RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 879 – 29 GIUGNO 2013

Posted on June 30, 2013


N. 879 – 29 Giugno 2013

                                   

 

Sommario

 

 

 

 

 

316 – CDM Arcipelago Adriatico  20/06/13 Maturità: Ballarin e Tremul sulla traccia ispirata al pensiero di Magris (rtg)

317 – La Nuova Voce Giuliana 16/06/12 A proposito di confini fisici e psicologici (Biagio Mannino)

318 – Il Piccolo 25/06/13 Giovanni Palatucci: Infuria la polemica sullo Schindler italiano (Pietro Spirito)

319 – Avvenire 22/06/13 La campagna revisionista contro il questore “giusto”, ma contro Palatucci mancano le prove (Matteo L. Napolitano)

320 –  L’Osservatore Romano  23/06/13  Per colpire la Chiesa di Pio XII (Anna Foa)

321 – La Voce del Popolo 27/06/13 La CI di Castelvenere celebra i suoi 15 anni (Daniele Kovačić)

322 – La Voce del Popolo 24/06/13 XLVI «Istria Nobilissima»: in alto i cuori con ottimismo (Ilaria Rocchi)

323 – La Nuova Voce Giuliana 16/06/13 Uomini e tempi: così è nato il Grido dell’Istria (Nello San Gallo)

324 – La Voce del Popolo 27/06/13 Federico Falk – Ebrei a Fiume: mai stati «ghettizzati»

325 – La Voce del Popolo 21/06/13 Salvore: Diego de Castro, fedelmente legato alle origini (Serena Telloli Vežnaver)

326 – Il Tirreno 22/06/13 Venezia, tutto iniziò sconfiggendo i pirati in Istria e Dalmazia

327 – La Gazzetta del Mezzogiorno 28/06/13 Viaggio in barca – Da Pola alle Tremiti, passando per la Dalmazia (4  parte) (Alberto Maritati)

 

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

316 – CDM Arcipelago Adriatico  20/06/13 Maturità: Ballarin e Tremul sulla traccia ispirata al pensiero di Magris

Maturità: Ballarin e Tremul sulla traccia ispirata al pensiero di Magris

 

Da quando il Giorno del Ricordo è diventato Legge, è mutato profondamente il rapporto con il mondo della scuola, tanto che anche gli esami di maturità diventano un coronamento dell’attività svolta insieme, esuli e MIUR. Da qualche anno, infatti, le tracce si ispirano anche alla complessa vicenda dell’Adriatico orientale, vale dire Esodo e Foibe. Ma non soltanto, quest’anno il passo risulta anche più lungo e coinvolge le frontiere dove si è consumata la tragedia dell’esodo e da dove parte una decisa ricomposizione: sono state scelte infatti, come traccia, le riflessioni di un grande autore come Claudio Magris.

“Quando ho letto il testo consegnato ai ragazzi, mi sono sinceramente commosso” ha dichiarato il Presidente dell’ANVGD, Antonio Ballarin.

“Penso sia semplicemente meraviglioso l’aver scelto il brano di Magris come traccia di esame per la maturità di quest’anno. È dolce, accarezza l’anima ma colpisce soprattutto il fatto che i dirigenti del MIUR si siano posti di fronte al dramma della scelta di un confine con così tanta delicatezza, sensibilità e profondità di analisi. Ne ho parlato anche con Maurizio Tremul, Presidente della Giunta UI, che condivide perfettamente la mia posizione ed il mio sentire”.

Ma che cosa dice la traccia assegnata ai ragazzi: “Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere  politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi.

Oltrepassare frontiere; anche amarle  in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forma, salvandola così dall’indistinto  ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte.


Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte. In Verde acqua Marisa Madieri, ripercorrendo la storia dell’esodo degli italiani da Fiume dopo la Seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa slava che li costringe ad andarsene, scopre le origini in parte anche slave della sua famiglia in quel momento vessata dagli slavi in quanto italiana, scopre cioè di appartenere anche a quel mondo da cui si sentiva minacciata, che è, almeno parzialmente, pure il suo.

Quando ero un bambino e andavo a passeggiare sul Carso, a Trieste, la frontiera che vedevo, vicinissima, era invalicabile,  almeno sino alla rottura fra Tito e Stalin e alla normalizzazione dei rapporti fra Italia e Jugoslavia  perché era la Cortina di Ferro, che divideva il mondo in due. Dietro quella frontiera c’erano insieme l’ignoto e il noto. L’ignoto, perché là cominciava l’inaccessibile, sconosciuto, minaccioso impero di Stalin, il mondo dell’Est, così spesso ignorato, temuto e disprezzato. Il noto, perché quelle terre, annesse dalla Jugoslavia alla fine della guerra, avevano fatto parte dell’Italia; ci ero stato più volte, erano un elemento della mia esistenza. Una stessa realtà era insieme misteriosa e familiare; quando ci sono tornato per la prima volta, è stato contemporaneamente un viaggio nel noto e nell’ignoto. Ogni viaggio implica, più o meno, una consimile esperienza: qualcuno o qualcosa che sembrava vicino e ben conosciuto si rivela straniero e indecifrabile, oppure un individuo, un paesaggio, una cultura che ritenevamo diversi e alieni si mostrano affini e parenti.

 

Alle genti di una riva quelle della riva opposta sembrano spesso barbare, pericolose e piene di pregiudizi nei confronti di chi vive sull’altra sponda. Ma se ci si mette a girare su e giù per un ponte, mescolandosi alle persone che vi transitano e andando da una riva all’altra fino a non sapere più bene da quale parte o in quale paese si sia, si ritrova la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo”.

Ma che cosa ha colpito Ballarin e Tremul: “Al di là delle tesi a noi care  rispondono -, ora strattonate e sbandierate per una causa ed ora vituperate, insultate ed oltraggiosamente dileggiate per un’altra, chi ha  scelto quel testo ha voluto far riflettere non solo gli studenti, ma commentatori, editorialisti, giornalisti ed opinione pubblica su quel sottile o sconvolgente tormento che sconquassa ancora oggi chi è figlio di una scelta: quella di stare da un lato del confine. Non è cosa scontata una scelta. È drammatica. È tormentata. È sofferta. Qualcuno vorrebbe tornare sui propri passi ma non può più.

Altri avrebbero

voluto farla quella scelta. Qualcuno reca rabbia, altri rancore, altri ancora ferite mai rimarginate nemmeno nelle generazioni che sono seguite. Poi l’acutezza del testo fa riflettere sui pensieri di chi resta e di chi va. Sulla inconsistente logica di una bordo che non potrà mai limitare il senso di identità ed appartenenza, ma che lo sfregia, lo annulla e fa sì che altri, che non subiscono la divisione, reputino inesistenti i sentimenti di gente parte integrante di una Terra, costitutivi ad essa eppure sradicati a forza o a forza recintati nei propri luoghi, nei posti in cui l’anima trova la sua corrispondenza”.

 

Perché la diversità è così difficile?

“Slavo, ‘talian’, venezian: che differenza fa se uno respira la stessa aria, si bagna nello stesso mare, calpesta le stesse pietre, si inginocchia sulle tombe comuni. La differenza è nella mente degli uomini ma mai nell’essenza delle cose. Così il testo di Magris sollecita chi non ha vissuto la scelleratezza di una divisione e disprezza per ignoranza, inconsapevolmente, il dramma umano di chi resta e di chi parte. Fa intravedere una comune appartenenza a chi tale dramma lo ha vissuto e lo vive ancora oggi, incredibilmente, sulla propria pelle, conscio che solo il tempo, la pazienza, l’affetto, la comprensione, il desiderio di bene e di rinascita, l’amore sconfinato per la propria Terra, indipendentemente da una precaria linea di demarcazione, riuscirà a lenire ogni lacrima”.

 

Che cosa volete dire ai dirigenti MIUR?

“Dobbiamo dire grazie per la loro scelta e grazie a chi ha scelto di trattare questo tema del 2013 che resterà nella storia. Grazie per aver guardato ad una vicenda che ancora oggi pone domande ed interrogativi su come ricompattare un unico popolo, mai più asservito a logiche di divisone, a concetti che fanno solo male nel pensiero di chi guarda ad occidente e cerca un volto, di chi guarda ad oriente e cerca una casa, di chi tende la mano ad uno sconosciuto di là da un tratto sul terreno e sogna un’unica identità”. (rtg)

 

 

 

 

 

317 – La Nuova Voce Giuliana 16/06/12 A proposito di confini fisici e psicologici

A proposito di Confini fisici e psicologici

 

I confini, linee immaginarie segnate sulle carte geografiche e traslate dagli uomini nella vita reale attraverso elementi materiali, quali sbarre, cippi, cartelli, muri, fili di ferro e tutto ciò che possa impedire un libero passaggio da un punto ad un altro.

I confini, elementi di divisione nella quotidianità, nel movimento, nelle relazioni interpersonali, divengono linea di divisione nella mente della gente trasformandosi in una forma ancor più complessa ovvero in confini psicologici.

Quella linea immaginaria, disegnata su una carta geografica, esprime la diversità, di cultura, di lingua, di tradizioni e valori, ma è forma di legittimazione dell’ideologia dominante in quel momento storico, dove, attraverso la contrapposizione che naturalmente deriva dal limes, trova approvazione da parte delle genti che in essa si ritrova e riconosce la propria appartenenza a caratteristiche sociale, etniche e, in particolare, politiche comuni.

I confini, fonte di scontro, di battaglie, di guerra di cui la storia è ricca, dove uomini si sono combattuti aspramente nel vano tentativo di difendere una legittimazione per loro inconsapevole.

E proprio in nome dei confini la sacralità del territorio e, quindi, del concetto di Patria, ha spinto gli uomini in contrapposizioni belligeranti che hanno prodotto i loro drammatici effetti non solo nel momento in cui gli eventi si svolgevano ma anche e soprattutto dopo, quando le conseguenze ricadevano pesantemente su quelle popolazioni definite, appunto, gente di confine.

L’Europa ha visto guerre e battaglie ovunque nel suo territorio, dalle pianure alle montagne, ai mari insanguinati.

Armi e tecnologie sempre più sofisticate sono state create dall’ingegno di uomini al fine di poter prevalere e far valere il proprio ideale, la propria visione della società.

 

L’Unione Europea oggi, insignita del premio Nobel per la Pace, mostra come un percorso diverso, fatto di collaborazione, di valori condivisi, di lavoro comune, possa essere portato avanti ed utilizzato al fine di rendere la quotidianità del cittadino appunto comune.

La pace diviene reale e duratura nel momento in cui la politica abbatte il confine non solo materiale ma anche psicologico poiché questo rappresenta l’elemento che spinge le popolazioni ad accettare la disponibilità al proprio ed altrui sacrificio.

Da quando la politica europea ha intrapreso il percorso dell’eliminazione dei confini consentendo la libera circolazione di persone e cose all’interno dell’area Schengen, molto si è fatto in questa direzioni e le generazioni di cittadini, soprattutto quelle più giovani hanno incominciato a ragionare in modo “europeo”.

 

Ma quale dovrebbe essere il passo successivo?

Se osserviamo, dinnanzi alla porta di Brandeburgo a Berlino, la linea lasciata a ricordo del caduto muro che divideva la città, possiamo evidenziare come essa rappresenti un puro elemento di valore storico, quasi turistico poiché, oggi, al di qua e al di là di essa, vige lo stesso ordinamento giuridico, ovvero le stesse leggi.

 

Se osserviamo la stessa linea a Gorizia, dinnanzi alla stazione della Transalpina, non possiamo affermare la stessa cosa poiché al di qua ed al di là di essa vigono due ordinamenti giuridici diversi, quello italiano e quello sloveno.

La realtà vuole che, affinché vi possa essere un’effettiva unione europea, dove i cittadini possano definirsi europei, al di qua ed al di là di tutte le linee presenti nel territorio dell’Unione Europea, abbiano lo stesso ordinamento giuridico e per far ciò l’unica strada e la limitazione delle sovranità degli Stati che compongono oggi l’Europa.

Alla vigilia dell’entrata della Croazia in Europa un errore sarebbe vedere in questo evento una pura occasione di carattere economico poiché, seppur in modo diverso, avrebbe un valore simile alle vecchie concezioni che portavano ad una volontà di imporre il proprio modo di concepire la società.

 

Forse la strada corretta è quella di lavorare affinché i popoli possano considerarsi un Popolo, un popolo con una pluralità di caratteristiche e rispettosi e orgogliosi delle differenze, elemento di ricchezza.

 

L’Istria oggi ha l’occasione di rappresentare un laboratorio straordinario, utile per tutta l’Europa, Tre popoli che potrebbero lavorare assieme al fine comune di essere un esempio per tutti.

 

Biagio Mannino

 

Originario, da parte materna, dalla città di Pola, Biagio Mannino è laureato in Scienze Politiche con indirizzo Politico Internazionale presso l’Università degli Studi di Trieste. Ha inoltre effettuato studi inerenti la gestione della comunicazione pubblica e di impresa, l’urbanistica, l’economia e la finanza, tematiche che divulga collaborando con Associazioni e Circoli vari.

 

 

 

 

 

 

 

 

318 – Il Piccolo 25/06/13 Giovanni Palatucci: Infuria la polemica sullo Schindler italiano

Giovanni Palatucci l’ eroe d’Italia tutto da riscrivere

 

Infuria la polemica sullo Schindler italiano Coslovich: «La verità non è quella ufficiale»

 

STORIA – IL CASO

 

Fu un funzionario che compì qualche gesto di cortesia ma obbediva a ordini superiori e non potè mettere in salvo cinquemila ebrei come gli viene accreditato È anche sbagliato considerarlo un collaborazionista. Fu arrestato dai nazisti e morì a Dachau con l’accusa di “connivenza con il nemico”

 

di Pietro Spirito

 

Si infiamma il caso Giovanni Palatucci, lo “Schindler italiano”, com’è stato definito. Funzionario alla Questura di Fiume tra il 1940 e il ’44, aderente alla Repubblica di Salò, in Italia è considerato un eroe medaglia d’oro al valore civile, e in odore di santità, per aver salvato cinquemila ebrei dallo sterminio nazista. Ma recenti studi dimostrano altro, tanto che il Museo dell’Olocausto di Washington ha deciso di togliere il suo nome da una mostra su segnalazione di Natalia Indrimi, direttore del Centro Primo Levi.

Che sta succedendo? E soprattutto, chi era veramente Palatucci? La questione non è di oggi. Il primo a sollevare il caso è stato, già nel 1995, lo storico triestino Marco Coslovich. Incaricato di approfondire la ricerca su Palatucci, Coslovich cominciò a esaminare carte d’archivio scoprendo che qualcosa non quadrava. A cominciare dal numero degli ebrei che si voleva messi in salvo. Cinquemila, risultato senza fondamento: il numero esatto, 4961, si riferisce piuttosto agli ebrei transitati per Fiume verso varie destinazioni internazionali perseguite e predisposte dal ministero degli Interni. L’approfondimento della ricerca portò Coslovich alla pubblicazione del libro “Giovanni Palatucci una giusta memoria” (Mephite, 2008), che attirò sullo storico triestino l’accusa di essere “detrattore e revisionista”. Ma ormai la breccia era aperta, e altri storici sono scesi in pista. «E oggi – dice Coslovich – con il contributo di archivi e testimonianze a livello internazionale, e la collaborazione di Anna Pizzuti e Mauro Canali solo per citare alcuni studiosi, si stanno esaminando seimila nuovi documenti; e allo stato attuale pare che la mia tesi trovi pieno conforto». Chi era dunque Palatucci? «Un pover’uomo – risponde Coslovich – che fu protagonista di qualche gesto di cortesia, ma che eseguiva ordini superiori e non aveva né i mezzi né la possibilità di fare da solo tutto quello che gli viene attribuito». Come ha iniziato a occuparsi del caso?

«Non avevo nessuna intenzione preconcetta. Il caso Palatucci, per quello che mi riguarda, ha inizio nei primi anni Novanta quando Vittorio Foa mi chiese di approfondire la deportazione da Fiume e la morte a Dachau di Giovanni Palatucci, commissario di polizia, in quanto salvatore degli ebrei. Da diversi anni mi occupavo dei sopravvissuti dei Lager nazisti nelle provincie orientali e questo mi valse il delicato incarico. Ho condotto una ricerca all’Archivio di Stato di Roma e all’archivio di Fiume, raccogliendo un centinaio di documenti, grazie all’aiuto del commissario di polizia Ennio Di Francesco e dello storico fiumano Giovanni Giuricin». E cosa scoprì? «Che l’azione salvifica rispetto agli ebrei attribuita a Palatucci risultava infondata quantomeno nelle dimensioni e nella misura che si voleva attribuirgli. Anzi, la posizione di Palatucci era condizionata e subalterna all’azione del prefetto antisemita Temistocle Testa e del questore Vincenzo Genovese, mentre con l’occupazione tedesca di Fiume il ruolo e la presenza del commissario era stata esautorata di ogni autonomia e possibilità di agire. Le azioni salvifiche di Palatucci, compresa quella effettuata con tanta risonanza nel 1939 in merito al salvataggio di 800 imbarcati nella Aghia Zoni, risultarono in realtà espressamente volute dal ministero degli Interni e avvennero in condizioni di taglieggiamento, minaccia e respingimenti. Lo stesso invio degli ebrei a Campagna – che era un campo di internamento fascista – è stato considerato come operazione salvifica. Lo è ma solo retrospettivamente, dal momento che gli Alleati liberarono Campagna nel settembre del ’43 e Palatucci non poteva sapere che gli Alleati sarebbero sbarcati nel sud d’Italia. E anche in questo caso ottemperò alle disposizioni del ministero, ma va anche precisato che solo una trentina di ebrei provenienti da Fiume furono inviati a Campagna tra i quali nove erano provenienti da fuori Fiume. Così la distruzione degli elenchi degli ebrei voluti dal regime fascista e resi operativi dallo stesso Palatucci, non furono da lui distrutti sotto occupazione nazista. Tant’è che l’elenco è reperibile a tutt’oggi all’archivio di Fiume». E l’arresto da parte dei nazisti e la deportazione a Dachau? «L’arresto di Palatucci fu provocato dall’accusa di “intelligenza con il nemico”, come si legge in un telegramma firmato da Herbert Kappler. Gli trovarono un documento scritto in inglese, e destinato agli Alleati, con il quale gli esponenti del passato regime fascista di Fiume tentavano di giocare la carta dello Stato Liburnico autonomista per Fiume. Una storia nella storia». Elena Aschkenasy, Rosa Neumann e Ranata Conforty che rende testimonianza non diretta ma per conto dei suoi genitori hanno affermato di aver avuto salve le vite per merito di Palatucci. «Nel caso Conforty, Palatucci ha eseguito gli ordini del questore Vincenzo Genovese e anche nel caso di Aschkenasy e Naumann, Palatucci si limitò a obbedire agli ordini del prefetto Testa in contatto con un alto ufficiale dell’esercito italiano, il generale Antonio Bertone». E la sua storia d’amore con una ragazza ebrea che aiutò a fuggire in Svizzera? «È una vicedna circondata dal mistero, ma non c’è motivo di ritenere che non sia vera. In quel caso Palatucci agì per ragioni affettive e personali. Fu probabilmente la ragazza, su indicazione di Palatucci, a portare in Svizzera agli Alleati per quel Memorandum Rubini in inglese che gli costò l’arresto».

La sua partecipazione alla Resistenza fiumana? «È una tesi molto debole.

Labili restano le indicazioni dello storico fiumano Jamini che accenna al nome di battaglia “dott. Danieli” per Palatucci. La resistenza italiana a Fiume fu risibile, costretta e limitata dalla forte presenza comunista.

Piuttosto, come detto, Palatucci ebbe contatti con il notabilato fascista locale che tentò, nella situazione che andava precipitando, di proporre un progetto di autonomismo fiumano ispirandosi all’antico spirito autonomista della città. Volevano trovare una soluzione alternativa al dominio slavo e comunista che incombeva su Fiume. Tant’è che il progetto o Memorandum Rubini (dal nome del senatore fascista Giovanni Rubini) finì sia sul tavolo del Gauleiter Reinard, comandante del Litorale Adriatico, sia in Svizzera nelle mani degli Alleati. Palatucci operò in un quadro quindi ambiguo e del quale non fu che una pedina». Però ogni città italiana ha una piazza o una via intitolata a Palatucci. A Trieste la via che porta alla Risiera di San Sabba porta il suo nome… «Ritengo che a Palatucci sia stato attribuito un ruolo che non poté avere e non ebbe. Mi pare che dietro la sua figura, strumentalmente usata, si cerchi di offrire una immagine salvifica e onorevole alla nostra oscura storia nazionale sotto il fascismo alleato al nazismo. Ma, per contro, mi pare che adesso riaccusare Palatucci di essere stato un collaborazionista zelante dei nazisti è cosa altrettanto priva di fondamento. Fu un funzionario al servizio del fascismo prima e della Rsi dopo. Non c’è alcun solido motivo per ritenere che abbia agito a rischio della vita e abbia agito sistematicamente per salvare o procrastinare la persecuzione antisemita. Questo non esclude alcuni gesti di cortesia e disponibilità che possono rientrare nel fare di alcuni poliziotti in un contesto comunque persecutorio e feroce».

 

 

319 – Avvenire 22/06/13 La campagna revisionista contro il questore “giusto”, ma contro Palatucci mancano le prove

 

La campagna revisionista contro il questore “giusto”

Ma contro Palatucci mancano le prove

 

di Matteo L. Napolitano

 

Autorevoli quotidiani nazionali ed esteri si sono occupati in questi giorni del caso di Giovanni Palatucci, il questore aggiunto di Fiume dichiarato «Giusto tra le Nazioni» da Yad Vashem, e ora ridiscusso in chiave «revisionista». La questione è nata qualche settimana fa a New York, in un simposio su Palatucci organizzato dal Centro Primo Levi presso la Casa italiana Zerilli Merimò. Vi hanno partecipato, fra gli altri, l’ex direttore del Dipartimento Giusti di Yad Vashem, Mordechai Paldiel, lo studioso Marco Coslovich e, in veste puramente istituzionale, il console generale d’Italia a New York, Natalia Quintavalle. Il primo punto di discussione è stato il seguente: davvero Palatucci salvò migliaia di ebrei? La prima documentatissima biografia di Goffredo Raimo su Palatucci (A Dachau, per Amore) avvalora questa tesi, come pure la storiografia successiva (Giovanni Palatucci: un giusto e martire cristiano di Antonio De Simone e Michele Bianco; Giovanni Palatucci, il Questore “giusto” di Piersandro Vanzan; Capuozzo, accontenta questo ragazzo di Angelo Picariello). Un importante volume del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del ministero degli Interni italiano (Giovanni Palatucci, il poliziotto che salvò migliaia di Ebrei>) ha poi conferito valore aggiunto alle ricerche. Alla conferenza di New York, tuttavia, si è dubitato che Palatucci abbia salvato addirittura cinquemila ebrei: Mordechai Paldiel, ossia colui che a Yad Vashem istruì il “processo” in favore di Palatucci, ha affermato che questi è diventato Giusto per aver salvato «una sola donna»: Elena Ashkenasy. Infatti, la commissione da lui presieduta «non ha rinvenuto alcuna prova né testimonianza che avesse prestato assistenza al di là di questo caso».


Ma è necessario un 
quorum di salvati per conferire la patente di Giusto; oppure si può essere Giusti anche per una sola vita ebraica salvata? O chi stabilisce un quorum? «Chi salva una vita salva il mondo intero», dice il Talmud. Dunque, l’essere Giusto non deriva dalla statistica o dalla matematica: basta salvare un solo ebreo. Il dossier su Palatucci conservato a Yad Vashem, che abbiamo potuto consultare, narra che il questore aggiunto di Fiume salvò ben più di un ebreo. Siamo in possesso della testimonianza autografa di Elena Ashkenasy Dafner, proprio la signora menzionata da Paldiel. Il documento, datato 10 luglio 1988, fu redatto a Tel Aviv e si trova nell’istruttoria su Palatucci nell’Archivio di Yad Vashem (Dipartimento Giusti, File n. 4338). Nella sua testimonianza, la Ashkenasy scrive che, assicurato il suo interessamento per lei e per suo marito, «di sua iniziativa [Palatucci] aggiunse che avrebbe fatto il possibile per trovare il modo di far entrare al più presto tutta la mia famiglia in Svizzera (una sorella e un fratello di mio marito abitavano là)». La famiglia Ashkenasy si era rifugiata a Fiume da Vienna (come tanti ebrei alla ricerca di un imbarco per l’estero); Palatucci falsificò anche i documenti con timbri della Questura, e «rifiutò con decisione» qualsiasi tipo di omaggio, segno della sua gratitudine, «sorpreso che il suo aiuto dovesse essere ricambiato in qualche modo». Nella notte tra il 10 e l’11 giugno 1940, gli uomini della famiglia della Ashkenasy furono tutti arrestati e deportati nel campo di Ferramonti. «Anche in questa occasione mi rivolsi al Dott. Palatucci che mi tranquillizzò». La signora, con una neonata, il marito e altri parenti fu aiutata da Palatucci a trasferirsi a Caprarola, in provincia di Viterbo. A queste persone salvate della famiglia Ashkenasy (circa una decina) occorre aggiungere le altre menzionate nel dossier di Yad Vashem.


Lo stesso Mordechai Paldiel, scrivendo il 10 luglio 1995 a Thomas Palatucci, congiunto newyorchese del Giusto, così motivò l’onorificenza: Palatucci «avvertì gli ebrei del fatto di essere ricercati, li nascose con l’aiuto di suo fratello, il vescovo locale [sic: per lo zio Giuseppe Palatucci, vescovo di Campagna], o li aiutò a salpare per Bari, dietro le linee alleate. Molti ebrei furono salvati a motivo dei suoi sforzi». Molti ebrei (
many Jewssalvati da Palatucci, dunque; non uno solo. E Paldiel ribadì il concetto del many Jews anche in seguito. Un altro tema discusso è che Palatucci fu un fascista troppo «zelante e volenteroso» per meritare il titolo di Giusto. Vedremo se ci sono documenti che avvalorino questo zelo. Oskar Schindler, in apparenza, era un fervente nazista e Giorgio Perlasca un fervente franchista. Ma salvarono o no delle vite ebraiche? Si dice anche che Palatucci non finì a Dachau per aver salvato ebrei ma perché considerato dai nazisti una spia britannica. I file di Yad Vashem ci informano che «nel settembre 1943 il Dr. Palatucci aderì al Movimento di Liberazione Nazionale, assumendo il nome di “Dr. Danieli”, proseguendo nella sua mirabile opera di salvataggio di migliaia di perseguitati». Dunque non aut aut, ma et et. Palatucci aiutava i partigiani e al contempo salvava gli ebrei. Queste le basi per cui Mordechai Paldiel lo ha dichiarato Giusto. Ora nuove presunte verità storiche su Palatucci vengono a galla e compete agli studiosi occuparsene: purché l’annunciato nuovo dossier su Palatucci sia prontamente e liberamente consultabile.

 

 

 

 

 

 

320 –  L’Osservatore Romano  23/06/13  Per colpire la Chiesa di Pio XII

Per colpire la Chiesa di Pio XII

 

di Anna Foa

 

Giovanni Palatucci, questore reggente di Fiume nel 1944, arrestato dai tedeschi e morto a Dachau nel febbraio 1945, dichiarato nel 1990 Giusto delle Nazioni per l’opera di soccorso prestata agli ebrei nella sua attività presso la questura di Fiume, riconosciuto dalla Chiesa servo di Dio, è stato improvvisamente trasformato in un persecutore di ebrei, in uno zelante esecutore degli ordini di Salò e dei nazisti. All’origine di questo rivolgimento, una ricerca condotta a cura del Centro Primo Levi di New York da un comitato internazionale di storici che hanno analizzato la documentazione esistente negli archivi tanto italiani che croati. Mi auguro che il Museo di Washington, che ha immediatamente cancellato dai suoi siti e dalle mostre il nome di Palatucci, abbia avuto accesso alla documentazione e non solo alla lunga analisi che ne fa il Centro Primo Levi e che, a un’attenta lettura, può al massimo ridimensionare il numero degli ebrei salvati da Palatucci riducendoli a qualche decina dagli originari cinquemila che gli erano attribuiti, e restringere il ruolo da lui avuto in alcuni episodi, ma non certo trasformarlo da salvatore in persecutore degli ebrei. Ugualmente mi auguro che si possa avere rapidamente accesso alle fonti come si è avuto accesso alla loro interpretazione a opera del Centro.

Siamo in realtà di fronte a un problema di mancanza di documentazione. Ma la stessa mancanza di documentazione troviamo nell’attività di salvataggio degli ebrei messa in atto nei conventi di Roma. Vogliamo negarla in base alla mancanza di documenti scritti che la comprovino? L’attività di Palatucci, come tutte le attività di questo genere, non poteva che svolgersi nel segreto. Poteva svolgersi senza legami con quella della Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei, su iniziativa individuale? Questa è una risposta che ci attendiamo dai documenti, dal confronto con altre situazioni, non dalle interpretazioni.

L’impressione è che in realtà la questione sia un’altra, quella della Chiesa di Pio XII, e che in Palatucci si voglia colpire essenzialmente un cattolico impegnato in un’opera di salvataggio degli ebrei, un supporto all’idea che la Chiesa si sia prodigata a favore degli ebrei, un personaggio sottoposto a una causa di beatificazione. Ma questa è ideologia, non storia.

È vero che sul caso Palatucci le ricerche storiche di prima mano sono state poche, che numeri e fatti sono stati sottoposti ad interpretazioni agiografiche. Ed è anche probabile che in seguito alle ricerche in corso i numeri andranno ridimensionati, che alcuni eventi andranno riletti. Ma ora come ora, in presenza di condanne infondate tanto definitive, ciò che è fondamentale è rispondere attraverso la documentazione a queste semplici domande: Palatucci ha o no salvato degli ebrei? Palatucci ha o no denunciato degli ebrei? Solo a queste domande ci aspettiamo che i documenti diano una risposta. Tutto il resto è commento.

 

 

 

 

 

 

321 – La Voce del Popolo 27/06/13 La CI di Castelvenere celebra i suoi 15 anni

La CI di Castelvenere celebra i suoi 15 anni

 

CASTELVENERE | Ben due giorni di festeggiamenti per ricordare la fondazione della Comunità degli Italiani di Castelvenere, avvenuta 15 anni fa. Per l’occasione, sabato 29 giugno con inizio alle ore 20, presso la Casa di cultura di Malottia, si esibiranno tutti i gruppi artistici e culturali del sodalizio, mentre il giorno prima (domani), la novità assoluta: il torneo di calcetto femminile “Babe”. Le partite si disputeranno a partire dalle ore 20. Partecipano le squadre femminili “Dream Team” di Madonna del Carso, quelle di Petrovia, di Grisignana e ovviamente quella di Castelvenere.

La presidente della CI, Tamara Tomasich, si è detta soddisfatta del lavoro svolto e ha tenuto a sottolineare che le attività stanno andando a gonfie vele. L’abbiamo incontrata mentre stava ultimando, assieme alla sua equipe, i preparativi per il grande evento.

“Ci sono tantissimi giovani con tanta voglia di fare, tant’è che negli ultimi anni sono state avviate nuove attività didattiche e artistico-culturali, partendo dal gruppo d’Inglese, che ha suscitato subito grande interesse, a quello dei minicantanti, formato in seguito. Vanno poi menzionati il corso di sassofono e un complesso vocale a cappella, la cosiddetta klapa. Queste attività vanno ad aggiungersi a quelle storiche, come la filodrammatica (attualmente con tre sezioni), il balletto (con due sezioni) e il corso di fisarmonica”.

 

 

Il problema della sede

 

Il tasto dolente in quel di Castelvenere è la sede. “Abbiamo una sede che è da ristrutturare – ha proseguito la Tomasich -, come più volte ribadito. Fino a qualche anno fa potevamo anche cavarcela con gli spazi che abbiamo, ma con l’aumento delle attività, in un solo vano (più la segreteria), la gestione del calendario settimanale delle attività diventa un po’ problematica. Ci siamo arrangiati e abbiamo adattato il piano superiore, precedentemente adibito ad abitazione. I nostri ragazzi hanno rifatto il pavimento e dipinto le pareti; in questo modo abbiamo ottenuto altre due salette, anche se, come si può bene immaginare, lavorare in un garage, un’ex cucina e un’ex soggiorno, non è il massimo”.

I “castelani” auspicano che anche per loro arrivi presto una giornata come quella che hanno avuto la fortuna di celebrare i connazionali di Orsera, Cherso e altre Comunità degli Italiani, ossia l’inaugurazione di una nuova sede.

I festeggiamenti dell’anniversario comunitario arrivano proprio in concomitanza dell’importante evento che è l’entrata della Croazia nell’Unione europea. Quello di Castelvenere è il sodalizio minoritario più vicino al confine, che presto sparirà.

“È un appuntamento importante per noi e vorremmo festeggiarlo assieme all’anniversario, perché per noi ‘castelani’ il confine è sempre stato una barriera da abbattere, visto che ci sentivamo già europei molto tempo prima che la Croazia fosse in procinto di entrare nella comune casa europea.

Una barriera il cui abbattimento inizierà proprio il giorno dopo la nostra festa.

La nostra CI è un luogo di incontro, non solo per i soci, ma anche per i ragazzi della maggioranza che, grazie alle nostre attività e ai nostri spazi, hanno un posto dove trascorrere i pomeriggi, divertendosi e imparando.

Impossibile non citare inoltre la collaborazione in atto con le Comunità del territorio, e in particolare modo con quella di Momiano. Proprio con la CI della località del castello, Castelvenere ha stilato un piano comune di attività, in modo da non ripetere in toto l’offerta. In questo modo, vista anche la vicinanza tra le località, che per altro sono entrambe sul territorio municipale di Buie, alcuni attivisti momianesi frequentano le attività di Castelvenere e viceversa”.

Sabato, dopo lo spettacolo, nella sede comunitaria sarà organizzato un rinfresco, nel corso del quale saranno rievocati i momenti salienti dei 15 anni di fondazione.

 

Daniele Kovačić

 

 

 

 

 

322 – La Voce del Popolo 24/06/13 XLVI «Istria Nobilissima»: in alto i cuori con ottimismo

XLVI «Istria Nobilissima»: in alto i cuori con ottimismo

 

Servizio di Ilaria Rocchi

 

“Se non hai radici, non hai fronde, non hai futuro”. Si condensa in una frase, significativa perché racchiude un po’ il senso di “Istria Nobilissima”, l’intervento di Massimo Bubola alla cerimonia della premiazione del Concorso d’Arte e di Cultura, organizzato dall’Unione Italiana, congiuntamente con l’Università Popolare di Trieste, con il sostegno del Consiglio per le minoranze nazionali della Repubblica di Croazia. Parole intercalate da alcuni brani musicali, per circa un’ora trascorsa in compagnia di uno tra i più raffinati protagonisti della canzone d’autore italiana, intervistato per l’occasione da Andrea Effe. Artista veneto, con qualche “ascendenza” istriana, Massimo Bubola si è offerto copiosamente al pubblico numeroso, che ha affollato la sala “Cristoforo Colombo” del centro congressi “Portus”, presso l’albergo “Slovenija” di Portorose.

 

 

Pensando al Mediterraneo di Matvejević

 

Il cantautore ha parlato di sé, della sua arte, delle sue esperienze, della sua poesia e prosa, dei sapori, dei profumi, dei colori e dei ricordi di cui sono imbevute le sue opere; ha riflettuto sulle corrispondenze tra la sua terra, il Veneto, e l’Istria, sul Mediterraneo  quello di Matvejević, piuttosto che di Salvatores , sulla Mitteleuropa, sul ruolo che la Cultura dovrebbe avere nella società, su Bassani e Tomizza… Tanta carne sul fuoco, troppa  se sommata alle prolusioni d’apertura  per chi in sala, accorso anche da lontano, era in trepidante e impaziente attesa di conoscere i nomi dei vincitori. Che quest’anno, come già anticipato, sono stati comunicati in diretta dalla conduttrice della serata, una smagliante Rosanna Bubola. Nel ruolo di “paggetti” i VIP dell’evento: l’ambasciatore italiano in Slovenia, Rossella Franchini Sherifis, il console italiano a Capodistria, Maria Cristina Antonelli, il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul (assenti invece, per un malore, il presidente Furio Radin, e la titolare del Settore Cultura, Marianna Jelicich Buić, rispettivamente per un impegno all’estero il deputato CNI al parlamento sloveno, Roberto Battelli), il presidente dell’Università Popolare di Trieste, Silvio Delbello, e il suo direttore generale, Alessandro Rossit, il vicepresidente della Regione Istriana, Giuseppina Rajko, e il vicesindaco di Pirano, Bruno Fonda.

 

Ci riprendiamo un ruolo centrale

 

Sul palcoscenico sono sfilati, uno a uno quasi tutti i protagonisti di questa 46.esima edizione di “Istria Nobilissima”, che come da tradizione abbraccia in sé anche i Premi “Paolo Lettis” e “Antonio Pellizzer”: pittori, ceramisti, scultori, fotografi, scrittori, poeti, attori-autori di testi teatrali, registi, compositori, musicisti, giornalisti, docenti delle scuole CNI…, che da sempre sono gli artefici e i portatori dello slancio, della vitalità, del dinamismo e della creatività della CNI. Nel suo discorso Maurizio Tremul ha fatto riferimento alla mole di attività che l’UI è riuscita a svolgere e che continua a portare avanti nonostante la complessità e la drammaticità dei tempi attuali. Le nubi plumbee, la cappa psicologica che finora ci opprimevano, stanno per diradarsi. “Tutto ciò che stiamo facendo aumenta la nostra consapevolezza, il nostro ruolo, la nostra centralità in una terra che, fra pochi giorni, tornerà a essere centrale con l’ingresso della Croazia nell’Unione europea. Il nostro essere Comunità, ma comunità vera, fatta anche da chi è stato espulso o se n’è dovuto andare da questa patria, potrà quindi articolarci con più serenità, in un progetto più compiuto e più ambizioso”, ha concluso Tremul, citando in conclusione le parole di un suo caro amico che, per coincidenza, sono anche il titolo di un album di Massimo Bubola, “In alto i cuori”.

 

 

Una continuità che fa onore

 

L’assessore della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Gianni Torrenti (il presidente Deborah Serrachiani ha inviato un messaggio di appoggio e apprezzamento), ha parlato della continuità del Premio come di una dimostrazione, da parte degli enti promotir, di “decisione, serenità, impegno, di un’idea sempre in mente, a prescindere dalle contingenze”, che ha aiutato la CNI a superare momenti anche molto complessi. Torrenti si è soffermato sul concetto di “felicità”, individuando nella bellezza, nella cultura  intesa nel senso più vasto del termine , una delle vie per raggiungerla.

 

 

La cultura che unisce e crea ponti

 

Riferimenti alla cultura che genera un forte sentimento identitario, ma che crea ponti tra i popoli, nelle parole del console generale d’Italia a Capodistria, Maria Cristina Antonelli. La cultura, questo patrimonio in cui si rispecchiano dei valori, sono per noi un passepartout, che nessuno ci potrà mai sottrarre, ma occorre essere più incisivi e sempre più convinti di quello che abbiamo. Occorre pensare da europei, promuovere e affermare la cultura del vivere insieme con i popoli che ci stanno accanto. “Voi con questa vostra iniziativa e altre che portano lo stesso segno, state offrendo a tutti noi l’esempio migliore di come riuscire a farlo. E vi posso assicurare che non siete soli, che l’Italia, la nazione madre, vi guarda e vi è accanto”.

 

 

Italia-Croazia-Slovenia: una squadra forte

 

“Sono nata anch’io sull’Adriatico, sull’altra sponda, e vedere che qui queste tradizioni hanno la capacità di entrare in tanti partecipanti e di rinnovarsi, di espandere il loro raggio d’attività, è veramente una scoperta che mi riempie di gioia”, ha premessso l’ambasciatore Rossella Franchini Sherifis, ricolleganosi alla lunga tradizione di “Istria Nobilissima”. E ha aggiunto: “È bello essere qui con voi e celebrare questo evento, che si colloca in un momento in cui finalmente stanno cadendo le barriere che avevano separato questa terra da sempre multietnica. Voi siete la parte che più degli altri ha subito le conseguenze delle divisioni che hanno pesato e segnato così tanto le vostre anime. E riuscire a esprimere la voglia di vedere nella creazione artistica una grande forza, soprattutto a livello personale, di saper guardare in modo ottimistico il futuro, di saper riscoprire la bellezza nell’arte di vivere, anche questo è un simbolo del nostro modo di essere. Vi sono molto grata di tutto quello che state facendo, e del fatto soprattutto di rendere tangibile, vivo, questo patrimonio di cultura di cui tutti andiamo molto fieri”. Quindi, ricollegandosi agli incontri tra i vertici italo-sloveni, ai quali hanno preso parte i vertici dell’UI, ha concluso che Italia, Slovenia e Croazia sono “ritornate a essere una forte squadra”, in grado di far valere le proprie esigenze in ambito europeo e nel contesto regionale. “Speriamo di riuscire ad attirare verso questa grande idea di integrazione, di pace e di democrazia che è l’UE, al di là delle difficoltà attuali di ordine economico-finanziario, anche le altre repubbliche dell’ex Jugoslavia”. Complimenti a tutti, a prescindere se vincitori o meno, perché in fin dei conti “l’importante è partecipare”.

 

 

Anche una finestra sulla scuola

 

È seguita la consegna dei riconoscimenti di “Istria Nobilissima”, con una finestra sul mondo della scuola CNI, grazie al Premio “Antonio Pellizzer”, attribuito, per l’opera omnia, ad Alenka Pišot, docente del Ginnasio “Gian Rinaldo Carli” di Capodistria e a Gloria Tijan, direttrice della Scuola elementare “Gelsi” di Fiume. Erano gli unici nomi che si conoscevano da prima. Gli altri sono stati una “rivelazione” (con “imbarazzo” della presentatrice, che si è scoperta vincitrice). “Che ne dite di questa formula?”, ha chiesto alla platea Rosanna Bubola. E di fronte a certi mugugni, ha incalzato: “Ma non vi piacciono le sorprese?”. Divise, più tendenti al “no”, le reazioni. Si voleva maggiore adesione alla solennità? L’obiettivo può dirsi anche raggiunto, almeno in buona parte, nonostante l’assenza di alcuni premiati e di quanti hanno preferito non intraprendere un viaggio impegnativo, con il rischio di andare “a vuoto”.

A margine dell’evento, risuona una nota stonata: i ringraziamenti pronunciati in croato dalle ragazze della Schola cantorum. Hanno ammesso candidamente di non parlare l’italiano. Ma il Concorso non promuove lingua e cultura italiane? È proprio vero, certe volte il silenzio vale oro.

 

 

 

 

323 – La Nuova Voce Giuliana 16/06/13 Uomini e tempi: così è nato il Grido dell’Istria

Uomini e tempi: così è nato il Grido dell’Istria

“Sono di Capodistria”  dissi  uno di loro mi rispose in italiano “Siamo diretti a Trieste, sali in macchina.”.

Giunsi così fortunosamente a casa appena in tempo perché il tifo era già in uno stadio avanzato. Mio padre fece intervenire da Trieste un medico specialista. Intervenne poi anche un medico militare, perché da Verona era stato emesso un ordine di cattura perché, non essendomi presentato, ero stato dichiarato disertore. Fui costretto a trasferirmi nell’ospedale militare a Trieste. Una volta guarito non tornai a Verona. Tramite un vecchio amico che era guardiamarina nel Battaglione San Giusto a Trieste riuscii a far parte anch’io di questo reparto. Era il momento che nel nostro settore operava già una brigata di partigiani slavi conosciuta come “Alma Vivoda”. Nel nostro reparto c’era una squadra speciale in collegamento con la Regia Marina di Taranto. Un ufficiale della Regia Marina, nativo di Pola, che era rimasto a Taranto dopo l’armistizio era rientrato in Istria con il compito di stabilire un collegamento tra la Marina repubblicana di Trieste e la Regia Marina di Taranto per coordinare un’operazione antislava. Ne venni a far parte. Il programma prevedeva che se la IV Udorna Divisija, che operava già nel Quarnaro, fosse riuscita a raggiungere Trieste, sarebbe intervenuta la Decima Mas del principe Valerio Borghese che operava nella R.S.I. ma anche la San Marco di stanza a Taranto.

Qualche giorno dopo Trieste fu in rivolta. Sentii alla radio che i comunisti si erano impossessati con grande tempestività dei posti chiave della città.

Era da loro atteso il IX Corpus slavo che si era arrestato in periferia e che si apprestava a scendere in città per attaccare i fortini dei tedeschi che c’erano un po’ dappertutto. Il Comitato di Liberazione degli italiani, disse con una voce concitata il giornalista che era alla radio, erano intervenuti in ritardo. Ma poi, di colpo si interruppe come se qualcuno fosse entrato dove si trasmetteva. Niente si sapeva della Decima e del San Marco che sarebbero dovuti intervenire per impedire che la città cadesse nelle mani degli jugoslavi. Il comando tedesco si era rifugiato sul colle di San Giusto all’interno del Castello. Queste erano le notizie frammentarie.

 

Rimasi in divisa mentre la maggioranza dei soldati del battaglione San Giusto si era in fretta cambiato d’abito. Con la squadra di cui facevo parte mi diressi verso il porto. Tutte le strade si erano svuotate. La gente si era tappata nelle case ed era terrorizzata perché temeva le rappresenta glie delle bande slave. Secondo le ultime notizie che avevamo potuto ricevere, gli angloamericani, che erano giunti alle porte della città, si erano fermati probabilmente in obbedienza agli accordi con il maresciallo Tito per permettere a lui di occupare la città. A Trieste si sparava da tutte le parti.

 

Arrivai in via Cavana, dove un gruppo di tedeschi asserragliati in una specie di fortino erano attaccati dai rivoltosi. I rivoltosi erano guidati da un prete. Riconobbi in quel prete il “don” che a Capodistria dirigeva il circolo cattolico dei giovani, del quale anch’io per un breve tempo feci parte. Era don Marzari. Era sempre stato un prete vulcanico, ma vederlo in quel posto a guidare per lo più i rivoltosi contro i tedeschi fu una sorpresa. Ma era il presidente del Comitato di Liberazione Nazionale che aveva organizzato quelli che ne facevano parte, per scacciare i tedeschi da Trieste. Non aveva previsto, come seppi dopo, l’indecisione degli angloamericani di entrare a Trieste prima che vi entrassero gli slavi.

 

Esplose un bubbone che durò quaranta giorni, durante i quali anche gli elementi del Comitato di Liberazione Nazionale dovettero nascondersi, e causò un gran numero di lutti tra gli italiani. Fu da parte degli slavi non solo una caccia spietata al fascista ma anche all’italiano contrario all’occupazione slava. Solo dopo quaranta giorni gli angloamericani si decisero ad intervenire obbligando gli slavi ad andarsene da Trieste.

Tramite il “don” durante quei quaranta giorni io e altri miei compagni trovammo rifugio nell’abitazione del Decano della chiesa di San Giusto, monsignor Fornasaro, sull’omonimo colle.

Gli italiani per disprezzo erano chiamati “talianschi”. Mi venne in mente allora la “Tonina”, la donna del latte, una slava che ogni mattina arrivava da Monte di Capodistria, un villaggio poco distante da Capodistria, alla stazione degli asini, un vasto piazzale che sorgeva fuori delle mura della città, vicino alla grande Porta della Muda attraverso la quale si entrava in città, dove venivano lasciati gli asini, montate sui quali le donne con il latte ed altri prodotti della campagna arrivavano a Capodistria, dove li distribuivano. Erano conosciute come le “ius’che”.

 

A Trieste sotto gli angloamericani mio padre mi collocò da un Franolich, un suo amico con il quale era stato prigioniero in Russia.

In uno di

quei giorni in piazza Unità successe il peggio. La manifestazione italiana che si svolgeva non era stata autorizzata e la polizia inglese con gli uomini a cavallo ci caricò. Pungendo la pancia dei cavalli eravamo riusciti a creare un gran scompiglio nei poliziotti. Fu allora che i poliziotti appostati ai lati della piazza spararono per intimidirci. Ma tre o quattro dei nostri stramazzarono per terra uccisi. Fu un fatto di sangue che nessuno si aspettava. Avevano puntato i fucili per spaventarci ma questa volta avevano anche sparato. Ci scosse un fremito di orrore che in un lampo si propagò in tutta la città. Anche chi non c’entrava con la manifestazione cominciò a gridare a morte, a morte gli inglesi. I soldati inglesi si barricarono. Io che mi trovavo in piazza fui circondato dai poliziotti e trascinato in un posto della polizia civile.

Tutti i negozi e gli esercizi pubblici chiusero in fretta i battenti.

Trieste era sotto assedio. Dopo qualche giorno venni rilasciato. Poi la rivolta finì. Con i soliti amici ci ritrovammo dove abitavo, in via San Nicolò. Uno di noi uscì con questa frase: “Gridiamo che siamo istriani”. Un altro

aggiunse: “Il nostro deve essere un grido”. Usando una vecchia stampatrice che avevamo rimediato alle ACLI, stampammo un foglio con bene in vista il titolo il “Grido dell’Istria”. Eravamo riusciti a raccogliere diverse notizie provenienti dalla zona B in mano agli jugoslavi e avevamo scritto la nostra protesta. Evitando la sorveglianza dei “cerini”, la polizia civile che operava agli ordini degli inglesi, lo avevamo distribuito in città incollandolo sui muri. Poi conoscemmo un giovane tipografo di Capodistria che a Trieste era riuscito a mettere su una piccola tipografia e campava stampando la pubblicità per qualche ristorante.

Si offrì

di stampare il nostro “Grido dell’Istria”. Questo passo avanti in questa nostra attività clandestina mi eccitò. La polizia ci dava la caccia, ma non riuscì mai a beccarci. Le notizie che venivano dall’Istria e che noi pubblicavamo erano impressionanti ed indussero anche gli angloamericani ad intervenire con gli slavi.

Venimmo a sapere che con gli slavi collaboravano anche degli italiani comunisti provenienti dal Friuli e dal Veneto. Erano stati messi in posti di responsabilità. Tra questi divenne noto uno studente di Capodistria che aveva frequentato il Combi, il Ginnasio Liceo, diventato in seno agli slavi un attivissimo collaboratore. Stampammo il suo cognome.

Si chiamava Cralli ed era il figlio di

una delle guardie municipali di Capodistria. Gli lasciarono credere che il suo nome originario era Kralj, un nome croato. Eravamo agli inizi di un bubbone esplosivo che causò un gran numero di lutti tra gli italiani.

Ad opera degli slavi dilagò il terrore e la caccia indiscriminata non solo al fascista, al “talianschi”, come venne classificato con disprezzo l’italiano. Ciò premesso devo aggiungere che la massa degli italiani non aveva abbassata la guardia e aveva accettata la sfida, come la mia compagna di classe al Liceo, Laura Ponis, la figlia dell’avvocato Ponis, notoriamente un italiano di marca, che fu messa in carcere e riuscì fortunosamente a cavarsela. È la storia spesso sconosciuta di tanti altri, come pochi furono quelli che si comportarono come il “Kralj” e che alla fine ripararono in Italia quando subentrò un regime sciovinista di stampo staliniano. Tra gli esuli a Trieste, nei quali non era morta la speranza del ritorno, era esploso un grido “Il Grido dell’Istria” come una prova di forza ed una protesta contro gli angloamericani che nei confronti degli italiani e dei loro diritti facevano il doppio gioco. Era una realtà tremenda. Circolò la voce che avremmo ricevuta la visita di Togliatti, allora ilsegretario del Partito Comunista Italiano non venne, ma quel giorno la mensa ci preparò una pastasciutta ricca di ragù, carne con patatine e persino un dolce. Era il momento in cui i comunisti italiani sostenevano Tito.

Il “Grido Dell’Istria” dunque nacque a Trieste in una stanza di via San Nicolò. All’inizio con il sottoscritto collaborarono i fratelli Uxa e un esule di Parenzo.

Per tirare avanti cercai di arruolarmi anche nella polizia civile, i cerini. Mi esaminarono due rigidi sergenti inglesi che, dopo un breve colloquio, mi bocciarono. Mi recai al comitato degli esuli. Delle donne della Croce Rossa mi diedero dei calzoni di pilor, un tessuto simile al fustagno, color grigio topo, ma così logori da far pietà. Era roba, una giacca anche e delle scarpe piene di buchi. Fu così che, avendo scoperto che possedevo un tesserino universitario rilasciato dall’Università di Padova, mi spedirono a Padova.

Non so che fine fece il “Grido dell’Istria”, in che mani finì. Se ne impossessò, credo, qualcuna delle tante organizzazioni politiche che operavano in città. La politica in Italia ha sempre avuto tante facce e strane.

 

Nello San Gallo

 

 

 

 

 

324 – La Voce del Popolo 27/06/13 Federico Falk – Ebrei a Fiume: mai stati «ghettizzati»

 

Ebrei a Fiume: mai stati «ghettizzati»

 

FIUME | Un fiumano di vecchia data, testimone orale di tempi passati, quando nella nostra città l’italiano era sulla bocca di tutti quale lingua madre.

Ma anche splendidamente ebreo, appartenente a quel nutrito gruppo di 700 famiglie che componevano la ricca comunità ebraica della Fiume di un tempo.

Così umanamente e intellettualmente ricca, che il poeta e scrittore italiano Paolo Santarcangeli definiva Fiume (assieme a Trieste) “lievitate e fruttificate dall’apporto del sangue ebraico…”. Stiamo parlando del nonagenario Federico Falk, esule da Fiume, che abbiamo incontrato all’inaugurazione della mostra “Dall’emancipazione all’Olocausto. Gli ebrei di Fiume e di Abbazia, 1867 – 1945”, al Museo civico di Fiume, organizzata in occasione della “Stolpersteine – Pietra d’inciampo”. E proprio in quell’incontro abbiamo posto alcune domande a Falk, che tra l’altro è autore del saggio “Le Comunità israelitiche di Fiume e Abbazia tra le due guerre

mondiali: Gli ebrei residenti in Provincia del Carnaro negli anni 1915- 1945” (Roma 2012).

 

Che cosa l’ha spinta a scrivere il volume sulle comunità ebraiche di Fiume e Abbazia?

 

“Lo spunto l’ho avuto conversando con alcuni amici notai che avevano le idee poco chiare su ciò che era avvenuto durante la guerra a Fiume, e in particolare sulle comunità ebraiche di quella zona. Iniziai così una ricerca di notizie riguardanti le famiglie che risiedevano prima della guerra nella provincia del Carnaro. L’intento era lasciare ai posteri una traccia sull’argomento. Ho ritenuto opportuno realizzare una specie di fotografia delle comunità ebraiche di cui io stesso, assieme alla mia famiglia, facevo parte. Lo scopo era donare ai posteri uno schedario che riassumesse le notizie essenziali di ciascun nucleo familiare: i nomi, la provenienza, la residenza, la composizione, la professione e la deportazione”.

 

Com’era inserita la popolazione ebraica nella vita fiumana? Quant’era numerosa?

 

“A Fiume risiedevano circa 1.900 ebrei, mentre ad Abbazia, Volosca e Laurana vivevano altri 800 componenti. Una percentuale abbastanza alta, circa il 4 p.c., confrontata con quella dell’Italia, dove non si raggiungeva l’1/1000 complessivamente. La popolazione ebraica era perfettamente integrata nella vita della città e delle località della Riviera Quarnerina, tanto da non avere neanche un ghetto”.

 

Perché secondo lei Fiume non possedeva un quartiere ebraico?

 

“Nella città quarnerina non vi era un ghetto, sul tipo di quello veneziano o di quello romano, perché l’amministrazione asburgica si comportò sempre con molta liberalità nei confronti della popolazione ebraica. La componente era, infatti, attiva in tutti i segmenti della vita quotidiana. I fiumani non facevano alcuna distinzione tra ebrei e non”.

 

Come reagì quando furono promulgate le leggi razziali nel 1938?

 

“Con l’entrata in vigore delle leggi razziali fasciste del 1938 personalmente ho subito gravi limitazioni, in primo luogo l’esclusione dagli studi universitari che avrei intrapreso subito dopo aver conseguito la maturità al Liceo Scientifico nel 1938. Anche mia sorella dovette interrompere la frequenza al Ginnasio. Mio padre, medico, fu licenziato dagli incarichi che aveva – Cassa Mutua Ammalati, Pia Casa di Ricovero Fratelli Branchetta per anziani e orfani, Silurificio Whithead, ROMSA –. Fu un duro colpo per tutti. L’atmosfera a casa nostra cambiò drasticamente.

Divenne cupa e incerta”.

 

È stato testimone di quando i nazisti incendiarono la sinagoga di Fiume?

 

“In quel triste momento ero a Fiume, rimasi sconvolto quando i soldati tedeschi incendiarono la grande sinagoga in via Pomerio. La ricordo splendida. Venne costruita alla fine dell’ottocento, e i nazisti la distrussero in pochi attimi il 30 gennaio 1944”.

 

 

Com’è riuscito a sottrarsi alla deportazione nei campi di sterminio?

 

“Fortunatamente quando i nazisti vennero a cercarci in casa, ci eravamo già allontanati paventando il grave pericolo e riuscimmo a trovare un rifugio al di fuori dell’Adriatische Küstenland, che era la zona d’operazione del Litorale adriatico sotto amministrazione militare tedesca”.

 

Che idea si è fatta della figura di Giovanni Palatucci? Ha avuto modo di conoscerlo personalmente?

 

“Non ho conosciuto personalmente Giovanni Palatucci, capo dell’ufficio stranieri e poi vicequestore, ma so che la sua opera è stata eccezionale, com’è ben noto”.

 

È ritornato a Fiume, sua città natia. Quali sensazioni ha provato?

 

“Sono ritornato a Fiume parecchie volte dopo la guerra anche perché desideravo visitare le tombe dei miei antenati al cimitero di Cosala. Quello che ho provato è stata una grande nostalgia per i ricordi della mia infanzia e della mia gioventù, ma anche una grande tristezza nel non ritrovare la maggior parte dei miei parenti”.

 

 

 

 

 

325 – La Voce del Popolo 21/06/13 Salvore: Diego de Castro, fedelmente legato alle origini

Diego de Castro, fedelmente legato alle origini

 

di Serena Telloli Vežnaver

 

SALVORE | La Comunità degli Italiani di Salvore ha accolto mercoledì sera, nei locali della futura sede del sodalizio, un’interessantissima serata letteraria dedicata agli Atti del convegno di studi Diego de Castro, a cura di Kristjan Knez e Ondina Lusa. Alla presentazione degli Atti sono intervenuti entrambi i curatori, accompagnati da Nadia Zigante, presidente della CAN di Pirano, e Manuela Rojec, presidente della CI “Giuseppe Tartini”. Tra i molto ospiti, salutati dal presidente della CI di Salvore, Silvano Pelizzon, erano presenti alche Silvio Delbello, presidente dell’UPT, e Floriana Bassanese Radin, presidente dell’Assemblea dell’UI, nonché vicesindaco di Umago.

 

In poco più di un’ora Knez e Lusa sono riusciti a catturare l’attenzione del pubblico tracciando il profilo di un uomo che si può definire una delle menti più brillanti e poliedriche del nostro territorio. Nel 2007, in occasione del centenario della nascita di De Castro, al Teatro Tartini di Pirano si è svolto il convegno scientifico internazionale a lui dedicato, al quale hanno partecipato numerosi studiosi di varie discipline, proponendo il percorso umano e professionale dello studioso, arricchito dalle testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto.

Da questo convegno è emerso un ritratto a tutto tondo di un personaggio dai mille interessi: De Castro lo storiografo, autore della monumentale “La questione di Trieste. L’azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954”, in cui sintetizza l’esperienza diretta e ricostruisce le intricate vicende del confine orientale d’Italia; il giornalista, che collaborò a lungo con grandi testate come “Il Piccolo” di Trieste, dal quale era stato allontanato probabilmente perché i suoi pezzi non erano sempre graditi alla società conservatrice dell’epoca, e “La Stampa” di Torino; De Castro il diplomatico, l’uomo politicamente impegnato, che ebbe incarichi di grande importanza, come le trasferte in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America nei mesi antecedenti la firma del Trattato di pace, o il ruolo svolto a Trieste, tra il 1952-54, come diplomatico e consigliere del comandante della Zona A, il generale Winterton; De Castro docente universitario e studioso di statistica, che insegnò nelle Università di Torino e Roma; infine De Castro come piranese, intimamente legato alla propria terra e alle proprie origini, dove desiderò tornare “con i piedi in avanti”, nella cappella di famiglia del cimitero piranese.

De Castro non ce ne vorrebbe se lo definissimo anche un salvorino, perché proprio dalle sue memorie è emerso quanto grande fosse il suo attaccamento per questo paese, il suo “locus amoenus”, luogo di bellezza genuina nel quale trascorse, a suo dire, i migliori anni della sua vita.

 

È proprio da Salvore che possiamo seguire le ondate dei grandi cambiamenti storici che nel Novecento trasformarono il paesaggio tanto amato dallo scrittore. Qui infatti De Castro visse a lungo nella villa di famiglia ed in queste zone venne in contatto perlopiù con i figli dei coloni, Sloveni e Croati. Ma Salvore divenne anche un punto strategico e nodo importantissimo durante i conflitti mondiali e De Castro la abbandonò definitivamente nel settembre 1943, dopo la capitolazione dell’Italia.

Ondina Lusa si è soffermata sull’aspetto umano di De Castro, sul suo amore per la conoscenza e la passione per tutto ciò che riguardava la sua terra d’origine. Un interesse che lo indusse a mantenere contatti epistolari costanti proprio con la signora Lusa, da quando venne contattato per la prima volta per ottenere il permesso di intestare la scuola italiana di Pirano al suo prozio Vincenzo de Castro. Da allora fece molto per la sua città, donando ad esempio la sua biblioteca alla CI, contribuendo al restauro dell’organo settecentesco del duomo di San Giorgio, finanziando borse di studio per i ragazzi meritevoli, firmando le premesse ai volumi editi dal sodalizio e molto altro ancora.

Non si poteva non concludere la bellissima serata con una riflessione che sorge spontanea dopo aver conosciuto de Castro a 360 gradi: lui, che in primis sollecitava il recupero di un rapporto con quel territorio e con i connazionali per evitare la loro scomparsa, chissà quanto sarebbe orgoglioso oggi nell’assistere alla caduta di un confine che per anni ha diviso due luoghi da lui tanto amati.

 

 

 

 

 

326 – Il Tirreno 22/06/13 Venezia, tutto iniziò sconfiggendo i pirati in Istria e Dalmazia

Venezia, tutto iniziò sconfiggendo i pirati in Istria e Dalmazia

 

Venezia è la più importante delle Repubbliche marinare anche per la durata del suo impero, tanto da meritare l’appellativo di Serenissima.

Intorno all’anno Mille cominciò la sua espansione nell’Adriatico, sconfiggendo i pirati che occupavano le coste dell’Istria e della Dalmazia. All’inizio del Duecento raggiunse il culmine della propria potenza, dominando i traffici commerciali nel Mediterraneo e con l’Oriente.

 

Durante la quarta crociata (1202-1204) la sua flotta fu determinante nell’acquisizione del possesso delle isole e delle località marittime commercialmente più importanti dell’impero bizantino. La conquista degli importanti porti di Corfù (1207) e Creta (1209) le garantì un commercio che si estendeva a Levante e raggiungeva Siria ed Egitto, punti terminali dei flussi mercantili. Alla fine del XIV secolo, Venezia era divenuta uno degli stati più ricchi d’Europa. Il suo dominio nel Mediterraneo orientale nei secoli successivi fu minacciato e compromesso dall’espansione dell’impero ottomano, nonostante la grande vittoria navale nella battaglia di Lepanto del 1571 contro la flotta turca, combattuta insieme alla Lega Santa.

 

Tra i secoli XIV e XVIII la Serenissima Repubblica di Venezia, in risposta alla politica aggressiva del Ducato di Milano, ebbe forte espansione anche sulla terraferma, diventando la più estesa delle repubbliche marinare, nonché uno dei più potenti stati della penisola italiana, e tale rimase fino alla conquista napoleonica del 1797.

 

Dopo la caduta della Repubblica Cisalpina, Venezia tornò indipendente, ma era ormai ridotta a una piccola città-stato. Il Maggior Consiglio decretò lo scioglimento dei moltissimi organi che amministravano la repubblica e fu costretto a mettere a capo della città un duca cadetto degli Asburgo. Venezia cadde definitivamente nel 1848 quando il generale Radetzky la unì al regno Lombardo Veneto, controllato dall’Austria. In quest’occasione venne sciolta l’ultima magistratura veneziana, la serenissima signoria, e Venezia rimase all’Austria fino al 1866, quando il Veneto passò nel Regno d’Italia.

 

 

Venezia diede luce a importanti navigatori ed esploratori, come Sebastiano Caboto, e al celebre viaggiatore Marco Polo, tra i primi occidentali ad arrivare in Cina e a riportarne in Europa notizie precise. La più importante repubblica marinara ebbe anche un ruolo di primo piano nella storia dell’arte, grazie ad artisti come Bellini, Giorgione e il Tintoretto.

 

 

 

 

 

 

 

327 – La Gazzetta del Mezzogiorno 28/06/13 Viaggio in barca – Da Pola alle Tremiti, passando per la Dalmazia (4  parte)

SI CONCLUDE IL REPORTAGE IN BARCA CON TAPPE IN CROAZIA E NELLE ISOLE MENO NOTE DELLA LAGUNA VENEZIANA

L’Italia adriatica sulle due sponde

 

Da Pola alle Tremiti, passando per la Dalmazia

 

«Istria» evoca inevitabilmente un sentimento di perdita, di lacerazione per l’esodo dopo la Seconda guerra mondiale

 

di ALBERTO MARITATI

 

L’Adriatico: ultima tappa. Per un italiano della mia gene­razione, «Istria» evoca inevitabilmente un sentimento di perdita, di lacerazione. Le immagini dell’esodo italiano dopo la seconda guerra mondiale e degli orrori delle foi­be sono solo l’epilogo drammatico di una storia di incomunicabilità e sospet­to reciproco che ha caratterizzato le re­lazioni tra popolazioni slave e popola­zioni italiane in questo lembo di terra. Al nostro arrivo a Pola la sensazione di familiarità è immediata: la meraviglio­sa baia, quasi un fiordo per la sua pro­fondità, è caratterizzata da opere co­struite agli inizi del secolo scorso, quan­do Pola apparteneva all’Italia.

 

Dopo qualche giorno, quando arri­viamo a Parenzo (Porec), graziosa lo­calità sulla costa ovest dell’Istria poco a nord di Rovigno, mi ritrovo a chiacchie­rare con Melita davanti a un bicchiere di syrah delle cantine «Due Palme» e all’immancabile prosciutto affumicato, cui aggiungiamo alcune bruschette condite con il nostro olio «Primolio». Le nostre semplici ma apprezzate specia­lità gastronomiche rende molto più di­sponibile Melita che è consigliera co­munale nella sua città e che si dimo­strerà una preziosa fonte di informa­zioni: mi racconta della vita di Parenzo, durante l’inverno monotona e dedita per lo più all’agricoltura, vivace e ricca durante i mesi estivi grazie ai turisti.

 

Su suo suggerimento affittiamo una macchina per visitare l’entroterra, del quale ci segnala in particolare quattro paesini, splendidi e molto ben conser­vati architettonicamente, Grisignana, Portole, Montana e Hum. La popolazio­ne di Grisignana è a maggioranza ita­liana. Anche per gli Italiani d’Istria lo smembramento della Jugoslavia ha portato qualche cambiamento: alla già non facile condizione di minoranza, per esempio, si è aggiunta la ulteriore di­visione tra italiani istriani della Croa­zia e italiani istriani della Slovenia. Questi ultimi finora hanno avuto la sor­te migliore, in quanto appartenenti ad uno stato membro dell’Unione Europea già dal 2004 e con una legge a tutela delle minoranze riconosciuta tra le più efficaci a livello internazionale.

 

Il giorno dopo, approfittando di una tregua dal maltempo, salpiamo alla vol­ta di Venezia, distante appena 50 miglia. È più di un mese che manchiamo dall’Italia e qui, dopo tante tappe in po­sti meravigliosi e sconosciuti, ci aspet­tano volti amici. Ci sistemiamo como­damente sull’isola di San Giorgio, di fronte a piazza San Marco. La bellezza di Venezia va ben al di là delle sue im­pareggiabili architetture. In questi gior­ni per esempio, prende l’avvio la Bien­nale dell’arte e proprio a San Giorgio la Fondazione Cini presenta la personale di un artista britannico, Marc Quinn.

Ai miei occhi di profano non può sfug­gire la bellezza di un’opera, Alison Lapper pregnant, una scultura di notevoli dimensioni che ritrae, nuda e seduta, un’artista inglese focomelica incinta.

 

Un altro luogo interessante ed inso­lito si rivela l’isola di S. Erasmo. È at­traversata da innumerevoli canali, uti­lizzati per una forma artigianale di itticoltura e, con i suoi settecento abitan­ti, riporta ad una vita del tutto diffe­rente da quella della dirimpettaia Ve­nezia: nessun traffico di battelli, no ai fiumi di chiassosi turisti che intasano le calli e le piazzette, nessuna teoria di bar e ristoranti aperti ad ogni ora… in­somma, su S. Erasmo si torna, come d’incanto, ad un’esistenza essenzial­mente legata alla natura.

 

Purtroppo il tempo inclemente ci per­mette poche distrazioni, ed è giunto il momento di levare nuovamente gli or­meggi. La prima isola che incontriamo prima di arrivare alle Tremiti è Susak, che pare proprio una delle piccole isole dello ionio greco, a me tanto care: stra­dine definite da case ben tenute e giar­dini pieni di fiori, persone accoglienti e cordiali che ci fanno sentire benvenuti. La lasciamo presto per dirigerci a Sali, nell’isola di Ducj, a circa sessanta mi­glia verso sud/est. Il borgo di Sali, ar­roccato a ridosso della sicura insena­tura, mostra la solita architettura della zona ma, dopo circa dieci chilometri lungo un percorso molto ricco di vege­tazione mediterranea incontaminata, visitiamo un parco naturale, all’interno del quale si trova un lago salato dove flora e fauna offrono meravigliose sor­prese. Improvvisamente ci imbattiamo in un branco di asini, una razza spe­ciale, cui è dedicata una festa popolare a fine settembre.

Da Sali puntiamo nuovamente verso la terraferma dalmata e finalmente riu­sciamo a visitarne l’interno, cosa che all’andata non ci era riuscito. Dalla cit­tà di Sebenico, con il suo centro carat­teristico e sede di una marina, frutto di una lungimirante e proficua opera di investimento nel settore turistico dell’epoca di Tito, decidiamo di visitare due aree destinate a parchi naturali: Krka e Plitvicka, famosi entrambi per la presenza di numerosi corsi d’acqua che creano salti e cascate spettacolari.

Il primo, direttamente collegato con il mare, all’interno di una vasta area di circa 109 km quadrati del bacino del fiume Krka (leggi «cricca»), è un parco nazionale sin dal 1985. Lungo tutto il corso del fiume in superficie sono vi­sibili abbondanti presenze di travertino, calcare sedimentato dall’acqua del fiume, che qui ha creato varie e sin­golari zone geomorfologiche. È anche sedimentato dall’acqua del fiume, che qui ha creato varie e sin­golari zone geomorfologiche. È anche per questo che lungo l’intero bacino del fiume si può trovare un’eccezionale ric­chezze di flora e fauna: anfibi, rettili, pesci, senza contare che l’intero bacino ha un’importanza rilevante per il feno­meno migratorio degli uccelli di varie specie, ed è anche per questo che l’area è riconosciuta come una delle più im­portanti zone ornitologiche d’Europa. Il parco conserva inoltre monumenti di valore storico e culturale: l’acquedotto romano, il campo militare romano di Burnum, le rovine di numerose fortez­ze croate del secolo XIV Merita di es­sere ricordata la chiesa francescana ed il contiguo convento sull’isoletta di Vissovaz, dove vivono tuttora alcuni mo­naci francescani in uno scenario am­bientale che ha del fantastico.

 

Ciò che tuttavia colpisce il visitatore è il gioco dell’acqua, a tratti impetuosa, che è un tutt’uno con una natura ri­gogliosa e a tratti maestosa. Il secondo parco naturale, Plitvicka, si trova a 200 chilometri da Sebenico, ma vale tutta la distanza. Se pensavo, dopo Krka, che nulla avrebbe potuto risultare altrettan­to naturalisticamente interessante, mi devo ricredere una volta arrivato: Plit­vicka, con i suoi fiumi e il suo ambiente di montagna, è un luogo di incompa­rabile bellezza.

 

Prima di raggiungere le isole Tremi­ti, facciamo un’ultima tappa croata nell’isola di Hvar. Percorrendo una se­rie di viuzze che si inerpicano lungo un colle che ospita l’intero centro abitato, visitiamo la maestosa fortezza. Ma è già tempo di salutare la Croazia, così, al termine dell’ultima tappa, di oltre set- tantacinque miglia, arriviamo alle Tre­miti. Di queste, l’isola di S. Domino è la più grande, ricca di vegetazione anche boschiva e con un certo numero di ri­storanti, resort ed attrezzature turisti­che; Caprara è un parco nazionale e non è abitata; mentre S. Luca è sede storica di un centro abitato, che teori­camente dovrebbe avere circa settecen­to abitanti. I residenti con cui abbiamo avuto il piacere di parlare riferiscono che gli Enti pubblici (in particolare la Regione) starebbero praticando una po­litica diretta a favorire lo spopolamento dell’isola che, fuori dal periodo estivo registra oramai la presenza di non più di venti persone. Tutti i servizi pubbli­ci, dalla scuola alle poste e un sia pur minimo servizio sanitario sono stati da tempo soppressi. L’impatto con una realtà naturalisticamente pregevole e storicamente e culturalmente impor­tante, dimenticata in uno stato di im­perdonabile abbandono, ci lascia atto­niti in modo ancora più profondo, dopo avere visitato zone e paesaggi nella vi­cina Croazia dove anche un pezzo di muro a secco, che si voglia fare risalire ad epoche storiche passate, viene tute­lato e valorizzato a fini turistici.

Giungere alle Tremiti, dopo una na­vigazione di molte ore, provoca quindi delusione e rabbia: anche il modo e il luogo per l’attracco sono un problema! Dispiace dirlo, ma non siamo invogliati a rimanere più del necessario: una so­sta nella splendida Trani, e quindi im­pazienti verso Otranto per una sosta tecnica, in esito alla quale dirigere la prua verso il Tirreno.

 

• 4 fine. Le precedenti puntate del «Viaggio in Adriatico» sono apparse il 16 e il 28 maggio, e il 10 giugno.

 

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

Advertisements
Posted in: Uncategorized