RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 868 – 30 MARZO 2013

Posted on April 2, 2013


N. 868 – 30 Marzo 2013

                                   

 

Sommario

 

 

 

157 – Il Piccolo 26/03/13 Cherso: Italiano in classe già dalla prima elementare (a.m.)

158 – La Voce del Popolo 23/03/13 Asilo di Zara riassetto concluso entro l’estate?

159 – L’Arena di Pola 24/03/13 Perché domani non siano in Istria solo le pietre a parlare di no (Silvio Mazzaroli)

160 – Il Piccolo 28/03/13 Trieste – La Biblioteca slovena resta senza “Storia”, la polemica: «Trova posto e denari a palate il “falso” Museo della civiltà istriana» (Fabio Dorigo)

161 – La Voce del Popolo 29/03/13 Bilinguismo: l’Istria come esempio di maturità civile (Lara Musizza)

162 – Il Piccolo 25/03/13 Gli Italiani di Levade ristrutturano la storica sede (p.r.)

163 – Il Piccolo 29/03/13 “Paperoni” istriani, c’è anche Cuccurin (Andrea Marsanich)

164 – L’Arena Verona 25/03/13 Verona – Vince il «Tanzella» il musicista che canta Rovigno

165 – Il Piccolo 29/03/13 Archeologia –  Fortezza bizantina scoperta a Pago (a.m.)

166 – Difesa Adriatica Aprile 2013 Padre Flaminio Rocchi, a 100 anni dalla nascita (Fabio Rocchi)

167 –  CDM Arcipelago Adriatico 19/03/13 Marisa Madieri: le parole della vita (Rosanna Turcinovich Giuricin)

168 – Il Piccolo 26/03/13 Narrativa – Villalta, vite da romanzo tra la fuga dall’Istria e la ricerca di un’identità (Alessandro Mezzena Lona)

169 – La Voce del Popolo 27/03/13 Cultura – Un popolo con il mare dentro (Rosanna Turcinovich Giuricin)

170 – Panorama Edit 15/03/13 Società – Una miglior vita per gli istriani? Tomizza l’aveva sognata… (Marino Vocci)

171 – La Voce del Popolo 25/03/13 Cultura – L’antica Pedena centro culturale della penisola (Ilaria Rocchi)

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

157 – Il Piccolo 26/03/13 Cherso: Italiano in classe già dalla prima elementare

Italiano in classe già dalla prima elementare

Cherso modifica lo statuto cittadino e autorizza l’introduzione della lingua tra le materie facoltative

CHERSO  Importante conquista per gli italiani di Cherso, da sempre uno dei capisaldi della nostra comunità in Croazia e Slovenia. Su delibera del parlamentino comunale, è stato emendato lo statuto cittadino che permetterà l’introduzione dell’italiano quale lingua facoltativa sin dalla prima classe della scuola dell’obbligo. I genitori che vorranno farlo, garantiranno ai propri figli l’apprendimento dell’italiano nel corso di tutti e otto gli anni dell’istruzione obbligatoria. A esporre modifiche e aggiunte al principale documento cittadino è stata Patricija Puric, direttrice dell’ufficio municipale. Poi è seguito il dibattito fra consiglieri di diverse formazioni politiche, il sindaco Kristijan Jurjako (Partito popolare), nonché Josip Pope, presidente della commissione comunale per le questioni statutarie e giuridiche e direttore della scuola elementare Francesco Patrizi. È stato quest’ultimo a rimarcare che l’introduzione dell’italiano nelle prime classi «è da considerarsi un’iniziativa lodevole e importante per gli italiani di Cherso, al contrario di quanto avviene in alcune aree della Croazia». L’unico neo ha riguardato l’intervento del consigliere Mauricijo Pinezic (Partito contadino), che ha messo in dubbio la legalità della decisione presa dalla predetta commissione in quanto il suo presidente Pope non è da ormai dieci mesi consigliere comunale. A chiudere il dibattito è stato il primo cittadino Jurjako, il quale ha ricordato come ai giovanissimi chersini venga data l’opportunità di imparare la lingua grazie ai corsi promossi dalla locale Comunità degli italiani, con alla testa il presidente Gianfranco Surdic. Ricordiamo che in base ai risultati dell’ultimo censimento (aprile 2011), i connazionali residenti nella municipalità di Cherso erano 94, per lo più persone non più giovani. Al precedente censimento (aprile 2001) a dichiararsi italiani erano stati invece 119 isolani. Nonostante il calo, dovuto essenzialmente a fattori naturali, l’italiano è ancora presente nel capoluogo chersino dove opera un vivace sodalizio, nato grazie all’impegno profuso per decenni dallo scomparso Nivio Toich, bandiera dell’italianità a Cherso. La Comunità degli italiani, oltre a varie iniziative, organizza corsi per l’apprendimento della lingua, molto frequentati. (a.m.)

 

 

158 – La Voce del Popolo 23/03/13 Asilo di Zara riassetto concluso entro l’estate?

Asilo di Zara riassetto concluso entro l’estate?

Asilo di Zara: la ristrutturazione del villino che ospiterà l’istituzione prescolare italiana “Pinocchio” potrebbe concludersi a fine primavera. I lavori, come da accordo con la ditta appaltatrice, la FIN-GRA di Fiume, dovrebbero venir ultimati nell’arco di sessanta giorni dalla stipula del contratto. Il testo di quest’ultimo è stato approvato dalla Giunta esecutiva UI a Mompaderno, ma perché si proceda alla sua sottoscrizione serve l’ok da Roma, considerato che l’intervento si realizza con finanziamenti del Governo italiano, a valere sulla Convenzione tra il Ministero degli Afferi esteri italiano e l’Unione Italiana. Si tratta di fondi cosiddetti perenti, per un importo complessivo di 433.400 euro. Finora sono stati impegnati oltre 375mila euro e con la rimanenza di circa 58mila euro (le cifre sono al lordo) si completerà il riassetto dell’asilo. Dopo un’intensa contrattazione da parte dell’UI, la FING-GRA si è impegnata a eseguire l’intervento per 396.874,63 kune ossia 52.566,18 euro (PDV compreso e al netto delle spese di gestione UI); la Regione Veneto fornirà gli arredi, mentre l’UI ha assicurato altri mezzi per le spese di gestione dell’istituzione.

Finalmente una bella notizia

“L’asilo di Zara sarà presto pronto. Finalmente una bella notizia”, ha commentato Tremul, che negli ultimi due anni ha davvero spinto sull’acceleratore affinché si arrivasse al traguardo. Cammino non facile per il “Pinocchio” zaratino, a momenti quasi emblematico del percorso avventuroso compiuto dal noto personaggio collodiano, cui è intestato: prima di vedere realizzato il sogno si sono dovuti superare infiniti ostacoli e intoppi. Ricordiamo, è il primo asilo privato di tutta la rete prescolare della CNI. La battaglia politica è stata lunghissima, materia di accordi tra l’UI e il Governo croato; ma il progetto prende corpo all’inizio del 2011, quando l’UI acquistata una villetta in centro città e parte il riassetto degli spazi. Saranno necessarie opere non previste, anche al rafforzamento della statica. Nel gennaio scorso parte la procedura di gara per la ristrutturazione della sede dell’IP italiano di Zara, e la Commissione giudicatrice (gli ing. Sergio Perenić, di Pola, Davor Brežnik, di Umago, e Mario Hofmann di Lussinpiccolo) propone l’assegnazione dell’incarico alla FIN-GRA, pur segnalando l’opportunità di ottenere la legalizzazione e la modifica della destinazione d’uso dell’immobile, cosa che verrà fatta, come rilevato in sede di GE, a intervento ultimato. L’obiettivo principale è chiudere il prima possibile il cantiere, iniziare con le preiscrizioni e quindi aprire ufficialmente il tanto agognato asilo italiano. Per dare finalmente almeno il primo grado di un sistema scolastico italiano a una comunità rimasta per decenni completamente isolata dal resto della CNI. Nel 2013 saranno esattamente sessant’anni di inesistenza di istruzione italiana, dopo la chiusura delle scuole italiane avvenuta appunto nel 1953. Questo fatto, e l’esodo soprattutto, determineranno la trasformazione della vita sociale in Dalmazia e l’assimilazione quasi totale della popolazione italiana autoctona.

 

 

 

 

159 – L’Arena di Pola 24/03/13 Perché domani non siano in Istria solo le pietre a parlare di no

Perché domani non siano in Istria solo le pietre a parlare di noi


Per non pochi esuli, afflitti da un pessimismo privo di prospettiva, in Istria a parlare la nostra lingua non sarebbero rimaste ormai che le pietre e tale negativa visione sembrerebbe trovare oggi fondamento nel progressivo calo demografico, come illustrato anche nell’“Arena” di gennaio, della locale comunità italiana emerso dall’ultimo censimento tenutosi in Croazia. Detto calo peraltro non dovrebbe sorprendere nessuno. Come qui da noi la generazione della diaspora istriana-fiumano-dalmata anche l’originaria comunità degli italiani sull’altra sponda dell’Adriatico va inevitabilmente esaurendosi e come i nostri figli e nipoti, a meno di rare eccezioni, si sentono completamente integrati nella realtà italiana è più che comprensibile che i loro coetanei di là, frutto di matrimoni misti, si sentano oggi più croati che italiani. È, infatti, del tutto naturale che nessuno ambisca a perpetrare in eterno una condizione che è stata, per una ragione o per un’altra, di indubbio disagio.


Tutto questo non pregiudica che anche nelle più giovani generazioni ci sia da un lato il desiderio di conservare il proprio dialetto e di riscoprire le proprie origini e dall’altro l’interesse per la nostra lingua, cultura e storia e che, a fattor comune, ci sia la volontà di mantenere vivo il ricordo del vissuto dei propri avi. È un insieme di cose che, senza dubbio, troverebbero maggiori possibilità d’espressione qualora di ciò che è stato – e che non si può cambiare – si riuscisse tutti a parlare una buona volta non in termini di contrapposizione bensì di obiettività storica e di reciproco rispetto.


Ciò che invece sconcerta, perché in netto contrasto con quello che dovrebbe comunque essere l’amore per la nostra terra, è che un’ottusa percezione del presente spinga qualcuno persino a criticare e giudicare negativamente quello che altri fanno per mantenere viva la brace dell’italianità nelle nostre contrade di ieri. È, ad esempio, un assoluto non senso la critica rivolta all’impegno, anche economico, della Regione Veneto per rivitalizzare la venezianità delle tante vestigia esistenti lungo le coste istriano-dalmate e dare più voce a quelle antiche pietre.

 

Alla luce dell’asserto iniziale abbandonarsi alla rassegnazione potrebbe apparire non privo di ragione. Tuttavia, a voler aprire bene gli occhi, non risulta né difficile né particolarmente azzardato cogliere oltre confine anche dei segnali, per così dire in controtendenza, che svelano la tenace volontà della nostra sia pur esigua minoranza autoctona ad affermare la propria specificità – cosa non facile in un contesto ambientale tuttora contraddistinto da non lievi afflati nazionalistici – o quantomeno ad opporsi ad una completa assimilazione. Lo dimostrano, tra l’altro ed a prescindere dall’impegno politico dei vertici minoritari, una notevole vivacità culturale come emerso, in particolare nel corso del recente convegno sulla “Letteratura dell’esodo” tenutosi a Trieste, e le forme espressive, non prive di coraggio, di taluni firmatari di articoli che, con maggiore vigore e frequenza rispetto al passato, appaiono sulla stampa locale in lingua italiana, caratterizzate da obiettività storica e volte a fare chiarezza rispetto alle evidenti strumentalizzazioni e forzature di certa stampa slovena e croata ed alle quali da tempo diamo visibilità dedicando loro spazio anche sul nostro giornale. Lo dimostrano ancora i migliorati rapporti tra esuli e residenti, contraddistinti da sempre più frequenti, oltre che ricchi di contenuti, incontri tra le rispettive comunità e che, in particolare, vedranno quest’anno per la prima volta realizzarsi a Fiume, su invito del Sindaco e della locale Comunità degli Italiani, l’Incontro Mondiale dei Fiumani nel mondo.


Così, venendo a noi polesani, non può lasciarci indifferenti che la Municipalità di Pola abbia nel 2012 intitolato ai “Martiri di Vergarolla” l’area adiacente il Duomo cittadino e che la locale Comunità degli Italiani abbia prontamente accolta, facendola propria ed inserendola nei suoi programmi, la nostra proposta di completare con i nomi delle vittime di quell’eccidio l’omonimo Monumento che vi insiste. Ancora, non è privo di significato il fatto che quest’anno i presupposti organizzativi, contraddistinti da pronta ed aperta collaborazione, per quello che sarà il nostro terzo Raduno nazionale a Pola, superate le difficoltà, le paure e le incomprensioni delle edizioni passate, risultino oggi ottimali.


Siamo, ahinoi, consci che quanto precede ci farà commiserare da qualcuno come fossimo dei poveri ed illusi visionari e darà, ai soliti noti, nuovi spunti per tacciarci di essere dei “pifferai”. Da parte nostra, invece, siamo convinti che l’incapacità (ammesso, e non concesso, che d’incapacità si tratti) di cogliere certi aspetti stia a significare che “si hanno gli occhi foderati di prosciutto”. Il detto, così formulato, implicando un alimento di qualità, potrebbe peraltro dare ad intendere che nella loro contrapposizione ci sia, per così dire, “un quarto di nobiltà”. Noi non la pensiamo così! Nel loro modo di fare e di esprimersi non intravvediamo alcunché di finalizzato a ciò che potrebbe essere un bene ed interesse di tutti. Pertanto, del citato detto, ci sembra più appropriato fare riferimento alla sua forma dialettale che recita: “i ga i oci coverti de carta de persuto”, a significare che si tratta di un qualcosa di usato ed abusato… di decisamente vecchio che sa tanto di insensato pregiudizio.


Per concludere, dal momento che non ci sembra sia proprio il caso di cavalcare in questo momento l’onda “euroscettica” ed in vista della ormai prossima caduta anche del confine sloveno-croato che, volenti o nolenti, comporterà la riunificazione quantomeno geografica della Venezia Giulia, riteniamo che lasciarsi andare alla rassegnazione sarebbe profondamente sbagliato e che sia invece, cogliendo i sia pur ancora deboli segnali di cambiamento, giunto il momento per intraprendere, con rinnovato entusiasmo, vie nuove di dialogo e di confronto. In particolare, ciò che riteniamo necessario è giungere alla definizione, con la collaborazione di esuli e residenti e, per quanto possibile, più in generale di italiani, sloveni e croati di un progetto di ampio respiro per rifare della nostra Istria, che forse non a caso come osservato da molti ha la forma di un cuore, un laboratorio di reciproca comprensione, di serenità e di proficua civile convivenza.


L’importante è rimboccarsi le maniche ed iniziare e poco importa se inizialmente si sarà in pochi. Anche un semplice filo d’erba, se un po’ alla volta riesce a far oscillare anche quelli che gli stanno d’attorno, è in grado di innescare vento e cambiare l’aria per quanto immobile possa sembrare.


Silvio Mazzaroli

 

 

 

 

 

160 – Il Piccolo 28/03/13 Trieste – La Biblioteca slovena resta senza “Storia”, la polemica: «Trova posto e denari a palate il “falso” Museo della civiltà istriana»

La Biblioteca slovena resta senza “Storia”
Chiusa la sezione per motivi di sicurezza: «Non ci sono soldi. Abbiamo chiesto al Comune di trovarci uno spazio adeguato»
La polemica: «Trova posto e denari a palate il “falso” Museo della civiltà istriana»

«Come è possibile che non si trovino i pochi fondi necessari per garantire la fruibilità dei materiali ed il lavoro di storici e archivisti qualificati, in una città in cui invece trovano posto e denari a palate un Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata che presenta innumerevoli falsi storici, ed il centro studi Panzarasa, agiografico della Decima Mas?». La lettera-appello sulla sezione Storia della Biblioteca nazionale slovena è firmata, tra gli altri, da Susanna Angeleri (Coordinamento antifascista , Arezzo), Giuseppe Aragno (storico, Napoli), Giovanni Caggiati (Comitato antifascista, Parma), Claudia Cernigoi (ricercatrice storica, Trieste), Paolo Consolaro (saggista, Vicenza), Davide Conti (storico, Roma), Angelo D’Orsi (storico, Torino), Claudio Del Bello (edizioni Odradek, Roma), Marco Delle Rose (ricercatore storico, Lecce), Alexander Hobel (storico, Roma), Alessandra Kersevan (Kappa Vu, Udine), Andrea Martocchia (saggista, Bologna), Claudio Venza (docente, Trieste).

di Fabio Dorigo

Una brutta storia. Prima l’azzeramento della ricerca e la messa in cassa integrazione dei lavoratori, ora la chiusura definitiva al pubblico per questioni di sicurezza. La sezione Storia della Biblioteca slovena, situata in via Petronio (nello stabile del Teatro sloveno) vive infatti una “rimozione”, e a tempo indeterminato, a causa del drastico taglio dei finanziamenti statali derivanti dalla legge 38/2001, diminuiti nel 2012 del 20%. La denuncia arriva da un gruppo di ricercatori, storici e studiosi della rivista online “Dieci Febbraio”. «La chiusura della sezione è un colpo inferto in generale alla cultura della città, e in particolare alla possibilità di fare ricerca e divulgare la conoscenza storica sulle vicende dolorose ed importanti del confine orientale italiano» scrivevano il 14 gennaio. «Dopo la nostra lettera di protesta – aggiungono ora – veniamo a conoscenza della decisione presa dal Cda della Biblioteca slovena di chiudere inesorabilmente la sezione Storia anche al pubblico a causa dei requisiti di sicurezza dei locali. Il risultato finale è però inequivocabile: la sezione è chiusa e non si sa quando verrà riaperta». La chiusura risale al 18 marzo, ed è la prima volta in oltre 50 anni. Il gruppo di studiosi non ci sta è attacca i vertici della Biblioteca slovena che conta oltre 180mila volumi, alimentando alcuni sospetti: «Il Cda, nella foga di chiudere ad ogni costo la sezione Storia, non si è minimamente preoccupato di prendere le misure necessarie per rendere disponibile a studiosi e ricercatori il prezioso materiale. Tutto questo non può che ulteriormente rafforzare il sospetto che quanto sta accadendo sia frutto di una precisa volontà di distruggere la sezione Storia anche per assecondare le pretese degli ambienti del più retrivo nazionalismo italiano, in primis le organizzazioni che pretendono di rappresentare i profughi dall’Istria». Accusa di revisionismo che i vertici della Biblioteca slovena rigettano. «I membri del Cda si stanno quotidianamente impegnando con tutte le forze per ricercare le più opportune soluzioni e dare il giusto decoro alla Biblioteca – si legge in una nota – ed esprimono meraviglia che delle persone totalmente disinformate sulla reale situazione gettino nel discredito il lavoro svolto in forma del tutto volontaristica dell’intero Cda. Non si vuole pensare alla malafede ed alla volontà di innescare in modo artificioso polemiche ideologiche, laddove ci sono problemi di natura tecnica e finanziaria, ma probabilmente ci sarà qualcuno che disinformando ritiene di poter risolvere i problemi». E quindi? «Per quanto riguarda il grave problema degli spazi a disposizione – spiega il Cda della Biblioteca slovena – sono state informate sia l’amministrazione provinciale che quella comunale, anche con l’ultimo incontro avuto poco tempo fa con l’assessore Andrea Dapretto, cui sono state sottoposte le concrete necessità della Biblioteca slovena. La situazione più grave riguarda comunque proprio la sezione Storia, che è stata momentaneamente chiusa per gravi problemi di sicurezza. Ci siamo attivati per trovare una nuova sistemazione e così rendere nuovamente fruibile il prezioso archivio storico, che rappresenta un patrimonio di inestimabile valore per l’intera città. Oltre a ciò si è proceduto a una serie di incontri, sia in Slovenia che in Italia, per valorizzare tale prezioso archivio anche in una prospettiva di sviluppo e non solo mantenimento». La soluzione, però, è una sola. «Alla fine si auspica, anche in funzione di una definitiva soluzione dei problemi della Biblioteca slovena, la reale applicazione dell’articolo 19 della legge di tutela 38/2001, laddove si prevede di destinare come sede della Biblioteca slovena gli spazi del Narodni dom di via Filzi e del Narodni dom di San Giovanni. In questo modo si risolverebbero sicuramente in maniera definitiva e ottimale i problemi degli spazi angusti della Biblioteca slovena e della sua sezione storia».

 

 

 

 

 

 

161 – La Voce del Popolo 29/03/13 Bilinguismo: l’Istria come esempio di maturità civile

Bilinguismo: l’Istria come esempio di maturità civile

PARENZO | Lo Statuto regionale è l’espressione dell’Istria e delle sue peculiarità. Questo è il messaggio di fondo lanciato durante la sessione solenne dell’Assemblea svoltasi, come vuole la tradizione, nella Sala della Dieta istriana di Parenzo in occasione della Giornata dello Statuto. In un’atmosfera insieme amichevole e solenne, nel segno del multilinguismo e della pluricultarilità che ci contraddistinguono, sono state usate ambedue le lingue del territorio.

 I rovignesi della “Marco Garbin” hanno presentato le Bitinade e i 7 musicisti della “Šćika” di Chersano hanno portato in scena il folk della tradizione ciakava, aiutandosi con gli strumenti tradizionali. Pronti i complimenti degli alti ospiti, tra cui il presidente della Repubblica, Ivo Josipović. Alla sessione solenne sono intervenuti anche il vicepresidente del Sabor, Nenad Stazić, il ministro del Turismo, Darko Lorencin, sindaci di città e comuni istriani, rappresentanti di comunità religiose e minoritarie, una delegazione della Regione gemellata del Veneto guidata dall’ assessore Ciambetti.

Tutela delle minoranze

“Con l’approvazione dello Statuto della Regione Istriana, è stata confermata la tutela dell’istrianità, e mantenuto e incrementato il livello di tutela delle minoranze, a prescindere dall’appartenenza nazionale”, ha affermato Dino Kozlevac, presidente dell’Assemblea regionale, nel suo intervento alla sessione solenne.

Le diversità sono una ricchezza

Rilevando che le diversità sono una ricchezza e non un difetto, il Capo dello Stato, Ivo Josipović, ha sottolineato che lo Statuto istriano lancia proprio questo messaggio. “Lo Statuto è tanto importante per la Croazia, almeno quanto lo era allora per l’Istria. I tempi cambiano e ciò che un tempo era impensabile, ora è una cosa normale”, ha detto il presidente, sottolineando che nel Paese nessun suo cittadino dev’essere trattato come ospite.

Un’espressione di maturità

L’inviato speciale del presidente del Sabor, Nenad Stazić, da parte sua, ha messo in evidenza che il bilinguismo è uno standard che oggi, in Istria, nessuno mette in dubbio e che questo “non dipende dal numero di italiani che qui vivono, visto che è semplicemente un’espressione di maturità civile raggiunta da ambedue i popoli”.

Bisogna attuare le leggi

“Ciò che per l’Istria è uno standard ovvio, rappresenta un’inaccettabile richiesta per le masse primitive e scioviniste raggruppate in cosiddetti “comandi” che non vogliono il bilinguismo a Vukovar. I croati, probabilmente, sono l’unico popolo al mondo con tre scritture – il latino, il cirillico ed il glagolitico, ma alcuni analfabeti ignoranti e barbari moderni, vorrebbero proibire l’uso di una di queste”, ha affermato il vicepresidente del Sabor. Stazić ha detto ancora di essere convinto che il governo abbia la forza necessaria per mettere in atto le leggi di questo Paese. Ha concluso con l’affermazione che i cittadini dell’Istria possono essere d’esempio a tutti in numerosi segmenti, per cui ha auspicato che gli standard democratici e civili siano presto accettati anche dagli altri.

La vicinanza alla CNI

Il presidente della Regione, Ivan Jakovčić, autodefinitosi “uscente”, ha pure ricordato il 1994, l’anno dell’approvazione dello Statuto istriano, redatto nella convinzione che la libertà, i diritti civili non hanno alternative.
Noi, ha rammentato, “volevamo fondamentalmente la libertà di espressione nazionale e di fede, la solidarietà interetnica. Volevamo dimostrare la vicinanza con la Comunità nazionale italiana, come gruppo linguistico autoctono, ma anche il sostegno agli altri gruppi minoritari”.
Si tratta di una specificità istriana, ha evidenziato Jakovčić, rilevando che l’Istria non vuole imporre niente a nessuno. L’importante è che ognuno valorizzi le specificità in cui crede.

Pronti per la sfida europea

Secondo Jakovčić neanche il regionalismo ha alternative. Jakovčić “da presidente uscente” si è detto soddisfatto del lavoro svolto, rilevando che l’Istria è pronta per la sfida europea.

Quarto Forum economico

Sempre ieri a Parenzo si è svolto il quarto Forum economico dell’Istria, al quale è intervenuto pure il Capo dello Stato. Josipović ha evidenziato che l’Unione europea è una grande occasione per la Croazia e per gli imprenditori, anche se questi “possono, ma non devono necessariamente sfruttarla”. “L’Istria è un buon esempio, è una Regione di successo che ha saputo unire perfettamente la Croazia azzurra e quella verde, anche se esistono altri colori nello spettro”.

Fondamentali gli investimenti

Il ministro del Turismo, Darko Lorencin, a nome del governo, ha detto che gli investimenti sono di primaria importanza per l’intera comunità, visto che rappresentano “lo sviluppo, la creatività, la concorrenzialità e l’apertura di nuovi posti di lavoro”. “Il successo del ministero del Turismo, dipende da quello del settore privato. La partnership con questi, è fondamentale”, ha rilevato.

Turismo, una forza motrice

Il presidente della Regione Istriana, Ivan Jakovčić, ha precisato di non condivedere le opinioni di coloro che dicono che “la crisi è una chance”, visto che bisogna prima di tutto definire le modalità per uscire dalla crisi. “Il turismo non salverà il Paese, ma può essere una delle forze motrici”, ha spiegato, citando l’esempio del progetto “Brioni riviera”, per la cui realizzazione “non è stata profusa troppa volontà politica”.
Stando al presidente della Regione, “l’Istria è pronta per entrare nell’Unione europea ed ha uno splendido futuro europeo”.

Lara Musizza

 

 

 

162 – Il Piccolo 25/03/13 Gli Italiani di Levade ristrutturano la storica sede

CERIMONIA

 

Gli Italiani di Levade ristrutturano la storica sede

 

PORTOLE In seguito alla disgregazione della Jugoslavia e ai venti della democrazia, agli inizi degli Anni ‘90 gli Italiani dell’area decisero di costituire la Comunità degli Italiani di Levade – Gradigne, sulla scia di quanto stava avvenendo in altre località dell’Istria e del Quarnero. «È stato un atto di coraggio – dice Silvio Visintin uno dei fondatori – poichè avevamo dato istituzionalità e ufficialità alla lingua e cultura italiana, finora relegate all’uso familiare. Per la festa dell’anniversario è stata inaugurata la sede, ristrutturata grazie all’importo di 13 mila euro stanziato dall’Unione Italiana e dall’ Università Popolare. Per gli spettacoli e riunioni invece la Comunità puo’ disporre liberamente della locale casa di cultura dove e’ stato allestito lo spettacolino celebrativo, protagonisti, i bambini della Comunità e gli alunni della scuola elementare.

Gran pienone di pubblico con in prima fila i massimi esponenti dell’ UI Furio Radin e Maurizio Tremul, il direttore amministrativo dell’ Upt Alessandro Rossit e il console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani.

Non poteva mancare Aleksandar Krt, sindaco di Portole (1.200 abitanti) zona molto nota per i tartufi, le castagne e gli ottimi vini,. La presidente Irina Stokovac ha spiegato che i soci della Comunità sono 200, residenti anche nelle altre 16 località del circondario. (p.r.)

 

 

 

 

 

163 – Il Piccolo 29/03/13 “Paperoni” istriani, c’è anche Cuccurin

“Paperoni” istriani, c’è anche Cuccurin

 

Nella classifica di “Forbes” l’ex pescatore e cameriere di Valle, con 52 milioni, segue gli altri azionisti della rovignese Adris

 

di Andrea Marsanich

 

FIUME Anche i ricchi croati piangono, ma di felicità per la continua crescita dei loro capitali. Nonostante la martellante crisi economica, le proprietà dei 50 cittadini croati più invidiati nel Paese (leggi i più ricchi) stanno aumentando in modo esponenziale e raggiungono un valore complessivo che viene stimato sui 13 miliardi di kune, pari a un miliardo e 711 milioni di euro. La rivista specializzata Forbes ha stilato la lista 2013 dei “50 Creso” della Croazia, classifica che vede ai primi posti tre istriani, tutti azionisti della rovignese Adris che, oltre alla manifattura tabacchi, è impegnata nel settore turistico grazie all’impresa Maistra. In cima alla graduatoria c’è Ivica Todoric, proprietario del gruppo Agrokor, il cui patrimonio ammonta a 4,4 miliardi di kune (579 milioni di euro), con un incremento mica male rispetto all’anno scorso pari 92 milioni di euro in più. Ante Vlahovic è il maggiore azionista di Adris, autentico faro dell’economia istriana ed esempio di come una corretta, onesta privatizzazione possa giovare alla dirigenza ed anche alle maestranze.

 

Vlahovic, che Forbes ha piazzato al quinto posto, può vantare un patrimonio di 661 milioni di kune, che al cambio fanno 87 milioni di euro. Non è tutto: recentemente ha donato 1 milione di euro in titoli per i bambini senza genitori e per le persone vecchie e inferme. Un atto di grossa generosità, che poi va ad occupare la prima posizione nella classifica delle donazioni umanitarie fatte in Croazia. Vlahovic precede Plinio Cuccurin, il connazionale italiano di Valle, secondo maggiore azionista di Adris e che può contare su un “gruzzoletto” di 398 milioni di kune (52,4 milioni di euro). Rispetto al 2012, il vallese ha visto crescere il suo patrimonio di 14 milioni di euro. La sua carriera lavorativa è spettacolare: è cominciata 15 anni fa con Cuccurin che faceva il raccoglitore di pesche e quindi il cameriere. È seguita un’ascesa vertiginosa, che l’ha portato ad occupare la posizione numero 2 alla fabbrica tabacchi rovignese, gigante del ramo nell’area che un tempo chiamavamo Jugoslavia. Negli ultimi anni, questo italiano d’Istria è anche sceso in politica con il suo schieramento Ladonja (albero lodogno in dialetto istriano, bagolaro in lingua italiana), che punta a scalzare la Dieta democratica istriana dal piedistallo del potere nella Penisola. Il gruppo Adris ha ancora un riccone tra le proprie file, quel Branko Zec che occupa la dodicesima posizione con 190 milioni (25 milioni di euro) e registra una maggiorazione su base annua di 6 milioni e

725 mila euro. È uno dei più stretti collaboratori di Vlahovic, esperto di finanze e con indubbi meriti per la continua espansione della Manifattura tabacchi di Rovigno. Infine, abbandoniamo l’Istria per parlare ancora di podio: la seconda posizione è occupata dalla famiglia Luksich (alberghiera), con 1 miliardo e 300 milioni di kune (171 milioni di euro). Medaglia di bronzo invece ad Emil Tedeschi, titolare del gruppo Atlantic e soprattutto di 1 miliardo e 100 milioni di kune, circa 145 milioni di euro.

 

 

 

 

 

164 – L’Arena Verona 25/03/13 Verona – Vince il «Tanzella» il musicista che canta Rovigno

Vince il «Tanzella» il musicista che canta Rovigno

 

PREMI. Associazione Venezia Giulia e Dalmazia

 

Menzione speciale per i ragazzi dell’istituto Medici di Legnago

 

Al Foyer del Teatro Nuovo si è svolta la XII edizione del Premio letterario nazionale dell’Associazione nazionale venezia Giulia e Dalmazia «Generale Loris Tanzella». La cerimonia di premiazione ha concluso le manifestazioni organizzate dal Comitato di Verona in collaborazione con l’Amministrazione comunale per celebrare il Giorno del ricordo delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano dalmata e delle complesse vicende del confine orientale d’Italia. In una sala gremita di pubblico, il Consigliere Antonia Pavesi ha aperto i lavori portando il saluto del sindaco Flavio Tosi. La presidente del Comitato di Verona, avvocato Francesca Briani, ha evidenziato come il Premio Tanzella, attraverso le opere premiate, offra l’opportunità di conoscere i tanti risvolti della storia e della tradizione culturale italiane delle terre di Istria, Fiume e Dalmazia. Ha poi ringraziato i componenti della Giuria del Premio: la presidente, professoressa Loredana Gioseffi, e i Consiglieri Tullia Manzin, Donatella Stefani Veronesi, Dolores Ribaudo e Giuseppe Piro, per il lavoro impegnativo che quest’anno hanno svolto in considerazione della qualità e dell’elevato numero delle opere in concorso. L’edizione 2013 si è aperta con il conferimento del Primo Premio assoluto a David Di Paoli Paulovich autore dell’opera «Così Rovigno canta e prega a Dio. La grande tradizione religiosa, liturgica e musicale di Rovigno d’Istria», un’opera ponderosa dal valore inestimabile in quanto riporta in vita un patrimonio culturale che il dramma dell’esodo aveva disgregato e frammentato. Per la sezione storia, premiati Giorgio Federico Siboni, Guido Rumici, Antonio Zett; per la sezione Lingua, Giovanni Rapelli; per la sezione Testimonianze Aulo Crisma, Anna Malavasi e Marino Piuca; per la sezione Narrativa, Massimiliano Comparin; per la sezione Giovani Martina Raimondo. Menzione speciale per «Le foibe: da cavità naturali a nere culle di orribili massacri» della classe quinta dell’Istituto Giuseppe Medici di Porto di Legnago. È stata inoltre conferita la Targa Manfredini Pisani a Tiziana Dabovic, giornalista di Fiume, per la sua raccolta di poesie.

 

 

 

 

 

165 – Il Piccolo 29/03/13 Archeologia –  Fortezza bizantina scoperta a Pago

ARCHEOLOGIA

 

Fortezza bizantina scoperta a Pago

 

PAGO Una cittadella fortificata, con sei torri, venti passaggi, una trentina di edifici, due piazze e bastioni spessi in media due metri. E’ quanto scoperto – dopo ricerche durate un paio di mesi – sull’isoletta di Veliki Sikavac, situata a poca distanza da Vlasici, località dell’area meridionale dell’isola di Pago, in Dalmazia. In base a quanto accertato dai principali ricercatori, Smiljan Gluscevic del Museo archeologico di Zara, e Darja Grosman dell’Università di Studi di Lubiana, si tratta di un insediamento bizantino, risalente al VI secolo, all’epoca in cui a regnare era l’imperatore Giustiniano, che giustamente si preoccupava di arginare le avanzate di Slavi e Avari. «Lo scorso autunno la mia collega Grosman ha scattato parecchie fotografie aeree riguardanti questo sito, dove si notavano e si notano i resti di mura e di una chiesetta – parole di Gluscevic – siamo riusciti così a rinvenire pezzi di posate e di anfore di ceramica. Circa 1400 anni fa, su questi isolotto sorgeva una fortificazione a difesa del corridoio di navigazione che arrivava dal canale del Velebit o della Morlacca». I ricercatori hanno concluso inoltre che nel luogo del complesso bizantino sorgeva un tempo un antico castelliere. Qui sono stati trovati pure resti dell’età della pietra, vetri dell’antica Roma e anche ciò che resta di una chiesetta del XV secolo. A Stari Sikavac, dove le ricerche continueranno, c’è anche un laghetto con acqua salmastra, separato dal mare tramite una specie di soglia costruita da mani umane. Finora i lavori di ricerca hanno riguardato il 40 per cento del sito e dunque sono possibili altre sorprese. Non per nulla tra Vlasici e la vicina Smokvica sono stati scoperti i ruderi di castellieri liburnici edificati circa 3 mila anni fa, come pure tombe dei Liburni e ciò che resta di saline del 13mo secolo. Sia il sindaco di Pago, Ante Fabijanic, che il presidente del comitato locale di Vlasici, Slavko Zunic, hanno rilevato l’importanza della scoperta, la maggiore di questi ultimi tempi nella regione adriatica e destinata a dare ulteriore impulso al comparto turistico di Pago. (a.m.)

 

 

 

 

 

166 – Difesa Adriatica Aprile 2013 Padre Flaminio Rocchi, a 100 anni dalla nascita

Padre Flaminio Rocchi, a 100 anni dalla nascita

 

Il 3 luglio 1913 nasceva a Neresine, sull’isola di Lus­sino, Padre Flaminio Rocchi, l’«Apostolo degli Esuli giuliano­dalmati» sparsi nel mondo a se­guito della cessione di grande parte della Venezia Giulia alla ex Jugoslavia di Tito. La prossima estate ricorrerà quindi il centena­rio della nascita, ma il 9 giugno si ricorderà anche il decennale della morte, avvenuta a Roma nel 2003.

 

Per celebrare il ricordo di un piccolo grande uomo che ha cambiato la storia del nostro po­polo in cammino, la Sede nazionale Anvgd proporrà periodicamente alcuni brani dal li­bro biografi­co Padre Flaminio Rocchi: l’uomo, il     francescano, l’esule edito dalla stessa Anvgd. Prima e doverosa tappa è certmente la sua biogra­fia sintetica, che raccoglie in po­che parole l’essenza della sua vita umana e sacerdotale.

 

«Non si può parlare di Padre Flaminio Rocchi, soprattutto per chi non lo ha conosciuto, senza tracciarne una biografia – scri­ve il curatore del volume, Fabio Rocchi -. Ma anche chi lo ha conosciuto, scoprirà aspetti ed esperienze insospettate. La sua biografia riassuntiva, per quanto densa, non occupa molto spazio alla lettura. I suoi impegni sono sempre stati direzionati verso obiettivi ben precisi e quindi sen­za sbavature. Ho voluto però che fosse soprattutto lui a parlare di sé, riportando i suoi scritti che descrivono la sua lunga attività di uomo e sacerdote.

Ecco quindi che Flaminio aveva già scritto la sua biografia nelle tante lettere agli Esuli, nei tanti articoli su “Difesa Adriati­ca”, nelle relazioni ai congressi dell’Associazione Nazionale Ve­nezia Giulia e Dalmazia. Non è stato difficile – così – mettere in­sieme questi suoi pezzi di storia, anche se ovviamente rappresen­tano solo uno spaccato di quel secolo che ha attraversato e che ha attraversato.

 

Non amava parlare in pubbli­co di sé, ovvero non amava tessere le sue lodi. Ma in un mondo così composito come quello degli Esu­li giuliano-dalmati, dilaniato dalle tragedie della guerra e dell’Esodo, c’era sempre qualcuno pronto a puntargli il dito addosso. E così era costretto a tirar fuori la sua grinta, il suo orgoglio di neresi- notto per mettere nero su bianco tutte le sue attività e i suoi impe­gni, quasi a voler dire “lavoro da una vita per voi, non ve ne siete accorti?”. E tanto più era pungen­te la critica che gli veniva mossa, tanto più quella sorta di ira pacata ammutoliva l’oppositore.

 

Ho voluto dare anche am­pio spazio all’aspetto francescano della sua vita: era il fondamento della sua esistenza. Tutto ciò che ha fatto e vissuto ha indelebile il segno della sua vocazione. Ma non era possibile, almeno alla mia povera e scarsa penna, deli­neare i contorni di un argomento così alto. Ho lasciato, quindi, che fosse lui a descrivere la sua voca­zione a San Francesco. […]».

 

LA BIOGRAFIA

 

Flaminio Rocchi (all’anagrafe di allora nasce An­tonio Soccolich) viene alla luce il 3 luglio 1913 nella piccola comunità di Neresine, sull’Isola di Lussino, che come una gran­de nave si staglia tra l’Istria e la Dalmazia. La famiglia è compo­sta dal padre Rocco, dalla madre Viola e dai fratelli Rocco, Alfre­do, Maria, Nives, Giuseppe, Al­fio e Viola.

 

A 12 anni entra in seminario, approfondendo la sua vocazione a Venezia (noviziato nell’Isola di San Francesco del Deserto e studi di teologia nell’Isola di San Michele), Chiampo, Vittorio Veneto e Monselice. Nel 1937, a 24 anni, è ordinato sacerdote nell’Ordine dei Frati Minori e assegnato alla Provincia Veneta. Studia poi storia e sociologia dal 1937 al 1940 all’Università di Lovanio (Belgio) e Lettere e Filo­sofia dal 1940 al 1943 a Bologna, dove approfondisce una grande cultura religiosa, artistica, uma­nistica e storica.

Durante la seconda guerra mondiale, tra il 1943 e il 1948, è cappellano militare in Sardegna, Corsica e Toscana. In Corsica è vicino ai militari sloveni. Nell’iso­la di Gorgona è inserito in un commando americano. Termine­rà la sua attività di cappellano a Bracciano tra i militari italiani.

Nel 1948 inizia il suo avvici­namento ai problemi dei profu­ghi giuliano-dalmati conducen­do una trasmissione radiofonica nazionale a loro dedicata. La sua attività si fa più intensa: dirige il collegio “Figli dei Profughi” all’Eur di Roma, che divente­rà poi la “Casa della Bambina” nel Quartiere giuliano-dalmata.

Assume l’incarico di Direttore dell’Ufficio Assistenza dell’Asso­ciazione Nazionale Venezia Giu­lia e Dalmazia, per essere più vi­cino ai suoi profughi, anche nelle necessità materiali.

 

Sarà per decenni ospite della comunità francescana spagnola dei SS. Quaranta a Trastevere in Roma, fin quando le condizioni di salute lo costringeranno ad ab­bandonare il convento (ma mai il lavoro) per stabilirsi dal fratello Giuseppe nel suo Quartiere giu­liano-dalmata di Roma.

Sarà anche membro dell’AwR, l’associazione per lo studio del problema mondiale dei rifugiati, che è organo con­sultivo dell’ONU e del Consiglio d’Europa; gli verrà affidata la pre­sidenza del comitato culturale. Membro della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, farà parte della Commissione Iustitia et Pax dell’OFM, dell’IRO (Orga­nizzazione Internazionale Emi­granti), del National Catholic Welfare Conference e della Pon­tificia Opera di Assistenza.

È stato promotore di 150 provvedimenti legislativi in favo­re dei profughi e membro delle Commissioni Interministeriali per i Danni di Guerra e i Beni Abbandonati dei profughi del­la Venezia Giulia e Dalmazia. Ha scritto due libri, nei quali ha raccontato la dolorosa storia dell’Esodo e tutto ciò che per i profughi è stato fatto.

 

Fabio Rocchi

 

 

 

 

167 –  CDM Arcipelago Adriatico 19/03/13 Marisa Madieri: le parole della vita

Marisa Madieri: le parole della vita


Uscito un libro di Ibiskos di Graziella Semacchi Gliubiche e Cristina Benussi


E’ un ricordo delicato, quasi in punta di piedi: Graziella Semacchi Gliubich ci restituisce tanti piccoli momenti condivisi con Marisa Madieri da amiche e soprattutto da mamme nel giardino pubblico vicino casa. L’autrice di Verde acqua e la Radura, ritorna con la sua grazia a raccontarci un rapporto con la vita che ha segnato una generazione. La Semacchi Gliubich firma con Cristina Benussi – e viceversa per l’importanza dei due contributi che lo compongono, complementari ma profondamente diversi – questo libro intitolato proprio “Marisa Madieri. La vita, l’impegno, le opere”. Ci giunge attraverso la capacità di rendere protagonisti gli attimi, apparentemente banali, del quotidiano, il respiro dell’autrice fiumana: schiva, discreta ma piena di quella saggezza che la vita le aveva insegnato attraverso prove che l’hanno incoronata scrittrice. Chissà, se non ci fosse stata l’esperienza del Silos, quella vergogna di sentirsi diversa, chissà se sarebbe scattata la ricerca di un riscatto che prima ancora di giungere con le parole di Verde acqua, era passato attraverso l’abnegazione per la famiglia, i figli, l’insegnamento. Le cose che compongono una vita ma che spesso raggiungono il respiro dell’esempio perfetto.


Che cosa succede tra queste donne della Trieste bene, mogli di uomini importanti, madri di ragazzi che devono crescere seguiti e indirizzati? Hanno nel cuore la cura della casa, come le loro madri e molto lontano dalle ragazze di oggi, con il conforto dell’agiatezza, la serenità della famiglia come vocazione importante ma non unica. Anche Graziella, come Marisa, accarezza e persegue il desiderio di esprimere se stessa nella scrittura. Graziella nelle filastrocche, poesie di una casalinga colta e con un grande dono naturale: l’autoironia. Marisa concedendosi una necessaria catarsi nel racconto degli anni del campo profughi in cui una pesante promiscuità metteva  a nudo ogni cosa meno che i pensieri più profondi, la solitudine e il desiderio di riscatto. Ma il tutto con grande dignità, senza una gratuita e facile autocommiserazione, perché lei conosce chi soffre, s’impegna ad aiutare il prossimo, si spende per chi ne ha bisogno. Tutte e due, donne che sono riuscite ad emergere anche dal ruolo che la società degli anni settanta ed ottanta aveva loro assegnato. Mentre sbriga le faccende, Marisa respira il respiro della casa, il marito che corregge le bozze in una stanza, i ragazzi che fanno i compiti, i pensieri si rincorrono e fermarli scrivendo diventa una necessità.


Graziella lo fa seduta al tavolo di cucina, su un quaderno dismesso dai figli, scrivendo le sue filastrocche, le poesie e nascondendolo appena la porta di casa la riconduce al suo ruolo di “angelo del focolare”. Con Marisa s’incontravano spesso nel quartiere dove abitavano e i loro discorsi erano i più disparati, con una particolare attenzione a quella Trieste in cui riconoscevano una dimensione condivisa, la ricerca di uno spazio per essere pienamente se stesse.

 La scrittura ha offerto a tutte e due l’occasione giusta.


Graziella inizia a ricordare Marisa da una strada di Fiume, già via Angheben (oggi via Zagabria), dove una targa ricorda la scrittrice scomparsa, nata proprio lì, tra il porto austriaco e quello ungherese, vicino agli splendidi edifici dei mercati, a pochi passi dal teatro Verdi, ora Zajc e alla fiumara che corre verso il mare. Un piccolo grande mondo di passaggi, arrivi e partenze di una città complessa, tormentata ma ricca di tanta esperienza che la Madieri ha saputo restituire con la dignità di chi sa amare senza riserve.


Dal ricordo di Graziella, tenero, pieno di spunti di incredibile saggezza e ricchezza – ampliati anche dalle testimonianze, in appendice, di altre donne che l’hanno conosciuta o apprezzata – alle riflessioni di un critico letterario come Cristina Benussi. L’analisi dell’opera della Madieri è precisa, articolata, dettagliata. Nella prima parte l’affetto, lo slancio, nella seconda il rigore scientifico che sublima il tutto ed unisce tre (o più) donne straordinarie nei rispettivi compiti, in un libro (Collana Le protagoniste-Ibiskos Editrice Risolo) da leggere tutto d’un fiato.


Rosanna Turcinovich Giuricin

 

 

 

 

168 – Il Piccolo 26/03/13 Narrativa – Villalta, vite da romanzo tra la fuga dall’Istria e la ricerca di un’identità

Villalta, vite da romanzo tra la fuga dall’Istria e la ricerca di un’identità

 

NARRATIVA – L’ANTICIPAZIONE

 

Arriva oggi nelle librerie “Alla fine di un’infanzia felice” che il direttore artistico di Pordenonelegge pubblica con Mondadori

 

di Alessandro Mezzena Lona

 

 I ricordi sono un artificio che aiuta a vivere. Perché si modificano, si adattano allo scorrere del tempo. Mutano in base ai desideri, alle assenze, ai rimpianti. Se poi qualcuno tenta di trasformarli in materia narrativa, in un romanzo, allora finiscono per raccontare verità laterali. Sguardi possibili, versioni intelocutorie. Una di queste verità laterali capita sotto gli occhi di Guido. Lui fa l’insegnante, ma da un po’ di tempo collabora con una casa editrice di Pordenone. E da lettore di professione, da editor, si imbatte in un romanzo che gli arriva in un plico con la scritta “Spedisce Sergio Casagrande”. Quel nome gli scatena dentro una tempesta di emozioni. Perché riporta sulla ribalta dei ricordi un ragazzino. Un suo amico d’infanzia, che forse aveva dimenticato da tanto. Da qui prende le mosse il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta. Intitolato “Alla fine di un’infanzia felice” (pagg. 228, euro 19), arriva oggi nelle librerie pubblicato da Mondadori. E ripropone il poeta friulano, direttore artistico di Pordenonelegge, vincitore del Premio Viareggio 2010 con “Vanità della mente”, nella veste di narratore. Dopo “Tuo Figlio” e “Vita della mia vita”, usciti nel 2004 e nel 2006. E dopo il pamphlet “Padroni a casa nostra” del 2009. Da sempre, Villalta cerca i suoi personaggi nella penombra della vita. Nella quotidianità di giornate che non possono attirare l’attenzione di chi le guarda da lontano. Ed è lì che trova Guido e Sergio, figli di profughi istriani scappati dalla Jugoslavia di Tito per andare a vivere nella campagna attorno a San Quirino. In una terra rigogliosa e arida al tenpo stesso. Piena di suggestioni, ma con pochissima gente in giro. Che confina con il deserto dei magredi, dove il mondo sembra arrivare alla fine del mondo. I due ragazzi crescono vivendo storie parallele. Guido è più guascone, più libero, ha la moto, esercita la sua forza fisica e psicologica. Sergio lo vorrebbe prendere a modello, ma non si vuole esporre più di tanto. Per non farsi prendere in giro. Per non recitare la parte del bambinetto. A intorbidire l’amicizia tra loro c’è l’ambigua simpatia che lega il padre di Guido, uno di quegli uomini che non possono fare a meno di corteggiare tutte le donne che capitano a tiro, e la madre di Sergio, troppo bella e fine per seppellire le sue giornate dentro minuscole incombenze: campi da arare, fieno da raccogliere, pranzi e cene da cucinare. L’editor Guido, via via che si addentra nel romanzo di Sergio, si ritrova davanti agli occhi tutto questo. Il ricordo di suo zio, il profumo delle notti in campagna, le liti furiose tra chi dava del fascista ai profughi istriani e chi non sopportava proprio i comunisti. E recupera dai corridoi della memoria anche la figura di suo fratello, un bambino che non parlava mai, che portava dentro gli occhi un vuoto infinito. E che, secondo la versione del romanzo, a un certo punto sarà vittima di un incidente. Ma com’è andata veramente? Le versioni non coincidono. I ricordi di Guido dicono tutt’altro. Il libro, invece, si muove su una strada palallela. Fino a qui, nessun problema: la vita è vita, la letteratura la reinventa. Il gioco si fa complicato quando la narrazione molla la via dei ricordi e propone un salto temporale. Sergio mette in scena se stesso, il suo amore adulterino con Lucia, collega di lavoro, moglie infelice, amante enigmatica. Guido procede con sempre maggior fastidio nella lettura del libro. Anche perché lui sa che Sergio sta barando. Da anni, infatti, è in contatto con la madre del suo amico d’infanzia. Quindi, si illude di conoscere il vero andamento della sua vita. O meglio, della versione che raccontano gli altri. Sì, certo, quel romanzo potrebbe incontrare l’interesse dei lettori. Magari vendere anche un bel po’ di copie. Ma come si fa a mettere in piazza gli affari propri, e quelli altrui, senza il minimo scrupolo? Con un’altra piroetta, il libro cambia ancora. Questa volta Sergio racconta il proprio io narrativo che accerchia il suo vecchio amico Guido. Spiandolo mentre lavora, seguendolo per la strada, insinuandosi nei suoi territori familiari. Fino a immaginare un viaggio con lui in Croazia. Un ritorno di fiamma della loro amicizia. Ma cosa c’è di vero in tutto questo? Come fa un gioco di specchi così raffinato e bastardo ad anticipare la realtà, a sostituirsi a essa? Ragionando sui temi dell’identità, della memoria, della finzione che diventà verosimiglianza, e della verità che si lascia andare alla finzione, Gian Mario Villalta costruisce un romanzo inquieto e affascinante. Dove tutti gli elementi della storia che il lettore vede allinearsi sulla carta hanno un doppio volto. Un doppio fondo. Rivelano e nascondono, mascherano e scoprono. Pongono interrogativi sulle passioni e l’immaginazione. Che, assieme, formano una miscela esplosiva potente.

 

COMINCIA COSÌ

Quel romanzo inaspettato spedito da Sergio alla casa editrice

 

Da “Alla fine di un’infanzia felice” di Gian Mario Villalta pubblichiamo l’inizio del primo capitolo, per gentile concessione della casa editrice Mondadori. di GIAN MARIO VILLALTA Oggi Guido trova occupato il suo posto vicino al muretto, dietro l’edificio dove ha sede la Gemina Editrice. Non è proprio suo il posto, ma di solito lo trova libero, perché nessuno immagina che ci sia ancora spazio oltre la fila di cassonetti a ridosso della griglia di ferro zincato. O forse nessuno vuole mettere l’auto in quello che pare sia l’angolo dell’immondizia. Oggi, però, c’è un furgone. Perciò deve cercarsi un altro parcheggio, che trova abbastanza distante, e farsi un pezzo di strada a piedi con la cartella di cuoio in una mano e la borsa di tela appesantita da un grosso dattiloscritto nell’altra. All’ingresso dell’appartamento dove lavorano i due dipendenti della Gemina, Roberto e Lucia, e il loro capo, Gianluca Fabris, c’è un tavolo per la distribuzione della posta, divisa in contenitori con i nomi di ognuno. Guido vi getta sempre un occhio passando. Quando entra nella sua stanzetta, che ha un’unica finestra, una libreria a vista e un tavolo, Guido ha due ragioni per essere contrariato: una, che gli è quasi passata, è quel piccolo contrattempo al parcheggio; la seconda riguarda il nome del mittente su un pacco spedito via posta ordinaria, che ha tutta l’aria di contenere una risma di fogli A4, e questo significa la proposta di un libro. C’è scritto: «Spedisce Sergio Casagrande». Sono le dieci di mattina, e Guido – dopo aver infilato il plico, con un gesto brusco, nello scaffale – non rinuncia alle sue abitudini, che prevedono l’apertura della posta, mentre avvia il pc, e la telefonata alla moglie che il giovedì ha il giorno libero a scuola e ha raggiunto già da un po’ la casa dei genitori. Guido si informa sulla loro salute. Chiede se c’è bisogno di comprare qualcosa. Si accorda con lei, che si chiama Ilaria, sull’ora del pranzo, per concludere che è meglio se mangia un panino fuori. Durante la conversazione, mentre è lui che sta parlando, fa una pausa piuttosto lunga, forse vuole raccontarle del plico spedito da Sergio Casagrande. Non lo fa. Dopo la pausa parla di un paio di scarponi che è il momento di buttare, come se fosse stato quello il motivo dell’esitazione. (…)

 

 

 

 

 

169 – La Voce del Popolo 27/03/13 Cultura – Un popolo con il mare dentro

Un popolo con il mare dentro

Civiltà contadina, civiltà del mare, due momenti che da sempre hanno caratterizzato la realtà istriana – e in modo diverso quella fiumana e dalmata –, ma che spesso emergono in modo disarmonico dal calderone delle considerazioni. Necessario un riequilibrio che vede impegnati l’IRCI e il Circolo “Istria” nella creazione di un percorso espositivo e museale di cui è stato offerto un primo assaggio alla tavola rotonda di lunedì sera a Trieste, nella sala Alida Valli di via Torino, presenti i relatori che hanno sfidato neve e ghiaccio per ritrovarsi a ragionare insieme.

L’IRCI, ha preannunciato la presidente Chiara Vigini, intende mettere a disposizione gli spazi prima dell’avvio dei lavori di ripavimentazione delle sale. Ma fino ad allora ci saranno dei mesi per focalizzare gli ambiti da sviluppare nel tempo. Nello spazio antistante la sala dell’incontro è stata allestita una piccola mostra di reperti che andranno studiati ed implementati.

E di materiale – almeno da quanto esposto dai relatori – ce n’è in abbondanza. Di che cosa si tratta? Lo introduce il presidente del Circolo “Istria”, Livio Dorigo , dichiarandosi soddisfatto di poter collaborare con l’IRCI per la conoscenza della storia dell’Istria. Perché il mare? Perché è emozione, ispirazione, commercio, storia e senso d’appartenenza. Per far capire “a noi stessi e agli altri” – dice Dorigo – che l’Adriatico è centro d’Europa, per la sua funzione di raccolta, sviluppo economico, per tutto ciò che è a destra e a sinistra rispetto alla sua posizione. Nel momento in cui l’Unione Europea s’allarga anche alla Croazia, “abbiamo il compito importante di restituire a Trieste il suo territorio di riferimento”. Attraverso una rete di rapporti economici, ma anche attraverso una pacata crociata di di revisionismo storico. L’Istria è stata considerata figlia di Venezia, ma secondo Dorigo si tratta di un concetto restrittivo.

L’Istria, isola di approdi culturali

Per Walter Makovaz, l’Istria è un’isola culturale. Anche se solo in epoca moderna si ha un concetto unitario della regione. Ecco perché ha intitolato il suo intervento “Castellieri e approdi”. Per significare l’unicità dei rispettivi luoghi che si gestivano, da sempre, in grande autonomia, come mondi a sé stanti. In effetti sono realtà che si sono compenetrate, anche se marginalmente. L’andare a piedi determinava uno spostamento limitato di culture e intelligenze. Ma alcune riprove di questi contatti ci sono. Cita a esempio la parola meda, covone in termini agricoli, ma anche punto cospicuo in quelli marinari. Il profilo delle colline è una scelta obbligata nei portolani per accompagnare la navigazione. Ecco che i castellieri, costruiti sulle vette, diventano punti cospicui per chi va per mare, saldando un rapporto che diventa una chiave di lettura della realtà istriana.

Altro punto cospicuo per le genti di mare e di terra sono i santuari mariani, di cui si è occupato David Di Paoli Paulovich. La devozione a Maria risale al primo arcivescovo di Salona e lo sviluppo dei santuari lungo la costa non è mai venuto meno: li ritroviamo a Muggia, Semedella, Isola, Strugnano (dove la Madonna sarebbe apparsa nel 1500, rivolgendosi ai fedeli in piranese: “Fioli non scampete, dixeghe al pievan de conzarla la glesia, altrimenti…”) e poi giù lungo tutta la costa.

Risorse da… raccogliere

Si naviga, si prega, ma soprattutto si pesca in modo individuale – spiega Nicola Bettoso. L’attività economica legata al mare nasce solo nel 1880, parallelamente si sviluppa la biologia marina. Quattro anni dopo si costituiscono otto dipartimenti da porto Buso fino a Cattaro e inizia l’acquacoltura. Solo a Fiume, per la presenza del porto ungherese, viene riservato un trattamento a parte.

Che cosa si pescava? La sardina – spiega il biologo – costituiva il 25 per cento di tutta la produzione austro-ungarica, con l’uso di una barca detta Luminiera. A prua, per concentrare il pesce si accendeva un falò nel braciere e si cercava di convogliare il pesce a riva per la raccolta. La tecnica è ancor oggi in uso nelle valli marine e viene detta tratta.

Tra le tante dimensioni del rapporto Istria-Venezia, la vicenda delle Saline è emblematica e si continua a studiare, ha testimoniato Kristjan Knez. Quelle di Pirano sono le uniche a non avere mai interrotto la propria attività permettendo, attraverso la vicenda del sale, di scrivere la storia civile, culturale e politica di un territorio. Negli anni Trenta del Novecento sono state dismesse quelle di Capodistria con lavori di ingegneria idraulica, le ultime a chiudere i battenti sono state quello di S. Lucia negli anni Sessanta. Pirano è cresciuta sul sale, detto anche oro bianco. La famiglia Grisoni di Capodistria, ad esempio, possedeva 450 bacini, una ricchezza che si tramandava, si dava in dote, spesso ne erano proprietari ordini religiosi. Una mostra dovrà raccontare tutti questi particolari, andare alla ricerca dei segni ancora presenti sul territorio di cui spesso non si ha coscienza e che invece rappresentano il contatto diretto con la storia.

Uomini coraggiosi

Venezia nel ‘400 aveva un “pil” superiore a quello della Francia e dell’Inghilterra, alle quali prestava soldi. Ad affermarlo è Giuliano Orel, che alla tavola rotonda ha voluto segnalare l’importanza delle ricerche sui grandi personaggi del territorio, che in una mostra-museo non possono mancare, anche perché non c’è nel Mediterraneo un territorio che come l’Istria abbia dato tanto impulso alla ricerca sul mare. Tre gli autori citati: Vattova, Parenzan, D’Ancona. Il primo era capodistriano, rampollo di una stirpe di umanisti, aveva un sapere universale che espresse in numerosi volumi (uno anche dedicato ai proverbi istriani che si riferiscono al mare). Lavorò all’istituto di biologia marina di Rovigno, studiando chimica e fisica delle acque marine e lagunari. Ricerche raccolte in libri ancora da studiare, sono 200 le pubblicazioni scientifiche che portano il suo nome. La sua biblioteca ceduta dalla Jugoslavia all’Italia è andata miseramente distrutta.

Il secondo personaggio, Pietro Parenzan, era di Pola. Laureato a Torino, lavorò per il Regio comitato talassografico italiano. Finì la carriera a Taranto, dove riuscì a fondare un istituto di biologia marina. Ed infine D’Ancona, nato a Fiume, iniziò gli studi a Budapest, combatté sul Carso e solo dopo finì gli studi a Roma, presso la cattedra di zoologia con Grassi, Siena e Padova. Embriologia, zoologia comparata sono le sue specializzazioni.

Una storia di 150 milioni di anni

Dai personaggi alla pietra, nell’intervento di Stefano Pullani; dal punto di vista geologico siamo di fronte ad una storia di centocinquanta milioni di anni. Dal giurassico in poi l’Istria è un documento aperto e la sua storia è una storia marina, di rocce formatesi in una specie di barriera corallina con organismi che non esistono più. Ce ne parlano le orme dei dinosauri. Poi L’Istria emerge con tutti i fenomeni di erosione e carsismo che conosciamo. L’anno scorso per osservare questo tratto, Pullani ha fatto il giro dell’Istria a nuoto con un barchino. Dai tempi di Roma l’abbassamento ha creato realtà sommerse. Si tratta di ricerche che si collegano ad altre condotte nel 1850, con la prima carta geologica dell’Istria, con lavori particolarmente interessanti, di D’Ambrosi, Domenico Lovisato.

Un vuoto dal colmare

Antonio Tommasi, presidente della Società sportiva “Pietas Julia” di Monfalcone, ha espresso l’auspicio che il progetto di una mostra permanente possa colmare un vuoto grave. Nel panorama locale, sia a Trieste che in Istria, ci sono interessanti musei che riguardano la navigazione e il mare, ma nulla sullo sport del mare, che tanto ha dato a queste terre, in modo particolare per l’impatto sullo sviluppo sociale in Istria. Lo sport nautico prende piede nella seconda metà dell’Ottocento, con la nascita dell’associazionismo con lo scopo di promuovere la cultura del fisico nel suo aspetto salutistico. Succede che attività sportive che fino ad allora erano state appannaggio delle classi altolocate diventino popolari, al seviziò della piccola borghesia e gente comune. Nascono anche società operaie di canottaggio e, visto il periodo storico, assumono anche un ruolo di aggregazione politica, diventano centri d’irredentismo.

C’è tutto: sport, grandi personaggi, storia e cultura per un respiro ampio che il mare riesce a restituire sempre. Non rimane che attendere che tanto sapere trovi sistemazione in uno spazio accessibile a tutti.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

 

170 – Panorama Edit 15/03/13 Società – Una miglior vita per gli istriani? Tomizza l’aveva sognata …

Società

Le prospettive che sembrano dischiudersi in parallelo con il processo di adesione della Croazia all’Unione europea

 

Una miglior vita per gli istriani? Tomizza l’aveva sognata…

 

di Marino Vocci

 

Tra il compromesso sloveno-croato sul ventennale vergognoso (so­prattutto per i cittadini/correntisti) affare della Ljubljanska Banka – an­che qui purtroppo una banca al centro di una grave situazione di crisi!! – do­vrebbe portare il Parlamento sloveno a ratificare entro fine marzo il trattato di adesione della Croazia all’Unione Europea.

 

Dal 1° luglio la Croazia e quin­di dopo quella slovena anche la par­te dell’Istria al di là del fiume Dra- gogna ritornerà finalmente nella casa comune europea. Diventerà così re­altà anche il sogno della “grande ani­ma” istriana Fulvio Tomizza che ha interpretato nel profondo il sentimen­to e anche le speranze di gran parte della gente di questo straordinario e delicato mondo plurale. Ci sarà… “La miglior vita” e, proprio come ci ricordava Tomizza nel suo bellissi­mo romanzo scritto nel 1977, la no­stra Istria dove tutti saranno nuova­mente insieme potrà vivere normal­mente la sua pluralità. Essere così la terra degli italiani, dei croati e degli sloveni, dei serbi esuli ma anche de­gli istroromeni, dei montenegrini e dei cici. Un’Istria plurale dove: “… la sua gente ciacolava in veneto in­filando parole croate o slovene dove serviva e dove voleva. Un’Istria dove secoli di lavoro e di amicizia non era­no passati invano e, come ci ricorda­va Fulvio, tutti sognando insieme una miglior vita erano istriani, figli del popolo e della terra. Un microco­smo poi violentato dal “secolo breve. Un Novecento che ha costretto tutti a pensare che si dovesse essere o ita­liani, o sloveni, o croati oppure “ju­goslavi”, un secolo in bianco o nero che imponeva si decidesse cos’era il bene e cos’era il male: un Novecento che voleva cancellare il passato, con­fonderlo, alterarlo, distruggerlo, de­nigrarlo.

Anche per ricordare tutto questo e in attesa dello “storico” primo luglio abbiamo scelto di viaggiare. Un pri­mo viaggio, quasi religioso, per anda­re incontro al suo amatissimo mag­gio, nei luoghi della religione e della religiosità antica istriana dalla Zdregna di San Girolamo a San Michele di Leme di san Romualdo. E poi un viaggio nella memoria, nei luoghi dei suoi straordinari romanzi: da Trieste a Capodistria, da Caldania a Giurizzani, dal mare verdazzurro di Umago alla terra rossa di Buie, da Petrovia a Momichia, da Castelvenere a Mate- rada. Per coglierne insieme ad alcuni amici goriziani e poi amiche triesti­ne, “italiane” e slovene, austriache e croate, tra la gente, tra mare e terra, nelle case e nelle osterie, nel paesag­gio culturale e colturale, le tracce e i segni profondi di un’antica e moder­na umanità.

 

Pensavo a questo mentre leggevo con piacere dell’incontro che recen­temente si è tenuto tra il premier slo­veno Janez Jansa e quello croato Zo­ran Milanovic al Castello di Mokrice in Slovenia, che ha dato sostanzial­mente il via libera all’adesione della Croazia all’Unione europea. Riflette­vo su questo nostro mondo che final­mente si ritrova nuovamente insieme, proprio nel momento in cui si parla di crisi e di tramonto della globalizza­zione, di quella indesiderabile e pur­

troppo anche di quella desiderabile. Quando parlo di globalizzazione de­siderabile mi riferisco in primo luogo agli organismi internazionali. Quel­li nei quali abbiamo non solo cre­duto ma anche chiesto il loro rilan­cio e che oggi purtroppo attraversano una crisi non facile: in primo luogo l’ONU e poi la nostra cara vecchia Europa. Sappiamo come la grave cri­si economica abbia messo a nudo an­che la gravissima crisi del modello e del sogno europeo, parliamo poco in­vece di quella dell’ONU.

Certo fa una certa tristezza vede­re che la necessità di riformare e ri­lanciare il ruolo delle Nazioni Uni­te, è finita… in cantina! E si parla di Nazioni Unite per le allegre sedu­te e. bevute degli ambasciatori e si protesta per la temporanea chiusura della “Delegate’s Lounge” (l’oste­ria… multietnica e sembra poco “ber- nardiana”, della prestigiosa sede newyorkese). Ricorda poco l’oste­ria istriana descritta amorevolmente dall’amico Ulderico Bernardi come non solo il luogo della convivialità ma anche di alto valore sociale e soprattutto culturale, del detto “mens sana in malvasia istriana” e ha invece messo più volte in crisi i lavori della massima organizzazione mondia­le! Forse e proprio perché molti il­lustri rappresentanti di questo nostro mondo hanno ritenuto erroneamen­te che una semplice bevuta aiutasse a distendere gli animi e aiutasse la… convivialità e condivisione, oppure più semplicemente perché hanno ba­nalmente interpretato il detto latino di un passato remoto importante e lun­gimirante e cioè… in vino veritas!

 

Poca condivisione se non. quel­la dei brindisi e purtroppo sembra an­che poca… verità, al punto che Joseph Torsella, il diplomatico nominato dal presidente Barack Obama, ha preso la parola nel corso di una riunione del­la commissione Bilancio del Palazzo di Vetro ed ha chiesto una “inebriation- free zone”. Rivolgendo un invito affinché lo stato di ebbrezza e ancor di più l’ubriachezza restino fuori dalle stanze dell’Onu dove si conducono negoziati e a brindare semmai solo alla fine delle sessioni, ma al­meno quelle di successo!

Ritorniamo però alla nostra Istria dove final­mente cadrà l’ultimo con­fine (quello amministrativo si intende e non purtroppo ancora del tutto quello che sta dentro la testa di mol­te persone!) e dalla quale vorrei partire per una bre­ve riflessione sulla frena­ta di quella globalizzazio­ne spesso non desiderabi­le e che sembra invece ab­bia contribuito a ricostruire nuovi confini.

 

Parto da un articolo re­cente del giornalista del ‘Corriere della Sera’ Da­nilo Taino, che a proposi­to di globalizzazione che sta tornando indietro – che mi ha fatto ricordare il pensiero il­luminante dell’amico Wolfgang Sa- chs, quello dei limiti e della globa­lizzazione come sostenibilità – scri­ve: “Con la Grande Crisi questo

mondo con tante luci e parecchie ombre si è fermato. Prima là dove la catastrofe è iniziata (negli Sati Uni­ti con le banche, n.d.r.), poi via via quasi ovunque, (una globalizza­zione che) si è fermata nel 2007 e da allora è iniziata una marcia a ritro­so, non per le proteste dei sindaca­ti, non per le manifestazioni No Glo- bal, non per il buon sapore del chi­lometro zero. Perché il vento che gonfiava le vele ha cambiato dire­zione: nella finanza, nei commerci, nelle scelte delle aziende, ma anche nelle istituzioni, nella politica e, so­prattutto, nelle idee (e nella Cultu­ra, n.d.r) che danno forma al mondo.

 

Per alcuni è un bene. Più probabil­mente è un pericolo. Anche la prima globalizzazione si arrestò, e lo stop fu drammatico, cristallizzato nella Grande guerra e in quasi tre decenni di trincee, di morti e di odi naziona­listi. Non che debba finire così anche questa volta: un pianeta più chiuso, però, non promette bene”. Si ricor­da ancora che l’indice di gradimen­to dei governi per la globalizzazione non è mai stato elevato, perché erode il loro potere nazionale e nel 2012 il mondo è stato meno inte­grato che nel 2007 e infine che “la distanza e i confi­ni” contano ancora e so­prattutto che il 2013 sarà l’anno decisivo per la de­globalizzazione.

Per questo voglio con­cludere con l’Istria dove nel 2013 il sogno diven­ta finalmente realtà: anche perché sempre Taino citan­do l’analista politico Ro­bert Kaplan sostiene “.la necessità di tornate a stu­diare i confini naturali, la loro influenza sulle cultu­re e sulle politiche, le ri­sorse. e dove la vecchia, polverosa Geografia torna a misurare confini e distan­ze del nostro piccolo mon­do”, mi ha fatto ricordare il progetto dei primi anni No­vanta “Istria laboratorio per la nuova Europa” e in par­ticolare le longhe ciacolade con gli amici Fulvio Tomizza e Diego De Castro.

Un altro grande figlio come la grande anima istriana di questa nostra terra affascinante e com­plessa, con il quale quando per la pri­ma volta da Pola a Bolzano, da Buie a Capodistria, da Muggia a Trieste, si parlava di Euroregione, ho condiviso proprio queste riflessioni.

 

 

171 – La Voce del Popolo 25/03/13 Cultura – L’antica Pedena centro culturale della penisola

L’antica Pedena centro culturale della penisola

L’amore: il suo tocco divino risveglia ed esalta tutto ciò che è nobile e bello. Una delle grandi forze universali, cerca la sua manifestazione e la sua realizzazione sulla terra ovunque gli sia possibile e vi sia ricettività, scegliendo i propri strumenti, destando alle proprie vibrazioni coloro che sono capaci di una risposta. E ricettività e risposta non sono mancate sabato scorso a Pedena, a un evento che assume un alto valore simbolico: l’amore che si rinnova e che rigenera, che unisce gli uomini, guardando al futuro.

Amore è stata infatti una delle parole più sentite alla presentazione di “Pedena. Storia e memoria dell’antica diocesi istriana”, libro di David Di Paoli Paulovich, pubblicato dall’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste, con una toccante prefazione-testimonianza personale di Lorenzo Rovis, presidente della citata associazione, originario dell’antico borgo, dove ha trascorso l’infanzia e parte dell’adolescenza, prima di espatriare nel vicino capoluogo giuliano.

Un evento di alto valore simbolico

Per Pedena è stato un grande avvenimento, di quelli eccezionali, con una particolare partecipazione di autorità e pubblico, sia numerica sia sotto l’aspetto del coinvolgimento emotivo. A sorpresa e compiacimento degli organizzatori, la bella sala restaurata nel Palazzo del Barone, sede del Centro per la cultura immateriale (il CENKI, che ha come riferimento il Museo etnografico della regione) era gremita; un’adesione, questa, che dà ragione a quanti intendono trasformare la località in centro culturale dell’Istria par excellence.

Un’idea che il sindaco Gianni Franković accarezza da tempo – almeno dall’apertura del CENKI, nel giugno del 2011 –, e alla quale hanno manifestato il proprio appoggio diversi ospiti, Rovis compreso, a dimostrazione della sintonia d’intenti e della sinergia che si è ormai instaurata tra istriani, italiani e croati, esuli e rimasti. Una considerazione che trova un’ulteriore riprova nel fatto che la promozione del volume su Pedena ha visto l’esordio della collaborazione tra l’Unione Italiana, l’associazione rappresentativa degli italiani rimasti, e l’Associazione delle Comunità Istriane. Dopo il percorso avviato con il Libero Comune di Pola in Esilio, si tratta di un ulteriore sviluppo del rapporto tra le due “anime” del popolo giuliano-dalmata.

Sentita partecipazione

Ma veniamo alla cronaca (riservandoci, per motivi di spazio, un successivo approfondimento sull’opera del Di Paoli Paulovich): sono intervenuti, quali padroni di casa il sindaco Gianni Franković e il parroco Antun Kurelović; l’assessore regionale alla Cultura, Vladimir Torbica, a nome del presidente della Regione Istriana, Ivan Jakovčić, mentre il cancelliere diocesano Sergej Jelenić ha porto i saluti del vescovo della Diocesi di Parenzo e Pola Dražen Kutleša; quindi hanno preso parte alla presentazione il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, il deputato al Sabor e presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin; il presidente della Giunta esecutiva UI, Maurizio Tremul; il direttore del Centro di Ricerche storiche di Rovigno, Giovanni Radossi, Jordan Rovis, parroco di Gimino (nato a Pedena), Nidija Nikočević, direttrice del Museo etnografico dell’Istria, Gianfranco Abrami, autore delle fotografie del libro.

In sala, come si diceva, anche diversi esuli, tra cui esponenti del Libero Comune di Pola in Esilio – Argeo Benco, Silvio Mazzarolli e Paolo Radivo –, e poi Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d’Istria, e Mariarita Cosliani, della Mailing List “Histria”.

“Pedena. Storia e memorie dell’antica diocesi istriana” è stato analizzato nei contenuti e nella fattezza, in modo esaustivo e coinvolgente, dallo storico Denis Visintin, direttore del Museo civico di Pisino, e dall’archeologo e storico dell’arte Marino Baldini (suo un appello a interventi di tutela del patrimonio artistico e l’architettura abitativa tradizionale e sacra, di cui è ricca la zona).

Una componente fondamentale

Non poteva ovviamente mancare l’autore, triestino di origini istriane – per parte paterna appartiene a un’antica famiglia di Verteneglio –, che qualche hanno fa ha intrapreso un cammino di recupero dell’identità delle cittadine istriane per restituire ciò che loro appartiene, in particolare quella dimensione più intima e sentita, quella religiosa, senza la quale sarebbe impensabile la vita istriana; componente che sconfina poi in diversi ambiti, da quello musicale, all’etnografia, al calendario liturgico e rurale…

Di Paoli Paulovich ha accennato alla gestazione di questo suo ultimo volume – in precedenza aveva esplorato le tradizioni di Umago, Ossero, Cherso, Montona, Strugnano, Zara, il canto patriarchino in Istria, Fiume e Dalmazia e pubblicato le monografie “Piemonte. Il patrimonio musicale della tradizione liturgica” (Associazione delle Comunità Istriane, Trieste, 2011) e “Così Rovigno prega e canta a Dio” (Centro di Ricerche storiche di Rovigno, Trieste – Rovigno, 2011) –, con alcune curiosità. L’autore ha svelato un retroscena simpatico, che ha aperto uno spiraglio nelle sue ricerche, ostacolate dalla frammentarietà e dalla dispersione delle fonti: l’incontro fortuito con l’organista pedense Giovanni Runco, e da qui l’aggancio con Antonietta Runco, che gli ha trasmesso le partiture (trascritte nel libro) di Giovannino Runco.

Opere da tradurre in italiano e in croato

Una cerimonia durata oltre due ore e mezza, nel corso della quale il sindaco ha evidenziato il valore del patrimonio storico e culturale di Pedena – uno scrigno di gioielli di cui andar fieri – e gli sforzi volti alla sua conservazione e riscoperta, cui il libro dello storicoo e musicologo triestino ha dato un significativo contributo. Franković ha quindi proposto la traduzione in croato dell’opera di David Di Paoli Paulovich, come pure la traduzione in italiano degli Atti usciti lo scoro anno e che raccolgono i saggi proposti a un convegno scientifico su Pedena nel 2008.

Non dovrebbero esserci particolari difficoltà nel reperire i mezzi necessari per l’operazione, visto che sia il sindaco pedenese sia l’assessore Torbica hanno dimostrato disponibilità a finanziare l’iniziativa. Il parroco Kurelović ha ripercorso le vicende ecclesiastiche della città, ha ribadito il suo ruolo attraverso i secoli, il proseguimento della tradizione e ha accennato al particolare legame con Trieste. L’ultimo vescovo di Pedena era infatti triestino, Aldrago Antonio de’ Piccardi. Il vescovado pedenese verrà soppresso dall’imperatore asburgico Giuseppe II nel 1788, che all’insegna della spendig review – come tornano i cicli della storia! – lo accorperà a quello di Trieste.

Il richiamo del cuore

È il richiamo del cuore, quello che fa studiare il passato, per capire meglio il presente e pensare il futuro. “L’Istria del resto ha la forma di un cuore”, ha rilevato Rovis. Gli istriani, dunque, ragionano con sentimenti profondi, e agiscono con spirito costruttivo, in modo laborioso, concreto, con quella mitezza che è insita nel loro carattere.

Si parlava di amore; altra espressione frequente, letta nelle parole dei convenuti, è stata la continuità, ossia la volontà di assicurare la continuità del patrimonio storico, culturale, artistico e religioso della località istriana, già castelliere in epoca preistorica, successivamente municipio romano, importante centro in epoca bizantina e altomedievale – basti ricordare che, secondo il Placito del Risano, dell’804, in quanto a pagamento di imposte era seconda solo a Montona, cosa che lascia a intendere una ricca attività economica –, divenuta prima sede vescovile dell’Istria interna, mai sottoposta alla Serenissima eppure tra le sue mura si parlava l’italiano, o meglio l’istro-veneto derivante dal latino.

 “Chi ama il bello non potrà fare a meno di questa eredità – ha detto Di Paoli Paulocih, augurandosi che le ricchezze della cittadina possano essere considerate in fotoro. Oggi Pedena è un borgo diroccato, ma fiero, che cerca di rivivere e recuperare almeno una parte delle vetuste glorie, con diversi cantieri aperti tra le sue vecchie mura, sinonimo – si auspica – di una ritrovata vitalità spirituale e materiale.

Ilaria Rocchi

Le caratteristiche dell’opera

In 288 pagine illustrate il libro di David Di Paoli Paulovich si concentra su due aspetti in particolare: primo, la storia della diocesi (con la cronotassi dei vescovi, il territorio e le chiese della diocesi stessa) e le tradizioni religiose. Spiega inoltre in che modo veniva celebrata la messa, parla del culto del santo patrono, delle credenze e superstizioni della tradizione popolare, e poi detti e filastrocche. Il secondo, corposo capitolo– forse il più valido, inedito – affonda nella musica religiosa, con tanto di partiture. Pedena è il luogo natio di Matko Brajša Rašan, autore di “Krasna zemljo”, inno che celebra l’Istria (anche se c’è un verso che ne esalta solo la componente umana croata).

David Di Paoli Paulovich ha consultato un’ampia bibliografia e compiuto ricerche nell’archivio della Diocesi di Trieste e di alcuni privati, ma anche interviste e trascrizioni di spartiti musicali. Al recupero e rivitalizzazione di un antico patrimonio religioso e culturale legato alla musica e al canto liturgici, l’autore aggiunge elementi per la ricostruzione dell’intera storia politico-amministrativa, ecclesiastica, etnografica ed economica del piccolo borgo Pedena con il suo comprensorio.

Il resto del libro è suddiviso in sei capitoli. Il primo inquadra il territorio sul piano geografico e ne tratteggia la storia politica e religiosa. Il secondo illustra in modo problematico la cronotassi dei vescovi dell’ultramillenaria Diocesi riportando passi di vari autori dei secoli scorsi. Il terzo descrive il territorio e le parrocchie dell’ex Diocesi. Il quarto tratta della lingua liturgica, delle tradizioni religiose e musicali nell’anno liturgico, del culto del patrono san Niceforo, ma anche delle orazioni, delle credenze, degli antichi usi e delle superstizioni popolari diffuse specie nei villaggi slavi del circondario, dei detti e delle filastrocche tradizionali. Il quinto fornisce dei dati sulla realtà pedenate tra la fine dell’800 e l’immediato secondo dopoguerra. Il sesto elenca le trascrizioni musicali, di cui offre poi i relativi spartiti. Fotografie sempre affascinanti di Gianfranco Abrami, che immortala il patrimonio artistico istriano, e interessanti quadri di Lorenzo Rovis, che firma la prefazione. Quello in copertina ritrae l’ingresso a Pedena, con la porta romana, la caditoria e il campanile.

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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