Rassegna stampa Mailing List Histria n. 863 del 12 febbraio 2013

Posted on February 23, 2013

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MAILING LIST HISTRIA
RASSEGNA STAMPA

a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri
N. 863 – 12 Febbraio 2013

Sommario
79 – CDM Arcipelago Adriatico 12/02/13 Le scuole al Quirinale, un messaggio forte nel Giorno del Ricordo (Rosanna Turcinovich Giuricin)
80 – Il Gazzettino 11/02/13 Foibe, Stato assente a Basovizza
81 – Corriere della Sera 12/02/13 Una strage non soltanto etnica verità sulle foibe oltre le ideologie (Dario Fertilio)
82 – Avvenire 06/02/13 Storia – Foibe, allarme negazionismo (Paolo Simoncelli)
83 – Il Piccolo 08/02/13 L’Intervento di Renzo Codarin: Esuli: finalmente la storia entra a scuola (Renzo Codarin)
84 – Messaggero Veneto 10/02/13 La Giornata del ricordo oltre tutte le rivendicazioni (Sergio Gervasutti)
85 – Il Piccolo 10/02/13 L’Intervento di Stelio Spadaro – Giorno del Ricordo, l’Europa riconosca il valore degli esuli (Stelio Spadaro)
86 – La Voce del Popolo 11/02/13 Editoriale – Ricorrenza del 10 febbraio: la memoria siamo noi (Ezio Giuricin)
87 – La Provincia di Varese 09/02/13 Questa volta Missoni non c’è ma il cuore degli esuli è con lui (A. Mor.)
88 – La Stampa 08/02/13 Torino: In pezzi la lapide ai martiri delle foibe
89 – La Voce di Mantova 08/02/13 Mantova: Tornano i katanga e picchiano gli infoibati
90 – Il Giornale 09/02/13 La Polemica – Ricordando le foibe, in via Tito (Fausto Biloslavo)
91 – Il Giorno 11/02/13 Gli italiani che dissero no a Tito, intervista al Prof.Spazzali (Gian Marco Walch)
92 – Agenzia Ansa 07/02/13 Giorno del Ricordo: Venezia le Foibe spiegate a Cà Foscari (Ansa)
93 – L’Arena Verona 08/02/13 Verona: Foibe ed esuli, la storia negata ai giovani (E.Card.)

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
https://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

79 – CDM Arcipelago Adriatico 12/02/13 Le scuole al Quirinale, un messaggio forte nel Giorno del Ricordo
Le scuole al Quirinale, un messaggio forte nel Giorno del Ricordo
Per la prima volta al Quirinale la voce delle scuole italiane che hanno partecipato al concorso nazionale del MIUR e associazioni degli esuli, sul tema “Le vicende del confine orientale e il mondo della scuola”. I selezionati, insegnati ed alunni, sono giunti dalle scuole di Pordenone-Porcia, Umago, Pesaro, Buie-Pirano. Un riconoscimento speciale a Ana Sverko del Liceo di Fiume per il suo risultato alle Olimpiadi d’italiano, vinte nel 2012 a Firenze all’Accademia della Crusca. A consegnarle l’attestato, il Presidente Napolitano che si è complimentato per il risultato raggiunto. La scuola, in effetti, indica la strada con un discorso trasversale che sintetizza anni di impegno e collaborazione a vari livelli, in particolare con lo specifico tavolo esuli-governo.
Ma la presenza della scuola non è l’unica novità della cerimonia al Quirinale. Per la prima volta, tra le medaglie alle famiglie degli infoibati, anche alcune ai parenti delle vittime di Vergarolla: momento di grande emozione per quella strage dell’agosto 1946, quasi tutti bambini che persero la vita in un vile attentato in quella domenica estiva che sarebbe dovuto essere di festa.
La cerimonia ha avuto inizio con le parole di Lucio Toth, gran dalmata, gia’ senatore della Repubblica e Presidente dell’ANVGD per tanti anni, intellettuale che il Presidnete Napolitano ha voluto ringraziare, ancora una volta, per il contributo fattivo dato da Toth nel cammino verso la riconciliazione nella verita’. E’ stato un cammino irto di ostacoli interni ed esterni, – ricordato Toth – ma “li abbiamo superati nel nome dei valori che accomunano tutti i popoli: la memoria dei sacrifici e delle ingiustizie patite, la ricerca delle loro cause, il riconoscimento delle colpe reciproche e la speranza di una riconciliazione, senza le ombre di un passato che ci aveva rinchiuso in una caverna di odi e di rifiuto dell’altro, della sua stessa esistenza nel tempo e nella storia”.
Toth ha poi ricordato l’importanza di aver potuto contare, nei sette anni di sua Presdenza, nell’aiuto del Presidente Napolitano che nel 2007 ebbe a
dire: “di aver potuto ripercorrere la tragedia di migliaia di famiglie i cui cari furono imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo…che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica…”. Una storia che rischiava di essere dimenticata ed novecento oggi viene trasmessa ai giovani per una giusta riconciliazione ma soprattutto per amore di verità .
Toth ha poi ricordato quello spirito di Trieste che ha animato i tre Presidenti che hanno reso omaggio ai monumenti, al Balkan e a quello dell’Esodo a Trieste. Prima in p.zza Unita’ e poi nell’Arena di Pola sono state pronunciate parole che riconoscevano i torti subiti dal popolo croato e da quello italiano in una vicenda storica che non ha risparmiato nessuno, dall’Ottocento alla Seconda guerra mondiale. Dolori che non si possono accettare, vanno superati anche promuovendo cultura e civilta’ come l’Italia sta facendo con la Legge 72 e i finanziamenti al gruppo nazionale italiano.
“Ci sono ancora problemi da risolvere – ha concluso Toth – come la restituzione o l’indennizzo delle nostre proprietà, oggetto di patteggiamenti con l’ex Jugoslavia, e il rispetto effettivo delle nostre comunità in acrobazia e Slovenia”.
I significati della Legge sul Giorno del Ricordo sono stati sottolineati nell’intervento di Paolo Segatti, giornalista e scrittore, originario di Pola. La memoria, per tanto tempo – ha detto – e’ stata custodita dalle famiglie, afone, e quando se ne parlava si usava il linguaggio delle ideologie che hanno pesato sulla nostra realtà. Grazie a queste iniziative la nazione italiana ora può cominciare a capire. Anche il tricolore innalzato il 30 aprile 1945 sul Municipio di Trieste piu’ che indicare l’avvenuta liberazione, fu il segno che si apriva un nuovo e drammatico fronte di conflitto. Il trattato di pace del 1947 fu percepito da molti italiani come la definitiva chiusura con il passato, ma non per tutti perché una soluzione non era stata trovata. A nulla servirono le proteste, l’Italia stava pagando il suo debito di guerra.
Ai Giuliani non rimanevano più illusioni. Le Masserizie diventavano il segno di una guerra che gli Italiani avevano già lasciato alle spalle. Ecco perche’ oggi non si possono accettare tesi negazioniste e non si può dimenticare che l’espulsione era un modo per risolvere alla radice il problema delle minoranze. Aberrante: chi ha torto storicamente non perde i suoi diritti, e’ questa la situazione difficile degli istriani, ostaggi di chi voleva identificare un territorio, uno Stato, una Nazione.
La prospettiva europea permette oggi di percorrere strade che il Nazionalismo aveva precluso. Ricordare oggi per tanto, e’ un atto di riconoscimento ma dovrebbe essere anche un momento di riflessione su ciò che le esperienze delle nostre genti possono ancora dare per il futuro del Paese.
Commosso anche l’intervento del Ministo Terzi di Sant’Agata. Ha detto del grande dolore di parlare delle sofferenze delle nostre genti che per troppo tempo si è pensato di poter nascondere dietro ad una maschera di silenzio.
La rimozione ha finito per ritardare il corso dei processi di identità unitaria delle nazione. Esemplare si rivela il processo di integrazione europea che permette il superamento delle tragedie del Noveceneto passando non da un obbligo ma dal riconoscimento delle responsabilità. Un segno forte l’ha dato il Presidente Napolitano – ha ricordato – ponendo fine alla congiura del silenzio. Trieste, Pola, le visite di Stato hanno riaffermato lo Spirito di Trieste. Anche in Italia si è sviluppato un dibattito non più ristretto agli addetti ai lavori. Ha ribaditomche l’Italia intende continuare con il finanziamento ad esuli, comunita’ italiana, minoranze per superare le conseguenze di ideologie dogmatiche. Cadute le diffidenze in Europa, le pagien di storia sono finalmente condivise dai giovani e nomi come quello della Cossetto e dei Luxardo diventano patrimonio di tutti.
Dopo questo interventi – ha sottolineato il Presidente Giorgio Napolitano – non ci sarebbe bisogno di dire altro. E invece, ancora una volta, nelle sue parole si avverte un’ulteriore spinta all’apertura, attraverso il discorso delle scuole al quale affida un compito importante. È si pone una domanda, ha ancora senso, dopo dieci anni, continuare ancora ad organizzare queste cerimonie,maestri momenti di verifica. la risposta e’ affermativa perché ora è il momento di costruire.
La cerimonia si è chiusa anche quest’anno con il con erto dei giovani del Consevatorio Tartini di Trieste.
E chiudiamo sottolineando che per la prima volta, al Quirinale, sono stati invitati anche i massimi rapprendenti di Unione Italiana. Nelle prime file, il Presidente Furio Radin a salutare gli amici, i collaboratori, a conferma che un atto formale non fa che testimoniare la clemenza dei tempi nuovi.
Rosanna Turcinovich Giuricin

80 – Il Gazzettino 11/02/13 Foibe, Stato assente a Basovizza
TRIESTE Cerimonia sobria con le istituzioni QUIRINALE Questa mattina la celebrazione locali ma senza rappresentanti nazionali con Napolitano ma senza l’Unione istriani
Foibe, Stato assente a Basovizza
L’ accusa degli esuli: «Abbiamo pagato con i nostri beni i debiti di guerra italiani»
ROMA – Le celebrazioni del Giorno del ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giulia­no-dalmata mettono d’accordo per una volta tutti gli schiera­menti politici, in una unanime condanna di quello che molti definiscono «crimine contro l’umanità». Alla cerimonia alla foiba di Basovizza, però, per la prima volta dopo anni non è intervenuta nessuna alta carica dello Stato: l’anno scorso c’era il presidente dell’anno prima quello della Came­ra Fini.
Associazioni combattenti, gonfaloni della città di Trieste, di Muggia e di tante altre città coinvolte: si è svolta così, davan­ti a una folla di persone, la cerimonia a Basovizza (Trie­ste). La commozione si è risve­gliata come ogni anno tra gli esuli, che però hanno anche rivendicato di aver pagato di tasca loro i debiti di guerra: «Gli italiani questo non lo san­no» ha detto uno dei partecipan­ti: «Siamo esuli di Lussinpicco- lo, una piccola isola del Corne­ro, bisogna che si sappia che con le nostre case, con i nostri beni, secondo uno scambio scientifico, gli esuli hanno paga­to di tasca loro i 122 milioni di dollari che lo Stato italiano doveva ai vincitori della guer­ra, è scritto nel Trattato di pace. È una cosa profondamen­te anticostituzionale perché i privati non possono pagare de­biti di uno Stato. Abbiamo fatto miriadi di azioni legali senza mai raggiungere alcun risulta­to».
La vicenda delle foibe, dove si calcola furono gettati a mori­re diecimila italiani, viene ricor­data dal premier Mario Monti che in una nota nel tardo pome­riggio commenta: «La violenza contro gli italiani di Istria e Dalmazia e il lungo, colpevole, silenzio delle istituzioni che le seguì siano da monito per chi asseconda le derive populiste e osteggia la ricerca di maggiore coesione in Europa». Per il ministro Andrea Riccardi «gli italiani in Istria e Dalmazia furono vittime di una vera e propria pulizia etnica e politica da parte dei comunisti titini e nulla può giustificare le foibe e i massacri, neanche i crimini commessi in precedenza dai fascisti». Roberto Menia, coor­dinatore nazionale di Fli, riven­dica con orgoglio la paternità della legge che ha istituito il Giorno del ricordo nel 2004. Ci sono anche le new entry politi­che, come Antonio Ingroia, che commenta su Facebook; «E ne­cessario rinnovare la memoria di una delle pagine più buie della nostra storia per afferma­re la cultura dell’integrazione e costruire un’Europa più unita». Per il senatore della Lega Nord Mario Pittoni, «l’Italia dimenti­ca puntualmente la questione degli indennizzi finora concessi per valori irrisori agli esuli istriano-dalmati».
Questa mattina il Giorno del ricordo sarà celebrato al Quiri­nale alla presenza del presiden­te della Repubblica, Giorgio Napolitano. Alla cerimonia non parteciperà l’Unione degli istriani: una protesta – che si rinnova ogni anno – per quanto avvenne nel 1969, quando l’allora capo dello Stato Saragat concesse la massima onorificen­za dello Stato al maresciallo Tito e a diversi suoi collaborato­ri, responsabili diretti, sottoli­nea l’associazione, «dei massa­cri compiuti a danni degli Istria­ni, dei Fiumani e dei Dalmati».

81 – Corriere della Sera 12/02/13 Una strage non soltanto etnica verità sulle foibe oltre le ideologie
una Strage non soltanto etnica Verità sulle Foibe oltre le Ideologie
Ancora dieci anni fa, una delle più note enciclopedie italiane re­citava alla voce foiba: «depressione carsi­ca a forma di imbuto». Nient’altro: nem­meno un cenno pudico alla pulizia etnica e politica, attuata in due ondate successi­ve dai partigiani jugoslavi di Tito, né alla tragedia delle vittime italiane che finiro­no laggiù, nel buio di quegli imbuti, assas­sinate a gruppi.
Oggi, nove anni dopo l’istituzione della Giornata del Ricordo (il io febbraio), quel silenzio opportunistico e omertoso sem­bra appartenere ai passato: ne è una testi­monianza la partecipazione bipartisan al­le commemorazioni, in testa quella che ie­ri ha visto protagonista al Quirinale il pre­sidente Napolitano. Il tempo, insomma ha emesso Ù suo verdetto: la parola ricon­ciliazione può essere pronunciata, e «l’im­pegno di verità contro ogni reticenza ideo­logica o rimozione opportunistica» —per usare le parole del capo dello Stato — ha dato i suoi frutti. Basterebbe per confer­mare l’utilità di queste giornate comme­morative, di tutte: dalla Shoah ai Gulag, dai Giusti alle Foibe, e in prospettiva di ogni altro genocidio che si deciderà di rac­contare. Non c’è nulla di rituale insomma nel ricordare, e tanto meno nel discutere serenamente sul valore e sul senso delle memorie. Resta però l’esigenza dell’obiet­tività storica.
Quante sono state le vittime delle foibe? Secondo uno degli storici più accreditati, Elio Apih, poco più di u mila; per altri studiosi e secondo molti soprav­vissuti, quasi 25 mila. Se poi consideria­mo gli effetti generali della repressione in Istria, Fiume e Dalmazia che portò all’eso­do, arriviamo a una cifra ben superiore, probabilmente intorno ai 350 mila. Ma or­mai è tempo di non limitarsi ai conteggi: occorre capire «perché» è successo. E chiarire che il crimine fu più politico che etnico: i partigiani di Tito miravano a eli­minare preventivamente gli oppositori del regime comunista nascente in Jugosla­via. Perciò finirono nelle foibe non solo gli italiani di quelle terre — fascisti e non — ma anche sloveni, croati, serbi, unghe­resi e persino alcuni soldati delle truppe alleate. Condannare ciò che avvenne, e ne­gare qualsiasi giustificazione ai seguaci di Tito, è perciò anche un modo di afferma­re il valore della ricerca storica libera dalle cupe ideologie di ieri.

Dario Fertilio

82 – Avvenire 06/02/13 Storia – Foibe, allarme negazionismo
STORIA
Foibe, allarme negazionismo
​L’11 febbraio Napolitano presenzierà al Quirinale alla cerimonia del “Giorno del ricordo”, ultimo del suo settennato. Sei anni fa, il 10 febbraio 2007, in occasione del suo primo “Giorno del ricordo”, il presidente rievocò con coraggio le «miriadi di tragedie e di orrori» che assunsero «i sinistri contorni di una pulizia etnica» subita dagli italiani del nostro confine orientale ad opera dei titini, denunciando la «congiura del silenzio» che infoibò anche la memoria di quelle agghiaccianti vicende. Proprio l’insistito rilievo acquisito, col presidente Napolitano, dal “Giorno del ricordo”, ha reso manifesta una nuova declinazione del negazionismo.

Il negazionismo è un vocabolo che ha guadagnato facinorosa visibilità, lontano da qualsiasi fondatezza scientifica, sostenendo l’inesistenza della Shoah, e poi assumendo politicamente una valenza dilagante e comprendente la negazione di altri grandi drammi del ’900, dal genocidio armeno alla pulizia etnica appunto contro gli italiani di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, congiungendo dunque l’estremismo radicale di destra e sinistra. Annualmente, in prossimità del 10 febbraio (ricordo del giorno del Trattato di pace firmato dall’Italia a Parigi nel 1947 e simbolo di quelle tragedie già iniziate e comunque proseguite), si registra l’acuirsi di un negazionismo materiale, già diffuso e oggi uguale – negli intenti distruttivi di un passato da oscurare – ad altre estreme manifestazioni in tutto il mondo: da Bamiyan in Afghanistan, dove nel 2001 i talebani hanno preso a cannonate le straordinarie statue di Buddha del III-IV secolo, alla odierna distruzione degli antichi mausolei di Timbuctu da parte dagli integralisti islamici. Abrasioni violente di simboli religiosi che da noi hanno un versante politico, ma dunque una stessa logica.

Monumenti, targhe, lapidi… evidentemente accendono conflitti assai più di edizioni di libri. La ricerca porta infatti a risultati immateriali e comunque soggetti a revisioni, accertamenti, critiche. Il marmo o il bronzo invece resta materialmente stabile, appare perenne alla vista dei contemporanei, definisce e stabilisce l’onore del ricordo. E dunque il negazionismo vi può esercitare materialmente i suoi riti violenti.
Storia non nuova: a Traù nel ’32 la scalpellatura aggressiva degli antichi simboli veneziani, i marmorei Leoni di San Marco, da parte di attivisti slavi, provocò interrogazioni in Senato da parte di Giovanni Gentile e Corrado Ricci; non parliamo di questo dopoguerra, dove alle foibe e agli annegamenti si aggiunse la distruzione materiale di ogni simbolo della presenza veneziana-italiana (che non risparmiò nemmeno a Sebenico il monumento al Tommaseo, lasciato erigere dagli austriaci nel 1896, distrutto con la dinamite dai titini nel 1945); in Croazia, dopo che nel 1929 le autorità italiane avevano rimosso da Pola il monumento al Tegetthoff vincitore dello scontro navale di Lissa che vide l’infausta prova della marina del neonato Regno d’Italia, è stato riprodotto e riposizionato quel monumento, ma senza i nomi italiani (veneti, triestini, dalmati) dei caduti e decorati della flotta austriaca. In questi ultimi anni, poi, a Marghera è stata trafugata la lapide infissa nel masso carsico a ricordo dei profughi e degli infoibati giuliano-dalmati; a Mantova nel giardino parimenti dedicato a infoibati e profughi è stata abbattuta la relativa intestazione marmorea; a Monfalcone in un già penoso insieme di pochi centimetri quadrati di massi comuni con pretesa d’essere un manufatto dedicato a quel ricordo, la relativa targa di plexigas è stata oscurata da diaframmi vari…
L’elenco è lungo, e si arricchisce in queste settimane. Al di là di un’eterogenesi di fini che porta questi gesti a sottrarre il ricordo all’appannamento della ritualità istituzionale, consta dunque che “quel” ricordo fa paura. Dopo gli interminabili decenni del silenzio opportunistico e ipocrita, quella paura, proprio per come si esprime, è il successo maggiore e più inatteso del “Giorno del ricordo”.

Dimenticavamo: nel Cimitero romano di Prima Porta il 22 settembre ’78, alla presenza di esponenti dei governi italiano e jugoslavo, fu inaugurato senza problemi né conseguenze il monumento ai partigiani titini.
Paolo Simoncelli

83 – Il Piccolo 08/02/13 L’Intervento di Renzo Codarin: Esuli: finalmente la storia entra a scuola
Esuli: finalmente la storia entra a scuola
L’INTERVENTO DI RENZO CODARIN *
Come presidente della Federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati esprimo grande soddisfazione perché il ministro dell’Istruzione, università e ricerca Francesco Profumo, in vista del 10 febbraio, ha inviato una circolare agli Uffici scolastici regionali, alle Intendenze scolastiche per la lingua italiana, tedesca e ladina di Bolzano, alla Provincia di Trento – Servizio istruzione, alla Soprintendenza agli studi per la Regione autonoma Valle d’Aosta e, per conoscenza, ai Coordinamenti regionali dei presidenti delle Consulte studentesche provinciali, ai Forum regionali delle associazioni dei genitori e al Forum nazionale delle associazioni studentesche, osservando che il Parlamento italiano con la legge 30 marzo 2004, n. 92 ha istituito il “Giorno del Ricordo” con l’obiettivo di conservare e rinnovare la memoria della tragedia che ha colpito gli istriani, i fiumani e i dalmati nel secondo dopoguerra, «vittime delle Foibe e costretti all’esodo dalle loro terre». Il ministro fa presente che in occasione di questa giornata è «richiesto alle scuole di ogni ordine e grado, nella piena autonomia organizzativa e didattica, di prevedere iniziative volte a diffondere la conoscenza dei tragici eventi che costrinsero centinaia di migliaia di italiani, abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, a lasciare le loro case, spezzando secoli di storia e di tradizioni. Profumo puntualizza inoltre che tali iniziative dovranno servire anche a «valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate – in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica – e a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero». Il ministro conclude invitando i soggetti in indirizzo, «anche mediante la collaborazione con le associazioni degli esuli che potranno fornire un importante contributo di analisi e di studio, a sensibilizzare le giovani generazioni su questi tragici fatti storici, al fine di ricordare le vittime e riflettere sui valori fondanti la nostra Carta costituzionale». Tale circolare è stata a sua volta ripresa e diffusa dai dirigenti scolastici regionali o provinciali a tutte le scuole
d’Italia: un risultato di grande importanza che consentirà di informare insegnanti e studenti dell’intera penisola sulle alte finalità educative del Giorno del Ricordo, stimolando nuove iniziative. Non possiamo che rallegrarcene vivamente. Le tematiche degli italiani dell’Adriatico orientale hanno dunque fatto breccia nel mondo della scuola e la loro conoscenza si sta diffondendo come desideravamo in un ambiente che fino a non troppo tempo fa risultava ostico. Questo è l’importante frutto di un lavoro condotto per anni con determinazione, pazienza e realismo. Gli obiettivi che ci siamo prefissi stanno venendo raggiunti, e ne siamo soddisfatti. Le associazioni degli esuli saranno sempre ben liete di collaborare con gli insegnanti volenterosi per far conoscere agli studenti tramite i propri testimoni diretti ed esperti le vicende di una lunga storia che ci auguriamo venga sentita sempre più come patrimonio di tutta la nazione.
* Presidente Federazione associazione Esuli istriani, fiumani e dalmati

84 – Messaggero Veneto 10/02/13 La Giornata del ricordo oltre tutte le rivendicazioni
La Giornata del ricordo oltre tutte le rivendicazioni
Si rinnova la commemorazione delle tragedie delle foibe e dell’esodo. Cadute le pregiudiziali ideologiche ecco l’occasione di scrivere una Storia di pace
di Sergio Gervasutti
Dove sono? Qua, là, molti sotto terra. Una terra che non potrà mai essere leggera, la Spoon River degli esuli è troppo vasta e non ha cantori. Per ciò la Giornata del ricordo rappresenta un appuntamento cui nessuno deve mancare, nessuno: né nostalgici fascisti e comunisti, né smemorati per vigliaccheria o per opportunità. Le pagine della storia non si devono strappare dal grande libro della vita e quando il tempo, inesorabile tritatutto, ridurrà le passioni che l’hanno scritta, significa che si sta percorrendo il sentiero che conduce alla pace, la sola vincitrice di ogni conflitto.
E si deve andare avanti non per tenere accesa la fiammella della rivendicazione, ma perché la memoria serva da monito a tutti per il futuro. «Va ricordato – ha detto Giorgio Napolitano – l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe e va ricordata la congiura del silenzio, la fase meno drammatica ma ancor piú amara e demoralizzante dell’oblío. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità di avere negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dall’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali».
Sono parole particolarmente chiare e assumono una valenza storica se si considera la radice politica di chi le ha pronunciate. Dal 2005 la giornata del 10 febbraio è dedicata ufficialmente alla commemorazione dei morti e degli esuli, la scelta della data è dovuta alla ricorrenza della firma del trattato di Parigi siglato nel 1947, con il quale fu assegnato alla Jugoslavia il territorio occupato nel corso della guerra dall’armata di Tito. I rapporti conflittuali tra italiani e slavi hanno radici antiche ed è sempre stato difficile definire le responsabilità, poiché nello scorrere dei secoli le situazioni si sono spesso modificate, dando all’una e all’altra parte l’occasione per dare corpo alle rivendicazioni.
Le ricerche storiche hanno ripercorso gli eventi senza eccessiva difficoltà fino all’ultima guerra mondiale, i periodi successivi suscitano invece valutazioni difformi, soprattutto tra quanti sono ancora legati alle ideologie che si riferiscono al fascismo e al comunismo. Sono comunque gli estremisti che ancor oggi esprimono posizioni oltranziste: in ambienti della Destra si afferma che le foibe e l’esodo furono un genocidio di cittadini inermi che «avevano la sola colpa di essere italiani»; in ambienti della Sinistra si risponde che si trattò di una giusta resa dei conti con «la brutalità fascista» dimostrata negli anni.
Dal primo dopo guerra fino agli inizi degli anni ’90 su questo dramma calò, per cosí dire, il sipario: interessi politici nazionali e internazionali indussero al silenzio per non complicare le relazioni tra i nuovi soggetti; quel sipario è stato risollevato negli anni 2000, quando fascismo e comunismo hanno perduto la loro ragion d’essere e la realtà impone di guardare al passato non soltanto per non dimenticare, ma anche per costruire una società sempre piú umana. È con quella che finalmente si potrà vincere la pace.

85 – Il Piccolo 10/02/13 L’Intervento di Stelio Spadaro – Giorno del Ricordo, l’Europa riconosca il valore degli esuli
Giorno del Ricordo, l’Europa riconosca il valore degli esuli
L’INTERVENTO DI STELIO SPADARO
Caro presidente Giorgio Napolitano, oggi, 10 febbraio, Giorno del Ricordo, desidero ringraziarla per tutto l’impegno civile, personale e politico che ha profuso per includere nella memoria della Nazione le vicende del confine orientale e dei giuliani, fiumani e dalmati di lingua italiana che sono stati coinvolti in tragedie che hanno sconvolto la vita dei singoli e delle comunità. È stato necessario e giusto ricordare agli italiani l’esodo a cui tanti nostri connazionali furono costretti dal totalitarismo comunista e dal nazionalismo sloveno e croato. A lungo su queste vicende, come lei sa, è sceso l’oblio dell’Italia repubblicana; un oblio e una sottovalutazione della portata di una vicenda che, con la dissoluzione della Venezia Giulia, ha segnato la dispersione degli istriani, fiumani e dalmati di lingua italiana. È una pagina originale e significativa della nostra storia nazionale. Ora è tempo che la legge del Giorno del Ricordo diventi occasione per una riflessione di ancor più largo respiro sui tratti complessivi di quella civiltà del mare, dell’ulivo e della vite, originale espressione ed elaborazione del patrimonio nazionale ed europeo. Mi riferisco a una lunga e diffusa esperienza umana, di generazioni, che con il lavoro, con la tecnologia, con l’ingegno ha segnato in profondità le contrade adriatiche nei secoli, prima dell’avvento del fascismo con il suo cuneo di violenze e di oppressione. È un’occasione imperdibile per allargare la riflessione sull’intera storia del Novecento adriatico. Un’occasione, signor presidente, per ragionare sul futuro. Parlare della storia e dei tratti degli italiani dell’Adriatico orientale oggi significa avere la consapevolezza che si può contare sul loro contributo nella costruzione di quell’Europa adriatica che era il sogno di tanti uomini di cultura nazionale – primo fra tutti Mazzini, tanto familiare alle genti istriane – ed era nella speranza di tanti giuliani: persone e pagine colpevolmente dimenticati, ma che ora più che mai possono dare un apporto di tradizioni, di riflessioni e di sensibilità alla costruzione di quell’Europa adriatica che, finalmente prendendo congedo dai disastri del secolo scorso, colga i segnali che ci possano aiutare ad avviare un’integrazione che serve a tutti. Eugenio Colorni più volte ebbe modo di ricordare che aveva imparato ad amare l’Europa discutendo con Umberto Saba. È un’antica tradizione giuliana, questa: l’europeismo era di casa qui, come era di casa il mondo per i tanti capitani dell’istituto nautico di Lussinpiccolo, saldamente ancorato alla lingua e alla cultura italiana, che per mentalità e professionalità diffondevano l’attitudine a guardare oltre, ad ampi orizzonti, e a rapportarsi con popoli ed esperienze diverse. Una civiltà, dunque, che oggi può essere più che mai utile. Come può essere utile, caro presidente, ricordare che, anche nei momenti più bui dell’esodo e dei campi profughi, gli istriani, fiumani e dalmati di lingua italiana hanno dato al Paese un contributo di lavoro, di intelligenza, di atteggiamento civico che, sempre più, tutti riconoscono loro: un segnale di fiducia nel futuro. Ci fu una lunga indifferenza della Patria nei loro confronti e la loro reazione a tale rifiuto fu talvolta scambiata per estremismo, ma era invece di esasperazione per il mancato rispetto delle loro vicende e della loro storia da parte della madrepatria. Si pensi che a distanza di tanti decenni non è stata ancora data soluzione definitiva alla vicenda dei beni abbandonati sottratti agli istriani dal regime comunista jugoslavo. È una questione di giustizia ma anche un doveroso, tardivo riconoscimento: si pensi che la legge del Giorno del Ricordo è appena del 2004. Ricordare, in questo 10 febbraio, le vicende degli italiani dell’Adriatico orientale significa, infatti, ricordare i tratti di una lunga tradizione civile che oggi può far bene a un’Europa che finalmente consenta a tutti di esprimersi liberamente e che permetterà di unificare contrade che troppo a lungo, nel Novecento, sono state divise e contrapposte, segnate da etnonazionalismi, totalitarismi, scontri e guerre che dall’inizio e fino alla fine del Novecento hanno insanguinato anche queste terre. Per storia e cultura, alla costruzione dell’«Europa adriatica», i giuliani possono dare, oggi più che mai, un apporto fecondo, e ciò nell’interesse di tutti i popoli.

86 – La Voce del Popolo 11/02/13 Editoriale – Ricorrenza del 10 febbraio: la memoria siamo noi
Editoriale di Ezio Giuricin
Ricorrenza del 10 febbraio: la memoria siamo noi
Il 10 febbraio del 1947 è una data “pesante” che ha inciso profondamente, come uno spartiacque, sul destino della componente italiana dell’Adriatico orientale. Quel giorno ci ha azzannati, ha lasciato una profonda ferita nello spirito e nella carne della nostra gente. Ha segnato profondamente, e per sempre, le nostre coscienze, l’esistenza di quella propaggine di popolo italiano presente da secoli, con le sue radici istriote, venete e latine, ai margini di un confine conteso.
Quel giorno noi, i “rimasti”, siamo diventati minoranza: non solo dal punto di vista numerico e demografico, ma soprattutto sociale, economico e politico.La nostra comunità è stata posta in condizioni di totale subalternità. Abbiamo iniziato un difficile percorso segnato dai voleri e dal potere delle nuove maggioranze, dai condizionamenti di una realtà in cui la nostra lingua e la nostra cultura sono state messe gradualmente ai margini.
La grande massa degli esodati invece è diventata improvvisamente un “popolo senza terra”, una comunità sradicata per sempre dal proprio mondo. Un popolo strappato alle proprie case, ai propri affetti; privato del diritto di continuare a vivere dove si è nati, l’unico posto in cui si può realmente continuare ad essere sé stessi. Entrambi “stranieri” e “diversi” siamo rimasti senza un luogo in cui sentirci realmente “a casa”; siamo diventati “ospiti” (noi nei luoghi di nascita, gli esodati in una Patria lontana) di nuove realtà.
Abbiamo condiviso specularmente lo stesso destino: quello – seppure in modo diverso – degli “sradicati”, gente a cui la storia ha negato il diritto di riconoscersi pienamente nel proprio ambiente nativo, di vivere senza tragiche soluzioni di continuità a casa propria. “Stranieri” rispetto a una Patria che ci stava accogliendo o da cui i nuovi confini ci stavano separando. Riuniti nella comune sorte di persone private, sul piano dell’identità, del proprio posto nel mondo.
L’esodo ha fatto da cesoia non solo tra gli esuli e la terra lasciata, ma anche tra “andati” e “rimasti”. Una frattura nelle coscienze che in molti casi non ha consentito agli esuli di elaborare pienamente, negli anni, il peso e la sofferenza del distacco e dunque di maturare un nuovo rapporto con i “rimasti”, con l’ambiente perduto.
Per molti le cose sono rimaste fisse, immutabili, irreparabili. L’esodo ha cristallizzato ogni posizione, precluso ogni possibilità: le sue cicatrici, diventate dure come pietre, non hanno consentito (in molti casi, e per fortuna non sempre) che da quell’esperienza rifiorisse qualcosa di nuovo.
La punizione più atroce e assurda dell’esilio è stata proprio questa: la divisione della nostra comunità, la profonda lacerazione – imposta dai ricatti delle ideologie, dei poteri e degli Stati – tra gli italiani dell’Adriatico orientale, eredi sparpagliati – e duramente provati – di una presenza e di una civiltà secolari.
Oggi abbiamo il dovere di prendere coscienza degli effetti dannosi provocati da questo distacco e della necessità di superarlo definitivamente. Le “tossine” della storia sono penetrate a fondo nei nostri tessuti e pertanto il progetto di una “ricomposizione” reale e compiuta non appare sicuramente facile.
Tuttavia tale processo per molti aspetti è già in corso, frutto di un clima che si va velocemente trasformando e della sensibilità delle nuove generazioni. Ma siamo in grave ritardo: la realtà sociale e politica sta cambiando più velocemente delle nostre coscienze.
Fra pochi mesi, con l’entrata anche della Croazia nell’Unione Europea, si aprirà un importante orizzonte: quello dell’abbattimento dei confini e dell’integrazione definitiva, nell’ambito comunitario, di gran parte dell’Adriatico, ovvero del nostro territorio di insediamento storico. Dobbiamo cogliere questa sfida preparati, avviando insieme, esuli e minoranza, un grande progetto che, oltre alla ricomposizione, si ponga l’obiettivo di fondo di preservare e sviluppare la presenza, la cultura e l’identità italiane in queste terre.
La nostra presenza nazionale e linguistica è insieme forte e fragile: non è però “data” per sempre, la sua sopravvivenza e il suo sviluppo in questa parte dell’Adriatico non sono scontate. Anche perchè si tratta di una realtà “viva”, fatta di persone e di relazioni concrete e non solo di testimonianze, di monumenti, di ricordi, di musei. Molto dipenderà da noi, dalla nostra capacità di “stare” e di “fare” insieme.
Uniti forse riusciremo a sconfiggere la vera beffarda maledizione dell’esodo, il malefico incantesimo sprigionato dal 10 febbraio: la scomparsa o il radicale e graduale affievolimento della presenza italiana in Istria, Fiume e Dalmazia.
Non so quanto possa effettivamente dipendere da noi, e quanto invece potrà essere frutto della globalizzazione, dei media, degli imperscrutabili capricci dell’economia.
Ma noi abbiamo comunque il dovere e la responsabilità di superare le divisioni e i ritardi per riallacciare i fili strappati della nostra identità. Abbiamo il compito di rispondere alla domanda che un giorno i nostri figli potrebbero porci:
“Cosa avete fatto, cosa ci avete lasciato”?

87 – La Provincia di Varese 09/02/13 Questa volta Missoni non c’è ma il cuore degli esuli è con lui
Questa volta Missoni non c’è ma il cuore degli esuli è con lui
VARESE Ottavio Missoni questa mattina non ha partecipato alla Giornata del Ricordo: troppa l’apprensione e il dolore per le sorti del figlio Vittorio e la moglie Maurizia dispersi in Venezuela. Ma lo stilista era come se fosse presente nel salone dell’università dell’Insubria di via Ravasi, dove l’associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Varese ha organizzato la tradizionale celebrazione.

Dietro al tavolo dei relatori è stata proiettata una foto della famiglia Missoni scattata lo scorso anno: ritratti in quello scatto c’erano anche Vittorio e il figlio Ottavio a cui è stato passato simbolicamente in consegna il compito di tramandare il ricordo degli esuli. Alla vista di quell’immagine, dalla sala si è alzato un grande applauso.

«Ottavio Missoni è l’icona di noi esuli, che ci siamo sempre rimboccati le maniche, Missoni con Zara nel cuore – ha affermato Sissi Corsi – Adesso è chiuso nel dolore con la sua famiglia aspettando che avvenga un miracolo che riporti qui Vittorio e la moglie».
«Caro Tai – continua Corsi, con emozione – Non possiamo fare il nostro classico duetto di testimonianze, ma “te volemo tanto ben”. E ti ringraziamo per quello che hai fatto per tutti noi. Ciao Ottavio».

Gli esuli di Istria e Dalmazia aspettano ancora di essere risarciti per i beni espropriati e dati alla Yugoslavia per pagare i danni della guerra. Al dolore subito per la privazione della propria vita, si somma anche un danno economico che chissà se verrà mai risarcito.
A. Mor.

88 – La Stampa 08/02/13 Torino: In pezzi la lapide ai martiri delle foibe
In pezzi la lapide ai martiri delle foibe
Raid notturno a ridosso del Giorno del Ricordo: indagano i carabinieri

In occasione del Giorno della Memoria, erano state imbrattate alcune targhe dedicate agli ebrei
È stata distrutta in un raid nel corso della notte la lapide dedicata ai martiri delle foibe, nella zona nord di Torino. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, a cui competono le indagini, e la polizia municipale, che ha trasportato quel che resta del monumento in un magazzino comunale. L’attentato è avvenuto a due giorni dal Giorno del ricordo, che commemora proprio le vittime dei massacri delle foibe. Sempre a Torino, in occasione del Giorno della memoria, erano state imbrattate alcune lapidi dedicate agli ebrei.
La targa era stata eretta nel cuore del quartiere di Lucento in ossequio alla storia e alla cultura della più numerosa comunità istriana di Torino che negli anni ’50 si raccolse nel Villaggio Santa Caterina.
Non è la prima volta che viene distrutta. Era già successo nel 2011, anche in quel caso a ridosso del Giorno del ricordo. Danneggiata a martellate, era stata anche imbrattata con la scritta «Carogne, tornate nelle fogne», accompagnata dalla lettera “A” cerchiata, simbolo degli anarchici.
Riparata e rimessa al suo posto, oggi è stata nuovamente distrutta. «Ancora una volta l’odio e l’ignoranza colpiscono al cuore l’orgoglio dei tanti torinesi esuli dall’Istria e dalla Dalmazia, fuggiti decenni addietro dall’orrore delle foibe», è la denuncia di Augusta Montaruli e Maurizio Marrone, consigliere regionale e comunale di Fratelli d’Italia, che hanno organizzato un picchetto di solidarietà nel luogo in cui si trovava la targa.

89 – La Voce di Mantova 08/02/13 Mantova: Tornano i katanga e picchiano gli infoibati
Tornano i katanga e picchiano gli infoibati

Per il Comitato Mantova antifascista sono tutte balle inventate dalla destra per salvarsi la faccia
Guareschi li aveva battezzati “trinariciuti”, e li rappresen­tava con la celeberrima terza narice necessaria a respirare l’aria del partito. Nei primis­simi anni ’70, nei giorni caldi della contestazione studente­sca, si ribattezzarono “katan­ga”. Oggi molto pateticamente riparano dietro la sigla di “Co­mitato Mantova antifascista e antirazzista”.
Domenica un banchetto per sbugiardare la Giornata del ricordo… E il sindaco che cacciò Thule Italia” gli dà la piazza
Vorrebbero forse raccogliere l’eredità gloriosa dell’antifa­scismo militante, ma a ben guardare ricordano semmai quei patetici vecchietti impos­sibilitati persino a digrignare i fragili denti di resina che ten­gono in ammollo nel bicchiere sul comodino. Mugugnano nel rancore di ciò che la storia ha spazzato via per loro massimo scorno, ossia quella “lotta di classe” che i loro stessi figli e nipoti trasferiscono al più nel possesso dei vari iPhone offerti dal mercato – e naturalmente più i miserabili sono sempre coloro che vantano in tasca l’ultimo modello.
L’ultima trovata dei post-katanga è configurata nella lotta al “revisionismo”, al punto da giustificare e quasi approvare l’olocausto degli italiani uccisi e infoibati dai miliziani di Tito. L’azione immediata si concre­tizza nel «presidio antifascista contro il revisionismo storico» in calendario per domenica 10 febbraio in piazza Mantegna dalle ore 16 alle ore 19, giusto in coincidenza del Giorno del Ricordo. A seguire, due incon­tri “di autoformazione” (chissà se l’intendano come un trastul­lo di mano autoreferenziale da­vanti allo specchio) sul tema, appunto, delle foibe. Per rag­giungere lo scopo il comitato degli arrabbiati si avvarrà dell’apporto del noto «studio­so» Sandi Volk: primo appun­tamento all’Arci Casbah di Pegognaga giovedì 14 febbraio (ore 21), e l’altro all’Arci Vir­gilio venerdì 15 (stessa ora). Lo scopo di tanto anti-revisionismo col pannolone è ben spe­cificato in un documento pro­grammatico: «In questi anni di revisionismo, nel nome della “pacificazione” e della costru­zione di un’artificiosa “memo­ria condivisa” viene condotta una campagna di stravolgimen­to della verità storica, per cui i carnefici diventano vittime e le vittime i carnefici». Vale a dire: gli infoibati sono dei criminali, e i loro barbari fucilatoli dei santi giustizieri.
Difficile equivocare leggendo il seguito del documento an­tifascista: «Il “giorno del ricor­do” per gli eccidi delle foibe e per gli “esuli” istriani è esem­plificativo di una giornata nata grazie alla pressione della de­stra del secondo governo Ber­lusconi, desiderosa di festeg­giare 1’ “eccidio rosso” contrap­posto all’Olocausto nazista». E nel dettaglio, ecco la perlina dell’intelligenza anti-revisionista e varicosa: «Nel “giorno del ricordo” ad essere dimen­ticate sono le vittime dell’oc­cupazione fascista, nazifascista dopo l’8 settembre, nel cosid­detto fronte orientale (Slove­nia, Montenegro, Dalmazia). Centinaia di migliaia furono i civili e i resistenti (anche ita­liani) che vennero torturati, giustiziati con fucilazioni e im­piccagioni; centinaia i villaggi e le città distrutti, bruciati, bombardati; il fascismo istituì campi di concentramento dove morirono migliaia di donne, uomini, vecchi e bambini». Sarà interessante sapere se gli “esuli” (le virgolette apposte da questo club della prostata signnificano evidentemente che non si tratta di italiani scappati dalle proprie case per salvare la pelle, ma di gente che aveva voglia di farsi una scampagnata oltre confine) si riconosceran­no in questo sapido quadretto che li dipinge come assassini su vasta scala. Ai poveri infoibati, invece, nemmeno il beneficio del dubbio: sono solo la ma­schera che il neo-fascismo berlusconiano si è aggiustata sul viso per salvarsi l’anima dalla shoah.
E così mentre l’Arcigay onora la memoria dei 50mila infoibati (tanti secondo il Corsera, ma solo 1000 secondo l’Anpi) in­scenando il simbolico “sì” del­le coppie di fatto, il Comune filo-berlusconiano, e dunque neo-nazifascista, di Nicola So­dano concede la piazza ai dotti illuminati che non sanno rinun­ciare a far battere a sinistra il loro aritmico pacemaker.

90 – Il Giornale 09/02/13 La Polemica – Ricordando le foibe, in via Tito
LA POLEMICA II 10 febbraio è la giornata delle vittime di Venezia-Giulia e Dalmazia
Ricordando le foibe, in via Tito
A quasi 10 anni dai fatti, ci sono ancora dozzine di strade e piazze intitolate al Maresciallo, «il boia degli italiani»
Fausto Biloslavo
da Trieste
Provate a immaginare una giornata della memoria dell’Olocausto celebrata in un Paese dove ci siano delle vie o piazze dedicate ad Hitler oppure a uno dei suoi gerarchi. Domani, 10 febbraio, lo Stato ricorda l’esodo di oltre 200mila istriani fiumani e dalmati e la tragedia delle foibe con le sue migliaia di vittime. Però una dozzina di vie di città italiane sono ancora inti­tolate al maresciallo Tito, boia degli italiani alla fine della se­conda guerra mondiale.
Da due anni il sindaco di Calalzo (Belluno), Luca de Carlo, e il suo assessore, Antonio Da Col, sono impegnati nella battaglia per cambiare la toponomastica dedicata al fondatore del­la Jugoslavia comunista. Nel 2011 hanno scritto al presiden­te Giorgio Napolitano: «Sareb­be un segnale fondamentale per ricomporre le tragedie del­la storia, se Lei decidesse di ac­cogliere il comune sentire delle no stregenti ritirando le onorificenze Tito(oltre che ai suoi colonnelli Ribicic e Rustjaj e con­testualmente disponendo la rimozione in tutto il Paese dei to­ponimi ad essi intitolati». Nes­suna risposta è mai arrivata dal Quirinale.
Josep Broz Tito venne decorato nel 1969, dall’allora presidente Giuseppe Saragat, come «Ca­valiere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italia­na» con aggiunta del Gran cor­done, il più alto riconoscimen­to. Nessuno ha mai pensato di levargli questa onorificenza per «indegnità», come è previ­sto dalla legge. L’Italia l’ha fatto lo scorso anno,per la stessa ono- rificenza di Tito, che Napolita­no aveva appuntato sulpetto di Basharal Assad nel 2010. Il presidente siriano, purimmerso fi­no al collo nel bagno di sangue nel suo Paese, non ha mai ucci­so però un solo italiano.
Oltre aTito sono stati decora­ti dal Quirinale i suoi uomini più fidati: Mitj aRibicic, Cavalie­re di Gran Croce e l’ammiraglio jugoslavo Franjo Rustja. Il pri­mo, nel 1945, era un alto ufficia­le della polizia segreta attiva contro gli italiani. A Lubiana, nel 2005, venne aperta un’in­chiesta a suo carico per crimini di guerra, ma 60 anni dopo è sta­to impossibile trovare le prove.
L’ammiraglio Rustjanei terri­bili 40 giorni dell’occupazione di Trieste (maggio-giugno 1945) eraprimo assistente al co­mando del IX Corpus. L’unità di Tito che deportò e fece spari­re per sempre molti italiani.
Lo scorso anno il sindaco di Calalzo ha inviato la lettera contro le vie e piazze dedicate a Tito alla dozzina di comuni italiani che le ospitano tutt’oggi.
Luigi Aurelio Verrengia, nel 2011 primo cittadino di Parete nel casertano, aveva dichiara­to : «Non sono favorevole alla ri­mozione, a meno che non sia determinata da disposizioni le- gislative. Penso che sia orrenda la storia delle foibe, ma resta pur sempre la valutazione che Tito ebbe una funzione storica rispetto all’antinazismo e al­l’antifascismo».
Il sindaco di Scampitella, in Campania, aveva promesso di farlo, ma via Tito campeggia ancora su Google map vicino a via Kennedy. Stesso discorso per Campegine (Reggio Emilia) do­ve una mozione di Pdl e Lega per cancellare viaTito è stata respinta. «Nonostante tutto è sta­to un grande statista» aveva det­to nell’occasione Luca Vecchi, capogruppo del Pd. Via Mare­sciallo Tito spicca anche a Cornaredo, in Lombardia. APalma di Montechiaro , in provincia di Agrigento, è vicina alla strada dedicata a Paimiro Togliatti e a quella a Mao Tse Tung.
Non a caso i sindaci interpel­lati non hanno risposto al sinda­co di Calalzo, che ieri, assieme a una delegazione dell’Associa­zione Venezia Giulia e Dalma­zia, che rappresenta gli esuli, è andato a protestare dal prefetto di Belluno.«Sono state levate le medaglie ad Assad e aTanzi, do­po il crack Parmalat, ma non a Tito – spiega De Carlo a il Gior­nale Lancio l’idea di una rac­colta di firme in Rete per ritirare l’onorificenza al boia degli ita­liani e cambiare i nomi di vie e piazze a lui intitolate»,
Sembra assurdo, ma nel silenzio tombale del Quirinale e di tanti comuni è l’unico scossone di un paese che celebra le vittime delle foibe e allo stesso tempo continua a onorare il lo­ro carnefice.

91 – Il Giorno 11/02/13 Gli italiani che dissero no a Tito, intervista al Prof.Spazzali
Gli italiani che dissero no a Tito
Il Giorno del ricordo per i martiri delle foibe e gli esuli istriani
L’Italia ha celebrato ieri, nel “Giorno del ricordo”, le vittime delle foibe, migliaia di italiani uccisi e ammassati sottoterra dai resistenti jugoslavi, e dell’esodo giuliano-dalmata. D’accordo, anche se con qualche schermaglia polemica, tutti gli schieramenti politici: quello che accadde ai nostri confini orientali alla fine della seconda guerra mondiale fu «un crimine contro l’umanita». Nessuna alta carica dello Stato ha partecipato alla cerimonia della foiba “simbolo” di Basovizza. Oggi al Quirinale il Giorno del ricordo sarà celebrato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Gian Marco Walch
SONO TRASCORSI ormai quasi settant’anni, ma il dramma delle foibe rimane una ferita aperta: tra­gica, dolorosa, accompagnata da odi e polemiche. L’ultima l’ha in­nescata l’Unione degli Istriani: oggi, Giorno del Ricordo, non prenderà parte alle celebrazioni al Quirinale. Motivo: nel 1969 il Ma­resciallo Tito, e con lui alti gerar­chi jugoslavi, vi furono ricevuti e insigniti delle massime onorifi­cenze italiane. Alle foibe ha dedi­cato, a partire dagli anni Ottanta, accurate indagini Roberto Spazza­li (nella foto sotto), triestino, studio­so di storia contemporanea e mo­vimenti politici, autore anche del recentissimo “Radio Venezia Li­bera” (Editrice Goriziana), dedi­cato all’unica radio clandestina che trasmetteva dal Lido. Fra i suoi redattori, Vittorio Orefice.
Professor Spazzali, come giudica la dura presa di posizio­ne dell’Unione degli Istriani?
«So che da tempo sono sorte pole­miche sull’intitolazione a Tito di vie in alcune città italiane. Mi pa­re che occorra guardare al conte­sto odierno in relazione agli avve­nimenti di alcuni decenni fa: pro­babilmente quei riconoscimenti vennero conferiti per utilità politi­ca. Certo, sul problema delle foi­be bisogna però riconoscere le aperture successive, in particolare di Ciampi e Napoletano. Rimuo­vere memorie anche dolorose fa sempre male alla storia».
E la dichiarazione di Alessan­dra Kersevan, storica discus­sa, secondo la quale comme­morare i morti delle foibe si­gnifica commemorare rastrel­latoli fascisti e collaborazioni­sti dei nazisti?
«Affermazione pesante, di cui Kersevan si assume tutta la re­sponsabilità. Sicuramente si veri­ficarono da parte italiana rastrella­menti e brutalità, ma non è quello il nodo vero: il nodo vero fu la per­secuzione sistematica di coloro, anche antifascisti, che non accet­tavano l’imposizione con le armi del regime jugoslavo, l’espulsione di tutti coloro che non potevano rimanere nella loro terra. Se lei chiede a un esule perché se n’è an­dato, le risponderà: perché vole­vo rimanere e restare italiano. Una scelta quanto mai etica, lo spirito del tempo, in un’Italia do­ve oggi l’etica è sprofondata a li­velli bassissimi».
Quindi non furono le foibe a provocare l’esodo?
«Assolutamente no. A provocar­lo, dalla primavera del 1945 alla metà degli anni ’50, furono le ves­sazioni jugoslave. Le prime noti­zie di massacri iniziarono comun­que a venir diffuse nell’autunno del ’43: Istria Centrale, Croazia, con l’insurrezione guida­ta dal Comitato che pro­pugnava l’annessione del­la Croazia, appunto, a una Jugoslavia di tipo fe­derativo».
Le ondate delle vitti­me nelle foibe data­no solo 1943 e poi 1945?
«Gran parte delle vittime non furono trucidate nel­le foibe. Molti sparirono nei campi di concentra­mento jugoslavi: alcuni tornarono, anche anni do­po, molti no. Su questo la Jugosla­via ha sempre taciuto. Vede, si strutturò una rete di ambiguità e complicità, in Italia anche di una parte del Pei, per uso, diciamo, di­plomatico».
E possibile un censimento pre­ciso delle vittime?
«E’ difficile. Diciamo 500 nel 1943 e 5.000 nel 1945».
Oggi qual è l’atteggiamento di Slovenia e Croazia?
«Dopo un irrigidimento negli an­ni Novanta, durante le guerre di secessione, gli storici sloveni han­no collaborato attivamente, in via ufficiosa ma anche ufficiale, pro­ducendo documenti sulle vittime della polizia segreta. Molto più chiusi i croati».

92 – Agenzia Ansa 07/02/13 Giorno del Ricordo: Venezia le Foibe spiegate a Cà Foscari
Giorno del Ricordo: Venezia le Foibe spiegate a Cà Foscari
(ANSA) – VENEZIA, 7 FEB – Si e’ tenuto, oggi all’Auditorium Santa Margherita di Venezia, l’incontro ‘Venezia Giulia e Dalmazia. Il ricordo e la storia’, organizzato dall’Universita’ Ca’ Foscari in occasione del giorno del ricordo.
”Per la prima volta – ha sottolineato il professore di Storia dell’Ateneo, Antonio Trampus – Ca’ Foscari dedica un’iniziativa specifica agli studenti, per raccontare la storia di quelle che oggi sono regioni di frontiera, ma che da sempre hanno rappresentato il cuore dell’Europa e il centro della politica internazionale”.
All’appuntamento ha dovuto rinunciare, per motivi di salute l’imprenditore e stilista Ottavio Missoni.
”E’ importante – ha precisato Bruno Crevato-Selvaggi, della Societa’ dalmata di storia patria di Roma – sottolineare la continuita’ storica di queste regioni. L’esplosione dei nazionalismi nel Novecento ha creato contrasti che, da un lato, hanno portato all’entrata in Italia di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, dall’alt ro a una politica fascista ancor piu’ forte e autoritaria che in altre zone, con alcune specificita’, come il fenomeno delle foibe tra il 1943 e il 1945, che, in due ondate, hanno portato secondo le stime piu’ attendibili all’uccisione di circa dodicimila persone. Si discute molto sulle motivazioni del fenomeno, tra politiche, con il confronto tra comunisti e fascisti, ed etiche, nella contrapposizione Jugoslavia-Italia, e l’ipotesi accademicamente ritenuta piu’ attendibile e’ la seconda”.
Riflessione, questa, che nell’incontro pubblico e’ stata proiettata anche al futuro. ”Oggi – conclude Crevato-Selvaggi – si e’ venuta a creare una situazione nuova, con l’ingresso della Slovenia nel trattato di Schengen e quello prossimo, che avverra’ entro quest’anno, della Croazia nell’Europa Unita. I confini, infatti, cadranno nuovamente e la speranza e’ quella che tutto cio’ possa portare alla ricomposizione dell’unita’ culturale e geografica frammentata nel se colo scorso”. (ANSA).

93 – L’Arena Verona 08/02/13 Verona: Foibe ed esuli, la storia negata ai giovani
Foibe ed esuli, la storia negata ai giovani
IL GIORNO DEL RICORDO. Alla Gran Guardia, per la commemorazione della tragedia in Istria nella seconda guerra mondiale, si sono radunate numerose scolaresche. L’avvocato Briani ( Associazione Venezia Giulia e Dalmazia): « Per anni queste vicende sono state tenute nascoste, ora i ragazzi devono poter capire»
Verona. «La mia generazione ha raccolto le testimonianze degli esuli ma per anni è stata come cancellata da questo ricordo che per anni è stato perfino negato nella memoria collettiva». Così l’avvocato Francesca Briani, presidente dell’associazione Venezia Giulia e Dalmazia, ha spiegato ai giovani riuniti nell’auditorium della Gran Guardia per la cerimonia di commemorazione dedicata al Giorno del Ricordo, le difficoltà di far riemergere una pagina dolorosa quanto scomoda della storia recente, quella dell’eccidio di migliaia di abitanti dell’Istria e della Dalmazia, «infoibati» dai partigiani di Tito, e degli esuli, «rimasti senza patria per aver voluto restare italiani, come ha sottolineato il professor Davide Rossi dell’università di Trieste, spiegando ai ragazzi la storia dell’area istriana ma anche il concetto di Stato, «identità di popolo e lingua. Se vogliamo leggere la storia dobbiamo pensare a come nascono gli Stati». La vicenda degli esuli giuliani e dalmati è stata una delle pagine più dolorose ma anche più oscure, perchè a lungo negate, della storia recente. L’avvocato Briani ha raccontato l’assurda condizione di certi giovani costretti a lasciare la propria casa, gli amici, la scuola, per arrivare in Italia con la scritta «profugo giuliano» sulla valigia, come se fosse un marchio d’infamia. E poi il dramma dei campi profughi, e la ricerca di una sistemazione in una terra, che era poi l’Italia, che spesso considerava gli esuli, trovatisi all’improvviso nel ruolo di transfughi, come degli appestati, se non dei paria. Una vicenda storica a cui i giovani si sono affacciati di recente ma che non manca di suscitare emozioni, come ha fatto capire nel suo intervento la presidente della Consulta provinciale degli studenti Clara Albarello. Il dirigente dell’Ufficio Scolastico, Giovanni Pontara ha espresso il suo apprezzamento per la grande partecipazione delle scuole. «Vuol dire che si sta facendo un importante lavoro di riflessione e di indagine storica dei fatti del nostro passato per capire come andare avanti», ha detto il dottor Pontara. Alla cerimonia erano presenti numerosi rappresentanti delle istituzioni civili e militari cittadine e delle associazioni combattentistiche d’arma. «Gli esuli di Istria e Dalmazia rappresentano una comunità molto numerosa anche nella nostra città», ha detto il sindaco Tosi, «testimoni, anche diretti, degli avvenimenti che hanno visto circa 300.000 persone cacciate dai propri territori con violenza e minaccia di morte. Un fenomeno di cui vari governi italiani si sono vergognati per decenni. Una vergogna fondata sul non aver difeso e protetto la comunità italiana in quei luoghi, cacciata dalle abitazioni quando non addirittura sterminata, la vergogna per non aver impedito un simile scempio. Dal 2004, finalmente, grazie all’istituzione della legge da parte del Parlamento abbiamo l’occasione, se non di restituire una casa, una vita e una dignità, quantomeno di ricordare, affinchè episodi come questo non si ripetano mai più». Al termine degli interventi si è svolto lo spettacolo «Giulia» di Michela Pezzani, presentato dalla compagnia Teatro Impiria (la cui recensione si trova in altra parte del giornale), introdotto dal professor Davide Rossi. Le celebrazioni si sono aperte con l’inaugurazione della mostra fotografica «Dedicata al Ricordo», a cura del Comitato Provinciale di Verona dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, con la consulenza storica e i testi dello storico e scrittore Guido Rumici. La mostra, della sala Buvette della Gran Guardia, resterà aperta al pubblico oggi, dalle 9 alle 20.

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