RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 870 – 19 APRiLE 2013

Posted on April 22, 2013


Histria

N. 870 – 19 Aprile 2013

                                   

Sommario

 

 

 

186 – La Voce del Popolo 13/04/13  Aumenta il montepremi del Concorso MLH (Roberto Palisca)

187 – La Voce del Popolo 13/04/13 Isola – Presentato il terzo volume della collana “Chiudere il cerchio. Memorie giuliano-dalmate” (Ilaria Rocchi)

188 – La Voce del Popolo 15/04/13  Cultura – L’ambasciatore Damir Grubisa al Museo fiumano

189 – La Voce del Popolo 17/04/13 Cultura – Donatella Schürzel: Giuliano-dalmati, la didattica della «ricomposizione» (Rosanna Turcinovich Giuricin)

190 – Il Piccolo 08/04/13 Il monastero di Daila ritorna ai frati (p.r.)

191 – CDM Arcipelago Adriatico 06/04/13 Un appello di Marino Micich – Burocrazia e provenienza, scivoloni nelle alte sfere

192 – Il Piccolo 07/04/13 Visti “ammazzaturismo” in Croazia

193 – Il Piccolo 07/04/13 Il “vero” Prosecco nasce nella Dalmazia dei dogi (Giovanni Tomasin)

194 – La Voce del Popolo  18/04/13 Spunta un piano di Tito per salvare la Jugoslavia

195 – Il Piccolo 18/04/13 Libro – Dal lavoro volontario ai gulag l’epopea degli italiani “rimasti” (Pietro Spirito – Gloria Nemec)

196 –  Corriere della Sera 08/04/13 Elzeviro – “La Distrazione” nuovo romanzo di Bettiza (Dario Fertilio)

197 – Il Foglio 09/04/13 I dinamitardi per “distrazione” del gran romanzo di Enzo Bettiza (Nicoletta Tiliacos)

198 – La Voce in più Dalmazia 13/04/13 Cultura – Quando il teatro Baiamonti superò quello di Adamich (Krsto Babic)

199 – La Stampa 19/04/13 Il sale, l’oro bianco di Portorose (Flaminia Giurato)

200 – Il Piccolo 17/04/13 Nino Benvenuti:  «Miramare? Restituiamolo all’Austria» (fa.do.)

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

 

186 – La Voce del Popolo 13/04/13  Aumenta il montepremi del Concorso MLH

I termini per l’invio dei lavori in gara scade sabato prossimo, 20 aprile

 

Aumenta il montepremi del Concorso MLH

 

a cura di Roberto Palisca

 

I termini di scadenza per l’invio dei lavori letterari all 11.esima edizione del Concorso letterario bandito da “Mailing List Histria” scadono il prossimo 20 aprile.

A tutti coloro che intendessero partecipare si ricorda che tutti i lavori letterari inviati per pesta elettronica o posta raccomandata, saranno ammessi soltanto se peroenuti allapposita Commissione di valutazione entro tale data. Nel caso di spedizione tramite posta raccomandata farà fede la data indicata sul timbro postale.

Va detto pure che quest’anno gli organizzatori hanno provveduto ad aumentare il monte premi del Concorso. Al primo classificato in ogni categoria andranno 200 euro, al secondo 150 e al terzo 100 euro. Sono inoltre previsti dei premi speciali: quello posto in paliodall’Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio (200 euro); quelli posti in palio dai Liberi Comuni di Fiume e di Pola in Esilio (quattro premi, ciascuno del valore di 150 euro); quelli assegnati dall’Associazione Coordinamento adriatico (due premi da 150 euro più 200 euro che vengono assegnati ai concorrenti a discrezione della giuria); un premio da 150 euro assegnati dall’Associazione culturale istriani, fiumani e dalmati del Piemonte e due premi da 100 euro che vengono assicurati dal Comitato provinciale di Gorizia dell’ANVGD e dal direttore del giornale Istria Europa Lino Vivoda. Sono inoltre previsti i tradizionali Premi Simpatia, consistenti in libri destinati ai piccolissimi delle prime classi elementari.

 

 

 

 

 

 

187 – La Voce del Popolo 13/04/13 Isola – Presentato il terzo volume della collana “Chiudere il cerchio. Memorie giuliano-dalmate”

Esuli e rimasti: non condividere, l’importante è capire le scelte

Il lungo e sofferto Novecento nella Venezia Giulia e nella Dalmazia: un percorso narrato in modo efficiente, in quattro tappe da due studiosi, un demografo e uno storico, precisamente Olinto Mileta Mattiuz e Guido Rumici. Veramente, considerato che di testi storici, soprattutto nell’ultimo decennio, ne sono stati scritti di diversi, Mileta Mattiuz e Rumici hanno pensato bene che andasse colmato un altro “vuoto” – dopo quello storiografico fermo per mezzo secolo su foibe, esodo e italiani rimasti nell’Adriatico orientale – ossia la mancanza di una percezione esatta dell’impatto sociale, emotivo e anche psicologico degli avvenimenti che hanno sconvolto Istria, Fiume e Dalmazia nel XX secolo. Quindi, hanno cercato di “chiudere il cerchio” con le testimonianze, i ricordi, le riflessioni delle genti di queste terre. Tanto di coloro che se ne sono andati quanto di quelli che sono rimasti. Dando spazio alle più variegate voci, prima che, per cause fisiologiche queste si esauriscano. Hanno intervistato centinaia di persone di vari livelli sociali e lingua, raccolto le loro lettere e le microstorie. Con un obiettivo: far conoscere al pubblico più vasto – ma il pensiero è rivolto ai giovani – la verità e i motivi di certe scelte, anche contrapposte, in ogni caso dolorose, sofferte, nella consapevolezza che vi sia l’impossibilità di una “condivisione”. Lo ha ribadito giovedì sera a Palazzo Manzioli uno degli autori della collana “Chiudere il cerchio. Memorie giuliano-dalmate”, Guido Rumici, intervenuto su invito della Comunità degli Italiani “Dante Alighieri” di Isola, per presentare, con la collaborazione dell’Unione Italiana e dell’Università Popolare di Trieste, il terzo volume della serie edita dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Comitato provinciale di Gorizia assieme alla Mailing List “Histria”. Si attende ora il quarto pezzo di questo puzzle – tratterà dell’accoglienza degli esuli nelle loro nuove patrie – che ricostruisce il nostro mondo, violentemente lacerato dagli eventi della Storia. Nei precedenti due l’attenzione si era focalizzata sugli anni tra gli inizi del secolo e il Secondo conflitto mondiale. Ora è toccato al periodo tra il 1945 e il 1950. Gli svariati episodi descritti dagli 88 intervistati propongono le vicende sia di chi fu costretto ad andarsene sia di chi invece rimase nella propria terra, scoprendosi ben presto straniero a casa propria. L’intento di “Chiudere il cerchio” è quello di cercare di saldare in qualche modo le anime dei giuliano-dalmati, di chi fece o subì scelte laceranti e dei loro figli e nipoti che, comunque, dovettero nel tempo inserirsi in nuovi contesti molto diversi da quelli delle generazioni precedenti. Certo, i protagonisti interpellati non possono rappresentare un campione esaustivo del tessuto sociale di un popolo, ma possono aiutare a far capire come le sofferenze vissute nel periodo bellico caratterizzarono tutte le parti.

A Isola, intanto, diversi connazionali hanno cercato di esprimere emozioni, delusioni, disappunti per le prevaricazioni subite: molti hanno accennato alle loro domande di opzione inspiegabilmente respinte a loro o (in maniera subdola) a una parte della loro famiglia; hanno accennato alla scarsa conoscenza della storia da parte dei giovani, causa anche una politica che ha bloccato la memoria. Sull’inspiegabile sabotaggio delle opzioni ha fatto cenno pure il console generale italiano a Capodistria, Maria Cristina Antonelli, che a Roma ha visto i documenti. La Antonelli ha manifestato il suo apprezzamento alla meritoria opera che trasmette una storia scomoda, così tanto oscurata. “Il tempo è maturo perché venga trasmessa”, ha rilevato il console generale, ma è altrattanto necessario l’affievolimento della frattura tra esuli e rimasti, come un investimento per il futuro.

Ilaria Rocchi

Rumici, fratello e amico degli Italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia

Docente e scrittore gradese, Guido Rumici (1959) è autore di numerose pubblicazioni di carattere scientifico e, in particolare, ha pubblicato diversi libri, saggi ed articoli sulla storia della Venezia Giulia, della Dalmazia e del confine orientale d’Italia, vincendo nel 1998 il Premio Carbonetti con il saggio “L’Istria cinquant’anni dopo il grande esodo” e nel 2001 il Premio Tanzella con “La scuola italiana in Istria” (ADES, Udine, 2000). Per molti anni cultore di Diritto dell’Unione Europea e di Organizzazione Internazionale nell’Università di Genova, è anche autore di mostre fotografiche, cataloghi, dvd e pubblicazioni sui temi del confine orientale e del Giorno del Ricordo, tra cui la dispensa “Istria, Fiume e Dalmazia. Profilo storico” per il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ristampata più volte e pubblicata pure sulla Rivista “Studi e Documenti” dello stesso Ministero (Ed. Le Monnier). È autore di: “Fratelli d’Istria. 1945/2000” (Mursia, Milano, 2001), “Infoibati. I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti” (Mursia, Milano, 2002, Premio Tanzella 2007), “L’esodo dei giuliano-dalmati” (ADES, Trieste, 2003), “Un paese nella bufera: Pedena 1943/1948” (ANVGD, Gorizia, 2005), “Storie di deportazione”, raccolta di testimonianze di persone sopravvissute alle carceri jugoslave” (2006), “Chiudere il cerchio” (con Olinto Mileta Mattiuz, ANVGD Gorizia e Mailing List “Histria”, vol. I, 2008; vol. II, 2010; vol. III, 2012), “Istria, Quarnero, Dalmazia” (con Roberto Spazzali e Marco Cuzzi, LEG, Gorizia, 2009), “Parenzo nei ricordi. Memorie istriane di Mario Grabar Garbari” (ANVGD, Gorizia, 2010), “Mosaico Dalmata. Storie di dalmati italiani” (ANVGD, Gorizia, 2011), “La Resistenza patriottica italiana in Istria” (in “Gli Italiani dell’Adriatico Orientale”, LEG, Gorizia, 2012).

Rumici è relatore e conferenziere nelle Comunità degli Italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Relatore in numerosi convegni di carattere scientifico, in particolare su argomenti concernenti la storia e l’economia dell’Adriatico orientale. Ha più volte collaborato con la RAI Friuli Venezia Giulia, con le altre emittenti locali (Radio e TeleCapodistria). È stato autore di testi e consulente per documentari su DVD sui temi del confine orientale, promuovendo scambi culturali e gemellaggi tra le istituzioni scolastiche della minoranza italiana in Istria e del Friuli-Venezia Giulia. È stato nominato Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana.

Alla serata di Isola, la première in Istria del terzo volume di “Chiudere il cerchio”, era affiancato dalla figlia diciassettenne, Elisa Rumici, che si è esibita al pianoforte e ha letto alcune testimonianze contenute nel libro. Nella fattispecie, le memorie delle “rimaste” Lucia Moratto Ugussi, di Buie, e Ondina Lusa, di Pirano, e degli esuli Mariuccia Pussini Orlando (Pola), Mario Lorenzutti e Nino Benvenuti (Isola), per concludere con le riflessioni di Federico Dusman, di Albona: “[…] Una propaganda deleteria intaccò e divise gli Italiani dell’Istria […], ma non riusciì a distruggere i vincoli famigliari. In quella tragedia che colpì l’Istria senza misericordia emerse il valore della parentela ed il vincolo di sangue. Nessuna diversità politica riuscì a dividere e contrapporre i parenti […]”. E ancora, sul destino di chi rimase: “[…] E noi cosa faremo abbandonati e indifesi? Non vedevo il futuro, non sapevo cosa fare, non sapevo cosa pensare. Tutto era perduto”.

Mileta Mattiuz, il demografo

Olinto Mileta Mattiuz, nato a Pola nel 1941, è autore di diversi saggi demografici sulle popolazioni dell’Istria, Fiume, Zara e Dalmazia, nonché di diverse pubblicazioni sulla quantificazione dell’esodo delle genti giuliano-dalmate dopo la Seconda guerra mondiale. Oltre alla collana “Chiudere il cerchio”, avviata con Guido Rumici, è autore di “Popolazioni dell’Istria, Fiume, Zara e Dalmazia (1850-2002). Ipotesi di quantificazione demografica” (ADES, Trieste 2005) e di diverse pubblicazioni a cura del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. Ha vinto il Premio Tanzella 2009 nel settore “Indagini e studi statistici” per il lavoro intitolato “Le genti di Pola. Indagine demografica sulla storia di una città”.

 

 

 

 

 

188 – La Voce del Popolo 15/04/13  Cultura – L’ambasciatore Damir Grubisa al Museo fiumano

L’ambasciatore Damir Grubiša al Museo fiumano

ROMA | Il prof. Damir Grubiša, neoambasciatore croato in Italia, ha visitato insieme all’addetto culturale della sede diplomatica, Ines Sprem, l’Archivio Museo storico di Fiume con sede a Roma. L’ambasciatore è stato accolto dai dirigenti della Società di Studi Fiumani, il presidente Amleto Ballarini, il segretario generale dott. Marino Micich e i consiglieri Abdon Pamich, Massimo Gustincich, Emiliano Loria, nonché la prof.ssa Laura Chiarappa. Ha partecipato all’incontro anche lo scrittore Diego Zandel, originario di Fiume, città nativa dell’ambasciatore.

Apprezzamento dell’attività editoriale

Grubiša ha voluto conoscere questo lembo di terra fiumana che si trova a Roma, e di cui aveva sentito parlare in precedenza. Conosce, infatti le opere editoriali del centro e nell’occasione ha avuto modo di prendere diretta visione della ricca raccolta documentaria e dei cimeli esposti al museo fiumano. L’ambasciatore ha ricordato per l’occasione di aver partecipato nel 1996, insieme ad Amleto Ballarini, Marino Micich e al prof. Gianni Stelli al convegno intitolato “Fiume/Rijeka. Itinerari culturali”.

Basi solide per un dialogo culturale

La Società di Studi Fiumani infatti già in quell’epoca, dopo essersi ricostituita nel 1960 in esilio a Roma, aveva instaurato basi solide per un dialogo culturale con la città di origine, che ha dato notevoli frutti nel corso del tempo.

In particolare sono stati ricordati alcuni eventi risultati poi molto importanti sulla via del dialogo, come il Convegno internazionale a Fiume dal titolo “Fiume nel secolo dei grandi mutamenti” (1999) e la ricerca sulle vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947), condotta con successo dalla Società di Studi Fiumani e dall’Istituto Croato per la Storia di Zagabria.

Una ricerca unica nel suo genere, terminata nel 2002 e pubblicata in versione bilingue dal ministero per i Beni culturali italiano, presentata a Roma e a Zagabria nel 2003 e che gode dell’alto patronato del Presidente della Repubblica italiana.

Invito a celebrare l’ingresso nell’Ue

Al termine dell’incontro, Ballarini ha donato all’ambasciatore croato alcune pubblicazioni del sodalizio fiumano e una medaglia commemorativa in bronzo con l’aquila bicipite, opera dell’esule fiumano, conte Luciano Wiederhofer.

Auspicando che le vecchie divisioni e tragedie vissute nei territori istriani, fiumani e dalmati non si ripetano mai più, l’ambasciatore Grubiša – come ci comunica Marino Micich –, ha invitato i dirigenti della Società a partecipare il 1.mo luglio 2013 alle celebrazioni dell’ingresso della Croazia nell’Unione europea, che si terranno presso l’ambasciata croata a Roma.

 

 

 

 

 

189 – La Voce del Popolo 17/04/13 Cultura – Donatella Schürzel: Giuliano-dalmati, la didattica della «ricomposizione»

Giuliano-dalmati, la didattica della «ricomposizione»

Dal mondo della scuola, negli ultimi anni, giungono segnali forti sulla strada della ricomposizione di un popolo sparso attraverso diverse iniziative, grandi e piccole, ma della medesima rilevanza. A partire dagli scambi culturali legati al Giorno del Ricordo nelle terre dell’Adriatico Orientale, protagonisti gli studenti, che prendono spunto da progetti a livello comunale (vedi Roma), o regionale (vedi Liguria), ed altri ancora; agli incontri del Tavolo governativo sulle scuole e conseguenti seminari Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, giunti quest’anno alla quarta edizione.

A tutto ciò si aggiungono proposte di singoli Comitati, come l’incontro Roma-Rovigno dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Comitato Provinciale di Roma, in collaborazione con le istituzioni di entrambe le città e, ultimo in ordine di tempo, la presenza diretta in una scuola del gruppo nazionale italiano di un docente proveniente dall’Italia. Una premessa per raccontare la singolare esperienza di DonatellaSchürzel, che sta trascorrendo gli ultimi giorni delle sei settimane a lei concesse per conoscere dal di dentro la realtà di una scuola del territorio, ovvero quella del Liceo italiano di Fiume. Presidente del Comitato di Roma dell’ANVGD, appassionata di letteratura di frontiera, convinta fautrice degli scambi tra le due sponde dell’Adriatico, le chiediamo da cosa nasce questa iniziativa e con quali finalità.

Progettare la reciprocità

“Rispondo subito a come nasce partendo dalla sua definizione tecnica, si tratta del cosiddetto job shadowing (formazione in servizio), che nell’ambito delle attività europee Comenius, consente ai docenti di offrire alla scuola presso cui sono ospitati la propria esperienza acquisita nel corso degli anni, sia dal punto di vista della metodologia didattica, della valutazione, del rapporto con l’esterno per un confronto tra le istituzioni scolastiche a livello europeo. Si tratta chiaramente di una reciprocità, nel dare e ricevere. Partendo da queste premesse, ho presentato un mio progetto all’Agenzia Nazionale ed è stato accettato, portandomi a Fiume”.

Questa la spiegazione tecnica. Il tutto però nasce da una sua precisa necessità?

“Le mie origini sono in questa terra alla quale mi legano anche le amicizie nate in lunghi anni di esplorazione e collaborazione. C’era il bisogno di dare un senso all’attività che stiamo portando avanti parallelamente da tanto tempo e che ci spinge ad immaginare punti di contatto. Sono nata nel Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma, figlia di genitori di Rovigno e Pola, che mi hanno fatta sempre sentire parte di questo spazio adriatico. Il mio bisogno di sentirmi a casa in questa terra è presente da sempre, cresciuto anche attraverso le mie esperienze in campo associativo ma soprattutto nei contatti umani”.

«Sarebbe potuta essere la mia scuola»

Perché è così importante creare una rete di contatti tra questi mondi, che la storia ha lacerato e diviso?

“Perché sono un unico mondo, caratterizzato dalle medesime dinamiche, da percorsi molto simili che ci fanno sentire parte di un’unica identità a qualunque latitudine la storia ci abbia portati. Mi succede spesso incontrando persone provenienti o nate in questi territori, di trovare un’immediata intesa, di scoprire nei nostri ragionamenti i medesimi percorsi di maturazione, i sentimenti nei confronti di ciò che è stato ma anche di ciò che vorremmo. Ognuno di noi, per il ruolo che ricopre in ambito associativo o professionale, può dare un contributo. Lo credo fermamente, l’ho immaginato per tanto tempo e ora sono qui per realizzare un sogno, insegnare in una scuola che sarebbe potuta essere la mia, e che può diventarlo attraverso altre esperienze di questo genere”.

Che cosa è successo in queste settimane al Liceo di Fiume, ovvero alla SMSI, così come si chiama oggi ufficialmente la Scuola media superiore italiana della città quarnerina?

“Il mio progetto consiste sia nella compresenza in classe con l’insegnante, sia in lezioni autonome perlopiù sulla letteratura, che è il mio campo specifico, sia seguendo il programma ministeriale locale, sia con salotti letterari sulla letteratura di frontiera, che è uno dei temi che mi ha maggiormente impegnata in questi anni. Ad esempio, una delle ultime lezioni verteva sul Romanticismo e i paralleli movimenti Risorgimentali con approfondimenti sulla partecipazione del mondo istro-quarnerino a questo processo”.

La strategia: creare un laboratorio per tutta la comunità

Quale la reazione dei docenti e dei ragazzi?

“Con i colleghi sono riuscita ad instaurare una grande collaborazione, grazie alla loro totale disponibilità, all’entusiasmo di tutti, anche per la convinzione della preside, Ingrid Sever, che tutto ciò faccia parte di una strategia più ampia che porti all’ulteriore sviluppo della sua scuola, che in questo senso, può diventare un laboratorio per tutti. Con i ragazzi il rapporto è stato piacevole e stimolante: ho seguito i diversi profili dal classico al professionale e di diverse fasce d’età.

Incuriositi all’inizio, ho capito che avevano particolari aspettative e questo mi ha gratificata e spinta a dare il meglio a mia volta. Ci sono state domande, richieste, coinvolgimento, insomma li ho sentiti vicini, partecipi, è stato bellissimo parlare di Dante, Manzoni, ma anche di Svevo e Saba, fino a Madieri e Magris… una grande soddisfazione”.

Una minoranza consapevole della propria (grande) dimensione culturale

Quello delle nostre scuole è un mondo variegato, i ragazzi provengono da famiglie di diversa composizione, per lei un’esperienza nuova. Come la giudica?

“Non è un mondo sconosciuto, sia per la mie origini sia per i quindici anni di esperienza negli scambi avviati con le nostre associazioni, in particolare con ANVGD – Comitato di Roma, e soprattutto con la Società di Studi Fiumani di Roma e le locali Comunità degli Italiani. Proprio le diverse provenienze degli studenti facevano parte della sfida che mi sono posta, di scoprire ulteriormente questa realtà, dove spesso gli Italiani rappresentano davvero una minoranza, ma con una consapevolezza forte della propria dimensione. I ragazzi si rendono conto di far parte di una realtà che è stata predominante nel corso della storia, e sia nella letteratura che nel laboratorio linguistico possono trovare conferma di queste considerazioni. I ragazzi si rendono conto altresì che le situazioni hanno avuto un’evoluzione. Ma cosa sono oggi? E noi? Ecco, rispondere a questa domanda è un po’ lo scopo del percorso che possiamo fare insieme”.

Uno stimolo per capire il concetto di Europa, insito nel DNA di queste terre

Tra pochi giorni questa esperienza volgerà al termine. Quale futuro?

“Le cose da fare sono tantissime e mi piacerebbe continuare anche applicando quella reciprocità che fa parte del mio progetto in modo da dare l’opportunità ad un collega della scuola di Fiume di fare la medesima esperienza in una scuola di Roma. Per i ragazzi è uno stimolo a concepire l’entrata nell’Unione Europea della Croazia come un’opportunità di nuovi collegamenti e conoscenze diventando portatori e soggetti di una centralità europea che è nel DNA storico e culturale di queste terre”.

Sognando una strada a doppia percorrenza

“Per quanto mi riguarda questa permanenza mi ha permesso di approfondire ulteriormente i miei rapporti ancestrali con questa terra e di pensare a future fusioni in campo culturale con le comunità per intensificare questo rapporto che vorrei diventasse una strada a doppia percorrenza. Nel mio futuro un andare e venire che riflette il mio modo di essere e di sentire”.

Donatella Schürzel si prepara a rientrare a Roma. Sarà un lungo viaggio durante il quale – confida – passare in rassegna tutto ciò che è riuscita a dare e prendere in queste sei settimane.
Porta con sé la soddisfazione di essersi sentita a casa, anche grazie al sostegno di tante persone, oltre alla preside, ai colleghi, la segreteria della scuola e di tanta gente di Fiume, pronta ad accoglierla, e, non utlima della sua scuola di Pomezia, che le ha permesso di affrontare questa esperienza.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

 

 

190 – Il Piccolo 08/04/13 Il monastero di Daila ritorna ai frati

Il monastero di Daila ritorna ai frati

 

L’Alta corte amministrativa croata ha annullato tutti gli atti del governo e ha restituito la tenuta ai Benedettini di Praglia

 

POLA Clamoroso da Zagabria sulla vicenda Daila: l’Alta corte amministrativa della Croazia ha spianato la strada ai Benedettini di Praglia intenzionati a ritornare in possesso della tenuta vicino a Cittanova dalla quale vennero cacciati nel 1948 dal regime di Tito. La Corte ha infatti invalidato tutti i provvedimenti del governo croato da due anni a questa parte che erano in effetti un disperato tentativo di tutelare l’immobile. Invalidato anche il controverso decreto emanato nell’agosto del 2011 dall’allora ministro della Giustizia Dražen Bošnjakovi, con il quale l’immobile veniva nazionalizzato per la seconda volta, un atto che qualcuno aveva giudicato come dilettantismo giudiziario e nel contempo una dichiarazione di guerra al Vaticano che nella vicenda si è schierato dalla parte dei monaci italiani. La tenuta di Daila dunque torna di proprietà della locale parrocchia, ovvero della Chiesa che può disporne a proprio piacimento, senza che lo stato possa interferire. L’Alta corte amministrativa della Croazia ha in effetti accolto il ricorso di Tiziano Sosic di Pola, il tutore legale dei Benedettini. È stato lo stesso Sosic a confermare la notizia non nascondendo la sua soddisfazione. «Ora – ha aggiunto – finalmente potrà venir messo in pratica l’accordo stilato dalla commissione cardinalizia del luglio 2011, nominata dall’allora Santo Padre Benedetto XVI (di cui ha fatto parte il primate della Chiesa croata cardinale Josip Bozani)». Che cosa dice l’accordo? Che Daila torna i mano ai Benedettini di Praglia, i quali hanno inoltre diritto a un risarcimento di 4 milioni di euro a titolo di spese legali e dei terreni della tenuta che la Diocesi istriana ha venduto. L’allora vescovo istriano Ivan Milovan si era rifiutato di firmarlo e il Vaticano aveva reagito sospendolo per un minuto, incaricando della firma un supplente nominato ad hoc. L’accordo quindi era stato depositato al Tribunale di Buie con la richiesta di intavolazione. E in quel momento erano iniziate le maldestre manovre di Zagabria nel tentativo di bloccare il tutto. Il governo sosteneva che i frati Benedettini non avevano diritto a Daila in quanto risarciti nell’ambito degli Accordi di Osimo. Lo Stato dunque aveva nazionalizzato la tenuta, commettendo però negli anni ’90 l’errore di restituire l’immobile alla parrocchia di Daila, in pratica alla Chiesa. Cosa succederà ora? I Benedettini torneranno in possesso di 180 ettari di terreno sul mare mentre per i 190 ettari che la Diocesi istriana ha venduto (e svenduto) si chiede il risarcimento. Si attende la reazione di Zagabria. Comunque già all’epoca il leader socialdemocratico Zoran Milanovi, poi diventato premier, aveva dichiarato che la questione di Daila riguardava unicamente la Chiesa. Senza dimenticare poi l’incontro avuto in Vaticano dallo stesso Milanovic con l’allora segretario di Stato cardinal Tarcisio Bertone con il quale si era in qualche modo concordata la strategia da attivare su Daila. (p.r.)

 

 

 

 

 

 

191 – CDM Arcipelago Adriatico 06/04/13 Un appello di Marino Micich – Burocrazia e provenienza, scivoloni nelle alte sfere

 

Un appello di Marino Micich

Burocrazia e provenienza, scivoloni nelle alte sfere


Riceviamo da Marino Micich il testo che pubblichiamo qui di seguito nel quale sottolinea il modo in cui vengono trattati, anche nelle sfere, i dati anagrafici riguardanti gli esuli, in questo caso un esule eccellente come Lucio Toth.


LE BEFFE CONTINUE DELLO STATO ITALIANO A DANNO DEGLI ESULI GIULIANO-DALMATI


NEL SITO UFFICIALE DEL SENATO DELLA REPUBBLICA ITALIANA


nonostante la Legge del Ricordo nr. 92/2004 leggiamo che il senatore, esule zaratino LUCIO TOTH, nativo di Zara, sarebbe nato in…. CROAZIA!!! 


Per la storia: Zara fu sempre nei secoli capitale della Dalmazia veneta e nel 1920 fu assegnata ufficialmente al regno d’Italia con la stipula del trattato di Rapallo e col beneplacito dell’allora Regno dei Serbi Croati e Sloveni (poi diventato Jugoslavia). Il fascismo ancora non era giunto al potere in Italia. La maggioranza della popolazione di Zara era nel 1920  in larga maggioranza di lingua e cultura italiana. Il 1 novembre 1944 la città dopo aver subito 54 bombardamenti aerei anglo americani (bombardamenti richiesti da Tito capo del movimento popolare jugoslavo e provocarono oltre 2.000 morti ), fu occupata dai partigiani. A tale occupazione fece seguito una furiosa e cieca azione repressiva da parte dei commissari comunisti del popolo che portò all’uccisione di centinaia fra zaratini, borgherizzani e dalmati dei dintorni e a cui fece seguito la messa in atto di una politica snazionalizzatrice nei confronti degli italiani rimasti così forte da costringerli all’esodo. Si stima che il 90% fra dalmati zaratini e borgherizzani lasciarono per sempre la città. Oggi in città ci sono soltanto 123 italiani (stime dell’ultimo censimento croato). 


Senato della Repubblica X legislatura 1987/ 1992, alla voce Lucio Toth, troverai scritto: nato il 30/12/ 1934 a …Croazia…


Regione di elezione: Campania

-Nato il 30 dicembre 1934 a Croazia

 Residente a Roma

Professione: Magistrato di Cassazione

Elezione: 14 giugno 1987

 Proclamazione: 27 giugno 1987

Convalida: 11 febbraio 1988

Per la storia: Zara fu sempre nei secoli capitale della Dalmazia veneta e nel 1920 fu assegnata ufficialmente al regno d’Italia con la stipula del trattato di Rapallo e col beneplacito dell’allora Regno dei Serbi Croati e Sloveni (poi diventato Jugoslavia). Il fascismo ancora non era giunto al potere in Italia. La maggioranza della popolazione di Zara era nel 1920  in larga maggioranza di lingua e cultura italiana. Il 1 novembre 1944 la città dopo aver subito 54 bombardamenti aerei anglo americani (bombardamenti richiesti da Tito capo del movimento popolare jugoslavo e provocarono oltre 2.000 morti ), fu occupata dai partigiani. A tale occupazione fece seguito una furiosa e cieca azione repressiva da parte dei commissari comunisti del popolo che portò all’uccisione di centinaia fra zaratini, borgherizzani e dalmati dei dintorni e a cui fece seguito la messa in atto di una politica snazionalizzatrice nei confronti degli italiani rimasti così forte da costringerli all’esodo. Si stima che il 90% fra dalmati zaratini e borgherizzani lasciarono per sempre la città. Oggi in città ci sono soltanto 123 italiani (stime dell’ultimo censimento croato).


Non sarebbe il caso di provvedere in merito!?


Cordialmente,
Marino Micich

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192 – Il Piccolo 07/04/13 Visti “ammazzaturismo” in Croazia

Visti “ammazzaturismo” in Croazia

 

Saranno introdotti a norma Ue per Ucraina, Turchia e Russia. Previsto un calo del 20% degli ospiti dell’ex Unione sovietica E l’ingresso di Zagabria determina la riorganizzazione delle dogane slovene

 

L’ingresso della Croazia nell’Unione europea avrà una grossa ripercussione sul sistema doganale anche della Slovenia. Se per impiegati e funzionari il lavoro, seppur in tono minore, rimarrà invariato, il principale cambiamento si avrà ai posti di confine dove spariranno i finanzieri. Questi rimarranno operativi solamente nel porto di Capodistria e negli aeroporti internazionali del Paese. Inevitabile dunque un riassetto delle forze in campo. Circa 400 finanzieri che non opereranno più ai valichi verranno destinati a compiti di controllo e alcuni di loro saranno destinati anche a lavoro d’ufficio per il controllo del sistema delle tasse nazionale. Ai 74 collocati nell’amministrazione a tempo determinato non sarà rinnovato il contratto. Chi non giudica che l’ingresso della Croazia sarà indolore per le dogane slovene sono i sindacati che stanno già preparando uno sciopero dell’intero settore. A breve (già domani) è previsto un incontro con il ministro delle Finanze Uroš Cufer. Col precedente governo era già stato raggiunto un accordo di massima.(m. man.) di Mauro Manzin wTRIESTE Che l’Unione europea non fosse una sorta di terra promessa dove scorrono sempre latte e miele la Croazia lo sapeva già. Ora però, a pochi mesi dall’adesione vera e propria (1 luglio) arrivano, dopo le carezze e le feste anche i primi scapaccioni. Uno di quelli che brucia molto, perché colpisce l’industria più florida del Paese ex jugoslavo, ossia il turismo, è l’adeguamento al regime comunitario del sistema dei visti d’ingresso. E così mentre fino ad oggi ucraini, turchi, ma soprattutto i ricchi russi potevano entrare in Croazia esibendo unicamente il passaporto, d’ora in avanti dovranno fornirsi di regolare visto. Certo il prezzo di 35 euro non è certo proibitivo ma tutto l’ambaradan burocratico, file agli uffici consolari comprese sicuramente sortiranno un effetto negativo sulla scelta della Croazia quale luogo dove trascorrere le vacanze. I calcoli sono già stati fatti e non promettono nulla di buono. Si stima, infatti, che a causa della reintroduzione dei visti la prossima stagione estiva vedrà un calo del 20% dei turisti russi, pacchiani ma molto spendaccioni i quali, a questo punto, preferirebbero “sbarcare” sulle coste montenegrine, niente visto, e tanti connazionali propietari dei resort più esclusivi (mafia russa compresa). Zagabria ha cercato di correre ai ripari creando all’ambasciata a Mosca un nuovo gruppo di lavoro dedicato esclusivamente al rilascio dei visti con 15 persone addette e che potrebbero addirittura aumentare. Intanto però, nel nome della reciprocità, anche i croati che vorranno recarsi nei tre Paesi summenzionati dovranno armarsi di visto. Questo costerà 35 euro per l’Ucraina, quasi 40 euro per la Russia che raddoppiano a 80 se il viaggio è per motivi d’affari e non unicamente turistici, mentre per entrare in Turchia si pagheranno 45 euro e in più al confine si dovrà dimostrare di avere una disponibilità monetaria di 50 dollari al giorno di permanenza in terra turca. L’anno scorso dalla Russia in Croazia a scopi turistici sono giunte 212mila persone, dall’Ucraina 86mila e dalla Turchia 56mila. Quest’anno, in questo periodo, le prenotazioni russe per il periodo estivo sono praticamente dimezzate. I croati promettono che tutto il meccanismo dei visti sarà rodato entro maggio, periodo cruciale questo in quanto registra di solito l’80% del booking turistico. Il tour operator russo Amigo che convogliava in Croazia circa 50mila ospiti quest’anno ha dato forfait. Il direttore dell’Ente per il turismo croato a Mosca, Mladen Falkoni getta acqua sul fuoco. Certo, ammette, subiremo una riduzione che però dovrebbe assestarsi attorno a un -20%. Il calo di ucraini e turchi è stimato in alcune decine di migliaia. Insomma se non è flop poco ci manca.

 

 

 

 

 

193 – Il Piccolo 07/04/13 Il “vero” Prosecco nasce nella Dalmazia dei dogi 

Il “vero” Prosecco nasce nella Dalmazia dei dogi

 

Il vino prodotto sulla costa croata finito nel mirino dell’Ue è il più fedele alle origini dell’uvaggio. La denominazione risale all’umanista triestino Bonomo

 

di Giovanni Tomasin

 

TRIESTE Nel 1593 il gentiluomo inglese Fynes Moryson visita l’Italia settentrionale e annota, tra le particolarità del «Forum Julii» e dell’«Histria» il vino “Prosecho”. Una nota storica soltanto apparentemente marginale, visto che getta luce su un capitolo della storia dell’enologia che ancor oggi provoca confusione: prova ne sia l’ingarbugliata vicenda del prosecco dalmata, che negli ultimi giorni si è visto prima negare la propria dominazione da Zagabria (in ossequio alle norme europee), salvo poi riottenere la tutela del governo centrale con gran sollievo dei produttori locali. A citare l’episodio di Moryson è Fulvio Colombo, lo storico medievalista triestino che ha svelato le origini del nome del vino nel suo libro “Prosecco perché? Le nobili origini di un vino triestino”. Colombo ha scoperto tramite un’accurata ricerca che il nome del prosecco è stato attribuito nel Sedicesimo secolo dall’umanista triestino Pietro Bonomo a una ribolla prodotta fin dal Basso medioevo nei declivi sottostanti al ciglione carsico, a ridosso del mare. «In seguito il nome si diffonde – spiega lo storico -, a designare un vino dolce, prodotto con uve stagionate sulla pianta e raccolte a fine ottobre, prima nel goriziano e tramite Venezia nel vicentino, nel trevigiano e in Dalmazia». Una vicenda intricata che spiega come due vini molto diversi (il prosecco di Valdobbiadene e quello dalmata) condividano la stessa denominazione, attestata in entrambi i casi dal Settecento. Dopo la nascita all’ombra della costiera triesina, il nome si è rivelato un successo commerciale e per il tramite di Venezia è arrivato a designare prodotti differenti. Li accomuna la radice triestina, attestata da Moryson nel Sedicesimo secolo. «Il grande pubblico dovrebbe anche sapere – spiega Colombo – che il prosecco antico era un vino dolce, e paradossalmente quello dalmata è più simile a quello delle origini. In Dalmazia, data la marginalità commerciale dell’area, il prodotto non si è evoluto e ha mantenuto i caratteri originari, come una sorta di fossile enologico. A Trieste e nel Veneto è invece mutato seguendo le esigenze di mercato». È singolare, rileva lo storico, che la Croazia non faccia valere queste credenziali per difendere la denominazione del suo prodotto: «Penso che in Dalmazia questa storia non sia sconosciuta, ma siccome la documentazione è tutta lingua veneta, si preferisce insistere sull’estraneità fra il prosecco dalmata e quello di Valdobbiadene». In Croazia, spiega Colombo, si preferisce identificare il vino con un fantomatico vitigno portato in Dalmazia dall’imperatore Diocleziano: «L’antichità consente di dare una patina più “autoctona” al prodotto – dice -. Ma appunto il nome prosecco non viene da un vitigno, ma da una tecnica di vinificazione».

 

 

 

 

 

194 – La Voce del Popolo  18/04/13 Spunta un piano di Tito per salvare la Jugoslavia

Spunta un piano di Tito per salvare la Jugoslavia

BELGRADO | La Commissione statale serba che ha avuto il compito di aprire la cassaforte dello scomparso presidente dell’ormai ex Jugoslavia, Josip Broz Tito, a trentatré anni dalla sua morte, ha trovato una serie di oggetti “segreti”. Tra questi ha rinvenuto anche un piano dettagliato per evitare la guerra fratricida nell’area dell’ex Federazione. Il presidente della Commissione formata da tre membri, Oliver Antić, ha raccontato per il portale “Njuz”, che oltre alle cose che si supponeva potessero trovarsi nella cassaforte, è stato rinvenuto anche qualcosa che “avrebbe sicuramente cambiato la storia, se qualcuno l’avesse aperta una trentina d’anni fa”.

“Abbiamo trovato circa trenta chilogrammi d’oro, alcuni brillanti, valuta estera, un dizionario austriaco-russo e uno russo-serbo, nonché un paio di pipe. Avevamo già intenzione di sigillare nuovamente la cassaforte, quando la nostra attenzione è caduta su una scatola piena di polvere, sulla quale scrive ‘da aprire il giorno dopo la mia morte’. Aperta la scatola, abbiamo visto un pezzo di carta contenente precise istruzioni sul comportamento da tenersi nel caso qualcuno avesse inteso avviare il processo di dissociazione dei popoli della Jugoslavia. Analizzate le stesse, abbiamo capito che si trattava di un piano perfetto, grazie al quale si potevano quasi immediatamente risolvere tutti i problemi di quest’area. In modo particolarmente dettagliato nel documento è descritta la soluzione per giungere alla riconciliazione dei serbi e dei croati, con tanto di indicazioni per aumentare lo standard di vita e per arrivare a un periodo di benessere”, ha raccontato Oliver Antić. Ha spiegato, ancora, che l’oro e i brillanti sono rimasti in cassaforte, mentre i 36mila marchi tedeschi sono stati trasmessi nel Bilancio repubblicano della Serbia.

L’anno prossimo dovrebbero venire aperti invece gli archivi del monarca Miloš Obrenović.

Il “Njuz” rileva che la Commissione governativa teme che si potrebbero trovare piani grazie ai quali si potevano evitare le guerre balcaniche, ma anche il primo ed il secondo conflitto mondiale.

 

 

 

 

 

195 – Il Piccolo 18/04/13 Libro – Dal lavoro volontario ai gulag l’epopea degli italiani “rimasti”

Dal lavoro volontario ai gulag l’epopea degli italiani “rimasti”

Gloria Nemec raccoglie in un libro voci e memorie della minoranza in Istria
presentazione

Pietro Spirito

Domani all’Università l’incontro con l’autrice Il libro di Gloria Nemec “Nascita di una minoranza. Istria 1947-1965: storia e memoria degli italiani rimasti nell’area istro-quarnerina”, pubblicato dal Centro di ricerche storiche di Rovigno in collaborazione con l’Unione italiana di Fiume, l’Università popolare e il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Trieste, verrà presentato domani, alle 17, nella sede “Androna Baciocchi” dell’ateneo in via Lazzeretto Vecchio. Partecipano, oltre all’autrice, Silvio Delbello, presidente dell’Università popolare, Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’Unione italiana, Giovanni Radossi, direttore del Centro ricerche storiche di Rovigno e Raoul Pupo. Presiede Marco Dogo. di Pietro Spirito «Ancora ho paura di tutto quello che le ho raccontato, di tutte queste cose (…) questi sono ancora vivi e forse…’ste robe non si sanno…potrebbero esserci conseguenze (…) Sempre qualcuno pol ciorme drio un canton scuro e darme un bel fraco (…)». Questo stralcio di conversazione tratto da una delle interviste realizzate dalla storica Gloria Nemec nel libro “Nascita di una minoranza – Istria 1947-1965: storia e memoria degli italiani rimasti nell’area istro-quarnerina” (Centro di ricerche storiche Rovigno, pagg. 446, s.i.p.), rende bene l’idea di cosa significa, ancora oggi, indagare la realtà – storica e contemporanea – della minoranza italiana in Istria e Quarnero, la comunità dei “rimasti”, come vengono anche definiti, cioè quanti dopo la guerra optarono per restare nelle terre cedute alla Jugoslavia. Nella sua prefazione al volume Raoul Pupo lo ribadisce: «Se nel caso degli esuli si è potuto parlare di memoria negata o nascosta, nel caso degli attuali italiani d’Istria è lecito invece parlare di una memoria impaurita, che ancora oggi stenta ad emergere, quale retaggio di una lunghissima stagione in cui tacere e mimetizzarsi rappresentavano una condizione necessaria di sopravvivenza». È proprio in questa “memoria impaurita” che Gloria Nemec, con rigore e passione, si è tuffata per dare voce – sempre su una solida base documentale e bibliografica – ai “rimasti”, ricostruendo il mosaico sociale, economico, relazionale di quella che la storica definsce «piccola e periferica parte del grande “laboratorio balcanico”». Che cosa significò prendere parte «all’immane sforzo di ricostruzione entro uno Stato socialista di tipo nuovo», vivendolo appunto come minoranza? Quale furono i vantaggi, se ci furono, e quale il prezzo in termini di perdite, sofferenze, vere e proprie repressioni, lacerazioni familiari? Com’era la quotidianità dei “rimasti”? La scelta di procedere dando voce ai protagonisti – un’ottantina fra donne, uomini, contadini e cittadini, esponenti di partito, impiegati, insegnanti, pescatori e intellettuali, «voci popolari e voci “alte”» -, dà valore aggiunto a uno studio che si addentra in una realtà in gran parte ancora sconosciuta non solo in una prospettiva italiana, ma ancor più europea. Così come la scelta di privilegiare quale fulcro d’indagine le attività economico-produttive, «fattore fondamentale di ripianificazione familiare e di superamento della desolata miseria del dopoguerra», diventa imprescindibile per la ricostruzione di una storia sociale. Dalla collettivizzazione forzata ai “kombinat”, dal lavoro volontario alle miniere, dalle manifatture tabacchi alla navalmeccanica, si aprono, nota Gloria Nemec, «squarci preziosi sulle condizioni di una classe operaia istriana coinvolta nel “senso della competizione socialista” attraverso sovraccarico delle mansioni, stacanovismo, lavoro d’assalto e volontario». Non manca, ovviamente, l’ampia disamina politica, con le terribili repressioni post-Cominform, i gulag quali Oli Otok, l’organizzazione del partito ecc. E in questo quadro composito emergono le voci distinte e non mediate, di quanti vissero nell’arco di un ventennio durissimo che arriva a metà degli anni Sessanta, «quando parvero concretizzarsi le promesse di un avvenire migliore attraverso l’accesso a libertà possibili, a mobilità professionali e geografiche, a consumi sentiti come indicatori di modernizzazione». E la comunità – con la sue rappresentanze, prima fra tutte l’Unione degli italiani – continuò il difficile cammino di ridefinizione di un’identità e di un futuro.

IL BRANO
Storie familiari tra scelte drammatiche e sogni socialisti

Pubblichiamo un brano del libro di Gloria Nemec “Nascita di una minoranza”.

di GLORIA NEMEC

L’analisi delle fonti orali contempla le diverse condizioni nel ricordare e le modalità del trasmettere, fa emergere l’insieme operoso delle pratiche dirette ad assorbire gli effetti cumulativi dei lutti e dei danni di guerra, delle divisioni territoriali e delle disgregazioni comunitarie. Parte centrale dell’indagine sulle storie familiari è costituita dall’esplorazione delle molteplicità di vincoli e microfattori che indussero alla permanenza, nonostante gli abbandoni di massa, gli stillicidi successivi, le lacerazioni delle parentele e delle generazioni, le sofferte relazioni transfrontaliere. Le difficoltà di percorrere il labirinto delle opzioni, rispetto alle quali emergono robusti deterrenti, compaiono in fondamentale rapporto con i coevi processi d’integrazione. In tale direzione gli istro-italiani inaugurarono sistemi complessi di tipo adattivo, affrontarono iter formativi – linguistici, politico-culturali, di relazione inter-etnica – sperimentando istanze normative e regole implicite per realizzare strategie di sopravvivenza e stabilizzazione. La durata percezione del controllo sociale toccò punte drammatiche dopo il 1948, in particolare ove più violento fu l’impatto con la risoluzione del Cominform: nei centri di forte maturazione antifascista con concentrazioni di classe operaia, come Rovigno, Pola, Albona. Dopo l’esemplare lezione post-Cominform, altre crisi potevano coinvolgere la minoranza in concomitanza con i momenti di acuta frizione con l’Italia, come documentato dalle vicende del suo organo maggiormente rappresentativo, l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume. In attesa di acquisire un ruolo di ponte tra i paesi confinanti e di importante scambio culturale, la storia dell’istituzione pare strutturata come una guerra fatta di sconfitte e arretramenti, battaglie vinte e territori riconquistati, in un contesto di perenne ri-legittimazione. (…)Prendono corpo significative riflessioni sull’esuberante moto di speranza giovanile (…) nella proiezione verso un futuro socialista che stava dietro l’angolo, intensamente desiderato e inseguito con forza collettiva.

 

 

 

 

 

196 –  Corriere della Sera 08/04/13 Elzeviro – “La Distrazione” nuovo romanzo di Bettiza

ELZEVIRO «LA DISTRAZIONE», NUOVO ROMANZO DI BETTIZA


LA SPIA CHE VENNE DAL MARE DALMATA


Picaro mascalzone, un traditore per vocazione


Mettiamo che un grande regista, tipo Milo? Forman, si innamori de La distrazione, ultimo romanzo di Enzo Bettiza. C’è da scommettere che aprirebbe il suo film in campo lungo: isola dalmata di Brazza, giallo ocra delle case, tamarindi e ulivi, mare. Quindi, come all’avvio di Amadeus, in primo piano apparirebbe un vecchio: non però il musicista Salieri ma un picaro mascalzone, spia dai molti nomi, traditore per mestiere e vocazione, vagabondo internazionale giunto all’ora notturna del suo novantesimo compleanno proprio mentre scade il secondo millennio. Discendente di armatori, il senzapatria Peter Jarkovich ha ripreso il suo nome originale perché sa di essere al tramonto, sente il richiamo delle radici. Incapace di servire fino in fondo un solo padrone, sacrificarsi per una sola ideologia, restare fedele a un solo amore, ora vorrebbe tornare ad essere se stesso.

 

Ma può un’ex spia arruolata dai servizi segreti sovietici permettersi d’essere sentimentale? La sua è piuttosto una contemplazione della vita con occhio asciutto e distaccato. Peter Jarkovich non rinnega le sue giravolte e i trucchi: come rendendosi conto che una vita da cospiratore consente di cambiare pelle, considera congiure e delitti alla stregua di battesimi ideologici, da cui ogni volta uscire purificati. Ed eccolo, il nostro novantenne, intento a gustare mu?oli e polpi in sugo di paprika, avvolto nel fumo di un sigaro churchilliano; qualcosa gli traspare nello sguardo, un’ultima scintilla di concupiscenza carnale accesa dalla giovane Delkica, domestica che per lui sa di «latte, bucato e iodio marino». Finalmente le sue mani si dispongono a sfogliare l’album di famiglia, le scene salienti del suo passato: arruolamento a Vienna, addestramento a Mosca, prima missione terroristica a Zagabria, successive ambigue destinazioni internazionali.

 

Da qui in poi, La distrazione di Enzo Bettiza (Mondadori, pp. 495, 20) sfugge a ogni parallelo cinematografico e si dispiega autonomamente come un grande romanzo mitteleuropeo, sprezzante dell’attualità e dei tic contemporanei. Sono gli stessi temi e ambienti già affrontati da Bettiza nel conturbante e fluviale affresco sui Fantasmi di Mosca, qui però colti soggettivamente dal protagonista, sicché eventi storici e tragedia sovietica appaiono piuttosto sullo sfondo, mentre tendono a prevalere atmosfere e sentimenti.E qui occorre spiegare quel che si nasconde nel titolo ingannevole, La distrazione: non solo un omaggio al caso, che pure contribuisce a determinare le svolte nella vita di Jarkovich; la distrazione è una malattia dell’anima, uno sprofondare periodico nell’indifferenza e nell’assenza, come se l’organismo del protagonista staccasse spontaneamente la corrente per prevenire un sovraccarico di emozioni.

 

E c’è un’ulteriore verità: Jarkovich paga il prezzo della sua incompletezza, il fatto cioè d’essere, in quanto dalmata, senza patria ufficiale e privo di caratteristiche nazionali definite; non a caso durante il romanzo si esprime indifferentemente in italiano, triestino, tedesco, serbocroato e russo, a volte mescolando tutte queste lingue. E l’alter ego demoniaco di Jarkovich, l’istruttore Hamok, mostra i segni della sua stessa malattia autodistruttiva, ormai all’ultimo stadio: il corpo gli si consuma, sparisce nelle pieghe del vestito, le sua personalità «liquida», prensile, capace di adattarsi a tutte le situazioni che la devozione leninista prescrive, sembra ridursi a pura ombra.

 

Che nel personaggio di Jarkovich, nel suo passato di patrizio dalmata incapace di adattarsi a un solo destino, ci sia qualcosa dello stesso Enzo Bettiza, non può essere messo in dubbio. Persino la figura dello zio cantante d’opera, al centro della trama terroristica che attraversa il romanzo, allude all’album di famiglia dell’autore. E i vari «amori ancillari» vissuti da Petar, con la puttanesca Olga, l’ambigua Almira (la scena erotica di cui è protagonista è un pezzo di assoluta bravura), la suicida Ines, sono sì pietrificati nel ricordo, ma suonano anche come sforzi disperati del protagonista per contrapporre un che di vitale e corporeo alle astrazioni dell’ideologia.Romanzo a tratti stupefacente, quasi narcotico nei dialoghi di idee che rifiutano qualsiasi naturalismo, La distrazione si staglia come un’opera altra rispetto alle consuetudini letterarie. L’autore, «stambecco» in un paese abituato alle transumanze e alle greggi, si impone alle «fugaci scadenze temporali della sopravvivenza».

 

Dario Fertilio

 

 

 

 

197 – Il Foglio 09/04/13 I dinamitardi per “distrazione” del gran romanzo di Enzo Bettiza

I dinamitardi per “distrazione” del gran romanzo di Enzo Bettiza

 

di Nicoletta Tiliacos

 

Si dice che i bambini bilingui dalla nascita, che imparano cioè a parlare dando nomi diversi alla stessa cosa, saranno aperti, recettivi, intuitivi. Ma che più di altri, nella vita adulta – per aver chiamato con nomi diversi la stessa cosa nell’età in cui si fondano le certezze – rischiano l’insicurezza, lo straniamento, la malinconia.

Che sia di questa natura, il fenomeno ricorrente nella vita del protagonista dell’ultimo romanzo di Enzo Bettiza, intitolato “La distrazione” (Mondadori, 495 pagine, 20 euro)? Un personaggio tri, quadri e pentalingue, da buon figlio dell’impero austroungarico “entrato nel mondo quattro anni prima dello scoppio della Prima guerra mondiale”? Facciamo la conoscenza del dalmata Peter Jarkovic – nato il 31 dicembre del 1910 – al passaggio del millennio, nella notte di capodanno tra 2000 e 2001. Il suo cognome, dopo aver perso l’originario assetto di Jarcovich, a un certo punto era diventato Jarko, dopo essere stato russificato in Jarkov, così come Peter era diventato Pietro, Petar, Pëtr. E’ direttamente lui, l’uomo al centro di tanti slittamenti vocali ed esistenziali – ex agente bolscevico, spia e dinamitardo riluttante, laureato ingegnere a Vienna ed esperto di esplosivi, commissario politico cominternista nella Spagna della guerra civile – a presentarsi al lettore come un novantenne “uscocco” (gli uscocchi erano i cristiani balcanici croati, dalla vocazione piratesca, approdati sulle coste adriatiche per sfuggire ai turchi) che vive solitario nell’isola di Brazza, di fronte a Spalato. Peter è sensibile, però, alle grazie della florida Delkica, la donna che lo aiuta in casa, la “serva laboriosa” che all’improvviso, dopo due anni, ha acceso il suo sangue uscocco e lo ha costretto a ripensare a tutta la sua vita, vissuta “a lungo come un picaro misterioso e recidivo lungo frontiere più vicine al male che al bene”.

Peter è dunque un malinconico incline al mimetismo e all’elusività, più che un completo, tragico, faustiano mascalzone. Un mascalzone assoluto, infatti, non avrebbe ceduto, come lui, alla “distrazione”. Ma per un prolungamento di svagatezza adolescenziale; per aver dimenticato il luogo d’appuntamento con la focosa amante viennese e averla cercata nel posto sbagliato; per non essere riuscito a sottrarsi, lì, all’incontro con gli amici cospiratori di un suo conoscente, il professore socialista Harsek… per quella dannata “distrazione”, insomma, Peter Jarkovic, ventitreenne rampollo di una dinastia decaduta di costruttori navali, si ritrova agente di Mosca, arruolato nei ranghi dell’Oms, sezione del Komintern incaricata dei collegamenti con l’estero. Siamo negli anni che preludono all’Anschluss, mentre nella Russia staliniana impazzano i processi autofagi ai quali non sopravviverà nessuno della vecchia guardia bolscevica.

E’, questo di Bettiza, un vero romanzo – va detto, in epoca di raccontini esangui – che mescola l’ispirazione koestleriana di “Buio a mezzogiorno” con atmosfere alla Mann (Peter, dopo l’addestramento russo, torna a Vienna in crisi di identità ed è ricoverato nella clinica del dottor Molnar), oltre che con divagazioni bulgakoviane sull’insensatezza organizzata del mondo comunista. L’autore ci trascina sulle montagne (anche incantate) russe di un’ispirazione fluviale, divertita, beffarda, sostenuta da una lingua ricca da far girare la testa e da spunti autobiografici.

Facciamo conoscenza, e non li dimenticheremo più, con il leninista Hamok, l’uomo-tartaruga mentore di Peter; con il dottor Molnar, che tratta le nevrosi parlando con i pazienti ma odia Freud; con il ballerino Angel Kamber, agente dell’Oms a Zagabria, incaricato di organizzare il primo attentato al quale partecipa, da artificiere, Peter Jarkovic; con lo stesso zio di Peter, lo “Scialiapin dei Balcani” Milan Mahanovic, i cui acuti baritonali mandano in cortocircuito le lampadine: è lui l’obiettivo dell’attentato in cui è coinvolto il nipote, previsto a Zagabria durante la prima dell’opera dedicata a Zrinski, eroe croato della resistenza anti turca. E poi ci sono le donne concupite dal distratto e sensuale Peter. Da Ines, regina della pasticceria viennese Demel, alla misteriosa Ahmira, che sorveglia gli ospiti dell’Hotel Lux di Mosca, dall’infermiera callipigia Olga alla cameriera Desanka, odorosa di lavanda come le “morlacchette” compagne di giochi infantili di Peter. Amori ancillari, i soli possibili per l’uomo che non poté mai vincere la distrazione, sradicato per troppe radici. Ma Peter (Pietro, Petar, Pëtr) ha imparato che chiamare la stessa cosa in modo diverso non significa mentire. Alla fine quel che conta è “l’essenza, non l’esattezza aritmetica della memoria”.

 

 

 

 

 

 

198 – La Voce in più Dalmazia 13/04/13 Cultura – Quando il teatro Baiamonti superò quello di Adamich

CULTURA

 

di Krsto Babic

 

QUANDO IL TEATRO BAIAMONTI SUPERÒ QUELLO DI ADAMICH

 

Un progetto del podestà spalatino influenzò (forse) lo sviluppo di Fiume e Zagabria

 

Vi interessa scoprire come Antonio Baiamonti (o Bajamonti) ha influenzato non solo lo sviluppo di Spalato, ma (forse, benché in modo del tutto involontario) anche quello di Fiume e Zagabria, nonché l’arte teatrale in Croazia? Bene, allora il racconto che segue è ciò che fa per voi.

 

Fiume e Spalato sono due città “rivali”. Esse si contendono il titolo di prima città rivierasca in Croazia. Il capoluogo della Dalmazia è più popoloso, mentre quello quarnerino sembra vantare una situazione economica più favorevole. A dire il vero i numeri grossomodo si equivalgono. La rivalità tra i due centri ha raggiunto il proprio apice negli ultimi decenni, ma in realtà potremmo considerarla una sfida di lunga data. Una situazione che tornerà ad acuirsi il 27 aprile, quando allo stadio Poljud è in programma la 115. esima edizione del Derby dell’Adriatico tra l’Hajduk di Spalato e il Rijeka calcio.

 

Due grandi  

Uno dei primi confronti (puramente virtuale, nda) tra le due città risale al XIX secolo e non riguarda lo sport, bensì i rispettivi teatri. In quegli anni sia Spalato sia Fiume stavano affrontando una fase d’intensa trasformazione ed espansione. Alla guida delle due città in quel periodo troviamo due uomini di grande spessore politico e culturale, Giovanni de Ciotta a Fiume e Antonio Baiamonti a Spalato. Con loro alla testa i due centri si apprestavano ad evolversi da città di provincia a veri e propri centri urbani di respiro europeo.

Ciotta (Fiume 1824-1903), è stato podestà del capoluogo quarnerino dal 1872 al 1896. Baiamonti (Spalato,1822 – 1891) ha guidato la città di San Doimo dal 1860 al 1880, salvo una breve interruzione nel biennio 1864-65. I due avevano molti punti in comune. Entrambi erano di madrelingua italiana e tutti e due nutrivano simpatie verso i moti autonomisti. Ciotta e Baiamonti avevano in comune pure le opere che hanno permesso di immortalare il loro nome nella memoria collettiva dei propri concittadini: gli acquedotti e i teatri.

 

Architetture a confronto   

Nel nostro caso ci interesseremo ai teatri. l’inaugurazione del Teatro Baiamonti, da non confondere con il Teatro nazionale croato di Spalato (più piccolo e realizzato nel 1893 su iniziativa di Gajo Bulat, acerrimo avversario politico di Baiamonti, nonché suo successore alla guida della città) risale al 1859. La costruzione dell’ente teatrale spalatino fu finanziata in gran parte dallo stesso Baiamonti. Alla sua inaugurazione furono messe in scena ben tre opere: I Lombardi, Il Trovatore, e Rigoletto, tutte composte da Giuseppe Verdi. Il Teatro Baiamonti (le odierne Procurative) fu per lunghi anni uno dei vanti di Spalato, ma anche uno dei motivi di scontro tra i sostenitori del Partito autonomista di Baiamonti e del Partito nazionale di Gajo Bulat. Lo stabile andò distrutto nel maggio del 1881 a causa di un incendio, forse di natura dolosa, forse applicato dagli avversari ideologici di Baiamonti, che non riuscì più a restituirlo al suo splendore originale.

Riferendo in merito all’incendio, un giornale di Zagabria, l’Obzor (l’Orizzonte) fu il primo a paragonare il Teatro Baiamonti al suo corrispettivo fiumano. “Il teatro (di Spalato) era largo come quello fiumano, ma molto più alto e senza ombra di dubbio più splendente”, si legge sul giornale zagabrese. L’autore del testo, verosimilmente, doveva riferirsi al teatro inaugurato nell’ottobre del 1805 dall’imprenditore Andrea Lodovico de Adamich (Fiume, 1766-1828) laddove oggi sorge Palazzo Modello, sede della Comunità degli Italiani di Fiume e dell’Unione Italiana.

 

L’ipotesi       

Forse è stato proprio questo articolo a convincere la classe dirigente fiumana, con a capo il podestà Ciotta a intraprendere la costruzione dell’odierno teatro fiumano. Il teatro Comunale di Fiume, intestato oggi al compositore Ivan (Giovanni) de Zajc, è stato inaugurato il 3 ottobre 1885 con la messa in scena dell’Aida di Giuseppe Verdi e della Gioconda di Amilcare Ponchielli. Era ed è uno dei più monumentali della sua epoca. Lo conferma anche il fatto che in seguito le autorità zagabresi pretesero dai suoi autori (gli architetti Herman Gottlieb Helmer e Ferdinand Fellner) di realizzarne uno praticamente identico, sebbene più grande nella capitale croata (il Teatro nazionale croato di Zagabria, inaugurato dall’imperatore Francesco Giuseppe nel 1895). Ripensandoci, ma siamo proprio sicuri che Fiume e Spalato si debbano contendere il titolo di seconda città del Paese?

 

Krsto Babic

 

 

 

 

 

199 – La Stampa 19/04/13 Il sale, l’oro bianco di Portorose

Alimento della settimana

 

 Il sale, l’oro bianco di Portorose

 

Il sale viene celebrato nel weekend di gusto più atteso dell’anno a Portorose e Pirano con la Festa dei Salinai: alla scoperta dell’antica tradizione salina

 

Flaminia Giurato (Nexta)

 

Pirano e Portorose, le due perle della Slovenia, si trovano a soli 25 km da Trieste e regalano meravigliosi sapori di tradizione mediterranea. Qui il sale marino gioca un ruolo fondamentale, utilizzato com’è anche nei centri benessere all’avanguardia per un wellness senza confini. E’ il sale è ciò che permise a Pirano di conquistare potere e ricchezza sotto il dominio della Serenissima: considerato come “oro bianco”, tanto era raro ed importante, ha dato origine al termine “salario” in epoca romana.

 L’immancabile ingrediente di ogni tavola viene ancora oggi prodotto secondo antiche lavorazioni manuali, rimaste invariate nei secoli, nelle saline di Sicciole, vicino a Portorose. Il sale di questo territorio è noto per l’elevata qualità, la purezza e le peculiarità uniche dell’ambiente in cui è prodotto: sul fondo di queste saline è infatti presente la “petola”, sedimento di natura biologica che impedisce il contatto fra sale e fango salino e ostacola l’unione di alcuni ioni al sale. Il prodotto più pregiato che prende vita nelle acque di Portorose è il Fior di Sale, il primo strato di cristalli che affiora nel processo di evaporazione: dal potere salante poco più lieve del normale, dona un aroma particolare al piatto e per questo è ricercato dagli chef di tutto il mondo.


Già in epoca antica il sale era molto più che un condimento, considerato elemento prezioso in svariate occasioni. I prodotti delle saline sono ingredienti fondamentali nei trattamenti wellness dei centri termali, utilizzati per scrub e massaggi e i fanghi e l’acqua di mare delle saline risultano efficaci nei trattamenti talassoterapici cosi come l’acqua sotto forma di inalazione per problemi articolari, muscolari e alle vie respiratorie, con effetti benefici sulla circolazione sanguigna e linfatica. I connubi di sapori sono tanti e talvolta sorprendenti: vanno non solo dal classico pezzo di pane morbido da intingere nell’olio di oliva istriano e poi nel sale, ma anche in abbinamenti con sapori dolci, come quello tipico di Pirano che è il cioccolato fondente al Fior di Sale, da veri intenditori.


Ecco quindi che arriva la Festa dei Salinai, dal 19 al 21 aprile, in cui viene celebrato l’oro bianco in tutte le sue sfaccettature. Si tratta di una manifestazione rinnovata ogni anno, in concomitanza con il patrono di Pirano, San Giorgio. Per un weekend questo breve tratto di costa diventa sede di numerosi eventi che guidano abitanti locali e curiosi alla scoperta di luoghi, sapori e cultura dell’antica tradizione salina. Piazza Tartini a Pirano si anima con il mercato di prodotti enogastronomici locali, dove poter anche gustare le delizie cucinate dagli chef del territorio.

 La giornata di sabato è dedicata alla visita delle saline di Sicciole, proclamate monumento culturale d’importanza nazionale possedendo anche un ricco patrimonio naturale, soprattutto da punto di vista ornitologico. E poi spazio ai laboratori per preparare il sale alle erbe aromatiche, per intrecciare i vimini o costruire strumenti musicali istriani; i tornei di mora cantada e di lanci di monetine; gli incontri con i pescatori per imparare a costruire i cosiddetti “baffi” della barca, legare gli ami e fare i nodi; la sfilata in costume d’epoca della famiglia dei salinai e la degustazione delle cozze alla salinara.

 

 

 

 

 

200 – Il Piccolo 17/04/13 Nino Benvenuti:  «Miramare? Restituiamolo all’Austria»

«Miramare? Restituiamolo all’Austria»


La provocazione di Nino Benvenuti: «È una vergogna. Vista la situazione attuale diamolo in gestione»

«Ancora? Di nuovo? È una vergogna. Uno scandalo A questo punto diamolo in gestione all’Austria», Giovanni Benvenuti (detto Nino), nato a Isola d’Istria il 26 aprile del 1938, ha avuto il mondo in pugno per alcuni anni. L’ex campione mondiale dei pesi medi, di fronte allo scempio di Miramare, è pronto a risalire metaforicamente sul ring e cambiare bandiera. «Gli austriaci non l’avrebbero mai lasciato ridursi così» dice ingoiando il suo orgoglio nazionale. E di triestino. «Ammetto che vivo la cosa in modo un po’ personale essendo di Trieste. Non ci si può rassegnare» dice Benvenuti ricordando la campagna del Fai che aveva eletto il parco e il castello di Miramare tra “i luoghi del cuore” del Belpaese. Attualmente Nino fa il commentatore sportivo, ma l’istinto di boxeur è rimasto. E così sferra il suo primo gancio sinistro. «Eh cavoli. È un grande, grande peccato: il Castello di Miramare è la vera perla di Trieste. Se la roviniamo, roviniamo noi stessi e la nostra stessa economia. È il biglietto da visita di Trieste». Eppoi continua a tirare colpi. «Credo vada fatta una campagna. Ma forte. Forte. A partire dalla municipalità di Trieste. Le autorità devono intervenire. Non posso rimanere indifferenti rispetto alla situazione». Il pugile triestino ha bei ricordi legati al parco e al Castello di Miramare. Il suo è un grido di dolore. «Dentro al Castello non è che ci sia andato molto spesso, ma tutte le volte che ho avuto l’occasione di andarci ho avuto un’immagine straordinariamente bella, ordinata, pulita. Le aiuole, i campi, le stradine erano di un ordine austriaco» ricorda Nino. Entrando a Miramare, insomma, sembra di entrare in un altro Paese. «L’effetto è proprio quello. L’immagine splendida di un castello dell’impero austroungarico. E se non siamo in grado di tenerlo bene, facciamo una cosa: diamolo in gestione all’Austria. Sono sicuro che se lo prenderebbe in carico. Naturalmente cambierebbe la patria potestà. Ma perlomeno si evita di fornire questo spettacolo alle migliaia di persone che lo visitano e che non sono triestine. È questo il grave». Il modello è quello di villa Medici a Roma in mano ai francesi. Il colpo del ko arriva alla fine. «Bisogna mortificare quelli che ce l’hanno in gestione. Visto che loro stanno mortificando noi. È una vergogna. I giardini e le aiuole devono essere curati nei minimi particolari. Non esiste che vengano lasciati in quello stato. Non esiste. Sono molto dispiaciuto. Sono molto dispiaciuto di questa cosa». Parola di pugile. (fa.do.)

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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