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RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 864 – 23 FEBBRAIO 2013 N. 864 – 23 Febbraio 2013 Sommario 94 – La Voce del Popolo 09/02/13 Istria e Veneto, un’amicizia radicata nei secoli di storia (Lara Musizza) 95 – L’Arena di Pola 19/02/13 Ricordare non basta (Silvio Mazzaroli) 96 – Il Piccolo 22/02/13 Piovono critiche dal web su Simone Cristicchi che canta “Magazzino 18” (Pietro Spirito) 97 – Il Piccolo 06/02/13 L’Intervento di Roberto Spazzali: Una storia di gente comune strumentalizzata dal potere (Roberto Spazzali) 98 – CDM Arcipelago Adriatico 17/02/13 Dignità Giuliano Dalmata ad Antonio Concina 99 – Piacenzasera.it 20/02/13 Piacenza: Il liceo San Benedetto incontra gli ultimi esuli da Pola 100 – Libero 13/02/13 Pansa, l’Istria e le foibe: 300mila italiani traditi dal Pci (Giampaolo Pansa) 101 – Il Piccolo 13/02/13 Bibione: Morta Mafalda Codan, sopravvissuta alle foibe (Rosario Padovano) 102 – Messaggero Veneto 13/02/13 Morto Don Redento Bello il prete della pace di Porzûs (Giacomina Pellizzari) 103 – La Voce del Popolo 14/02/13 Zagabria – Medaglie a quattro zaratini 104 – CDM Arcipelago Adriatico 19/02/13 Don Bonifacio compatta il popolo dei fedeli (rtg) 105 – La Voce del Popolo 16/02/13 Dopo 56 anni si rivedono in uno studio televisivo – Commovente incontro tra gli esuli Vittorio Miletti e Giuseppe Furlan 106 – L’Arena di Pola 19/02/13 Una piazza e una “barchessa” Pola a… Treviso (Bruno Carra) 107 – Lettera 43 – 09/02/13 Il Reportage – Fertilia, il rifugio per gli esuli delle foibe (Monia Melis) 108 – La Voce del Popolo 11/02/13 Cultura – Esuli, comparse a Cinecittà e un’Italia che non ha saputo accoglierli (Francesco Cenetiempo) 109 – Il Piccolo 16/02/13 La lettera del giorno – Trieste-Trento, il “ponte” della storia con gli esuli in mezzo (Paolo Peruzzini) 110 – Il Piccolo 16/02/12 Croazia nell’Ue, Lubiana verso il “sì” (Mauro Manzin) 111 – Il Piccolo 20/02/13 La Ricerca – In Croazia l’Istria è la regione meno povera (p.r.) Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti : http://www.arcipelagoadriatico.it/ https://10febbraiodetroit.wordpress.com/ http://www.arenadipola.it/ 94 – La Voce del Popolo 09/02/13 Istria e Veneto, un’amicizia radicata nei secoli di storia Istria e Veneto, un’amicizia radicata nei secoli di storia PARENZO | Nel nome di una pluridecennale amicizia ieri nella storica Sala della Dieta a Parenzo, Ivan Jakovčić, presidente della Regione Istriana, e il governatore del Veneto, Luca Zaia, hanno sottoscritto, davanti ad una nutrita schiera di collaboratori, e alla presenza del Console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani, il protocollo d’intesa tra le due realtà regionali. L’intesa tiene conto dei profondi legami storici e culturali che intercorrono tra il Veneto e l’Istria; delle numerose attività realizzate congiuntamente, in particolare nell’ambito della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell’Istria; della comune partecipazione all’Euroregione Adriatica; della prospettiva di una maggiore integrazione dell’intera area adriatica in ambito europeo, attraverso l’istituzione di una Macroregione Adriatico-Ionica. Nel protocollo le due Regioni si impegnano a promuovere le azioni necessarie allo sviluppo e all’intensificazione della collaborazione nei settori di reciproco interesse, al fine di creare legami più solidi tra i rispettivi governi regionali, tra istituzioni pubbliche di ricerca ed istruzione, nonché tra le organizzazioni economiche, per favorire azioni di interscambio tra gli Enti locali del Veneto e dell’Istria. Si punta inoltre alla cooperazione nei settori dell’amministrazione pubblica, del commercio e dell’economia, della scienza e tecnologia, del sistema di protezione sociale, dell’agricoltura e silvicoltura, del turismo, dello sport, della formazione ed istruzione, della valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, delle infrastrutture e trasporti. Le attività finalizzate al sostegno delle azioni di collaborazione tra le imprese saranno attuate in conformità a quanto disposto dai rispettivi piani di promozione nazionale dei due Paesi e per la Regione del Veneto nel rispetto delle iniziative di cui all’accordo di programma con il ministero dello Sviluppo Economico italiano. La cerimonia di firma del protocollo si è svolta nel segno del rispetto reciproco e della pluriennale amicizia, anche personale, tra Zaia e Jakovčić, in un atmosfera distesa ed amichevole. Il tutto è stato coronato da un lungo applauso. I due presidenti hanno espresso grande soddisfazione per la sottoscrizione del protocollo d’ intesa per ambo le parti. Jakovčić ha sottolineato la “pluriennale amicizia tra il Veneto e l’Istria” e ha ringraziato il collega Zaia che da anni, sia in veste di ministro che di presidente della Regione Veneto, ha sempre promosso l’adesione della Croazia all’UE, che oggi è quasi realtà. Jakovčić si è soffermato pure sulla ricca storia comune che lega le due Regioni, esprimendo la convinzione che la cooperazione reciproca tra poco, nell’ambito della casa comune europea, si intensificherà ulteriormente. Luca Zaia ha ricordato la tenacia, la pazienza e la determinazione del presidente Jakovčić, che ha creduto sin dall’inizio nell’amicizia tra le due sponde adriatiche, rilevando che, anche grazie a lui, si è giunti a queste belle ed utili concretizzazioni. Un’amicizia che Zaia ha salutato anche in veste di presidente di turno dell’Euroregione adriatica, della quale anche l’Istria è parte integrante. Dopo la cerimonia Jakovčić con la sua vice, Viviana Benussi, e altri esponenti regionali e locali, ha invitato i suoi ospiti nello scantinato della Sala della Dieta per gustare i prodotti tipici di casa nostra. Inoltre dall’omologo Luca Zaia, Ivan Jakovčić ha accettato di buon grado il gonfalone del Veneto, “bandiera a tutti gli effetti che già sventola davanti al palazzo della regione a Venezia sul Canal Grande”, come ha precisato il governatore. Lara Musizza 95 – L’Arena di Pola 19/02/13 Ricordare non basta Ricordare non basta Un altro “Giorno del Ricordo” si è consumato al Quirinale, nelle Prefetture, nei Municipi e nelle Piazze d’Italia; nelle scuole, purtroppo, un po’ meno ancorché – ed è giusto rico­noscerlo – fossero state adeguatamente sensibilizzate dal Ministero competente. Ancora una volta è stato dato spazio alla voce degli esuli ed alle loro testimonianze e commentatori obiettivi hanno cercato di fare opera di verità, contro ogni reticenza ideologi­ca o rimozione opportunistica. Il Presidente Napolitano ha usato parole chiare: «[…] è stato necessario partire da un impegno di verità […] per rendere giustizia agli italiani che furono vittime innocenti – in forme barbariche raccapriccianti, quelle che si riassumono nell’incancellabile parola “foibe” – di un moto d’odio, di cieca vendetta, di violenza prevaricatrice, che segnò la conclusione sanguinosa della seconda guerra mondiale lungo il confine orientale della nostra patria, e a cui si congiunse la tragica odissea dell’esodo». Sono state parole forti che, se non da altri sicuramente da noi, possono essere interpretate come esplicativo completa­mento di un suo pronunciamento, apparso solo un paio di giorni prima, su “L’Osservatore Romano”. In tale sede, affer­mando che era «impossibile – se non per piccole cerchie di nostalgici sul piano teoretico e di accaniti estremisti sul piano politico – sfuggire alla certificazione storica del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista», accusava il comunismo di «rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva in sé promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana e che aveva finito – come disse Norberto Bobbio – per capovolgersi nel suo opposto». Non è forse un qualcosa a cui proprio le nostre vicende, unitamente ad altre similari che hanno interessato milioni di individui in tutta Eu­ropa e nel Mondo, danno un senso concreto? Doveroso, pertanto, ancorché pronunciate con colpevole ritardo, acco­glierle con soddisfazione, come compensazione quantome­no morale per quanto da noi patito. Le su citate parole sono risultate anche, e forse soprattut­to, squalificanti per tutti coloro che, secondo un ormai sconta­to copione, si sono resi proprio in questi giorni protagonisti di vandalismi ed imbrattamenti di monumenti, lapidi, targhe. che ricordano la vittime delle foibe e l’esodo, come successo a Torino, Genova, Narni e Firenze e per quanti hanno dato vita a squallide operazioni di contromemoria, come occorso all’università di Trieste con l’esposizione di veri e propri taze- bao mistificatori e a Mantova con una patetica dimostrazione contraria al “Giorno del Ricordo” tacciato di revisionismo sto­rico. Esemplare in tal senso quanto occorso a Montebelluna dove il sindaco ha negato la disponibilità del locale audito­rium ad una manifestazione, a dir poco, “giustificazionista”, con la partecipazione della ben nota Alessandra Kersevan, indetta dalla locale ANPI che tramite detta operazione mirava – lecito il pensarlo – più a giustificare i crimini propri che non quelli altrui dal momento che, proprio in quel territorio, come da noi evidenziato in un recente numero della nostra “Arena”, gli infoibatori slavi ebbero non pochi epigoni tra i partigiani italiani con la “stella rossa”. Il provvedimento è stato così mo­tivato: «Abbiamo deciso in tal senso perché un convegno con questa ricercatrice può andar bene in un momento diverso ed all’interno di un confronto con altri storici, non in un giorno dedicato al ricordo di quanti sono morti nelle foibe». È un comportamento degno del massimo apprezzamento, perché recepisce in pieno il senso dell’appello che, anche attraverso le pagine del nostro giornale, è stato rivolto a moltissime au­torità ed organi d’informazione e che auspichiamo non riman­ga, anche in futuro, un episodio isolato. Purtroppo, all’esimia ricercatrice ed ai suoi sostenitori sono stati offerti altri palco­ ^ scenici (vedi Verona) per prodursi in una inqualificabile sceneggiata a cui ormai plaudono esclusivamente indivi­dui ideologicamente tarati. In sostanza, anche quest’anno, si è puntualmente avverato tutto quanto era facilmente prevedibile. Ciò non di meno, si sono potuti avvertire segnali, più e meno evidenti e significativi, di un cambiamento in itinere che è doveroso cogliere ma che sarebbe del tutto sba­gliato interpretare come un progressi­vo superamento della necessità, dopo 70 anni, di continuare a ricordare illu­dendoci, anche in virtù delle circa 500 intitolazioni alle “Vittime delle foibe ed all’esodo” oggi presenti in molte locali­tà italiane, che la nostra storia sia or­mai conosciuta e che i dissidi e le con­flittualità del passato, anche a seguito dei recenti atti formali compiuti dai Ca­pi di Stato di Italia, Croazia e Slovenia, siano stati superati. Il ricordo è ancora e lo sarà anche un domani necessario. C’è ancora molta strada da percorrere perché ciò che è stato diventi, non mo­tivo di scontro, ma bagaglio di cono­scenza dell’intero popolo italiano; per­ché le vicende della seconda metà del ‘900 entrino con obiettività nei testi di storia delle scuole; perché alla conflit­tualità tra le diverse ideologie ed etnie ‘ subentri la consapevolezza che nessu­no è esente da colpe, che tutti indistintamente hanno inferto e subito sofferenze. Lo è soprattutto perché la nostra storia, la nostra stessa vita, abbisognano di continuità non potendo­ci essere un presente e tanto meno un futuro senza un pas­sato. Che senso avrebbero, infatti, i nostri propositi di preser­vare nella misura più ampia possibile l’italianità di Istria, Fiu­me e Dalmazia anche attraverso la ricucitura di un antico tessuto sociale se non ricordassimo costantemente che quel­le terre sono state per millenni essenzialmente italiche ed anche italiane e se non avessimo memoria che in esse genti diverse hanno saputo convivere per secoli operando e cre­scendo assieme? C’è però anche da chiedersi se ricordare sia sufficiente ed, altrettanto decisamente, la risposta è no. È necessario che ciascuno operi al proprio livello per promuovere un effettivo cambiamento, per indurre al dialogo, al civile confronto, alla comprensione e, ove possibile, al reciproco rispetto. L’odio, la cieca volontà di vendetta, la violenza prevaricatrice, dovuti a ragioni ideologiche, a sentimenti nazionalistici, a credenze religiose o quant’altro, sono cancri congeniti nel genere uma­no e come una malattia vanno trattati. Vanno prevenuti in ogni possibile modo con l’impegno ed il contributo di tutti e di ciascuno. Come ampiamente dimostrato dalla storia anche recente, vedasi i Balcani ieri, e ahinoi anche dall’attualità, si guardi a ciò che succede in Siria, Egitto, Tunisia. oggi, pre­tendere di curarli una volta insorti può risultare tardivo, molto doloroso e troppo spesso inefficace. Ne consegue, in tutta evidenza, la necessità di intrapren­dere, senza prevenzioni ed ulteriori tentennamenti, un per­corso nuovo che si discosti sensibilmente dal cammino sin qui compiuto e che, obiettivamente, è stato avaro di risultati e, comunque, privo di prospettiva. In quest’ottica ci può esse­re di monito l’attualità di questi giorni. Mi riferisco all’episodio che ha scosso l’opinione pubblica mondiale: le dimissioni dal proprio Pontificato annunciate da Papa Benedetto XVI. Le il­lazioni sulla sua decisione sono state molteplici, ma la spie­gazione che Egli stesso ha fornita risiede essenzialmente nel suo sentirsi inadeguato a condurre il cambiamento che inte­ressa la Chiesa e che lui stesso ha innescato. Questo suo gesto estremo dovrebbe farci riflettere sull’opportunità che, per quanto direttamente ci riguarda, siano gli stessi che han­no gestito le fasi precedenti a condurre il cambiamento che si sta profilando; un cambiamento che per essere portato avan­ti abbisogna di convinzione, forza ed entusiasmo. Tutte cose che possono derivare solo da un’ampia condivisione di un progetto che sia più rivolto al futuro che non al passato. Se vogliamo veramente che il “Giorno del Ricordo” non fini­sca alla lunga per trasformarsi in ostacolo più che incentivo ad un effettivo cambiamento, non sembra proprio fuori luogo rifletterci un po’ sopra. Silvio Mazzaroli 96 – Il Piccolo 22/02/13 Piovono critiche dal web su Simone Cristicchi che canta “Magazzino 18” Piovono critiche dal web su Simone Cristicchi che canta “Magazzino 18” La canzone sugli esuli e il video hanno provocato sulla rete accuse di revisionismo al cantante reduce da Sanremo di Pietro Spirito «Puntuale ogni anno salta fuori un fenomeno con qualche minchiata sulle foibe, ebbravo Cristicchi». «In occasione delle nuove revisionate di Cristicchi riproponiamo un nostro documento sulla questione, firmato Laboratorio Politico Iskra». Sono solo due dei numerosi messaggi che fra Twitter, Facebook e posta elettronica stanno piovendo addosso a Simone Cristicchi dopo l’uscita della sua canzone “Magazzino 18”, dedicata all’esodo degli istriani, giuliani e dalmati, ora anche in un video realizzato da Vincenzo Chiera (sul sito del Piccolo www.ilpiccolo.it). Archiviato Sanremo, dove aveva trionfato nel 2007 e dove quest’anno ha cantato “La prima volta (che sono morto)”, Cristicchi sta accompagnando il lancio del nuovo “Album di famiglia”, uscito il 14 febbraio, nel quale si parla anche di Trieste, degli esuli, delle terre cedute e della sofferenza di migliaia di famiglie costrette ad abbandonare tutto. Cristicchi sapeva che la canzone su esodo e foibe avrebbe sollevato un vespaio. Diffusa il 10 febbraio, Giorno del ricordo, con lo stesso titolo che avrà lo spettacolo in apertura della prossima stagione il 22 ottobre al Rossetti (scritto assieme a Jan Bernas, autore del libro “Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani” edito da Mursia) “Magazzino 18” sta bissando le critiche che il cantautore romano si era attirato con “Ti regalerò una rosa”. «Ci chiamavano fascisti – recita un verso della canzone – eravamo solo italiani, italiani dimenticati in qualche angolo della memoria, come una pagina strappata dal grande libro della storia». Accuse di “revisionista” sono arrivate puntuali anche a Cristicchi, «da parte – dice – di certi ambienti di sinistra». «Del resto me l’aspettavo – aggiunge il cantante -, anche se resto stupito di come a settant’anni da quelle vicende non ci sia ancora sull’argomento una memoria condivisa». Offese e accuse on line, continua Cristicchi, sono fioccate «un po’ da tutta Italia, come del resto, e al contrario, tantissime persone mi hanno mostrato gratitudine e riconoscenza, soprattutto figli e discendenti degli esuli». «Non mi interessa la politica – dice ancora il cantautore -, mi interessano le storie, e mi interessa continuare a sviluppare, sia a teatro che con le mie canzoni un’operazione didattica della memoria, così come ho fatto con il monologo “Li romani in Russia”». Folgorato da una visita al Magazzino 18 (assieme a Piero Delbello dell’Irci) dopo aver letto il libro di Bernas, Simone Cristicchi – classe 1977 – si è buttato anima e corpo nella storia della diaspora giuliana, «un tema praticamente sconosciuto in Italia a quelli della mia età, per non parlare dei più giovani». Il video della canzone “Magazzino 18” mostra immagini dell’esodo, frammenti del film “Pola Addio” e riprese all’interno, appunto, nel magazzino del Porto Vecchio, con le cataste di sedie, mobili e oggetti personali lasciati dalle migliaia di italiani in fuga dalle terre cedute alla Jugoslavia. 97 – Il Piccolo 06/02/13 L’Intervento di Roberto Spazzali: Una storia di gente comune strumentalizzata dal potere L’INTERVENTO DI ROBERTO SPAZZALI Una storia di gente comune strumentalizzata dal potere Le autorità italiane guardavano con diffidenza le Terre redente del confine orientale, un mondo popolato da ex nemici stranieri nella lingiua Dobbiamo uscire dalle vecchie logiche autoreferenziali e iniziare invece a parlare di questi fatti in una nuova direzione con l’apporto di tutti Seguo con interesse l’iniziativa avviata dalla “provocazione” di Paolo Rumiz che ha fatto sgorgare tante memorie familiari, ma anche alcune considerazioni sul diritto di poter ricordare pubblicamente i caduti, gli invalidi, le vedove e gli orfani dei vinti “austro-ungarici”, cioè del 99 per cento dei triestini, goriziani, istriani, fiumani e dalmati che fecero il loro dovere nell’esercito e nella marina di Francesco Giuseppe. Per quei caduti, dopo diverse insistenze, l’amministrazione comunale guidata da Riccardo Illy fece affiggere una targa, minuscola ed algida nell’epigrafe, sulla cinta del castello di San Giusto, in un luogo così appartato e fuori mano da dubitare della buona fede di chi prese quella decisione. Si preferì invece dare ampio risalto alla ricollocazione del monumento di Elisabetta d’Austria, nel segno di come oggi si intende il rispetto del senso della storia. Senso della storia: ho notato che gli interventi, al di là delle consuete recriminazioni su come sarebbe stato il presente con un passato diverso, ruotano attorno ad un motivo decisivo della questione; perché sono stati dimenticati? Bisogna dire che pochi storici si sono occupati seriamente del problema, per lo più locali mentre la storiografia nazionale quasi nulla ha scritto in proposito, mentre la letteratura ha offerto, con la sua libertà espressiva, molti spunti per comprendere il difficile e drammatico trapasso dalla pace alla guerra, e dalla guerra a un dopoguerra affatto pacifico. Penso alle intense pagine di Stuparich in “Ritorneranno”, di Vegliani ne “La frontiera”, di Quarantotti Gambini ne “La rosa rossa”, tutte segnate dallo straniamento dei protagonisti, dalla difficoltà di accettare non mondo nuovo, ma diverso da quello lasciato o solo sperato. Mi pare che l’oblio sia conseguenza della dissoluzione austro-ungarica: gli ex combattenti, i caduti e le vittime tutte rimasero orfani di quel mondo, senza alcun soggetto che sostanziasse la loro esistenza. Quella guerra, non dimentichiamolo, segnò la fine sia del pacifismo internazionalista che dell’austro-marxismo, i cattolici si chiusero all’interno delle loro categorie culturali, i liberal-nazionali si adeguarono immediatamente e consegnarono la memoria dell’irredentismo al nascente fascismo, pur di mantenere le posizioni di privilegio. I proletari, i contadini, il ceto medio che avevano fatto il proprio dovere in guerra, silenziosamente tornarono a casa da soggetti passivi, con la prima preoccupazione di cercare lavoro. Se ancora ce n’era, per tutti. E’ stato un fenomeno che ha riguardato indistintamente italiani, sloveni e croati del Litorale, anche se da una parte c’era il regno d’Italia che aveva vinto la guerra e dall’altra parte un regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che stava sorgendo caoticamente dalla dissoluzione balcanica. Più a oriente soffiava l’impeto della rivoluzione bolscevica. Mica cose di poco conto, decidere da che parte stare. Anche per questi motivi, l’autorità italiana osservava con diffidenza le Terre redente del confine orientale come un mondo nuovo e sconosciuto – ma anche per gli irredentisti, l’Italia non era quella immaginata – popolato di ex nemici, stranieri nella lingua, diversi nella mentalità, di socialisti rivoluzionari, di cattolici ostili, di liberali equivoci. Il piccolo sussidio stabilito dallo Stato austriaco per i richiamati alle armi e per gli invalidi divenne strumento di ricatto nelle mani dell’autorità italiana, continuò l’erogazione anche a guerra finita, ma con maggiori e più gravi limitazioni, soprattutto quando si trattò di assegnare le pensioni di invalidità e di guerra. Ma non ci fu alcun reducismo e la questione finì nel sottotraccia del dopoguerra, per essere recuperata inaspettatamente venticinque anni più parti: i nazisti, occupata la Venezia Giulia, giocarono abilmente la carta della disaffezione di una parte della popolazione verso l’Italia e subito recuperarono non solo la nostalgia per l’ordine austriaco ma anche la disponibilità a collaborare con loro. Su questo tema non si è indagato abbastanza, ma è il vulnus della storia locale, e la situazione non mutò nemmeno durante l’occupazione jugoslava e poi nei brevi anni del Governo militare alleato, anzi trovò un’accelerazione su diversi piani intrecciati in nome della completa revisione della sovranità su Trieste. Così quella storia, che è in verità storia di gente comune, finì strumentalizzata e demonizzata: strumentalizzata da chi proclamava la totale diversità di Trieste, demonizzata da chi negava la pluralità. Ora si deve uscire da codeste logiche autoreferenziali. Voglio qui ricordare un episodio risalente al febbraio 1968. In occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della fine della guerra, nella Biblioteca del popolo era sta allestita da studiosi austriaci una piccola mostra sul conflitto visto dall’altra parte: l’esposizione durò due giorni, poi fu chiusa per ordine del prefetto, causa le pressioni dei soliti ambienti nazionalisti italiani. Nella mostra del 2008 l’amministrazione comunale offrì un quadro d’insieme finalmente più articolato, anche se ancora timido. E’ il mio auspicio che se ne continui a parlare e si vada in una direzione nuova – ho un paio di piccole idee in proposito – magari con l’apporto di tutti coloro che conservano memorie familiari, anche piccole e lievi, ma così importanti per una storia non ancora scritta. 98 – CDM Arcipelago Adriatico 17/02/13 Dignità Giuliano Dalmata ad Antonio Concina A Concina il Premio Dignità giuliano-dalmata Giunge alla seconda edizione il Premio “Dignità giuliano-dalmata nel mondo” con cui il Comune di Assisi rende omaggio al Giorno del Ricordo. La cerimonia di conferimento del riconoscimento si svolgerà il 28 febbraio con la consegna del premio ad Antonio Concina, sindaco di Orvieto. Nel 2012 venne premiato Abdon Pamich. Sarà una grande festa degli zaratini – scrive Franco Papetti dell’ANVGD di Perugia in una nota. Ed invia la locandina che annuncia l’appuntamento. Antonio Concina ha vissuto ad Orvieto fino al compimento degli studi superiori, accolto dalla città insieme alla sua famiglia, esule da Zara. Pur lontano dalla sua Dalmazia, ha sempre mantenuto un costante legame gli amici dalmati. Due anni fa ha voluto ospitare il raduno dei dalmati ad Orvieto, una grande festa per tutti. Forse proprio il legame alle radici, dopo alcune esperienze in altre città, è tornato a vivere ad Orvieto, offrendo le sue esperienze di manager, sicuro di poter portare un contributo allo sviluppo ma anche sul piano delle idee e delle proposte realizzabili. 99 – Piacenzasera.it 20/02/13 Piacenza: Il liceo San Benedetto incontra gli ultimi esuli da Pola Il liceo San Benedetto incontra gli ultimi esuli da Pola Sono rispettivamente del ’29, ’30 e ’31. Hanno ottant’anni e sono tra gli ultimi testimoni della pulizia etnica che Tito perpetrò nella penisola istriana. Ma i ricordi di una città svuotata, delle foibe e della vita nuova iniziata in Italia – tra mille difficoltà e diffidenze –è ancora ben lucido. Alcuni reduci della fuga da Pola, Salvatore Palermo con la moglie Gabriella Cazzaniga, Remo Gobbo e Contardo Resen – questi ultimi due ormai da tempo residenti a Piacenza – hanno incontrato gli studenti del liceo San Benedetto e con loro hanno ripercorso tappe storiche e ricordi personali di una pagina drammatica di storia italiana dimenticata. Il racconto dell’esodo degli italiani di Pola sotto il fuoco del dittatore slavo, è partito dai viaggi avanti e indietro sull’Adriatico del piroscafo Toscana che faceva la spola tra l’Italia e l’Istria stracarico di uomini, masserizie e nostalgia per una terra che si andava lasciando per sempre. “Sono pagine di storia volutamente dimenticata dall’Italia che per pagare pegno della sconfitta nella Seconda guerra mondiale ha sacrificato le nostre case e le nostre vite”, ha detto Palermo. Durante l’incontro, organizzato dal Liceo San Benedetto, i testimoni della storia istriana della seconda parte del Novecento hanno ricordato l’occupazione di Pola, iniziata nel ’45, i 10mila infoibati e internati durante la pulizia etnica di Tito, gli scontri, le perquisizioni, i prelevamenti e la stella rossa che aveva invaso anche il nostro Tricolore. “Sia chi ha deciso di scappare dall’Istria che chi è rimasto ha vissuto un dramma incancellabile – ha ricordato Romano –. Io e la mia famiglia siamo partiti e una volta arrivati in Italia abbiamo trovato un paese affamato e diffidente. Pensavano che fossimo tutti fascisti perché scappavamo dal comunismo, e così ci odiavano”. Molti degli averi degli esuli sono finiti nel Magazzino 18 del porto di Trieste oggi diventato uno dei simboli di quella fuga disperata. “Io sono arrivato da Pola a La spezia e poi dopo aver essere stato ufficiale dell’esercito grazie ad un lavoro al Catasto sono arrivato a Piacenza e di qui non mi sono più mosso – ha raccontato Remo Gobbo –. Io dei miei ricordi non parlo volentieri con i miei figli, non voglio trasmettere loro tutto il male che ho ancora dentro”. 100 – Libero 13/02/13 Pansa, l’Istria e le foibe: 300mila italiani traditi dal Pci Pansa, l’Istria e le foibe: 300mila italiani traditi dal Pci Gli esuli di Quarnaro e Dalmazia in fuga dalla Jugoslavia di Tito: un massacro, ma per i compagni erano fascisti di Giampaolo Pansa Qualche giorno fa, una radio mi ha chiesto: «Perché le sinistre italiane non amano ricordare gli assassinati nelle foibe e l’esodo istriano, fiumano e dalmata?». Ho risposto d’istinto: «Perché hanno la coscienza sporca». Il giornalista mi rimproverò: «Dottor Pansa, lei vede comunisti dappertutto!». Gli replicai, sorridendo: «Non dappertutto, per fortuna. Ma in quella vecchia storia c’erano, stia sicuro». Nel Giorno del Ricordo, l’altroieri, sono state rammentate soprattutto le vittime delle foibe di Tito, quasi niente la tragedia dei trecentomila italiani costretti ad andarsene dall’Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia. Nel complesso, l’esodo durò una decina d’anni. Ma ebbe un picco all’inizio del 1947, quando il Trattato di pace, imposto all’Italia dai vincitori, stabilì che le terre italiane sulla costa orientale dell’Adriatico dovevano passare alla Jugoslavia. Perché tanta gente se ne andò? Ridotti all’osso, i motivi erano tre. Il più importante fu il terrore di morire nelle foibe com’era già accaduto a tanti altri italiani. Il secondo fu il rifiuto del comunismo come ideologia totalitaria e sistema sociale. Il terzo fu la paura speciale indotta dal nazional-comunismo di Tito e dalla decisione di soffocare con la violenza qualunque altra identità nazionale. La prima città a svuotarsi fu Zara, isola italiana nel mare croato della Dalmazia. Era stata occupata dai partigiani di Tito il 31 ottobre 1944, quando il presidio tedesco aveva scelto di ritirarsi. La città era un cumulo di macerie. Ad averla ridotta così erano stati più di cinquanta bombardamenti aerei anglo-americani. Le incursioni le aveva sollecitate lo stato maggiore di Tito. Era riuscito a convincere gli Alleati che da Zara partivano i rifornimenti a tutte le unità tedesche dislocate nei Balcani. Non era vero. Ma le bombe caddero lo stesso. Risultato? Duemila morti su una popolazione di 20.000 persone. Molti altri zaratini vennero soppressi dai partigiani di Tito dopo l’ingresso in città. Centosettanta assassinati. Oltre duecento condanne a morte. Eseguite con fucilazioni continue, dentro il cimitero. Oppure con due sistemi barbari: la scomparsa nelle foibe e l’annegamento in mare, i polsi legati e una grossa pietra al collo. Intere famiglie sparirono. Accadde così ai Luxardo, ai Vucossa, ai Bailo, ai Mussapi. Gli italiani di Zara iniziarono ad andarsene in quel tempo. Nel 1943 gli abitanti della città erano fra i 21.000 e il 24.000. Alla fine della guerra si ritrovarono in appena cinquemila. Poi fu la volta di Fiume, la capitale della regione quarnerina o del Quarnaro, fra l’Istria e la Dalmazia. L’Armata popolare di Tito la occupò il 3 maggio 1945, proclamando subito l’annessione del territorio alla Jugoslavia. Da quel momento l’esistenza degli italiani di Fiume risultò appesa a un filo che poteva essere reciso in qualsiasi momento dalle autorità politiche e militari comuniste. L’esodo da Fiume conobbe due fasi. La prima iniziò subito, nella primavera 1945. Il motivo? Le violenze della polizia politica titina, l’Ozna, dirette contro tutti: fascisti, antifascisti, cattolici, liberali, compresi i fiumani che non avevano mai voluto collaborare con i tedeschi. Bastava il sospetto di essere anticomunisti, e quindi antijugoslavi, per subire l’arresto e sparire. All’arrivo dei partigiani di Tito, gli italiani di Fiume erano fra i 30 e i 35.000, gli slavi poco meno di 10.000. I nuovi poteri che imperavano in città erano il comando militare dell’Armata popolare, un’autorità senza controlli, e il Tribunale del popolo, affiancato dalle corti penali militari. Dalla fine del 1945 al 1948 vennero emesse duemila condanne ai lavori forzati per attività antipopolari. Molti dei detenuti non ritornarono più a casa. Ma il potere più temuto era quello poliziesco e segreto dell’Ozna, il Distaccamento per la difesa del popolo. A Fiume la sede dell’Ozna stava in via Roma. Un detto croato ammoniva: «Via Roma – nikad doma». Se ti portano in via Roma, non torni più a casa. In due anni e mezzo, sino al 31 dicembre 1947, l’Ozna uccise non meno di cinquecento italiani. Un altro centinaio scomparve per sempre. Il primo esodo da Fiume cominciò subito, nel maggio 1945. Per ottenere il permesso di trasferirsi in Italia bisognava sottostare a condizioni pesanti. Il sequestro di tutte le proprietà immobiliari. La confisca dei conti correnti bancari. Chi partiva poteva portare con sé ben poca valuta: 20 mila lire per il capofamiglia, cinquemila per ogni famigliare. E non più di cinquanta chili di effetti personali ciascuno. Il secondo esodo ci fu dopo il febbraio 1947, quando Fiume cambiò nome in Rijeka e divenne una città jugoslava. Ma erano le autorità di Tito a decidere chi poteva optare per l’Italia. Furono molti i casi di famiglie divise. Nei due esodi se ne andarono in 10.000. E gli espatri continuarono. Nel 1950 risultò che più di 25.000 fiumani si erano rifugiati in Italia. Per il 45 per cento erano operai, un altro 23 per cento erano casalinghe, anziani e inabili. Ma per il Pci di allora erano tutti borghesi, fascisti, capitalisti e plutocrati carichi di soldi. Provocando le reazioni maligne che tra un istante ricorderò. La terza città a svuotarsi fu Pola, il capoluogo dell’Istria, divenuta in serbocroato Pula. A metà del 1946 la città contava 34.000 abitanti. Di questi, ben 28.000 chiesero di poter partire. Gli esodi si moltiplicarono nel gennaio 1947 e subito dopo la firma del Trattato di pace. L’anno si era aperto sotto una forte nevicata. Le fotografie scattate allora mostrano tanti profughi che arrancano nel gelo, trascinando i poveri bagagli verso la nave che li attende. In poco tempo Pola divenne una città morta. Le abitazioni, i bar, le osterie, i negozi avevano le porte sigillate con travetti di legno. Su molte finestre chiuse erano state fissate bandiere tricolori. Fu l’esodo più massiccio. Dei 34.000 abitanti se ne andarono 30.000. Dopo Pola, fu la volta dei centri istriani minori, come Parenzo, Rovigno e Albona. Le autorità titine cercarono di frenare le partenze con soprusi e minacce. Ma non ci riuscirono. Da Pirano, un centro di settemila abitanti, il più vicino a Capodistria e a Trieste, partirono quasi tutti. Sfuggiti al comunismo jugoslavo, gli esuli ne incontrarono un altro, non meno ostile. I militanti del Pci accolsero i profughi non come fratelli da aiutare, bensì come avversari da combattere. A Venezia, i portuali si rifiutarono di scaricare i bagagli dei “fascisti” fuggiti dal paradiso proletario del compagno Tito. Sputi e insulti per tutti, persino per chi aveva combattuto nella Resistenza jugoslava con il Battaglione “Budicin”. Il grido di benvenuto era uno solo: «Fascisti, via di qui!». Pure ad Ancona i profughi ebbero una pessima accoglienza. L’ingresso in porto del piroscafo “Toscana”, carico di settecento polesani, avvenne in un inferno di bandiere rosse. Gli esuli sbarcarono protetti dalla polizia, tra fischi, urla e insulti. La loro tradotta, diretta verso l’Italia del nord, doveva fare una sosta a Bologna per ricevere un pasto caldo preparato dalla Pontificia opera d’assistenza. Era il martedì 18 febbraio 1947, un altro giorno di freddo e di neve. Ma il sindacato dei ferrovieri annunciò che se il treno dei fascisti si fosse fermato in stazione, sarebbe stato proclamato lo sciopero generale. Il convoglio fu costretto a proseguire. E il latte caldo destinato ai bambini venne versato sui binari. A La Spezia, gli esuli furono concentrati nella caserma “Ugo Botti”, ormai in disuso. Ancora un anno dopo, l’ostilità delle sinistre era rimasta fortissima. In un comizio per le elezioni del 18 aprile 1948, un dirigente della Cgil urlò dal palco: «In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani». Rimase isolato il caso del sindaco di Tortona, Mario Silla, uno dei protagonisti della Resistenza in quell’area. Quando lo intervistai per la mia tesi di laurea, mi spiegò: «Io non sono mai stato un sindaco comunista, ma un comunista sindaco». I suoi compagni non volevano ospitare i mille profughi destinati alla caserma “Passalacqua”. Ma Silla s’impose: «È una bestialità sostenere che sono fascisti! Sono italiani come noi. Dunque non voglio sentire opposizioni!». La diaspora dei trecentomila esuli raggiunse molte città italiane. I campi profughi furono centoventi. Anno dopo anno, le donne e gli uomini dell’esodo ritrovarono la patria, con il lavoro, l’ingegno, le capacità professionali, l’onestà. Mettiamo un tricolore alle nostre finestre in loro onore. 101 – Il Piccolo 13/02/13 Bibione: Morta Mafalda Codan, sopravvissuta alle foibe Morta Mafalda Codan, sopravvissuta alle foibe Mezza famiglia fu trucidata dai titini nelle celle jugoslave, lei si era stabilita a Bibione di Rosario Padovano Ci ha lasciato una testimone del martirio delle foibe. Bibione, ma un po’ tutta Italia, piangono Mafalda Codan, maestra e scrittrice. Era nata a Parenzo, in Istria, il 20 settembre 1924. Nella Foiba di Vines presso Albona furono trucidati il padre di Mafalda, lo zio Michele Codan, i fratelli della madre Giorgio e Beniamino, un cugino materno, Antonio. A seguito di questa tragedia Mafalda, la madre e il fratello Arnaldo si rifugiarono a Trieste ma vennero catturati presto dai titini, il 7 maggio ’45. Venne torturata a Visignano davanti alla casa di Norma Cossetto, la giovane infoibata, perché la madre della Cossetto rivivesse il martirio della figlia. Dopo alterne vicende e una fuga rocambolesca terminata a Pola (la nave dei prigionieri venne fatta apposta finire su una mina ma non affondò), venne di nuovo catturata; fu imprigionata a Pisino, dove il fratello Arnaldo venne giustiziato. Fu liberata a Nova Gorica il 10 giugno 1949 in uno scambio di prigionieri, dopo essere passata da altre prigioni. «Tutte le notti – scrisse nel suo libro più drammatico, “Diario”, – un partigiano dalla faccia cupa e torva entra nelle celle ed esce con qualcuno che non tornerà più. Quando al lume delle torce cerca sul foglio i nomi, gli occhi di tutti attaccati alla sua bocca e un brivido improvviso ci attraversa il corpo. Le urla di dolore di Arnaldo e degli altri suoi compagni mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. Al mattino gli aguzzini ritornano felici di avere ucciso tanti “nemici del popolo”. Li hanno massacrati tutti. Uno entra nella mia cella e mi chiede: “Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare”». Si stabilì a Bibione, dove fu maestra e sposò il finanziere siciliano Giuseppe Sirna. Mafalda Codan lascia tre figli: Franco, Antonella e Silvio. È morta in casa, proprio nei giorni di celebrazione del Giorno del Ricordo. Ha fatto da maestra a centinaia di ragazzi di Bibione, molti dei quali esuli istriani proprio come lei. I funerali oggi a Bibione alle 14. La salma verrà tumulata nel Cimitero di San Michele accanto al marito. 102 – Messaggero Veneto 13/02/13 Morto Don Redento Bello il prete della pace di Porzûs Morto il prete della pace di Porzûs Monsignor Redento Bello fu partigiano osovano e scampò per caso alla strage. Artefice della riconciliazione con Vanni L’ADDIO AVEVA 99 ANNI In battaglia era “candido” Durante la guerra fu cappellano a Caporetto, poi entrò nella Resistenza. Nel maggio 2012 a Faedis ricevette la carezza di Napolitano di Giacomina Pellizzari E’ morto uno dei paladini della pace e della libertà. Monsignor Redento Bello, il parroco della Resistenza, protagonista con Giovanni Battista Padoan (Vanni) della storica riconciliazione tra i partigiani osovani e garibaldini, se ne è andato per sempre a quasi 100 anni (li avrebbe compiuti il 14 giugno). Il monsignore che aveva iniziato la sua vita da religioso e soldato sul fronte albanese e poi sui monti del Friuli tra le file della brigata partigiana Osoppo (nome di battaglia “ don Candido”), lunedì sera, dopo le 21, è morto nella casa della Fraternità sacerdotale di viale Ungheria, dove era ospite da circa tre anni. La comunità friulana lo saluterà domani, alle 15, nel corso della cerimonia funebre che sarà celebrata, in duomo, dall’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato. La salma sarà tumulata nel cimitero di Silvella (San Vito di Fagagna). Qui il monsignore era nato nel 1913. Ordinato sacerdote nel 1937, il giovane cappellano militare che dall’ospedale di Caporetto fu assegnato al 31º Reggimento di fanteria e spedito in Albania, dopo l’armistizio contribuì a formare la brigata Osoppo alla quale, assicura il presidente dell’Apo (Associazione partigiani Osoppo), Cesare Marzona, «aderì con tutta l’anima». Fu proprio lui, nel 2001, 56 anni, 6 mesi e 16 giorni da quel tragico 7 febbraio 1945 quando nelle malghe di Porzû si consumò la mattanza dei partigiani della Osoppo per mano dei comunisti di “Giacca”, il protagonista dello storico abbraccio con il commissario politico della “Garibaldi-Natisone”, Vanni Padoan. Fu un momento toccante fortemente voluto da don Bello che, aggiunge Marzona, sulla strage di Porzûs alla quale scampò miracolosamente disse: «Non bisogna dimenticare, ma perdonare». E così è stato, tant’è che per sottolineare il significato di quell’abbraccio i due partigiani si scambiarono i fazzoletti: l’osovano indossò quello rosso e il garibaldino quello verde. Fu una lezione di vita riconosciuta, lo scorso maggio, anche dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale durante la sua visita a Faedis, accarezzò il piccolo grande prete che con molta umiltà presenziò alla cerimonia tra la folla, quasi fosse uno dei tanti e non il fautore della pace tra le due brigate partigiane. «Eravamo come fratelli – ebbe modo di dire “don Candido” quando morì Vanni -. Lui sapeva che io ero un prete e mi rispettava. Io sapevo che lui era un comunista, e che ovviamente non era sulle mie posizioni, ma lo rispettavo altrettanto». A soffermarsi, oggi, su quella lezione di vita è il nipote, Giorgio Peres, al quale lo zio ha insegnato «il coraggio, l’umiltà e la speranza. Devi avere fiducia – mi diceva – e non devi mollare mai». Questo era lo spirito di don Bello che, dopo la guerra, seppe ricominciare scegliendo la via della tolleranza. Divenuto direttore delle Arti grafiche friulane, don Bello si dedicò all’editoria con particolare attenzione alla storia friulana. Era canonico del Capitolo della cattedrale, ma anche il prete più anziano della Diocesi, una delle figure di spicco del clero friulano. Se ne è andato in una sera di febbraio a pochi mesi del traguardo dei 100 anni, un traguardo che i familiari avrebbero voluto festeggiare in segno di riconoscenza per gli insegnamenti ricevuti dal sacerdote che guardava avanti invitando a perdonare gli errori del passato 103 – La Voce del Popolo 14/02/13 Zagabria – Medaglie a quattro zaratini Medaglie a quattro zaratini ZAGABRIA | In una cerimonia organizzata in occasione del Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’Esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale, l’ambasciatore italiano a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, ha consegnato le Medaglie D’Onore e i Diplomi ai connazionali zaratini Šime Bajlo, Franka Kotlar, Ivan Matešić e Gracijela Vukoša, in memoria dei rispettivi padri Mate, Matteo, Simeone e Natale, scomparsi nel 1944. Nel corso della cerimonia, tenuta simbolicamente in contemporanea con la celebrazione del Giorno del Ricordo al Palazzo del Quirinale a Roma, l’ambasciatore D’Alessandro ha pronunciato un indirizzo di saluto ai partecipanti, soffermandosi sul dovere di coltivare le proprie memorie e di non cancellare le tracce delle sofferenze subite dal proprio popolo, al fine di non ripetere mai più tutti i fatali errori a suo tempo commessi. L’ambasciatore ha voluto ricordare il concerto di Trieste del luglio 2010, cui parteciparono assieme i presidenti italiano, croato e sloveno e i successivi incontri tra il presidente Giorgio Napolitano e il presidente Ivo Josipović nel 2011 a Zagabria e a Pola, che si conclusero con la comune intenzione di coltivare la memoria delle sofferenze vissute dalle vittime, perdonandoci reciprocamente il male commesso e volgendo nel contempo lo sguardo all’avvenire, con il decisivo apporto delle generazioni future. E proprio quest’anno, secondo l’ambasciatore D’Alessandro, queste intenzioni assurgono alla pienezza del loro significato, con l’adesione della Croazia all’Unione Europea, che suggella il ritorno del Paese alla famiglia europea alla quale appartiene. Così, la comune appartenenza delle nuove generazioni italiane, croate e slovene all’Unione Europea e alla NATO costituirà un decisivo fattore di pacificazione, nel rispetto delle rispettive minoranze nazionali, che costituiscono una preziosa ricchezza da custodire. I quattro connazionali zaratini, visibilmente emozionati, hanno manifestato la loro viva gratitudine nei confronti dell’Italia e del presidente Giorgio Napolitano per il riconoscimento, che rappresenta un’importantissima testimonianza della vicinanza delle Istituzioni italiane alle loro famiglie per le dolorose vicende vissute nel passato, che ancora oggi lasciano una traccia indelebile nella loro memoria. 104 – CDM Arcipelago Adriatico 19/02/13 Don Bonifacio compatta il popolo dei fedeli Don Bonifacio compatta il popolo dei fedeli Gli piaceva stare con la sua gente, consigliare i giovani, consolare gli anziani. Non conosceva la fatica e la sua serietà era pari alla dolcezza. Una chiesa gremita di gente, una partecipazione corale quasi inaspettata che suscita diverse riflessioni si lega in queste giornate del Ricordo alla figura di un sacerdote istriano martire. Per la prima volta l’ANVGD di Trieste ha voluto includere nelle cerimonie dedicate al Giorno del Ricordo anche un omaggio al Beato Don Francesco Bonifacio. Qualche mese fa era stato organizzato un convegno per ricordare il personaggio per il quale Papa Ratzinger aveva voluto chiudere con esito positivo e raccomandazione a procedere, il processo di beatificazione. Anche in quell’occasione il pubblico aveva gremito la sala parrocchiale di via Tigor a dimostrazione dell’affetto che tanta gente continua a conservare nei confronti del sacerdote martire. Gente di Pirano, Umago e l’alto Buiese dove il giovane don Francesco era stato inviato. Nel Santuario di Santa Maria Maggiore, a celebrare la messa è stato Mons. Ettore Malnati, Vicario Episcopale per la cultura e il laicato e presidente del Tribunale Diocesano che ha istruito la causa di beatificazione, coadiuvato da don Giuseppe Rocco, ultimo sacerdote, allora parroco a Grisignana, ad avere visto ancora in vita don Bonifacio. Nel Giorno del Ricordo, riandare a quei difficili momenti del dopoguerra, quando ogni ordine veniva sovvertito e la violenza era pane quotidiano, significa sottolineare soprattutto la grande fede delle genti di terra istriana che vedevano nei propri sacerdoti un faro ed una sicurezza. Facile intuire quindi il ruolo che i religiosi ebbero nell’esodo stesso. Molte comunità li seguirono nelle varie destinazioni in Italia. Vedi il ruolo di Padre Rocchi nel Quartiere Giuliano-Dalmato e a favore di tutti gli esuli, vedi Don Dapiran a Fertilia, o i sacerdoti fiumani a Milano e Pisa, e così si potrebbe continuare citando tantissimi casi. Gente di grande fede, soprattutto quella dell’Istria contadina delle cittadine dell’interno: l’alto Buiese ne è una conferma. Un legame profondo che lo stesso Vescovo Santin ebbe a verificare, quando raggiunto don Bonifacio nella sua piccola chiesa di Crassiza si confrontò col fratello. Alla domanda su che cosa avrebbe dovuto fare, viste le frequenti minacce, il Vescovo rispose “se fossi te, rimarrei” e don Francesco rispose “era ciò che volevo sentire”. L’ha ricordato don Malnati durante l’omelia, lo sa bene la gente di quelle località, ognuno custode di un frammento di vita legata a don Bonifacio che, durante questi consessi diventa argomento di confronto e di coesione. Confermano, nello stesso tempo, la destinazione delle genti istriane, fiumane e dalmate. A Trieste gravitano, soprattutto genti del Capodistriano e del Buiese, gli altri sono andati sparsi un po’ dovunque. In questa occasione Bruno Marini ha voluto donare alla chiesa un quadro-ritratto di don Bonifacio che verrà collocato sotto un’arcata della Chiesa stessa. In un momento in cui la chiesa mette alla prova i fedeli con segnali forti come le dimissioni del Papa – ha ricordato don Malnati – è giusto riandare a figure che ne hanno segnato la storia nel tempo con la loro coerenza e sincera partecipazioni. Coscienti di ciò che poteva comportare la propria presenza scomoda al fianco dei fedeli, fino alla decisione coraggiosa di confrontarsi con una realtà piena di contraddizioni. (rtg) 105 – La Voce del Popolo 16/02/13 Dopo 56 anni si rivedono in uno studio televisivo – Commovente incontro tra gli esuli Vittorio Miletti e Giuseppe Furlan Commovente incontro tra gli esuli Vittorio Miletti e Giuseppe Furlan Dopo 56 anni si rivedono in uno studio televisivo Si sono rincontrati dopo 56 anni proprio nel Giorno del ricordo, lo scorso 10 febbraio, due esuli istriani cresciuti nel campo profughi di Marina di Carrara. E lo hanno fatto, commossi, in diretta tv, al telegiornale di TeleToscana Nord, un’emittente televisiva italiana che trasmette su molteplici piattaforme multimediali (tv digitale, web-tv, YouTube, Facebook) per raggiungere tutte le fasce della popolazione, comprese quelle più giovani e dedica grandi risorse all’informazione, allo sport e all’approfondimento a cui vengono dedicati un minimo di 12 ore di programmazione giornaliera. Vittorio Miletti, esule fiumano dal 1949, ragioniere, trasferitosi a Genova nel 1958, è stato anche giocatore di calcio professionista nel Genoa di serie A. Dopo aver trovato un primo impiego alla “Olivetti” come venditore a Genova, in seguito, per 32 anni lavorò per conto di una società petrolifera americana. Dopo aver vissuto per altri cinque anni a Roma, dopo 5 trasferimenti, si è ritirato in pensione nel luglio del 1998. Insignito nel dicembre del 1995 dal Capo dello Stato del titolo di Cavaliere con Ordine al merito della Repubblica Italiana, oggi è noto anche per essere segretario dell’Associazione Nazionale Venezia e Dalmazia di Massa Carrara. L’altro, Giuseppe Furlan, emigrò per motivi calcistici. Giocò anche in serie B, e poi girò tutta l’Italia per stabilirsi poi definitivamente a Genova. La notizia del loro incontro in televisione è stata riportata lo scorso 12 febbraio pure dal quotidiano “Il Tirreno”. Il destino ha disegnato per loro una vita fatta di incontri e separazioni – leggiamo sulla versione in rete del quotidiano di Massa Carrara –. Fuggirono insieme dall’Istria dopo il trattato di Parigi del 1947 che assegnò la regione alla Jugoslavia di Tito, scegliendo di diventare (anzi, di rimanere) cittadini italiani. Si ritrovarono qualche mese dopo a Brindisi, dove frequentarono insieme il collegio a indirizzo nautico “Niccolò Tommaseo”, insieme ad altri cinquecento giovani profughi. Infine le loro strade si intersecarono ancora al campo di Marina di Carrara, dove arrivarono insieme e abitarono per diversi anni e dove la loro amicizia divenne ancora più stretta. “Passavamo insieme intere giornate – ha ricordato durante la trasmissione televisiva Vittorio Miletti – e per un paio d’anni abbiamo anche giocato insieme a calcio nel Marinella”. “Vittorio era un attaccante formidabile – ha tenuto a precisare Furlan – molto più dotato di me, tant’è che lo acquistò il Genoa. I casi della vita hanno portato me a diventare un calciatore professionista e lui a intraprendere la carriera militare”. L’incontro televisivo tra i due vecchi amici è stato anche l’occasione per ricordare la vita nel campo profughi. Quello stesso campo che ispirò Marisa Brugna a scrivere il noto libro “Memoria negata – Crescere in un Centro di raccolta profughi per Esuli Giuliani”. Nel Campo di Marina di Massa, come in numerosi altri in giro per l’Italia, i nuclei familiari erano sistemati in stanzette di pochi metri quadrati ricavate in ampie camerate con divisori precari spesso costituiti da fatiscenti pareti di legno e cartone, o da semplici pagliericci a delimitare lo spazio riservato a ciascuna famiglia, con giacigli di paglia o foglie secche di granoturco, e con servizi igienici in comune, non sempre funzionanti, attrezzature varie del tutto insufficienti e inadeguate e distribuzione di pasti molto economici e di non eccelsa qualità. Ma a Massa di Carrara c’era c’era anche la possibilità di poter lavorare nel porto o nelle cave di marmo. Nonostante tutto oggi Giuseppe Furlan ricorda con malinconia e quasi con un po’ di rimpianto, dovuto comunque al fatto che a quei tempi si era giovani, gli anni passati al Campo profughi. “Per me quelli trascorsi a Marina di Carrara sono stati anni bellissimi, forse i migliori della mia vita – ha raccontato in studio – anche se mi rendo conto che questo derivava più dall’età che non da un reale benessere. Vivevamo ammassati in due stanze piccolissime e ricordo gli occhi dei miei genitori che non erano certo quelli di persone felici, soprattutto per la consapevolezza di aver lasciato in Istria un pezzo della loro vita”. Insieme a Furlan in studio c’era sua moglie Lucia de Tonetti, anche lei cresciuta al campo di Marina di Carrara, dov’è sbocciato il loro amore: “Giuseppe si è dichiarato per la prima volta quando aveva 14 anni, io ne avevo 13. Da allora siamo sempre stati insieme e oggi abbiamo due figli e quattro nipoti”. Il ritorno a Carrara dopo 56 anni è stata per loro anche l’occasione di visitare di nuovo il campo: “Non èmolto diverso da allora – ha notato Lucia – ho ritrovato anche le due stanzette dove abitavo con i miei genitori”. Per Lucia però l’infanzia è stata drammatica e i ricordi tragici superano di gran lunga quelli gradevoli: “Mio padre in Istria era un giudice, quando emigrammo ci ritrovammo alla sbando. Suo fratello all’improvviso sparì, probabilmente è finito in una foiba. Noi riuscimmo a salvarci, ed eccoci qua”. 106 – L’Arena di Pola 19/02/13 Una piazza e una “barchessa” Pola a… Treviso Una piazza e una “barchessa” Pola a… Treviso Il 20 gennaio alcuni polesani dell’“Ultima Mularia”, con il sindaco Argeo Benco, il generale Mazzaroli e Roberto Giorgi- ni, si sono incontrati a Treviso per partecipare ai festeggia­menti per il centenario di Padre Germano. Non voglio aggiun­gere nulla di più a quanto, in altro numero del giornale, si racconta della bella e significativa giornata. Il giorno prima mi sono incontrato, sempre a Treviso, con “el mulo de via Car­paccio” Claudio Bronzin, arrivato da Firenze con la gentile Marcella. Li ho accompagnati in giro per la bella Treviso «ric­ca d’acque e di giardini e di donne fresche e cocolone spanìe come le rose sensa spini» (così Diego Valeri). Dopo aver camminato per portici e sottoportici e lungo i fiumi Sile, Cagnan e Botteniga, arrivati in una piazza Claudio legge la targa toponomastica e dice: «ma varda che bravi ‘sti trevisani che ga ciamado Pola ‘sta bela piazza!». Avendo io abitato a Treviso per diversi anni, gli ho ricordato una vecchia e vera storia che riguarda, sia pur indirettamente, la nostra città. Caro Claudio, tu avrai sicuramente letto il bel libro di Piero Tarticchio Nascinguerra e dovresti ricordarti di quello che c’è scritto nelle ultime pagine riguardanti alcuni periodi di storia medievale istriana ed in modo specifico i rapporti che ci furo­no tra i Patriarchi di Aquileia marchesi d’Istria ed i Veneziani. Rapporti molto tesi che sfociavano in un perenne stato di agitazione sino ad arrivare nel 1242 al sacco di Pola ad ope­ra del doge Giovanni Tiepolo che smantellò le mura e fece fuori molti esponenti delle famiglie più in vista. La famiglia più importante di Pola fu quella dei Sergi de Pola, che avevano appoggiato il Patriarcato ricevendo onori e ricchezze cam­biando successivamente il cognome da Sergi in de Castro Polae. È da ricordare che secondo gli storici la “gens Sergia” era già dai tempi di Roma una delle famiglie più importanti della città. Vedi l’arco dei Sergi costruito tra il 25 e il 10 a.C. da Salvia Postuma per commemorare il marito Lucio Sergio Lepido. Passando velocemente al 1331, il capo della fazione oppo­sta ai Castropola, tale Andrea Jonatasi, ordì una congiura contro i Castropola trucidando tutti quelli della famiglia che partecipavano alla processione del Venerdì Santo e, pren­dendo d’assalto il castello, fece uccidere armigeri e servitori. Naturalmente i Castropola aspettavano l’occasione migliore per vendicarsi e allora i rivoltosi, per paura, sacrificarono l’in­dipendenza della città sottomettendosi a Venezia. Tutto que­sto Piero Tarticchio lo riporta nel suo libro. Di mio aggiungo che probabilmente alcuni Castropola per vivere più quieta­mente e godersi le ricchezze che avevano a disposizione ri­nunciarono a Pola, non si sa se da esiliati o per libera scelta, e se ne andarono nel Veneto a Treviso nella seconda metà del Trecento. Qui, a dispetto delle vicissitudini dei parenti istriani, la famiglia Pola appartenne al partito favorevole a Venezia, acquistando dalla Serenissima prestigio e benefi­cio. Venne infatti riconosciuto il titolo di conte ai suoi discen­denti, che furono magistrati e capitani della repubblica. Il conte Bernardino di Castro Pola fece costruire nel 1492, su disegno del famoso architetto Pietro Lombardo, un gran­dioso palazzo rinascimentale in quella che per alcuni secoli fu chiamata piazza dei Sergi e poi, per corruzione, dei Cerchi o dei Cerci, ora piazza Pola. Ecco perché la piazza si chiama così. E già che ci siamo ti dirò altre cose circa la presenza dei Castropola a Treviso. Tra l’inizio del declino della Serenissima e i decenni di do­minazione austriaca la famiglia Pola conobbe un momento di grande splendore alla fine del settecento con la venuta di Napoleone in Italia. Nel 1797 il conte Paolo Pola, schierato apertamente con i francesi, ospitò i generali francesi, fondò la prima loggia Massonica cittadina ed ospitò nel suo palazzo il principe Eugenio Beauharnais, Viceré d’Italia. Nel 1807 il conte Pola verrà nominato Cavaliere della Corona di Ferro e Ciambellano della corte del Viceré. L’8 dicembre ricevette nel suo palazzo lo stesso Napoleone. Il conte Pola si comportò quindi con i francesi come la maggioranza dei nobili venezia­ni e cioè calando miseramente “le braghe” di fronte all’occupatore senza sparare un solo colpo di fucile nonostante che Venezia avesse un esercito grande il doppio di quello france­se ed una flotta dieci volte più grande. E fu la fine della mille­naria e gloriosa repubblica. Gli unici che cercarono di reagire furono i fedelissimi “schiavoni” e l’unica cannonata contro una nave francese partì dalla fregata comandata dal dalmata Viscovich. Dopo il saccheggio di Venezia per mano francese, degno di Attila, nel 1814 ritornarono gli austriaci ai quali Napoleone aveva venduto la città e il conte Paolo si affrettò, prudente­mente, a giurare fedeltà a sua maestà Francesco I. Ma ormai la famiglia Pola era in fase discendente. Alla perdita di presti­gio politico si aggiunsero difficoltà economiche. Le tasse au­mentate dai francesi dell’800 per cento anche sugli immobili costrinse molti nobili a vendere le loro proprietà. Nel 1853 l’antica famiglia si estinse. La vedova del conte Paolo per far fronte ai debiti vendette le proprietà. Il Palazzo di Treviso ver­rà acquistato e demolito da un impresario edile che al suo posto costruì quella che è attualmente la sede della Banca d’Italia. Delle loro proprietà rimase ancora in piedi, nelle campagne trevigiane, un grande fabbricato rurale denominato “barchessa Pola” (nel Veneto, per “barco” si intende un ricovero agri­colo) situato nel comune di Vedelago vicino a Castelfranco Veneto (e vicinissimo al ristorante “Postumia” dove qualche anno fa i polesani, in occasione del raduno annuale, si trova­rono tutti a pranzo). La “barchessa Pola” è tutto quello che ri­mane del complesso denominato Villa Pola e che fu costruito dai Castropola nel 1718 su progetto di un altro grande archi­tetto veneziano, Giorgio Massari. Lo splendido edificio sorse al centro di un quadrilatero ancora oggi recintato da mura. Ai fianchi furono costruite due “barchesse” di notevole mole. L’edificio “massariano” doveva essere grandioso e magnifico e secondo alcuni era il capolavoro del Massari. Villa Pola seguì il destino dei proprietari: divenuta col pas­sare degli anni un onere insostenibile per le enormi spese di manutenzione, fu venduta e successivamente demolita. Ri- mane la sola “barchessa” di ponente, carica nelle sue struttu­re di un richiamo palladiano, quasi grande tempio di campa­gna, deposito gigantesco di carri e attrezzi rurali. Ora è sede di un ristorante con pizzeria. Dalle fotografie allegate ci si può rendere conto della sua dimensione. Se il fabbricato rurale era questo, cosa doveva essere la villa! Dopo aver raccontato al caro amico Claudio la storia dei Castropola venuti a Treviso settecento anni fa, con la gola secca, siamo andati da “Toni del Spin” a berci un buon Pro­secco di Cartizze. Bruno Carra 107 – Lettera 43 – 09/02/13 Il Reportage – Fertilia, il rifugio per gli esuli delle foibe IL REPORTAGE Fertilia, il rifugio per gli esuli delle foibe Il 10 febbraio si celebra il Giorno del ricordo Scappati dalla furia di Tito in Istria, arrivarono in Sardegna. Per costruirsi una nuova vita nella città fondata dai fascisti. Ma l’integrazione è stata difficile. Non solo per lo scontro politico. di Monia Melis da Fertilia In via Pola, lo storico bar di Edda Sbisà e figlie nel 2013 compie 60 anni. È stato aperto nel 1953 quando, a Fertilia, sei chilometri da Alghero, c’era poco altro. Soprattutto terra, infestata dalla palma nana, una chiesa da finire, la caserma e l’asilo delle suore. «Delle attività avviate dagli esuli è l’unica ancora aperta», dice a Lettera43.it la figlia, Lorena Calabotta, 52 anni, istriana di Sardegna, nata in un melting pot. Tra la fine degli Anni 40 e degli Anni 50 arrivarono da Orsera, Rovigno, Fiume e Zara, nomi che si leggono identici nelle targhe di vie e piazzali. Poche valigie con il cognome scritto a tinte scure: Orlich, Bataia, Velcich, Sponza. Con addosso il terrore delle foibe e dei titini, la certezza di aver lasciato per sempre tutto: casa, lavoro, conoscenti, a volte i genitori. DIFFICILE CONVIVENZA A FERTILIA. In quegli anni nella cittadina di fondazione fascista, ma incompiuta, cercarono un avvenire qualsiasi e la magra consolazione del mare. Prima di loro si erano installate delle famiglie ferraresi cui erano stati affidati poderi per la bonifica, a due passi dagli algheresi, di origine catalana e i sardi. Insieme con altri italiani dalla Corsica, libici dal 1970 in poi e turchi, greci. Hanno vissuto insieme in una borgata di stile razionalista in cui il lavoro era scarso, o meglio inesistente, per tutti. Una convivenza non scontata e nemmeno sempre facile. FINANZIAMENTI PER PICCOLE IMPRESE. Ci pensò l’ex Egas, Ente giuliano autonomo di Sardegna (soppresso nel 1978) a gestire i finanziamenti pubblici e destinarli, tra le altre cose, all’avvio di piccole imprese. La pesca fallì molto presto: l’Adriatico chiuso cui erano abituati era ben diverso dal mare sardo. Attecchirono meglio agricoltura e commercio: dal negozio di alimentari al forno, fino alla locanda della Sbisà. La signora Edda ora ha quasi 83 anni. Alle pareti le foto ricordo, nell’aria parole di dialetto. «Mia mamma è arrivata in barca, dopo settimane di viaggio. Aveva circa 20 anni. Erano già arrivati nel 1948 e cercavano di andare da una parte all’altra. E poi la seconda, definitiva, nel 1952». Suo nonno, racconta, era comandante della X Mas, dopo la fuga aveva trovato impiego all’arsenale di Venezia. Ma poi le cose non andarono bene e quindi si ripartì in direzione di Fertilia. Il sacerdote-pioniere, don Francesco Pervisan, perlustrò per primo la costa sarda e poi girò tutta la penisola, da un campo all’altro, per convincere gli istriani al trasferimento. Alcuni sono approdati dopo aver subito le angherie dei connazionali nei porti. Con il passare degli anni i racconti sono stati affidati alle seconde generazioni, e spesso c’è ancora quel retrogusto di sdegno e amarezza. «La vita è qui, le radici lontane. Mia mamma ci ha tramandato tutto: le feste, i dolci. È tornata più volte a Orsera, ma ha pianto e basta. Aveva ancora delle amiche lì, ma si va avanti così: anche con rabbia repressa. Ora forse è difficile da capire, non so quanti oggi farebbero quel che hanno fatto gli istriani. Perdere tutto pur di restare italiani». Un’integrazione diventata tale solo con il passare dei decenni a Fertilia, che ora conta appena 1.700 abitanti. All’inizio i

February 23, 2013

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Rassegna stampa Mailing List Histria n. 863 del 12 febbraio 2013

February 23, 2013

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MAILING LIST HISTRIA RASSEGNA STAMPA a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri N. 863 – 12 Febbraio 2013 Sommario 79 – CDM Arcipelago Adriatico 12/02/13 Le scuole al Quirinale, un messaggio forte nel Giorno del Ricordo (Rosanna Turcinovich Giuricin) 80 – Il Gazzettino 11/02/13 Foibe, Stato assente a Basovizza 81 […]

Toponimi Italiani in #Dalmazia

February 7, 2013

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Toponimi Italiani in Dalmazia: Città maggiori Almissa Omiš Antivari Bar Bencovazzo, Bencovaz Benkovac Borgo Plonche, Pianca, Borgo Polotta, Polot Ploče Budua Budva Castelnuovo, Castelnuovo di Cattaro (utilizzato ufficialmente assieme al nome serbo-croato fino al 1918) Herceg Novi Cattaro Kotor Dernis Drniš Dulcigno Ulcinj Imoschi Imotski Macarsca Makarska Metcovich, Porto Narenta Metković Ragusa, Ragusa di Dalmazia […]

Giorno del Ricordo 2013: la dispensa di ANVGD Torino

February 7, 2013

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In occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2013, il Comitato ANVGD di Torino ha deciso di divulgare in modo completamente gratuito nei formati ePub, (abbreviazione di electronic publication, “pubblicazione elettronica”, uno standard aperto specifico per la pubblicazione di libri digitali) e PDF la sua DISPENSA DI STORIA GIULIANO DALMATA per venire incontro alle richieste […]

Giorno del Ricordo 2013: le iniziative di ANVGD Alessandria

February 7, 2013

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Domenica 10 febbraio 2013 si terranno le celebrazioni del “Giorno del Ricordo” a Tortona (AL)   Questo il programma della giornata a cura del locale Comitato ANVGD:   – Ore 11.00, Santa Messa presso la Chiesa parrocchiale di S. Michele   – Ore 12.00, presso il Cortile di Palazzo comunale, Cerimonia commemorativa con la rievocazione […]

Giorno del Ricordo 2013: il “Premio Udovisi” a Quattro Castella (RE)

February 7, 2013

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L’ Amministrazione Comunale di Quattro Castella in collaborazione con l’Associazione Nazionale Venezia-Giulia Dalmazia, organizza, nell’ambito delle celebrazioni per il “ Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata”, una Cerimonia Commemorativa per la consegna del Riconoscimento “ Graziano Udovisi ” alla prof.ssa Rossana Mondoni, studiosa del problema del Confine Orientale dopo la seconda guerra mondiale […]

Giorno del Ricordo 2013: le iniziative di ANVGD Modena

February 7, 2013

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Il Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata verrà celebrato a Carpi sabato 9 febbraio con una iniziativa promossa dal Comune e dal Comitato provinciale dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia: alle 10 il vescovo monsignor Francesco Cavina nell’area verde di via Baden Powell, dove nel 2012 è stata inaugurata la Stele […]