RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 880 – 6 LUGLIO 2013

Posted on July 7, 2013


HistriaN. 880 – 06 Luglio 2013

                                   

Sommario

 

328 – La Voce del Popolo 01/07/13 Croazia, storico ritorno nell’abbraccio dell’Europa

329 – Il Piccolo 01/07/13 Croazia in Unione europea – Oggi a Pola la “festa dei 18mila italiani”

330 – La Voce del Popolo 01/07/13 «Cancellato un confine che ha creato soltanto problemi alle popolazioni» (Silvano Silvani)

331 – Il Piccolo 30/06/13 Radin, presidente dell’Ui: «E finalmente noi italiani torniamo uniti» (Andrea Marsanich)

332 – CDM Arcipelago Adriatico 30/06/13 Esuli e l’entrata in Ue della Croazia, la nota del Presidente ANVGD, Antonio Ballarin

333 – Corriere della Sera 03/07/13 La Croazia in Europa e le ferite risanate (Gian Antonio Stella)

334 – Quotidiano.net 01/07/13 L’emozione di Bettiza «Un timbro storico»

335 – Il Secolo XIX 02/07/13  Croazia nell’ Unione europea –  La colonia Fara di Chiavari, le storie di Giorgio e Ileana    

336 – La Voce del Popolo 04/07/13 Gli esuli a Strasburgo (rtg-red)

337 – Il Piccolo  05/07/13 Morta a cent’anni Maria Pasquinelli assassina per l’Italia (Pietro Spirito)

338 – CDM Arcipelago Adriatico 21/06/13 Grazie Miur chi semina raccoglie (R.Codarin – L.Toth)

339 – La Voce di Romagna 03/07/13 Storie e Personaggi – Buio sui deportati in Jugoslavia (Aldo Viroli)

340 – Anvgd.it 05/07/13 Dagli archivi croati i giornali storici istro-dalmati

341 – La Voce del Popolo 21/06/13 Pola, un posto ideal per ritrovarse  (Roberto Stanich)

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

328 – La Voce del Popolo 01/07/13 Croazia, storico ritorno nell’abbraccio dell’Europa

Croazia, storico ritorno nell’abbraccio dell’Europa

 

La Croazia ha celebrato ieri sera nelle piazze e nelle strade delle maggiori città l’adesione all’Unione europea come 28.esimo Stato membro. La festa centrale alla presenza di quindici Capi di Stato, tredici premier, tre presidenti di Parlamenti, numerosi vicepremier, ministri e altri funzionari, nell’insieme 170 alti ospiti, si è svolta sulla centralissima Piazza Bano Jelačić di Zagabria. A rappresentare l’Italia c’erano il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il ministro degli esteri Emma Bonino. Presenti anche i Capi di Stato dei Paesi della regione, tra cui il presidente sloveno Borut Pahor e quello serbo Tomislav Nikolić.

 

L’ingresso formale nell’Unione è scattato alla mezzanotte in punto e praticamente tutto il Paese è stato illuminato dai fuochi d’artificio mentre i cori hanno intonato l’Inno alla Gioia di Beethoven. Sulla piazza centrale di Zagabria sono state allestite tre pedane, ricoperte da tessuti in colore blu della bandiera europea, sulle quali dalle 18 di ieri pomeriggio si sono esibiti quasi 700 artisti, ballerini e musicisti. Celebrazioni si sono svolte pure ai confini con l’Ungheria e la Slovenia, dove sono aboliti i punti di controllo doganale, anche se i controlli frontalieri resteranno effettivi per almeno altri due o tre anni, in vista dell’adesione del Paese alla zona Schengen. La circolazione delle persone sarà comunque semplificata e più veloce dato che ai valichi saranno istituiti controlli congiunti e ai cittadini croati basterà solo la carta d’identità per entrare negli altri Paesi dell’UE. Ai confini con Serbia, Bosnia ed Erzegovina e Montenegro saranno poste le tabelle con la scritta Unione europea, e i controlli di merci e persone saranno adeguati alle normative di Bruxelles. Entrando nell’UE, Zagabria esce della Cefta, zona di libero scambio di cui fanno ancora parte i Paesi dei Balcani occidentali che non sono membri dell’UE.

 

Passo verso l’unificazione

 

Alla cerimonia di ieri sera in Piazza Bano Jelačić l’onore di rivolgersi al pubblico per celebrare lo storico evento è spettato al primo ministro croato Zoran Milanović, al presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, al viceprimo ministro e ministro degli Esteri d’Irlanda Eamon Gilmore, al presidente della Repubblica di Lituania Dalia Grybauskaitė, al presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e al presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz. Infine in agenda il discorso del presidente croato Ivo Josipović.

 

“È una giornata storica per l’UE e per la Croazia. L’Europa ha compiuto un altro passo verso l’unificazione, mentre la Croazia apre un nuovo capitolo della sua storia”, ha constatato il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, nel suo messaggio augurale alla Croazia. Ha poi rilevato che “viviamo in tempi difficili. La recessione ha colpito duramente la Croazia, come molti altri Stati europei. Essere membro dell’UE non offrirà soluzioni magiche alla crisi, però aiuterà molte persone a uscire dalla povertà e contribuirà a modernizzare il sistema economico”. Schulz ha sottolineato che “la Croazia è diventata il leader in regione. Avete creato istituzioni fondate sui valori della democrazia, avete ristrutturato il sistema economico, facendolo diventare competitivo. Avete dimostrato che si può diventare membro dell’UE attraverso un lavoro duro e impegnativo”.

Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha sottolineato che l’entrata della Croazia nell’UE è un evento storico, “che fa ritornare il Paese al posto che gli spetta, cioè nel cuore dell’Europa. Sono felice per il contributo che la Croazia darà all’Europa: questa sarà una storia felice a favore dell’UE, dei cittadini croati e dell’Europa sudorientale”. Infine, il presidente della Commissione europea ha constatato che “la Croazia è cambiata in meglio, grazie all’impegno profuso. La sua adesione è un chiaro segnale che la prospettiva europea può essere reale anche per gli altri Stati della regione”.

Il Capo dello Stato croato Ivo Josipović, il presidente del Sabor, Josip Leko, e il premier Zoran Milanović, nelle dichiarazioni della vigilia, hanno evidenziato pressoché all’unisono che “la Croazia ha compiuto un impegnativo tratto di strada fino all’adesione all’UE. Però gli sforzi hanno dato buon frutto, perché quella croata è diventata una società migliore, ha aperto possibilità di cui non si era nemmeno a conoscenza e ha ottenuto la possibilità di confermare la propria identità nazionale nell’ambito della grande comunità europea”.

Alcuni degli ospiti stranieri, precisamente i ministri degli Esteri di cinque Stati dell’area dell’ex Jugoslavia che ancora non sono nell’UE, sono stati invitati a pranzo dal primo vicepremier e ministro degli Esteri e degli Affari Europei, Vesna Pusić. Poco prima di sedersi a tavola, il ministro ha rivolto il proprio augurio ai cittadini della Croazia: “Ci siamo riusciti! Porgo gli auguri a tutti!”. Subito dopo ha aggiunto che “da adesso non ci adegueremo solamente alle norme e direttive dell’UE. Ora abbiamo la responsabilità di partecipare alla loro stesura e dobbiamo avere ben chiaro il concetto di ciò che è anche nell’interesse dell’UE”. A proposito dei fini cui tende l’Europa, il ministro ha ribadito che “lo scopo di questo governo è che il Paese sia pronto per il regime di Schengen entro due anni, mentre l’entrata nell’eurozona non è prevista per i prossimi cinque anni”.

Gli ospiti di Vesna Pusić hanno tutti espresso congratulazioni e auguri, auspicando una prossima adesione anche degli Stati che rappresentano.

 

 

Esuli soddisfatti

 

‘’Un evento storicamente e giuridicamente positivo, perché cancella l’ultima frontiera che separava dall’Europa le loro terre natali e che all’Europa occidentale sono sempre appartenute culturalmente fin dalle epoche più antiche’’: è questo il commento dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia sull’ingresso della Croazia nell’UE. L’entrata di Zagabria in Europa, inoltre, ‘’rinsalda i rapporti cordiali tra Italia e Croazia’’. Nello ‘’spirito di nuova amicizia l’adesione della Croazia agli standard giuridici dell’Unione Europea agevolerà anche la tutela delle comunità italiane rimaste in Istria, Fiume e Dalmazia e il riconoscimento dei molti diritti degli esuli, oggetto tuttora di trattative bilaterali’’, conclude la nota dell’ANVGD.

 

 

 

 

 

 

 

329 – Il Piccolo 01/07/13 Croazia in Unione europea – Oggi a Pola la “festa dei 18mila italiani”

Oggi a Pola la “festa dei 18mila italiani”

 

La Regione Istria organizza una cerimonia solenne. Il Fvg presente con Iacop. Il benvenuto degli esuli

 

TRIESTE Sono felici, tra i più felici, per l’ingresso della Croazia nell’Unione europea. E non lo nascondono: gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia – 17.807 secondo l’ultimo censimento condotto nel 2012 – vivono una giornata davvero speciale. E Furio Radin, presidente dell’Unione italiana e deputato al Sabor, se ne fa portavoce direttamente da Zagabria dove incontra Giorgio Napolitano: «La comunità degli italiani in Croazia ha sempre voluto l’adesione all’Unione europea. In primo luogo per superare il confine che noi concepivamo come innaturale e che per decenni ha impedito la comunicazione tra Pola, Capodistria e Trieste. E in secondo luogo per essere più vicini alla nostra madrepatria culturale, all’Italia». Riferendosi al momento economico difficile in cui si trovano l’Ue e la Croazia, Radin non dimentica che «anche la comunità italiana in Croazia è consapevole della crisi in cui versa l’Unione europea e l’ingresso della Croazia comporta delle incognite, fermo restando che i valori fondamentali europei restano intatti». Gli italiani dell’Istria, proprio oggi, festeggeranno solennemente il “ritorno all’Europa”: alla cerimonia organizzata dalla Regione istriana a Pola, con il presidente dell’assemblea Walter Drandic e il governatore Valter Flego a fare gli onori di casa, ci sarà il presidente del Consiglio del Friuli Venezia Giulia Franco Iacop. «È un’occasione eccezionale per testimoniare i forti legami che uniscono Fvg e Istria e per ampliare le relazioni in ogni campo» afferma lo stesso Iacop. Un abbraccio speciale agli italiani d’Istria e di Fiume arriva anche da Gianni Pittella, vicepresidente vicario del Parlamento europeo, che dà alla Croazia «il più fraterno benvenuto nell’Unione europea»: «L’ingresso della Croazia nell’Ue segna un momento di grande gioia anche per gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia rimasti isolati dalla madre patria e dall’altra comunità nazionale in Slovenia dietro il muro di Schengen per uno dei tanti paradossi della storia di questa regione. Da oggi le radici che uniscono il popolo italiano e quello croato si cementano nel vincolo europeo nel ricordo e nel rispetto reciproco delle tragedie causate dai nazionalismi di ogni forma e colore del secolo scorso». Interviene anche l’Anvgd, che rappresenta gli esuli, salutando con favore «un evento storicamente e giuridicamente positivo»: «Si chiude così definitivamente un ciclo nefasto di odi e di inimicizie, che per il popolo istriano, fiumano e dalmata ha trovato il culmine nei massacri delle Foibe, nell’oppressione del regime di Tito e nell’esodo di 350.000 italiani. La caduta di quest’ultima frontierariporta nel grembo delle Nazioni europee anche le terre ex-italiane ed ex-veneziane che il trattato di pace del 1947 aveva tolto alla Madrepatria».

 

 

 

 

 

 

330 – La Voce del Popolo 01/07/13 «Cancellato un confine che ha creato soltanto problemi alle popolazioni»

«Cancellato un confine che ha creato soltanto problemi alle popolazioni»

 

 “Benvenuta Croazia! Benvenuta nell’Unione europea”. Questo il messaggio corale, alla vigilia dell’adesione ufficiale della Repubblica di Croazia all’UE, inviato da Rupa ieri mattina, da quello che si può ormai definire l’ex confine (resta soltanto la linea di demarcazione, come rilevato nei discorsi di prammatica) con la Repubblica di Slovenia. A esprimersi in questi termini sono stati il presidente della Regione litoraneo-montana, Zlatko Komadina, il sindaco di Mattuglie, Mario Čiković, il presidente del Comune di Villa del Nevoso (Ilirska Bistrica), Emil Rojc, nonché Kristina Valenčič, deputato al Parlamento sloveno. Hanno presenziato alla cerimonia solenne tutti i sindaci delle municipalità della Regione litoraneo-montana, deputati al Sabor, esponenti della vita economica, sociale e religiosa e tanti altri ancora.

 

“Questo confine passa alla storia. Un confine che ci ha portato tutta una serie di problemi che, ormai, vengono cancellati per sempre. Quest’area è stata da sempre ‘di proprietà comune’. La nostra gente lavorava a Villa del Nevoso e viceversa. Avevamo lo stesso cimitero, per cui, con la creazione del confine, gli abitanti da questa parte della linea frontaliera avevano non pochi problemi per seppellire i loro defunti. Si tratta, naturalmente, soltanto di un piccolo dettaglio. Ora che questo confine non c’è più tutto quanto sarà molto più semplice  diventeremo nuovamente un insieme che, sono certo, funzionerà molto bene. Con l’entrata nell’UE, quest’area riceve tante occasioni che dovremo saper sfruttare”, ha detto il sindaco di Mattuglie. Il suo omologo di Villa del Nevoso, Emil Rojc, ha pure messo in rilievo il plurisecolare collegamento di questa località con Fiume e la sua area, a partire dall’epoca austroungarica, per passare a quella italiana e a quella dell’ex RSF di Jugoslavia, quando, praticamente, non c’erano confini come quello ‘cancellato’ definitivamente oggi. Rojc ha rilevato che “i croati bevevano l’acqua slovena”, mentre “gli sloveni frequentavano le scuole in Croazia”. Il confine, a suo dire, è stato “una catastrofe per l’economia locale”, considerato che, giocoforza, non sono state più possibili, o quasi, le quotidiane migrazioni di lavoratori. “In futuro”  ha ribadito “cambieranno tante cose. Molte possibilità di sviluppo riguardano anche il turismo, al quale contribuiremo voi con il vostro mare e noi con le nostre montagne. Tra Villa del Nevoso e Mattuglie, inoltre, esistono numerosi progetti in comune, in primis la realizzazione di zone industriali, che ora sarà molto più semplice”.

“Dopo una ventina d’anni siamo nuovamente insieme nel vero senso della parola. La cancellazione del confine ci darà la possibilità di avviare un dialogo e una collaborazione molto più marcate in tutti i campi. L’entrata della Croazia nell’Unione europea contribuirà anche alla stabilità democratica in quest’area. Questo era l’unico Paese, nostro vicino, ad essere fuori dall’UE, per cui la sua adesione è di primaria importanza per tutti. Auspico che la Croazia entri molto presto pure nell’area di Schengen e si vada nella direzione dell’edificazione di una macroregione di tutto rispetto. La Croazia e la Slovenia, rispettivamente la Slovenia e la Croazia, marceranno insieme verso un futuro migliore per tutti. Buona fortuna, amici”, ha rilevato Kristina Valenčič.

“Benvenuti in quello che, ormai, non è più un confine. Finalmente. Resta soltanto una linea di demarcazione. La nostra strada per arrivare a questo obiettivo è stata molto lunga e, per certi versi, penosa. Abbiamo a lungo cercato la nostra strada e, finalmente, l’abbiamo trovata. Il tutto, dopo tante difficoltà e problemi, tra cui una sanguinosa e inutile guerra. Ora, facciamo parte di un’Europa moderna, edificata nello spirito della democrazia e dell’antifascismo. Ci sentiamo tutti cittadini europei, nel vero senso della parola. L’adesione all’UE è molto importante per questa generazione, ma specialmente per quelle future”, ha rilevato il presidente della Regione litoraneo-montana, Zlatko Komadina. La cerimonia a Rupa, si è conclusa con la consegna della bandiera europea a Komadina da parte di Kristina Valenčič. La medesima, a mezzanotte di ieri, è stata issata sul pennone all’entrata nel territorio croato. Allo stesso tempo, è stata scoperta la tabella con la scritta: Republika Hrvatska-Europska Unija.

 

Silvano Silvani

 

 

 

 

331 – Il Piccolo 30/06/13 Radin, presidente dell’Ui: «E finalmente noi italiani torniamo uniti»

«E finalmente noi italiani torniamo uniti»

 

Radin, presidente dell’Ui, festeggerà a Zagabria: «Avremo un incontro con Napolitano e Bonino»

 

di Andrea Marsanich

 

FIUME Europeista convinto, da decenni l’esponente più rappresentativo degli italiani “rimasti” della Croazia, il polesano Furio Radin attende con trepidazione il grande momento che segnerà l’abbraccio tra l’Unione europea e Zagabria. «Al di là della crisi imperante nel Vecchio Continente e della constatazione che oggi l’Unione europea non è più quella di 4 o 5 anni fa – spiega il presidente dell’Unione italiana – rimangono comunque i valori per i quali l’integrazione continua ad essere importante, valori che per noi connazionali di Istria, Quarnero, Dalmazia e Slavonia restano irrinunciabili. In parte adesso, e in totale in futuro, non ci sarà il confine in Istria che divideva la Comunità nazionale italiana al suo interno, tra Slovenia e Croazia, e ci separava dalla nostra Madre Patria.

Quando affermiamo ciò, non siamo patetici, né nazionalisti e anzi ribadiamo che l’unitarietà dei connazionali è una cosa di vitale importanza per noi».

L’Unione Italiana, del resto, si è sempre impegnata al massimo nel favorire l’adesione della Croazia all’Europa comunitaria: «Non avrebbe potuto essere diversamente. Il confine – continua Radin – è stato visto per decenni da noi come qualcosa di innaturale, un luogo dove si veniva controllati, dove si doveva magari nascondere quello che avevi pagato fior di quattrini a Trieste e in altre città italiane. Frontiera che nel nostro immaginario collettivo ha rappresentato il “Potere” dell’allora Jugoslavia e per un certo periodo anche della Croazia, fino a quando non è stato possibile recarsi in Italia muniti di sola carta d’identità. Un posto che divideva anche se per secoli era rimasto unito. Sono gli antichi sentieri, sui quali si commerciava, viaggiava, vi era la libera circolazione di uomini, merci ed idee. Poi queste vie di comunicazione hanno subito un trauma, plasmando la nostra cultura e facendoci diventare gente di confine». E la gente di confine, incalza il presidente dell’Unione italiana, è gente «orgogliosa delle proprie origini e tradizioni ma anche progressista dal punto di vista dei rapporti interetnici. Ci contraddistingue la tolleranza. E poi l’Istria e Fiume non sono solo sviluppate economicamente ma anche allettanti per viverci. È un luogo comune quello che parla di due regioni dove si vive meglio, ma corrisponde al vero. Noi speriamo che tutta la Croazia, vivendo nell’Europa unita, diventi più buona». L’Unione italiana, conclude Radin, sarà oggi presente alla cerimonia clou di Zagabria: «L’Italia sarà rappresentata dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e dal ministro degli Affari esteri, Emma Bonino. Una delegazione dell’Unione Italiana incontrerà dapprima il presidente della Repubblica, che ci è sempre stato molto vicino, e poi conferirà con il titolare della Farnesina, che noi stimiamo molto, per presentargli le nostre problematiche».

 

 

 

 

 

332 – CDM Arcipelago Adriatico 30/06/13 Esuli e l’entrata in Ue della Croazia, la nota del Presidente ANVGD, Antonio Ballarin

Esuli e l’entrata in UE della Croazia

La nota del Presidente ANVGD, Antonio Ballarin

 

Per gli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati l’entrata della Croazia nell’Unione Europea rappresenta un evento storicamente e giuridicamente positivo, perché cancella l’ultima frontiera che separava dall’Europa le loro terre natali e che all’Europa occidentale sono sempre appartenute culturalmente fin dalle epoche più antiche.

 

Si chiude così definitivamente un ciclo nefasto di odi e di inimicizie, che per il popolo istriano, fiumano e dalmata ha trovato il suo culmine nei massacri delle Foibe, nell’oppressione del regime di Tito, nell’Esodo di 350.000 italiani, svuotando del 90% una regione pacificamente abitata da millenni dalla sua popolazione autoctona.

 

La caduta di quest’ultima frontiera riporta nel grembo delle Nazioni Europee anche le terre ex-italiane ed ex-veneziane, che il trattato di pace del 1947 aveva tolto alla Madrepatria.

 

L’ingresso del 28° Paese in UE rinsalda, inoltre, i rapporti cordiali tra Italia e Croazia, che si sono aperti con la conquista dell’indipendenza di questa antica Nazione.

 

Nell’ultimo ventennio i rapporti tra gli Esuli italiani e le terre d’origine dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia si sono gradualmente intensificati, vincendo un’eredità di conflitti e di violazioni dei diritti dell’uomo.

 

Ne sono testimonianza non solo i molti raduni che sempre più frequentemente avvengono tra Esuli e membri delle Comunità Nazionali Italiane in suolo istriano e dalmata, ma anche gli incontri del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con i Presidenti croato e sloveno, cui le Associazioni degli Esuli hanno dato il loro contributo, nella consapevolezza del dovere di costruire un avvenire migliore per tutti i popoli di queste regioni plurali, nel rispetto delle diversità e nella laboriosa ricostruzione di una comune identità ed una nobile civiltà.

 

In questo spirito di nuova amicizia l’adesione della Croazia agli standard giuridici dell’Unione Europea agevolerà anche la tutela delle Comunità italiane rimaste in Istria, Fiume e Dalmazia e il riconoscimento dei molti diritti degli Esuli, oggetto tuttora di trattative bilaterali.

 

Il Presidente ANVGD

Antonio Ballarin

 

 

 

 

333 – Corriere della Sera 03/07/13 La Croazia in Europa e le ferite risanate

Tutti frutti

 

di Gian Antonio Stella

 

La Croazia in Europa e le ferite risanate

 

Quello con la Slovenia è destinato a diventare un «confine di seta»

 

 

Che i croati possano ora abbattere le strutture di cemen- ‘ to per restituire alla signora Anna Del Bello Budak il suo orto coi piselli travolto dalle ruspe una mattina del 1991 è improbabile. È ormai certo, però, dopo l’in­gresso della Croazia in Europa, che l’incubo è finito. E il confine tra Slovenia e Croazia sull’antica via Flavia a Sicciole di Portorose, a poche decine di metri dal ponte sul fiume Dragogna, è destinato a diventare davvero «un confine di seta».

 

Ci vorrà ancora un po’ prima che venga del tutto abolito per­ché, come spiegano gli istriani, «la frontiera fra la Croazia e la Bosnia è un colabrodo e l’Europa non può permettersi ancora di includere il nuovo Stato membro nello spazio di Schengen». Ma il percorso è tracciato. E l’abolizione del confine che per un ven­tennio ha segato l’Istria andrà a cicatrizzare una ferita storica.

 

Non era mai esistita, infatti, quella frontiera che dopo l’esplo­sione dei vari nazionalismi che portarono alla disintegrazione della Jugoslavia, ha impedito per oltre due decenni agli istriani di andare avanti indietro liberamente nella loro terra. Non c’era mai stata sotto i romani, mai sotto Venezia, mai sotto gli au­stroungarici, mai sotto Napoleone e di nuovo sotto gli Asburgo. E quella radicalizzazione traumatica e antistorica di un confine amministrativo jugoslavo, che aveva il peso di un confine tra pro­vince, aveva dato luogo ad assurdità indimenticabili.

 

Gli abitanti di Villa Cucini si ri­trovarono con la chiesa in Slove­nia e il cimitero in Croazia. A quelli di Bresovizza fu impedito di precipitarsi un giorno coi sec­chi e i badili a spegnere l’incen­dio a una casa di compaesani ri­masta al di là della nuova frontie­ra: «Altolà! Documenti». E l’am­bulanza che portava Duilio Visen­tin, colpito da una emorragia in­terna, al vicino ospedale di Isola (in Slovenia) fu bloccata e rispe­dita verso la lontana Pola: «Documenti!» «Mio marito muo­re…» «Documenti!».

 

È finita, finalmente. Siamo tutti (quasi) dentro gli stessi confi­ni. Parallelamente, c’è da sperare che possono essere rimargina­te le altre ferite rimaste dopo la pulizia etnica che i comunisti titini (per vendetta dopo le prepotenze del fascismo ma non so­lo) scatenarono contro gli italiani spingendone 350 mila ad an­darsene lasciando terre dove avevano vissuto per secoli.

Resta aperto il problema dei risarcimenti. I croati che si videro nazionalizzare dal comunismo un albergo o una impresa si sono visti restituire buona parte di quanto era stato loro sequestrato. Gli italiani no. Anzi, la Slovenia e la Croazia post-comuniste e formalmente liberali insistono a dire che la faccenda è stata chiu­sa coi risarcimenti (ridicoli) concordati (meglio: imposti) con la Jugoslavia titina. Risarcimenti peraltro mai aggiornati e versati in una banca del Lussemburgo (dove non sono mai stati ritirati) solo dalla Slovenia. Ecco, adesso che siamo tutti, italiani e slavi, cittadini europei e che in Croazia valgono le regole dell’Europa, c’è da sperare che anche a chi fu buttato fuori di casa sia infine resa giustizia. Senza revanscismi. Con amicizia. Ma giustizia.

 

 

 

 

334 – Quotidiano.net 01/07/13 L’emozione di Bettiza: «Un timbro storico»

 

L’emozione di Bettiza: «Un timbro storico»

 

Lorenzo Bianchi

 

ROMA

 

QUANDO gli ricordo Zara assediata dai serbi nel 1991 tace per un attimo, come se avesse ricevuto a tradimento un colpo basso. Enzo Bettiza, 86 anni, giornalista e scrittore, è un dalmata di Spalato. La sua famiglia era proprietaria di un cementificio. Nel 1944 il suo destino è stato quello degli istriani e dei dalmati della diaspora. Un addio precipitoso ai loro beni, alle loro case e alla loro vita di tutti i giorni, poi Gorizia, Trieste (aveva 18 anni) e Milano. «L’ingresso croato nell’Unione Europea — scandisce ora controllando un fremito di emozione — è un evento storico di portata non scarsa. E’ il timbro di chiusura finale di un’epoca che non vorremmo mai più vedere, quella delle guerre balcaniche con i serbi. Insomma è un evento notevole per la stabilizzazione di quella parte del sud est europeo».

 

La Croazia ha legami profondi con il centro del Vecchio Continente.

«Zagabria sembra un pezzo di Austria o della Cecoslovacchia, a differenza di Belgrado. In questo senso con l’ingresso nella Ue la Croazia recupera un po’

sé stessa. Con la Slovenia forma un blocco slavo, occidentale, cattolico di notevole importanza rispetto al resto del mondo slavo legato alla religione ortodossa, alla Russia e quindi all’Asia».

 

Si chiude una stagione storica?

«Sì quella terribile che ha portato a Sarajevo, Vukovar, Srebrenica, il peggio delle guerre civili. L’ingresso di Zagabria nella Ue è il timbro rosso finale».

 

Che arriva nel momento economicamente meno favorevole per la Croazia e per l’Europa.

«Zagabria sta tutt’altro che bene. L’Europa zoppica anch’essa. Non c’è grande entusiasmo, ma un ottimismo pacato, controllato, privo di retorica.

C’è addirittura qualcuno che paragona la situazione economica della Croazia a quella greca. È un’ esagerazione, ma indica quanto la sua condizione sia traballante».

Nell’Unione c’era già la Slovenia, ma qualcuno la considera una sorta di appendice slava dell’Austria… «La Croazia dà un tono più epocale».

 

Che cosa significa per un dalmata come Lei?

«La Dalmazia è importante, ha una storia particolare, non la si può mettere in parallelo con la Slovenia. C’è il mare. E’ una delle regioni più cosmopolite del Mediterraneo. E il dialetto veneto era una sorta di lingua franca, sia sulle navi sia nei porti».

 

 

 

 

 

335 – Il Secolo XIX 02/07/13  Croazia nell’ Unione europea –  La colonia Fara di Chiavari, le storie di Giorgio e Ileana    

 

Croazia nell’ Unione europea –  La colonia Fara di Chiavari, le storie di Giorgio e Ileana    

 

Chiavari – La Colonia Fara di Chiavari, di recente tornata a offrire un riparo improvvisato a immigrati e senzatetto, dopo la guerra ha ospitato profughi giuliani e dalmati: si chiamava Campo 72, e dopo il 10 febbraio 1947 era diventata uno dei rifugi degli italiani in fuga da Pola e Fiume. Ileana Slivich è qui arrivata soltanto nel ’52, trovando famiglie intere che nell’ex Colonia vivevano ormai da anni. A separarle una dall’altra, nei dormitori, solo coperte malamente issate con fili di ferro, nel tentativo di ricreare una precaria intimità tra nuclei familiari, tra sconosciuti accomunati da uno stesso destino.

La signora Slivich aveva 9 anni quando il papà, tecnico specializzato del silurificio White Head, riuscì a ottenere il permesso per varcare il confine. Oggi, la figlia quasi rimpiange quella scelta: «Abbiamo perso tutto, soprattutto le nostre radici e la nostra identità». A Fiume frequentava la scuola italiana, in famiglia si parlava dialetto e il croato lo conosceva bene, e lo utilizza ancora oggi per comunicare con i parenti rimasti in Croazia: «Andiamo a trovarli ogni anno, è rimasto un rapporto molto forte», racconta la donna, ormai lavagnese d’adozione. Qui, l’ironia della sorte la portò ad abitare fianco a fianco con un italiano dal cognome slavo, diventato poi suo marito.

Giorgio Liubicich ha una storia simile a quella della moglie Ileana: il padre gestiva a Fiume una trattoria, ma nel ‘47 decise di non sottostare al regime di Tito e lo portò in Italia, insieme con la sorellina di appena un anno: «Era un batuffolo in una cesta di vimini», ricorda lui. Il 14 e 15 giugno di quest’anno si è svolto a Fiume (oggi Rijeka) il primo raduno internazionale dei cittadini fiumani, e ai coniugi Liubicich sarebbe piaciuto molto partecipare. Non vogliono entrare in questioni politiche, ma dicono: «Siamo contenti che la Croazia entri in Europa, anche se per loro non sarà facile. Stanno puntando giustamente sul turismo, visto che hanno spiagge bellissime e offrono tanti servizi. Anzi, forse Lavagna dovrebbe prendere esempio da loro».

Elda Baruffaldi, invece, non ricorda molto di quei primi anni di vita in fuga: «Ero piccolissima, mio padre lavorava in un albergo ad Abbazia, in provincia di Fiume, e aveva dovuto abbandonare tutto, anche i terreni che aveva appena acquistato per costruire la nostra casa». Via di corsa, per sfuggire alla foibe: «Siamo stati nei campi di Padova Mantova e infine siamo arrivati qui, prima a Leivi, poi a Lavagna, poi a Chiavari».

 

 

 

 

 

336 – La Voce del Popolo 04/07/13 Gli esuli a Strasburgo

Gli esuli a Strasburgo

STRASBURGO | Il vicepresidente del Parlamento europeo, Laszlo Surjan, ungherese, si presenta premettendo che suo padre era nato a Fiume. L’Europa è un crogiuolo di popoli che hanno subito le maggiori violenze nel momento in cui per ragioni di Stato nazionale sono stati costretti entro confini che non rispecchiavano la loro appartenenza. La Seconda guerra mondiale continua a produrre sofferenza che la comune casa europea riesce a stemperare dando seguito alla realizzazione di diritti disattesi. Non è un processo semplice ma possibile, bisogna lavorarci. Ecco perché l’ANVGD nazionale è stata invitata dal Parlamento Europeo a Strasburgo con una sua delegazione per “raccontare” la propria storia e le vicissitudini che hanno caratterizzato le vicende dell’Adriatico Orientale.

A sessant’anni dalla fine della guerra, un popolo si sta muovendo nel segno di una ricomposizione culturale che l’allargamento dell’UE alla Croazia rende più facile, comunque impegnativo. Una sfida che – ribadisce il presidente ANVGD, Antonio Ballarin, che ha guidato la delegazione – intende cogliere con un contatto continuo con l’Unione Europea e le sue commissioni per contribuire con la forza delle idee ad una progettualità che crei nuove forme di ricomposizione.

La visita è coincisa con l’ingresso in Europa della Croazia, avvenuto il 1.mo luglio, evento storico, salutato in modo trionfale dal Parlamento di Strasburgo. La delegazione dell’ANVGD ha rilevato che, nel cortile di accesso la serie di pannelli esposti, nonostante molte immagini di diversi luoghi del Paese, tra cui la Dalmazia, presentavano solo quattro riproduzioni relative all’Istria: Cherso, Fiume (due senza toponimo) e Pola, “luoghi che rappresentano tuttora una forte radice culturale italiana che, unitamente alla lingua e alle testimonianze artistiche è tuttora evidente e dinnegabile”, come si rileva in una nota firmata da Ballarin.

Durante il primo incontro con un funzionario del Parlamento, i diversi interventi dei delegati dell’ANVGD, tesi a ristabilire le coordinate storiche, hanno trovato piena espressione nelle parole del presidente Ballarin: il mondo giuliano-dalmata, gli esuli, i loro discendenti e l’ANVGD rivendicano il riconoscimento della storia subita, in quanto eventi storici realmente accaduti non solo come eventi personali, ma epopea di un intero popolo che ha pagato il debito di guerra per tutta l’Italia.

Il 3 luglio si è svolto in sede parlamentare il convegno ”Il dovere di ricordare. Dalla pulizia etnica anti-italiana alla repressione del dissenso nell’Est Europeo”, ospitato dagli onorevoli Carlo Fidanza e Marco Scurria, presenti anche gli onorevoli Angelilli (Vicepresidente Parlamento europeo), Bellato, Bertot, Gardini.

Ha aperto i lavori l’on. S. Kalniete (ex ministro degli Esteri della Lettonia ed ex commissario europeo), che ha ricordato le vicende di persecuzione subite dalla sua famiglia deportata in Siberia, a causa del regime comunista di Stalin. L’on. ha sottolineato che i comunismi di Stalin e di Tito hanno schiacciato ogni libertà di espressione e di promozione sociale. Tuttora sopravvive una certa riluttanza, anche nell’ambito del Parlamento europeo, ad affrontare e riconoscere le questioni storiche adriatiche e dell’Est europeo. Ha preso poi la parola il Presidente nazionale dell’ANVGD, che ha ripercorso la storia della questione adriatica, ricordando innanzitutto che “dall’epoca della Repubblica di Venezia la lingua connotante dei luoghi oltre l’italiano, è stata l’istro-veneto. La vita sociale era inoltre caratterizzata da una completa integrazione multietnica e multiculturale, di tradizione plurisecolare, unitamente ad un senso di appartenenza ai luoghi che ha determinato il concetto di identità profonda e inalienabile”.

Ballarin ha evidenziato “la strategia di Tito finalizzata ad esercitare una pressione durante i negoziati del dopoguerra: eliminazione della componente italiana, in particolare nelle aree urbane, la politica perpetrata dal regime nei confronti degli italiani rimasti, dall’isolamento alle più diverse forme di persecuzione che si sintetizzano nella negazione dei diritti umani. Tra i diritti negati, la nazionalizzazione dei beni degli italiani esuli, privati di tutto, senza mai ottenere equi indennizzi. Infine, è da sventare ogni tentativo di ‘liquidare’ la storica presenza italiana nelle terre adriatiche orientali come una “parentesi coloniale” e di appropriarsi in modo subdolo e paradossale della nostra storia, cultura e delle personalità illustri da parte del mondo slavo”.

Al termine di questo appassionato intervento, il vicepresidente del Parlamento europeo, Làzlo` Surjan ha ricordato, nella complicata storia della sua famiglia, che il padre é nato proprio a Fiume e che la storia del XX secolo mantiene oscure molte vicende del passato, in particolare nell’Europa centro orientale, che ha avuto una storia estremamente instabile. Non è possibile attribuire ad una istituzione come il Parlamento europeo il compito di risolvere contrasti passati. Altre vie devono essere percorse: non solo attraverso un nuovo atteggiamento dei leader politici, ma anche e soprattutto attraverso un lavoro di pacificazione nel tessuto civile. Il bilinguismo, così come ogni altro diritto delle minoranze, va comunque rispettato.

Gli on. Fidanza e Scurria hanno ricordato il loro impegno nel portare avanti le questioni care al mondo istriano, fiumano e dalmata, in seno al Parlamento europeo e nel definire a breve termine, nei prossimi incontri, le modalità specifiche a rappresentare la causa adriatica.

Le due giornate di lavori, si sono concluse con una bella foto con tanto di bandiere dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia davanti alle bandiere di tutti gli Stati che fanno parte dell’Unione europea. (rtg-red)

 

 

 

 

 

337 – Il Piccolo  05/07/13 Morta a cent’anni Maria Pasquinelli assassina per l’Italia

 

Morta a cent’anni Maria Pasquinelli assassina per l’Italia

Nel 1947 a Pola sparò al generale De Winton in segno di protesta contro il Trattato di Pace

 lutto

di Pietro Spirito

 Aveva compiuto cent’anni il 16 marzo scorso, ed è quasi come se con lei se ne sia andato un secolo intero di storia di queste terre. Maria Pasquinelli, la donna che il 10 febbraio 1947 uccise a colpi di pistola il comandante della guarnigione britannica a Pola, il brigadiere generale Robert W. De Winton, reo di essere il rappresentante più alto in grado delle potenze vincitrici responsabili di aver ceduto alla Jugoslavia una buona fetta d’Italia, se n’è andata in silenzio nella casa di riposo di Bergamo doveva viveva da tempo, e dove nel marzo scorso era stata festeggiata dai Polesani dell’Unione degli istriani. Silenzio, appunto. Quello stesso silenzio che Maria Pasquinelli ha mantenuto – salvo qualche rara eccezione – per tutti questi anni dopo l’assassinio del generale. Un silenzio che porta con sé vari misteri riguardo ciò che accadde allora, chi ad esempio le armò la mano, se ebbe dei complici, e quali. Documenti recentemente scoperti negli archivi svelano che i servizi segreti italiani e alleati erano ben al corrente di quanto stava per accadere, mentre a tutt’oggi in una cassetta di sicurezza di Trieste sono conservati i documenti riservati che la stessa Pasquinelli aveva affidato al vescovo Ravignani. Si parlerà ancora di Maria Pasquinelli, un caso che interessa più sotto il profilo umano e morale che dal punto di vista storico, visto che il suo fu un attentato sostanzialmente inutile, non ebbe alcuna conseguenza sul piano politico e provocò poco più di un’alzata di sopracciglio tra le diplomazie delle potenze vincitrici. Ma il gesto si caricò subito di tutta una serie di significati per i trecentomila profughi italiani della diaspora, che fecero di lei un’eroina. Dopo l’attentato Maria Pasquinelli fu condannata a morte dalla Corte Militare Alleata di Trieste, ma la pena fu commutata in carcere a vita e lei venne rinchiusa nel penitenziario di Perugia. Nel 1964, per assistere la sorella, chiese e ottenne la grazia, fu liberata e andò a vivere a Bergamo, per oltre mezzo secolo circondata con discrezione dall’affetto delle associazioni degli esuli e della chiesa cattolica. Per tutta la vita Maria Pasquinelli non si pentì mai pubblicamente dell’uccisione del generale come “atto politico”, ma non cercò mai nemmeno di scaricare la propria coscienza per avere ammazzato un uomo a sangue freddo. Le domande, ora, restano le stesse: chi è stata Maria Pasquinelli? Una fanatica o un’eroina? Una patriota o un’assassina? La scheggia impazzita di un sistema sconfitto o la pedina di un piano strutturato? Nata a Firenze il 16 marzo 1913, diplomata maestra, poi laureata in pedagogia, Maria Pasquinelli si iscrisse al Partito Nazionale Fascista nel 1933. Frequentò la scuola di mistica fascista, e nel 1940 si arruolò come crocerossina al seguito delle truppe italiane in Libia. Laggiù vide il vero volto della guerra al di là di ogni retorica e propaganda, e nel novembre del 1941 lasciò l’ospedale di El Abiar, dove prestava servizio, per raggiungere la prima linea travestita da soldato con la testa rasata e documenti falsi. Voleva stare lì, dove c’è l’orrore, e dividere la sofferenza con i soldati. Fu scoperta, riconsegnata ai suoi superiori e spedita in Italia. Ma non riusciva a stare ferma. Nel gennaio 1942 chiese di essere mandata come insegnante in Dalmazia e per un certo periodo insegnò l’italiano a Spalato. Dopo l’armistizio e l’occupazione di Spalato da parte dei comunisti jugoslavi per Maria Pasquinelli iniziò il periodo più complesso. Fu testimone del massacro dei militari della divisione “Bergamo”, a Trieste collaborò con il Comitato Profughi Dalmati, inondò di memoriali e di denunce le autorità della Repubblica sociale, si trasferì a Milano e prese contatto con Junio Valerio Borghese, tornò a Trieste per aiutare i profughi, cercò di prendere contatti con i partigiani della Franchi legati ad Edgardo Sogno e con quelli delle Brigate Osoppo: voleva costituire un blocco per la difesa dell’italianità al confine orientale e denunciare i massacri dell’Istria. L’idea che l’Italia stesse perdendo parte delle sue terre divenne un’ossessione. Dall’Ozna ai servizi italiani e alleati tutti sapevano chi era e cosa combinava, ma nessuno fece nulla. Poi, il giorno della firma del Trattato di pace, l’attentato di Pola. Maria Pasquinelli sparò al generale De Winton convinta che le guardie l’avrebbero subito uccisa. Era pronta a fare la martire. Invece, quando l’ufficiale cadde a terra tutti rimasero lì a guardarla, stupefatti e increduli.

 

 

 

 

 

 

338 – CDM Arcipelago Adriatico 21/06/13 Grazie Miur chi semina raccoglie

GRAZIE MIUR! CHI SEMINA RACCOGLIE

 

Finalmente la scuola italiana ha preso coscienza della universalità umana del tema dei confini e delle appartenenze, spesso confliggenti, del mondo contemporaneo.

Scegliendo come traccia per il tema di Italiano lo splendido brano di Claudio Magris “Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere…” – nel quale si ricorda espressamente l’esodo degli italiani dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia al termine delle II guerra mondiale, vissuto come esperienza diretta dallo scrittore triestino e dalla moglie fiumana Marisa Madieri – il MIUR ha voluto sottolineare l’estrema attualità  del dramma degli esodi e delle frontiere, che spesso sono costati “sacrifici di sangue”, come un viaggio attraverso la storia e la nostra sensibilità di uomini e di donne capaci di superare i traumi del passato scoprendo le verità più profonde che dietro quei traumi si nascondono.

Per la seconda volta in pochi anni torna sui banchi della maturità il confine orientale italiano.

Una dimostrazione solare di quanto da dieci anni le associazioni degli esuli dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia vanno affermando: che la loro vicenda non è un cantuccio marginale della storia italiana del Novecento, ma un punto-cardine della drammaticità dell’uomo moderno.

Una volta ancora la nostra letteratura di frontiera dimostra la sua grande valenza estetica, culturale ed umana, che sa guardare al di là dei confini.

Come lo stesso MIUR aveva ben compreso nell’organizzare pre tre anni consecutivi, sotto il Patronato del Presidente della Repubblica, i Seminari nazionali per docenti a Roma e a Trieste sul tema dl confine orientale.

La maggior parte dei giovani ha affrontato la traccia di Magris confermando come i problemi posti con intelligenza e lungimiranza interessano anche quella platea di studenti ai quali di quei fatti non è stato raccontato mai nulla!  Chi semina…raccoglie.

 

Renzo Codarin e Lucio Toth

(presidente e vicepresidente della Federazione delle Associazioni

degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati)   Trieste, 21 giugno 2013

 

 

 

 

339 – La Voce di Romagna 03/07/13 Storie e Personaggi – Buio sui deportati in Jugoslavia

STORIE E PERSONAGGI

LICURGO OLIVI, ESPONENTE DEL CLN DI GORIZIA, ERA NATO IN PROVINCIA DI REGGIO EMILIA

Buio sui deportati in Jugoslavia    

 

FELICE GALLAVOTTI che nel novembre 1945 risulta internato in un campo di concentramento nei pressi di Lubiana, era di famiglia santarcangiolese

 

Mistero su Francesco Freddi da Luzzara, autore di una testimonianza su alcuni italiani incontrati in prigionia

 

La dichiarazione di Fran­cesco Freddi è stata pub­blicata dallo storico gori­ziano Guido Rumici, in “Infoibati” edito da Mur­sia. Rumici aveva ricevu­to copia del documento dalla famiglia di Gino Morassi, preside (così si defi­niva allora il presidente) della Provin­cia e vice podestà di Gorizia. Sui mo­tivi della presenza di Freddi in Jugo­slavia sono in corso ricerche. Non era un militare fermato mentre rientrava dalla prigionia in Germania o nell’ex Urss, di casi di questo genere se ne so­no verificati non pochi, perché nel 1968 avrebbe rilasciato una testimo­nianza su una strage partigiana del maggio 1945, affermando di essere un sopravvissuto. Si tratta del ritrovamen­to dei cadaveri dei passeggeri di un mezzo della Poa (Pontificia opera di assistenza) avvenuto nei pressi di Concordia San Possidonio in provin­cia di Modena. Sul fatto che Freddi si trovasse incarcerato in Jugoslavia esi­ste la testimonianza autorevole di un altro deportato, il fiumano Mario Dassovich, noto studioso della sua città. Prima di pubblicare “Infoibati”, Rumi­ci gli aveva sottoposto la dichiarazione di Freddi. Dassovich aveva conferma­to di averlo conosciuto precisando che godeva di una certa libertà all’interno del carcere. Questo particolare lascia pensare che il reggiano non si trovas­se, almeno inizialmente, dietro le sbarre per gravi colpe ai danni della Jugoslavia. Freddi è morto a Empoli nel 1973, all’anagrafe del comune to­scano risulta senza fissa dimora. La vi­cenda di Francesco Freddi ha tutte le caratteristiche del mistero nel mistero. Passando agli altri deportati legati al­l’Emilia-Romagna, tenuto conto che l’ingegner Felice Gallavotti era un noto progettista di opere civili, aveva tra l’altro lavorato alla realizzazione della strada statale pontebbana, si suppone che lo abbiano destinato a dirigere dei cantieri. Nel 2006 era stato reso noto un elenco di 1.048 deportati italiani, parte di uno studio realizzato dalla storica slovena Natasha Nemec. Olinto Comandini, ugualmente compreso nell’elenco dei deportati, risulta pre­levato dalle carceri di Monfalcone. Era nato a Cesena il 7 luglio 1892, da An­selmo e Giuseppina Monti. E’ indicato milite della Difesa territoriale, come Ermanno Vites. Tra i prevelati dalle carceri di Monfalcone c’è anche Gino Cavazzini da Collecchio in provincia di Parma, impiegato. Nell’elenco del 2006 c’è anche Ermanno Vites, pastic- cere, che risulta anche arruolato nel 4° Reggimento Milizia difesa territoriale. Lo avevano preso per strada a Gorizia il 2 maggio e rinchiuso, come altre centinaia di goriziani, nelle carceri di via Barzellini. Non è mai stato possi­bile accertare se l’uomo sia poi finito in qualche campo di concentramento jugoslavo, dove poi morì di stenti, op­pure sia stato gettato in una delle tan­te foibe del territorio goriziano. La moglie, andata a visitarlo in carcere per portargli cibo e indumenti, era ri­masta sconvolta dai suoi polsi segnati dal filo di ferro. La signora, assieme al­la sorella di Ermanno, aveva girato in lungo e in largo nel territorio sotto amministrazione jugoslava alla dispe­rata ricerca di notizie, interrogando anche chi dopo essere stato imprigio­nato era poi tornato in libertà. Erman­no Vites era nato a Salcano, oggi Solkan in Slovenia, a pochi chilometri da Gorizia, nel 1913 e lavorava in una nota pasticceria del capoluogo isontino. I suoi dolci e le sue torte erano ve­re e proprie opere d’arte, aveva parte­cipato anche a numerosi concorsi na­zionali ottenendo il primo premio. “Dopo aver arrestato mio padre – ha raccontato alla Voce il figlio Ermanno junior – i partigiani titini vennero in casa nostra per rubare tutto quanto e­ra asportabile, c’era anche una donna. Ricordo che nel 1947, quando venne segnato il nuovo confine che tagliava in due Gorizia, assieme a un amico la accompagnai con un calesse al di là del reticolato nella zona jugoslava”. Er­manno Vites junior si era poi trasferito a Pesaro da padre Pietro Damiani, fondatore del Convitto Zandonai che nel corso degli anni era arrivato a o­spitare fino a 1.700 giovani, per la maggior parte figli di profughi istriani giuliani e dalmati. A Pesaro ha portato avanti gli studi artistici e al termine ha iniziato a lavorare presso un’azienda di San Marino che realizzava le celebri bottiglie in ceramica per la Luxardo, produttrice del rinomato maraschino di Zara.

La tragica fine del padre ha se­gnato profondamente l’animo dell’ar­tista riminese d’adozione. “Nelle mie espressioni artistiche c’è sempre que­sta angoscia, occhi sbarrati dal terrore e tristezza”. Il nome di Ermanno Vites senior è inserito nel Lapidario di Go­rizia, progettato dall’architetto Paolo Caccia Dominioni e inaugurato nel 1985; vi sono impressi i nomi allora accertati di 665 deportati in Jugoslavia senza ritorno. Alla cerimonia avevano preso parte l’allora sindaco Antonio Scarano, nato a Rimini dove ha anche vissuto alcuni anni, il padre era sottuf­ficiale dell’Esercito, e l’Arcivescovo monsignor Antonio Vitale Bommarco, esule da Cherso, i cui fratelli Matteo e Giuseppe dopo essersi visti respingere dalla autorità jugoslave l’opzione per l’Italia, nel 1957 erano fuggiti dalla loro isola raggiungendo la libertà dopo un’avventurosa traversata dell’Adria­tico conclusasi proprio a Rimini. Tra gli arrestati a Gorizia e deportati verso ignota destinazione, compare anche il nome del brigadiere dei carabinieri Carlo Gattiglia, in servizio presso il Co­mando gruppo (oggi provinciale) che allora aveva sede in via Nazario Sauro, davanti al Tribunale. Era nato a Rimini il 27 febbraio 1894, da Luigi e Anto­nietta Marsiani. Da ricerche eseguite presso l’anagrafe, il padre risulta un militare di passaggio che non ha mai avuto la residenza a Rimini. Il sottuf­ficiale potrebbe essere stato trucidato a Tarnova, località oggi in Slovenia, nella foiba di Nemci, dove secondo al­cune testimonianze raccolte da Gio­vanni Guarini, presidente della sezio­ne di Gorizia dell’Associazione nazio­nale carabinieri e figlio di un altro mi­litare dell’Arma infoibato, l’appuntato Pasquale Guarini, vennero gettati i mi­litari prelevati nel capoluogo isontino. Negli elenchi degli scomparsi appare un altro romagnolo, Alfredo Casadio, nato a Faenza, brigadiere della Guar­dia confinaria del 1° Reggimento, che venne arrestato il 3 maggio 1945 nella caserma di via Cologna a Trieste e de­portato a Lubiana; di lui non si sono avute più notizie. Il figlio dello scom­parso, Paolo Casadio, ha ricevuto al Quirinale dalle mani dell’allora presi­dente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, la medaglia ricordo per il 10 febbraio, Giorno del Ricordo delle vit­time delle foibe e dell’esodo delle po­polazioni istriane, fiumane e dalmate.

 

Aldo Viroli

 

Chi sono i protagonisti

Una dramma scarsamente conosciuto

 

E’ sempre buio fitto sul­la fine dei deportati i­taliani in Jugoslavia nel maggio 1945, a guerra finita. Da tempo Storie e personaggi si occupa della vicen­da; negli elenchi figurano anche nominativi originari della Roma­gna come quello dell’ingegner Fe­lice Gallavotti, di famiglia santarcangiolese, fermato dai partigiani slavi nei pressi di Villanova del Judrio il 2 dicembre 1944 mentre tornava a Udine, dove risiedeva, da Gorizia. Secondo la testimonianza di un partigiano, nel novembre 1945 era ancora in vita e si trovava in un campo di concentramento nei pressi di Lubiana. Tra i depor­tati goriziani figura anche Erman­no Vites, la cui famiglia si è poi tra­sferita a Rimini; uno dei figli, Er­manno junior, è un noto artista. Negli elenchi spiccano poi i nomi di Licurgo Olivi, nato a Bagnolo di Piano (Reggio Emilia) nel 1897, e di Augusto Sverzutti, esponenti di punta del Comitato di Liberazione nazionale di Gorizia, entrambi fer­mamente contrari ai progetti an­nessionistici jugoslavi. Olivi era si­curamente in vita nell’estate del 1948, quando era stato condotto assieme ad altri deportati nei pres­si del valico italo-jugoslavo della Casa Rossa di Gorizia per uno scambio di prigionieri, poi non av­venuto. Lo attesta la dichiarazione scritta di un altro deportato reg­giano, Francesco Freddi di Luzza­ra, rimpatriato nel 1950.

 

 

 

 

340 – Anvgd.it 05/07/13 Dagli archivi croati i giornali storici istro-dalmati

Dagli archivi croati i giornali storici istro-dalmati

Dagli archivi croati viene messa a disposizione del pubblico la digitalizzazione di alcuni giornali storici italiani dell’800 e ‘900 stampati in Istria e Dalmazia. In particolare si tratta di

 

 Per accedere alle singole testate basta cliccare sul nome del giornale o sull’immagine qui in basso.

 

L’accesso alle pagine dei giornali digitalizzati è intuitivo, anche se in croato.

Corriere Istriano (1934-1938)

 

L’Azione (1919-1921) (già Gazzettino di Pola)

 

Il Giornaletto di Pola (1900-1906)

 

Il Popolano dell’Istria (1850-1851)

 

Bullettino di archeologia e storia Dalmata (1878-1892)


Il Regio Dalmata = Kraglski Dalmatin (1806-1810)

 

 

 

 

 

 

 

341 – La Voce del Popolo 21/06/13 Pola, un posto ideal per ritrovarse

Pola, un posto ideal per ritrovarse

 

Anche ‘sto ano, dal 13 al 17 giugno, i esuli polesani se ga trovà a Pola per el raduno anuale, el cinquantasetesimo! Xe el terso ano consecutivo che el raduno vien fato nela nostra bela cità e ogni volta de più se rinforsa la nostra convinsion che questo xe el posto ideal dove ritrovarse.

Qua ga vissudo i nostri veci, qua semo nati noi e qua xe ancora e sarà sempre casa nostra. No importa chi che governa, magari anca el Negus, come che diseva mio nono, ma la mia cità noi la gavemo nel cuor e de là nissun ne la pol portar via.

Ogni tanto salta fora qualchedun che proponi: “Perché sto altro altro ano no femo el raduno a…” e el fa el nome de un’altra cità, anche bela magari, anche più comoda de rivar ma no’l ga sucesso, la magioransa la fa subito quadrato e la se oponi: “Gavemo spetà tanti ani per trovarse tuti insieme qua e, adesso che ghe semo tornar via? No, mai più, semo tornai a casa, magari solo per un poco e a casa torneremo ancora, fina a che le nostre forse e i nostri ani ne lo permeterà!”

El programa ‘sto ano xe sta impegnativo anche perché in questa ocasion era prevista l’assemblea generale dela nostra associassion Libero Comune di Pola in Esilio per la nomina del novo diretivo.

Un apuntamento importante xe sta quel de venerdì 14 giugno. Per quela data xe sta organisà un “percorso in omaggio dele vittime italiane degli opposti totalitarismi che nel ‘900 insanguinarono le nostre terre”. Con spirito de reciproco rispeto se ga sostà sula foiba de Surani, dove che xe stada butada Norma Cossetto e altri 25 italiani e a Rovigno dove che i fassisti ga fucilado i tre partigiani italiani Budicin, Ferri e Sossi.

Sabato 15, invesse, se semo trovadi ala Comunità degli italiani per assister al spetacolo teatrale “In malorsiga anche i drusi” e, dopo el spetacolo, per la consegna dele benemerenze “Istria, Terra amata”.

‘Sto ano son particolarmente contento perché xe stà premiade due persone che stimo e che me xe ‘sai care anche perché tute due le scrivi nel nostro bel dialeto, la nostra vera “lingua madre”, quela che gavemo imparà diretamente dai nostri cari.

Uno xe Bruno Carra, premiado per gaver scrito el copion de “Istria Terra amata-La cisterna”, un’opera teatrale de grande sucesso, messa in scena per ben 35 volte.

L’altra xe la scritrice polesana Ester Sardoz Barlessi che la ga el dopio merito de gaver sempre promosso e difeso, con grande coragio, la nostra cultura, la lingua italiana e el nostro dialeto istro-veneto, anche in situazioni dificili.

Per Ester mi go avù sempre una grande amirassion e quando che el general Mazzaroli, diretor de “L’Arena de Pola”, la ga proposta per la benemerenza, go acolto la proposta con entusiasmo.

Con el suo modo de scriver estroso, a volte ironico ma sempre pien de umanità e rico de emossioni, la Ester ga savù rapresentar in maniera realistica i patimenti dela nostra gente e i sbreghi causadi dal drama dell’esodo. Personalmente ghe devo gratitudine perché quando che go incomincià a scriver me son ispirà proprio ale sue storie e ale sue poesie, specialmente a quele scrite in dialeto.

Congratulassioni Ester e auguri de cuor!

 

Roberto Stanich

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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