RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 838 – 11 AGOSTO 2012

Posted on August 13, 2012


 

N. 838 –  11 Agosto 2012

                                   

Sommario

 

 

 

495 – L’Arena di Pola 30/07/12 Il programma delle cerimonie in onore delle Vittime della strage di Vergarolla – Genesi del cippo ricordo di Pola (Lino Vivoda)

496 – Il Piccolo 09/08/12 Curzola –  Un museo per il “croato” Marco Polo (Mauro Manzin)

497 – Corriere della Sera 10/08/12 Ora i croati “scippano” Marco Polo a Venezia (Antonio E. Piedimonte)

498 – La Voce del Popolo 07/08/12 Favoloso Cernogoraz: è oro nel trap – Cernogoraz, un ragazzo tutto d’oro (ab)

499 – Tuttosport 07/08/12 Ci batte Giovanni, orgoglio istriano

500 – Il Piccolo 07/08/12 La “guerra dei beni” tra sloveni e croati  , spiraglio per gli esuli (Mauro Manzin)

501 – Il Piccolo 07/08/12 Muggia collegata a Parenzo con la nuova pista ciclabile (Gianfranco Terzoli)

502 – CDM Arcipelago Adriatico 04/08/12  A proposito: esistiamo se non ci conosciamo? (Rosanna Turcinovich)

503 – La Voce del Popolo 07/08/12 Antonio Borme, un esempio da ricordare (Sandro Petruz)

504 – Rinascita 08/08/12 Identità nazionale addio? Radiografia di un tramonto culturale (Enrico Neami)

505 – La Voce del Popolo 04/08/12 E & R – In Germania ha cessato di battere il grande cuore del fiumano Giulio Scala (Rudi Decleva-Roberto Palisca)

506 – L’Arena di Pola 30/07/12 “L’ultima mularia”: una bella storia polesana (Mariella Alessandrini)

507 – La Voce del Popolo 04/08/12 Traù, uno scrigno pieno di storia (Roberto Palisca)

508 – La Nuova Tribuna Letteraria 09-2012 Annamaria Muiesan Gaspàri: Il mio tailleur rosso dai bottoni di bambù (Pasquale Matrone)

509 – La Voce del Popolo 08/07/12 Il patrimonio etnografico e culturale di Dignano raccolto dalla penna di Anita Forlani (hlb)

510 – Il Piccolo 05/08/12 Trieste: “Specchi”, nello scantinato il diario dell’antico gestore (Micol Brusaferro)

 

 

 

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

495 – L’Arena di Pola 30/07/12 Il programma delle cerimonie in onore delle Vittime della strage di Vergarolla – Genesi del cippo ricordo di Pola

 

Il programma delle cerimonie in onore delle Vittime della strage di Vergarolla


Anche quest’anno la Comunità degli Italiani di Pola ha organizzato, in collaborazione con il Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE) e il Circolo di cultura istroveneta “Istria”, le cerimonie in onore delle Vittime della strage di Vergarolla, cui presenzieranno anche esponenti dell’Ambasciata d’Italia a Zagabria e del Consolato generale d’Italia a Fiume. Nel 66° anniversario del sanguinoso attentato, sabato 18 agosto alle ore 10.00 mons. Desiderio Staver celebrerà una messa di suffragio nel duomo di Pola con la partecipazione del coro misto della società artistico-culturale “Lino Mariani”. Seguirà la deposizione delle corone presso il cippo attiguo alla chiesa. I convenuti si sposteranno poi nella sede della CI per un breve rinfresco e subito dopo potranno visitare una mostra multimediale sulla tradizione gastronomica istriana. Infine si pranzerà in un ristorante caratteristico.
È importantissimo che esuli e “residenti” commemorino assieme quelle povere vittime innocenti proprio lì dove furono orrendamente massacrate: a Pola. Perciò invitiamo a partecipare all’evento tutti i polesani in esilio e i loro discendenti. E saremo felici di incontrare anche esuli di altre località, in primo luogo i rappresentanti delle associazioni consorelle. Nel pomeriggio (intorno alle ore 18) una delegazione del LCPE a Trieste renderà omaggio sia al monumento a Geppino Micheletti sia a quello alle Vittime di Vergarolla.

Genesi del cippo ricordo di Pola

di Lino Vivoda


L’individuazione dei mandanti del criminale attentato di Vergarolla non era solamente il motivo di una mia attività per controbattere le tesi di quanti, per coprire il misfatto, cercavano di far passare il tutto come accidente fortuito. Bisognava anche che il ricordo delle vittime innocenti fosse tramandato alle generazioni future.

Durante una mia permanenza di una settimana a Trieste, mi trovavo ogni mezzogiorno in Piazza Unità d’Italia con Livio Dorigo, che conoscevo dai tempi in cui giocavamo al pallone nella Catolica del Duomo di Pola con i ragazzi di don Gasperini. Durante le lunghe camminate lungo la Riva Grumula per arrivare in fondo, al ristorante “Istriano”, a pranzare, discutevamo sul da farsi per ricordare le vittime di Vergarolla con un monumento. Eravamo entrambi polesani e Consiglieri del Libero Comune di Pola in esilio (in quel momento era Sindaco Gissi), ma in minoranza con quasi tutti, con uno zoccolo duro guidato da De Simone, Andreatini e La Perna, contrario all’apertura coi rimasti in qualsiasi direzione.

 

Per questo decidemmo di agire io quale direttore di “Istria Europa”, come avevo fatto anche a Pola al Congresso Mondiale degli Istriani nel 1995 per lo stesso motivo, e Dorigo come presidente del Circolo Istria di Trieste.

 

Decidemmo quindi di prendere l’iniziativa di agire noi due. Dorigo prese contatti con la Comunità degli Italiani di Pola ed ottenne l’adesione convinta di Mario Quaranta, che era anche vicesindaco italiano di Pola.

Comunicammo poi a Grado in una riunione del Consiglio del LCPE la possibilità di erigere un cippo a Pola, ferocemente ostacolata, ma vinta grazie ad un mio duro intervento contro i contrari, aiutato da Dorigo e da Anteo Lenzoni con la sua autorevolezza di ex componente il CLN di Pola ed ex presidente del Movimento Istriano Revisionista sorto attorno all’“Arena di Pola” dopo l’esodo. Ottenemmo quindi la votazione approvativa.

Intanto avevamo ottenuto l’adesione di un gruppo dell’“Ultima mularia de Pola” ed avevamo aperto quindi una sottoscrizione su “Istria Europa”, con lo stanziamento di un milione di lire a testa da parte mia, di Dorigo e di Vallini, cui si aggiunsero poi subito con somme impegnative Carra, Botterini, Piutti, la Harzarich, sorella del maresciallo noto per il suo operato nel recupero degli infoibati, ed altri. La interrompemmo quando Quaranta comunicò che il Sindaco di Pola Župić aveva preso in carico, come Città di Pola, le spese per l’erezione del cippo.

Il monumento venne inaugurato il pomeriggio del 16 settembre 1997. Però ebbi l’idea di ricordare l’avvenimento in un modo un po’ particolare. Il giorno prima a Trieste era stato ricordato con un grande Raduno degli esuli il 50° anniversario della perdita dell’Istria (15 settembre 1947). Per l’occasione avevo organizzato un pullman da La Spezia, col quale il sedici mattina raggiungemmo Gallignana. Avevo convocato ad un pranzo gli Amici di “Istria Europa”, esuli e rimasti, per festeggiare l’erezione del cippo, che nel ricordo della tragedia ci avrebbe affratellati tutti.

 

Numerosi i personaggi presenti nella trattoria da Bruno in un palazzo seicentesco con il caminetto acceso nella sala. Loredana Bogliun, vicepresidente italiana della Contea Istriana, Ivan Pauletta, fondatore della Dieta Democratica Istriana, l’on. Marucci Vascon, deputata di Trieste a Roma, Livio Dorigo, presidente del Circolo Istria di Trieste, il musicista dignanese M° Luigi Donorà, e tra i rimasti Diego Buttignoni della C.I. Di Pola, i coniugi Olga e Carlo Milotti, i Defranceschi di Barbana, i Dellapietra di Pola, assieme ai quarantotto del pullman. Poi tutti a Pola ad inaugurare il monumento.
Questa la genesi di un’iniziativa che fu potenziata poi come partecipazione solenne quando Mazzaroli divenne Sindaco del LCPE rilanciando tutto con nuove idee e iniziative. Ed oggi il presidente della Comunità Italiana di Pola e vicesindaco italiano della città, Fabrizio Radin, ha inserito la commemorazione, che viene fatta ogni anno il 18 agosto d’intesa con il LCPE e il Circolo Istria, nel calendario ufficiale delle attività della CI.

 

 

 

 

496 – Il Piccolo 09/08/12 Curzola –  Un museo per il “croato” Marco Polo

Un museo per il “croato” Marco Polo

 

L’isola di Curzola inaugura uno spazio espositivo dedicato alle gesta del suo «concittadino». E offre biglietti gratis ai cinesi

 

di Mauro Manzin

 

TRIESTE Un museo dedicato alla vita e ai viaggi di Marco Polo è stato inaugurato ieri in Croazia, sull’isola di Korzula (Curzola in italiano), in Dalmazia, dove nell’anno 1254, secondo alcuni studiosi croati, sarebbe nato il famoso mercante e avventuriero veneziano. Il museo, che si trova nel centro storico della cittadina che porta lo stesso nome dell’isola, si presenta in un comunicato diffuso ieri come «un luogo in cui sono rappresentati la vita e i molti viaggi del famoso avventuriero medievale, il personaggio più noto originario di Korzula, che nel 13mo secolo visitò la lontana e sconosciuta Cina». Una delle sale del museo è dedicata alla battaglia navale tra le flotte genovese e veneziana che forse ebbe luogo nel

1298 davanti alle coste dell’isola di Korzula. Alla battaglia prese parte lo stesso Marco Polo, che venne catturato, e poi in prigione a Genova entrò in contatto con lo scrittore pisano Rustichello da Pisa, al quale raccontò le sue avventure, trascritte in un libro conosciuto come il Milione. La sua presenza alla battaglia e la diffusione del cognome Polo e Depolo sull’isola di Kor›ula indicherebbero, secondo alcuni studiosi croati, che il noto mercante fosse nato proprio in Dalmazia, e non a Venezia. In passato uno spot pubblicitario dell’ente per la promozione del turismo croato presentava la Croazia come «la patria di Marco Polo». Il museo è costato 270 mila euro e l’anno prossimo si attendono circa 20 mila visitatori. Tra le curiosità va indicato che, nonostante il biglietto d’ingresso costi otto euro, la visita al museo è gratuita per tutti i visitatori provenienti dalla Cina. La storia di Marco Polo, peraltro nata durante il regime ultranazionalista del defunto presidente Franjo Tudjman, ma per niente ridimensionata oggi dal governo di centrosinistra di Milanovic soprattutto vista l’imminente adesione all’Unione europea, fa il clamoroso paio con quella di Re Artù anch’egli croato. Il leggendario re, figlio di Uther Pendragon e di Igrayne non nacque a Tintahel in Cornovaglia, come si è sempre sostenuto, bensì secondo la tesi croata, nei pressi del piccolo villaggio di Lokivi›ice, ai margini della piana di Imotski, alle spalle di Spalato, per poi morire nientemeno che a Podstrana, località ad un paio di chilometri dalla città di Diocleziano.

Insomma, re Artù era un dalmata in piena regola ed era pertanto croato.

Punto e basta. Artù altri non sarebbe che il comandante militare romano Lucius Artorius Castus. O almeno questa è la tesi anche dello storico inglese John Matthews, secondo il quale Castus sarebbe stato sepolto in Dalmazia. I croati non hanno perso tempo e dopo aver monetizzato Marco Polo.

E così già da un paio d’anni ad Igrane, località turistica della Riviera di Macarsca, nella Dalmazia centromeridionale), si svolge la manifestazione denominata la Notte di Re Artù. E sì perché un’altra leggenda croata narra che la madre fosse nata ad Igrane e da qui il nome di Igrayne.

 

 

 

 

497 – Corriere della Sera 10/08/12 Ora i croati “scippano” Marco Polo a Venezia

Rilanciata la tesi che l’autore de “il Milione” fosse nato oltre confine. Aperto un museo in Dalmazia

ORA I CROATI”SCIPPANO” MARCO POLO A VENEZIA

Ormai è ufficiale: ci vogliono scippare Marco Polo. A rivendicare i natali del grande esploratore sono i croati, in particolare quelli dell’isola di Korcula (Curzola in italiano), in Dalmazia, che nei giorni scorsi hanno inaugurato un museo dedicato all’autore de «Il Milione». Fermamente convinti — potenza delle strategie di marketing turistico — che il viaggiatore veneziano possa essere acquisito al patrimonio locale sulla base della diffusione di cognomi come Polo e Depolo e sulla scorta di una leggenda che colloca proprio lì la sua nascita. Racconto, quest’ultimo, peraltro già più volte smentito da diversi storici, tra cui Alvise Zorzi, che ha smontato pure l’altra narrazione molto in auge sulla costa meridionale della ex Jugoslavia, quella che vede Polo catturato dai Genovesi durante una battaglia navale avvenuta proprio nelle acque dell’isola.
Ma a Korcula — Corcyra Melaina per i Greci, Ilirika per i Romani — hanno deciso di non andare troppo per il sottile e con 270 mila euro hanno messo in piedi il loro museo. Quindi, con mossa astuta, hanno annunciato che l’ingresso sarà sempre gratuito per i cittadini cinesi; notizia che la tv di Pechino ha subito ripreso. Infine, a scanso di equivoci, dopo il taglio del nastro, è stata distribuita una nota per la stampa che spiega che «il luogo è dedicato alla vita e ai molti viaggi del famoso avventuriero medievale, il personaggio più noto originario di Korcula, che nel XIII secolo visitò la lontana e sconosciuta Cina». Insomma, un’operazione di «maquillage storico» a fini turistici per una regione e un’isoletta (279 km quadrati) assai bisognose di turisti, magari dall’Oriente. Non a caso, infatti, il primo passo dell’«operazione Marco Polo» i croati l’hanno fatto proprio in Cina, un anno fa, esattamente a Yangzhou (la città dove Marco Polo ricevette degli incarichi pubblici dall’imperatore Kubilai Khan), convincendo la municipalità che l’uomo giusto per inaugurare il museo dedicato a Marko (sì, con la k) Polo era l’ex presidente croato Stjepan Mesic. E il politico slavo, naturalmente, non mancò di sottolineare come «il viaggiatore del mondo nato in Croazia aveva aperto la Cina all’Europa».
Niente di nuovo, per la verità, «l’appropriazione indebita» di uomini e luoghi è fenomeno antico e ben conosciuto. In Dalmazia poi si erano già distinti per una mostra (titolo «Arte religiosa e fede croata») nella quale riuscirono a «croatizzare» un po’ tutto: un dipinto di Lorenzo Lotto, una tela del Carpaccio, una Pietà del Tintoretto, un busto d’argento creato da artigiani romani, una statua di San Giovanni da Traù del toscano Niccolò Fiorentino, l’Arca di San Simone di Francesco da Milano (nel catalogo ribattezzato Franjo iz Milana), e persino la cattedrale di Zara (in perfetto stile pisano) e quella di Sebenico (costruita da Giorgio Orsini). Tuttavia in questo caso lo «scippo storico» sembra più grave. Anche perché dell’isola occupata sin dall’anno Mille dai Dogi (il primo fu Pietro II Orseolo) non c’è traccia né nei documenti storici su Marco Polo né nelle memorie che Rustichello da Pisa (suo compagno di prigionia a Genova) raccolse nel «Deuisament du monde», meglio noto come «Il Milione».

Antonio E. Piedimonte

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498 – La Voce del Popolo 07/08/12 Favoloso Cernogoraz: è oro nel trap – Cernogoraz, un ragazzo tutto d’oro

IL CONNAZIONALE CITTANOVESE PROTAGONISTA ALLE OLIMPIADI DI LONDRA:

TUTTA L’ISTRIA GIOISCE PER LA SUA VITTORIA

 

Favoloso Cernogoraz: è oro nel trap

 

La notizia è di quelle che devono far piacere, a prescindere da chi ama lo sport, lo segue o non lo segue per nulla. Quasi inaspettatamente, ma con pieno merito, il connazionale di Cittanova, Giovanni Cernogoraz, ha vinto la medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Londra nel tiro a volo, disciplina della fossa olimpica (o comunemente nota con il nome di trap). Il titolo olimpico è arrivato al termine di un appassionante spareggio conclusosi alla sesta serie con il campione mondiale uscente, il 34.enne italiano Massimo Fabbrizi. E alla Comunità degli Italiani di Cittanova, che ha organizzato la proiezione in diretta della finale, c’è stato il classico boato, l’abbraccio commovente a papà Valter, che non ha trattenuto le lacrime, sapendo quanti sono stati i sacrifici del figlio, ma anche di tutti i suoi famigliari, in questi ultimi anni. A gioire è comunque l’Istria intera e i connazionali in particolare.

Tornando alla gara, per una buona parte di questa, Cernogoraz è stato a pari merito con l’italiano e con l’australiano Michael Diamond. Poi Diamond ha sbagliato, mentre il cittanovese e l’azzurro hanno continuato di pari passo fino alla fine, raggiungendo 146 piattelli a testa. Diamond si è giocato lo spareggio per il bronzo con il kuwaitiano Fehaid Aldeehani, perdendo: poi si è disputata l’ultima sfida tra Cernogoraz e l’italiano. Fabbrizi è stato il primo della rotazione e tra i due c’è stato un botta e risposta fino al quinto piattello. Al sesto Fabbrizi ha sbagliato, mentre Cernogoraz, apparso molto sicuro e concentrato nella serie finale, no. Dopo qualche timore in mattinata, la gioia dell’atleta connazionale al termine della finale è tantissima, al punto di commuoversi e scoppiare in lacrime. E quando ha ritirato la medaglia d’oro ha guardato per un attimo il cielo: siamo sicuri che in quel momento il suo pensiero era per l’amico scomparso alla vigilia delle Olimpiadi, il giovane cittanovese Erik Radin.

 

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TIRO A VOLO IL 29.ENNE CONNAZIONALE DI CITTANOVA VINCE IL TITOLO OLIMPICO NELLA DISCIPLINA DELLA FOSSA OLIMPICA

 

Cernogoraz, un ragazzo tutto d’oro

 

LONDRA  Per la prima volta la Croazia tornerà a casa dalle Olimpiadi estive con almeno due medaglie d’oro. Dopo il successo di Sandra Perković nel lancio del disco, ieri, alle 17.50 in punto, al Royal Artillery Barracks, Giovanni Cernogoraz ha conquistato il titolo olimpico nel tiro a volo, disciplina del trap, al termine di un appassionante spareggio conclusosi alla sesta serie con il campione mondiale uscente, il 34.enne italiano Massimo Fabbrizi. E a Cittanova, alla Comunità degli Italiani c’è stato il classico boato, l’abbraccio commovente a papà Valter che non ha trattenuto le lacrime, sapendo quanti sono stati i sacrifici in tutti questi anni. L’oro olimpico, il primo di un rappresentante della minoranza italiana di Slovenia e Croazia (Giovanni è nato a Capodistria il 27 dicembre 1982) è arrivato con una rimonta che passerà agli annali, visto che dopo la serie di qualificazione Cernogoraz, assieme all’altro croato, Anton Glasnović, era quinto con tre piattelli di ritardo dal leader, il bicampione olimpico di Atlanta e Sydney, l’australiano Michael Diamond, capace di presentarsi nella serie di finale con il record mondiale ed olimpico di 125 su 125.

 

RIMONTA D’ALTRI TEMPI Ma dalle 17 in avanti Giovanni, che era il più giovane tra i finalisti, è stato semplicemente perfetto sbagliando solo un tiro nella 15ª serie. Allo stesso tempo gli avversari perdevano posizioni con il passare dei minuti. Soltanto l’italiano Massimo Fabbrizi è riuscito a tenergli testa e, infatti, i due hanno chiuso la gara con lo stesso punteggio di 146, che eguaglia il record olimpico del ceco David Kostelecky di quattro anni fa. Si è passati quindi allo spareggio. Cernogoraz, che al termine della serie di finale era scoppiato in un pianto liberatorio, ha confermato tutte le sue qualità tecniche e la preparazione psicologica – cosa che d’altronde era stata notata anche dalla neocampionessa olimpica del trap femminile Jessica Rossi, ospite durante la telecronaca di Rai Sport  e alla sesta serie, dopo che Fabbrizi aveva commesso l’errore, il cittanovese è andato in pedana e come fosse la cosa più semplice al mondo, ha disintegrato il suo trentesimo piattello di finale su 31 regalando alla Croazia il quinto oro della storia. “ Anche per assegnare il bronzo si è andati allo shoot-off, conclusosi alla quarta serie con Aldeehani del Kuwait che ha superato l’australiano Diamond, il quale, complici ben sei errori nella serie conclusiva, è stato il grande sconfitto della giornata. L’altro croato Anton Glasnović, che è stato ovviamente il primo a complimentarsi con Giovanni, ha conquistato il sesto posto con il risultato di 143/150.

Come curiosità, la Croazia è stato l’unico Paese ad avere nella serie di finale due tiratori. A Pechino 2008 tale risultato era stato conseguito dal minore dei fratelli Glasnović, Josip, che allora 25.enne conquistò uno storico quinto posto. Per sottolineare lo straordinario risultato del tiro a volo croato, da sottolineare che hanno fallito la serie finale personaggi che hanno fatto la storia di questo sport, presente ai Giochi a cinque cerchi sin dal 1900, tra i quali l’italiano Giovanni Pellielo, che inseguiva la quarta medaglia consecutiva dopo due argenti e un bronzo (per lui un modesto undicesimo posto con 120/125). La gara di qualificazione ha visto uscire di scena anzitempo anche gli olimpionici di Atene, il russo Alexey Alipov, e l’oro di Pechino, il ceco David Kostelecky. Dall’altra parte, è mancato un solo piattello al 40.enne di Murska Sobota, Boštjan Maček, che ha conquistato l’infausto settimo posto (121/125).

 

DAL 1996 LA CNI SEMPRE PRESENTE Il cittanovese Giovanni Cernogoraz è stato il quarto sportivo della Comunità nazionale italiana di Croazia e Slovenia a partecipare alle Olimpiadi dopo gli isolani, il cannottiere Erik Tull, presente ad Atlanta 1996, e la velista Vesna Dekleva, che ha partecipato a ben tre edizioni (nel 1996, 2004 e 2008) con il fiore all’occhiello il quarto posto di otto anni fa nella classe 470 della vela in coppia con Klara Maučec. La polese Ingrid Siscovich a Sydney 2000 ha fatto invece parte della nazionale croata di pallavolo, che ha conquistato il settimo posto. “Io sono di nazionalità italiana, mi sento italiano, ho il passaporto italiano e a casa mia parlo in dialetto veneto. Del resto mi chiamo Giovanni di nome”, ha detto Cernogoraz in conferenza stampa, rispondendo alle domande dei giornalisti in inglese e in italiano, con forte accento veneto.

 

IL TRAP O FOSSA OLIMPICA La fossa olimpica (in inglese trap) è la principale specialità sia pure come sport facoltativo del tiro a volo. Ci sono 15 macchine da lancio, collocate in linea retta e disposte in cinque gruppi di tre macchine ciascuno. La distanza che separa le macchine centrali di ogni gruppo può variare da tre a sei metri (normalmente 4), mentre la distanza che separa una macchina dall’altra di ciascun gruppo deve essere di un metro circa. Le macchine sono piazzate in una fossa protetta da un tetto la cui parte superiore deve trovarsi allo stesso livello delle pedane di tiro. Al 15° metro dietro la macchina centrale di ogni gruppo e situata la pedana di tiro di un metro per un metro, allineata perpendicolarmente alla macchina centrale del proprio gruppo. Nella serie di finale un solo colpo in canna, mentre nella fase di qualificazione i colpi in canna erano due.

 

(ab)

 

 

 

 

 

499 – Tuttosport 07/08/12 Ci batte Giovanni, orgoglio istriano

Ci batte Giovanni, orgoglio istriano

 

NOSTRO INVIATO

 

LONDRA, (p.g.) Va a finire che anche l’oro del tiro al piattel­lo specialità trap è italiano. Almeno lo è, di sicuro, per il pas­saporto e la lingua del vincitore. Non solo per il nome: Giovan­ni. Cernogoraz è croato ma è nato in Slovenia da genitori istriani (quando l’Istria era italiana ovviamente). Lui chiede di rispondere in conferenza stampa nella nostra lingua, che padroneggia eccome. Eppoi rivela. «Sono di nazionalità italia­na, radici e passaporto. Nella mia famiglia si parla veneto, an­cor più che italiano. I miei figli si chiamano Leonardo ed Eva.

Mia moglie Sabina, ma lei non è italiana. Perché non tiro per l’Italia? Intanto vivo in Croazia. Poi non lho mai chiesto e lo­ro non mi hanno cercato». Del resto per entrare nella squadra olimpica italiana bisogna avere risultati pazzeschi. Eabbrizi, poi, che magari non sembra tonicissimo, invece si allena ogni giorno. E nell’ultimo anno si è pure sottoposto a continui ra­duni di’ preparazione fisica. Uno al mese. Insomma, magari Giovanni non avrebbe ‘Tatto” la squadra. E Eabbrizi avrebbe vinto. Invece un italiano ha battuto un altro italiano. Uguali, sotto una bandiera diversa. Cittadini del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

500 – Il Piccolo 07/08/12 La “guerra dei beni” tra sloveni e croati  , spiraglio per gli esuli

La “guerra dei beni” tra sloveni e croati Lubiana apre un nuovo contenzioso e reclama le proprietà ex jugoslave. In ballo 100 milioni di euro. Spiraglio per gli esuli

 

di Mauro Manzin

 

TRIESTE Dopo la ex Ljubljanska Banka ora un altro ostacolo si profila all’orizzonte nei rapporti bilaterali tra Slovenia e Croazia e al tavolo dei quali sta seduto un convitato di pietra: l’Italia. Si tratta delle proprietà immobiliari slovene in Croazia e della restituzione di beni per un ammontare di circa 100 milioni di euro in base alla legge sulla denazionalizzazione dei beni. Una partita in cui entrano di diritto anche i beni abbandonati dagli esuli italiani. Adesso che Zagabria sta per aderire all’Unione europea escono dall’armadio di Lubiana parecchi scomodi scheletri. Come quello relativo alla restituzione dei beni nazionalizzati dall’allora regime jugoslavo ai cittadini sloveni in Croazia dopo la seconda guerra mondiale (vicenda praticamente analoga a quella dei beni abbandonati dai nostri esuli). A cui si aggiungono anche le proprietà dal 1991 (anno di

indipendenza) ad oggi. Ricordiamo che cinque anni fa il Tribunale amministrativo della Croazia ha stabilito che anche gli stranieri (non cittadini croati) hanno il diritto di vedersi restituire i beni nazionalizzati dall’allora Jugoslavia. Decisione che venne poi confermata nel 2010 dall’Alta corte croata. Immediatamente dopo quest’ultima sentenza il governo croato, guidato allora dall’Hdz e con la Jadranka Kosor sul seggio di primo ministro, decise di emendare la legge sulla denazionalizzazione. Ma l’esecutivo Kosor non andò più in là della determinazione dei contenuti della nuova norma. Ora la mano è passata alla nuova compagine governativa capitanata dal premier Zoran Milanovic che dovrà avviare la vera e propria via procedurale per il varo della rinnovata normativa sulla denazionalizzazione. Ma, a quanto sembra, Milanovic & Co.

non hanno alcuna fretta di porre la questione all’ordine del giorno dei lavori del Sabor (Parlamento). Ma come mai questo improvviso interesse sloveno per i loro “beni abbandonati”? A risvegliare Lubiana dal torpore è stata la nuova normativa sugli abusi edilizi che è entrata in vigore da pochi giorni in Croazia. Normativa severa che prevede l’abbattimento degli edifici costruiti senza le necessarie licenze e autorizzazioni. E siccome gli sloveni sono proprietari di circa 110mila immobili nella vicina repubblica ecco che si scatena l’interesse dei media. E, come può essere strana la storia a volte, ora il più forte alleato degli esuli per riottenere la proprietà dei beni in Croazia è proprio quella Slovenia che da sempre ha negato lo stesso diritto ai nostri esodati del dopoguerra. Intanto le autorità diplomatiche slovene in Croazia hanno prontamente messo sul chi vive i proprietari sloveni di case in Croazia. Se qualcuno avesse costruito o rimodernato le proprie case senza i richiesti permessi potrà, nei casi previsti per legge, sanare la situazione entro e non oltre il 30 giugno del 2013. Per i casi già accertati dall’ispettorato croato dell’edilizia la richiesta di sanatoria sarà accettata fino al 31 dicembre di quest’anno. Ma ci sono poi anche i casi di immobili che non sono mai stati iscritti a catasto o la cui documentazione è andata perduta o si rende irreperibile negli stessi uffici comunali in cui dovrebbe essere custodita. Insomma un bel rebus amministrativo che la Slovenia è pronta a trasformare anche in uno spinoso affare diplomatico. «La questione degli immobili – ha scritto il quotidiano lubianese Delo – non è certo meno delicata e importante di quella della ex Ljubljanska Banka». Ergo anche per gli immobili si sente un forte odore di veto nell’aria nei confronti dell’adesione della Croazia all’Ue.

 

 

 

 

 

501 – Il Piccolo 07/08/12 Muggia collegata a Parenzo con la nuova pista ciclabile

 

Muggia collegata a Parenzo con la nuova pista ciclabile

 

Ieri l’inaugurazione informale con l’arrivo del gruppo di “Pace in bici” che per primo ha percorso il tragitto dall’Istria fino alle foci del rio Ospo

 

MUGGIA Moderno, veloce (in leggera pendenza costante, seguendo il vecchio sedime ferroviario) e di standard europeo. Queste le caratteristiche del primo tratto muggesano della pista ciclabile Parenzana – tracciato da Muggia a Rabuiese sull’ex percorso dell’antica strada ferrata – dopo il primo passaggio, avvenuto ieri in occasione della marcia “Pace in Bici”.

«L’inaugurazione ufficiale avverrà tra fine settembre e inizio ottobre, in anticipo sui tempi previsti», annunciano gli amministratori, ma quello di ieri per la sessantina di ciclisti con le bandiere della pace partiti da Parenzo è stato il primo transito pubblico – spiega l’assessore Giorgio Kosic, unitosi alla carovana che attraverso via Flavia, scortata sinergicamente dalle polizie municipali dei Comuni coinvolti ha poi raggiunto il Municipio di Trieste per incontrare gli amministratori del capoluogo – reso possibile grazie alla sensibilità della ditta esecutrice, Livenza costruzioni srl. A salutare i “paciclisti” alle 15.30 a Rabuiese, dove hanno percorso un tratto della nuova pista di sei chilometri che si allaccia all’ex ferrovia Parenzana, già convertita in pista ciclabile in Croazia e Slovenia, anche il sindaco Nerio Nesladek e l’assessore Loredana Rossi. La prima parte della pista, la più impegnativa, è praticamente conclusa. Si tratta dell’anello che parte dalla Parenzana, sale per via Flavia di Stramare arrivando ad Aquilinia e poi scende per salita di Naccia verso Muggia fino alla foce dell’Ospo. Ora si dovrà tracciare la pista lungo la strada. «L’idea dell’amministrazione – aggiunge la Rossi – è unire i due tratti vicini di ciclabile (quello che arriva a congiungersi alla Parenzana e quello su Rio Ospo) per poter promuovere in maniera organica, con l’appoggio della Provincia e mettendo in rete le piste muggesane con quelle del Carso, una forma di cicloturismo che ben si adatta al nostro territorio». «Ultimato anche il tratto sulle Noghere – riprende Kosic – ci sarà l’opportunità di andare in bici fino alle saline di Sicciole con possibile richiamo di un forte flusso di cicloturisti dai paesi nordici a cui Muggia è molto interessata». Il costo non sarebbe elevatissimo (circa 30mila euro) e il Comune sarebbe alla ricerca di fondi propri. È stata nel frattempo avanzata una richiesta di contributo regionale per un’ulteriore pista ciclabile da Rio Ospo in direzione Muggia e si stanno già ideando iniziative per coinvolgere le scolaresche al di qua e al di là del confine dopo l’inaugurazione. «ggi la pista arriverebbe ad Aquilinia ma – conferma il vicesindaco di Trieste, Fabiana Martini – il Comune giuliano sta studiando un progetto per unire Trieste e Muggia come già fatto in occasione di “Bici Tra Città”; del resto, come amministrazione ci stiamo muovendo da tempo sul piano di azioni improntate all’ecosostenibilità e stiamo conducendo varie attività educative. Realizzare piste ciclabili in città non è facile, specie qui, ma si può ugualmente pensare a progetti misti che integrino tratti da compiere in bici e altri da percorrere con i mezzi pubblici». Stamattina alle 8.30 la carovana ripartirà dalla parrocchia di Valmaura e dopo la visita al Museo de Henriquez e la sosta presso il Caco di Nagasaki a San Giovanni, alle 11.30 incontrerà al Parco del Timavo i sindaci di Duino Aurisina e Monfalcone. Il 9 agosto “Pace in Bici”, promossa dall’associazione di volontariato “Beati i costruttori di pace” in collaborazione con la Tavola Interconfinaria per la Pace tra associazioni ed enti locali croati, sloveni e italiani, e il Comitato pace convivenza e solidarietà “Danilo Dolci” di Trieste per sensibilizzare le popolazioni e coinvolgere gli amministratori delle comunità locali, promuovendone l’adesione all’ssociazione mondiale “Sindaci per la pace” coordinata dal primo cittadino di Hiroshima, si concluderà davanti alla base Usaf di Aviano dove alle 11 si terrà la cerimonia in memoria del bombardamento di Nagasaki.

 

 

Gianfranco Terzoli

 

 

 

 

 

502 – CDM Arcipelago Adriatico 04/08/12  A proposito: esistiamo se non ci conosciamo?

A proposito: esistiamo se non ci conosciamo?

 

Mare di Rovigno, estate 2012. Il mondo potrebbe essere altrove ma così non è, non se abbiamo a cuore le sue sorti. In primo luogo quelle immediate, le più vicine e comprensibili: ciò che conosciamo è più facile da immaginare sotto altre forme e dimensioni. I silenzi qui, nelle nostre strade esule-rimaste, si fanno sentire, come dappertutto ma forse non ce lo diciamo se non a due o a dieci facce digitando le nostre riflessioni sulla tastiera di un computer, dialogando via internet con quei pochi che ci assomigliano.
I ritorni non ci sono più, questa la prima considerazione in una serata d’estate deserta di canti e voci riconoscibili sul lungo molo della Popolana del Mare. I Rovignesi sono andati avanti e i pochi rimasti non hanno la forza di affrontare le ore piccole per ritrovarsi sparuti – da concentrare nelle dita di una mano – e intonare le antiche melodie. Oggi sono affidate a gruppi organizzati, quartetti, sestetti che propongono il colore locale ai turisti di passaggio.
Ma quello spontaneo ritrovarsi non c’è più, cancellato dal medesimo tempo che sta assottigliando le fila dei partecipanti ai Raduni o dei collaboratori dei giornalini degli esuli ovunque nel mondo.
Strana sensazione, neanche la città è più la stessa senza questi riti che riconoscevamo come un tratto della nostra identità. Meglio cercare conforto tra le braccia della Comunità degli Italiani che moltiplica pani e pesci nello sforzo di trattenere un’identità tenue, esile, quasi impalpabile. Quanto lavoro ragazzi e quanto pubblico. Ci si guarda in giro ma le facce note sono poche. Molti i “rovignesi de via” come li chiamavano le nonne dopo l’esodo. E probabilmente i loro figli…qualcuno noto. C’è Donatella nelle prime file, ha avviato un gemellaggio Rovigno-Roma, fa parte del panorama pubblico. L’altra sera è stata inaugurata la mostra di quadri di suo padre Sergio proprio nella medesima Comunità. Ma gli altri, le seconde e terze generazioni, meno in vista per il naturale svolgimento delle cose della vita, chi sono, come non confonderli con i turisti curiosi di passaggio? E sarebbe poi legittimo andare loro incontro per dire: mi chiamo così e cosà, sono figlia di…rovignese come te. Non servirebbe, che ne sanno e che ne sappiamo della Rovigno che fu, di quei legami che erano colla sui rami dell’esistenza con la quale trattenevano volti e ricordi.
Alla Comunità ha preso l’avvio il festival del Cinema, XII edizione. Una rassegna ricca. Conosci Roberto, Valeria, Carlo? Chi? Sono loro che propongono i film e mantengono rapporti con la Comunità, sono di Trieste, Roma, Ravenna, Adria, non hanno origini istriane, sono cinefili e basta ma si sentono a casa  a Rovigno. Allora si potrebbe organizzare qualcosa, noi figli dei rovignesi di una volta, per conoscerci lavorando ad un progetto, come fanno Donatella o Gianclaudio o altri ancora a Buie, Pola, Fiume, Spalato. Trattenere, con le unghie e con i denti ciò che ci lega a questa terra, o lasciar andare alla volontà del vento per non chiamarlo destino. E l’uno e l’altro pensiero finiscono per essere fonte di sofferenza. Fare progetti costa tempo e fatica, bisogna avere voglia di lanciarsi in una sfida ma la gente lavora, è impegnata con le famiglie e con la carriera – questi gli argomenti più comuni, per altro legittimi. O forse non hanno interesse a fermare un tempo che non è il loro, preferiscono assistere da spettatori allo sforzo immane di un Comunità che  del “trattenere un’identità” ha fatto filosofia di vita, meta nella quale spendere tutte le proprie energie. Fino a quando? Intanto ci siamo – rispondono giustamente con il sorriso amaro di chi spera contro corrente. E mettono in scena commedie in dialetto, organizzano concerti e serate in famiglia.
Buona sera, anche questa sera siamo qui per voi, ripete il presidente Gianclaudio. Prima di lui, l’aveva fatto suo padre rivolgendosi ad una platea ancora intatta di esuli e rimasti che si conoscevano tra loro.
Mentre scorrono i titoli di chiusura del primo film in programma “Io mi chiamo Li” di Andrea Segre, splendido da vedere e rivedere con un Rade Serbedzija che parla chiogiotto con accento slavo…immaginiamo una passerella tutta nostra. “Ragazzi” dai trenta ai sessant’anni, nati qui e altrove, che sfilano sul palco e si presentano. Come una cima lanciata in mare, nella speranza di pescare un amico, salvare una parentela. Trama da film o possibile realtà?
Le notti rovignesi hanno un loro fascino che a volte può diventare magia in un processo inverso rispetto al film di Segre, dal sorriso all’amarezza, dall’amarezza al sorriso. E’ chiedere troppo? Agosto, notti di luna piena, molti non riescono a prendere sonno rincorrendo i sogni. Mah!

Rosanna Turcinovich

 

 

 

 

 

503 – La Voce del Popolo 07/08/12 Antonio Borme, un esempio da ricordare

L’UNIONE ITALIANA E LA COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI ROVIGNO RICORDANO IL PRIMO PRESIDENTE
Antonio Borme, un esempio da ricordare
Ventesimo anniversario della scomparsa  uno dei principali artefici della rinascita della CNI 

ROVIGNO – La Comunità Nazionale Italiana ha commemorato ieri, nel cimitero di Rovigno, il professor Antonio Borme, uno dei principali artefici della rinascita della CNI in Croazia e Slovenia e primo presidente della nuova Unione Italiana, nata nel 1991. Nella ricorrenza del 20.esimo anniversario della scomparsa dell’amato professore, la Comunità degli Italiani di Rovigno e l’Unione Italiana hanno reso omaggio alla sua figura. Alle ore 9, in presenza dei familiari, una delegazione della CI di Rovigno, a nome di tutte le istituzioni locali della CNI, ha deposto un omaggio floreale sulla sua tomba. Presenti alla cerimonia il presidente della CI, Gianclaudio Pellizzer, la vicepresidente della Regione Istriana, Viviana Benussi, il vicepresidente dell’Assemblea della Regione Istriana, Silvio Brunelli, il vicesindaco, Marino Budicin, la presidente del Comitato esecutivo del sodalizio, Cinzia Ivančić, la direttrice della SEI “Bernardo Benussi”, Gianfranca Šuran, la direttrice della Scuola Media Superiore Italiana di Rovigno, Ines Venier, il membro della Giunta esecutiva dell’UI, Daniele Suman, il direttore del Centro di ricerche storiche di Rovigno, Giovanni Radossi, e diversi consiglieri municipali nonché attivisti della CI di Rovigno.
Alle ore 10 a rendere omaggio al sepolcro di Borme è stata una delegazione dell’Unione Italiana formata dal presidente dell’UI, Furio Radin, dal presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul, dalla presidente dell’Assemblea dell’UI, Floriana Bassanese Radin, dal membro della Giunta esecutiva dell’UI Daniele Suman, dal direttore del Centro di ricerche storiche di Rovigno, Giovanni Radossi. Presenti pure diversi consiglieri dell’Assemblea dell’Unione Italiana e i rappresentati delle Comunità degli Italiani di Pola, Salvore, Abbazia e Umago.

Una vita dedicata alla CNI

Un commosso Gianclaudio Pellizzer, che è legato alla famiglia Borme da un forte legame di amicizia, ha ricordato la vita del professore, che nacque a Trieste il 20 gennaio 1921 e che, dopo aver conseguito la laurea in letteratura all’Università di Padova, nel 1945 venne nominato direttore del Ginnasio italiano di Rovigno. In quegli stessi anni ricoprì anche la funzione di assessore all’Istruzione ed alla Cultura del Comitato Popolare di Liberazione della città di Rovigno.

Dal 1946 al 1952 fu ispettore per le scuole italiane nella Zona B del territorio Libero di Trieste e nel 1948 fu eletto membro dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF) nel cui ambito, negli anni successivi, fu particolarmente attivo per l’affermazione dei diritti civili della componente italiana sul territorio del proprio insediamento storico. Dai documenti d’archivio, che nel 1949 documentano la nascita e la fase iniziale di sviluppo del Comitato esecutivo del neocostituito Circolo Italiano di Cultura di Rovigno, risulta che fu proprio Borme a ricoprire la carica di primo presidente per un biennio. Nel 1952 fu nominato presidente della Commissione scolastica dell’UIIF e l’anno successivo, nel 1953, fu eletto presidente della stessa. Nel 1961 organizzò i primi corsi e seminari di educazione professionale per i docenti delle scuole italiane della Croazia e le prime conferenze di docenti, professori ed esperti di Università italiane. Lo stesso anno istituì il reparto di italianistica presso l’Accademia di pedagogia di Pola, dove insegnò fino al 1982. Nel 1964 fu tra i promotori della collaborazione dell’UIIF con l’Università Popolare di Trieste. Sotto la sua guida, che si concluse con il pensionamento nel 1978, il Ginnasio rovignese divenne un punto di riferimento per gli studenti istriani, sia italiani sia croati.

Le vicende politiche

Nel 1974 fu destituito da tutte le cariche politiche a causa della sua posizione a difesa dell’autonomia dell’UIIF, del bilinguismo e della promozione dei diritti della Comunità Nazionale Italiana dell’Istria e di Fiume. Visti i mutamenti sociali e politici ed il fervore che contraddistinsero la Comunità Nazionale Italiana nel 1988, ritenne opportuno includersi nuovamente nella vita sociale e politica della CNI, entrando nelle file dei riformatori della stessa. Fu uno dei fondatori del Movimento della Costituente e contribuì notevolmente al processo di rinnovamento democratico dal quale nacque una nuova istituzione nazionale italiana, l’“Unione Italiana”, quale evoluzione dell’UIIF di allora.

Nel 1991, alle prime libere e democratiche elezioni per il nuovo organismo politico della CNI di Slovenia e Croazia, fu eletto presidente dell’Assemblea della neo costituita Unione Italiana e ricoprì la carica fino alla sua prematura scomparsa, il 6 agosto 1992. Scrisse diversi saggi e studi sul bilinguismo, sulla problematica scolastica e su argomenti di particolare riguardo per la CNI e per la sua organizzazione madre. Fu l’autore, inoltre, della Grammatica della lingua italiana, di cui furono pubblicate ben 5 edizioni.

Una guida spirituale e un raffinato intellettuale

Pellizzer ha sottolineato che Borme fu una vera guida spirituale per tutti gli italiani rimasti, un raffinato intellettuale dai principi molto chiari, uno strenuo combattente per i diritti civili di una popolazione che traumatizzata dagli eventi bellici e postbellici si era vista trasformare da maggioranza a minoranza. “Tante furono le ore, i pomeriggi e anche le notti trascorse a lavorare per il bene della CNI – ha concluso Pellizzer –. Per chi lo ha conosciuto fu una vera guida, una persona onesta e da esempio per tutti e lo voglio ricordare a bordo della sua bellissima barca, leggera come una foglia mentre approdava alla sua amata isola di Pirusi”. La Celebrazione della CI di Rovigno si è conclusa con l’esibizione dei coristi della SAC Marco Garbin, che hanno intonato la toccante aria da nuoto “Guarda che notte placida”. Tutti i presenti hanno poi rinnovato le più sentite condoglianze alla moglie Mafalda, alla figlia Miriam e al figlio Pinuccio e alle rispettive famiglie.

Battaglie culturali

Nel suo intervento Furio Radin ha ricordato quanto Borme sia stato una figura di riferimento sia nei primi anni ’90 sia nel periodo dell’ex Jugoslavia, quando Borme fu vittima dell’epurazione del partito diventando già da vivo un mito per tutta la CNI. “Ha dovuto combattere contro una situazione molto difficile – ha aggiunto Radin –. Per quel riequilibrio delle culture che hanno fatto parte di queste terre, per riaffermare i valori italiani sempre nel rispetto della convivenza e della solidarietà con tutte le componenti nazionali del territorio. Borme aveva capito che l’Istria e gli altri territori d’insediamento storico non si potevano e non si possono considerare complete senza tutte le sue parti”. Il presidente dell’Unione Italiana ha concluso il suo intervento sottolineando che la figura di Borme è un patrimonio comune di tutta la CNI.
Al termine della cerimonia, tornando con il pensiero ai primi anni ‘90, conversando con i giornalisti il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul, ha ricordato: “Ciò che ha caratterizzato quel periodo e l’azione del prof. Borme è stato l’indirizzo morale che egli ha dato all’Unione italiana”.

Sandro Petruz

 

 

 

 

 

504 – Rinascita 08/08/12 Identità nazionale addio? Radiografia di un tramonto culturale

Identità nazionale addio? Radiografia di un tramonto culturale

 

Italia, un popolo senza memoria d’eroi

 

di: Enrico Neami*

 

2012: i pochi esuli ancora in attività trascorrono l’afosa estate sotto il tormento del Minosse di turno, ormai totalmente addentrati nella nuova realtà multimediale e ultratecnologica in cui, anche i più anziani, ormai sono avvezzi a termini quali social network, mailing list, touch screen, tablet…

I nostri giovani e giovanissimi, terza e quarta generazione di un popolo in via d’estinzione, sguazzano spensierati nelle acque multietniche e pluriculturali delle vacanze estive in un mondo in cui, in barba alla crisi economica, ogni nucleo familiare possiede due automobili, un collegamento ad internet, alcuni televisori, una manciata di personal computer ed infiniti dispositivi mobili di varia natura e costo.

Il ricordo del sacrificio, della sofferenza e della volontà che furono richieste alla nostra gente è ormai lontano, sopito ed annebbiato: non meno che i nostri padri e nonni soffrirono la fame e la fatica, sopportarono due guerre mondiali e patirono il martirio dell’Istria nell’esodo e nell’esilio con orgoglio e dignità; ma il benessere che oggi pervade le nostre vite – quanto di superfluo, non necessario e sprecato ci circonda ed è ormai connaturato alla vita quotidiana della società coeva? – rende sempre più arduo comprendere davvero cosa volle dire, per i nostri avi diretti, vivere il Novecento e tutto ciò che il Secolo Breve significò per la nostra gente.

Segno chiaro ed inconfondibile di questa decadenza è l’oblio in cui tutti gli esempi di valore, carattere e virtù, sino a pochi anni fa ricordati, citati ed onorati dai più, sono oggi irrimediabilmente caduti.

1866: 145 anni fa ebbe culmine la terza guerra di indipendenza, che portò al completamento quasi dotale del territorio nazionale unificato, fatto salvo il Trentino, parte del Friuli orientale, Trieste e l’Istria.

Come conseguenza di un vittoria savoiarda non proprio brillante (tanto che gli Asburgo cedettero le terre perdute dal loro impero alla Francia che, poi, le donò al Regno d’Italia proprio in virtù della scarsa condotta bellica degli italiani).

Francesco Giuseppe emanò delle misure restrittive contro l’elemento italiano nei propri territori, in favore di un calmierato vantaggio alla slavizzazione e germanizzazione degli abitanti di quelle terre.

1912: cent’anni fa si concluse la campagna di Libia, voluta da Giolitti, che portò alla conquista della Libia e del Dodecaneso ma, soprattutto, innescò la miccia del nazionalismo – in chiave anti ottomana – nell’area balcanica e fu prodromo fondamentale allo scoppio della prima guerra mondiale, anche per quanto relativo alle operazioni navali nell’Adriatico.

1942: settant’anni fa le sorti della campagna d’Africa si decidono nell’epico scontro di El-Alamein, ove i soldati italiani combattono una lotta impari e sfortunata, a fianco dei tedeschi dell’Afrikakorps di Erwin Rommel, contro forze nemiche soverchianti e meglio equipaggiate. È l’inizio della fine della seconda guerra mondiale, si stanno creando le premesse materiali, militari e politiche per l’innesco della guerra civile che scoppierà in Italia nel 1943 e che causerà l’olocausto delle terre dell’Adriatico Orientale.

Di tutti questi fatti d’arme e del sacrificio – giusto o ingiusto nella sua matrice politica di fondo – di tanti nostri soldati, nessuno più si è ricordato, nemmeno tra le nostre fila.

Mario Visintini, parentino, capitano pilota della Regia Aeronautica, asso della nostra aviazione, caduto nei cieli dell’Africa Orientale, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria chi fu? Licio Visintini, parentino, tenente di vascello della Regia Marina, operatore dei mezzi d’assalto, caduto in mare in combattimento a Gibilterra, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, che cosa fece in vita?

I tanti Istriani che combatterono in Africa, noti, meno noti, sopravvissuti, caduti, decorati o semplici soldati, chi furono, perché soffrirono, che gesta compirono?

Sembra purtroppo non essere più affar nostro.

Nell’approssimarsi dei centenari degli eventi e delle battaglie della prima guerra mondiale, temo che, al di là di una fredda retorica istituzionale sempre in voga, pochi o nessuno vorranno ricordare l’immane, inutile sacrificio dei trecentomila di Redipuglia, Caporetto, Oslavia e delle lande carsiche. Nessuno, con pudore politicamente corretto, avrà il coraggio di menzionare il fallimento – dovuto non alla mancanza di valore dei fanti sul Carso, ma all’inettitudine della Patria matrigna – dell’ultima guerra del nostro risorgimento indipendentista: la redenzione dell’Istria, persa poi senza versare una lacrima per i Caduti e per i vivi che stavano soffrendo nel nome dell’Italia e della Libertà (Ruotiamo il Monumento ai Lupi di Toscana, propose acuto Giovannino Guareschi in tempi non sospetti, ché essi ringhiano troppo verso il confine, allora jugoslavo. Non sia mai che Tito

s’offenda!)

Una Nazione, quella italiana, ed un popolo, quello istriano, che non riconosce più i propri eroi, volge – è amaro constatarlo! – la propria attenzione a falsi idoli e malsane ispirazioni che nulla hanno più a che fare con la propria natura intima, ma riguardano esclusivamente l’interesse di pochi profittatori: sulla quercia abbattuta dalla tempesta i pigmei vanno a far legna … nella criniera del leone morente formicolano i pidocchi!

Mai Gaetano Salvemini ebbe inconsapevolmente voce più vaticinante e profetica.

 

E. Neami è il giovane vicepresidente dell’ Unione degli Istriani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

505 – La Voce del Popolo 04/08/12 E & R – In Germania ha cessato di battere il grande cuore del fiumano Giulio Scala

Esuli Rimasti on line

a cura di Roberto Palisca

PER DIECI ANNI È STATO ANCHE VALIDO E PREZIOSO COLLABORATORE DI QUESTA NOSTRA RUBRICA
In Germania ha cessato di battere il grande cuore del fiumano Giulio Scala

Quando fu costituito il “Forum Fiume” fu tra i primi a partecipare ai dialoghi e ai commenti e la sua collaborazione giornalistica si estese dalla “Voce di Fiume” alla “Voce del Popolo” e “El Fiuman”.

Da quando sulle pagine de “La Voce del Popolo” esce questa nostra rubrica, ovvero dal 30 aprile del 2002, fu uno dei primi esuli fiumani a farsi avanti, entusiasta dell’iniziativa e desiderosissimo di collaborare. Il 18 maggio di quell’anno in redazione ci arrivò il suo primo testo. Lo titolammo “Ciacolade dei tempi de una volta”, e fu proprio quel suo scritto, steso in uno schietto e bel dialetto fiumano, a indurci a continuare poi a pubblicare tantissime altre “ciacolade” che ci arrivavano da nuovi collaboratori. Continuò a spedirci i suoi preziosi contributi finchè ne ebbe la forza.

Con il passar del tempo divennero sempre più rari, e intuimmo che qualcosa, con il caro Giulio Scala, non andava. Purtroppo ci ha lasciati, ma conserveremo a lungo in serbo il ricordo dei suoi begli scritti. A ricordarlo, qui insieme a noi, è Rodolfo Decleva che ci ha anche avvisati della triste notizia della sua scomparsa.

Da parte nostra crediamo di fare cosa gradita ai lettori, a tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo e ai familiari di Giulio, ripubblicando una delle “ciacolade” più belle che ci spedì via e-mail una decina d’anni fa.

Voleva nominare Ilona Fried, la famosa scrittrice autrice del libro “Fiume, città della Memoria”, quale cantore di Fiume, ma per me era lui il vero cantore di Fiume. Giulio non scriveva lunghi articoli ma in poche righe ci ricordava con grande efficacia la nostra vita di giovani fiumani nella Fiume più bella da descrivere e ricordare.

Aveva studiato al Tecnico “Leonardo da Vinci” terminando l’ultimo anno a Brindisi nel “Collegio Niccolò Tommaseo” e successivamente si laureò in Economia e Commercio a Napoli con specializzazione nelle lingue estere, tra cui il tedesco. Subito nel 1955 intraprese la vita del marittimo, ottenendo un impiego sulle navi di lusso del Lloyd Triestino che facevano la rotta dell’Estremo Oriente, ma fece gavetta anche nelle rotte dei disperati emigranti e dei Displaced Persons verso Canadà, Venezuela e Australia.

Alla fine degli anni ’60 volle sbarcare per cominciare una vita più tranquilla e lo indirizzai a Francoforte, dove l’Alitalia cercava un dirigente con la sua professionalità. Fu immediatamente assunto, ma dopo qualche anno l’armatore napoletano Grimaldi lo notò e lo convinse ad accettare un incarico di alta responsabilità organizzativa che riguardava il concentramento nei porti anseatici, l’imbarco sulle navi Grimaldi e il trasporto delle auto tedesche dalla Germania verso gli USA.

Fu un incarico che egli assolse con grande successo fino alla data della quiescenza, quando decise di rientrare in Italia sistemandosi in una graziosa villetta nel Veneto a Concordia Sagittaria, con sua moglie, la tedesca, Karin Hollube, anch’essa profuga dai Sudeti.
A Concordia la sua vita trascorreva molto felice, riprendendo i rapporti con la “Mularia del Tommaseo” e scrivendo le sue memorie sulla stampa profuga, dove la “Voce di Fiume” gli riservava la rubrica mensile “Ciacolade dei tempi de una volta”. Scrisse anche “Memorie di un Commissario di bordo”, per ricordare la sua grande esperienza di mare e “Fronte del Porto di Fiume in epoca austro-ungarica”.

Era molto orgoglioso di sua madre, Piera Venier Scala, levatrice di due generazioni fiumane, di cui ne tesseva le lodi e la generosità: “Una santa donna. Se la familja la era benestante e la abitava inte i quartieri alti, presempio in Via Donatello, alora la mia mama la ghe mandava dopo la sua parcella. Se nasseva un pìcio in una sofìta de Zitavecia, de pòvera gente (quela volta no’i gaveva la Cassa Mutua), alora essa non la ghe cioleva gnente, la fazeva tuto senza domandarghe una lira, anzi mi me ricordo che la ghe portava de regalo panuze e altra roba che ghe ocoreva ala mamma e al picio”.

Qualche anno fa fu colpito da un ictus che lo costrinse all’immobilità, amorosamente assistito dalla moglie Karin, e insieme quest’anno decisero di ritornare in Germania, sia per stare vicini al figlio Marco, che per le più efficaci cure che Giulio avrebbe potuto ricevere dall’assistenza sanitaria tedesca. Il trasloco si concluse nel febbraio scorso, ma dopo pochi giorni, per la fatica e lo stress del trasloco, il cuore di Karin – l’angelo che vegliava su Giulio – cedette. Giulio Scala la ha seguita dopo cinque mesi colmi di dolore. Si definiva “Fiumano in esilio – Straniero in Patria”

Rudi Decleva

 

 

 

 

506 – L’Arena di Pola 30/07/12 “L’ultima mularia”: una bella storia polesana

“L’ultima mularia”: una bella storia polesana


Il primo raduno ebbe luogo nel 1988 a Sirmione: il 25° si terrà a Padenghe
«E no se podaria far…?».

Questa frase cosi semplice conteneva un sogno, anzi, la speranza di un sogno che, in un giorno di maggio del 1988, alla fine di una adunata degli alpini, tre “muli polesani”, Roberto Giorgini, Bruno Cinco e Paolo Pellegrini, incontrandosi dopo tanti anni, provarono ad immaginare, poi a credere ed infine a realizzare. Quel loro sogno diventò “Il raduno dell’ultima mularia de Pola”…
Ma non era un raduno e non era un incontro: era il ritrovarsi, dopo 40 anni, di tante “mulete” e “muleti” che, nella gioia del rivedersi e dello stare insieme, riuscirono, come per magia, a rivivere per 24 anni quel loro passato di “mularia” felice e spensierata. E in quel nostro mondo ritrovato, in quel paradiso che, anche se perduto, era pur sempre un paradiso, i nostri pensieri diventavano giovani e trasparenti, i nostri sguardi lieti e ridenti, le nostre risate festose, mentre i nostri abbracci diventavano affettuosi “struconi”.
Ci sentivamo veramente la “mularia” di allora: i muleti che abitavano “drio la Rena” in via Carpaccio, in via Kandler, in piazza Foro, in via Minerva e in Pian della Madonna, e quelli di via Tartini e via Muzio, di via De Franceschi e di Monte Paradiso… Monte Paradiso, il monte della mia infanzia, dei miei giochi e delle prime “scorribande” in mezzo alle sue “graie”, alle sue ortiche, ai suoi “sparisi”, ai suoi “grembani” e alle sue lucertole che, beate, si godevano il solleone d’estate.
Eravamo quella “mularia” che prima di camminare aveva imparato a nuotare nel mare più blu e trasparente del mondo dove i suoi “cogoli” bianchi e levigati scintillano al sole e le pinete si offrono ad esso con i loro odori di resina e di muschio, mentre le nostre “tociade” innalzavano colonne di acqua spumeggiante verso il cielo.
Eravamo la stessa “mularia” che andava a scuola in un museo dove, per proteggersi dal freddo e dalle nudità delle statue intorno, studiavano con il capotto, la sciarpa e magari i guanti, ma erano contenti perché sapevano che, dopo un’ora, suonava l’allarme e, guidati dal buon preside Fiorella, correvano in rifugio, finalmente liberi e incoscienti.
Il primo raduno dell’“ultima mularia” fu a Sirmione, all’hotel Park, nel settembre 1988, e fu il più importante; era l’incontro dei “chi ti son ti?”, “come ti te ciami’?”, “forsi che te conosso?”, “ti ghe somigli ala…?”.
Era un emozionante ed affannoso cercarsi, indovinare, scoprirsi e meravigliarsi. Era la gioia di abbracciare amici polesani che si erano lasciati da “muleti” e si ritrovavano dopo una vita.
«… Al concludersi di un lieto ritrovo tra amici, un giorno ragazzi, ma pur sempre fratelli, mesti sopraggiungono i ricordi di un dramma lontano, quando ancora l’età era felice, i canti rinverdiscono quel tempo»… Con queste parole di gratitudine Roberto Giorgini ringraziava la cara “mula” Silvana Battistella che, con il suo bel canto, ha donato, nei giorni di Sirmione, il momento più commovente che ha trasformato quel primo raduno indimenticabile.
Purtroppo io non partecipai a quel primo incontro e fu un vero dispiacere; andai pero al secondo (e poi a tutti gli altri) sempre a Sirmione e sempre di settembre e quando arrivai all’albergo, all’entrata, mi accolse un enorme cartellone che dava il benvenuto e il mio cuore si fermò a guardare la bandiera istriana.
Accanto a quel cartellone, ad accogliere ognuno di noi, c’era il sorriso e il saluto “polesano” di Roberto, il nostro bravo organizzatore che per 24 anni è riuscito a dare vita a quel nostro ritrovarsi tanto atteso ed indimenticabile.
La gioia più grande che mi regalò quel secondo incontro fu rivedere, dopo 50 anni, la mia maestra, la signora Antigone Moraro Mattioli, la mamma della “picia” Fulvia, quella Fulvietta che tutte le scolare desideravano ospitare nel loro banco, ma io, purtroppo, non ebbi mai questo onore. Più tardi però ebbi la gioia di avere la sua amicizia.
Quando entrai nell’ingresso dell’albergo c’era tanta gente e tanti “struconi”, ma io la riconobbi subito la mia maestra: era in piedi, vicino alla finestra, e mi cercava con lo sguardo, in attesa, dritta, severa ed elegante, con un golfino azzurro dal quale spuntava una camicetta bianca con un collettino rotondo ricamato che serviva ad ingentilirle il sorriso e gli occhi.
Un attimo… e mi trovai nel suo grande abbraccio e lei mi chiamò: la mia “picia” Alessandrini. Allora io mi sono sentita veramente quella “picia” con i capelli sacrificati in due “codini de sorso” che adorava la sua maestra quando (non sempre!) le diceva: «brava, “picia”, hai fatto un bel componimento», mentre mia mamma, l’austro-ungarica, mi ripeteva: «ti podevi far meio, studia de più»… «guarda la Nadia che brava, che bona, che bei cavei ordinai, tutti rissi che la ga»… (come se quei bei capelli ricci fossero stati merito della Nadia!).
Ora quella Nadia così brava, buona e bella e diventata per me una sorella.
In albergo, in una saletta un po’ appartata, notai un gruppo di signore sedute su due divanetti, che chiacchieravano e una di loro mi chiamò. Cosi riconobbi le cinque “mulete” che erano sedute in quella saletta.
Il primo “strucon” lo diedi a un’amica di mia sorella, la Evelina Minelli, l’Agatha Christie di via C. De Franceschi n° 40, che scriveva racconti gialli e, nei pomeriggi d’estate, in “Pra de Pucher” (avevamo anche noi un prato dove giocare), all’ombra di un “morer” la nostra giallista ci leggeva le puntate dei suoi lunghi racconti che erano intriganti perché l’assassino non era mai il sospettato.
Noi “mulete” l’ascoltavamo incantate ed intanto la “bianchina” (una bianca, preziosa gallina che viveva nella mia terrazza) pascolava felice in quel prato dove trovava qualcosa da beccare per poter regalare, la mattina dopo, alla mia cara mamma un uovo fresco con il quale lei era capace di “creare” ben 11 “palacinche”, tutte pallide ma pur sempre “palacinche”.
La seconda signora del gruppo era la Elda Lazzari, compagna di scuola di mia sorella, una “muleta” tutta occhi e sorrisi, allegra, generosa e “polesanissima”; per me, da quel giorno, Elda appartiene a quelle amiche del cuore che nei momenti tristi sanno dare conforto e nei momenti felici sanno gioire con te.
Insieme a lei c’erano Giorgio, un marito-tesoro, e Andrea, un figlio perfetto: due persone che la “muleria” ha avuto modo di conoscere ed apprezzare.
In quel gruppo c’era una “muleta” di via Tartini, anche lei tutta occhi e sorrisi, piena di “morbin”: la Marinella Kopeinig, la sorella di Tullio, il mio primo amore, un bel “muleto” bruno, dallo sguardo ardente che, in un giorno freddo di marzo, mi regalò un mazzetto di violette timide, quasi trasparenti, con il gambo corto corto, raccolte nella pineta di Vargarolla; quando, meravigliata, gli chiesi come mai le aveva trovate in mezzo a quel gelo, egli, sorridendo imbarazzato, mi rispose: «sono nate per te». Quello è stato il più bel complimento della mia vita.
La quinta “muleta” era la Fanny Biasiol: a Pola la conoscevo poco perché abitava lontano, “drio la Rena”, e a scuola, alle medie, la vedevo qualche volta; ammiravo le sue belle trecce bionde e la sua statura alta ed elegante; dopo, agli incontri della “mularia”, ho avuto la gioia di scoprire la bellezza del suo cuore.
Negli incontri successivi ritrovai tanti compagni di scuola che credevo perduti… Pola, via Epulo, in cima… scuola media, sezione H… classe mista… li ho trovati quasi tutti i miei compagni di allora…
Isabella Iursich: il verde lucente dei suoi occhi insieme alla dolcezza del suo sorriso la rendevano una creatura luminosa, bella e brava; la sua amicizia ritrovata è stato uno tra i più bei regali che mi ha dato “l’ultima mularia”.
Negli ultimi banchi erano seduti i muli più alti: Paolo Pellegrini che, serio, silenzioso, guardava sempre fuori dalla finestra… assorto in quali pensieri?
In fondo c’era Angelo Bronzin, il cugino di Claudio, il nostro sempre presente alla “mularia” insieme alla sua “cocola” moglie Marcella.
Angelo era un “muleto” allegro che raccontava barzellette, mandava bigliettini alle “mulete” più carine e faceva la caricatura anche ai professori.
Nell’ultimo banco stava Aldo Vallini: educato, elegante, il più bravo della classe, il compagno ammirato da tutti noi e benvoluto dai professori; era la colonna portante della lª H.
Io studiavo poco ma rendevo abbastanza perché copiavo molto (una mia perfetta vittima era Carletto Villa dal quale copiavo tutto); però da Aldo Vallini non ho mai osato copiare niente.
Un’altra “muleta” che appartiene ai miei ricordi scolastici e che ho ritrovato sempre uguale è la Enrica sposata Fulvio Mayer. Con lei ho vissuto un’avventura indimenticabile.
Insieme andavamo a ripetizione di francese da una professoressa che ci doveva preparare per gli esami di 3ª media… ci riceveva con una lunga vestaglia rosa bonbon, aveva le pantofole rosa bonbon e sembrava Wanda Osiris.
Dovevamo imparare una breve poesia che a noi, ignoranti, sembrava difficile e noiosa anche se aveva soltanto sette versi e, finita la lezione, la professoressa ci consegnava un borsone di bottiglie vuote da vendere al mercato e poi tornare per consegnarle i soldi.
Da brave bambine eseguivamo gli ordini, ma purtroppo mia mamma, l’austro-ungarica, venuta a conoscenza di quelle vendite, andò dalla professoressa protestando indignata e non mi mandò più a ripetizione.
Quando io, disperata, le dissi che sarei stata bocciata in francese, lei mi rispose: «pazienza, meglio bocciata che disonorata»; non compresi mai perché dovevo essere disonorata dalla vendita di alcune bottiglie vuote.
Una sera, ad uno di quei raduni, improvvisamente, la sala da pranzo fu invasa da un profumo famigliare che risvegliò in noi ricordi di feste e carnevali felici: era arrivata la “signora dei crostoli” che con orgoglio posava sul tavolo un enorme vassoio di crostoli spolverati di zucchero a velo e di polesanità.
Quella gentile e sorridente signora era la mamma di Claudio Bronzin; altre volte è venuta con noi ed è stata sempre una gioia rivederla ed osservare con quanto compiacimento posava sulla tavola il suo prezioso vassoio. Quei crostoli erano un piacere per il palato ma soprattutto per il cuore.
Momenti importanti di fratellanza li abbiamo vissuti quelle domeniche quando tutti insieme ascoltavamo la S. Messa e, quando le prime note del “Va, pensiero” si spandevano nell’aria, noi chiudevamo gli occhi perché il nostro cuore ascoltasse meglio quel canto.
Ricordo quella chiesa sconosciuta diventata il nostro Duomo, S. Antonio, S. Francesco, la chiesa della Misericordia, e, per me, S. Giuseppe, una chiesetta povera e quasi spoglia dove al centro c’era la statua del santo e alle pareti 14 semplici quadretti che illustravano la via Crucis. In quella chiesetta io ho imparato a pregare, a ricevere la prima comunione e ad ascoltare padre Zanin quando ci ricordava di cercare Dio anche nelle piccole cose.
Qualche volta quelle messe sono state celebrate da Monsignor Ravignani e allora molti di noi avranno ricordato un “muleto” biondino che abitava “drio la Rena” e faceva, con fervore e convinzione, il chierichetto nella chiesa di S. Antonio.
Era un “muleto” come tutti gli altri, partecipava alla vita della parrocchia e magari, al primo sole d’estate, correva in “clapa” al mare per le prime “tociade”.
Oggi scrive l’amore per la sua terra con parole commoventi e bellissime:… «quella città dove con il ricordo ritorna il cuore e dove s’erano vissuti gli anni giovanili dell’amicizia lieta e del sereno comune impegno ma anche quelli dell’abbandono e delle lacrime. La nobiltà delle vestigia storiche la impreziosisce di rara ricchezza…». Quelle vestigia storiche vivranno in eterno per testimoniare la sua romanità, la sua lingua, la sua cultura, i suoi usi e suoi costumi.
Oggi qualcuno afferma che noi saremo gli ultimi testimoni di tutto ciò che è stato e che dopo questo “tutto” sarà dimenticato, anzi cancellato.
Ma non sarà così perché in questo “tutto” c’è il nostro esodo, la sofferenza dell’abbandono, dell’ignoto, dello strazio per la separazione dalle persone e dalle cose più care.
In questo “tutto” ci sono le tante manifestazioni per Pola italiana, e poi quell’ultima dove, nell’abbraccio della nostra Arena, una folla immensa cantava, piangeva e ancora sperava.
In questo “tutto” c’è anche il battere continuo ed estenuante del martello che fissava i chiodi nelle casse pronte per la partenza mentre la nave “Toscana” attendeva nel porto migliaia e migliaia di polesani che lasciavano per sempre la sicurezza, la tranquillità, gli affetti di una vita amata e serena per affrontare una seconda vita di incertezze e difficoltà… «solo do’ lagrime, una per ocio e po’ in xenocio questa tera baserò…».
Ero anch’io su quella nave e con me tanti altri ragazzi che avrebbero conosciuto presto la fatica di crescere e non avrebbero potuto mai dimenticare quel tutto. Perciò dopo, da adulti, hanno voluto e saputo insegnare ai loro figli e nipoti ad amare la nostra terra e a conoscere la sofferenza del nostro vissuto. Hanno saputo seminare, e da un seme nasce sempre qualcosa: magari un quasi invisibile filo d’erba che si chiama vita e poi futuro.
Nei nostri incontri le partenze sono state sempre tristi ma non sono state mai degli addii perché ci salutavamo con il fermo proposito di rivederci l’anno successivo; una bellissima rosa rossa offerta a tutte le “mulete” dai “muleti”, cavalieri, ci riaccompagnava a casa e, dopo, anche se appassita, ci raccontava quel magico mondo ritrovato.
Quest’anno, a settembre, sempre a Padenghe e sempre all’hotel West Garda, la “muleria” festeggerà il suo 25° raduno; sarà una data importante, le sue nozze d’argento.
Sarà la festa della nostra giovinezza che porteremo a gioire con noi; emozioni ed allegria, “struconi” e lacrime, canti e ricordi… tanti ricordi di momenti felici che ci accarezzeranno il cuore, ci riempiranno gli occhi del colore del nostro mare e ci faranno sentire il profumo della nostra terra; e saremo ancora “là” e saremo ancora “così”…
Tutto questo ha un nome, si chiama: “polesanità”.

Mariella Alessandrini

 

 

 

 

 

507 – La Voce del Popolo 04/08/12 Traù, uno scrigno pieno di storia

a cura di Roberto Palisca

VISITA A UNA DI QUELLE PICCOLE CITTÀ STORICHE SENZA CUI I SECOLI PASSATI CAPPARIREBBERO VUOTI E DESERTI

Traù, uno scrigno pieno di storia

Avevamo ancora negli occhi le meraviglie di Zara e poi quelle non meno entusiastiche di Sebenico quando arrivammo nella meravigliosa piazza di Traù (Trogir in croato), sulle pietre del suo lastricato lucidato da miliardi e miliardi di passi, distese come un antico merletto, per la verità un po’ ingiallito e dal tempo e da tanto sole. Scrive lo storico Ivan Delalle: “Lungo le sue calli si rivivono i tempi del lontano Medioevo. Non c’è angolo, anche il più riposto, che non riesca a mettere ali alla fantasia: ogni casa antica è un dramma o forse una commedia, ogni cappella una leggenda, ogni balcone un palco d’amore e di speranza…”.

I tanti volti del passato

È davvero incredibile come Traù abbia conservato le forme e i volti del suo passato. Ovunque si può leggere la storia della sua cultura: sui selciati, sui portali, sui campanili, sulle torri, sui palazzi… Anche sulle modeste casette dei popolani. La città è un vero scrigno pieno di storia. C’è nel libro “Viaggio in Dalmazia” dell’austriaco Hermar Bahr (pubblicato a Vienna nel 1919) una descrizione della cittadina breve, ma molto efficace. Dice l’autore: “Traù, di fronte all’isola di Bua (Čiovo), su cui si arriva attraverso un ponte girevole, è ancora tutta veneziana. Il leone (in quei tempi, aggiungiamo noi!) sta ancora ovunque. Il celebre duomo, iniziato nel tredicesimo secolo (dopo che i saraceni avevano distrutto quello più antico) e completato nel 1600, ha un meraviglioso portale romanico. Si viene quindi guidati in una cappella dove si trova il sepolcro del beato Giovanni Orsini, il primo vescovo di Traù. Vengono mostrati lo stemma vescovile, un prezioso reliquiario, abiti talari e messali. Si va girando così, nel passato, e poi si torna sulla piazza, sotto il sole e di nuovo è passato, dappertutto. (…) Vedere delle persone che abitano con tanta indifferenza su un palcoscenico mi diverte per metà e per l’altra metà mi spaventa. (…) E provo il violento impulso di entrare nella Loggia e di chiamare finché da ogni vicolo buio siano accorsi tutti sulla piazza, circondandomi, per dire alla folla in ascolto che so della nascita del mondo e dell’origine dell’uomo e di come ogni roccia e ogni pianta e ogni animale ci siano fratello e sorella, finché venga a cessare ogni sofferenza nel pubblico silenzioso e la gioia della conoscenza esploda in un unico, enorme grido di libertà”. Abbiamo riportato parte di questo scritto perché in effetti è la stessa impressione, la stessa meraviglia che ha subito colpito anche noi.

Laddove pascolano le capre…

Traù è in effetti una di quelle piccole città storiche senza cui i secoli passati ci apparirebbero vuoti, deserti. Fu costruita gradualmente all’imboccatura di una vasta baia fra l’isola di Čiovo e la terraferma. Le sue origini non vanno cercate nei miti e nelle leggende, perché la sua storia è ben definita ed è stata sistematicamente scritta dal celebre storico Ivan Lucius-Lučić (1604-1679), praticamente il fondatore della storiografia croata moderna. A fondarla furono i Dori, stirpe ellenica di Siracusa, valorosi navigatori e migratori che sotto la guida di Dionisio fondarono Issa sull’isola di Vis nel 390 a.C. facendone il centro della loro nuova patria e da lì, conquistarono via via la costa dalmata. E fu così che nel III secolo a.C. da queste parti venne fondata anche la nuova colonia di Tragurion, “dove pascolano le capre”, in quanto il posto era pieno di pecore e di pastori illirici.

La punizione di Cesare

Arriviamo quindi al tempo dei Romani quando dopo la vittoria su Pompeo, Cesare punì Issa per il suo tradimento: pose fine alla sua autonomia, le tolse i possedimenti di terraferma e logicamente, lo stesso Tragurion. Però la celebre Tabula Peutingeriana indica questa località ancor sempre come porto di grande importanza e granaio statale. Infatti, qui si erano nel frattempo sviluppati sia l’agricoltura (oliveti e vigneti), che l’artigianato e il commercio, tanto che l’imperatore Claudio (41-54 d.C.) vi insediò i propri veterani. Ma dell’epoca romana non sono rimaste tracce di rilievo. E c’è anche da aggiungere che il comune medioevale sviluppatosi in seguito, distrusse completamente l’originaria struttura urbanistica.

Il caos del primo Medioevo

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel V secolo, Traù rientrò in una speciale provincia militare sotto la potestà dell’esarca di Ravenna. Nel caos del primo Medioevo, non protetta da forti presidi bizantini, l’originaria popolazione fu costretta a vivere sotto la continua minaccia di orde che scorrazzavano per i Balcani. Fu in seguito alle conquiste di Carlo Magno che passò, con le altre città e castelli istriani e dalmati, sotto la dominazione franca che durò praticamente fino all’814 quando iniziò l’infiltrazione dei Croati i quali nel IX secolo iniziarono a costruire le loro case, le loro chiesette adoperando colonne e capitelli della non lontana e distrutta Salona. E fu così che, dalle macerie di una grande civiltà tramontata, ne sorse timidamente una nuova.
Quindi nei secoli si susseguirono i conflitti per la successione sul trono croato, conflitti che ben presto richiamarono anche sotto Traù le galee armate veneziane. Il doge Pietro Orseolo sfruttò adeguatamente lo scontro fra Svetoslav Suronja e i suoi fratelli minori Krešimir III e Gojslav per conquistare una parte della Dalmazia. In tal modo Traù cominciò a svilupparsi secondo i progetti urbanistici medievali: diventò importante sede vescovile, al vertice dell’amministrazione arrivò un priore, un podestà, rettori, giudici e consoli. La parola decisiva in tutte le questioni spettava al vescovo che la annunciava nella cattedrale ed i cittadini la accettavano per acclamazione.

Dopo i Saraceni… la miseria

Nel 1123, un improvviso attacco dei Saraceni distrussero completamente la città. Fu un breve periodo di miseria ma già nella seconda metà del XII secolo la vita andò gradualmente normalizzandosi. Prima di tutto vennero costruiti forti e bastioni e soltanto dietro, al sicuro, case, strade, piazze… Su quella centrale sorse la maestosa cattedrale al posto di quella distrutta dai Saraceni. Il promotore dei lavori fu il vescovo Treguano che scrisse anche una storia della città. Nella costruzione si distinse particolarmente il maestro Radovan, tra l’altro autore del maestoso portale, eccezionale esemplare dell’arte romanica europea. Sotto il suo scalpello, accanto ai motivi del Nuovo Testamento, nacquero scene della vita quotidiana e decorazioni di motivi vegetali che tradussero in realtà la vita nei campi attorno.

Il rifugio di re Bela IV

Nel 1242 un’altra grave minaccia per Traù fu l’invasione dei Mongoli lanciati all’inseguimento di re Bela IV, il quale nella città venne accolto con i massimi onori e con una galea passò da Čiovo alla più sicura isoletta vicina che in seguito prese il nome di Kraljevac (isola del re). Per dimostrare la sua riconoscenza il re cedette in dono tutti i possedimenti spalatini, dono questo che fece divampare una guerra tra Spalato e Traù, vinta da quest’ultima dopo due anni di battaglie.
In effetti, a quei tempi i successi di questa città derivarono in primo luogo dallo sviluppo della sua economia: agricoltura, allevamento del bestiame, artigianato con orefici, pellicciai, pellai, scalpellini, calzolai… Anche la pesca ebbe una rilevante importanza e nel XIII secolo presero a funzionare mulini ad acqua per la macinazione del grano. L’intera ricchezza della città era tuttavia in mano a poche famiglie patrizie, ai vescovi ed ai cinque grandi conventi. Dalle loro file si eleggevano i membri del Gran Consiglio. È interessante notare come in quei tempi, in base allo Statuto, i funzionari pagati erano: il notaio, il medico condotto, il farmacista, le guardie diurne e notturne e addirittura gli spazzini! Centro della vita pubblica era la piazza davanti la cattedrale. Qui i cittadini ascoltavano i proclami, commerciavano, assistevano allo spettacolo dei condannati alla colonna infame, festeggiavano le vittorie sui nemici, si divertivano nelle sagre popolari.

Il potere assoluto del conte-capitano

Poi arrivò il Leone di San Marco e le cose cambiarono. Contestando la cessione della Dalmazia nonché lo strapotere della Serenissima, con l’aiuto dell’ammiraglio genovese Ugolino Doria, vennero rafforzati il porto e le torri di difesa. Ma la resistenza della popolazione sotto la guida del rettore Vetturi venne piegata da un’ininterrotta pioggia di palle di pietra sparate dalle bombarde veneziane. Fu così che le milizie del capitano Loredano entrarono a Traù. Vennero subito abolite tutte le libertà comunali, imposto un conte-capitano con poteri assoluti che governò con l’assistenza del Consiglio dei nobili, ai membri del quale era permesso di esprimersi soltanto in italiano. E fu così che il XV secolo impresse a Traù l’aspetto che ha conservato fino ad oggi. Venezia cercò di manifestare la sua potenza costruendo palazzi pubblici ed inespugnabili fortezze a difesa dai turchi e da eventuali sommosse dei popolani. Anche i patrizi fecero a gara nel costruire i loro sfarzosi palazzi e parecchie ville fortificare anche a Čiovo e nel Golfo dei Castelli. La fuga da Traù dell’ultimo doge veneziano Santo Contarini nel 1797 segnò un breve periodo di anarchia. Poi arrivò il generale austriaco Matija Rukavina che s’impose con le sue milizie e dopo le grandi vittorie di Napoleone vennero create le Province Illiriche alle quali succedette il dominio dell’Austria. Fu così che la città venne declassata, quasi dimenticata, nella quale si reclutavano soltanto ottimi marinai.

La scomparsa dei leoni marciani

Abbiamo già ricordato che Traù ha incredibilmente conservato le forme e i volti del suo passato sui selciati, sui portali, sui campanili, sulle torri, sui palazzi. Anche sulle modeste casette del popolo. La città è un vero scrigno di tesori. Sui suoi monumenti sono rimaste le impronte di tutte le epoche: dalla Porta Civitatis (con ornamenti rinascimentali) ai muraglioni con la torre Vitturi (con archi e corridoio coperto per le guardie; dal forte Camerlengo a quello di San Marco (costruito dai Veneziani del XV secolo); dalla Porta di terraferma alla Loggia (già pubblica aula della giustizia con un rilievo di Nicola Fiorentino); dalla basilica di San Martino (a tre navate, paleocroata) al convento con la chiesa di San Nicolò; dal Palazzo del comune alla cattedrale di San Lorenzo (romanico-gotica e con l’atrio di Radovan sormontato dal campanile); dalla Torre dell’orologio con la Colonna infame a Santa Maria Rotonda; dal Palazzo Cippico a quello dei Garanin-Fanfogna; dal Palazzo de Andreis a quello dei Lučić alle numerose chiese: San Giovanni Battista (dei benedettini), San Pietro, San Domenico (con una pala di Palma il Giovane), la Madonna del Carmelo, San Michele… E quindi la Casa Romanica, il Battistero, la Capella del Beato Orsini e le varie collezioni di arte sacra, il Lapidario cittadino ecc. ecc. Dunque, come si vede, una città di grande interesse artistico.
Per finire accenneremo al fatto che qui non ci sono più i Leoni di San Marco. Quando in Italia, con l’avvento di Mussolini, fu in auge il motto “Ovunque c’è il Leone di San Marco ivi è l’Italia”, la popolazione reagì sdegnata e il 1.mo gennaio 1932 dimostrativamente vennero rimossi tutti i simboli di Venezia e della faccenda se ne parlò persino alla Società delle Nazioni di Ginevra!

 

 

 

 

 

 

 

508 – La Nuova Tribuna Letteraria 09-2012 Annamaria Muiesan Gaspàri: Il mio tailleur rosso dai bottoni di bambù

 

Annamaria Muiesan Gaspàri  IL MIO TAILLEUR ROSSO DAI BOTTONI DI BAMBÙ

Unione degli Istriani, 2010

 

Nella memoria di Annamaria Muiesan Gaspàri, segnata da antiche e tor­mentose ferite refrattarie a ogni cura, affiorano, all’improvviso c spesso, fatti di un passato feroce: con lama aguzza e tagliente riprendono a operare lo scempio perpetrato in un’epoca segna­ta dal male; scavano, vanno più a fon­do. I conti della storia ancora non tor­nano. E sono in tanti, troppi anche adesso coloro che non sanno o che fingono di non sapere. Annamaria era poco più di una bambina, aveva solo tredici anni quando, nell’istriana Pirano, sua città natia, in una terribile e funesta giornata del 45 si scatenò l’inferno: i titini, i partigiani di Tito, rastrellarono gente casa per casa, ordinarono di lasciare le porte aperte, di portare via lo stretto indispensabile, di allontanarsi da quella terra che, ormai, non era più la loro. La stessa sorte toccò anche a giuliani e dalmati.

Coloro che, a giudizio della milizia, risultavano nemici del co­munismo o, comunque, anche semplicemente sfiorati dal so­spetto di aver collaborato col fascismo venivano separati dagli altri, caricati sui camion, ammassati come bestie da macello c fatti sparire nel nulla, per sempre. Tra le migliaia di istriani cat­turati, c’era anche il giovane padre della scrittrice. Di loro non si ebbe più notizia.

Divenuti poveri e privi di una patria e di un tetto, i profughi, quelli che ebbero la possibilità di espatriare, cominciarono la lo­ro nuova vita in campi d’accoglienza malsani inadeguati e im­provvisati, tirando avanti a stento, lottando per la sopravviven­za e cercando di non lasciarsi annientare dal dolore. La famiglia Muiesan Gaspàri si fermò a Trieste. La nuova condizione di to­tale indigenza fu, soprattutto per i più giovani, umiliante e cau­sa di totale emarginazione. Annamaria aveva timore di farsi ve­dere in giro, vestita da stracciona, anche nei giorni della festa.

Nel Il mio tailleur rosso dai bottoni di bambù, la scrittrice triesti­na, come ha già fatto altre volte, ma con grinta ancora più forte, racconta di quegli anni; e sceglie di parlare, tra le tante cose, di quel tailleur rosso da lei immortalato nel titolo a mo’ di metafo­ra di un vissuto terribile. Stanca di vederla soffrire e a prezzo di grandi rinunce, sua madre, pagandolo a rate, un giorno acqui­stò quel vestito per lei: lo avrebbe indossato la domenica, in Piazza dell’Unità, passeggiando non più con gli occhi bassi, non più desiderosa di nascondersi…

 

Delle foibe e dell’orrore in esse nascosto, si è taciuto per an­ni. La verità era scomoda: per i vincitori; per quanti avevano finto per calcolo di non vedere e di non sapere; per coloro che, dall’Italia, avevano aiutato gli aguzzini nel disegno criminale; per una parte dei vinti che, per ragioni più o meno incomprensi­bili e inquietanti, avevano rimosso la tragedia negandone la gravità o riducendone di molto le proporzioni. A lungo si è ta­ciuto e si c cercato di nascondere la documentazione di ciò che accadde.

 

Ma la scrittrice triestina non si è mai data per vinta. I fatti vanno svelati, non per vendicare i torti subiti, né certo per ripor­tare in vita chi perse la vita nelle viscere buie delle montagne, ma solo per rispetto dei morti, per restituire loro la dignità, per dare un senso al terrore che li spense un attimo prima di essere scaraventati nelle orride caverne carsiche. Annamaria Muiesan Gaspàri non intende operare distinguo tra i delitti commessi. Neri o rossi che siano, i crimini vanno condannati, non più prendendo come criterio di misura l’ideologia per stabilire l’e­satto confine tra il bene e il male. Devono farlo tutti, anche quanti si ritengono ancora e a torto incolpevoli per il semplice fatto di essersi lasciati vincere dalla paura e dalla forza sover­chiarne dei più implacabili. La presa di coscienza da parte della collettività, il rispetto pieno della verità, sono premesse indi­spensabili per rimettere il mondo in cammino.

Ho conosciuto la scrittrice quasi per caso, qualche tempo fa quando è stata intervistata nella puntala dedicala dal TG2 al “Giorno del Ricordo”. L’ho sentita parlare e ne ho ammirato su­bito lo spessore culturale e la tempra di donna autentica, avvez­za a confrontarsi con la vita sin dall’adolescenza. Quando mi è stato chiesto di recensire il suo libro, ho pensato che ancora una volta il caso mi aveva privilegiato: avrei potuto esaminare, con maggiore attenzione e con una nuova testimonianza diretta, un periodo storico le cui ombre ho avuto modo di conoscere già a suo tempo, dalla viva voce di testimoni coraggiosi friulani e che, in seguito, da docente di filosofia e storia ho raccontato ai mici allievi, anche negli anni in cui fare il mio mestiere e mantenersi a debita distanza da visioni spudoratamente parziali significava procedere controcorrente ed essere impopolari…

 

La lettura de Il mio tailleur rosso dai bottoni di bambù mi ha ar­ricchito per la dovizia di dettagli mai banali e per l’umanità im­pareggiabile e contagiosa di chi scrive. E mi ha gratificato, fa­cendomi comprendere che, anche nel mio piccolo e pur con i miei limiti, non ho mai tradito il mio mestiere, né tantomeno i giovani.

Quello di Annamaria Muiesan Gaspàri è un libro utile, neces­sario e terapeutico. Un libro che merita vita lunga e rispetto. Un libro, infine, ben scritto, apprezzabile, infatti, oltre che per i contenuti, per l’eleganza della forma, sorretta da una sintassi capace di accrescerne e di esaltarne la magistrale leggerezza.

                              

Pasquale Matrone

 

 

 

 

 

509 – La Voce del Popolo 08/07/12 Il patrimonio etnografico e culturale di Dignano raccolto dalla penna di Anita Forlani

GIOVEDÌ SERA LA PRESENTAZIONE DELLA MONOGRAFIA «COSTUMI E TRADIZIONI DIGNANESI»

 

Il patrimonio etnografico e culturale di Dignano raccolto dalla penna di Anita Forlani

 

DIGNANO – “Costumi e tradizioni dignanesi” è il titolo della monografia di Anita Forlani, edita dalla Comunità degli Italiani di Dignano, che verrà presentata giovedì prossimo, 9 agosto (ore 21) in Via Forno Grande a Dignano. In occcasione dell’evento verrà, inoltre, inaugurata la mostra fotografica di Matija e Licio Debeljuh, allestita nella Galleria “Loggia” di Palazzo Bradamante.

“La monografia si occupa soprattutto della parte etnografica riguardante gli usi e i costumi dignanesi dall’innamoramento fino al matrimonio, come pure le danze e le usanze che si sono conservate attraverso i secoli – spiega l’autrice, Anita Forlani -. Si può dire che questo sia un libro tutto ‘ori e colori’, che darà certamente lustro alla Comunità Nazionale Italiana”.

A presentare il volume sarà la scrittrice polese Nelida Milani Kruljac, mentre l’evento – specifica ancora l’autrice – si terrà in una contrada dignanese che verrà trasformata in platea. La serata sarà pure arricchita da canti e balli tradizionali del territorio. Farà seguito, quindi, l’apertura della mostra di fotografie, realizzate appositamente per completare la monografia, che non sono, però, state inserite nel libro.

“La pubblicazione comprende 150 pagine corredate da bellissime fotografie – illustra ancora la Forlani. – Mi sono serviti diversi mesi per mettere insieme il testo, dopo un lungo lavoro di raccolta del materiale e di documentazioni varie, durato tanti anni. Questo libro è stato realizzato con l’obiettivo di rendere partecipi i giovani dignanesi di quello che sono stati il percorso di vita e le tradizioni della nostra gente, nonché di far conoscere una Dignano che ha conservato valori culturali ed etnografici del suo passato, ricchezze che, purtroppo, in diverse altre località sono andate perdute”, conclude Anita Forlani. (hlb)

 

 

 

 

 

 

510 – Il Piccolo 05/08/12 Trieste: “Specchi”, nello scantinato il diario dell’antico gestore

“Specchi”, nello scantinato il diario dell’antico gestore

 

Ritrovato il libretto con le annotazioni di Antonio Cesareo dal 1884 agli anni ’40 Dai clienti del Caffè ai fatti dell’epoca. E c’è anche una storia d’amore

 

I resti di un’antica fortezza, sotterranei bui e in alcuni punti abbandonati, un piccolo tesoro nascosto, un diario che spunta dal passato e una storia d’amore curiosa che si infila tra le pagine. Non sono gli ingredienti di un romanzo ma di una scoperta particolare fatta da Enzo Friolo, direttore del Caffè degli Specchi. «Settimane fa, rovistando nei sotterranei del locale, ho trovato alcuni scatoloni probabilmente dimenticati da anni, forse decenni, mai aperti e controllati, sistemati in uno spazio al di sotto dell’edificio e adibito a magazzino, dove sono ancora visibili i resti della fortezza veneziana di un tempo», racconta. «Lì c’erano alcuni quadri, non di valore, accatastati in un angolo. E poi, la sorpresa. Un “diario di bordo” compilato con grande puntualità e accuratezza da Antonio Cesareo, storico gestore degli Specchi, con pagine e pagine di scritti che vanno all’incirca dal 1884 al 1943», il lungo periodo in cui appunto Cesareo assieme a Vincenzo Carmelich curò il locale. Un quaderno fitto di appunti, un flusso continuo di pensieri e annotazioni: Friolo lo ha letto tutto d’un fiato. Un documento prezioso non solo perché rispecchia un arco temporale importante per il locale, ma anche perché permette di documentare le vicende che hanno attraversato la città in diversi momenti.

«Emerge la grande passione di Cesareo per il caffè e la caffetteria, ma il manoscritto restituisce anche uno spaccato degli usi e costumi delle varie epoche, immagini di tempi andati colte da un osservatorio speciale com’era il locale affacciato su piazza Unità – prosegue Friolo – il mosaico che ne esce è qualcosa di davvero unico e speciale». Le carrozze che transitavano sulla piazza, il clima di tensione degli anni di guerra, ma anche le emozioni dei tanti innamorati che si davano appuntamento al caffè: tutto si lega in un mix di cronaca giornaliera delle vicissitudini del caffè e delle persone che vi ruotavano attorno. Ed ecco spuntare un’altra sorpresa tra le righe del libriccino. «Nel diario viene spesso raccontata l’abitudine delle coppie di sostare al caffè perché circolava la voce che fosse una sorta di portafortuna per i fidanzati, tanto che anche noi abbiamo riproposto questa leggenda nelle cartoline pubblicitarie attuali – sottolinea Friolo – e proprio in alcune pagine spunta una stupenda storia d’amore, raccontata con grande semplicità e naturalezza. Narra di un incontro tra due ragazzi avvenuto nella zona di piazza Unità, nei primi anni del ‘900, e si sofferma in particolare sui meccanismi dell’amore. Non è possibile capire se si tratti di una vicenda realmente accaduta, ma sembra una favola così bella che vogliamo sistemarla e pubblicarla». Per il momento il contenuto completo del diario resta top secret: sarà infatti nelle mani di un esperto che valuterà una sorta di “traduzione” e sistemazione dei testi prima di poter render pubblica non solo la storia d’amore, ma probabilmente anche parte dello stesso diario.

 

Micol Brusaferro

 

 

 

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