Migrazioni verso Pola nell’Istria austriaca

Posted on May 20, 2013


Invece dell’infinità di uffici municipali, amministrativi, della Questura con il loro sistema informatico, centinaia di anni or sono esistevano i registri parrocchiali con le loro annotazioni: battesimi, cresime, matrimoni, funerali, censimenti (Status Animarum). E si va ben oltre alla schematica lista dati prodotti da una pedantesca burocrazia.
Che i registri parrocchiali vadano a costituire un patrimonio storico e sociologico ineguagliabile, punto di riferimento per una più completa e accurata opera di ricostruzione di inquadrature dei secoli scorsi, lo dimostra in ognuno dei suoi 30 capitoli l’ultima opera a firma dello storico Slaven Bertoša: “Migrazioni verso Pola: l’esempio dell’Istria austriaca nell’età moderna”. Un lavoro corposo, presentato l’altra sera presso l’Università “Juraj Dobrila” di Pola, realizzato dopo una pluriennale analisi dei libri parrocchiali di Pola, per il periodo dal 1613 al 1817, conservati presso l’Archivio di Stato di Pisino e che racconta dei movimenti migratori tra l’Istria Asburgica e l’Istria Veneziana, illumina la storia di Pola da un punto di vista finora sconosciuto, riporta attraverso la ricchezza di contenuto dei libri di chiesa esami affidabili per questioni interessanti legati alla vita quotidiana della popolazione (provenienza, nomi e cognomi, spostamenti, appartenenza etnica, professioni, tipi di matrimonio, figli illegittimi, malattie, morti insolite, omicidi ed esecuzioni capitali, sepolture gratuite ecc.).
Qui risalta la continua affluenza della popolazione dall’Istria asburgica nell’Istria meridionale, fenomeno che avrebbe fermato il depauperamento demografico della città di Pola. “Quello compiuto è uno sforzo da miniera che ha richiesto tantissimo tempo, un’enorme pazienza nel fare incetta di documentazione archivistica”, ha detto Robert Matijašić, rettore dell’Università “Juraj Dobrila”, istituzione editrice assieme alla Cattedra del Sabor ciacavo per la storia dell’Istria e l’Archivio di Stato di Pisino. Diciotto anni di esperienza diretta come docente, circa 300 saggi di ricerca scientifica e una serie di libri, rappresentano il curriculum professionale di un autore che, come sentito, compie ora un’opera di riempitura delle lacune esistenti nell’ambito della storia della Regione dell’Istria asburgica nell’era moderna, area molto meno visitata dagli storici che quella veneziana.
A parte Camillo De Franceschi, da altri non sarebbe stata trattata con dovizia di dettagli. Nel formulare i suoi auguri all’autore, l’assessore alla cultura, Vladimir Torbica, ha subito conferito a quest’opera un duplice significato, inserendola obbligatoriamente nel quadro della strategia culturale istriana ed eleggendola a testo didattico più che prezioso per lo studio della storia locale, sia per la struttura sia per le fonti che sono oggetto di ricerca: i dati, le citazioni, le molteplici espressioni latine, l’esattezza dei fatti riportati, la chiarezza dell’espressione linguistica, gli indici dei concetti più salienti e quant’altro.
È vero che “Chi non ricorda non vive”, parola del filologo italiano Giorgio Pasquali, ed è vero anche che “gli archivi sono tabernacoli della memoria”, come riflettuto da Papa Giovanni Paolo VI. Prendendo le anzidette riflessioni ad esempio, il direttore dell’archivio storico di Pisino, Elvis Orbanić ha voluto argomentare meglio la preziosità dello studio storiografico di Slaven Bertoša, svolto con precisione scientifica, scevro da influenze ideologiche. Dopo l’excursus storico che Robert Kurelić, assistente dell’Ateneo “Juraj Dobrila”, ha compiuto per mettere in evidenza il peso dell’argomento storico trattato e l’intervento del redattore Josip Šiklić, la parola a Bertoša per dire del suo lavoro e ringraziare del sostegno istituzioni e singoli.
Arletta Fonio Grubiša su “la Voce del Popolo” del 13 maggio 2013

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