesco. Un’anziana donna di cento anni senza più i tratti di quella fermezza, seduta su una sedia a rotelle, con la mano tra i capelli e la schiena curva sotto un grande peso. Portato in silenzio per 66 anni 5 mesi e 9 giorni.

DONATELLA TIRABOSCHI

 

 

 

 

 

51 – Il Piccolo 13/06/13 Dalla Carinzia a Trieste il treno che fece la storia

Dalla Carinzia a Trieste il treno che fece la storia

 Centocinquant’anni fa il primo convoglio raggiunse la stazione di Klagenfurt cambiando

 profondamente i destini del Land e i suoi rapporti con l’Adriatico

  IL CASO

Centocinquant’anni di ferrovie in Carinzia. Un anniversario importante, ma dimenticato dalle Ferrovie austriache e dallo stesso Land Carinzia. Non ci sono state cerimonie pubbliche per il “giubileo”, né mostre o convegni. Nessuno ne avrebbe fatto menzione, se non se ne fosse ricordato Christoph Posch, ingegnere delle Ferrovie austriache, dove lavora come responsabile della comunicazione. L’interesse di Posch per i treni va oltre i suoi obblighi d’ufficio. È un’autentica passione. Per questo è stato lui a richiamare l’attenzione pubblica sull’anniversario e a darsi da fare per raccogliere foto d’epoca e materiale da mettere in mostra. L’esposizione si terrà in settembre.

di Marco Di Blas

VIENNA Centocinquant’anni fa, proprio di questi giorni, il primo treno faceva il suo ingresso nella nuova stazione di Klagenfurt. Giungeva da Maribor e aveva percorso i 125 chilometri di binari, anch’essi appena posti in opera, fino al capoluogo della Carinzia. Un evento destinato a segnare una svolta nello sviluppo del Land consentendogli di uscire da uno storico isolamento. Circondata da ogni lato da montagne, dai Tauri alla Koralpe, la regione aveva avuto fino ad allora limitati contatti con il “mondo esterno”. L’arrivo di quel treno segna una cesura con il passato. Nulla sarà più come prima. Finalmente anche i carinziani possono raggiungere rapidamente e a costi ragionevoli Trieste e l’Adriatico. Perché a Maribor la nuova linea ferroviaria (che prenderà il nome di “Kärntenbahn”) interseca la Ferrovia meridionale (la “Südbahn”), che già qualche anno prima, grazie allo stupefacente superamento del Semmering, aveva reso possibile il collegamento fra Vienna e il capoluogo giuliano. E, viceversa, i triestini possono ora raggiungere facilmente la Carinzia, fino ad allora quasi “terra incognita”. Negli anni immediatamente successivi la “Kärntenbahn” e altri collegamenti ferroviari attraverso i Tauri verso Salisburgo, lungo la valle del Glan verso la Stiria occidentale, avvicineranno la Carinzia al resto dell’impero absburgico e ai Paesi del bacino danubiano, segnando il decollo turistico del Wörthersee. Il grande lago carinziano, ormai raggiungibile dalla capitale in poche ore di treno, diventerà da allora il luogo prediletto di villeggiatura dell’aristocrazia viennese e del mondo artistico e imprenditoriale. E sulle sue sponde sorgeranno una dopo l’altra villette e palazzine in quel particolare stile che sopravvive ancor oggi e che rappresenta un adattamento dello storicismo viennese, ma che per la sua identità autonoma è stato definito “Wörtherseearchitektur”, l’architettura del Wörthersee. Lo scenario viene sconvolto in soli cinquant’anni, ma è quel primo treno del giugno 1863 che segna l’inizio della rivoluzione. In realtà le cronache riferiscono di un primo treno giunto già la sera del 31 maggio di 150 anni fa, ma è un trasporto speciale, riservato a soli ospiti invitati per la festa inaugurale. Erano partiti la sera del giorno precedente dalla “Südbahnhof” di Vienna, stazione di arrivo di tutti i treni provenienti dal sud dell’impero e per questo contraddistinta nel suo salone centrale dalla scultura di un leone di San Marco. Il treno aveva viaggiato durante la notte sulla linea del Semmering, un tracciato aperto nove anni prima dal progettista veneziano, di famiglia albanese, Karl Ghega, con viadotti e gallerie fino a mille metri di altitudine di straordinario impegno ingegneristico, tuttora in esercizio e dichiarate dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. A Maribor il convoglio inaugurale, anziché proseguire per Trieste, era stato deviato sul nuovo tracciato per Dravograd e Bleiburg in Carinzia (ora separate da un confine di Stato, ma allora parte dello stesso impero) e infine Klagenfurt-Celovec, nella doppia denominazione tedesca e slovena, per il rispetto che lo Stato multietnico absburgico nutriva nei confronti delle minoranze presenti all’interno dei sui Länder. Nei giorni successivi il tracciato era stato aperto al normale traffico passeggeri e ai convogli merci, che per la prima volta potevano facilmente effettuare traporti da e verso Trieste e il mare a sud e il bacino danubiano a nord. Ma Klagenfurt era soltanto la prima, più importante destinazione del nuovo tracciato della “Kärntenbahn”. Mentre nel capoluogo carinziano si festeggiava l’arrivo del primo treno, squadre di operai erano già al lavoro per portare i binari fino a Villach, lungo la sponda settentrionale del Wörthersee. A Villach il treno arriva il 30 maggio 1864, esattamente un anno dopo. La società concessionaria della linea ha progetti ambiziosi. Punta a risalire la valle della Drava, per arrivare attraverso Lienz e San Candido (Innichen) alla val Pusteria e quindi collegarsi alla ferrovia del Brennero, che a quell’epoca è già in esercizio tra Verona e Bolzano, ma l’impegno finanziario supera le sue possibilità ed è costretta ad arrendersi. Cede la concessione a Creditanstalt che a sua volta la trasferisce alla Ferrovia meridionale. Il collegamento est-ovest, dalla Carinzia verso il Tirolo orientale e quello che noi oggi chiamiamo Alto Adige, fino alla linea ancora in fase di progetto del Brennero viene per il momento accantonato. Ma è uno stop che dura poco. Ragioni politiche e strategiche, prima che commerciali, lo fanno riprendere in mano e in tempi che a noi oggi sembrano rapidissimi. Già il 20 novembre 1871 il treno da Villach raggiunge la val Pusteria fino a Fortezza (Franzenfesten). Di lì a qualche anno la Grande guerra sconvolgerà la geografia politica dell’Europa e la “Kärntenbahn” (ribattezzata “Drautalbahn”, dopo il prolungamento lungo il corso della Drava) si ritroverà spartita fra tre Stati differenti, perdendo quindi molta della sua importanza. Potrebbe riacquistarla oggi, in un’Unione Europea che vorrebbe lasciare che i confini siano segnati soltanto sulle carte geografiche.

 

 

 

 

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