RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 850 – 3 NOVEMBRE 2012

Posted on November 4, 2012


N. 850 –  03 Novembre 2012

                                   

Sommario

 

680 – Agenzia Italiana Stampa Estero Aise  29/10/12 Legge Stabilità – Contributi ad Esuli e Minoranze Italiane: La Mailing List Histria scrive ai parlamentari (Aise)

681 – Agenzia Italiana Stampa Estero Aise 02/11/12 Legge Stabilità – Terzi risponde alla ML Histria: Faremo di tutto per garantire i finanziamenti degli Esuli (Aise)

682 – Il Piccolo 02/11/12 Terzi “rassicura” gli esuli e i rimasti, ll ministro su Facebook: «Con il Parlamento troveremo una soluzione sui fondi» (Mauro Manzin)

683 – La Voce del Popolo 02/11/12  La Farnesina si impegna per una soluzione positiva

684 – Il Piccolo 31/10/12 Stelio Spadaro: Essenziali i contributi agli esuli e agli italiani d’Istria e Fiume (Stelio Spadaro)

685 – CDM Arcipelago Adriatico 26/10/12 Tremul, Radin e Codarin:  La Legge di Stabiltà si dimentica di noi

686 – Agenzia Italiana Stampa Estero Aise 31/10/12 Legge Stabilità – L’appello dell’associazione Dalmati nel Mondo: No all’azzeramento dei fondi per gli Esuli (Aise)

687 – La Voce del Popolo 02/11/12 La Giunta UI – Si rischia di compromettere la storia (Jana Belcijan)

688 – Il Piccolo 29/10/12 «A rischio tutte le attività dell’Università popolare» (Fabio Dorigo)

689 – Il Sole 24 ore  28/10/12 Farnesina – Non chiuderà il consolato di Capodistria

690 – East Journal 22/10/12 Croazia: Tornare a Zara? Come ricostruire la memoria italiana (Valentina Di Cesare – Davide Denti)

691 – La Voce del Popolo 02/11/12  Cultura – Esuli e rimasti: il futuro si costruisce insieme (Giovanni Stelli)

692 – La Voce del Popolo 02/11/12  Cultura – Gli italiani d’Istria negli anni ’70 raccontati da Sabrina Benussi (mr)

693 – Il Piccolo 31/10/12 Affaire Daila, il rebus della restituzione  – Scontro sui beni venduti

(Mauro Manzin – p.r. )

694 – Il Piccolo 30/10/12 Il Vaticano spinge la Croazia nell’Ue (Mauro Manzin)

695 – Il Piccolo 03/11/2012  Venezia Giulia: Gli sloveni: «Non ancora arrivati i contributi per il 2012»

696 – Il Piccolo 29/10/12  Cormons ricorda i soldati dimenticati della Grande guerra (Franco Femia)

697 – Osservatorio Balcani 29/10/12 Da Venezia a Venezia, via Balcani (Alice Paccagnella)

 

 

 

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

680 – Agenzia Italiana Stampa Estero Aise  29/10/12 Legge Stabilità – Contributi ad Esuli e Minoranze Italiane: La Mailing List Histria scrive ai parlamentari

Italiani nel mondo – Politica

 

LEGGE STABILITÀ/ CONTRIBUTI AD ESULI E MINORANZE ITALIANE: LA MAILING LIST HISTRIA SCRIVE AI PARLAMENTARI

 

Lunedì 29 Ottobre 2012 14:45

 

FIUME\ aise\ – “Gentile Onorevole, siamo venuti a conoscenza del fatto che la legge di stabilità elaborata dal governo Monti prevede il taglio di tutti i finanziamenti erogati a beneficio sia delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati e dei loro discendenti che delle comunità italiane autoctone residenti in Istria, a Fiume, nel Quarnero ed in Dalmazia”.

 

Inizia così la lettera che la Mailing List Histria – gruppo di discussione in rete (www.mlhistria.it) – sta inviando a tutti i parlamentari con lo scopo di sensibilizzarli contro l’azzeramento, inserito nella legge di stabilità, dei contributi alle associazioni degli Esuli Giuliano-dalmati e alla Minoranza italiana autoctona di Istria, Fiume e Dalmazia.

 

“Questo provvedimento che si accinge ad essere approvato dai due rami del Parlamento – si legge nella lettera – ci indigna profondamente e ci pone di fronte al baratro rappresentato dalla morte di quei sodalizi che, attraverso il loro operato quotidiano, mantengono vive la storia, la cultura e le tradizioni di un popolo disperso ai quattro angoli del globo e straziato dalle conseguenze politiche ed economiche di una guerra la cui responsabilità certamente non ricadeva sulle povere genti residenti lungo i lembi più orientali d’Italia”.

 

“Allo stesso modo – si osserva – lo Stato italiano non si è certamente fatto sfuggire l’occasione di barattare, a suo tempo, i beni degli esuli giuliano-dalmati, oggi valutabili in centinaia di miliardi di euro, per cederli all’allora Jugoslavia per pagare i debiti di una guerra persa da tutto il popolo italiano. Ci chiediamo pertanto con quale senso morale questo governo e questo Parlamento potranno negare ai sodalizi di cui sopra i fondi necessari per continuare a sopravvivere a fronte delle responsabilità morali e materiali che lo Stato italiano ha nei confronti di una parte non irrilevante dei suoi cittadini i quali ancora attendono una vera giustizia rispetto i torti e le malversazioni subiti sia morali che materiali”.

 

Concludendo, i firmatari della lettera chiedono ad ogni parlamentare “di farsi nostro portavoce ed opporsi con tutte le sue forze ad un tale provvedimento che rappresenterebbe il colpo di grazia contro le genti istriane, fiumane e dalmate di cui l’Italia si renderebbe pienamente responsabile rispondendone non solo davanti agli elettori ma anche di fronte alla Storia”. (aise)

 

 

 

 

681 – Agenzia Italiana Stampa Estero Aise 02/11/12 Legge Stabilità –  Terzi risponde alla ML Histria: Faremo di tutto per garantire i finanziamenti degli Esuli

LEGGE DI STABILITÀ/ TERZI RISPONDE A MLHISTRIA: FAREMO DI TUTTO PER GARANTIRE I FINANZIAMENTI AGLI ESULI

 

Venerdì 02 Novembre 2012 12:31

 

ROMA\ aise\ – È arrivata tramite il popolare social network di facebook la risposta del ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi, alla Mailing List Histria che alcuni giorni fa aveva rivolto un appello a tutti i parlamentari, nonché alle più importanti cariche istituzionali, per il ripristino all’interno della legge di stabilità dei finanziamenti destinati agli esuli giuliano-dalmati e alle associazioni che oggi li rappresentano.

Tramite il contatto della signora Maria Rita Cosliani, Terzi ha voluto rivolgere agli esuli l’assicurazione che il suo Ministero farà di tutto per garantire, nonostante la critica congiuntura economica, il sostegno alle comunità italiane di Istria e Dalmazia.

Scusandosi “per il ritardo, ma gli impegni sono tanti e mi sono preso anche qualche giorno per fare delle verifiche”, Terzi ha esordito rispondendo al “gentile appello” di Cosliani sulla “attuale mancata previsione nella legge di stabilità dei finanziamenti in favore sia degli Esuli istriani, fiumani e dalmati e dei loro discendenti, e delle comunità italiane autoctone in Istria, a Fiume, nel Quarnero ed in Dalmazia. I finanziamenti a cui Lei fa riferimento nella sua e-mail”, ha scritto Terzi, “sono evidentemente quelli derivanti rispettivamente dalla Legge 72/2001 e dalla Legge 73/2001, il cui periodo di rifinanziamento triennale scade appunto il 31 dicembre prossimo”.

“Desidero anzitutto rassicurarla sul fatto che il Ministero degli Affari Esteri, in vista della preparazione della legge nazionale di stabilità, aveva richiesto e sollecitato un adeguato rifinanziamento per il prossimo triennio 2013-15 sia della Legge 72/2001, sia della Legge 73/2001”, ha fatto ha proseguito Terzi. “Siamo in una difficilissima situazione di congiuntura economica negativa, questo è a tutti chiaro, ma il Ministero per il quale lavoro non mancherà di continuare a promuovere con forza ogni iniziativa opportuna per arrivare al positivo risultato, nella piena consapevolezza dell’importanza del ruolo svolto dalle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati e dall’Unione Italiana”.

“In questo quadro”, ha concluso Terzi, “auspichiamo che si possa trovare una soluzione positiva, anche con il sostegno del Parlamento al quale spetta l’ultima parola circa questa importante e delicata questione”. (aise)

 

 

 

 

682 – Il Piccolo 02/11/12 Terzi “rassicura” gli esuli e i rimasti, ll ministro su Facebook: «Con il Parlamento troveremo una soluzione sui fondi»

Terzi “rassicura” gli esuli e i rimasti

Il ministro su Facebook: «Con il Parlamento troveremo una soluzione sui fondi». E il Pd presenta l’emendamento anti-tagli

di Mauro Manzin

TRIESTE. Sono molti i cittadini che, preoccupati per il taglio previsto nella legge di stabilità in discussione al Parlamento dei finanziamenti in favore sia degli esuli istriani, fiumani e dalmati e delle comunità italiane autoctone in Istria, a Fiume, nel Quarnero e in Dalmazia hanno scritto al ministro degli Esteri Giulio Terzi le proprie perplessità in merito alla decisione presa dal governo Monti. Il titolare della Farnesina ha scelto una di queste lettere per rispondere. E lo ha fatto via Facebook alla mailing list Histria. Terzi innanzitutto precisa che «il ministero degli Esteri, in vista della preparazione della legge nazionale di stabilità, aveva richiesto e sollecitato un adeguato finanziamento per il prossimo triennio» per esuli e rimasti. «Siamo in una difficilissima situazione di congiuntura economica negativa, questo è a tutti chiaro – scrive sempre Terzi – ma il ministero per il quale lavoro non mancherà di continuare a promuovere con forza ogni iniziativa opportuna per arrivare al positivo risultato, nella piena consapevolezza dell’importanza del ruolo svolto dalle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati e dall’Unione italiana. In questo quadro, auspichiamo che si possa trovare una soluzione positiva, anche con il sostegno del parlamento al quale spetta l’ultima parola circa questa importante e delicata questione».

E il parlamento, nel frattempo, si è attivato. Mercoledì scorso, infatti, è stato presentato un emendamento a firma dei deputati del Partito democratico Ivano Strizzolo, Alessandro Maran ed Ettore Rosato atto a ripristinare i fondi destinati alla minoranza italiana di Slovenia e Croazia, alla minoranza slovena in Italia e alle Associazioni degli esuli giuliano-dalmati. «Gli emendamenti – spiega Strizzolo – sono anche conseguenti alle reciproche rassicurazioni sul sostegno alle rispettive minoranze che sono scaturite al termine del recente vertice bilaterale svoltosi a Lubiana tra i ministri degli Esteri di Italia e Slovenia. Un segnale di attenzione da parte del Governo dovrebbe trovare il favorevole accoglimento degli emendamenti sui quali c’è una ampia condivisione delle varie forze politiche».

Sullo stesso problema da rilevare anche una lettera inviata al ministro degli Esteri, Giulio Terzi dall’eurodeputata del Pd Debora Serracchiani. «Il governo torni indietro e riveda la decisione di non stanziare i fondi a favore delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, e della minoranza italiana residente in Slovenia e Croazia», si legge nella missiva. «I sacrifici patiti dalle terre a cavallo del confine orientale – scrive Serracchiani a Terzi – sia durante sia dopo il secondo conflitto mondiale, sono stati enormi, e l’impellente necessità di ridurre la spesa pubblica non può in alcun modo mettere a rischio il ruolo, la vita e le attività degli italiani che, in quelle terre, ancora oggi vivono e lavorano. La minoranza italiana in Slovenia e Croazia ha svolto e può continuare a svolgere un ruolo cruciale nella transizione verso il completamento dell’Unione europea, così come centrale è il ruolo di vivente memoria svolto dagli esuli, che a seguito della sconfitta dell’Italia – sottolinea l’eurodeputata – hanno pagato un prezzo altissimo».

Ricordando che «l’Ue ha sempre posto, tra i suoi principi fondanti, la tutela di ogni minoranza, e che Paesi come la Slovenia hanno deciso di mantenere invariati i finanziamenti alle minoranze», la Serracchiani chiede al governo di «ritornare sui suoi passi e rivedere il taglio delle risorse, rispondendo così a un appello corale della politica, delle istituzioni e della società civile. L’Italia – conclude – non può venir meno a un grande impegno di civiltà su cui si basano il futuro e la costruzione stessa dell’Europa».

 

 

 

 

683 – La Voce del Popolo 02/11/12  La Farnesina si impegna per una soluzione positiva

LE RASSICURAZIONI DI GIULIO TERZI

La Farnesina si impegna per una soluzione positiva

ROMA – Sono stati tantissimi in questi giorni gli appelli rivolti da esponenti politici, istituzioni, associazioni di cittadini al governo italiano perché non ometta di rifinanziare le leggi in favore delle attività della CNI e degli esuli. Rispondendo a uno dei messaggi di preoccupazione per la situazione venutasi a creare, quello della Mailing List Histria, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha ribadito l’impegno della Farnesina per ovviare “all’attuale mancata previsione nella legge di stabilità dei finanziamenti in favore sia degli Esuli istriani, fiumani e dalmati e dei loro discendenti, sia delle comunità italiane autoctone in Istria, a Fiume, nel Quarnero ed in Dalmazia. I finanziamenti sono quelli derivanti rispettivamente dalla Legge 72/2001 e dalla Legge 73/2001, il cui periodo di rifinanziamento triennale scade il 31 dicembre prossimo”, ha ricordato il ministro. ADEGUATO RIFINANZIAMENTO Giulio Terzi ha fornito rassicurazioni sul fatto che il ministero degli Affari Esteri, in vista della preparazione della legge nazionale di stabilità, aveva richiesto e sollecitato un adeguato rifinanziamento per il prossimo triennio 2013-15 sia della Legge 72/2001, sia della Legge 73/2001.

UN RUOLO IMPORTANTE “Siamo in una difficilissima situazione di congiuntura economica negativa, questo è a tutti chiaro, ma il ministero per il quale lavoro non mancherà di continuare a promuovere con forza ogni iniziativa opportuna per arrivare al positivo risultato, nella piena consapevolezza dell’importanza del ruolo svolto dalle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati e dall’Unione Italiana. In questo quadro, auspichiamo che si possa trovare una soluzione positiva, anche con il sostegno del Parlamento al quale spetta l’ultima parola circa questa importante e delicata questione”, ha concluso il ministro degli Esteri italiani, Giulio Terzi.

 

 

 

 

 

684 – Il Piccolo 31/10/12 Stelio Spadaro: Essenziali i contributi agli esuli e agli italiani d’Istria e Fiume

Essenziali i contributi agli esuli e agli italiani d’Istria e Fiume

STELIO SPADARO

È stato a lungo difficile, per ignoranza e per rimozione, fare riconoscere lo spessore di una secolare esperienza politica, civile, culturale, di sviluppo tecnologico. Conosciamo i tentativi diffusi e pervicaci di negare il valore di una storia e di una presenza italiana “adriatica” che è cresciuta dentro il “sistema mondo” di Venezia, ma con una propria specifica originalità e autonomia. Non è stato un percorso lineare né scontato quello che ha portato ad ottenere questo riconoscimento. La Legge del Ricordo è appena del 2004 ed ha suscitato reazioni a volte scomposte, perché qualcuno pretendeva di legare questa nostra presenza all’occupazione fascista e all’aggressività nazionalistica. Tale posizione hanno sostenuto per decenni i nazionalisti sloveni e croati; ma la stessa Italia repubblicana ha fatto fatica a integrare questa nostra realtà e questa nostra storia nel patrimonio civile e culturale della nazione. L’Italia repubblicana ha, a lungo, accettata l’idea di una “conquista nazionalistica” di queste regioni, ignorando e rimuovendo un capitolo della nostra storia nazionale denso e intensamente collegato con le grandi esperienze politiche e civili dell’Italia e dell’Europa.

Quando il senatore Fulvio Camerini nel 1996 sollevò in Senato il problema degli indennizzi per i beni abbandonati, che poi significava un atto tardivo di doveroso risarcimento da parte della Repubblica ai connazionali di questa sponda dell’Adriatico, quasi nessuno in Parlamento conosceva il problema. Perciò è stata giusta – indispensabile! – l’operazione, spesso affidata solo alle cure delle associazioni degli esuli, di quel riconoscimento che prima il regime comunista jugoslavo e poi gli ambienti nazionalistici sloveni e croati hanno fatto fatica ad ammettere. Da qui si è giunti all’incontro dei tre Presidenti – era il 13 luglio 2010 – e al documento che essi hanno sottoscritto, collegando correttamente le vicende in questione alla lunga stagione dello scontro nazionalistico. Si rilegga quel documento e risulterà evidente la portata di questo scontro. Oggi la battaglia per un doveroso riconoscimento è stata in larga misura vinta. Il problema è diverso, è nuovo.

E ora il contesto è radicalmente mutato: il tema essenziale è oggi capire il posto e il ruolo degli Italiani dell’Adriatico orientale nella costruzione dell’Europa adriatica. Integrazione necessaria quanto difficile per la residua sopravvivenza di tanti nazionalismi, vicini e lontani, che ripetono posizioni aprioristiche e vecchi pregiudizi. Sarebbe tuttavia sbagliato non cogliere le novità con cui dobbiamo fare i conti: bisogna aver ben chiaro che questi decenni di democrazia hanno prodotto una integrazione attiva della componente slovena nella nostra società repubblicana. Per questo si pone all’ordine del giorno il tema dell’unificazione politica adriatica, processo a cui ciascun popolo può dare un proprio contributo. E ciò non tanto e non solo per uscire dagli schemi del Novecento, ma per dare futuro a queste regioni. In questo processo e nell’ambito di un Adriatico “plurale” quale ha da essere dunque il posto e il ruolo degli Italiani in quest’area? Essi possono senz’altro dare un rilevante apporto a questa auspicabile unificazione per storia, attitudini, per cultura politica e civile (l’europeismo è da sempre di casa qui!): una civiltà del mare, dell’ulivo e del vino che il nazionalismo italiano ed il fascismo hanno ristretto e deformato, alterandone i connotati. In questo lavoro di costruzione dell’Europa adriatica sia gli esuli, sia i cittadini sloveni e croati di lingua italiana possono essere attivamente protagonisti, come lo possono essere tutti coloro – i lussignani, i dalmati, i fiumani – i quali nel tempo hanno saputo costruire quel tessuto di relazioni e di rapporti che caratterizza ancora oggi le nostre regioni.

Perciò risulta ancora più incomprensibile l’insensibilità del governo italiano che minaccia di togliere i contributi essenziali per la vita delle associazioni degli esuli e degli Italiani dell’Istria e di Fiume. Non si tratta solo di saldare vecchi debiti che l’Italia deve a queste popolazioni, si tratta di un investimento che riguarda la presenza dell’Italia stessa in un’area centrale dell’Europa: parlo di quella centralità adriatica lungimirante per la quale lavora da anni anche il Dipartimento per lo Studio delle Società Mediterranee dell’Università di Bari. Togliere disinvoltamente il necessario sostegno finanziario non solo è un atto di rinnovata, immemore ingiustizia, ma anche di un vero e proprio autolesionismo nazionale.

 

 

 

 

 

685 – CDM Arcipelago Adriatico 26/10/12 Tremul, Radin e Codarin:  La Legge di Stabiltà si dimentica di noi

La Legge di Stabiltà si dimentica di noi

Suscita scalpore e proteste, la proposta di Legge di stabilità in discussione alle Camere che non prevede il rifinanziamento delle due leggi, rispettivamente in favore degli esuli istriani, fiumani e dalmati e della minoranza italiana in Slovenia e Croazia per il biennio 2013-2015. Quelle che ci permettono di svolgere attività, che ci concedono di esistere.

«Si tratta di due fondamentali strumenti giuridici e finanziari qualificanti della politica estera italiana ai suoi confini orientali, verso i quali dovrebbe nutrire un interesse strategico”. Lo scrivono in un comunicato congiunto il presidente dell’Unione italiana Furio Radin, della Giunta esecutiva Maurizio Tremul e il presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati Renzo Codarin.

La Legge 72 sostiene le attività e la conservazione del patrimonio storico e culturale degli Esuli istriani, fiumani e dalmati con un finanziamento che, nel 2012, è stato ridotto del 33% rispetto al 2010. Tenuto conto che la legge scade alla fine dell’anno il contributo sarebbe azzerato». Stesso destino per i fondi alle minoranze in Slovenia e Croazia: «Anche in questa circostanza, non essendo previsto il rifinanziamento della legge, i relativi contributi sono azzerati. Complessivamente, nel 2012, il sostegno dello Stato italiano all’unica minoranza autoctona al di fuori dei confini italiani e stato ridotto del 34% che diventa del 43% se rapportato al livello di contribuzione del 2003». Le conseguenze sono pesanti: «Sarà impossibile proseguire nella realizzazione delle attività in favore della Scuola italiana, delle Comunità degli italiani e delle principali istituzioni ed enti che contribuiscono a produrre e sviluppare la cultura e l’identità italiana sul territorio».

Dopo aver ricordato l’incontro tra i tre presidenti a Trieste, il documento si conclude con un appello a tutte le autorità della Repubblica per una proroga dei contributi: «Le risorse che l’Italia destina alle due comunità non possono essere in alcun modo trattate alla stregua di sprechi da tagliare con una distorta visione della spending review, ma sono invece un vero investimento per l’Italia». Da qui l’appello accorato alle forse politiche italiane, “pur consapevoli delle difficoltà economiche che investono l’Italia, affinché nel DDL di stabilità sia inserita la norma che proroga i contributi in favore delle due realtà, rifinanziando, per il triennio 2013-2015, le Leggi di riferimento auspicabilmente negli imposti previsti per il 2010, riconfermando in questo modo l’interesse strategico nei confronti di queste Comunità e dei loro territori d’insediamento storico”. In una lettera al Presidente Giorgio Napolitano, la FederEsuli, sottolinea ulteriormente, per quanto concerne l’uso di tali mezzi, che: “tali attività di ricerca e divulgazione si estendono a tutto l’arco della nostra secolare tradizione culturale (al di là delle tragedie della seconda guerra mondiale) e hanno raggiunto un alto livello scientifico”. Sottolineando che “tutte queste attività verrebbero quasi completamente a cessare senza i finanziamenti dello Stato, prima che nel quadro di una visione nuova della cultura maturi negli enti privati una coscienza civile pari a quella di altri paesi avanzati. Noi comprendiamo – come tutti gli italiani di buon senso – che questo Governo “tecnico” ha restituito credibilità al Paese e lo sta riportando ai livelli di fiducia che il lavoro e le risorse umane della Nazione meritano.

Tra queste risorse crediamo di esserci anche noi, che tutto abbiamo perduto per consentire al Paese di rinascere dopo il II conflitto mondiale”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

686 – Agenzia Italiana Stampa Estero Aise 31/10/12 Legge Stabilità – L’appello dell’associazione Dalmati nel Mondo: No all’azzeramento dei fondi per gli Esuli

LEGGE STABILITÀ/ NO ALL’AZZERAMENTO DEI FONDI PER GLI ESULI: L’APPELLO DELL’ASSOCIAZIONE DEI DALMATI ITALIANI NEL MONDO

 

Mercoledì 31 Ottobre 2012 13:02

 

PADOVA\ aise\ – Anche l’Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo, presieduta da Franco Luxardo, si unisce oggi a quanti protestano contro l’azzeramento dei finanziamenti a esuli e minoranze previsto dalla Legge di Stabilità. Il presidente Luxardo ha infatti inviato una lettera-appello ai parlamentari, chiedendo loro di attivarsi, in Aula e nel lavoro di Commissione, per ripristinare i fondi almeno al livello del 2012.

“Con questi fondi – spiega Luxardo nella lettera – la nostra Associazione ha finora stampato un giornale che riunisce le famiglie italiane di origine dalmata in Italia e nel mondo, con una circolazione media di 6000 copie per ogni edizione; organizzato un Raduno annuale in varie città della penisola, nel corso del quale viene attribuito il Premio “Niccolò Tommaseo” riservato a personalità che hanno illustrato la cultura e la storia della Dalmazia, fra le più note sono stati premiati Claudio Magris, Ottavio Missoni, Paolo Mieli, Tullio Kezich ed Alvise Zorzi”.

E ancora: l’associazione “ha pubblicato decine di lavori (monografie, tesi di laurea, articoli) sulla storia e la cultura della Dalmazia; sviluppato una crescente attività di collegamento con le Comunità degli Italiani di Zara, Spalato, Ragusa, Cattaro e Lesina e di stimolo alle loro attività sociali e culturali; sviluppato rapporti vivaci e continui con gli opinion leaders della Croazia e del Montenegro (Università, Musei, singoli intellettuali, ecc.) per favorire la reciproca conoscenza ed evitare il ripetersi di tragedie come quelle della seconda guerra mondiale”.

“Con l’azzeramento dei fondi tutte queste attività corrono il rischio di scomparire”, spiega Luxardo, che, quindi, rivolto a ciascun parlamentare, conclude: “le saremo pertanto grati se interverrà in Commissione e in Aula per il ripristino dei finanziamenti, possibilmente al livello del 2012”. (aise)

 

 

 

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687 – La Voce del Popolo 02/11/12   La Giunta UI  – Si rischia di compromettere la storia

LA GIUNTA UI SULLA SITUAZIONE «STRAORDINARIA E D’EMERGENZA» LEGATA AI FINANZIAMENTI DALL’ITALIA

Si rischia di compromettere la storia

Ribadita l’urgenza di scrivere direttamente a Napolitano che «conosce benissimo la nostra situazione»

CAPODISTRIA – La Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana si è riunita martedì sera per una seduta urgente, legata alla situazione “straordinaria e d’emergenza” – come definita da Furio Radin, presidente UI, presente all’incontro. I membri hanno approvato la richiesta di rifinanziamento per quanto riguarda la Legge 16 marzo 2001 (interventi e tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità e degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia) e la Legge 21 marzo 2001 (interventi a favore della minoranza italiana in Slovenia e Croazia).

SUPPORTO Nelle conclusioni si richiede il reinserimento della norma, che proroga i contributi in favore della CNI di Croazia e Slovenia (come pure di quella in favore delle Associazioni degli Esuli) per il triennio 2013-15, negli importi previsti per il 2010 o quantomeno in quelli del 2012. Il presidente della Giunta UI, Maurizio Tremul, ha anticipato fiducioso le numerose risposte di supporto già pervenute da vari deputati, ringraziando altresì tutti i singoli e le istituzioni per la dimostrata solidarietà.

VERGOGNA “Prima di tutto è una vergogna se la legge non verrà rifinanziata, perché tutta la storia di queste zone sarà in un certo senso compromessa”, così Radin, “toccando non soltanto noi, ma anche gli esuli ed anche la minoranza slovena in Italia. Nonostante i tempi difficili per tutti, azzerare una voce di bilancio che riguarda proprio questo pezzo di storia, è inammissibile”.

TROVARE UNA SOLUZIONE Segue questa scia pure il pensiero di Tremul: “Malgrado le difficoltà economiche dell’Italia, è palese che un milione o 3 milioni e mezzo, hanno un peso relativo sull’importo complessivo del bilancio statale. Ovviamente, se c’è un interesse governativo e la volontà politica di trovare una soluzione, questa la si trova, perché non stiamo parlando di 35 milioni o di 1 miliardo, ma complessivamente di poco più di 5 milioni di euro”.

INPUT In accordo con il presidente dell’Unione Italiana, i membri della Giunta hanno ribadito l’urgenza di scrivere direttamente al presidente italiano stesso. Giorgio Napolitano “conosce benissimo la nostra situazione e penso che un input da parte sua avrebbe di certo effetto”, ha osservato Radin. Si resta fiduciosi che il temporaneo annullamento (che significherebbe un 64 per cento in meno delle risorse complessive) venga corretto, pur essendo pronti ad ogni evenienza.

RIMARREMO ITALIANI “Noi comunque rimarremo italiani: chi è italiano, lo rimarrà; chi era con noi per altre ragioni, non sarà più presente”, ancora Radin, “ma si manterrà sicuramente l’orgoglio di appartenere alla nostra Comunità Nazionale, questo non ce lo toglie nessuno”.

MANTENERE L’OTTIMISMO Sintetizzando, nessun richiamo allarmistico, piuttosto il messaggio è di mantenere l’ottimismo e proseguire con le attività in seno alle CI, dove nel peggiore dei casi forse verranno a mancare i mezzi per alcune realizzazioni, ma le persone non dovrebbero per questo smettere di recarsi in Comunità a fare ciò che le appassiona. In secondo luogo è stata approvata la Proposta di conclusione legata alla realizzazione degli interventi in favore della CNI di cui alla Convenzione MAE-IU-UPT per il 2012.

SODDISFAZIONE PER I PROGETTI La Giunta ha fatto il punto sulle attività e sulle iniziative che si stanno realizzando per quanto riguarda quelle previste nel piano 2012, dichiarando soddisfazione per lo svolgimento dei progetti. “Al momento vi è una situazione problematica relativa ai pagamenti”, ha spiegato Tremul. “La volontà è di realizzare tutto il piano di quest’anno, eventualmente con lo slittamento quanto più breve di qualche manifestazione, ma comunque non cancellandone nessuna”.

GARA D’APPALTO Si tratta dunque solo di disguidi tecnici e di tempistica dell’erogazione dall’Italia, attesa al massimo entro la fine dell’anno, che sinora è stata parzialmente reintegrata con alcuni fondi di riserva dell’UI.

In chiusura di riunione, tenutasi nella sede della Comunità degli Italiani “Santorio Santorio” di Capodistria, approvata la ripetizione della gara d’appalto relativa ai lavori edilizi delle sezioni italiane dell’istituto prescolare di Fiume, nonché la non convalidazione dell’anticipo per la fornitura degli arredi della CI di Valle, in vista della prossima inaugurazione del 19 novembre.

Jana Belcijan

 

 

 

 

 

688 – Il Piccolo 29/10/12 «A rischio tutte le attività dell’Università popolare»

«A rischio tutte le attività dell’Università popolare»

Silvio Delbello: senza il rifinanziamento della legge in bilico le nostre 30 scuole, ritenute tra le migliori di Slovenia e Croazia. Appello a parlamentari e istituzioni


di Fabio Dorigo

 

È possibile essere resi precari da una legge di Stabilità? In Italia sì. L’Università Popolare di Trieste, 112 anni di onorata attività, rischia di essere una delle vittime. L’istituzione triestina di riferimento per la minoranza italiana in Slovenia e Croazia ha scoperto di non essere così Popolare a Roma.

E di colpo si è risvegliata pochi giorni fa senza 3 milioni e mezzo di fondi. «Non posso crederci. La legge che ci finanzia non c’è», dice il presidente Silvio Delbello.

 

Ma cosa è successo?

È mancata la proposta di rinnovo della legge 7273 che finanzia le attività sia delle associazioni degli esuli sia della minoranza italiana che vive in Slovenia e Croazia. È una legge che viene rinnovata ogni tre anni. Scadeva quest’anno.

 

E se non verrà rinnovata?

Viene a mancare il finanziamento già per il 2013. Con il 31 dicembre questa legge finisce.

 

Di quanti soldi si tratta?

Per il 2012 il finanziamento era di 3 milioni e mezzo. A questi si sommano il milione di finanziamento del ministero degli Esteri e i 950mila euro della Regione Friuli Venezia Giulia.

 

Praticamente vi resta meno della metà dei soldi?

Ci restano due milioni. È come dire addio a gran parte della nostra attività.

 

A quando risale questa legge?

Al 1991, credo. Da allora è sempre stata rinnovata. Di tre anni in tre anni. Anche se i fondi sono stati progressivamente ridotti. All’inizio erano 6 o 7 milioni di euro. In pratica è già stata ridotta della metà.

 

E ora più nulla?

Spero si tratti di una dimenticanza. Un errore. Una disattenzione. In Italia succedono queste cose. Era il Consiglio dei ministri che doveva inserire la legge nel decreto.

 

A cosa servono tutti questi soldi?

I finanziamenti servono all’organizzazione dell’attività didattica in Istria, Quarnero e Dalmazia, all’acquisto di molti libri di testo e materiale vario per gli studenti che frequentano le 30 scuole di lingua italiana, alla realizzazione di eventi culturali (come il premio d’arte “Istria nobilissima” e l’ex tempore di Grisignana), ma anche per costruire e ristrutturare scuole, biblioteche, archivi e sedi delle comunità italiane che sono 52. Sosteniamo inoltre il Centro ricerche storiche di Rovigno. E l’Edit, la casa editrice della comunità italiana, che ha appena compiuto i 65 anni di attività.

 

La spesa più rilevante?

Un milione e mezzo viene speso per l’attività scolastica.

 

Qual è la collaborazione con la minoranza italiana?

Università Popolare e Unione degli italiani operano fianco a fianco a sostegno del gruppo etnico italiano residente nelle Repubbliche di Slovenia e Croazia.

 

Un ruolo rilevante?

Il nostro impegno è a favore della cultura, della diffusione e dell’insegnamento della lingua italiana. Attraverso l’Università Popolare di Trieste transitano i fondi per finanziare queste attività. Non abbiamo fondi propri. Per questo motivo senza il rinnovo della legge tutte le attività in essere finiranno in sofferenza tra qualche mese.

 

Esiste un modo per rimediare alla situazione?

A questo punto la Camera dei deputati deve approvare un emendamento alla legge di stabilità entro il 31 dicembre o varare una nuova legge.

 

Quindi?

Rivolgiamo un appello ai nostri parlamentari e alle istituzioni locali. Bisogna rimediare a questo errore.

 

Se ciò non avvenisse?

Non voglio neppure pensarlo, visto che noi svolgiamo un lavoro per conto del ministero degli Esteri. Altrimenti sarebbe a rischio l’attività delle nostre 30 scuole che grazie al nostro contributo attualmente sono considerate tra le migliori di Slovenia e Croazia.

 

 

 

 

 

689 – Il Sole 24 ore 28/10/12 Farnesina – Non chiuderà il consolato di Capodistria

FARNESINA
Non chiuderà il consolato di Capodistria

L`Italia non chiude lo storico consolato generale di Capodistria.

Sembrava che questo esito fosse inevitabile, a causa delle ristrettezze economiche del bilancio della Farnesina, ma il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha imboccato la via opposta: nessuna chiusura e anzi un deciso rilancio, il che rappresenta un messaggio molto chiaro rivolto alla comunità italiana dell`Istria che viveva con disagio la prospettiva di vedersi privata del consolato. È una decisione significativa per la Farnesina e ricca di implicazioni per la politica italiana nell`area balcanica, dove Roma intende far pesare la sua influenza. Non a caso la notizia è stata data dallo stesso ministro Terzi in un`intervista uscita sul “Piccolo” di Trieste in occasione del vertice italo-sloveno di pochi giorni fa. «Ho deciso – afferma il titolare della Farnesina – di nominare un nuovo console generale, la dottoressa Maria

Cristina Antonelli, persona di grande esperienza nel settore consolare. Quindi manteniamo Capodistria. È un forte segnale di attenzione alla minoranza italiana e alla nostra presenza culturale, politicaed economica in Slovenia».

 

 

 

 

 

690 – East Journal 22/10/12 Croazia: Tornare a Zara? Come ricostruire la memoria italiana

CROAZIA: Tornare a Zara? Come ricostruire la memoria italiana

di Valentina Di Cesare e Davide Denti

Tornare a Zara nel 2013, per organizzare il 60° raduno dei dalmati italiani nel mondo? Complici le esperienze degli esuli di Pola, che vi si sono riuniti, e dell’identico proposito dei fiumani, anche gli zaratini ci stanno pensando. Secondo Lucio Toth, ormai presidente onorario della ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia), gli esuli dalmati devono essere presenti tanto nelle comunità d’elezione in Italia quanto nei luoghi d’origine sulla sponda orientale dell’Adriatico, per rinnovare (ma in molti casi ricreare) quel legame tranciato nel 1947.

Nonostante le leggi approvate dal Parlamento italiano dal 2000 in poi, e dell’istituzione, il 10 febbraio, della Giornata della Memoria, i dalmati aspettano ancora qualche risposta. Riaprire il dibattito storico e sociale sulla presenza italiana in Dalmazia sarà uno dei prossimi obiettivi delle associazioni degli esuli, ribadito al raduno del 2012 a Senigallia. L’obiettivo, secondo Toth, è di “riconquistare l’attenzione della cultura e dell’opinione pubblica croate nel riconoscere l’esistenza di una radicata presenza italiana lungo la costa dalmata”. Uno sforzo che “non vuole riaprire antiche ferite reciproche, ma ricostruire una memoria che non disconosca a priori il carattere plurinazionale della nostra terra”. Nessuna rivendicazione territoriale, ma anzi “il riconoscimento del carattere minoritario dell’italianità dalmata di fronte a un’innegabile maggioranza croata della popolazione, secondo l’insegnamento di quel grande dalmata e italiano che fu Niccolò Tommaseo, devono servire a vincere le tendenze negazioniste dell’estremismo nazionalista croato e del nostalgismo comunista titino.”

Ma anche in Italia il lavoro da fare, per gli esuli, è molto. Dopo quarant’anni di oblio legato alla guerra fredda, e ad un’accoglienza in patria tutt’altro che felice, con l’insensato stigma del collaborazionismo addosso, gli esuli si chiedono: “Come ci vedono gli italiani?”. L’idea delle associazioni è di promuovere la conoscenza attraverso le scuole e le università, anche attraverso i racconti e le testimonianze dei protagonisti dell’esodo. Durante i giorni del raduno di Senigallia si è molto parlato dei tragici eventi avvenuti dopo la Seconda Guerra Mondiale, e non solo. Perché le ragioni dell’esodo affondano nel XIX secolo, e anche l’analisi storica deve spostarsi in un arco temporale più ampio. E’ nell’ ‘800 che iniziano a formarsi i movimenti nazionalisti, tanto italiani quanto slavi. Il dibattito sui confini orientali del Regno d’Italia in costruzione, durante il Risorgimento, resto spiazzato dalle conseguenze della guerra del 1866 che vide la sola annessione di Veneto e Friuli. Fu allora che, nei territori rimasti asburgici, si avviò l’irredentismo. A Trieste, porto franco asburgico e città cosmopolita (vi scrivevano allora Svevo e Joyce), si svilupparono tanto il nazionalismo italiano quanto quello slavo (sloveno e croato).

Oggi, dopo quarant’anni di oblio e un brusco risveglio al tempo delle guerre jugoslave, a tali nazionalismi vanno contrapposte le comunanze. Dall’eredità della Serenissima, al comune destino europeo: nel 2013 la Croaziasarà membro UE. E se le relazioni bilaterali vanno depoliticizzandosi (era un anno fa quando Napolitano e Josipovic, a Pola, pronunciavano un comune discorso di riconciliazione) , anche la società civile può permettersi di inserirsi nella breccia. Per un’Italia che non dimentichi più una tragedia a lungo insabbiata, e per una Croazia che riconosca i legami storici e culturali del suo litorale con l’italianità.

 

 

 

 

691 – La Voce del Popolo 02/11/12  Cultura – Esuli e rimasti: il futuro si costruisce insieme

“LECTIO MAGISTRALIS” CHE SI CONCLUDE CON UNA PROPOSTA PER SALVAGUARDARE LA “FIUMANITÀ” (ULTIMA PUNTATA)

Esuli e rimasti: il futuro si costruisce insieme

Proponiamo l’ultima parte della “lectio magistralis” sulla fiumanità offerta dal direttore editoriale della rivista “Fiume” (edita dalla Società di Studi Fiumani a Roma).

Esuli e rimasti: a questo problema voglio dedicare alcune considerazioni finali, ultime in ordine di tempo, ma non certo d’importanza, anzi forse le più importanti in vista delle prospettive future. Già all’indomani dell’esodo gli esuli dovettero porsi una domanda cruciale, connessa alla ragione stessa della loro scelta: come salvaguardare l’identità culturale di carattere italiano delle loro terre, identità stravolta, e in certi casi pressoché cancellata, dall’esodo?

Per diversi anni a questa domanda gli esuli risposero alimentando la speranza del ritorno, opponendo la volontà testarda di non accettare come definitivo il fatto compiuto (“volemo tornar!”): lo stravolgimento etnico e culturale delle terre adriatiche perdute era ai loro occhi una parentesi storica, che prima o poi si sarebbe chiusa col ritorno alla situazione precedente.

Arroccamenti testardi e «miracoli»

Salvaguardare l’identità italiana delle terre perdute significava allora, innanzi tutto, non perdere la speranza del ritorno. Nel modo più nobile questa speranza prese la forma di appelli alle norme del diritto internazionale e al principio dell’autodecisione dei popoli, appelli e proteste in cui si esprimeva una sorta di fiducia ingenua se non nei principi astratti della giustizia, certamente negli organismi internazionali che di questi principi pretendevano di essere i garanti. Un arroccamento testardo senza prospettive, quindi, e uno sterile rifiuto della realtà? Niente affatto. Fu proprio questo “arroccamento” a rendere possibile la grande opera di salvaguardia della memoria compiuta dalle associazioni degli esuli. Fu proprio questo preteso rifiuto della realtà a produrre il miracolo di salvare e custodire integralmente quell’altra realtà che la furia iconoclastica del totalitarismo mirava a cancellare del tutto, anche e soprattutto nella coscienza delle nuove generazioni, a Fiume nelle terre adriatiche perdute e nella stessa Italia.

La cancellazione del passato

I nuovi padroni di Fiume e delle terre adriatiche perdute considerarono per anni l’esodo come o qualcosa di non avvenuto, un non-evento su cui stendere una cortina di silenzio, o un evento politicamente condannabile e marginale, da ascrivere all’influenza persistente del fascismo e alle mene della “reazione”. Il regime comunista jugoslavo riscrisse la storia a partire dal 1945 come da un punto zero e, andando a ritroso, cancellò sistematicamente tutto ciò che non corrispondeva alla nuova visione ideologica.

Per limitarci a Fiume, tutto fu brutalmente cancellato, a partire dai simboli che da secoli, sotto tutte le dominazioni politiche, ne avevano segnato l’identità: vennero cancellati lo stemma municipale, l’aquila bicipite e il motto latino, la bandiera della città, i Santi patroni, pressoché tutti i toponimi (non solo i pochi introdotti dal fascismo) e così via. La nuova Rijeka non doveva avere nulla a che fare con la Fiume storica, che non era mai esistita: era esistita da sempre la croata Rijeka, dalla quale peraltro veniva rimosso anche tutto ciò che poteva disturbare la coerente riscrittura ideologica della sua storia, come, per esempio, la grande tradizione del cattolicesimo croato. Bisognava insomma non soltanto cancellare la storica presenza italiana nella città e ridurre la plurietnica e multiculturale Fiume a Rijeka, ma anche ridisegnare la croata Rijeka secondo i nuovi canoni marxisti-leninisti.

Un «muro» da abbattere tra le due anime fiumane

Non sorprende che in una situazione del genere, durata a lungo, perlomeno fino alla caduta del muro di Berlino, tra esuli e rimasti ci fosse una barriera. Agli occhi della maggior parte degli esuli gli italiani rimasti erano semplicemente complici di quanto avvenuto e del processo di snazionalizzazione in atto. E dai rimasti gli esuli venivano in genere classificati, in base alle categorie dell’ideologia, come fascisti e nostalgici, pericolosi irredentisti, e comunque strumenti, più o meno consapevoli, della reazione capitalistica. Ma anche allora nel mondo dell’esodo c’era chi si rendeva conto del carattere ambivalente, tragico appunto, dell’esodo: da un lato, un plebiscito di italianità di inestimabile valore, un impegno di conservazione e difesa della memoria storica che sarebbe stato impossibile nel contesto poliziesco del regime comunista; da un altro lato, però, l’esodo dalla città d’origine, ben presto ripopolata da gente nuova, ne aveva inevitabilmente favorito lo stravolgimento della fisionomia etnica e storica.

Comprendere i motivi delle rispettive scelte

Ma allora la presenza degli italiani rimasti non andava forse vista come un fatto comunque positivo? Non costituivano questi italiani rimasti, pur pesantemente condizionati sul piano ideologico, una difesa oggettiva dell’italianità autoctona? E non bisognava poi operare tra i rimasti una serie di distinzioni? Alcuni erano stati semplicemente costretti a rimanere, perché la loro domanda d’opzione era stata respinta; altri avevano condiviso anche le imposizioni più snazionalizzatrici, ma altri ancora si erano opposti in vario modo fino a pagare per questa opposizione un prezzo pesante sul piano politico e personale.

E più in generale: non era necessario cercare di comprendere le motivazioni dei rimasti e inquadrare le loro scelte, spesso drammatiche e contraddittorie, nel più ampio contesto storico costituito dalla tragedia del comunismo novecentesco? Non sarebbe stato allora opportuno avvicinarsi in qualche modo ai rimasti, cercando con essi un’intesa, un terreno comune, che non poteva essere se non quello della difesa dell’identità culturale di carattere italiano dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia?

Compito indifferibile

Compito questo tanto più indifferibile quanto più, col passare degli anni, la speranza di un ritorno fisico e di una modifica dei confini si rivelava sempre più illusoria. E, viceversa, anche nel mondo dei rimasti, passata l’ubriacatura ideologica e man mano che l’utopia palingenetica dell’”uomo nuovo” si dissolveva di fronte alla realtà fallimentare del socialismo realizzato, ci si rendeva conto del grande significato storico dell’esodo, si comprendeva che solo l’esodo aveva consentito la conservazione – a vari livelli, da quello del vissuto quotidiano a quello storico, scientifico e museale – di quella medesima identità culturale di carattere italiano per la quale molti rimasti si erano battuti e si battevano tra gravi difficoltà e a prezzo di rischi personali.

Il dialogo ripreso vent’anni fa

Non sarebbe stato allora opportuno cercare un qualche collegamento col mondo degli esuli – che era poi anche il mondo dei parenti, dei compagni di scuola, di lavoro, degli amici di coloro che avevano scelto di rimanere –, riconoscere il ruolo essenziale da essi svolto nella custodia delle città e dei luoghi della memoria e cercare quindi forme di collaborazione in vista dell’obiettivo comune? Oggi, ad oltre vent’anni dal crollo del muro di Berlino e dopo anni di dialogo e di confronto, queste considerazioni sono diventate patrimonio comune di buona parte del mondo degli esuli e del mondo dei rimasti e si traducono sempre più in iniziative concrete. A ciò va aggiunto che il recupero dell’identità culturale di carattere italiano di Fiume riguarda naturalmente anche i croati e la cultura croata, se l’attuale Rijeka vuole riacquistare in uno spirito europeo la sua identità, che non è pensabile senza la valorizzazione integrale della storia della città. Che ciò sia possibile è documentato, per esempio, dalla pubblicazione realizzata dalla Società di Studi Fiumani insieme all’Istituto Croato per la Storia di Zagabria su “Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)” pubblicata nel 2002.

Sulla via della ricomposizione ideale

Per far rivivere, dunque, nelle nuove condizioni della attuale Croazia democratica, l’identità culturale di carattere italiano di Fiume o, meglio, quello che di questa identità è rimasto o è recuperabile, è indispensabile portare fino in fondo la ricomposizione dei due tronconi della comunità fiumana, una ricomposizione che è culturale e politica in senso alto e nobile e anche umana, perché nutrita di affetti, ricordi, legami comuni che si perdono nel passato. Ricomposizione deve significare collaborazione organica delle due componenti della comunità fiumana, gli esuli e i rimasti.

Era ed è infatti evidente, da un lato, che l’identità culturale di carattere italiano di Fiume non poteva e non può essere efficacemente difesa se non a Fiume, nei luoghi storici in cui essa si è formata nel corso dei secoli e dove continua ad esistere una comunità italiana autoctona. Questa comunità, nel suo rapporto con la città e la sua antica anima, a cominciare dal dialetto, costituisce, di per sé stessa, il testardo documento della permanenza di tale identità sul territorio. Ed era ed è altresì evidente, da un altro lato, che non era e non è possibile parlare di identità culturale di carattere italiano di Fiume senza gli esuli fiumani, ossia senza quella parte (il 90% degli abitanti, pari ad almeno 38.000 persone) che nel 1945 e negli anni successivi, proprio per difendere questa identità, aveva intrapreso la dura strada dell’esodo in Italia e fuori d’Italia. Ecco perché la collaborazione tra esuli e rimasti è una vera e propria necessità storica. Significativa testimonianza di tale necessità è proprio questo Raduno (il riferimento è all’evento di Montegrotto, nella primavera di quest’anno, quando l’autore tenne la presente “lectio magistralis”, ndr), da cui dovranno scaturire iniziative concrete comuni sempre più incisive ed efficaci. (10 e fine)

Giovanni Stelli

 

 

 

 

692 – La Voce del Popolo 02/11/12  Cultura – Gli italiani d’Istria negli anni ’70 raccontati da Sabrina Benussi

DOMANI AL TEATRO «ANTONIO GANDUSIO» DI ROVIGNO L’ANTEPRIMA DEL DOCUMENTARIO «VEDO ROSSO»

Gli italiani d’Istria negli anni ’70 raccontati da Sabrina Benussi

ROVIGNO – Armonia e grazia per uno dei soliti saggi ginnici di epoca comunista. Immagini di altri tempi, che Sabrina Benussi ripesca dalla “naftalina” per offrire uno spaccato del nostro passato. Si terrà domani sera alle 18 al Teatro “Antonio Gandusio” l’anteprima di “Vedo Rosso – Anni ’70 tra storia e memoria degli italiani d’Istria”, film documentario, scritto e diretto dalla Benussi. La presentazione viene organizzata dall’associazione culturale “Fuoritesto” di Pordenone, in collaborazione con la Comunità degli Italiani di Rovigno. Il lavoro è stato realizzato dalla succitata associazione, in collaborazione con TV Capodistria, la RAI regionale – Sede Friuli Venezia Giulia e la CI rovignese, con il controbuto di quest’ultima, della Città di Rovigno e della Regione Istriana.

Il documentario nasce dal desiderio di raccontare una pagina di una storia di confine, complessa e poco conosciuta. Tratteggia la vita della comunità italiana in Istria dagli anni ’70 fino alla morte di Tito nel 1980, attraverso lo sguardo e il vissuto dei bambini e degli adolescenti della CNI. Si tratta dei figli e dei nipoti dei “rimasti”, che vissero quest’epoca come bambini, ragazzi, studenti della scuola dell’obbligo, e la cui iniziazione ideologica passava attraverso la formazione dei pionieri, la gioventù socialista, fino all’eventuale inquadramento nella Lega dei comunisti. “Allo stesso tempo, essi furono la prima generazione ‘televisiva’, spettatrice partecipe delle trasmissioni sia di Tele Capodistria sia della Rai – come si legge nella presentazione –, esposta alla cultura di massa, veicolata dalla radio, e ai contatti, frequentissimi, con la società e la cultura italiane. Il confine, poroso e mobile, lo hanno portato dentro di sé senza troppi imbarazzi, ed è proprio il confine in senso più ampio che viene raccontato, nel quale si possono riconoscere tutti coloro che nelle varie aree europee sono stati segnati dalla sua mobilità”.

La storia fuori dai testi

Sabrina Benussi è insegnante e autrice di documentari sociali e storici. Rovignese di nascita, attualmente vive e lavora a Trieste, è tra i soci fondatori dell’associazione culturale “Fuoritesto” di Pordenone, associazione che propone uno sguardo ravvicinato sul paesaggio storico dell’età contemporanea nei suoi intrecci culturali, sociali e artistici. Ricerca e diffonde – attraverso l’impiego critico delle tecniche di comunicazione visiva, audiovisiva e multimediale – le memorie individuali e collettive, le voci dei testimoni e le immagini di avvenimenti e situazioni della nostra storia. È proprio sulle testimonianze, dirette ed indirette, dei protagonisti che si basa anche il suo nuovo documentario “Vedo Rosso”, ma non solo, anche altre sue pellicole precedenti si basano e danno luce al racconto, attraverso le testimonianze di persone che hanno vissuto direttamente o indirettamente le vicende raccontate.

Il suo percorso formativo (laurea in Storia e laurea magistrale in linguaggi e tecnologie dei nuovi media) e l’impegno professionale l’hanno portata ad approfondire il proprio interesse per le nuove forme e le tecnologie della comunicazione, in relazione alla sentita necessità di usare più incisive modalità di formattazione e di trasmissione dei saperi e delle testimonianze, da utilizzare nell’ambito dell’insegnamento e della produzione documentaristica.

Ha firmato importanti documentari che hanno fatto molto “rumore”, come “Rapotez: Un caso italiano…” (2010), che ha portato l’opinione pubblica italiana a confrontarsi con temi come giustizia, libertà e carcerazione preventiva. Ricordiamo inoltre “Ri-conoscenza. Voci e volti della Resistenza nel Pordenonense” (2005), con Marcello Flores, selezionato a Zone di Cinema del Trieste Film Festival, seguito da “Dietro la cortina di Bambù” (2006), “Non era tempo…” (2008), sugli ex-deportati nei campi di concentramento. Tra una ripresa e l’altra è stata più volte vincitrice al Concorso d’Arte e di Cultura “Istria Nobilissima”, organizzato dall’Unione Italiana e dall’Università Popolare di Trieste, nelle categorie poesia, narrativa e saggi. (mr)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

693 – Il Piccolo 31/10/12 Affaire Daila, il rebus della restituzione – Scontro sui beni venduti

 

Affaire Daila, il rebus della restituzione

I 7 milioni che lo Stato chiede alla diocesi di Pola-Parenzo finiscono nella partita più ampia dei finanziamenti alla Chiesa

di Mauro Manzin

 

TRIESTE Doveva essere un aspetto marginale dell’incontro tra il premier croato Zoran Milanovi„ e Papa Benedetto XVI ma è diventato, anche per i media di Zagabria, il punto più importante della visita in Vaticano del primo ministro. Parliamo del cosiddetto “affare Daila”, ossia, il caso legato alla restituzione del monastero istriano ai monaci benedettini di Praglia come sancito dalla Santa Sede in barba alle ritrosie della curia croata di Parenzo-Pola. Ricordiamo che nel contenzioso tra Santa Sede e Pola si è inserito lo Stato croato che ha pensato bene di ri-nazionalizzare l’immobile.

Dopo l’incontro con il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone però la svolta e Milanovi„ ammette: nel contenzioso la Chiesa ha ragione. Tutto risolto? Niente affatto perché ora la Croazia dovrà trovare il percorso legislativo in grado di de-de-nazionalizzare (per la seconda volta dunque) il bene monacale e ri-ri-trasferirlo alla Chiesa, ma stavolta non alla diocesi di Parenzo-Pola, bensì a frati benedettini di Praglia. E qui un ostacolo c’è. E si chiama Trattato di Osimo. Che però non è stato sottoscritto con lo Stato della Città del Vaticano. Quindi il percorso che si seguirà molto probabilmente vedrà la restituzione del bene al Vaticano che successivamente lo girerà ai benedettini di Praglia.

La questione è a tutt’oggi nelle mani del ministero della Giustizia croato e il premier ha subito comunicato che investirà della vicenda direttamente il ministro che dovrà ora cercare di sciogliere “dignitosamente” un nodo gordiano allacciato dal precedente governo (Hdz, centrodestra) il cui operato Milanovi„ definisce «comprensibile», ma allo stesso tempo critica per «mancanza di moderazione». Il problema sta nel fatto che nel frattempo lo Stato croato ha chiesto alla Chiesa 500 milioni di kune (7 milioni di euro) come risarcimento per la vendita attuata dalla diocesi di Parenzo-Pola, quando ancora era titolare del bene, di alcuni terreni del monastero per la realizzazione di un campo da golf. E qui Daila rientra nel più generale problema inerente ai finanziamenti che lo Stato croato deve erogare alla Chiesa in base ai trattati vigenti.

Vista la crisi economica i vescovi croati negli ultimi 4 anni hanno volontariamente praticato uno “sconto” di 160 milioni di kune allo Stato. Quest’anno il ministro delle Finanze Slavko Lini„ ha preannunciato che i vescovi dovranno rinunciare ad altri 50 milioni di kune. Il valore dei beni venduti di Daila potrebbe quindi diventare oggetto di compensazione debiti-crediti. Sulla rinuncia ai 50 milioni previsti da Lini„ la Conferenza episcopale croata non si è ancora pronunciata e, anzi, ha espresso sdegno nel vedere la norma già bella e pronta senza che prima ci fossero stati dei contatti con il governo. E su tutto pesa ancora il verdetto del Tribunale amministrativo istriano cui si è appellato il segretario di Stato vaticano Bertone e relativo alla proprietà del bene da trasferire ai benedettini di Praglia.


 

 

 

LA VICENDA AMMINISTRATIVA

Scontro sui beni venduti

Dietrofront del ministero

POLA Nelle pieghe dell’affaire Daila c’è da registrare anche una novità che potrebbe inserirsi nel cammino verso la soluzione della questione con il Vaticano. Il ministero croato della Giustizia ha ammesso l’errore compiuto nell’agosto 2011 dall’allora ministro del governo di centrodestra Drazen Bosnjakovi„ che de facto per la seconda volta aveva nazionalizzato l’immobile. La notizia è stata diffusa dalla stampa da Zvonko Anderluh direttore e co-poprietario della società “Makro 5” di Buie che nel 2006 aveva acquistato un pezzo della tenuta noto come “Il bosco dei frati” sul quale sviluppare un grosso progetto di turismo commerciale del valore pari a 15 milioni di euro. Era successo che sia la “Makro 5” che gli altri acquirenti dei 180 ettari di tenuta (dei 500 complessivi) venduti dalla Diocesi istriana non avevano potuto intavolarsi sulla proprietà proprio perché l’immobile era diventato oggetto di contesa giudiziaria. Da dire che avevano pagato regolarmente il prezzo pattuito e che sui terreni non c’era alcun gravame. Proprio in virtù di questi argomenti, il ministero ha riconosciuto gli acquirenti come proprietari legittimi dei terreni acquistati, che pertanto ora potranno disporne nel rispetto del piano territoriale.

Era comunque da attendersi il dietrofront di Zagabria visto che la mossa dell’ex ministro Bosnjakovi„ era stata giudicata come puro dilettantismo giudiziario, in netta violazione dei più elementari principi giuridici. La sua decisione aveva scatenato anche stupore dalla Santa sede visto che pochi giorni prima l’allora premier Jadranka Kosor aveva espresso il desiderio che il contenzioso venisse appianato sulla base del dialogo e della collaborazione. Ma “Il bosco dei frati” e gli altri immobili venduti dalla Chiesa sono contesi dai monaci italiani che nella loro richiesta sono fortemente appoggiati dal Vaticano e dal primate della Chiesa cattolica croata cardinale Josip Bozani„. Però si accontenterebbero anche di un indennizzo in denaro dell’ordine di 6 -7 milioni di euro (per i terreni venduti) che dovrebbero venir sborsati dalla Diocesi istriana. Intanto il Tribunale comunale di Buie non si è ancora pronunciato sulla richiesta d’iscrizione della proprietà sui libri tavolari in base all’accordo firmato nel luglio 2011 tra i monaci italiani e la Diocesi istriana, documento definito da un’apposita commissione cardinalizia. La vicenda dunque appare ingarbugliata e complessa ma ora tocca a Zagabria risolverla.(p.r.)

 

 

 

694 – Il Piccolo 30/10/12 Il Vaticano spinge la Croazia nell’Ue

Il Vaticano spinge la Croazia nell’Ue

 

Il premier Milanovi„ incontra il Papa e il cardinale Bertone. Il monastero di Daila tornerà ai frati benedettini di Praglia

 

Confronto a quattr’occhi Tra i temi affrontati la condizione dei cattolici in Bosnia

 

di Mauro Manzin

 

TRIESTE Hanno conversato a quattr’occhi per 20 minuti, parlando della conflitto in Siria, della crisi economica in Croazia e della situazione dei cattolici in Bosnia-Erzegovina. Il premier croato Zoran Milanovi„ e il Pontefice hanno interloquito in inglese e francese e al termine dell’incontro il primo ministro si è detto sorpreso da come il Santo Padre sia «concentrato» sui principali problemi del mondo. E Benedetto XVI ha confermato «l’appoggio della Santa Sede alle legittime aspirazioni della Croazia alla piena integrazione europea». Lo ha fatto in una nota diramata dalla Sala Stampa della Santa Sede al termine del colloquio con il premier croato Zoran Milanovic, che in Vaticano ha incontrato anche il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che era accompagnato dall’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati. «I cordiali colloqui – si legge nel testo – hanno permesso un fruttuoso scambio di opinioni sulle sfide che il Paese deve affrontare nell’attuale crisi economica, come pure sui temi di comune interesse nel quadro dei rapporti bilaterali. E ci si è soffermati sulla congiuntura regionale, con uno speciale riferimento alla situazione dei croati nella Bosnia-Erzegovina». Il comunicato rende noto altresì che il premier ha parlato con il Papa e col cardinal Bertone anche sul caso di Daila, la proprietà lasciata in eredità alla abbazia benedettina di Praglia, nazionalizzata e poi restituita alla diocesi di Pola dal governo e che la Santa Sede ha chiesto di far tornare ai monaci italiani che ne sono i legittimi proprietari. La vicenda ha registrato il rifiuto del vescovo locale (poi dimissionato) ad obbedire al Papa e un pesante intervento dello Stato croato, che ha rinazionalizzato terreni e edifici contesi. In merito, si legge nella nota, «le due parti hanno concordato di risolvere la questione il più presto possibile, nello spirito della tradizionale amicizia fra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia» che proprio ieri hanno festeggiato i 20 anni di relazioni diplomatiche nel 1992. Con il riconoscimento concesso a Zagabria in anticipo rispetto alla comunità internazionale, Giovanni Paolo II tentò di fermare la guerra nei Balcani. Sulla vicenda Daila, Milanovi„, al termine dei colloqui con il Papa e Bertone, ha affermato che si impegnerà affinche il problema venga risolto quanto prima e del caso si interesserà in prima persona il ministro della Giustizia Orsat Miljeni„. «Uno stato di diritto – ha dichiarato – non si riprende la proprietà di un bene che precedentemente ha restituito al legittimo proprietario. Daila è solo una questione di restituzione di proprietà all’interno della Croazia. Nessuno – ha aggiunto – porterà questa proprietà via dalla Croazia e nessuno per la stessa proprietà pagherà le tasse in un altro Stato. Nel caso Daila la Santa Sede è dalla parte della ragione. Non siamo di fronte a una questione territoriale, ma a un problema di proprietà di beni immobili sul territorio croato. La Santa Sede è nel giusto anche se non posso prevedere che cosa decideranno i giudici ma, non è detto, che la vicenda possa essere definita anche senza un verdetto». Secondo il premier in Croazia è stata sollevata troppa polvere attorno al caso Daila. «Credo – ha ancora dichiarato Milanovi„ – che la colpa per le tensioni sorte tra Zagabria e Santa Sede vada ascritta ad alcuni vescovi croati. Daila è qualcosa di più che una disputa peril denaro, è il simbolo dello stato di diritto. Io capisco le intenzioni del governo precedente (Hdz, centrodestra ndr.) ma bisognava essere più moderati e restare sulla palla. Non è ammissibile rompere i rapporti con il Vaticano per un pugno di milioni di kune. Ho l’impressione che Daila tornerà di proprietà dei frati benedettini di Praglia». Non è stato toccato l’argomento relativo al Trattato Chiesa-Stato che, sono sempre parole del premier, «perché non abbiamo alcuna intenzione di sottoporlo a revisione» e rimane quindi pienamente in vigore con Zagabria che si impegna a rispettarlo versando i contributi in denaro previsti. Insomma Milanovi„ esce dal Vaticano franscescanamente più povero.

 

 

 

 

 

695 – Il Piccolo 03/11/2012  Venezia Giulia: Gli sloveni: «Non ancora arrivati i contributi per il 2012»

ASSEMBLEA AD AURISINA

Gli sloveni: «Non ancora arrivati i contributi per il 2012»

Cresce la preoccupazione per i dipendenti delle organizzazioni della minoranza per i ritardi e i prossimi tagli

L’incertezza cronica in cui vivono i dipendenti delle istituzioni e delle organizzazioni slovene, impegnati in vari ambiti – nella cultura, nella ricerca, nei media, nello sport e in campo educativo e previdenziale – ha raggiunto quest’anno il suo apice. «Allo scadere del mese di ottobre siamo ancora in attesa che ci venga assegnata la prima tranche dei contributi previsti per l’anno corrente. Questo ritardo provoca seri problemi a molte istituzioni e, di conseguenza, ai loro dipendenti. Ulteriori tagli si prevedono, inoltre, per l’anno prossimo, tagli che metteranno in pericolo l’esistenza stessa delle organizzazioni e degli enti degli sloveni in Italia.

Le attuali modalità di finanziamento – che non consentono alle istituzioni di conoscere l’importo delle sovvenzioni di cui potranno avvalersi di anno in anno – generano una situazione che non può dirsi che paradossale», sta scritto in un comunicato delle associazione slovene. «Questa lotta per la sopravvivenza, che ormai si rinnova ogni anno, paralizza e mortifica l’attività che le organizzazioni slovene in Italia svolgono anche a beneficio della reciproca conoscenza e convivenza di tutti gli abitanti del Friuli Venezia Giulia, promuovendo in tal modo anche una maggiore unificazione del territorio transfrontaliero. Priva delle sue istituzioni, la minoranza slovena in Italia non può dirsi una comunità organizzata e proiettata verso il futuro». «In questo periodo di generale crisi economica per cui ognuno di noi sta già pagando il suo prezzo, sembra che i sacrifici siano inevitabili. Tuttavia i contributi – peraltro esigui – alla minoranza non possono essere equiparati ai tagli delle spese superflue. Tanto più considerando che durante tutti i vertici che si svolgono in Italia e in Slovenia la comunità slovena in Italia viene definita quale valore aggiunto e importante risorsa per le terre di confine. Non da ultimo riteniamo che per l’Italia si tratti di somme davvero irrilevanti. Esprimiamo la nostra solidarietà anche alla Comunità italiana in Slovenia e in Croazia a cui lo Stato Italiano ha ridotto le sovvenzioni».

I dipendenti delle istituzioni slovene, riuniti in assemblea ad Aurisina, fanno appello ai governi italiano e sloveno, al Comitato di coordinamento dei ministri italo-sloveno e ai politici locali affinché vengano garantite la regolare attività e l’esistenza stessa delle nostre istituzioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

696 – Il Piccolo 29/10/12  Cormons ricorda i soldati dimenticati della Grande guerra

Cormons ricorda i soldati dimenticati della Grande guerra

Una mostra per denunciare che non esiste un cippo in memoria dei 250 morti con la divisa austroungarica

di Franco Femia

CORMONS. Pietro Maghet fu il primo cormonese a morire nella prima guerra mondiale. Cadde nel primo assedio della fortezza di Przemysl il 6 ottobre 1914 ma nessun monumento o lapide lo ricorda. Vestiva infatti l’uniforme dell’esercito austroungarico ed è quindi considerato un nemico. E come lui altri 250 cormonesi che tra il 1914 e 1915 sono stati chiamati alle armi dall’Austria e non hanno fatto più ritorno.

Questi soldati dimenticati cominciano ad essere ricordati nei propri paesi d’origine. A Cormons il prossimo 2 novembre, a fianco delle manifestazioni ufficiali del Comune che deporrà corone nei cimiteri del capoluogo e delle frazioni, La Società Cormonese Austria allestirà una mostra fotografica sui monumenti ai “Caduti della Grande guerra nei paesi del Friuli italiano e austriaco”. L’obiettivo è principalmente quello di ricordare i soldati dimenticati, cioè coloro che, residenti nell’allora Contea di Gorizia, arruolati nell’esercito austro-ungarico combatterono sui fronti austriaci e in particolare su quello russo. Molti morirono, vennero sepolti nei cimiteri di guerra – nella sola Galizia furono 2.818 – e dimenticati da tutti eccetto dai loro familiari, che in tanti casi non hanno neppure saputo dove vennero sepolti. Da una indagine che la Società Cormonese Austria da alcuni anni sta effettuando negli archivi di Vienna sarebbe tra i 30 e i 35mila gli italiani residenti nel Trentino Alto Adige, nelle province di Gorizia e Trieste e nell’Istria, che morirono con la divisa austro-ungarica. Per loro, salvo qualche rara eccezione nei comuni di Romans, Gradisca, Staranzano e Aiello, è sceso l’oblio complice anche il ventennio fascista che considerava traditori chi aveva combattuto contro l’Italia. “La mia gente aveva fatto battaglia inutili sui Carpazi, su tutti i fronti di guerra dell’Austria – aveva scritto il poeta e scrittore Celso Macor -. Di tanto sangue sprecato non aveva neppure il diritto di parlare. Anche una croce si è negata a chi ha perduto. I miei vecchi erano soldati di una delle quattordici etnie del Kaiser. Dunque, silenzio”.

 

 

 

 

 

 

 

 

697 – Osservatorio Balcani 29/10/12 Da Venezia a Venezia, via Balcani

Da Venezia a Venezia, via Balcani

Alice Paccagnella

29 ottobre 2012

E’ da almeno un millennio che l’Est inizia e si chiude a Venezia. Una sua scoperta, con un lungo ed intenso viaggio attraverso il continente, per poi scoprire lo Jug, il vento caldo che spazza la costa adriatica. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

EN 441 Venecija – Budimpešta, un Requiem

Il pulviscolo illuminato dal sole ondeggia dolcemente nell’aria immobile del vagone. Il regionale veloce Padova-Venezia s’affretta in laguna, sferragliante e poco più che vuoto, offrendo dal finestrino unto lo spettacolo d’una lunga teoria di sandoli e mascarete, che sfila lenta davanti all’isola di San Michele. Ecco il luogo in cui comincia l’Oriente, per me che vengo da una pianura implacabile, incastrata tra Adriatico, Alpi e Appennini.

È da un millennio almeno che l’Est inizia a Venezia, nella luce dorata riflessa dai mosaici di San Marco, nella sua pianta greca eredità di Bisanzio. Muove dal Fontego dei Turchi affacciato al Canal Grande e dai Mori di Cannaregio, dall’isola di San Lazzaro degli Armeni e dal loro collegio a Ca’ Zenobio, in Dorsoduro. E cominciava alla stazione di Santa Lucia, con l’EN 441 che, d’estate, si destava solo quando le nuvole del crepuscolo, poco prima divampanti d’un giallo di marte, soffocavano incombuste in un velame grigio, dietro le ciminiere spente di Porto Marghera.

Il fu Euro-Night 441, meglio conosciuto come EN “Venezia”, treno magiaro con motrice italiana, ogni notte copriva la tratta Venezia Santa Lucia – Budapest Keleti. Il colpo d’occhio era formidabile: il logo giallo della Máv-start su un campo blu che arrugginiva quieto, le scritte in cirillico delle carrozze dirette a Belgrado, che venivano separate dal resto del convoglio alla luce intermittente dei neon della stazione di Zagabria. A Budapest l’EN cambiava nuovamente d’abito, diventando il treno B16, per attraversare il dibattuto corridoio n. 5 che da Lisbona porta a Kiev, proseguendo, lento e instancabile, fino al suolo russo di Moskva Kievsky. E, se grazie all’autostrada del Brennero Carpi è la periferia di Berlino, sorprendente era scoprire che la Mestre di case dormitori, spogliata e inquieta, altro non era che l’estremo, emarginato e sciagurato suburbio moscovita. Estremo fortilizio dell’Impero e remota propaggine del Patto di Varsavia, Mestre riposava ignara, incuneata nell’Occidente di Marshall. Venezia – Mosca prendeva poco più di sessanta ore e mezza di viaggio, con un solo cambio di treno. Attraversava sei nazioni e cinque capitali. Lubiana, Zagabria, Budapest, Kiev, Mosca.

L’EN, dal 10 dicembre 2011, non esiste più. La stazione di valico di Villa Opicina è deserta, nessun treno collega più direttamente l’Italia con l’Est europeo. Ci rammarica, ci rattrista molto la scomparsa del treno Máv, rockstar tranviaria deceduta anzitempo in un assurdo paradosso tra moderno e preistoria, che spesso si confondono. Piangiamo quel treno che ricordava alla nostra piccola Italia periferica e soleggiata che l’Oriente è vicino, che l’abbiamo in giardino e non ce ne accorgiamo.

Zagabria, l’altera

Dunque, il nostro viaggio a bordo dell’Euro-Night – treno di indubbio fascino e di equivalente scomodità, di controllori dai berretti vistosi e di doganieri con gagliardetti multiformi sulla manica del giubbotto, dal mai del tutto frigido né innocente mescolarsi d’idiomi e tratti somatici e colori degli occhi – il nostro viaggio, si conclude alla Zagrebački Glavni kolodvor. Stazione che, fino al ’77, ascoltava rallentare, stridendo, l’Orient Express diretto ad Istanbul, Bisanzio. La notte è umida e tiepida come un grembo materno, svaporano quiete le traversine di ferro, strette in banchine di cemento.

Una vecchia locomotiva dorme il suo perenne sonno di ruggine, mentre le si affollano intorno controllori, macchinisti, viaggiatori e donne e uomini senza fissa dimora. Il bar della stazione è aperto e, nonostante sia piena notte, serve agli occasionali avventori un pessimo caffè e delle paste, eroici resti del giorno andato. Una vera benedizione per chi arriva in città, fresco orfano d’una lingua, d’una valuta familiare e di quel confortante senso dell’orientamento che concedono i luoghi conosciuti. Prendi un caffè, per annacquato che sia, guardati intorno, rifletti e fai il punto.

La stazione ferroviaria di Zagabria è molto meglio di tante corrispettive italiane. Il colonnato della facciata, che regge il timpano neoclassico, s’apre sullo splendido spazio di Trg kralja Tomislava, la piazza di re Tomislao I, colui che respinse i magiari fino alla Drava e che ora, sul suo cavallo metallico, sembra scrutare, pensoso, la frontiera a sud. La piazza è armoniosa, ariosa e serena nel blu intenso dei primi bagliori di un mattino limpido. I tagetes gialli e arancio – i fiori della festa – cingono la prospettiva nouveau del padiglione espositivo, mentre i primi tram cominciano il loro infaticabile girotondo e la vita della città s’apre come i petali delle rose dell’orto botanico.

La Sava taglia in due Zagabria. Il suo quieto flusso separa i palazzoni socialisti di Novi Zagreb – il cui ritmo visivo cadenzato sovrasta la sponda sud del fiume – dal nord austroungarico, che articola il suo impianto urbano su due piani, città alta e città bassa, e due fulcri, Kaptol e Gradec. In Hősök tere, nella non-poi-così-distante Budapest, si può ancora ammirare il fiero portamento di Ladislao I il Santo, re d’Ungheria che fondò la diocesi di Kaptol nel 1094, su quella stessa terra che avrebbe visto pascolare cavallini mongoli dopo la distruzione della grande cattedrale ed erigere fortificazioni davanti ai turchi sconfitti a Sisak.

Una storia di colline e di chiese: da una parte Santo Stefano, oggi Cattedrale dell’Assunzione della Vergine Maria, dall’altra – nella Gradec indipendente e avversa al vescovato di Kaptol – la romanico-gotica San Marco. La chiesa parocchiale di San Marco, con le sue mattonelle policrome, presidia quel nucleo della Gornji Grad che fu feudo d’un altro sovrano ungherese, Béla IV. Ungheria e Alessandria d’Egitto, tartari e ottomani, austriaci. Santità e nazionalismo si fondono nei secoli, sacri i sovrani, feroci i conflitti, doverosa l’identità che unisce e che separa. Nella cattedrale di Kaptol i fedeli strisciano le ginocchia come vattienti calabri, scavando la pietra che circonda l’arca del cardinale Stepinac, che fu detto beato e criminale, persecutore e perseguitato. Che incarna illusione e orrore, torto e ragione, il vortice balcanico. Trg Jelačića segna un altro confine, quello tra la rigida struttura a castrum della città bassa e l’intrico di strade e stradine sinuose della città alta. La grande scritta Konzum sovrasta la statua equestre di Josip Jelačić, Bano di Croazia. Il mercato di Dolac è già gremito di persone, ortaggi e vespe. Gli ombrelloni rossi schermano dal sole i cetrioli, i meloni, le prugne e le carote, i pomodori, i lamponi e i mirtilli che le vecchie signore, con il fazzoletto legato in testa, hanno raccolto e portato sino a qui dalle loro case e dalle piccole aziende, nelle campagne circostanti. E rape, insalata, miele, fagioli. Uomini e donne dai volti bruniti, scavati dal vento e dalla storia. Il sole stempera l’aria del mattino, scalda le strade e i banchi del Dolac, incanta e stordisce con odori forti e profumi.

Decidiamo di abbandonare il centro, i numerosissimi caffè e le bancarelle, per far visita al cimitero monumentale di Mirogoj, dislocato a nord della città. L’autobus sfila tra case basse e strade inerpicanti che ricordano l’aristocratica Buda. Mirogoj si presenta con una sequela ininterrotta, in parvenza infinita, di cupole verderame su di una spessa cinta muraria, quasi interamente avviluppata dall’edera rampicante. Un’isola dei morti boeckliniana. Sotto l’armonico semicerchio del porticato un sacerdote si sistema tunica e stola per officiare un estremo saluto. All’interno, il cimitero è un vero labirinto: migliaia di sepolcri disseminati lungo vialetti indistinguibili, immersi in un verde rigoglioso, separati dal mondo dalle poderose mura che sembra vogliano preservare ed occultare al regno delle forme e della quantità la visione della Gerusalemme Celeste. Il monumento più grande di tutti, ornato di lumini, candele e petali di fiori, è il sepolcro di Franjo Tuđman. Anch’egli riposa sotto i motivi pluriconfessionali delle cupole, testimoniando, ancora una volta, quanto sia fragile ogni repulsa umana, vana ogni velleità separatista.

L’affittacamere presso il quale alloggiamo è di proprietà della famiglia Morovic. La signora Morovic parla un italiano semplice ma efficiente e ci tiene compagnia mentre vengono portate a termine le pulizie del nostro alloggio. Ha imparato a parlare la nostra lingua, dice, durante pochi mesi di permanenza presso le sorelle bianche a Tripoli. Ed ecco il cuore che già rincorre, anelante e sfiancato dall’attesa, mete più lontane, suggestioni nuove, orizzonti sconosciuti, desideri abbastanza intensi da ferire. È lo spirito, che cammina più veloce del corpo.

397

Da Zagabria partono, ogni giorno, due treni diretti a Sarajevo. Il treno 397 lascia Glavni kolodvor alle 8.53 del mattino, quando già la stazione è animata da controllori in divisa, pendolari e qualche backpacker. Il tempo di un caffè espresso, questa volta buono, sotto i tendoni Karlovačko di un bar della piazza, ed ecco il convoglio che già aspetta, fermo al binario. Un bolide diesel che copre i circa 300 chilometri che separano Zagabria da Sarajevo – in linea d’aria – in nove ore e mezza. Una guerra civile su rotaie: un vagone per la Republika Hrvatska, uno per la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH) ed uno per la Republika Sprska. Ed ognuno con il suo alfabeto, i suoi colori, i suoi sedili, i suoi rancori itineranti. Un collage che rende la scelta del vagone imbarazzante, per noi che saliamo a Zagabria, scendiamo a Banja Luka e veniamo dalla costa a dirimpetto.

La capitale croata ci cola intorno per poi sciogliersi, lentamente, in una campagna dolce. Attraversiamo Velika Gorica, Lekenik, Sisak, Sunja, Dobrljin… le stazioni irrompono nello scorrere assorto dei campi e dei boschi: cataste di legname umido lungo i binari, vecchi che attendono di guardar passare il treno, altri che giocano a carte sotto porticati di lamiera, donne in bicicletta. E poi di nuovo campi. Fino a Bosanski Novi, la frontiera tra Repubblica Croata e Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina. Attendiamo a lungo che il treno riparta, mentre la motrice viene sostituita, sotto un sole battente di frontiera che frontiera non era. Controlli di documenti e domande di rito. Da dichiarare, niente. Ništa. H.

La linea ferroviaria è costellata di funzionari con malinconiche divise sovrammisura e banderuole rosse, seduti o in piedi, a vigilare su passaggi a livello invisibili. A Prijedor un grigio crocicchio attende che il capostazione apra il cancelletto della banchina per attraversare i binari su incerte passerelle di legno, e salire sul treno. Una donna con mezzi tacchi passeggia avanti e indietro con l’aria d’aspettare qualcuno che non arriverà. Le sbarre basse del cancello si serrano di nuovo mentre il treno riparte gracidando, metallico e affaticato. La bigliettaia della stazione dei pullman di Banja Luka ci guarda perplessa e ci porge qualche marco convertibile di resto, assieme ai biglietti dell’autobus. La nostra breve conversazione, in bilico tra un inutile inglese e lingua dei gesti, non è stata molto fruttuosa, l’ora di partenza stampata sui biglietti non è quella richiesta. Ci rassegnamo a lasciare la città prematuramente, senza il tempo che per un’occhiata alla stazione. Quella dei treni è nuova, pulita e fredda. Come morta. Sembra un grande ufficio vuoto, adorno solamente dei geometrici caratteri cirillici dell’alfabeto serbo. Nulla, al suo interno, che faccia presagire che fuori il cemento, surriscaldato dal sole, sta esalando alterni vapori di catrame e di polvere, stretto tra casette basse che sono negozi e piccoli locali per girovaghi.

Come spesso succede in queste città meta-triestine, la stazione dei pullman è più viva di quella dei treni. Uomini fumano ai tavoli di un bar, protetti da una veranda di plastica, leggono giornali. Una signora indaffarata vende sigarette e gomme da masticare all’entrata. Questo non è certo il Kastel, circondato da acque verdi e salici piangenti, non è nemmeno il boulevard della Crkva Hrista Spasitelja. Ma è pur sempre Banja Luka.

Le sedie dell’AVNOJ

La strada che collega Banja Luka a Jajce incanta, anche da dietro i vetri opachi e impiastricciati del pullman. Ad ogni curva rupi erbose si gettano in gole la cui profondità si confonde in un gioco d’ombre color antracite. La strada ondeggia, sinuosa, intrecciandosi al corso del Vrbas che affianca, supera e perde, per poi ritrovarne le tracce scavate nella roccia. Il cielo scompare e riappare in sincrono con lo sfolgorio montano del pomeriggio. Uno sciabordio sordo e lontano annuncia la meta, armoniosa e sonora scultura fluviale, tranquilla e vorticosa, che qui sapiente geometria d’acque sovrappone a cascata. Il Vrbas giunge rombante dalle Alpi Dinariche, ad ovest di Sarajevo, scendendo la vetta del Vranica, verdescura ed azzurra, sino alla frontiera che la Sava disegna a nord. Ma è qui, in quest’angolo di Bosnia un passo fuori dall’entità serba, che il Vrbas s’incontra con il Pliva, giovane, che muore dando il nome a due laghi.

La stazione degli autobus di Jajce si presenta come uno spiazzo polveroso e immobile sotto un manto di nuvole fitte, che lasciano filtrare una luce sonnolenta, dolce di vapori sospesi. Dalle sommità dei minareti gli altoparlanti diffondono l’èzan, e cinque volte al giorno la preghiera sovrasta il mormorio cristallino dei fiumi. Le strade, vuotate dal ramadan, si popolano soltanto all’imbrunire.

Dalla seconda riunione del Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare della Jugoslavia, l’AVNOJ, pare quasi che l’edificio che l’ospitò non sia stato più toccato dal tempo. Pochissimi visitatori sfilano tra le sedie, fissate nella posizione che devono aver avuto in quel giorno di novembre del 1943 in cui Tito volle una Jugoslavia, e la volle federale. Eppure il tempo è passato, lo spazio è cambiato e le cicatrici delle granate, a pochi passi dall’entrata, suggellano la morte della nazione che qui venne dichiarata. La storia scorre alla velocità del Vrbas e si schianta contro lo scoglio doloroso di un passato che è al tempo stesso rimpianto e rimorso, nostalgia e rimozione. Le sedie dell’AVNOJ, ostinate e penose, mantengono quell’ordine precario che la Jugoslavia ha definitivamente perduto.

Jajce era un simbolo, partigiano e titino, di quella multietnicità supposta alla quale nessuno più badava tanto. Con l’inizio dell’ultima guerra la componente serba della popolazione fuggì e la città venne bombardata dalla BCP, l’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina. Fu, così, la volta della ritirata dei cittadini croati e bosniaci, in rotta verso la vicina Travnik. Dopo Dayton, con l’artificiosa creazione dell’entità federale croato-musulmana di Bosnia-Erzegovina, i serbi rientrati in città ne uscirono nuovamente, per riparare oltre la linea inter-entità, nella Republika Sprska.

In cima al poggio che passa da San Luca, i cui resti abbandonati e gloriosi sembrano essere stati incorporati dal giardino di una modesta abitazione, e sui cui lastricati distopici si svolgono i giochi dei bambini, il castello di Jajce si erge in rovina. Perennemente circondato da un cerchio di vapore e da una corona di alte cime, riposa, morente, in un incessante autunno di tenerissimo verde e di grigio fumo. La massiccia Torre dell’Orso racconta di fortificazioni e invasioni, dell’alternarsi di cristiani e di turchi che segnò questa terra. Racconta dell’ultimo re, Stjepan il decollato, i cui poveri resti mutilati giacciono nel monastero francescano. Racconta una città che fu residenza di re cristiani e l’ultima roccaforte a cadere in mano ottomana, nel 1527. Scoscesi cimiteri di lapidi fregiano i versanti alpestri e sembrano i piccoli denti eburnei della terra, collane d’osso in un brumoso diadema. Vagabondiamo tra le strade strette e acciottolate, tra i tetti spioventi d’ardesia, i primi piani aggettanti e le finestre a bovindo – così comuni a Sarajevo – ricostruite con pazienza. Lo scalpiccio di un randagio interrompe di tanto in tanto il silenzio.

Non una voce, non un rumore turba la fissità attonita della periferia, perforata e martoriata, nella quale non si distingue cosa sia costruzione e cosa ricostruzione. Alcuni operai, fronti imperlate e mani ai fianchi, scrutano la strada, perplessi, dal sagrato di una chiesa priva di facciata, sulla quale il cerchio perfetto del rosone sembra l’oblò smeraldino d’un sommergibile. Aggrottano le sopracciglia e fendono, gesticolando, l’aria gialla della sera. Il campanile, affilato come un minareto, segna le sei e venti, ma il cielo ancora inquieto di recenti temporali si raggomitola stanco e non dà luce. Anticipando l’imbrunire, lo spicchio di cipolla d’una luna turca sposa le perpendicolari geometrie dei ripetitori. A pochi minuti di taxi dall’autostazione di Jajce si trovano i due laghi del Pliva. Se un tempo ci fossero stati degli autobus che percorrevano questa breve tratta, o se fosse solo un’invenzione firmata Lonley Planet, non ci è dato di sapere. Ma il taxi bosniaco si rivela, ancora una volta, un comodo ed economico sistema di spostamento, salvo non stare troppo a sindacare sullo stile di guida locale. Una schiera di piccoli mulini di legno sovrasta la barriera di travertino che forma un breve dislivello tra i due bacini: qui l’acqua si diparte in molteplici bassi rivoli che un tempo urtavano, azionandoli, gli ingranaggi di legno. Tutto è brillante, accecante, pieno. Nello scintillio azzurroverde del Veliko Plivsko un tronco, immobile, sfiora la superficie dell’acqua. Lunghe alghe filiformi ondeggiano tra le rocce calcaree e la dolomite del fondale.

Tutt’intorno le abetaie, silenziose e raccolte, ascoltano l’esangue fremito delle ali di velluto blu delle libellule e lo sciabordio pigro dei temoli di Zeljko-il-guardiapesca. La campagna bosniaca è taciturna eppure ricca di rumori, solitaria sebbene animata da innumerevoli presenze effimere, compagni di strada, uomini e donne che s’incontrano e si perdono nel tempo d’un alzata di sopracciglia. È umida e accogliente come ventre di madre, ma selvatica, indomita. Protegge e conforta col sole sorgente, che lento s’offusca di nubi feconde e inaspettate. Il cielo raggiunge la saturazione, da celeste diviene opalino, si carica di nubi rantolanti che si contraggono e abbaiano, scuriscono, fanno tremare la terra. Le prime gocce cadono pesanti e solenni sul cofano di una Zastava 101 verde pisello – l’auto più venduta della Jugoslavia – parcheggiata nel saliceto. Addio, Stojadin. Ripartiamo.

Memorie passi d’altri ch’io calpesto

Attendiamo il pullman sotto un’acquerugiola triste. Le pozze, nel piazzale d’asfalto dell’autostazione di Jajce, riflettono la versione sbiadita degli automezzi anni ’80 e di chi li attende. La strada che divide Jajce da Sarajevo, prossima meta, passa per la Travnik di Ivo Andric. Ne rubiamo qualche immagine annebbiata e fugace da dietro il finestrino: la fortezza, massiccia, che sovrasta minareti e spioventi d’ardesia. Bianchi cippi raccolti in circoli e in file nel verde tenero dei pendii. Una stanica, piccola e decentrata, che superiamo quasi senza accorgercene. Attraversiamo Zenica e guardiamo occhieggiare all’orizzonte le enormi piramidi erbose di Visoko. Quando arriviamo a Sarajevo il pomeriggio sboccia tra le nubi. Ci avviciniamo lentamente all’autostazione, fluisce alterno il traffico lungo Alipašina. Sfiliamo di fianco a Koševo, alla torre olimpica del 1984, al grande cimitero e a Ciglane, che si raccoglie intorno ad un enorme assembramento di edifici raggiungibili con una breve teleferica, o inerpicandosi su scale di cemento armato i cui muri scrostati portano il ricordo di murales, ormai sbiaditi dal tempo. Mentre scendiamo dal bus il sole comincia a spremere le prime ombre, a proiettarle sulla grande piazza delle poste, davanti alla stazione dei treni, sopra ai tram in movimento. Si illumina il pulviscolo azzurro e vortica sul piazzale, dominano la scena i trentasei piani della Avaz twist tower, il grattacielo sede del Dnevni Avaz di Fahrudin Radončić, quotidiano d’orientamento bosgnacco tra i più letti della Federazione, di proprietà del controverso fondatore del partito SBB (“Alleanza per il Futuro Migliore”). Lo stile Calatrava dei vetri inarcati si sposa piuttosto bene con la gravità di vetroaccaio e cemento della Nuova Marijin Dvor.

Il centro del mondo

A Marijin Dvor si spegne l’anima austriaca della città, che da qui fa posto alla Nuova Sarajevo titina. Fino agli anni Cinquanta, agli albori della cosiddetta Seconda Jugoslavia, Marijin Dvor segnava il confine occidentale della città. Ne è testimone Maghibria, la moschea dell’ovest, e il suo minareto che si erge scarno e malinconico tra i palazzi sopra lo skate park. Lungo Zmaja od Bosne, la fu Snajperska aleja, più o meno all’altezza dell’Holiday Inn giallo e bruno, un gruppo di bambini rincorre l’ultima carrozza di un tram. Uno di loro viene aiutato dagli altri a sedersi, in corsa, sul predellino posteriore. I bambini si fermano, prendono fiato, guardano il loro amico e ridono, uno di loro urla una frase che si perde tra gli scossoni del tram sferragliante. Sullo sfondo il Palazzo del Parlamento, nella sua mise sfavillante e post-moderna, che sostituisce la vecchia estetica brutalista e sovietica. Estetica sovietica che, del resto, risulta, nella sua necessità di omologazione, meno omologante del dilagante, smisurato e inopportuno vetro e acciaio high-tech, che confonde Hong Kong con Londra e Roma con Dubai. Le vetrate dei piani superiori dell’Alta Shopping Center offrono una visione ravvicinata del campanile con l’orologio della chiesa cattolica di sv. Josip. La sua facciata neoromanica in pietra bianca dell’Erzegovina, ha sopportato due guerre, il suo tetto, invece, è stato spazzato via negli anni ‘90 ed è oggi ricostruito, come il Poslovni Centar UNITIC, fatto a pezzi da una pioggia di granate. I vetri azzurrati di Momo e Uzeir sono una novità piuttosto estranea all’estetica Yugoslava degli anni ‘80. Gli scheletri dei due palazzi hanno arso a lungo, liberando alte colonne di fumo nero. Momo e Uzeir sono i nomi che i sarajlije hanno dato alle due giovani torri, costruite – uguali – nel 1986 e colpite poco dopo da bombe incendiarie. Gemelle, ma l’una ha un nome musulmano, l’altra serbo. In mezzo a loro, immobili, i cattolici mattoni di san Giuseppe.

Non esiste un posto, a Sarajevo, nel quale le cicatrici non facciano dolorosa mostra di sé stesse. Accanto all’intonaco nuovo le vecchie facciate degli edifici esibiscono i loro visi, butterati da un vaiolo di piombo, lacerati dalle granate o sforacchiati dai proiettili degli Zastava M76. È comprensibile che una città assediata per così lungo tempo presenti in volto bubboni e tumefazioni. Quel che stupisce, di Sarajevo, è l’interiorizzazione della morbo: nelle corti interne, nei ballatoi coperti, nelle trombe delle scale, all’interno degli appartamenti, dal piano terra all’ultimo, sotto i lucernari, sulle grondaie, dietro gli alberi, su strade e pavimenti. L’occhio non si abitua, si sofferma sulle escrescenze nerastre ai bordi delle spaccature, sulle scaglie di intonaco assente, sulla vernice rossa delle rose di Sarajevo. Attraversiamo la Miljaka e ci addentriamo per le eleganti stradicciole residenziali sul crinale del monte Trebević, oltre Skenderija, per giungere all’erto cimitero serfadita. Ornato di bianche lastre monolitiche, l’ingresso è presidiato da un grande cancello di ferro battuto sovrastato dalla stella e dalla menorah. In questo luogo, rotto e minato, passava la linea del fronte durante l’ultimo conflitto. Tra gli Stećci e gli inumati antichi, oramai dimenticati, oliavano le loro armi i soldati serbi. Meta di passeggiate dei sarajlije il cimitero offriva sulla città austriaca una visuale perfetta. Perfetta anche per mirare. Dall’alto si vede tutto.

Un lungo pendio d’erba e rose discende dalla fortezza che sovrasta il cimitero dei Martiri, nel quartiere di Kovaći. In esso gode il suo riposo eterno – tra i tanti altri – Alija Izetbegović, ambiguo presidente bosniaco durante l’ultima guerra. Dalla fortezza si vede tutta la città. Se ne scorgono gli strati sovrapposti. Il groviglio dedalico della čaršija ottomana, imprevedibile arabesco sul letto della valle, avamposto turco a Occidente fregiato di minareti e caravanserragli. Più in là i palazzi austroungarici, gialli e verderame, ordinati e rettilinei, mitteleuropei, imperiali. In fondo, all’orizzonte, l’estetica realista del socialismo a là jugoslava, austera e seducente, dalle grezze pareti verticali. Dall’alto vedevano tutto, dal basso sapevano d’essere visti. Un gioco di sguardi al massacro tra identici e contrari. Sarajevo, cuore di una Bosnia che è cuore d’Europa, che per Karahasan è il centro del mondo, replica e conferma di Gerusalemme, somiglia ad una nave a compartimenti, dominata però dal ponte centrale: la čaršija, nel quale da secoli i naviganti s’incontrano e si scontrano, si mescolano e convivono. Intorno ad esso ecco le mahale, i quartieri residenziali, suddivisi per identità culturali e religiose, che coronano dalle pendici dei monti lo spazio pianeggiante della città divisa e condivisa, costruita su contrapposizioni che fecondano, e poi distruggono.

La Miljaka scorre bronzea, veloce e sottile, atona. Il fiume disegna Sarajevo, ne è asse e sostegno, ne accompagna l’estensione in lunghezza fino al Trebević, ove l’edificato s’arresta di colpo e finisce la città piana. Il fragore dei tram provenienti da Zmaja od Bosne, delle moto e delle auto lanciate a velocità improbabili nel rettilineo inframmezzato di semafori, coprono il gorgoglio dell’acqua. Il minareto della moschea Ali-pašina si proietta alto contro l’azzurro cristallino del cielo, mentre il candore delle rade nuvole compone armonie ultraterrene, affiancandosi al bianco dei cippi funerari che circondano la costruzione. Sarajevo è la città degli steli e dei turbanti votivi (il copricapo che sormonta la lapide è riservato ai defunti di sesso maschile, come vuole la tradizione turca): spuntano ovunque, negli spartitraffico, lungo i pendii che abbracciano l’abitato, nei cortili, nei giardini nei quali camminano bambini e giovani coppie. Da ogni profondità s’ammirano le gradazioni argentee o incarnate della pietra che compongono silenziose preghiere dal ventre inarcato della valle. S’innalzano le tombe, i campanili del Sacro Cuore e della Santissima Madre di Cristo, i minareti e gli archi ogivali, s’innalza lo sguardo verso le cime addolcite dei monti.

Goodbye Sarajevo

Passeggeri in vestiti estivi che sognano il mare, che sognano il Sud, lo jug. Un paese di continentali che desiderano sfuggire al continente, d’andare verso la costa e i ritmi dalmati delle klape. Montanari montenegrini ed erzegovesi, bosniaci di confine, serbi delle enclavi avvezzi alla pioggia e alla neve che fuggono verso il miraggio mediterraneo della costa adriatica. I torpedoni male in arnese partivano carichi di bambini e di nonni alla volta delle località marittime, nella Jugoslavia unita. Prendevano possesso di colonie e campeggi e di parti di mare delimitate da piccole boe arancioni, mentre il ritratto di Tito campeggiava negli alberghi, davanti al Galeb presidenziale e al suo zoo con le tigri.

Ora partono in pochi, dalla Bosnia. E la gran parte di quelli che viaggiano verso il mare si fermano nel piccolo fazzoletto di terra che interrompe, con Neum, la continuità della costa croata. Ragusa. O ritorno a Venezia. Scorre verde la Neretva e il suo flusso disegna fonde arcate sul profilo delle montagne. Verdi anch’esse. È l’Erzegovina, terra di pastori, di monti, di fiumi e di ponti. Di conche, di pianure rugiadose e abbaglianti, periferie rurali e campagne urbanizzate. Il pullman della globtour si ferma in una trattoria perduta tra i frutteti, da qualche parte tra Čapljina e Metković. Un cane stordito dal sole osserva i viaggiatori, rotolandosi lento sulla schiena. Poco dopo la frontiera il pullman si ferma. La strada verso Neum, stretta e vibrante di calore, è bloccata per un incidente. I passeggeri prendono d’assalto un piccolo bar, il conducente scende e chiacchiera tranquillo. La sosta non è poi così lunga: riprendiamo il cammino, superando senza grossi patemi un trattore di traverso sulla strada.

Siamo tornati in Croazia, per una manciata di chilometri da percorrere tra gli edifici balneari scrostati e la polvere biancastra delle stazioni. Dopo Neum la strada si fa spettacolo: stretti fiordi sovrastano a scogliera acque cristalline, l’asfalto si avvita, abbraccia le piccole baie chiare e tranquille mentre lo lambiscono insistenti le lingue di Mediterraneo, che s’insinuano schiumose nel litorale dedalico di Croazia. Slano, Trsteno, Dubrovnik. Ragusa. Enorme e bianco, il ponte Tuđman. Cinquecentodiciotto metri che, dal 2004 e dopo qualche alterco, sono stati intitolati al primo presidente della nazione, con buona pace del politically correct e di chi ha visto in lui uno dei responsabile della guerra degli anni ’90 e dello scempio della Krajina serba durante l’Operazione Tempesta.

Dai ripidi osservatorii cui è stata costretta a guardare la propria sorte questa gente, questa gente e quella di Bosnia, questa gente e quella di Serbia, tutto è legittimo e logico, evidente, necessario. Ma cosa è stato necessario, di questa guerra? Il nazionalismo non mi sembra affatto il segnale di una consolidata e ferma convinzione identitaria. Al contrario, pare che esso esista e si sviluppi laddove l’identità è in questione, in pericolo. È un sintomo, non ancora malattia e tantomeno cura. Esso diventa ago della bussola per chi s’è perso, una stella polare atta a sofisticazioni, a semplificazioni. Un rasoio di Occam. Ma quello che continuo a chiedermi è che cosa c’entri, il nazionalismo, in questa storia. E più me lo chiedo più mi rispondo che è una favola che si racconta a bambini, capi tribali e stranieri caritatevoli. Una favola brutta, che qualche pessimo narratore ha voluto far diventare realtà. Una città bianca dai tetti rossi. La danza dei rondoni intorno alla luna calda, issata su di un cielo ancora chiaro, che lentamente cede al tramonto sopra l’isola di Lokrum, mi fa comprendere perché yugo, sud, suoni così simile a yug, il vento caldo di scirocco che accarezza le alte palme della costa. Ma yugo non è solo questo. Nel chiostro di palazzo Sponza, antico ufficio doganale di Ragusa, hanno allestito una mostra. Tele di un qualche artista contemporaneo che ha studiato a Zara. Ma lo sguardo, il cuore è rapito dal moto ascensionale, dallo slancio verticale delle colonne del vecchio porticato e dalla geometrica perfezione delle ogive veneziane. Ecco l’Oriente che Venezia chiama col suo nome. Partiamo da una Dubrovnik affollata e ormai spensierata, ricostruita e rivissuta dopo l’offesa perpetrata dalle granate dell’JNA. Non resta quasi traccia degli sgretolamenti dalla guerra. La città è tornata veneziana e aristocratica, inanellata nello splendido cerchio di mura, riflessa dalle lucide pietre d’Adria dello Stradun. Partiamo da Dubrovnik, torniamo a nord. Fiume, Rijeka. Settantasei chilometri da Trieste. Come tutte le città portuali il cigolio delle gru, il crepitare rollante delle gomene, il riso stridulo e amaro dei gabbiani. Dei ragazzini abbronzati siedono sulla banchina e pescano sardine magre e guizzanti, accompagnati dal mormorio di uomini impegnati a scaricare le barche, raccogliere le reti e lavare il pescato. Il sole è appena nato, Venezia è dietro l’angolo.

 

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