Perché domani non siano in #Istria solo le pietre a parlare di noi

Posted on March 26, 2013


 

Per non pochi esuli, afflitti da un pessimismo privo di prospettiva, in Istria a parlare la nostra lingua non sarebbero rimaste ormai che le pietre e tale negativa visione sembrerebbe trovare oggi fondamento nel progressivo calo demografico, come illustrato anche nell’“Arena” di gennaio, della locale comunitàitaliana emerso dall’ultimo censimento tenutosi in Croazia. Detto calo peraltro non dovrebbe sorprendere nessuno. Come qui da noi la generazione della diaspora istrianafiumano- dalmata anche l’originaria comunitàdegli italiani sull’altra sponda dell’Adriatico va inevitabilmente esaurendosi e come i nostri figli e nipoti, a meno di rare eccezioni, si sentono completamente integrati nella realtàitaliana èpiùche comprensibile che i loro coetanei di là frutto di matrimoni misti, si sentano oggi piùcroati che italiani. È infatti, del tutto naturale che nessuno ambisca a perpetrare in eterno una condizione che èstata, per una ragione o per un’altra, di indubbio disagio.Tutto questo non pregiudica che anche nelle piùgiovani generazioni ci sia da un lato il desiderio di conservare il proprio dialetto e di riscoprire le proprie origini e dall’altro l’interesse per la nostra lingua, cultura e storia e che, a fattor comune, ci sia la volontàdi mantenere vivo il ricordo del vissuto dei propri avi. Èun insieme di cose che, senza dubbio, troverebbero maggiori possibilitàd’espressione qualora di ciòche èstato –e che non si puòcambiare –si riuscisse tutti a parlare una buona volta non in termini di contrapposizione bensìdi obiettivitàstorica e di reciproco rispetto. Ciòche invece sconcerta, perchéin netto contrasto con quello che dovrebbe comunque essere l’amore per la nostra terra, èche un’ottusa percezione del presente spinga qualcuno persino a criticare e giudicare negativamente quello che altri fanno per mantenere viva la brace dell’italianitànelle nostre contrade di ieri. È ad esempio, un assoluto non senso la critica rivolta all’impegno, anche economico, della Regione Veneto per rivitalizzare la venezianitàdelle tante vestigia esistenti lungo le coste istriano-dalmate e dare piùvoce a quelle antiche pietre. Alla luce dell’asserto iniziale abbandonarsi alla rassegnazione potrebbe apparire non privo di ragione. Tuttavia, a voler aprire bene gli occhi, non risulta nédifficile néparticolarmente azzardato cogliere oltre confine anche dei segnali, per cosìdire in controtendenza, che svelano la tenace volontàdella nostra sia pur esigua minoranza autoctona ad affermare la propria specificità–cosa non facile in un contesto ambientale tuttora contraddistinto da non lievi afflati nazionalistici –o quantomeno ad opporsi ad una completa assimilazione. Lo dimostrano, tra l’altro ed a prescindere dall’impegno politico dei vertici minoritari, una notevole vivacitàculturale come emerso, in particolare nel corso del recente convegno sulla “Letteratura dell’esodo” tenutosi a Trieste, e le forme espressive, non prive di coraggio, di taluni firmatari di articoli che, con maggiore vigore e frequenza rispetto al passato, appaiono sulla stampa locale in lingua italiana, caratterizzate da obiettivitàstorica e volte a fare chiarezza rispetto alle evidenti strumentalizzazioni e forzature di certa stampa slovena e croata ed alle quali da tempo diamo visibilitàdedicando loro spazio anche sul nostro giornale. Lo dimostrano ancora i migliorati rapporti tra esuli e residenti, contraddistinti da sempre piùfrequenti, oltre che ricchi di contenuti, incontri tra le rispettive comunitàe che, in particolare, vedranno quest’anno per la prima volta realizzarsi a Fiume, su invito del Sindaco e della locale Comunitàdegli Italiani, l’Incontro Mondiale dei Fiumani nel mondo. Così venendo a noi polesani, non puòlasciarci indifferenti che la Municipalitàdi Pola abbia nel 2012 intitolato ai “Martiri di Vergarolla” l’area adiacente il Duomo cittadino e che la locale Comunitàdegli Italiani abbia prontamente accolta, facendola propria ed inserendola nei suoi programmi, la nostra proposta di completare con i nomi delle vittime di quell’eccidio l’omonimo Monumento che vi insiste. Ancora, non èprivo di significato il fatto che quest’anno i presupposti organizzativi, contraddistinti da pronta ed aperta collaborazione, per quello che saràil nostro terzo Raduno nazionale a Pola, superate le difficoltà le paure e le incomprensioni delle edizioni passate, risultino oggi ottimali. Siamo, ahinoi, consci che quanto precede ci faràcommiserare da qualcuno come fossimo dei poveri ed illusi visionari e darà ai soliti noti, nuovi spunti per tacciarci di essere dei “pifferai”. Da parte nostra, invece, siamo convinti che l’incapacità(ammesso, e non concesso, che d’incapacitàsi tratti) di cogliere certi aspetti stia a significare che “si hanno gli occhi foderati di prosciutto”. Il detto, cosìformulato, implicando un alimento di qualità potrebbe peraltro dare ad intendere che nella loro contrapposizione ci sia, per cosìdire, “un quarto di nobiltà”. Noi non la pensiamo così Nel loro modo di fare e di esprimersi non intravvediamo alcunchédi finalizzato a ciòche potrebbe essere un bene ed interesse di tutti. Pertanto, del citato detto, ci sembra piùappropriato fare riferimento alla sua forma dialettale che recita: “i ga i oci coverti de carta de persuto”, a significare che si tratta di un qualcosa di usato ed abusato… di decisamente vecchio che sa tanto di insensato pregiudizio. Per concludere, dal momento che non ci sembra sia proprio il caso di cavalcare in questo momento l’onda “euroscettica” ed in vista della ormai prossima caduta anche del confine sloveno-croato che, volenti o nolenti, comporteràla riunificazione quantomeno geografica della Venezia Giulia, riteniamo che lasciarsi andare alla rassegnazione sarebbe profondamente sbagliato e che sia invece, cogliendo i sia pur ancora deboli segnali di cambiamento, giunto il momento per intraprendere, con rinnovato entusiasmo, vie nuove di dialogo e di confronto. In particolare, ciòche riteniamo necessario ègiungere alla definizione, con la collaborazione di esuli e residenti e, per quanto possibile, piùin generale di italiani, sloveni e croati di un progetto di ampio respiro per rifare della nostra Istria, che forse non a caso come osservato da molti ha la forma di un cuore, un laboratorio di reciproca comprensione, di serenitàe di proficua civile convivenza. L’importante èrimboccarsi le maniche ed iniziare e poco importa se inizialmente si saràin pochi. Anche un semplice filo d’erba, se un po’ alla volta riesce a far oscillare anche quelli che gli stanno d’attorno, èin grado di innescare vento e cambiare l’aria per quanto immobile possa sembrare.

 

 

Silvio Mazzaroli

( editoriale del numero di marzo de “L’Arena di Pola”)

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