RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 869 – 6 APRILE 2013

Posted on April 8, 2013


Histria

N. 869 – 06 Aprile 2013

                                   

Sommario

 

172 – Corriere della Sera 30/03/13 Storia slovena e museo istriano a Trieste scoppia la polemica (D. Fert.)

173 – Il Piccolo 06/04/13 L’Intervento – Il museo della civiltà istriana non è un “falso” storico (Chiara Vigini)

174 – Il Fatto Quotidiano 01/04/13 La Croazia in Ue dal primo luglio (corruzione e traffici illeciti permettendo) (Andrea Pira)

175 – Osservatorio Balcani 04/03/13 Slovenia-Croazia: fine del bisticcio (Stefano Lusa)

176 – La Voce del Popolo 29/03/13 Preoccupazione per i tagli alle risorse ma anche appelli a serrare le file

177 – Il Piccolo 04/04/13  «Goli Otok necessario contro lo stalinismo», lo ha affermato lo studioso sloveno Joze Pirjevec in un convegno alla Filodrammatica di Fiume (Andrea Marsanich)

178 – La Voce del Popolo 04/04/13 Cultura – Una lezione politica ed etica per chi permise lo strazio dell’Istria (Francesco Cenetiempo)

179 – Luoghi dell’Infinito – Aprile 2013 n° 172 Partenze – L’esilio e la memoria (Antonia Arslan)

180 – La Voce del Popolo 02/04/13 Due alternative all’architettura di regime (Eufemia Giuliana Budicin)

181 – Luoghi dell’Infinito – Aprile 2013 n° 172 Istria, crocevia di culture (Ulderico Bernardi)

182 – La Voce del Popolo 03/04/13  Cultura – Aspettando «Marco Polo» veicolo di multiculturalità (Silvia Pesaro)

183 – La Voce del Popolo 02/04/13 Cultura – Cristicchi, l’IRCI, Magazzino 18, la Resurrezione (Rosanna Turcinovich Giuricin)

184 – La Lettura – Corriere della Sera 31/03/13 Il Reportage – Balcani senza primavera (Francesco Battistini)

185 – Il Piccolo 31/03/13 Tiziano pittore dei “big” fotografava sulla tela papi e madonne profane (Lucia Cosmetico)

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

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172 – Corriere della Sera 30/03/13 Storia slovena e museo istriano a Trieste scoppia la polemica

Il caso –  Una lettera di protesta contro i tagli

 

Storia slovena e museo istriano A Trieste scoppia la polemica        

 

Trieste alla guerra delle biblioteche? C’è chi la chiama piutto­sto guerra dei poveri, mentre per altri è tutta ideologica. Fatto sta che la sezione storica della Biblioteca slovena (nello stabile del teatro di via Petronio) è stata chiusa a tempo indeterminato, dopo il taglio drastico dei finanziamenti statali, l’anno scorso diminuiti del venti per cento. Episodio certamente doloroso — è la prima volta che accade in cinquant’anni — tanto che un gruppo di studiosi ha interpretato l’accaduto anche politicamente, come una «precisa volontà di distruggere la sezione Storia anche per assecondare le pretese degli ambienti del più retrivo nazionalismo italiano, in primis le organizzazioni che pretendono di rappresentare i profughi dall’Istria». La lettera-appello è firmata, tra gli altri, da storici come Susanna Angeleri, Giuseppe Aragno, Angelo D’Orsi, e non risparmia neppure il consiglio d’amministrazione della biblioteca, il cui operato nasconderebbe appunto il disegno di favorire i nazionalisti italiani, i quali in città riceverebbero per le loro iniziative «denari a palate». Pronta la replica dell’ente interessato: «Non si vuole pensare alla malafede ed alla volontà di innescare in modo artificioso polemiche ideologiche, laddove ci sono motivazioni di natura tecnica e finanziaria, ma probabilmente ci sarà qualcuno che disinformando ritiene di poter risolvere i problemi». Ma di polemica ideologica evidentemente si tratta, dal momento che, nella lettera-appello, i firmatari criticano il Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata, che presenterebbe «innumerevoli falsi storici», ed il Centro studi Panzarasa, definito «agiografico della Decima Mas», in attesa della replica, ora si parla comunque di correre ai ripari: la sede della Biblioteca slovena potrebbe essere spostata negli spazi del «Narodni dom» di via Filzi e del «Narodni dom» di San Giovanni.

 

D. Fert.

 

 

 

 

173 – Il Piccolo 06/04/13 L’Intervento – Il museo della civiltà istriana non è un “falso” storico

Il museo della civiltà istriana non è un “falso” storico
L’INTERVENTO DI CHIARA VIGINI *

Alcune considerazioni, doverose per smorzare sul nascere le recenti polemiche riguardanti il Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata. È apparso sul Piccolo un articolo di Fabio Dorigo in cui si rende nota una presa di posizione da parte di storici e intellettuali di Trieste e di altre città d’Italia, contro il “falso” Museo della Civiltà istriana. Considerare “falso” il Museo della Civiltà istriana mi pare che possa significare soltanto tornare indietro alla ricerca di vecchie polemiche e contrapposizioni, che ormai sono da considerare del tutto anacronistiche. Mi pare innegabile che in questi tempi l’Italia, la Slovenia e la Croazia abbiano fatto notevoli passi in avanti nella assunzione delle reciproche responsabilità di Stati e di forze politiche, e non possiamo certo permetterci il lusso di tornare indietro, in particolare oggi quando – per fortuna – questa regione adriatica si sta riunificando nell’Unione Europea. Esiste un documento solennemente firmato nel luglio del 2010 dai Presidenti delle Repubbliche d’Italia, Slovenia e Croazia in cui ciascuno si assumeva le proprie responsabilità e tutti assieme si decideva di guardare a un futuro diverso per le terre affacciate all’Adriatico. Il documento dei tre Presidenti, infatti, afferma la dignità dei tre popoli adriatici e riconosce i torti e le ingiustizie che ciascuno ha subìto nella lunga stagione dei nazionalismi e dei totalitarismi. A quel documento, secondo me, ci si può riferire proficuamente per andare avanti e favorire processi di integrazione che possono essere utili per l’insieme di questa regione. Ad esso c’è da richiamarsi, come individui e come gruppi e associazioni, per sviluppare una riflessione che abbia la consapevolezza dei torti patiti e la volontà di risolvere i casi di ingiustizia che ancora permangono, nella prospettiva di una sempre più necessaria collaborazione adriatica. Nell’ambito di questa collaborazione o addirittura unificazione adriatica, inoltre, sono convinta che gli istriani, i fiumani e i dalmati di lingua italiana possono mettere a disposizione di tutti un significativo contributo, dopo il Novecento, tragico, ma non tale da cancellare le competenze derivanti dalla lunga esperienza di convivenza civile tra popoli diversi e dal grande affetto che essi hanno mantenuto per queste terre. Credo che ciò corrisponda agli interessi di tutti, appunto, e non di una singola parte: riconoscere i torti subiti significa non pensare solo al passato, ma finalmente mettere a disposizione dei diversi paesi e dell’Europa un patrimonio di relazioni pacifiche, passioni e presenze di questa Europa adriatica che finalmente ritrova la sua unità. Il Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata non è soltanto – è bene ricordarlo – un luogo, doveroso, del ricordo, ma è anche una delle espressioni di un istituto – l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata – che vuole essere protagonista di questi passaggi nuovi che coinvolgono tutti i popoli di queste regioni. I miei personali riferimenti culturali e civili, nella formazione famigliare e negli ambienti che ho frequentato e frequento, mi consentono di poter dire che è diffusa la disponibilità a essere parte attiva di questi processi di pacificazione e sviluppo adriatico nell’interesse di tutte queste regioni. Tornare di nuovo a contrapposizioni fuori luogo e stantie credo non sia utile a nessuno: possiamo proficuamente lavorare perché a tutti sia riconosciuta la dignità di una presenza e di una storia che il documento dei tre presidenti sollecita, richiama, riconosce e promuove. Per questo auspico, personalmente e come Presidente dell’Irci, che tutte le culture presenti nella nostra regione abbiano la possibilità di esprimersi al meglio, per cui i tagli alla Biblioteca slovena mi dispiacciono e mi preoccupano.

 

* Presidente dell’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata

 

 

 

 

 

 

174 – Il Fatto Quotidiano 01/04/13 La Croazia in Ue dal primo luglio (corruzione e traffici illeciti permettendo)

La Croazia in Ue dal primo luglio (corruzione e traffici illeciti permettendo)

 

La Commissione europea ha dato il proprio via libera all’ammissione di Zagabria, ma i critici temono che dopo l’adesione il Paese non porti più a termine o rallenti le riforme richieste

 

di Andrea Pira

 

La Commissione europea ha dato il proprio via libera all’ammissione della Croazia nell’Unione europea dal prossimo primo luglio. “Zagabria è pronta per l’adesione” dice il rapporto finale di monitoraggio presentato in settimana. Nel documento, tuttavia, ci sono dei ‘ma’. Quando mancano tre mesi al traguardo, il rapporto ha esortato il Paese balcanico a fare di più per contrastare corruzione e traffico di esseri umani. La Commissione è però “fiduciosa nel fatto che la Croazia sarà pronta per l’adesione” entro la data fissata.

Gli ultimi Paesi a entrare nell’Unione furono nel 2007 la Bulgaria e la Romania. I passi critici del rapporto, sottolinea il sito EuObserver, rischiano di mettere in allerta chi prende come esempi negativi i due Paesi dell’Est Europa, che ai primi di marzo sono stati tenuti nuovamente fuori dalla zona Schengen. Una decisione, o meglio una non decisione, su cui pesano le prese di posizione di Paesi Bassi e Germania. I due Paesi legano il sì all’entrata di Bulgaria e Romania a Schengen alla pubblicazione della prossima relazione sui progressi nel sistema giudiziario e nella lotta alla criminalità organizzata. Nel caso croato i critici temono che dopo l’adesione Zagabria non porti più a termine o rallenti le riforme richieste.

L’allargamento al 28esimo Stato dell’Unione, si legge nelle 15 pagine del rapporto, “è il risultato di un processo rigoroso, durato 10 anni”. Un processo segnato dal referendum del gennaio 2012, quando il 66 per cento dei croati disse sì all’Europa allora già segnata dalla crisi. O meglio lo disse la maggioranza di quel 44 per cento degli aventi diritto che si recò ai seggi. Il percorso europeo di Zagabria ha inoltre conosciuto l’ostruzionismo sloveno a causa di un contenzioso bancario che risale agli anni del disfacimento dell’ormai ex Jugoslavia e per il quale Lubiana ha minacciato di bloccare la ratifica del trattato di adesione. Il contenzioso riguarda i mancati rimborsi a 130mila croati per il fallimento della Ljubljanska Banka. Lo scorso 11 marzo i due governi hanno trovato un accordo che sembra aver sbloccato la situazione.

L’adesione, continua il rapporto, “è un ulteriore incentivo a continuare le riforme”. Simbolo di questi impegni è stata la condanna a dieci anni di carcere per corruzione dell’ex primo ministro Ivo Sanader, tra gli artefici del percorso d’ingresso nell’Ue. Casi da prima pagina a parte serve maggiore impegno nella lotta contro la corruzione a livello locale, si legge nel documento, in particolare nel settore ancora vulnerabile degli appalti pubblici. Così come serve un meccanismo per evitare casi di malaffare nelle aziende di Stato.

Se è vero che le riforme chieste dall’Europa sono andate spedite, l’organizzazione non governativa Transparency International sottolinea che forse questo processo è andato troppo veloce. Dal 2008 al 2010, si legge nella scheda Paese, Zagabria ha approvato 1.200 leggi. La media è di tre al giorno. Una rapidità che spesso è andata a discapito delle discussioni e che rischia di dare spazio ad abusi o di aver ripercussioni sull’effettiva qualità delle leggi.

Secondo tema su cui la Commissione ha sollevato perplessità è l’efficacia della lotta contro la criminalità organizzata e il traffico di esseri umani. Basso è il numero di condanne per casi di criminalità organizzata, basso il totale dei beni sequestrati, basso è anche il numero delle vittime di traffico di esseri umani identificate. Nel complesso il rapporto è considerato positivo, come recita la nota del commissario all’allargamento, Stefan Fule, che presenta il Paese balcanico come un successo dell’ampliamento dei confine dell’Unione e un esempio per i Balcani ad avvicinarsi all’Ue. Adesso si attende che il trattato di ‘adesione si ratificato dagli Stati membri. In 19 l’hanno già fatto, si attendono gli altri. Allora la Croazia sarà il secondo Paese dell’ex Jugoslavia a entrare nell’Unione. Seguendo la strada della Slovenia nel 2004.

 

 

 

 

 

175 – Osservatorio Balcani 04/03/13 Slovenia-Croazia: fine del bisticcio

Slovenia-Croazia: fine del bisticcio

Stefano Lusa | Capodistria

 

Martedì 2 aprile il parlamento sloveno ha ratificato l’accordo di associazione all’Ue per la Croazia. Era lo scoglio più duro da superare per Zagabria in vista dell’ingresso del prossimo primo luglio. L’analisi del nostro corrispondente

Il lungo bisticcio tra Lubiana e Zagabria non impedirà alla Croazia di entrare nell’Unione europea. Il parlamento sloveno ha ratificato all’unanimità l’accordo di associazione del nuovo membro. Ad assistere all’evento c’erano anche il premier croato Zoran Milanović ed il ministro degli Esteri croato Vesna Pusić. Così, dopo tante baruffe, la giornata è stata all’insegna dell’esaltazione dell’amicizia tra i due popoli.

L’ultimo ostacolo era stato superato a marzo, quando i due governi avevano trovato un’intesa sulla questione dei risparmiatori della filiale di Zagabria della banca di Lubiana. La diatriba aveva fatto slittare il processo di ratifica dell’accordo di associazione e senza un’intesa sarebbe stato difficile trovare in parlamento i 2/3 dei voti necessari per approvare il documento. A quel punto l’adesione della Croazia all’Unione europea, prevista per il prossimo primo luglio, avrebbe rischiato di saltare, con gravi conseguenze sia per Lubiana sia per Zagabria.

Lo scoglio più duro

La Slovenia era lo scoglio più duro da superare sulla strada dell’adesione all’Unione di Zagabria. Lubiana, dopo qualche tentennamento, aveva stabilito di condizionare la trattativa d’adesione con la soluzione dei problemi bilaterali aperti. Formalmente, a provocare il blocco, era stata la presentazione croata a livello comunitario di una serie di documenti che, a detta slovena, avrebbero rischiato di pregiudicare la soluzione del contenzioso confinario.

Lubiana e Zagabria stanno infatti litigando sin dalla proclamazione dell’indipendenza sulla precisa definizione della frontiera. Bisogna accordarsi su alcuni chilometri di tracciato sulla terra ferma e rimane da definire il confine marittimo. Lubiana, accampando ragioni storiche, vuole, con forza, uno sbocco diretto al mare aperto, ma una simile soluzione sin ora è apparsa, quasi sempre, inaccettabile per Zagabria.

L’aver portato il contenzioso sul piano multilaterale non sembra comunque aver giovato all’immagine della Slovenia a livello comunitario. Sino a quel momento Lubiana aveva fatto di tutto per apparire un tranquillo ed ordinato paese centroeuropeo, ma la vertenza l’ha fatta immediatamente ripiombare nel calderone delle consuete baruffe confinarie di stampo balcanico.

Bruxelles e lo Zio Sam

Ad ogni modo la diplomazia europea ed anche quella statunitense hanno dovuto muoversi per far trovare un’intesa ai due cocciuti paesi. A Bruxelles le richieste di Lubiana hanno trovato tutt’altro che l’aperto sostegno ed hanno destato un malcelato fastidio. Quello che non si vorrebbe, ma che difficilmente si potrà evitare anche in futuro, è che i paesi membri possano condizionare l’eventuale allargamento dell’Unione con una serie di problemi bilaterali. Simili scenari non sono affatto nuovi e sono di difficilissima soluzione, come dimostra la feroce diatriba tra Grecia e Macedonia sul nome del paese. Per non parlare di quello che potrebbe accadere tra Croazia e Serbia.

Veti e condizionamenti, a causa delle ferite del passato, avevano segnato, negli anni Novanta, anche il cammino sloveno verso l’Unione europea. Era quello il tempo dei blocchi italiani imposti alla trattativa d’adesione a causa della questione dei beni abbandonati dagli esuli che lasciarono i territori ceduti all’allora Jugoslavia. Roma avrebbe voluto in questo modo riaprire la trattativa su quelle proprietà, ma Lubiana non volle cedere di un solo millimetro, convinta che non si potevano rinegoziare gli accordi già raggiunti all’epoca della Jugoslavia socialista. .

La stampa e la classe politica slovena non risparmiarono severe critiche all’indirizzo dell’atteggiamento di Roma. Il coro unanime era che le questioni bilaterali non potevano condizionare l’andamento della trattativa multilaterale. Alla fine Roma dovette accontentarsi di una generica apertura del mercato immobiliare sloveno, per tutti i cittadini dell’Unione europea, mentre Lubiana, ossessionata dalle sue paure nei confronti degli stranieri, dovette accantonare i suoi sogni di ottenere deroghe, come invece era accaduto per la Danimarca.

Ricordi della Transalpina

Slovenia ed Italia festeggiarono alla grande l’Ingresso di Lubiana nell’Unione europea sulla piazza della Transalpina, tra Gorizia e Nova Gorica. Fu uno spettacolo che toccò il cuore di molti e soprattutto quello dei cittadini di quelle due città divise da una rete: la vecchia Gorizia rimasta all’Italia e Nova Gorica, fatta erigere nell’immediato dopoguerra dalle autorità jugoslave per dare alla regione passata sotto la sua amministrazione un nuovo capoluogo. Era il simbolo di un vecchio conflitto, ma quella festa e quella “riunificazione” non potevano far cancellare la convinzione di molti sloveni di essere entrati nell’Unione europea non grazie all’Italia, ma nonostante l’Italia.

Il passato tra Slovenia e Croazia è sicuramente meno pesante. I due popoli hanno condiviso le stesse sorti all’epoca dell’Austria – Ungheria, della Jugoslavia monarchica e poi di quella socialista. Una storia, la loro, fatta di collaborazione e di aspirazioni comuni, come quelle degli sloveni e dei croati inglobati, dopo la Prima guerra mondiale, nel Regno d’Italia, che dovettero fare i conti con la politica fascista.

Una stagione quella dei loro conflitti, che sembra iniziata solo vent’anni fa. Contenziosi spesso sfruttati ad arte dai politici dei due paesi, che proprio grazie ai litigi confinari ed ai nazionalismi che riescono a scatenare tali questioni sono riusciti a distogliere l’attenzione da questioni di politica interna.

Niente ancora risolto

Sta di fatto che, oggi, nessuno dei problemi aperti tra i due paesi è ancora stato risolto. Lubiana e Zagabria hanno, però, stabilito come redimere il contenzioso confinario ed anche quello dei risparmiatori croati della filiale zagabrese della banca di Lubiana. Al confine ci penserà una commissione d’arbitrato, mentre la vicenda dei risparmiatori dovrebbe venire risolta sotto l’egida della Banca dei regolamenti internazionali con sede a Basilea.

Il prossimo primo luglio la Croazia entrerà, così, a far parte dell’Unione europea. Alla grande festa in programma a Zagabria è già annunciata la presenza di alti esponenti politici sloveni. Primo fra tutti il presidente della repubblica Borut Pahor, ma, dopo tutto questo rumore, la sensazione dei croati sarà più quella di essere entrati nell’Unione nonostante la Slovenia più che grazie a Lubiana.

 

 

 

 

 

 

176 – La Voce del Popolo 29/03/13 Preoccupazione per i tagli alle risorse ma anche appelli a serrare le file

Preoccupazione per i tagli alle risorse ma anche appelli a serrare le file

UMAGO | L’Attivo delle Comunità, che si è riunito a Umago in veste straordinaria, ha espresso tutta la sua preoccupazione per la crisi economica che interessa l’Italia, la Slovenia e la Croazia e che sta già provocando tagli alle dotazioni e ai finanziamenti a causa dei quali le Comunità (forse) perderanno le gite per i dirigenti, le colonie estive degli alunni e tanto ancora. Presenti alla riunione, diretta dalla presidente dell’Attivo delle Comunità, Rosanna Bernè, il presidente dell’Unione Italiana Furio Radin, la presidente dell’Assemblea di Unione Italiana, Floriana Bassanese Radin, il presidente dell’Università popolare di Trieste Silvio Delbello e il direttore generale dell’Università popolare di Trieste Alessandro Rossit. Prima della riunione vera e propria il presidente della Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza”di Umago, Pino Degrassi, ha parlato della sua CI e delle sue attività, ricordando il grande concerto del giorno prima, dedicato alla cantante connazionale Novella Barbo Radaljac, scomparsa l’anno scorso.

Maurizio Tremul ha spiegato a lungo i problemi che preoccupano le CI, parlando della programmazione delle attività per l’anno finanziario 2013, in vista della definizione della Convenzione fra ministero degli Esteri italiano, Unione Italiana e Università popolare di Trieste e del Programma di lavoro e Piano finanziario dell’UI per il 2013. E Tremul ha parlato tenendo conto delle determinazioni approvate dal Comitato di Coordinamento per le attività in favore della Comunità nazionale italiana in Slovenia e in Croazia.

La ripartizione dei mezzi per l’annualità 2013 tiene conto della disponibilità finanziaria del Bilancio italiano, il cui importo ammonta a 3.493.077,00 euro, e della disponibilità finanziaria sul Capitolo 4545 del Bilancio italiano il cui importo ammonta a 1.316.391,00 euro. Come spiegato da Tremul, le cose non vanno (troppo) bene.

Cassate troppe cose

“Tenuto conto delle determinazioni del Comitato di Coordinamento, si è proceduto all’assestamento della Programmazione delle attività, delle iniziative e degli interventi da finanziarsi con i mezzi delle Leggi 191/2009 e 25/2010 a favore della Comunità Nazionale Italiana in Croazia e Slovenia per il 2013. Operato un approfondimento sull’opportunità di organizzare la colonia-soggiorno di studio nel Tarvisiano, tale iniziativa, su proposta dei rappresentanti del MAE, è stata cassata per cui l’importo approvato al Progetto 4 – Percorsi formativi SEI viene ridotto da 146.000,00 euro a 60.000,00 euro. Voce di spesa Soggiorno studio in Italia (viaggio dei presidenti CI): su proposta dei rappresentanti del MAE, viene cassato il Progetto 8, per il quale erano stati richiesti 29.000,00 euro. Cassati pure il Progetto “Italiani senza Italia”, per il quale erano stati richiesti 25.000,00 euro, la realizzazione di DVD relativi agli investimenti a beneficio della CNI da parte dell’Associazione Cielo Terra Mare, per i quali erano stati richiesti 35.478,00 euro. A proposito dei tagli, dei quali si parlerà alla prossima Assemblea dell’Unione Italiana che si terrà a Valle l’8 aprile prossimo, i presidenti delle CI si sono detti molto contrariati. Significativi gli interventi che sono seguiti alla presentazione di Tremul.

Siamo riusciti a salvare le penne…

Il primo a parlare è stato Silvio Delbello:”La crisi economica che sta investendo l’Italia è grave. Siamo riusciti a salvare le penne, abbiamo perso qualcosa, ma non di tanto significativo da pregiudicare le attività, sia delle CI che delle scuole. Il momento economico in Italia è estremamente difficile, ci sentiamo molto male per questo, il prossimo anno sarà anche peggio, e speriamo che questo non si rifletta anche sulla CNI. Dobbiamo apprezzare quello che abbiamo ricevuto e utilizzarlo al meglio…..A Roma non conoscono bene la vostra realtà, che spesso viene ignorata”.

Bisogna lavorare anche gratis?

Furio Radin: ”Le cose sia in Italia, Slovenia e Croazia non vanno bene. Sono stupefatto per quello che succede in Italia. C’è un momento di stallo che impedisce molte delle attività. Mai in Italia l’economia e la politica sono state tanto attaccate. Recessione significa stare peggio di prima, perché quando si taglia qualcosa non va mai bene, come per esempio le gite dei presidenti dei sodalizi. Bisogna cambiare il concetto di “Colonie estive”, termine che non va più bene e trovare qualcos’altro, come un workshop per esempio. Però tante altre cose sono state approvate. Chi ha a cuore la propria Comunità farà i conti con le risorse che ha in casa, perché potrebbero avere un valore esistenziale. Un tempo era un orgoglio andare in CI, fare tutto, senza chiedere nulla in cambio o farsi pagare”.

Ma i ministri fanno qualcosa gratis?

Graziano Musizza (CI Parenzo) ha commentato così la crisi: ”Ma i ministri fanno qualcosa gratis? Non riesco a capire perché cassare le gite dei presidenti delle CI”. Per Lionella Pausin Acquavita (Buie) è stata lesa la soggettività della CNI:” Ci sono delle particolarità che vanno rispettate: ho due dirigenti artistici, uno per il coro e uno per la banda di ottoni. Ognuno costa 4 mila euro all’anno, se prendiamo un dirigente di qui costa 50 mila kune. Perché pagare di più? Inoltre coristi e bandisti sono affezionati a queste persone…”.

Elena Barnabà (Verteneglio) ha sottolineato:”Mi sento umiliata, lavorare gratis? Noi sì e gli altri no. Perché togliere le gite? E cosa dire poi dei grandi eventi, che costano tanto, e che non riguardano l’Istria”?

Gite per conoscere l’Italia

Per Antonio Ravalico qualsiasi taglio dei finanziamenti comporta un sacco di problemi alle CI:” La Comunità senza il presidente non è nulla. Non capisco perché ci vogliano togliere le gite. Queste rappresentano l’unico mezzo per conoscere l’Italia, la sua gente e la sua cultura, che poi è la nostra cultura. Si tratta di un grosso danno per tutti. Per quanto mi riguarda, io ho fatto moltissimo per la CI di Villanova e i nostri connazionali, ho rinunciato alla cena, ho rinunciato al lavoro. Per cosa? Per sentirmi dire che ora ci tolgono anche questo”?

 

 

 

177 – Il Piccolo 04/04/13  «Goli Otok necessario contro lo stalinismo», lo ha affermato lo studioso sloveno Joze Pirjevec in un convegno alla Filodrammatica di Fiume

«Goli Otok necessario contro lo stalinismo»


 Lo ha affermato lo studioso sloveno Jože Pirjevec in un convegno alla Filodrammatica di Fiume


 di Andrea Marsanich

 

FIUME L’inferno dell’Isola Calva, Goli Otok, il lager nordadriatico che portò all’eliminazione di numerosi oppositori di Tito, fu una cosa necessaria. Lo ha detto lo storico sloveno Jože Pirjevec, alla tribuna pubblica intitolata “Josip Broz Tito e la sua eredità”, appuntamento tenutosi alla Filodrammatica a Fiume e promosso dalla società che porta il nome del defunto padre – padrone della Jugoslavia, nell’ambito delal promozione della monografia “Fiume e la sua regione ai tempi di Tito”. Pirjevec, che ha aggiunto subito di non essere un apologeta del Maresciallo scomparso nel 1980, ha voluto precisare quanto sostenuto davanti ad un folto pubblico: «Tito era un bolscevico e per anni anche uno stalinista. Aveva capito che per eliminare lo stalinismo nell’allora Federativa doveva usare i suoi stessi metodi. È per tale motivo che nacque il campo dell’isola Calva, dove gli “informbirovzi” dovevano essere isolati. Erano la quinta colonna che alla fine degli anni 40 avrebbe potuto spazzare via la Jugoslavia. Poi va rilevato che i metodi punitivi contro di loro erano bestiali e non necessari, con le responsabilità che vanno addossate a Tito». Soffermandosi su quello che veniva definito «il più grande figlio dei popoli e delle nazionalità della Jugoslavia», Pirjevec ha affermato che sloveni e croati uscirono vittoriosi dal Secondo conflitto mondiale, la qual cosa permise a questi due popoli di avere confini ben definiti. «Senza Tito – così lo storico sloveno – i confini avrebbero assunto altri aspetti. Inoltre il Maresciallo, oltre ad essersi opposto coraggiosamente a Stalin, eliminò l’allora comunità patriarcale, creando i presupposti per una società più moderna e per un socialismo preso ad esempio nei Paesi scandinavi. Alcune idee di questo socialismo dal volto umano sono tuttora presenti in Svezia». Pirjevec non ha rivolto solo parole di encomio all’indirizzo del Maresciallo, rilevando che il suo errore più grande fu commesso nel 1971 e 1972, quando decise di eliminare politici che si adoperavano per il miglioramento dell’economia e della democrazia nel Paese, i vari Miko Tripalo, Savka Dab›evi„ Ku›ar, Latinka Perovi„: «Non ci fosse stato il loro brusco allontanamento dal potere, la Jugoslavia avrebbe potuto trasformarsi in una confederazione moderna e non saremmo mai arrivati al 1991 e a quelle tragiche guerre».

 

 

 

 

 

 

 

178 – La Voce del Popolo 04/04/13 Cultura – Una lezione politica ed etica per chi permise lo strazio dell’Istria

Una lezione politica ed etica per chi permise lo strazio dell’Istria

La guerra è finita da qualche anno. La città di Trieste assiste al suo “anno zero” pieno di incertezze e con un futuro ancora da scrivere. In questi anni Giani Stuparich rappresenta una delle voci più vive della cultura triestina. Pur continuando con fervore ad impegnarsi nel campo delle lettere, non interrompe suo impegno civico a favore della città. Ne dà testimonianza attraverso numerosi articoli su riviste quali “Il Ponte” e “Trieste” o su giornali quali “La Stampa” e “Il Tempo”, nonché con le sue prese di posizione sui problemi più scottanti come in occasione del Trattato di pace del 1947. In tale frangente esprime tutta la sua contrarietà, ricordando il dramma degli italiani dell’Istria, della Dalmazia e di Fiume e le responsabilità del governo italiano e delle grandi potenze.

Il futuro pieno di disperata umiliazione Non resta che guardare al passato

Si interroga sul passato e con tono amareggiato sul presente: “Se Trieste avesse seguito, alla fine di questa guerra, la sorte di tutte le altre città italiane, forse questi miei ‘ricordi’ non sarebbero nati. Ma, mentre i nostri fratelli d’Italia poterono, negli ultimi giorni d’aprile del 1945, sentire che finiva veramente per loro un funesto periodo e se ne apriva uno nuovo, anche se duro, per la rinascita, noi triestini vedemmo rispondere al nostro anelito di libertà prima coi quarantacinque giorni [in realtà furono quarantadue, N. d. R.] dell’occupazione jugoslava, poi con quella anglo-americana, infine col dono beffardo del Territorio Libero e la mutilazione dell’Istria.

Fu in questi tempi di disperata umiliazione che, non potendo rivolgere l’animo al futuro, io mi volsi al passato, non come chi cerchi di consolarsi d’un passato felice, ma come uno che frughi in anni considerati perduti, per vedere se non fosse rimasto qualcosa di positivo, di cui far tesoro nella miseria e nell’avvenimento presenti”.

Nelle sue vene scorre sangue lussignano, e brucia la delusione per la perdita dell’Istria, la terra della sua infanzia, spesso proposta nelle sue pagine. Stuparich non perdona ai governanti “di aver permesso lo strazio di Zara, di Fiume, il suicidio di Pola e la tragedia di tutte le nostre belle città istriane, italianissime fin nelle pietre”. E i ricordi contano per Giani; sono ricordi familiari, legati al territorio, l’Istria e a Lussino specialmente. È una memoria necessaria per decifrare il complesso e contrastato dna del territorio.

Testi che hanno il sapore dell’inedito

Riflessioni raccolte in numerose carte che da anni attendono di essere ripubblicate. Una parte di questo corpus è ora impresso in “Un porto tra mille e mille. Scritti politici e civili di Giani Stuparich nel secondo dopoguerra”, a cura di Patrick Karlsen (Edizioni Università di Trieste, 2013, pp. 139, 13 euro) con prefazione del rettore dell’Ateneo triestino, Francesco Peroni, e postfazione di Fabio Forti, presidente dell’Associazione Volontari della Libertà di Trieste.

Il volume vuole idealmente concludere il ciclo del cinquantenario della morte di Stuparich (1961 – 2011) mediante la pubblicazione di un’ampia selezione degli interventi di carattere politico e civile che egli redasse nel secondo dopoguerra per alcune delle testate di maggior diffusione (tra cui “Il Ponte”, dell’acuto giurista e letterato Piero Calamandrei, “L’Italia Libera”, “La Stampa”, “Epoca”, “Il Corriere della Sera”). Molti di questi scritti da allora non hanno più trovato diffusione e leggerli oggi hanno il sapore dell’inedito.

Mi riferisco a “Saluto alla vita (lettera agli amici)”, su “Il Ponte” del 1945, “La Venezia Giulia: quale giustizia”, apparso su “Illustrazione italiana” l’anno successivo, “Giornate triestine” su “Mercurio” nel dicembre dello stesso anno sino a “Un porto” pubblicato nel 1960, un anno prima della sua dipartita, nelle pagine de “Il Tempo”.

Quadretti di una città abbandonata al suo destino

Sono dei quadretti in cui si dipinge una città che, abbandonata al suo destino, trova voce per mezzo del suo rappresentante più autorevole, il volontario della Grande Guerra, Medaglia d’Oro al Valor Militare e attento studioso degli eventi storici cittadini. L’uomo, che anche nei tempi bui dell’occupazione nazifascista aveva vissuto con determinazione i tremori e le ansie della sua città. “C’è anche un rapporto fisiologico con la propria città”.

Si riferiva ai giorni bui del 1944, quando l’esercito tedesco imprigionava le rive e i moli di Trieste nel filo spinato dell’Adriatische Kustenland. Il suo animo era sopraffatto da nausea e pietà insieme: l’abominio di quella violenza gli si rivelava in tutta l’empietà proprio perché a uscirne umiliata era la coscienza di tutta una città avvilita nel presente, ma più ancora nelle memorie del suo passato.

Libertà, democrazia, nobiltà d’animo

Noto è il suo discorso, pronunciato durante una cerimonia commemorativa sul colle di San Giusto il 4 novembre 1948, accennando alla responsabilità generazionale per la tragedia dell’Italia invasa e divisa; se “la guerra del ’15-’18 fu una guerra di rivendicazione e di giustizia”, e la redenzione della Venezia Giulia “epilogo glorioso”, ciò che seguì fu la “più dolorosa tragedia della nostra Patria”.

Ma se l’Italia si salvò, grazie anche al contributo degli eserciti alleati, “lo si deve agli italiani stessi, che insorsero prima spiritualmente nella loro coscienza, nei loro sentimenti, e poi fisicamente nelle capanne e nelle officine, per i monti e per le città, da per tutto, in una lotta oscura, difficile, doppiamente ingrata e dolorosa, ricca di sacrifizi e di sangue. Ma in questa lotta e con questa lotta essi dimostrarono al mondo che l’Italia amava la Libertà, combatteva per la Libertà, sapeva morire per la Libertà e la Giustizia”.

Valori da riscoprire in una realtà in crisi di ideali

Dall’antologia emerge l’intensità dell’impegno civile profuso da Stuparich al momento in cui, ritrovata la libertà, si apriva per il Paese e per il confine orientale italiano una stagione densa di contraddizioni, capace di mescolare come poche altre angoscia e speranza, entusiasmo e disillusione. Giani ripropone nel discorso pubblico i valori a cui si ispirò nell’opera di tutta una vita, mai disposto a transigervi, sempre pronto a pagare in prima persona: la democrazia e la giustizia, il sentimento di una Patria aperta e inclusiva, la fiducia in un’Europa di nazioni libere e solidali. A mezzo secolo dalla sua scomparsa, di questi ideali Trieste e l’Italia continuano a sentire il bisogno; della nobiltà d’animo che li ha sorretti, il riverbero ancora è vivo.

Patrick Karlsen ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università di Trieste; in seguito è stato borsista all’Istituto italiano per gli studi storici “Benedetto Croce” di Napoli. Si occupa delle culture politiche di Trieste e della Venezia Giulia nel Novecento e di storia del comunismo internazionale.

Francesco Cenetiempo

 

 

 

 

179 – Luoghi dell’Infinito – Aprile 2013 n° 172 Partenze – L’esilio e la memoria

partenze

 

L’esilio e la memoria

 

di Antonia Arslan

 

E il Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e al gigantesco esodo degli istriani e dalmati verso l’Italia, dopo la Seconda guerra mondiale. Viene celebrato un po­co in sordina: ancora oggi, non tutti i morti sono uguali davan­ti alla memoria storica, come viene rappresentata e divulgata nel nostro Paese. Eppure, sarebbe ora che le considerassimo tutte sullo stesso piano, le vittime: tutte insieme in quel pozzo nero del Novecento che le ha inghiottite. Questo pensavo visi­tando con mia figlia, nella mia città di Padova, una mostra di foto sull’Istria.

 

Sfilavano davanti ai miei occhi ammirati i pannelli dedicati ciascuno a un luogo, città o paesaggio, da Capodistria a Pirano, da Pola alle saline di Sicciole, a un bellissimo lago nell’interno: monumenti e chiese, palazzi veneziani e leoni di San Marco, umili case di pescatori e piazzette romite, castelli, altane sul mare e paesaggi incantati. E ancora albe e tramonti, resti romani, e tanto, tanto mare… Ma la sequenza delle foto, viste una dopo l’altra, trasmetteva alla fine un’impressione di sottile angoscia, di vuoto, di solitudine: mancava la gente, mancavano gli esseri umani. E furono i pannelli all’inizio del percorso della mostra a offrirci una prima spiegazione. Erano fotomontaggi di docu­menti d’epoca, riguardanti la vita delle comunità istriane: ma­trimoni e fogli di congedo militare, festività, occasioni diverse di lavoro e di gioia. Ma le persone, le umili vite delle donne e degli uomini protagonisti di quei documenti, non erano più là, nei luoghi che potevamo ammirare nelle foto successive. Mi strinse il cuore la percezione visiva dell’assenza: quei paesi erano vuoti, gli istriani erano stati scacciati dalla loro terra, dal loro giardino dell’Eden. E mi tornarono in mente tutte le partenze, gli esodi: il fiume incalcolabile di persone (gente comune, gente semplice e attaccata al luogo natale) che la follia dei grandi e dei potenti del Novecento aveva inesorabilmente allontanato dalle loro contrade. Il secolo dei genocidi, si è scritto; ma anche, paralle­lamente e con conseguenze altrettanto devastanti, il secolo de­gli esodi forzati, degli espatri, degli abbandoni.

 

Mia zia Henriette, sopravvissuta in modo drammatico al ge­nocidio degli armeni, diceva sempre che non sentiva di appar­tenere a nessun luogo, che non aveva nessuna lingua materna. E io mi domando: quali saranno state le conseguenze di questi immensi sradicamenti forzati, dagli armeni ai greci, dagli ucrai­ni ai cosacchi, agli istriano-dalmati, sul sistema di valori e di consuetudini, materiali e spirituali, sulle tradizioni, sulla perce­zione della realtà, sul rapporto con la vita insomma, di tutte queste povere creature di Dio?

 

 

 

 

 

 

180 – La Voce del Popolo 02/04/13 Due alternative all’architettura di regime

Due alternative all’architettura di regime

Mentre in Europa nasceva e si diffondeva il Movimento Moderno, in Italia la ricerca di un’architettura nazionale come elemento di propaganda fascista determinò l’imporsi di uno stile che fondeva classicismo e innovazioni razionaliste in una forma di monumentalismo privo di decorazioni. Alcuni gruppi di architetti proponevano, invece, soluzioni differenti destinate ad avere meno fortuna in un tale clima politico. Tra questi Vincenzo Fasolo (1885 – 1969), che iniziò la professione prima della salita al potere di Mussolini, e Giuseppe Pagano Pogatschnig (1896 – 1945), che cominciò ad esercitare in quegli anni.

Entrambi ebbero origini giuliano-dalmate e operarono in gran parte nel periodo fascista, ma arrivarono ad esiti assai eterogenei, mossi da posizioni politiche e influenzati da figure professionali diverse. Lasciarono la terra d’origine in giovane età rimanendone molto legati, operando principalmente a Roma e a Milano.

Pagano fu attivo in ambito politico, partecipò alle vicende italiane, prima come fascista poi come antifascista, e divenne promotore dell’architettura razionale aderendo al Movimento Moderno europeo. Fasolo, invece, si dedicò di più all’insegnamento e fu maggiormente ispirato dal gusto Art Nouveau arrivando a posizioni medievaleggianti. Essenziale per comprendere tali differenze è considerare gli anni che separarono l’inizio dell’attività professionale dei due, la passione per la storia e il disegno di Fasolo e l’adesione ai principi funzionalisti per Pagano.

Dall’antico al nuovo

Vincenzo Fasolo nacque a Spalato nel 1885 dalla quale si trasferì presto fino ad arrivare nel 1905 a Roma, a seguito della morte del padre, dove svolse i suoi studi e dove lavorò per molti anni per il Comune dal 1912 al 1936. Insieme a Marcello Piacentini, Gustavo Giovannoni, Arnaldo Foschini e Manfredo Manfredi fu promotore della Scuola di Architettura di Roma, che diventerà la prima facoltà di architettura in Italia, della quale fu professore di Storia e Stili dell’Architettura. Suo maestro fu proprio Gustavo Giovannoni da cui riprese un metodo che sosteneva lo studio dell’antico quale strumento imprescindibile per le nuove creazioni e una maniera progettuale visionaria con modelli ripresi dalla tradizione. Quando esordì nella professione, nel primo decennio del ’900, l’ambiente romano era lontano dalle innovazioni proposte dalle avanguardie europee e tentava un rinnovamento in chiave romantica dello stile tradizionale attraverso l’esaltazione delle architetture minori e del pittoresco.

Marginalizzato dall’ala accademica

Il suo stile fu variegato ed eterogeneo: nella Casina delle Civette a Villa Torlonia usò una grande varietà di materiali e particolari decorativi, mentre nel ponte Duca d’Aosta ricorse a volumi nitidi e forme pulite. Emblematica è la sua partecipazione nel 1929 insieme al gruppo “La Burbera” a un progetto di Piano Regolatore che si contrappose al progetto del GUR (Gruppo Urbanisti Romani), tra cui Marcello Piacentini. Mentre questi ultimi proponevano nuove tecniche urbanistiche e puntavano su un modello alternativo di decentramento territoriale orientale della città, il gruppo “La Burbera” confermava la tradizione con un piano fondato sull’intersezione tra cardo e decumano, secondo il modello romano. Tale contrasto evidenziò la rottura che avveniva in quegli anni tra l’ala accademica e quella modernista. Quando prese piede lo stile imperiale del modernismo moderato, di cui Piacentini divenne esponente, Fasolo venne marginalizzato nell’ala accademica e non partecipò alle grandi trasformazioni urbanistiche degli anni ’30 (come la Città Universitaria e l’Eur).

Arte e impegno civico

Giuseppe Pagano nacque a Parenzo nel 1896. Il suo senso civico lo portò a battersi per il compimento dell’unità nazionale e ad arruolarsi volontario nell’esercito italiano cambiando il suo cognome da Pogatschnig a Pagano. Questa esperienza segnò profondamente il suo spirito al punto tale da non abbandonare mai più la causa sociale e l’impegno per la nuova patria. Aderì in un primo momento al partito fascista considerandolo il possibile strumento per un rinnovamento nazionale e illudendosi di poter conciliare i temi del Movimento Moderno con quelli del regime, ma se ne distaccò nel 1942 divenendone un accanito oppositore, contrasto che non mancò di manifestare apertamente dalle pagine di “Casabella”, rivista che diresse dal 1931 al 1943. Sotto la sua direzione “Casabella” divenne un canale di comunicazione collettiva in cui discutere non solo d’architettura, ma una finestra sul mondo, sulle esperienze e le tecnologie più all’avanguardia. Diverse le ragioni che lo allontanarono dal regime. Da un lato l’impossibilità di conciliare il suo impegno civile e la sua visione della società con il fascismo; dall’altro l’adesione all’architettura razionale aperta alla tradizione modernista europea in contrasto con la retorica accademica e monumentalista che assunse in quegli anni il ruolo di architettura nazionale.

Sostenitore del razionalismo

Per tali motivi va sottolineato il contrasto che caratterizzò il rapporto tra Pagano e Piacentini, considerato l’architetto del Duce. Pagano, sostenitore del razionalismo, pensava che l’architettura potesse operare profonde trasformazioni nella qualità della vita di tutti e sosteneva la necessità della rinuncia a ogni ricerca individuale in favore della costruzione di una qualità complessiva dell’ambiente che fosse il risultato di un’adesione collettiva alla semplicità formale. In questa ottica va interpretato, oltre all’interesse per l’architettura rurale, l’Istituto di Fisica dell’Università La Sapienza di Roma del 1935, intervento al quale era stato chiamato da Marcello Piacentini, responsabile del piano. Seguendo rigidamente un criterio funzionalista, organizzò l’edificio su tre nuclei, chiaramente identificabili, che risolse in chiave esclusivamente volumetrica. L’opposizione tra i due architetti era poco evidente e Pagano aderiva ancora al fascismo, ma già in questo intervento è chiaro come fossero opposti e discostanti i punti di vista. Se da un lato Piacentini elaborò un impianto urbanistico basilicale in cui gli edifici erano pensati come fondali di quinte sceniche, dall’altro Pagano progettò invece un edificio dimesso e funzionalista.

Più forte divenne, invece, il contrasto in occasione di un altro grande intervento di carattere urbanistico e architettonico nella capitale: l’Eur. Il piano venne affidato nel 1937 ad un gruppo iniziale composto da Pagano, Piacentini, Piccinato, Rossi e Vietti, ma nel 1938 il progetto venne rielaborato con Piacentini a capo e gli altri relegati a ruoli marginali di collaborazione. Giuseppe Pagano criticò aspramente l’esito dell’intervento e dalla rivista “Casabella” ne sintetizzò i risultati parlando di “inutili colonne e archi posticci” e di “decadenza del gusto e povertà di fantasia”. Amareggiato dagli eventi politici e sociali che stavano segnando la storia del Paese, l’architetto giunse alla definitiva consapevolezza del crollo della sua fede fascista e passò alla Resistenza. Trascorse gli ultimi anni a combattere per la libertà del popolo italiano e pagò con la vita il suo impegno morendo nel campo di concentramento di Mauthausen nel 1945.

Due figure diverse

Dunque le posizioni dei due architetti furono radicalmente diverse. Vincenzo Fasolo, influenzato da una corrente tradizionale e pittoresca, che si collocava nel filone che aveva visto, in particolare a Roma, la nascita di grandi interventi con un gusto medievaleggiante e che aveva i suoi maestri in Giovannoni e Marconi, predilesse sempre l’insegnamento della storia e del disegno. Pagano fu invece un personaggio più controverso, che non si risparmiò né nell’attività politica né in quella di architetto, aderendo ai principi del Movimento Moderno e impregnandoli di forte contenuto sociale. In un momento in cui si imponeva quello stile imperiale e fascista, che in Marcello Piacentini ebbe il suo più fortunato esponente, si batté sempre per diffondere i principi di una nuova architettura al servizio della società.

Eufemia Giuliana Budicin

 

 

 

 

181 – Luoghi dell’Infinito – Aprile 2013 n° 172 Istria, crocevia di culture

Istria, crocevia di culture

 

Nel corso dei secoli italiani e slavi avevano data vita ad una convivenza originale e creativa, che solo i nazionalismi nati altrove hanno potuto offuscare. Ma non sradicare , come insegnano le pagine di Fulvio Tomizza

 

Testo di Ulderico Bernardi

 

Aveva trentaquattro anni Gra­ziadio Isaia Ascoli, già noto per i suoi stu­di linguistici, quando nella natia Gorizia propose la tripartizione delle Venezie che avrebbe avuto larga circolazione successi­va. In quel 1863 Venezia Tridentina, Ve­nezia Euganea e Venezia Giulia erano ancora sotto il dominio dell’Impero au­striaco, ma il sostrato etnico italiano aspi­rava a congiungersi al resto del Regno, nato da solo due anni, dove l’idioma di Dante era suggello di un’appartenenza condivisa. Il suo pensiero avrebbe ispira­to anche l’ideale federalista di Carlo Cat­taneo. Ma il demone del fanatismo na­zionalista avrebbe insidiato queste spe­ranze e in meno di un secolo avrebbe ge­nerato mostri sanguinari.

 

Le terre orientali d’Italia pagarono un prezzo enorme in vite umane, con due guerre mondiali, con una guerra civile che ebbe nome Porzùs, con gli infoibamenti e infine con l’esilio forzato dal delirio con la stella rossa, che vide trecentomila cit­tadini italiani — ma anche croati e sloveni – abbandonare le province di Zara, Fiu­me e Pola, per sfuggire allo schiacciamen­to della coscienza nazionale. Ora la Ve­nezia Giulia esiste solo nelle vecchie carte geografiche e nella memoria dolorosa di chi dovette abbandonarla, anche se una piccola parte ne perpetua il ricordo, con le province di Trieste e Gorizia. La sua porzione più cospicua – l’Istria, le città e le isole del Quarnaro, Zara romana e ve­neta — sono oltre i confini che le perver­sità della storia hanno tracciato, in un bilancio perdente per chi se n’è andato e per chi è rimasto. Mentre i popoli di quelle terre, vissuti per secoli nella pacifica convivenza, patiscono ancora della cata­strofe etnica che li ha colpiti.

 

L’Istria è un abecedario spalancato sul­le culture. Paese di parlari mischiati, di vino schietto, d’olio, simbolo dorato del­la mediterraneità, di pescato fragrante. I drammi istriani sono stati sempre allesti­ti dall’esterno, da dominanti estranei alla mentalità della penisola, anche se parla­vano la lingua di uno dei suoi popoli. Così un luogo di convivenze ha subito e subisce continui oltraggi. Su quei popoli vecchi e nuovi nazionalismi hanno spar­so il sale avvelenato dell’intolleranza. Chi visita l’Istria compie un pellegrinaggio di memoria, per i molti segni di patrie perdute che questa terra conserva. Ma al tempo stesso avverte la percezione di camminare lungo la fresca via del matti­no d una umanità che avrà in orrore le prigioni, etniche o d’altro genere, men­tre vive sommessamente ogni giorno la speranza tenace di aria nuova per le sue tante culture.

 

Il Novecento, spirato nel rinnovato or­rore delle pulizie etniche ai quattro canti del mondo, ci ha portato via lo scrittore istriano Fulvio Tomizza. Una perdita grave per l’Europa e l’Istria delle diversi­tà. Nodo cruciale della sua ispirazione, vena memoriale che ha alimentato i bat­titi della sua feconda creatività, è stato il vincolo con Materada, nell’Istria conta­dina così prossima e così lontana dalle marine. Il paese natale di Fulvio è a mez- zavia tra Buie, alta sulle colline, e Umago, affacciata all’Adriatico. I borghi tutto attorno sono stati sempre di lingua mi­sta, parlata veneta e dialetto croato. Su di loro si sono abbattuti come cataclismi politici i nazionalismi: italiano, durante il regime fascista, croato con Tito e dopo. Dietro di sé hanno lasciato una scia di drammi umani, di sofferenza, morte, sradicamenti di esuli. Lacerando nell’in­timo l’anima di chi sentiva la sua umani­tà determinata proprio dal mescolarsi nel profondo di due culture. La storia do­vrebbe essere ben nota. Purtroppo, per tanta parte degli italiani e dei croati, di oggi e di ieri, così non è. L’ignoranza del­la storia è sempre causa d’intolleranze. Sollecita prevaricazioni, stabilisce gerar­chie odiose, semina diffidenza e avalla la persecuzione di chi è impuro, meticcio. Con modestia pari alla tenacia, Fulvio To­mizza s’impegnò a riscattare questa con­dizione. Non solo. Muovendo dalla sua appartenenza locale guidava a riflettere sull’universalità della mescolanza. Della sua terra d’origine faceva il mondo. Nel cuore e nella mente Tomizza ripercorreva di continuo il filo delle migrazioni che avevano ripopolato spesso la sua terra. Dopo le pesti, dopo tante scorrerie san­guinose del Turco nei domini veneziani di Dalmazia, Albania e Grecia. La sua gente veniva da tante parti, dai luoghi in fondo all’Adriatico, ma anche dalla Car- nia, dalle groppe più povere dell’alta col­lina vicentina, dai coltivi sabbiosi dell’en- troterra chioggiotto, dalle valli bergama­sche partecipi dello Stato di San Marco.

 

Illirici, slavi, veneti, greci avevano rim­pastato le loro vite e costruito un’identità comunitaria, che per- consolidarsi aveva bisogno di stabilire i confini con l’estra­neità. Per la gente di questa manciata di villaggi, dove la vigna aveva preso il po­sto delle macchie di roveri solo a prezzo di enormi fatiche e di fede messa alla prova, l’altro – le altre culture fondate su appartenenze definite da tempo — viveva a un tiro di schioppo, nella cittadina di mare con l’intero filo azzurro che la lam­bisce e che gli sta davanti e, alle spalle, il centro urbano appollaiato sul primo dei colli che introduce in un territorio molto meno ospitale, tra gente ancora più spar­sa, avventizia e tribolata. Il circondario collinare di Buie e il litorale di Umago mischiavano veneto e slavo. Su quella che fu per secoli la frontiera tra impero vene­ziano, dei marcolini, e dominio asburgi­co, degli imperiali.

Di tutto questo era perfettamente con­sapevole, nella sua vasta cultura di ricer­catore e di curioso del mondo, Fulvio To­mizza. Su di ogni altra cosa deciso, man mano che veniva crescendo in età e in consapevolezza delle sue radici: della sua volontà di non dover più scegliere tra le diverse e magari opposte componenti di sangue, di cultura, di mentalità, ma ten­tando piuttosto di accordarle, ricono­scendole proprie di un uomo di frontie­ra, sentendole stimolanti anziché gravo­se. Una scelta, nelle parole di Tomizza, che aveva e ha un carattere prevalente­mente morale e riparatore. Per gli infiniti torti che in queste terre si sono commes­si, e si persevera a commettere, nei con­fronti della condizione umana, mai restringibile entro una sola appartenenza. Le esperienze dell’età matura ci faranno talvolta innamorare di luoghi magari lon­tani. Accade al cuore di riconoscersi in qualche paesaggio, o di intravedere nel lampo di un’espressione che corre sul vol­to di una persona sconosciuta sembianze dei propri paesi. Suggestioni preziose, che d’improvviso illuminano sulla fon­damentale unità delle culture umane. In fondo, nel nostro viaggiare è questo che andiamo cercando: una conferma di identità nella diversità. Non è una con­traddizione. E che ogni confronto con le comunità di altra lingua, di altri mangia­ri, di comportamento differente rispon­de al bisogno di vedere soddisfatta la cu­riosità sul mondo, mentre rassicura sul valore di ciascuna appartenenza. Com’è facile capirlo, girando l’Istria. Nell’aria che sa di mare e di sassi, camminando sulle colline, in campagne silenziose ve­gliate da una chiesetta rustica, percorren­do vie sinuose di città e villaggi in pietra bianca, appena sporcata dal rosso di una terra viva di umori, l’occhio alzato al cam­panile d’impronta veneta, ascoltando l’onda verde dell’Adriatico che batte la scogliera, nel brusio di voci che mescola­no dialetti e lingue. È come se l’intero pianeta si raccogliesse in quest’angolo, offerto ai sensi del viaggiatore. Perché il fascino immediato dell’Istria è nelle sue diversità, sulla porta di casa. Senza fare il giro del mondo, è dato a tutti di respira­re l’aria delle sue differenti culture, appe­na qualche chilometro oltre la soglia di Trieste. È la seduzione dei rapporti fra na­tura e cultura, così espliciti e immediati nello scenario ambientale, dove le asprez­ze del paesaggio carsico e la dolcezza del­le doline coltivate con amorosa cura dan­no ancor maggiore risalto all’eleganza di antiche architetture rurali e alla bellezza dei centri urbani.

Ma non sono solo questi contrasti ad avvincere. C’è in più la malia che viene da lingue mischiate e vino schietto, la naturalità plurietnica, e la sapienzialità del prodotto tipico. C’è più da imparare in un bicchiere di malvasia bevuto al banco di un’osteria istriana, immersi in una girandola di voci venete, croate, slo­vene, che in un intero trattato sul valore della multiculturalità. Sono canti e be­stemmie, risate e urla, convivialità e se­paratezze insopportabili. Un grande te­stimone della multiculturalità adriatica, il veneto di Dalmazia Niccolò Tomma­seo, scriveva nella natia Sebenico: «Havvi dei popoli o dei frammenti di popoli, posti dalla Provvidenza siccome pronti dall’una all’altra nazione e civiltà; e tale è l’Istria tra Italia e Slavia; e tale è tutta quella costa del mare Adriatico, che con meno di mezzo milione di abitanti è de­stinata a operare grandi cose, se la pauro­sa tracotanza di quei che governano non gliele proibisce!». Mai profezia di scritto­re politico fu più confermata. Purtroppo. Perché quei popoli sono stati dilaniati ferocemente, in ogni loro componente. Non fosse per le antiche ferite della sto­ria, sulle quali nuovi nazionalismi spar­gono talvolta il sale avvelenato dell’intol­leranza, l’Istria sarebbe nelle migliori condizioni per fornire al mondo l’imma­gine esemplare di quanto possa essere fe­condo l’incontro fra culture.

 

La civiltà veneta fiorì in uno Stato esteso tra le Alpi orobiche e le isole gre­che. Un impero da Mar e da Tera con ca­pitale Venezia, nata da Attila come il se­reno dal vento, nella felicissima immagi­ne di Ippolito Nievo. L’Istria era la soglia e lo snodo del Serenissimo Dominio. Qui le grandi navi che percorrevano di continuo 1 Adriatico trasbordavano le merci preziose d’Oriente su navigli adat­ti alle basse acque lagunari. Qui si cavava la magnifica pietra bianca per campi e campielli, palazzi e chiese, e si traevano i roveri destinati all’arsenale. Qui convive­va serenamente la varietà di popoli che componevano la repubblica dei dogi. Mettevano a confronto le loro intelligen­ze slavi, italici, illirici e greci, dalmati e morlacchi, albanesi, montenegrini, in un rimescolio di autoctoni e trapiantati du­rato otto secoli, tra spopolamenti causati da pestilenze e carestie, e nuovi insedia­menti di genti convogliate nella penisola istriana per mare e per terra. Lo Stato ve­neto ha nutrito la forte pianta multietni- ca con largo spirito di tolleranza. Fino alla sua caduta, quando la catastrofe dei nazionalismi d’ogni colore l’ha sradicata selvaggiamente, spargendo semi d’odio, in un turbine di violenza. La componen­te latina ne ha sofferto in modo atroce, fino a esserne sopraffatta. Quanto è ri­masto del suo valore andava difeso con coraggio e tenacia, in nome del diritto universale delle genti a preservare la propria identità. Di tutto questo conserva memoria e testimonianza la componen­te italiana ancora presente in Istria, che ha il suo archivio vivo nel Centro di ri­cerche storiche di Rovigno, diretto da Giovanni Radossi. Che ha raccolto amo­rosamente le sopravvivenze della topo­nomastica originaria, delle parlate locali, dei blasoni comunali, delle architetture tipiche e i censimenti, i mestieri, l’archeo­logia, le storie dei paesi. Il tutto poi è confluito nei volumi pubblicati dal Cen­tro rovignese.

Testimoniando un patrimonio d’arte e di cultura che in questo breve spazio, compreso fra Trieste e il golfo del Quar­naro, ha annoverato poeti e pittori di fa­ma, musicisti e scrittori usciti dal cro­giolo riscaldato alla gran fiamma della scuola veneziana. Briosa come una sona­ta per violino di Giuseppe Tartini, piranese, e terragna come una fertile pagina di Fulvio Tomizza, di Materada; aggra­ziata come un brano di Pier Antonio Quarantotti Gambini nei soggiorni ca- podistriani di Semedella, e vivace quan­to le Nozze istriane di Antonio Smareglia di Pola, città dov’era nato anche Ser­gio Endrigo. Percorrendo questo scena­rio spazio-temporale, fecondato nei se­coli dagli umori veneziani, si comprende quanto siano disumane le arroganze ideo­logiche decise a cancellare le esigenze di radicamento di una comunità, duramen­te provata dall’esodo quanto fiera della propria autoctonia, a prescindere dalla lingua parlata.

 

Ulderico Bernardi

 

 

Letture

Dario Alberi, Istria. Storia, arte, cultura (Lint 1997). La guida più completa e dettagliata degli oltre 1500 borghi, paesi e città compresi nel territorio istriano, con la loro storia, le opere d’arte, le specificità, nell’lstria Bianca, Istria Verde e Istria Rossa. Con disegni di mappe e indicazioni stradali. L’indice dei luoghi riporta i nomi in italiano e in croato o sloveno: dal confine di Albaro Vescovà/Skofije fino al Quarnaro, per complessive 2000 pagine. Dello stesso autore: Dalmazia (Lint 2008).

 

Ulderico Bernardi, Istria d’amore. L’Istria, magico frammento d’Europa (Santi Quaranta 2012). Dedicato alle glorie e ai misfatti di questa terra mista di culture e di natura. Conosciuta camminando per sentieri campestri e lungo le strade costiere, visitando i cimiteri dalle lapidi in più lingue e sostando nelle osterie dove risuonano parole venete e dialetti slavi. Ricordando in particolare lo scrittore Fulvio Tomizza, cantore di questa realtà composita che i nazionalismi hanno sconvolto.

 

Lorenzo Nuovo e Stelio Spadaro, Gli italiani dell’Adriatico orientale (Leg 2012). L’opera offre l’opportunità di conoscere e approfondire il contributo che la popolazione di lingua italiana ha dato alla civiltà dell’Adriatico orientale, da Trieste alla Dalmazia, particolarmente sotto l’aspetto politico, prendendo le distanze dagli opposti nazionalismi che, con i loro furori monoetnici, hanno divelto la pianta della convivenza e causato sofferenza, esodi e morte.

 

Fulvio Tomizza, Trilogia istriana (Mondadori 1968). Raccoglie le prime opere del prolifico autore istriano, dove, con pagine di straordinaria suggestione, si racconta la vita nei villaggi di cultura mista nell’lstria interna, sconvolti dalPawento del comuniSmo jugoslavo, con le sue pretese di sradicamento e la sua violenza antitaliana. Chi scelse la via dell’esodo si trovò ad affrontare le difficoltà dei campi profughi e una dolorosa esperienza di trapianto. Per comprendere appieno il valore di questo autore, va letto anche La miglior vita (Mondadori 1977), disponibile in molte edizioni, anche recenti. Romanzo di rara bellezza sulla figura di un sacrestano, che accompagna i mutamenti in un villaggio dell’lstria veneta e slava.

 

Informazioni pratiche

Lingue e monete.Oggi l’Istria è divisa in ben tre Stati. La gran parte della penisola – da Pirano ad Abbazia – è in territorio croato, mentre la porzione più settentrionale appartiene alla Slovenia (Isola d’Istria, Portorose, Pirano, Capodistria) e all’Italia (Muggia, San Dorligo della Valle). Gli italiani sono circa trentamila su una popolazione complessiva di 175mila persone; l’italiano è comunque compreso da tutti. L’euro, corrente in Italia e Slovenia, è generalmente accettato anche in Croazia, accanto alla locale kuna. Come arrivare. Dalla tangenziale di Trieste, collegata all’autostrada A4, un raccordo consente di raggiungere la superstrada slovena H5, che a sua volta presso Capodistria prosegue nell’autostrada croata A9 fino a Pola, città servita anche da un aeroporto e da una stazione ferroviaria, capolinea della Ferrovia istriana (raggiungibile da Trieste via Divaccia, in Slovenia).

Documenti.Carta d’identità. Italia e Slovenia, membri dell’Unione Europea, fanno parte dell’area Schengen; il prossimo 1° luglio anche la Croazia entrerà nella Ue.

Informazioni.Informazioni turistiche: Istria italiana, benvenutiamuggia.eu; Istria slovena, slovenia.info;

Istria croata, istra.hr. Centro di ricerche storiche di Rovigno (piazza Matteotti, 13): +3855281 1133, crsrv.org; Unione Italiana (via delle Pile, 1 /IV – Fiume): +38551338285, unione-italiana.hr.

 

 

 

 

 

 

 

182 – La Voce del Popolo 03/04/13  Cultura – Aspettando «Marco Polo» veicolo di multiculturalità

Aspettando «Marco Polo» veicolo di multiculturalità

«Un cast importante, formato da persone provenienti da vari Paesi d’Europa, rispecchia e testimonia ancora una volta la grande tradizione multiculturale fiumana». Con queste parole l’ambasciatore croato in Italia, Damir Grubiša, ha aperto la conferenza stampa di presentazione dell’opera “Marco Polo”, di Daniele Zanettovich, evento che unisce tre Paesi: l’Italia, la Croazia e l’Austria.

La prima dello spettacolo, la cui regia è stata curata da Ozren Prohić, è in programma il 24 aprile al Teatro nazionale croato “Ivan de Zajc” di Fiume. Protagonista la figura del celebre viaggiatore. Una bella sfida, che è stata anticipata alla stampa a Roma, con tanto di saluto musicale da parte del grande violista fiumano Francesco Squarcia, da anni residente nella capitale italiana.

All’incontro romano la prima a intervenire è stata Enrica Guarini, direttrice dell’International Artistic and Cultural Centre di Roma. “Tutti noi conosciamo più o meno ‘Il Milione’, se non altro ne abbiamo sentito parlare. Ricordo che mio padre nella sua libreria ne aveva una copia in grande formato tutta azzurro e oro. Lo stupore destato in me dal sapere che un ragazzo di soli diciassette anni avesse avuto la possibilità e il coraggio di affrontare un viaggio simile, impiegando più di tre anni per arrivare dall’altra parte del mondo, è rimasto per sempre impresso nel mio cuore”.

Il percorso di Marco Polo potrebbe rappresentare metaforicamente la vita stessa dell’uomo, con le ansie, la sete di sapere e soprattutto la curiosità che la caratterizzano. Quella curiosità costruttiva che porta, a volte, a realizzare imprese straordinarie, come è accaduto alla signora Guarini. “L’idea di un’opera in musica avente come soggetto questo personaggio storico – spiega ancora la direttrice – mi era già nata nel lontano 2004. Erano in vista le Olimpiadi di Pechino e decisi di realizzare un concorso internazionale di composizione incentrato su tale argomento”.

Durante i lavori insorsero però delle difficoltà e il concorso non riuscì a concretizzarsi. “Quando ormai stavo per rinunciare, la contessa Margherita Cassis Faraone di Terzo di Aquileia, già mia sponsor per altre manifestazioni, si offrì di sostenere l’idea a patto che per realizzarla non si ricorresse a un concorso, ma ci si rivolgesse direttamente a un autore italiano e soprattutto del Friuli Venezia Giulia, regione in cui il nome Cassis Faraone è presente da più di tre secoli”.

 Fu così che la scelta ricadde su Daniele Zanettovich, triestino doc e compositore italiano tra i più conosciuti. Egli accettò di musicare il soggetto, sviluppato in forma di libretto d’opera dal giovane milanese Fabio Ceresa, basandosi liberamente sui capitoli 40, 41 e 42 del “Milione”.

Il TNC di Fiume ha accettato di rappresentare questo prezioso lavoro con cinque recite, di cui probabilmente una a Zagabria. Soddisfatta Nada Matošević Orešković, sovrintendente dello “Zajc” e direttore d’orchestra. Non è facile avere il coraggio di rischiare proponendo una nuova opera in un periodo di così forte crisi. Matošević Orešković ha accennato alle difficoltà riscontrate nell’allestire un’opera di questa portata, sia tecnica che temporale (lo studio è durato due anni) e di quanto non sia facile crearne una nuova, che comporta sicuramente maggiori rischi rispetto alle opere classiche. “È una sfida che ci ha spinti a lavorare tutti insieme su ogni elemento dell’opera. Il teatro – aggiunge – è coinvolto in tutti i settori, da quello musicale a quello amministrativo”

Il regista Prohić ha invece sottolineato l’attualità di molti temi trattati dal “Marco Polo” e la forte potenza evocativa contenuta nel testo, come la descrizione del potere politico, soprattutto dal punto di vista umano, e le manipolazioni, le droghe e i falsi idoli di cui fa uso la Setta degli Assassini. “Le sue pagine del ‘Milione’ ispirano ancora oggi numerosi scritti di letteratura fantastica. Quello che è importante in Marco Polo – conclude il noto regista croato – è il concetto di ricerca, di curiosità, di approccio positivo verso culture e popoli diversi da nostro”.

Silvia Pesaro

 

 

 

 

183 – La Voce del Popolo 02/04/13 Cultura – Cristicchi, l’IRCI, Magazzino 18, la Resurrezione

Cristicchi, l’IRCI, Magazzino 18, la Resurrezione

La musica e un approccio artistico mettono d’accordo tante anime e tante aspettative. È stato un Venerdì Santo fuori dal comune, nella sala grande dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, nella sede di via Torino a Trieste. L’appuntamento per un folto pubblico era con Simone Cristicchi, cantautore affermato che deve la sua notorietà a Sanremo, a vari passaggi sul piccolo schermo, al suo spettacolo “Mio nonno è morto in guerra” nei teatri d’Italia.

La verità è nel dialetto, afferma, lui romano da undici generazioni. Il dialetto è poesia: “Non ho sordi da lasciare in eredità e allora vi lasciò la verità”. Il dialetto è sincero, mentre la lingua è spesso lecchina. “Garbato amore mio, non c’ho voglia di fare il sordato, sono nato per stare co’ te. Se in questa guerra morissi anch’io, amore mio non te disperà che anche lontano dal core c’è sempre un fiore che la guardia te fa”.

“Mio nonno si chiamava Rinaldo – spiega – e aveva sempre freddo, anche d’agosto, se ne stava seduto con le gambe tuffate in una coperta e raccontava della Campagna di Russia. Partirono in tanti, ne tornarono dieci. Gli diedero una medaglia perché era sopravvissuto con quaranta gradi sotto zero, riuscendo a fare i bisogni in meno di dieci secondi”.

E seguendo le piazze del suo spettacolo, Simone Cristicchi, ad un certo punto giunge a Trieste, visita il magazzino 23 in Porto Vecchio alla ricerca di spunti di quella storia che sta proponendo, studiando, analizzando. Viene intercettato e indirizzato a un altro Magazzino, sempre nel Porto chiuso, con un altro numero però, il 18, dove è riunito ciò che rimane delle masserizie degli esuli. È passione a prima vista, voglia di condividere, scatta l’amicizia con Piero Delbello, direttore dell’IRCI… il resto sta evolvendo. “Nel momento in cui i miei occhi cercavano qualcosa, lui (Delbello, ndr) mi ha aperto una grande porta e la sua disponibilità e la passione che mi ha trasmesso hanno fatto nascere delle canzoni”.

Gli altri finalmente «vedono»

Importanti, se si considerano le riflessioni di Chiara Vigini, presidente dell’IRCI, che ha confidato al pubblico la sua perplessità nell’ospitare una serata di musica in un giorno in cui la sua famiglia, fino all’ultima generazione, l’avrebbe considerato inopportuno se non blasfemo. “Eppure – confessa la Vigini – pensandoci, a lungo, ho capito che questo incontro è un segno della resurrezione di un popolo, che gli altri finalmente vedono e ‘cantano’. Allora ho detto sì”.

Nella notte dei miracoli – come nella canzone di Lucio Dalla – un’altra confessione ancora. Piero Delbello introduce l’amico Cristicchi e velatamente aggiunge che arrivano da esperienze politiche molto distanti; del resto, anche il restauro del palazzo che ospita l’IRCI è stato voluto da parti contrapposte – Roberto Menia (destra) e Riccardo Illy (centrosinistra), ricorda Delbello –, e bipartisan è stata l’istituzione del Giorno del Ricordo.

C’è qualcosa, dunque, che si muove al di là di ogni scelta di campo, il fine ultimo, la condivisione di un’idea e di un progetto che hanno trasformato un incontro occasionale, in una splendida sfida. E a ottobre il Teatro Stabile del FVG (il Rossetti) inaugurerà la stagione di prosa con uno spettacolo diretto da Antonio Calenda, affidato proprio a Simone Cristicchi, che presenterà la vicenda dell’Adriatico orientale, intitolato “Magazzino 18”. Lo stesso titolo della canzone inserita nel CD “Album di famiglia”, uscito a ridosso del 10 Febbraio e una delle ragioni dell’incontro con il cantautore a Trieste nei giorni scorsi.

Omaggio a Laura Antonelli e a Sergio Endrigo

Bell’impegno per Cristicchi, che venerdì si presentava a una sala curiosa e severa. L’esodo non è facile da raccontare, ma si può fare, anche partendo da testimonianze minime, con garbo, eleganza, lontano dalla retorica. E da cosa ha iniziato Cristicchi? “Sono romano da generazioni – racconta – e andando a scuola leggevo ogni mattina, a una fermata del bus, Villaggio Giuliano Dalmata. Quante volte mi sono chiesto chi fosse il signor Giuliano Dalmata. Oggi lo so, grazie anche alla collaborazione con Jan Bernas, autore di ‘Ci chiamavo fascisti: Eravamo italiani’, con il quale sto scrivendo i testi dello spettacolo. Ora ho capito chi era quel signore Giuliano Dalmata”.

Che cosa ha scoperto? La profondità delle storie, la magia degli oggetti che raccontano la vita, la bellezza delle donne istriane, decantata nelle città che l’avevano accolte in strutture prive di ogni dignità, trasformate in luoghi dai quali emergere ed andare oltre. Lo canta nel motivo dedicato a Laura Antonelli, da Pola, ultima diva tra le attrici italiane, che con le sue curve morbide è stata il sogno erotico di una generazione ma anche per questo oggetto di cattiveria.

Tra letture di testimonianze dell’esodo, della militanza, dell’ideologia come scelta di vita, canzoni che l’hanno reso famoso come “Ti regalerò una rosa”, e altre in cui si concede senza riserve alla poesia (“Mi manchi, come il mare all’isola…”), ha voluto terminare la sua performance con “1947” di Sergio Endrigo. Lasciando in tutti la pienezza di un’emozione forte. Magia dell’arte.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

 

 

184 – La Lettura – Corriere della Sera 31/03/13 Il Reportage – Balcani senza primavera

Il reportage

Lubiana e Zagabria, Serbia e Kosovo Diario dì una geografia di delusioni

 

Balcani senza primavera

 

«Le pesche sono fuori misura» Il sogno europeo naufraga anche nei mercati ortofrutticoli

 

dal nostro inviato a Lubiana, Zagabria, Belgrado e Pristina FRANCESCO BATTISTINI

 

Fate la carità a un povero pope. All’angolo di piazza Repubblica tira koshava, il vento del Caucaso che ti tiene le mani in tasca e tutto gela, anche il cuore. Non si fanno molti dina­ri, freddo e fretta, ma padre Dimitrije ha tan­ta fame quanta fede. Tredici anni fa, qui si radunava la folla per cacciare Slobodan Milosevic, l’incendiario dei Balcani che aveva perso quattro guerre e troppe vite. Dieci anni fa, qui correva la stessa folla impazzita di furore e di paura, perché poco lontano avevano assassinato il premier liberale Zoran Djindjie e, con lui, l’illusione d’un futuro senza tenebre. Sei anni fa, qui si poteva trovare un impunito sottoscala che vendeva ancora le immaginette sante di Ratko Mladic, il macella­io di Srebrenica, o le t-shirt con l’effigie di Radovan Karadzic, il torturatore di Sarajevo, «sia lode all’eroe serbo»…

 

Adesso, qui c’è padre Dimitrije. Con un pezzo di carto­ne e la scritta a pennarello nero, «aiutatemi», in cirillico. L’amico belgradese che ci accompagna è indignato e stu­pito, ma cosa mi tocca vedere, queste cose non le abbia­mo avute nemmeno negli anni bui delle bombe, immagi­narsi sotto Tito, la Chiesa ortodossa è sempre stata una casta… Ci avviciniamo: padre, ma che fa? Il pope è timi­do, stalattiti di ghiaccio sulla barba, le labbra violacee. Non si vergogna d’una foto e d’un racconto: viene dal con­fine col Kosovo, poi gli albanesi incendiarono la sua casa e lui vagò per mezza Serbia, fino alla capitale. L’hanno ospitato un po’ i confratelli, ma la vita qui è più cara, e bisogna arrangiarsi… «La Madonna provvederà anche a me!», è sicuro Dimitrije, che intanto provvede a sé con la mano a scodella per impietosire i passanti della Mihailovic: «Quand’ero giovane, venivo a San Sava fiero d’onora­re il più grande dei nostri templi. Stamattina, ci sono en­trato per stare un po’ al caldo…».

 

Gli è rimasto un filo d’umorismo: «In vent’ànni ho cambiato quattro passaporti: Repubblica socialista fede­rale di Jugoslavia, Repubblica federale di Jugoslavia, Unio­ne statale di Serbia e Montenegro, Repubblica di Serbia. Eppure, l’unica cosa che si sia mai mossa di qui è la mia fortuna…».

 

illeggere Marx a Lubiana

«È più facile vincere una guerra che gestire un’economia moderna» (VA congresso della Lega dei comunisti, Slovenia 1958)

 

Balkan Memories. La guerra non è più una virtù e la cma bajka, la favola nera di questi duri anni Dieci, ha morali meno eroiche. «Nei Balcani si riassume il destino dell’uomo europeo», dice Lazar Stojanovich, il regista che il comunismo incarcerava per i suoi film irriverenti, oggi tornato dagli Stati Uniti a vivere in una simbolica via di Belgrado proprio dietro il mercato, la Gavrilo Princip, dedicata al rivoluzionario che un secolo fa mandò all’altro mondo l’arciduca d’Austria e, insieme, tutta la vecchia Europa: «Voi venite a vedere che cosa succede qui, perché sta qui la pancia, lo stomaco, l’intestino del Continente!». Un mal di pancia lancinante, uno stomaco imbarazzato, un intestino incontenibile. Con poche cer­tezze comuni — la disoccupazione più che greca, gli sti­pendi poco più che africani, un nazionalismo che avvele­na molti pozzi — e un solo dubbio, a unire ancora i po­poli ex jugoslavi, i bulgari, i romeni: che anche l’Europa non sia più la terra promes­sa, il sogno d’un futuro lat­te & miele, e che l’ossessio­ne europea degli ultimi vent’anni avesse ben poco di magnifico. È uscito un sondaggio Gallup sul pessi­mismo nel mondo e s’è scoperto che qui va peggio che ad Haiti o in Cambo­gia: dopo Gaza e l’Iraq, in poche altre aree del mon­do c’è una percentuale tan­to alta di gente che la vede brutta e si suicida. Guarda­te la ricca e insospettabile Slovenia, che nell’Ue c’era entrata bruciando le tap­pe, allora sentendosi una piccola Austria e ora te­mendo d’essere la prossi­ma Cipro: oltrepassi il con­fine di Trieste, guidi su au­tostrade innevate che nes­suno cosparge di sale per­ché ormai si risparmia pu­re sugli spazzaneve, la sera t’immalinconisci nel deser­to dei casinò frontalieri («vivevamo d’italiani…», sospira un croupier sul lago Bled). Al Triplice Ponte, un sabato mattina di marzo, fra le bancarelle del sanguinac­cio e dei calamari fritti, tra cori russi che da un palco offrono buona vodka e nostalgici canti della Grande Ma­dre, un paio di ragazzi propone pure la nuova edizione slovena del Capitale agli eleganti lubianesi, che passeg­giano coi levrièri incappottati, e un volantino che invita al convegno «Riscoprire il valore di Marx».

Indietro non si toma, chiaro, ma avanti dove si va? Il bel Paese dove lo ja suona (alla tedesca, diverso dal da di tutti gli slavi), primo a mollare la Jugoslavia issando una bandiera che appiccicava le stelle europee all’insegna araldica dei conti di Celje, ha una recessione al 2,3%. Uno sloveno su dieci è a spasso e appena un giovane si laurea, dopo aver manifestato contro le tangentopoli di governo, scappa in Norvegia. Le banche soffocano nei crediti mai riscossi, c’è un corteo che protesta pure per i prezzi dei funerali: morire a Maribor, grazie alle liberalizzazioni, ora costa il doppio che a Lubiana. «Non abbiamo fatto i conti con una crescita squilibrata — sintetizza un econo­mista molto ascoltato, Lojze Socan — e ci siamo portati dietro il fardello della vecchia corruzione, di quelle tan­genti al 25% su ogni affare che azzopperebbero qualsiasi sistema». Vecchie piaghe su nuove ferite. Pure la religio­ne, altro che oppio dei popoli come pensava il vecchio Karl, qui è un olio che unge popoli e affari: sotto Concla­ve, i giornali rispolveravano una storia datata di appalti e raccomandazioni che sfiorò il cardinale dì Lubiana e qual­che altissimo prelato vaticano…

 

 

Belgrado Far West, Zagabria countdown

«Se da ragazzo me ne fossi andato in America, sarei diventato miliardario» Josip Broz Tito, 1976)

 

L’euroentusiasmo, quel che resta, è negli addobbi d’una Zagabria tinta di blu. Alla libreria Ljevak, hanno appeso un’intervista di Martin Schulz, non proprio Ade- nauer, ed espongono Una certa idea dell’Europa di Ma­nuel Barroso: non esattamente Schuman. I caffè di piaz­za Jelacic hanno le bandierine blustellate e i contasecon­di lampeggianti, per scandire quanto manca di qui a lu­glio, quando la Croazia s’aggiungerà a Slovenia, Bulga­ria, Romania e diventerà il ventottesimo Stato dell’Unio­ne, il quarto balcanico. «Are you ready for Europe?», una radio stropiccia la canzone di Elton John. Ci sarà festa, alla faccia dei serbi, e la propaganda di governo spera che i fuochi d’artificio coprano l’euroapatia dei disoccu­pati, il 20%, e distraggano dal Pii in caduta libera. Non sarà tutto oro: chi negli anni Zero aveva delocalizzato dall’ Ue in Croazia, ora scappa verso la Serbia. E la Serbia che (lo sa bene la Fiat) offre 9 mila dollari per ogni operaio assunto e fa soldi con l’area economica de-europeizzata della Cefta, in fondo pensa non sia male tirare a campare né con l’Est né senza l’Est russo (primo comandamento titino), godendo i vantàggi d’un Far West senza tetto né legge: «Il serbo tipico — dice il regista Stojanovich — crede che l’Unione Europea ci cambierebbe l’anima, pri­ma dell’economia. Che verremmo controllati, trasforma­ti in una supereolonia tedesca, con le frontiere che non potrebbero più trafficare armi o esseri umani. L’idea qui è che non serva alcun cambiamento, anzi: il serbo sì sen­te il primo, il migliore, può aspettare il 2020 e oltre, non vede che cosa ci sia da imparare. In fondo, tra aiuti ai rifugiati delle guerre, training alle imprese, borse di stu­dio all’estero e infrastrutture ricostruite, piovono già i soldi che servono. Lo stesso, sotto sotto, lo credono an­che il bosniaco o il bulgaro: si può flirtare con l’europeo ed essere i migliori amici dei russi 0 dei turchi. Croati e sloveni, invece, no: loro hanno accettato il gioco di Bru­xelles. E ora non sono più sicuri che il prezzo valga la pena». «Sono certa—sbotta Vedrana Rudan, anticonfor­mista scrittrice di Zagabria — che non ne varrà la pena! La Croazia è destinata a diventare un’associazione crimi­nale, dominata dalle solite famiglie, che dirà sempre sì al padrone europeo. È entrata nella Nato, con la stessa logica. Molti croati sono euroscettici, ma i nostri media non lo raccontano perché il mantra è: dimostrarsi felici del futuro che ci aspetta! U futuro però è lo stesso degli sloveni, dei bulgari e dei romeni: emigrare dove ti dan­no cinque euro in più. Chi resta, è perché può permetter­si la scuola e la sanità privata».

È una divisione in balcanici di serie A e di serie B… «Mi dà sui nervi, questa divisione. Prima della crisi del­l’euro, voi europei ci avevate già divisi: i tedeschi di qui, i romeni di lì… Ma io viaggio, so che ci sono italiani, ingle­si e perfino tedeschi molto più poveri di me. E romeni molto più ricchi di me. Questo è ciò che ci rende scettici: se siamo tutti europei, non dovremmo identificarci a se­conda del reddito. L’Europa ha senso se unifica l’uomo, senza categorie economiche. Altrimenti, meglio restare dove siamo».

 

I bosniaci e il dilemma della banana

«Bolje grob nego rob», piuttosto la tomba della schiavitù (slogan jugoslavo contro gli accordi con la Germania, 1941)

 

«Fuck Yu & fuck Eu», è uno sticker attaccato alla porta vetro d’un distributore Ina sulla provinciale di Karlovac: né con la vecchia Europa jugonostalgica, né con quella nuova dei banchieri. Ma dal materialismo al monetari­smo, dove s’è persa la felicità promessa? Secondo il gior­nale «Novosti», nei mercati ortofrutticoli della Bosnia. Le normative europee impongono banane non più lunghe di cm 13,97 e non più spesse di cm 2,69. Le pesche non devono avere un diametro superiore a cm 5,60.1 contadi­ni bosniaci, che finora rivendevano alla Croazia il 70 per cento di quel che producono e importano, sono nel pani­co: riusciranno entro luglio a stare in quelle misure? E se no, dove esportare? Anche le sigarette: Bruxelles limita le slim, quelle al mentolo e quelle alla vaniglia, che nei Bal­cani vanno molto, per non dire della pubblicità (che qui è dappertutto) o dei divieti nei luoghi pubblici (qui le sa­lette sono riservate ai non fumatori).

 

Il risultato è che il mercato ufficiale è già depresso e il contrabbando euforico, decuplicato in dieci anni. «Non sa­rei così pessimista — è la voce filocontinentale di Zlatko Dizdarevic, storico caporedattore dell’ “Oslobodjenje” di Sa­rajevo, ex ambasciatore bosniaco in Croazia —. Nessuno s’esalta più, certo, come negli anni passati. Ed entrare nell’ Ue non è più la soluzione straordinaria per le nostre vite: basta chiederlo a voi italiani… Ciò nonostante, è la nostra opzione migliore. I nostri politici, la nostra Costituzione, il nostro sistema non funzionano. La pace di Dayton, allora necessaria, oggi non sarebbe più possibile: che senso ha uno Stato scandito dalle etnie e dalle religioni come la Bo­snia Erzegovina, con l’enclave serba intatta, con tutti i pro­blemi di comunicazioni e di dogane? La frammentazione resta la nostra condanna. E questo permette ogni manipo­lazione…».

 

Manipolazione: il discorso con Dizdarevic non può evita­re un certo revisionismo di ritorno, la rivista «Latinoamerica» di Gianni Minà, che qualche tempo fa negava le pulizie etniche, molte pagine della resistenza di Sarajevo, perfino il massacro di Srebrenica: «Si comincia così, a demolire un’identità. Se non si costruiscono in fretta Stati su valori condivisi, programmi scolastici basati su ricostruzioni sto­riche serie, il rischio dei Balcani è proprio questo: che avanzino i relativisti. La decomposizione politica è stata durissima, ma quella dei valori sarebbe fatale. La nostra sostanza non è tanto nelle nostre terre, quanto nelle no­stre società, nelle relazioni tra le nostre genti. In questo, stare dentro l’Europa può essere ancora un’opportunità».

 

Piramidi, svastiche e mezzelune

«La nostra via passa per il Bosforo» (Ahmed Dogan, leader del partito turco in Bulgaria)

 

Stessa faccia, altra razza. I Balcani non sono tutti uguali. Anche le montagne cambiano: a Visoko, cuore di Bosnia, hanno la forma dì strane piramidi. Vengono a studiarle da tutto il mondo. E quando s’è scoperto che a collegarle so­no tunnel altrettanto misteriosi e a ornarle ci sono antiche lapidi con le svastiche indiane, Visoko è diventata tuia mi­tizzata Macondo di chi ipotizza civiltà dimenticate, l’uto­pia di leggi diverse, stili nuovi. Osare si può: sarà per que­sto che i 20 mila abitanti hanno eletto, primo caso in Euro­pa, ima donna sindaco che porta ì’hijab, il velo islamico. «Sono europea e musulmana — dice di sé Amra Babic, professione economista, reputazione serissima —, quel che indosso non è una provocazione. È un credo che do­vrebbe accompagnare tutti noi, bosniaci, serbi o croati: vi­vere da fratelli, in onestà e senza odio». Fratellanza musul­mana: è dalla guerra che s’agitano i fantasmi verdi e se un fotografo facesse un time-lapse di questi vent’anni, le im­magini in sequenza mostrerebbero migliaia di mujaheddin armati e appartati sulle montagne, di sicuro qualche qaedista, e poi le borghesi sarajevesi che passeggiano sulla Ferhadja alternando le minigonne al velo, i soldi sauditi destinati ai migliori licei femminili, alle banche più ric­che, alle moschee più belle… Il governo del Kosovo ha do­vuto punire alcuni soldati albanesi che aveva mandato in Arabia perché s’addestrassero e che, invece, si sono fatti crescere la barba della fede e iscritti a una madrassa.

In realtà, il wahabismo è ancora isolato e poco aggressi­vo: senza soldi e senza troppi diritti, più che dalle infiltra­zioni salafite il buon bosmaco si trova ricattato da un na­zionalismo che flirta con l’Islam. Il fenomeno nuovo si chiama neo-ottomanesimo, qui. Perché sono i turchi l’ulti­ma sorpresa: gli ottomani dii Erdogan hanno già colonizza­to mezza Bulgaria e fanno a gara con Al Jazeera nell’aprire uffici della loro agenzia «Anadolu». Fondano imprese nel Sangiaccato, enclave musulmana della Serbia dove i muftì girano con l’Hammer blindato e le bodyguard armate e sembrano dei capimafia. I turchi comprano l’agroalimentare a Banja Luka e il carburante a Mostar, inondando le tv balcaniche di soap opera sull’epica islamica: «Stasera non posso — ci dice un amico che salta una cena a Novi Pazar —, c’è la puntata sulla vita di Solimano il Magnifico…». Raccontano che un ministro di Sarajevo, in visita di Stato ad Ankara, ne abbia approfittato per prendere sottobrac­cio il presidente turco Abdullah Gùl e per avere un’infor­mazione confidenziale: un po’ come faceva il nostro Cossiga durante le missioni negli Stati Uniti, curioso della tra­ma di Beautiful che ancora doveva varcare l’Oceano, il poli­tico bosniaco s’è informato su come va a finire l’ultimo epi­sodio di Solimano all’assedio di Belgrado…

 

Polvere di Skopje, il lato B di Bucarest

«Quando tutto il mondo mette la lingua sul cuore, noi mettiamo il cuore sulla lingua» (proverbio rom)

 

Quanto tempo deve sudare un lavoratore medio, per guadagnare un milione di dollari? L’«Economist» l’ha cal­colato: vent’anni negli Usa, cinquanta in Italia, novanta in Portogallo. Al Jazeera Balkans ha provato a vedere quanto ci si mette qui e il risultato, alla fine, non spiega molto sulle diverse velocità: gli eurosloveni impiegano 60 anni, gli eurocroati 80. Gli altri, non ce la faranno praticamente mai: 130 anni in Montenegro, 149 in Bosnia Erzegovina, 158 in Serbia, 189 in Macedonia. Il paradosso è per eurobul­gari ed euroromeni, che a quel milione arriveranno più tar­di di tutti: in 250 e in 350 anni.

Balcanieuropei, mica facile: dentro per avere la parità 0 fuori a chiedere la carità? Una vetrina scintillante e globa­lizzata sullUica di Zagabria non avrà il fascino da sociali­smo reale d una impolverata bottega nel vecchio bazar di Skopje, dove sì possono comprare ancora le sveglie titine a molla, ma vuoi mettere l’incasso a fine mese? H bianco e il nero non si distinguono con nettezza, però. Nella Serbia bruttasporca&cattiva, le carceri sono piene come una vol­ta, ma adesso ci arriva un sacco di gente che preferisce la certezza della pena all’incertezza del futuro: in 14 mila so­no dentro solo perché, piuttosto di pagare le tasse comu­nali o le multe stradali, hanno accettato di risarcire lo Sta­to con la galera (ogni giorno vale 9 euro: con un paio di mesi, si va in pari e magari si risparmia uno stipendio, se c’è…).

Nella Romania che fu accolta con le fanfare a Strasbur­go, non se la passano molto meglio: travolti da 136 miliar­di di debito, aggrappati con le unghie alle rimesse degli emigrati e alle privatizzazioni imposte dal Fondo moneta­rio, a Bucarest resistono alle sirene populiste dei Basescu e la buttano sul ridere.

Il governo Cameron ha lanciato una campagna per disin­centivare le migrazioni verso Londra? Vicino a Palatili Victoria, a rompere il grigio del cielo e il nero degli umori, un’agenzia di pubblicità romena ha risposto con una gi­gantografia del retro di Pippa Middleton: «Allora venite voi qui: metà delle nostre donne somiglia a Kate, l’altra metà a sua sorella!».

 

Ci si sente un po’ il lato B dell’Europa, quaggiù: «Sei an­ni di Ue — spiega il poeta e parlamentare Slavomir Gvozde- novic — non ci hanno dato quel che ci aspettavamo. Base- scu non ha vinto le elezioni, ma quando cavalca l’insoffe­renza verso la Merkel e dice che bisogna frenare un po’ in questa corsa all’Europa, trova molto consenso. Una volta, Schengen era una parola magica: oggi non la pronuncia più nessuno. L’Est ha capito che abbattere le frontiere non elimina i problemi: abbiamo più risorse naturali dei bulga­ri e dei croati, degli sloveni e dei macedoni, ma anche più corruzione. Strano animale, quest’Europa. Considera noi romeni i suoi paria, più che altro per la presenza dei rom. Poi ci accusa di genocidio culturale, se proviamo a impor­re ai rom delle regole. E intanto, vedi la Francia, butta fuo­ri i rom dai suoi confini…».

 

Torce umane a Sofia, i bambini a Pristina

«Con stridio gli uccelli fuggono nel cielo. La gente tace, il sangue mi duole nell’attesa»

(Mesa Selimovic in Prima della pioggia, 1994)

 

«Bambini polìtici», disse un diplomatico austriaco do­po la Prima guerra mondiale, per definire il nanismo dei nuovi staterelli balcanici. La rivista «Balkan Magazin» pre­vede una primavera di proteste in tutta la regione, ma il paragone con quelle arabe non funziona. Le grandi spalla­te sono già state date e al post-comunismo anni Novanta sono sopravvissuti in pochi: il clan dei Djukanovic in Mon­tenegro, l’immarcescibile Berisha a Tirana, l’eterno Branko Crvenkovski che ci riprova in Macedonia… «Qui — dice il regista Stojanovich — non c’è un solo grande popolo da chiamare a raccolta, non abbiamo dittatori da rovesciare, solo qualche cricca corrotta da mandare a ca­sa. Non c’è un apparato militare, di polizia 0 dei servizi segreti pronti a mollare i potenti di turno. Non ci sono media che spingono verso la protesta sociale: i giornali sono ancora pieni dei miti che ci ossessionano da sem­pre, il mito della vittoria, il mito del Kosovo, il mito di Tito, il mito di qualsiasi passato… Non c’è nemmeno una religione unica e condivisa. La Chiesa ortodossa serba, per esempio, che dopo Uto vide in Milosevic una grande opportunità per rientrare in gioco, non è potente come la Chiesa cattolica in Croazia, ma rimane capace d’orientare le coscienze e di tenere in piedi il nazionalismo. Ogni po­polo balcanico, se vuole una primavera, se la deve fare da sé».

È l’autunno di molti intellettuali che hanno fatto la sto­ria di questo ventennio, nel bene o nel male: si ritira dal­l’attività Natasha Kandic, la cacciatrice di criminali di guer­ra che nel 2003 diventò su «Time» il personaggio dell’an­no, assieme a David Beckham; si defila sempre più Emir Kusturica, geniale nelle opere e discusso negli atti politi­ci, che proclamò lutto nazionale serbo il 17 febbraio del­l’indipendenza kosovara. «La nuova generazione — pen­sa Stojanovich —ha un atteggiamento più distaccato. Ba­sta vedere la quantità di schede bianche delle capitali, quando si va al voto. Sotto gli Asburgo, gl’intellettuali slo­veni dicevano che la cultura sarebbe stata la nostra vendet­ta. Ora va diversamente». Va col complesso del torcicollo, che ha già partorito i deliri bellici della SuperSerbia e in Bosnia si traduce nel rimpianto di Tito, che riporta al pote­re i demagoghi delle periferie e dei derelitti. A Belgrado governa l’ex portavoce di Milosevic, Ivica Dacic, e quando in febbraio s’è celebrato il decimo anniversario dell’assas­sinio di Djindjic, i nuovi capi non si sono presentati alla cerimonia: avevano un appuntamento col dittatore bielo­russo Lukashenko.

A Sofia, ultimo paradiso Ue, deluso dall’impoverimen­to d’un bulgaro su quattro e da un debito più che triplica­to, ci sono state sei torce umane in un solo mese. Bruciar­si in piazza per protesta politica è una disperazione tipica­mente bulgara, fin dai tempi del comunismo, ma finora la media era di sei all’anno, non sei al mese, e la stampa fa presto a paragonare con la Tunisia che s’è ribellata a Ben Ali: «Chi si suicida col fuoco — spiega Ivo Hristov, classe 1970, direttore del settimanale “Europeo” — compie un atto pubblico. Nella nostra cultura è il tentativo di caccia­re il male con un pupazzo incendiato e, insieme, l’incon­scio sacrificio d’una vittima sull’altare. La nostra crisi è più profonda dei dati economici. Questa parte di Balcani non è la Grecia, un diabetico che non può diminuire il glucosio: noi siamo un distrofico in cronica mancanza di cibo, apatico, abbattuto da una dottrina monetarista che è diventata un dogma peggiore del comuniSmo. Chiaro che non basta questa crisi perché un bulgaro rimpianga Mo­sca e gl’interessi ancora comuni, o sia pronto a esaudire il sogno russo d’usarci per costruire la sua prima centrale nucleare in territorio europeo, o come via necessaria al gasdotto South Stream. Però basta questo a capire che un’altra fregatura, come il 1989 del dopo Muro, è possibi­le: chi usciva dal comunismo, credeva d’essere invitato con pari diritti al banchetto del capitalismo, ora invece capisce l’errore e s’arrocca nei suoi privilegi. L’egoismo che ci governa si può tradurre in pericoloso nazionalismo travestito da protesta sociale. Abbiamo una casta d’intoc­cabili potenti, sorda a ogni grido di dolore. Prima o poi, la piazza troverà un suo leader e la crisi esploderà per quel che è».

Sul Clinton Boulevard di Pristina, sono arrivati i chio­schi della nuova lotteria. 11 primo premio è salito a 200 mila euro, 60 mila più di quelli che si vincevano l’anno dell’indipendenza (2008). I kosovari si mettono in fila, suole sottili sul marciapiede innevato, perché qui la disoc­cupazione è al 70%: «Sono tornato — si soffia nelle mani Altin Causholli, 36 anni, architetto che un tempo viveva a Pescara — con l’idea che le cose ripartissero. Ho aperto e chiuso due imprese in 5 anni. Ho bruciato in tangenti un quarto dei miei soldi. Non ci sono fogne, non c’è lavoro, nessun imprenditore viene qui dall’estero. Questa, sì, è una fregatura…». Altin se la passa poco meglio del pope di Belgrado e schiuma, se pensa che il Kosovo è stato il più grande investimento mai fatto in Europa dall’Ue: «Un ambasciatore mi ha raccontato, ridendo, che quando la comunità intemazionale arrivò a Pristina, a tutti i kosova­ri fu dato un formulario da compilare: nome, cognome, età, etnia, componenti famiglia… C’era da riempire anche la casella sex, sbarrando sulla M di male o sulla F di fema­le: molti scrissero solo yes. Ridevano molto, di noi…». Di­ce un proverbio albanese che il bambino non nasce con i denti. Certi bambini, attenti, crescono in fretta.

 

Francesco Battistini

 

 

 

 

185 – Il Piccolo 31/03/13 Tiziano pittore dei “big” fotografava sulla tela papi e madonne profane

Tiziano pittore dei “big” fotografava sulla tela papi e madonne profane

 arte – mostra

Alle Scuderie del Quirinale grandioso omaggio al maestro, aperto dal ritratto di Paolo III Farnese, Pontefice del Concilio di Trento

di Lucia Cosmetico

ROMA In una Roma ancora in festa per l’elezione di Papa Francesco, che compare in formato benedicente sui manifesti nelle strade, è il volto di un altro papa a dare il benvenuto ai visitatori della grande mostra dedicata a Tiziano, inaugurata alle Scuderie del Quirinale lo scorso 5 marzo. Era il 1543 quando Paolo III Farnese, all’età di 75 anni, venne ritratto dal pittore veneto diventato ormai celebre tra le corti italiane ed europee, ma invecchiare nel ’500 doveva essere decisamente più faticoso. Soprattutto per un papa come Paolo III, che oltre ai pensieri per figli e nipoti si sobbarcò la fatica di organizzare il Concilio di Trento, risposta cattolica alla Riforma protestante di Lutero e Calvino. Un peso della storia che sembra gravare sulle spalle dell’anziano pontefice nel ritratto che gli fece Tiziano: capo lievemente chino, volto rugoso, una lunga barba bianca ma gli occhi ancora vispi e scintillanti, cosicché – racconta Vasari nelle sue “Vite” – chi vedeva il dipinto eposto lo salutava come se fosse il papa in carne e ossa. All’epoca Tiziano era già all’apice della sua carriera. Farsi ritrarre da lui voleva dire essere qualcuno. Essere immortali. Anche da bambini. Come capitò al piccolo Ranuccio Farnese, nipote del papa e già “priore” all’età di 10 anni. Nell’espressione del volto di questo fanciullo, c’è tutta la sorpresa e l’orgoglio del ritrovarsi precocemente addosso un ruolo da grande. Non è un ragazzino che vuole scimmiottare gli adulti, come certi bambini televisivi, ma un bambino che in fondo preferirebbe andare a giocare a tirare le coda alle lucertole. Verità esteriore e interiore, d’altronde, vanno a braccetto in queste fotografie col pennello. Come disse nell’800 un altro pittore, Eugène Delacroix, «in Tiziano le qualità pittoriche sono portate al punto massimo: quel che dipinge è dipinto, gli occhi guardano e sono animati dal fuoco della vita». La sua arte «contiene la grandezza e terribilità di Michelangelo, la piacevolezza e la venustà di Raffaello ed il colorito proprio della natura», diceva invece Ludovico Dolce, suo grande estimatore dell’epoca le cui frasi sono spesso riportate in questa pregevole esposizione monografica, pensata come chiusura di un ciclo decennale iniziato con Antonello da Messina e proseguito poi con Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto e Jacopo Tintoretto. Fino ad approdare a Tiziano Vecellio, il pittore di origine cadorina (era nato a Pieve di Cadore intorno al 1490) che le sue Dolomiti se le portò dietro in tutte le sue peregrinazioni d’artista: da Venezia a Roma, dove giunse anche per cercare “prebende” per quello sfaccendato di suo figlio Pomponio, avviato alla carriera ecclesiastica ma incapace di camminare con le sole sue gambe. Chi ha in mente le Dolomiti al tramonto, non faticherà a riconoscerle sullo sfondo della “Crocifissione” dell’Escorial: oscura, tenebrosa, squarciata dai lampi e illuminata da una falce di luna. Tiziano inizia a diventare famoso come autore di grandiose pale d’altare per le chiese della Serenissima. Già in queste opere la lezione dei maestri Giorgione e Bellini si trasfigura in qualcosa di nuovo, per poi giungere, nella maturità, ad invenzioni espressive audaci che non vennero particolarmente gradite dai contemporanei, come quell’Annunciazione concitata e modernissima (Chiesa di San Salvador, Venezia) che sembra quasi in anticipo di tre secoli sulla storia dell’arte: qui la colomba dello Spirito Santo è come se scendesse in picchiata sulla Madonna, portando con sè uno sfolgorìo di luce che illumina un arcangelo Gabriele particolarmente scarmigliato e con ali da uccello vero più che da angelo. Molto più sobria e classica l’Annunciazione dipinta 30 anni prima per la Scuola Grande di San Rocco, dove in basso compare la pernice, simbolo di quella “fecondazione aerea” che avrebbe permesso alla Madonna di diventare madre del Figlio di Dio attraverso il soffio dello Spirito. Nella florida Venezia dell’epoca sono attivi il cardinal Pietro Bembo, autore delle “Prose della volgar lingua”, e il tipografo Aldo Manuzio. L’Italia è nel pieno del suo Rinascimento: nel 1532 viene pubblicato l’Orlando Furioso dell’Ariosto, pochi anni dopo Michelangelo inizierà a dipingere il Giudizio universale nella Cappella Sistina, mentre nel 1528 esce il manuale del bravo cortigiano di Baldassarre Castiglione. Ed è proprio in questo testo che si trova la parola che meglio definisce una caratteristica dei ritratti di Tiziano: la “sprezzatura”, ovvero quell’aria sicura di sè e distaccata che hanno i tanti personaggi che chiesero al grande pittore di farsi ritrarre dal vero, da un anonimo “Uomo con il guanto”, giovane dal volto inquieto che ricorda tanto quelli del nostro tempo, fino al grande Carlo V, l’imperatore di quell’impero dove non tramonta mai il sole che volle Tiziano come suo ritrattista ufficiale. E l’artista, per dargli un’aria che fosse sì ufficiale ma anche umana, gli mise vicino per l’occasione un bel cagnone adorante che occupa una gran massa del quadro come fosse anche lui un attributo del potere imperiale. Se gli uomini ritratti sono per la gran parte abbigliati di nero, soltanto il volto illuminato dalla luce, ben diversa atmosfera si respira nelle tele che omaggiano la bellezza femminile: la “Maddalena” pentita e sensuale al tempo stesso non ha bisogno di abiti, una cascata di capelli biondo-ramati a coprirle le spalle, mentre riccamente adornata di un abito blu damascato è “La Bella”, vera icona di ciò che per Tiziano e gli uomini dell’epoca doveva essere la donna: «fronte alta, spaziosa, ciglia sottili, dai peli corti e molli, come di fine seta; guance bianche rosate in cima, gola tonda e candida, senza una macchia, spalle larghe e soprattutto un petto bianco». Magari soltanto intuito da una scollatura pudica sulla camiciola bianca, come in quella “Flora” che viaggia anche sugli autobus come sponsor ufficiale della mostra. Che tipo fosse Tiziano, è proprio lui a rivelarcelo negli autoritratti: autobiografie in terza persona, ha scritto uno studioso, perché il volto dell’artista non guarda mai lo spettatore ma è sempre di profilo. Forse un modo per evitare l’autocelebrazione e mostrare, soprattutto in vecchiaia, una “sprezzatura” di quegli onori mondani cui nella sua vita aveva sempre aspirato.

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
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http://www.arupinum.it

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