LA GAZETA ISTRIANA N° 28 AGOSTO 2012 – mensile culturale ML HISTRIA

Posted on August 9, 2012


La Gazeta Istriana  a cura di Stefano Bombardieri

anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

Agosto  2012 – Num. 28

 

 

 

 

 

 

51 – CDM Arcipelago Adriatico 05/07/12 – In Istria nel 1400 si parlava così… – Conferenza del prof. Marco Piccat all’IRCI (rtg)

52 – La Voce in più Dalmazia 14/07/12 Storia –  I Detrico di Zara: fede e devozione verso la Repubblica (2 e continua) (Giacomo Scotti)

53 – Osservatorio Balcani 11/07/12 Fra le macerie di Goli Otok (e del Novecento) (Michele Nardelli)

54 – L’Arena di Pola 27/06/12 L’Istria nell’antichità (Paolo Radivo)

55 – La Tore nº 22 – Giugno 2012  Nel libro di Reneo Lenski Fiume palpita ancora viva (Adriano Agressi)

56 – La Voce del Popolo 07/07/12 Com’eravamo una volta: cronache di viaggi in Istria di autori tedeschi del XIX secolo (Mario Schiavato)
57- Il Piccolo 01/07/12 Rassegna – Vita da genio a Trieste nel diario inedito del fratello di Joyce (Elisabetta D’Erme)

58 – Il Piccolo 20/07/12 Libro: La Venezia di Scandaletti tra gente e mestieri al pianoterra dei palazzi (Maria Cristina Vilardo)

 

 

 

 

 

 

51 – CDM Arcipelago Adriatico 05/07/12 – In Istria nel 1400 si parlava così… – Conferenza del prof. Marco Piccat all’IRCI

 In Istria nel 1400 si parlava così…

Conferenza del prof. Marco Piccat all’IRCI

Una gustosa serata dedicata al linguaggio in Istria nel Medioevo. Con quella freschezza che sottrae la storia a complicate e noiose enumerazioni ma la riporta a galla, la smitizza restituendola al quotidiano. Tutto grazie alla collaborazione tra la Società Dante Alighieri e l’IRCI di Trieste, quest’ultima ha ospitato presso la sala Alida Valli della sede di Via Torino, il prof. Marco Piccat. Università piemontese, linguista e filologo di fama, ha portato una testimonianza dei suoi studi condotti all’Archivio di Pisino, dove si è imbattuto in alcune centinaia di documenti giuridico-amministrativi del 1400 riguardanti i processi in Istria.

Caratteristica degli stessi la loro stesura in latino nella parte redatta dai pubblici ufficiali con le testimonianze trascritte nella parlata corrente. L’analisi appunto del linguaggio in uso al tempo, è stato oggetto della sua conferenza seguita da un numeroso e qualificato pubblico che per la durata dell’incontro ha “viaggiato” nel tempo, in quelle contrade di Capodistria, Parenzo e Cittanova teatro di pestaggi, omicidi e pesanti accuse verbali.
“Scusate la volgarità di alcuni termini” si è premurato di avvisare il pubblico presente, il professore. Nulla che potesse scandalizzare, “certa politica oggi fa senz’altro peggio” semmai rendere divertente un’analisi precisa e contestualizzata di una civiltà già veneta per la dedizione alla Serenissima. E il linguaggio si collega proprio a questa dimensione di scambio con Venezia che si avverte nei modi di dire, c’è poi l’influsso del friulano e di altri idiomi vicini.
Insomma, cosa succedeva nell’Istria del Quattrocento per produrre così tante sentenze: si litigava per i motivi più disparati, volavano parole pesanti ed infine si brandivano le spade…il tutto raccontato in un particolare registro linguistico.
Molto vicino al programma di incontri della Società Dante Alighieri di Trieste, il prof. Piccat continua il suo lavoro di indagine e di studi in loco. Si tratta di materiale inedito che andrà a comporre una prossima pubblicazione e intanto lo studioso spiega: “la tipologia delle varietà romanze istriane e della loro autoctonia e dei rapporti linguistici con Venezia e l’entroterra, è stato oggetto, dall’Ottocento in poi, di attenzione di molti linguisti, pur con differenti valutazioni, Matteo Bartoli, Clemente Merlo, Giuseppe Vidossi, Graziano Ascoli e, in tempi più recenti, delle importanti analisi di specialisti del settore, quali G. Folena, M. Deanovic, Zarko Muljcic, Pavao Tekavic, Franco Crevatin, Gian Battista Pellegrini, Gunter Holtus e Max Pfister, e ancora, tra gli altri, Carla Marcato, Manlio Cortelazzo, Alberto Zamboni e in anni più a noi vicini, Flavia Ursini.

Secondo il quadro storico-linguistico che si è venuto concretizzando grazie agli studi citati, l’Istria, forte di un sostrato linguistico parzialmente slavo (sloveno e serbo-croato) fu esposta, fin da epoche antiche ad influenze da nord, da parte delle terre confinanti col Friuli Venezia Giulia,(come dimostrato da alcune concordanze, etimologiche e di suffissazione) dal friulano, (rilevate da Crevatin), specie nel settore Trieste-Muggia fin verso Capodistria, mentre nelle centrali e meridionali, dalla presenza attiva di parlate istriane autoctone e di quella del Dalmatico, in Quarnaro e in Dalmazia. Su tutte cominciò presto a farsi sentire l’influsso diretto del dialetto veneziano… (Vidossi, 63-64, Decarli 127)
In particolare, la venetizzazione linguistica dell’Istria (la prima) iniziò a comparire in modo evidente nei documenti attorno al XIV secolo: la regione in buona parte è stata, sin dal XIV-XV secolo, veneziana a tutti gli effetti, non semplice zona d’occupazione come poteva essere la Dalmazia o anche Creta. (Crevatin). Il dialetto che seguiva le fortune politiche del vessillo di san Marco non sarebbe dunque una sorta di “veneziano coloniale”, ma piuttosto un semplice “veneziano de là del mar” (Folena) grazie al costituirsi e al consolidarsi di alcuni canali privilegiati di diffusione.
Questa fase finale di un lungo processo di linguaggio scritto, dovette essere preceduta da due secoli di ‘conoscenza’ passiva del dialetto di Venezia, da parte dei dialetti locali istriani vivi sul territorio. L’ interno della regione, che faceva parte della contea di Pisino, non risentì invece mai di quest’ influsso”.
Risulta che non ci siano testi in volgare anteriori alla dedizione delle varie città istriane a Venezia, intorno al Trecento, ed i primi a comparire, tra XIV e XV secolo sono già redatti in veneziano; i documenti latini sono molto ricchi di volgarismi, per lo più attribuibili al romanzo preveneto. A confermare le sue parole i numerosi testi di testimonianze e sentenze letti durante la serata che hanno incuriosito l’uditorio. L’invito a ritornare ha concluso l’incontro. (rtg)

 

 

 

 

 

 

52 – La Voce in più Dalmazia 14/07/12 Storia –  I Detrico di Zara: fede e devozione verso la Repubblica (2 e continua)

STORIA Diedero prove di ininterrotta e tenace fedeltà nei confronti della Serenissime  per ben trecentosessantanni (2 e continua)

 

I Detrico di Zara: fede e devozione verso la Repubblica

 

di Giacomo Scotti

 

Ed eccoci a una famiglia dalmata di Zara tra le più notevoli, i Detrico. Ben quattro nobiluomini di questa ca­sata furono insigniti dell’Ordine di San Marco, ma uno soltanto per meriti militari, Giovanni. Ce lo dice il Privilegio del doge Mo­lin datato 14 luglio 1652 a con­ferma del titolo di Cavaliere con­cesso il 14 maggio di quell’anno dal Senato della repubblica a Pie­tro Detrico, dottore. L’unica be­nemerenza di questo Pietro era quella di rappresentare tutti i De-trico e i “molti meriti” di quella famiglia che fin dall’anno 1416 aveva dato “continuati” segni di devozione e fede verso la Sere­nissima.

 

MERITANO RICOMPEN­SA Infatti, citiamo: “Molti sono i meriti della famiglia Detrico No­bile di Zara, principianti sino dall’anno 1414, continuati sempre con impieghi de’ valorosissimi sogget­ti di devotione e fede verso la Re­pubblica Nostra. Onde nelle mag­gior occasioni adoperatisi meritano ricompensa de gradi, di virtù, e di tutto pubblico aggradimento, deco­rati di dignità proprie alla loro con-dittione, et alla pubblica continua­ta pienissima deditione, come fu­rono…”. A questo punto si ricorda­no in particolare “Simon Detrico il Kavaliere tale proclamato nel lon­tano 1420 per essere stato il primo

Governatore di Traù dopo la con­quista di quella città da parte del condottiero veneziano Pietro Lo­redan; Gregorio Detrico distintosi come sopracomito di galera “che per fatti suoi egregi meritò impie­ghi e prerogative”, ma non il ca­valierato; Zoilo Detrico, nemmeno lui fatto cavaliere, ma meritevole di essere menzionato in quanto “oltre il donativo di buona summa” di de­naro da lui versato volontariamen­te allo Stato, “mantenne a proprie spese. a servizio della Repubbli­ca cinquanta uomini armati nella guerra di Puglia et ventidue nella guerra Friulana”; e ancora Giovan­ni Detrico alias “Zuanne pure (lui) sopracomito”, questi sì fatto cava­liere di San Marco nel 1510, “deco­rato di grado di Kavalier con lettere dell’Eccellentissimo Senato scritte a lui medesumo in armata per la di­sfatta” da lui inflitta ad “alcune fu­ste di Barbari” ossia bèrberi.

 

PARENTI Nella stesse moti­vazione del cavalierato concesso al dottor Pietro vengono menzio­nati ancora i suoi parenti Giovan­ni Battista, Valerio, Alvise e Grego­rio Detrico, “Governatori et Capi­tani di cavalli (cavalleria) nelle più ardue occorrenze degli ultimi tem­pi, dando successivamente tutti ar-dentissimi segni del loro mai finito ossequio, senza riguardo ad alcun dispendio sino a spargimento del sangue”. “Con questi tanti esempi ” dei suoi consanguinei, il “fedelis­simo Pietro Detrico dottor, vero et legittimo discendente di questa be-

nemerita famiglia (.) ha in egual forma sempre esercitato se stesso nei pubblici affari”, meritando così il grado di Cavaliere. Stranamente, non viene menzionato Gerolamo Detrico che pure ottenne grado e ti­tolo di Cavaliere nel 1547, ma del quale finora non è stato reperita al­cuna altra notizia.

 

PRIVILEGIO Resta il fatto che i Detrico diedero prove di ininter­rotta e tenace fedeltà alla Serenis­sima per ben trecentosessant’anni. E qui vogliamo integrare il Privile­gio sopra citato fornendo qualche informazione in più tratta da fon­ti croate, su alcune dei personag­gi menzionati nel documento do­gale cominciando da Simon Detri-co. Di lui la prima menzione risale al 1384: a cominciare da quell’an­no è iudex examinator e funziona­rio del dazio del sale, poi più vol­te rettore della città di Zara, invia­to del re Sigismondo a Knin, mem­bro del Consiglio segreto di Zara. Nel 1398, insieme con altri nobili, dà il benvenuto in città all’arciduca austriaco Albrecht IV; nel 1408, in agosto, accompagna a Zara l’invia­to del re Ladislao di Napoli sovra­no di Croazia ed Ungheria, Alvise Aldemarisco, e viene nominato ca­valiere, miles. Nel 1409 lo trovia­mo fra i nobili zaratini che cercano di portare Zara sotto il dominio di Venezia.

 

CITTADINANZA VENE­ZIANA Nel settembre dello stes­so anno ottiene la cittadinanza ve­neziana; nel 1420 la Serenissima lo premia assegnandogli un vita­lizio che sarà esteso ai suoi eredi; quello stesso anno, dopo l’instaura­zione del dominio di Venezia sulla quasi totalità del territorio dalmato, accompagna il Capitan Genera­le della Serenissima, Pietro Lore­dan, nella sua visita di “acquisto” a Traù, la città-isola della quale viene nominato Governatore. Morirà at­torno al 1448 dopo aver acquista­to vasti possedimenti terrieri, cir­ca 550 ettari. Gregorio, forse figlio di Simone, è menzionato nel 1441 come procuratore del convento del­le benedettine S. Maria di Zara; fra il 1443 e il 1474 per venti volte è consigliere del conte-rettore; nel 1469 partecipa alle trattative per ri­solvere questioni di confine con la Croazia. Zoilo, figlio di Gregorio, combatte in difesa della Repub­blica con la Lega di Cambrais nel 1510 e concorre con 200 ducati alle spese di costruzione della fortezza di Padova, come ci ricorda il cardi­nale Pietro Bembo nelle sue “Isto­rie veneziane” definendo il Detrico “uomo amantissimo della Repub­blica”.

 

SOPRACOMITO Zuanne, se­condo figlio di Gregorio, fu sopracomito della galea armata di Zara negli anni 1473 e 1502-1504, par­tecipando a diversi scontri navali in Adriatico e nel levante. Lo incon­triamo anche in qualità di coman­dante della cavalleria nell’esercito veneto contro i turchi nei dintor­ni di Zara. Diventa infine podestà di Ancona, come si legge sulla lapide sepolcrale nella cappella di famiglia nella chiesa zaratina di San Francesco. Degli altri Detrico menzionati nel privilegio cita­to all’inizio come “Governatori et Capitani” possiamo dire qualco­sa soltanto di Alvise che nel 1621 viene menzionato come governa­tore del territorio continentale di Zara (contado), da dove fu trasferi­to nel Levante. Morì a Creta intor­no al 1638. Personaggio partico­lare nell’album del casato Detrico è Gregorio figlio di Alvise: fu uno dei più valorosi comandanti della Serenissima nel corso della Guerra di Candia sui campi di battaglia nel retroterra di Zara.

 

COMANDANTE DI SCARDONA Nel 1645 viene nominato comandante della Fortezza di Scardona (Skradin) nel 1645 partecipa all’operazione di conquista della Fortezza di Clissa (Klis) alle spalle di Spalato, nel 1655 è Provvedito­re di Makarska, nel 1670 partecipa alle trattative per la delimitazione dei nuovi confini della Serenissi­ma con i territori turchi in Dalma­zia, l’anno successivo è nominato comandante della cavalleria nel di­stretto di Zara.

 

Serdari dei Morlacchi

Un dalmato valoroso fu pure Pietro Stalio, nominato cavaliere il 31 gennaio 1666. Nobile di Lèsi-na, Pola e Torcello, fu inviato dal Provveditore Generale della Dal­mazia Gerolamo Foscarini a “trat­tar cose di rilievo” a Curzola, a Ra­gusa, a Spalato, a Clissa. Qui sedò un ammutinamento di quel presi­dio. Successivamente “partecipò all’Armata del Parga” con il Prov­veditore veneto di Corfù Alvise Civran, accorse inoltre volontario a Buttintro con il Generale delle Tre Isole, infine “soccorse Candia” con il Provveditore Pietro Barbarigo.

 

«PAESE TURCHESCO» Qualche parola in più meritano due „serdari Morlacchi”: Smoglian Smoglianovich, cavaliere dal lu­glio 1669, e Stoian Metrovich, fat­to cavaliere nel marzo 1670. Am­bedue oriundi del “Paese Turche-sco” ai confini della Dalmazia ve­neta, si erano da tempo stabiliti sul territorio di Zara, alservizio milita­re della Serenissima. Insieme al cavalierato, Smoglianovich ebbe in dono una collana d’oro del valore di cento ducati, una veste, e uno sti­pendio mensile di trenta ducati per il suo servizio. Seguendo l’esem­pio del padre e del nonno, egli ser­vì “con trame ardenti d’acquistarsi il merito e di palesare con prove di coraggio in tutte le occasioni” in “tutto il corso della presente guerra in Dalmazia”. E furono proprio le sue “valorose operationi” in quel­la guerra a portarlo „alla carica di Sardar Capo de Morlacchi”.

 

CORAGGIO Anche Stoian Metrovich detto „Gianco” divenne cavaliere per meriti militari nella guerra di Dalmazia contro i turchi, in particolare per aver sconfitto e ucciso un capo nemico, Allibeg Duragbegovich: “Nel corso della passata guerra nella Dalmazia Stoian Metrovich, Sardar dei Morlacchi, non dissimile dal Principe ed altri suoi maggiori, diede saggi del suo coraggio facendo cadere estin­to Alligbeg Duragbecovih soggetto di gran condizione, e se bene provò per mesi 14 dura schiavitù, restitui­tosi in libertà non tralasciò tra nuo­vi cimenti d’esporre la propria vita, e nel conflitto seguito nel contado di Zara fece (cadere) la Testa di Rasen Agà Filipovich e molte al­tre, oltre (a catturare) diversi schia­vi e (arrecare) danni considerabili all’inimico in feriti, sempre intre­pido”. Anche lui ebbe in dono una collana d’oro e una veste dorata.

 

GIOVANNI RADOS Sempre nel 1670, in maggio, il Cavalierato di San Marco fu concesso al nobi­le dalmato Conte Giovanni Rados. Dalla motivazione estrapoliamo: “Sergente maggiore di Batta­glia e sopraintendente della nazio­ne oltramarina, e colonnello impie­gato in Dalmazia per il recupero riconquista di Novegradi, nella pre­sa di Obrovaz, Cavia, Vrana et altri luoghi, poi a Volo, Tenedo e nei Dardanelli, militando nella galera del già Capitan Girolamo Marcel­lo, a Candia ed altri luoghi”. Pec­cato che non disponiamo di altre notizie; con tante battaglie combat­tute in terra e in mare, dall’Adriati­co al mar di Grecia, il conte Rados scrisse un romanzo. Il capitano di mare “dalmatino” Stefano Raccovich fu insignito dell’ordine di Ca­valiere il 14 maggio 1687 per es­sersi distinto nella battaglia navale di Naxia con la sua nave Madon­na della Salute accorsa in aiuto alla Capitana Veneta.

 

COMBATTIMENTO Il testo del Privilegio, dopo un accenno a “considerabili meriti” militari ac­quistati in “lunghi e fedelissimi im­pieghi in pubblico servizio”, passa a parlare di “decorose prove di va­lor e di zelo” date “particolarmente nelle ardue occasioni della presen­te guerra e nel Combattimento con la Caravana Turchesca sotto Na-xia”. In quell’occasione il Racco-vich „fu il primo che con risoluta itrepidezza, si spinse con la Nave Madonna della Salute a soccorrer la Capitana Nostra impegnata nel pericoloso azzardo di tanto crudel combattimento, consentendo lui sopra di se lo sforzo delle sei prime navi nemiche, e nell’insecuzione (inseguimento) ancora degli altri vascelli turcheschi che restarono” incendiandone alcuni e disperden­do nel Golfo gli altri, dando così „ rimarcabili sperimenti del suo co­raggio e più ancra del Terribile In­contro della Squadra Nostra delle Navi con l’Armata nemica grossa, e sottile nel Canal di Metelino fat­to resa del vantaggio del vento, e delle speranze della sua prepoten­za corrispose egli con la sua prode risolutione, e brama difficultà i pe­ricoli di quella impresa”.

 

PRODEZZA Le ultime ri­ghe non sono certo un modello di chiarezza linguistica, ma rendono l’idea della prodezza del neoca­valiere, la cui vita si spegnerà un anno dopo sempre in battaglia. Su­bito dopo il Raccovich alla schie­ra dei nuovi Cavalieri di San Mar­co dalmati, divenuti tali per valore militare, si unisce un altro serdaro dei Morlacchi, Nicolò Nuncovich. Come i suoi connazionali Smo-glianovich e Metrovich, era emi­grato nel territorio del dominio ve­neto dalle terre della Croazia, Bo­snia ed Erzegovina dominate dagli Ottomani e, postosi al servizio del­la Serenissima come comandan­te di una compagnia di Morlacchi, contribuì alla conquista di Knin. Il cavalierato gli fu concesso nel gen­naio del 1692 con una motivazione nella quale, tra l’altro, si legge che il Nuncovich, “rinunciando al Pa­trio Nido nei luoghi ottomani” ed a “ragguardevoli fortune”, si era stabilito in Dalmazia per diventare “con volontaria decision” suddito della signoria.

 

ASSALTO DELLA BREC­CIA E per Venezia conbattè “in varie occasioni” dimostrando particolare valore “nell’acquisto di Knin” e “non meno all’assal­to della breccia e alla guardia del fiume”. Per due volte, inoltre, “in­sieme al figliolo Vule”, si distin­se nel ricacciare gli attacchi dei Turchi contro la Torre di Clach, “dove con valore e merito di valor militare” padre e figlio riportaro­no “rilevanti ferite”.

 

TRUCIDATO DAI TURCHI Purtroppo, pochi mesi dopo il con­ferimento del cavalierato, Nicolò Nuncovich verrà preso e trucidato dai Turchi. Va inoltre annotato che nella compagnia morlacca da lui comandata combattevano due suoi fratelli, Giorgio e Vule ed altrettan­ti suoi figli, Gregrio e Vule.

 

VENERAZIONE AL VENE­TO Quest’ultimo sarà fatto a sua volta cavaliere il 27 giugno 1696. Il “Privilegio” relativo a Vule Nuncovich di Nicolò comincia col dire: “Con esemplare e volontaria dedi-tione di sudditi alla Repubblica sortirono il Freggio di Vassallaggio Nostro il Cavalier Nicolò Nonco-vich, il Governatore Vule e Grego­rio suoi figlioli, quando nati sotto il dominio ottomano ambirono di fi­nir i loro giorni in ubbidienza e ve-neratione al Veneto, sacrificandosi il padre et un figliolo nell’espugnatione e acquisto di considerabili fortezze in prova evidente del loro coraggio e fedeltà”. A queste prove “d’honore” della famiglia Nuncovich (o Noncovich), Vule “aggiun­se le proprie”, “agevolando l’im­presa di Ciclut nel cimento del-li più pericolosi attacchi”. Inoltre “cooperò nel ridur alla pubblica de-votione il Serdaro Chresich con le due Provincie Popono e Zazabie e nell’incendio di Borgo Pocital ven­dicò in sanguinosa misura la mor­te del Cavalier suo padre” ucciso dai turchi “con stragge et schiavitù di nemici. Simili e più degni moti­vi hanno mosso il nostro aggredi-mento – scriveva il doge Valier -ad accrescerci il freggio d’honore di Cavaliere”.

 

 

 

 

 

53 – Osservatorio Balcani 11/07/12 Fra le macerie di Goli Otok (e del Novecento)

Fra le macerie di Goli Otok (e del Novecento)

Michele Nardelli

Michele Nardelli, presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, ritorna nell’ex Jugoslavia dopo una lunga assenza. Alla distanza emergono nuovi pensieri, sensazioni, dettagli, per comprendere le ragioni di una mancata primavera. La prima puntata del diario-reportage

Il mio ritorno nei Balcani. Nessuna immagine simbolica, nostalgia piuttosto. L’ultima volta fu un paio d’anni fa, a Sarajevo. Milleduecento chilometri, una riunione che forse avrei potuto fare via skype, il rito della bosanska kafa nel mio piccolo bar di Mostar (che pure non è sulla strada del ritorno, ma solo per il piacere di trascorrere qualche minuto in quel luogo) e poi via, altri milletrecento chilometri verso casa. Il tutto in due giorni, praticamente una follia.

Che non viaggio da queste parti sono in realtà quattro o cinque anni, quasi un abbandono. Tutto quel che si è costruito in quindici anni di relazioni non è svanito nel nulla e questo mi basta. Non il lavoro dei Tavoli della cooperazione di comunità, che in questi anni hanno trovato nuova linfa, energie, intelligenze. Ovviamente discontinuità, com’è normale quando si passa la mano. Non le attività sul turismo responsabile, diventate motivo di impegno professionale (e di passione culturale e politica) di un gruppo di giovani che hanno imparato ad amare i Balcani quando associare quei luoghi ancora segnati dalla guerra al turismo (seppure responsabile) poteva sembrare cinico. Non, ovviamente, l’Osservatorio Balcani Caucaso, che pure considero una delle cose più importanti realizzate nel mio percorso di vita, punto di riferimento, in Italia ed in Europa, per tutti coloro che guardano con un po’ di attenzione verso questa parte del “vecchio continente”.

Nel mio pensiero, nelle letture come nell’agire politico, i Balcani sono stati in realtà tutt’altro che messi da parte. Hanno continuato ad essere, invece, un punto di riferimento e una chiave di lettura del presente. Un dialogo non interrotto, dunque, ma che certo si nutriva di sguardi che, questi sì, mi sono mancati. Quello strabismo che mi ha aiutato a guardare la realtà della mia terra insieme da lontano e da vicino, comunque con lenti diverse.

 

Ci ritorno partendo da Baska, ma quello che un tempo era un borgo di mare nella cornice affascinante delle isole del Quarnero oggi è diventato uno dei tanti luoghi del turismo plastificato. Non ancora del tutto, per la verità, ma il destino sembra segnato. Per quel che mi riguarda, solo un pretesto per prendere una barca e raggiungere Goli Otok, l’isola calva dove i dissidenti dell’anomalia jugoslava venivano deportati.

Nell’attraversare quel mare provo ad immaginare l’angoscia e l’incredulità dei tanti che in quel tragitto videro infrangersi ideali e speranze. La straordinaria bellezza dei luoghi non riesce affatto ad attenuare la tragica verità testimoniata da ciò che rimane del delirio di onnipotenza di un potere ossessivo che riproduceva, sotto altri simboli, il male assoluto.

L’impatto con Goli Otok mi lascia senza fiato. Se c’è un libro che più di altri ha saputo toccare le mie corde emozionali, in quest’ultimo decennio, è stato “Alla cieca” di Claudio Magris. Narra del rincorrersi di speranze e di tragedie lungo il Novecento, nel racconto autobiografico del compagno Cippico, fra la guerra di Spagna, il campo di concentramento di Dachau, il beffardo destino dei “Monfalconesi”, gli operai dei cantieri navali che nel 1948 decisero di andare a costruire l'”uomo nuovo” per poi ritrovarsi – accusati di essere al soldo di Stalin – nel gulag titino. E poi, dopo una vita passata nelle galere di mezzo mondo, il centro di salute mentale di Barcola.

Un libro doloroso che porto con me. Che dovremmo leggere per assumere le giuste distanze, affinché il sogno non diventi incubo, il disincanto cinismo.

Il dolore che Goli Otok emana mi risulta ancor più lancinante. Il modello è quello inaugurato ad Auschwitz: “Arbeit mach frei”, il lavoro rende liberi. Lo scheletro di una grande, ossessiva, allucinante… fabbrica della morte, dell’umiliazione, della demolizione psicofisica dei detenuti. E’ stata in funzione fin quasi alla fine del paese che  l’aveva prodotta (1988), praticamente ieri. Oggi è lì come una fabbrica dismessa delle nostre periferie urbane, un mostro trafitto le cui macerie di ferro ed eternit emanano ancora la loro vocazione mortale.

Di fronte all’ingresso di quello che un tempo era l’edificio che ospitava la direzione ed il personale della sorveglianza, costruito in pietra da quegli stessi detenuti che lo chiamavano “l’albergo”, si vendono i souvenir di questa tragedia. I turisti che arrivano sull’isola calva non sembrano scorgere le anime morte che s’aggirano fra le macerie. 

 

 

 

 

 

 

54 – L’Arena di Pola 27/06/12 L’Istria nell’antichità

L’Istria nell’antichità

 

La Società Istriana di Archeologia e Storia Patria (SIASP) ha organizzato nella propria sede sociale di via Crispi 5 a Trieste tre “Incontri di primavera”.

 

Il primo ha avuto luogo il 19 aprile. Argomento: Trieste e l’Istria in età pre- e protostorica.

Ambra Betic, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, ha illustrato le novità sugli scavi nella necropoli di Pizzughi (Parenzo) derivanti dalla recente scoperta nella Biblioteca Civica di Trieste del carteggio 1884-1908 tra l’assessore provinciale istriano e membro della SIASP Andrea Amoroso, e Carlo Marchesetti, direttore del Museo di Storia naturale di Trieste e della Società Adriatica di Scienze Naturali. Entrambi volevano che il materiale archeologico venisse esposto nel Museo provinciale di Parenzo.

Kristina Mihovilić, del Museo Archeologico dell’Istria, ha parlato dell’importante castelliere di Moncodogno (tra Rovigno e Valle), abitato nell’Età del Bronzo, abbandonato intorno al 1200 a.C. con l’arrivo degli istri e riscoperto nel 1953. Tra il 1997 e il 2009 nuovi scavi dimostrarono che era sorto su una collina artificialmente spianata con terrazze laterali. Aveva una pianta ovale di 250X160 metri che lo colloca fra i più grandi dell’Istria. Fu costruito fra il 1910 e il 1740 a.C. da una comunità socialmente strutturata con un gruppo elitario al vertice. I manufatti più recenti sono invece databili fra il 1297 e il 1049 a.C.. Le robuste mura difensive a secco, lunghe 800 metri, alte 3-4 e spesse circa 3, risalgono al 1875-1640 a.C.. Nella parte sommitale c’era un’acropoli quadrangolare difesa da mura di 3 metri. Sotto si trovava la città alta, che un muro separava dalla bassa. Vi erano due porte principali, accanto alle quali sono stati scoperti resti umani datati fra il 2.000 e il 1.600 a.C.. I tetti degli edifici erano coperti da legname, lastre di pietra e/o paglia. La struttura dell’abitato rimanda a canoni tipici del Mediterraneo orientale e in particolare dell’isola egea di Egina. Attività principali erano la pastorizia e l’agricoltura. Il popoloso castelliere era un punto di approvvigionamento sulla via marittima lungo l’Adriatico e sul crocevia tra l’area danubiana e l’Italia settentrionale. Le ceramiche rinvenute testimoniano contatti anche con Cipro e Creta. Sul vicino colle di Monsego sono state scoperte tombe a tumulo con resti umani del Bronzo recente. Ora l’obiettivo è fare dei due siti un parco archeologico con museo.

 

Il secondo incontro, svoltosi il 15 maggio, ha avuto per tema Trieste e l’Istria nell’età della romanizzazione.

Gino Bandelli, dell’Università di Trieste, ha tratteggiato, basandosi sulle fonti storiografiche disponibili, il processo di assoggettamento politico-militare degli istri da parte dei romani avvenuto fra il 221 e il 129 a.C. e culminato nella II Guerra Istrica (178-177). Già in età repubblicana mercanti romani si insediarono in comunità strutturate, l’aristocrazia senatoria acquisì proprietà fondiarie e i centri indigeni di Pola, Nesazio e Tergeste si romanizzarono. Oggi la gran mole di reperti archeologici ci dice molto sulla cultura materiale del tempo; scarseggiano però i dati sociologici e prosopografici.

Simone Sisani, dell’Università di Perugia, ha rilevato come lo scrittore latino Pomponio Mela attestasse da documenti anteriori la presenza di una colonia romana a Pola già prima del 42 a.C.. Plinio invece, parlando di Pietas Julia Pola, si riferiva alla seconda deduzione coloniaria, compiuta dopo il 42. L’iscrizione di Porta Ercole presenta la cancellatura della parola “primi” riferita ai magistrati fondatori perché la colonia era stata rifondata. Il proliferare di epiteti nel titolo completo risalente al II secolo d.C. Colonia Julia Pola Pollentia Herculanea è tipico delle città con più deduzioni. Il titolo originario della colonia cesariana doveva essere Julia Herculanea, a testimoniare lo stretto legame con Ercole, come confermano il tempio a lui dedicato a metà del I secolo a.C. e la coeva Porta Ercole. Pollentia potrebbe derivare dall’omonima città picena da cui proveniva Publio Gemino, legato di Ottaviano nelle campagne illiriche del 35-33 a.C.; in tal caso la seconda colonia polese sarebbe stata dedotta subito dopo il 33 a.C. per rafforzare la presenza militare romana nell’area. Un’iscrizione recentemente rinvenuta dimostra che almeno dal 16 a.C. Nesazio diventò municipio di cittadini romani. La Colonia Julia Parentium fu fondata o da Cesare o da Ottaviano Augusto o da Tiberio o da Caligola. Agida rimase invece un oppidum civium romanorum dipendente dalla colonia di Tergeste, che fu dedotta da Ottaviano nel 33-32 a.C. mentre in epoca cesariana sarebbe stata un semplice castello fortificato.

Secondo Guido Rosada, dell’Università di Padova, non è un caso che Nesazio fosse stata un “covo di pirati”, visto che la sottostante insenatura di Badò costituisce un riparo protetto tra il Quarnero e la costa occidentale istriana. Probabilmente le mura del municipio romano insistono su quelle della realtà preesistente. Sculture sacre istriche del VI-V secolo a.C. furono reimpiegate successivamente come limiti di fosse e tombe romane, a riprova di una cesura culturale intervenuta al tempo di Augusto con la costruzione della nuova città e la romanizzazione dei culti. I tre templi capitolini, il foro, il sacello dei Lari, le terme, le case signorili e le due basiliche cristiane testimoniano l’importanza della Res publica Nesactiensis, pur così piccola e situata a soli 9 km da Pola.

 

Il terzo appuntamento si è tenuto il 7 giugno sul tema Trieste e l’Istria in età romana.

Francis Tassaux, dell’Università di Bordeaux 3, ha elencato più fasi economiche nella storia antica dell’Istria: 1) quella dei castellieri, fondata su pirateria, commercio e attività agro-pastorali; 2) l’economia coloniale dopo la presa di Nesazio, quando commercianti da Aquileia e dalla Venetia acquistano in Istria materie prime (legno, lana e pietre) scambiandole con vino; 3) l’economia intensiva introdotta dai veterani di Cesare, provenienti perlopiù dall’Italia centrale, che fondano colonie e forse coltivano la vite; 4) il “boom” portato negli anni ’20 a.C. da Augusto e dai suoi uomini che nella fascia costiera e a Brioni fanno grossi investimenti per produrre olio, che diventa il principale prodotto istriano e fra i migliori dell’impero. In seguito, famiglie imperiali, senatori e decurioni di Pola, Parenzo e Trieste edificano altre ville rustiche volte alla produzione dell’olio da esportazione con l’impiego di schiavi. Minore è l’esportazione di vino. Si coltivano anche cereali. Nell’Istria interna si ricavano legno e lana di pecora. A Loron e Fasana si producono anfore, a Zambrattia e San Giovanni della Corneta porpora. Si pratica anche la pesca e la pescicoltura. Ogni baia ha una villa con il suo porto per l’esportazione verso Aquileia e Ravenna. Sono attive cave di pietra e saline. Anfore istriane raggiungono fino al VI secolo le attuali Austria, Romania, Ungheria e Serbia. Dopo Adriano la produzione nelle ville rustiche viene affittata a terzi.

Paolo Casari, dell’Università di Udine, ha parlato dei fori di Tergeste e Pola come luoghi di propaganda imperiale. La basilica sul colle di San Giusto fu costruita ai tempi di Nerone intorno al 50 d.C.. La doppia simbologia della Medusa (l’Occidente) e Giove Ammone (l’Oriente), ivi presente, si rifà al modello del Foro di Augusto a Roma e si ritrova in Spagna, Francia meridionale, Svizzera, nonché a Oderzo, Concordia, Aquileia, Pola, Zara, Asseria e forse Salona. Sul Campidoglio tergestino l’Erote che dà da bere a due grifoni richiama il culto degli imperatori divinizzati. Vi è anche un ritratto di Nerone successivo al 56 d.C., poi trasformato in quello di Vespasiano. A Pola la monumentalizzazione del foro legata al culto imperiale comincia col tempio di Roma e Augusto (2 a.C. – 14 d.C.). Il tempio orientale risale al 20-30 d.C. e una statua di imperatore in un edificio di culto alla prima metà I d.C..

Giuseppe Cuscito, dell’Università di Trieste e presidente della SIASP, ha osservato come sul processo di cristianizzazione dell’Istria bisogna attenersi alle fonti archeologico-monumentali. La letteratura agiografica non è invece attendibile, mentre i cataloghi dei vescovi sono lacunosi: per Trieste il primo noto è Frugifero (tra il 541 e il 565), benché ve ne siano stati di anteriori. È probabile che le chiese istriane siano germinate a seconda delle energie e possibilità locali. Le città fornite di preminenza amministrativa gestirono autonomamente la prima organizzazione gerarchica. Le diocesi istriane entrarono nella provincia ecclesiastica aquileiese a metà del V secolo. Mauro fu vescovo di Parenzo, confessore e forse martire in età precostantiniana. Altri santi pur celebrati non hanno invece solidi attestati di presenza in Istria. A Pola l’archeologia suggerisce un’organizzazione episcopale almeno dalla prima metà del secolo V e una chiesa pienamente matura nella seconda metà. Il primo vescovo noto è Antonio (507-511). Una comunità cristiana vivace doveva essersi costituita anche a Nesazio, dove le due basiliche parallele nel foro farebbero pensare a una sede episcopale.

 

Paolo Radivo

 

 

 

 

 

55 – La Tore nº 22 – Giugno 2012  Nel libro di Reneo Lenski Fiume palpita ancora viva

A un “Mulo del Tommaseo” il Premio letterario “Gen. Loris Tanzella”

 

 di Adriano Agressi

 

Nel libro di Reneo Lenski Fiume palpita ancora viva

Uomini di mare , Uomini di Fiume


Tra i partecipanti all’XI edizione del prestigioso Premio Letterario Na­zionale “Gen.Loris Tanzella” promos­so dal Comitato Provinciale di Verona dell’Associazione Nazionale Ve­nezia Giulia e Dalmazia, nella sezione “Testimonianze” il primo premio é andato a “Uomini di mare. Uomini di Fiume” del fiumano Reneo Lenski con la seguente motivazione:

“L’au­tore, esprimendosi nella “dolce parlata” della natia Fiume, fa rivivere un microcosmo in cui af­fiorano squarci di vita quotidiana che si anima con il brulichio delle vie, delle calli, e delle piaz­ze con la vivacità della sua gente, intraprendente e laboriosa. Una comunità dalle radici cosmopoli­te, caratterizzata da una secolare civile coincidenza tra le diverse etnie che la componevano, viene smembrata dall’esodo e dispersa nel mondo. Ma l’anima della città continua a palpitare nella testimonianza appassionata di uno dei suoi figli devoti”.

La motivazione, se inorgoglisce l’autore, rende partecipi alla sua gioia anche tutti noi fiumani, in particolar modo “I muli del Tommaseo” che con lui hanno spartito gli anni spensierati degli studi a Brindisi.

 

UNA VITA COSTELLATA DIA SUCCESSI PROFESSIONALI

Reneo Lenski è nato il 13 giugno 1928 nell’Ospedale Comunale di Fiume. Nel 1945, ormai adulto e maturo per le sue scelte, scappa da Fiume assieme all’amico e compagno di scuola Agostino Sirola, nascosto nel cassone di un autocarro per il trasporto di angurie. È da Trieste che ha inizio l’avventura dei due nei ricoveri d’accoglienza e smistamento profughi per approdare infine a Roma nel Campo di Cinecittà.

Qui Reneo Lenski apprende che a Brindisi, presso l’ex Scuola Navale della Marina, sorgerà un collegio per accogliere gli studenti giuliano-dalmati profughi dalle terre conquistate ‘da Tito.

 

Alcuni mesi dopo, sempre assieme all’amico Sirola, raggiunge Brindisi dopo un viaggio avventuroso ( senza biglietto, che ricorda lungo come la transiberiana) che gli permette però di fare una frettolosa conoscenza di svariate città nella parte inferiore dello Stivale.

A Brindisi viene accolto nel Collegio quale Primo Allievo, sempre assieme al compagno di fuga Sirola, come free lancer, “giunto in smodato anticipo sull’apertura ufficiale dell’Istituto”. Nel 1947 è diplomato Allievo Capitano di Lungo Corso presso l’Istituto Tecnico Nautico nel Collegio Niccolò Tommaseo di Brindisi e nel 1948 ottiene il primo imbarco e comincia a scalare i gradi da allievo ufficiale al grado di comandante.

 

Nel 1960, tanto per citare alcune tappe significative, è comandante con la Standard Oil di White Plains (NY), due anni dopo al comando della nave ammiraglia della Flotta Esso effettua il traspor­to del primo carico di petrolio greg­gio dalla Libia all’Italia ( Marsa el Brega-Augusta).

Nei tardi anni 70 lavora per la Società Montcdison poi negli anni Ottanta lo troviamo nei cantieri di Genova, negli uffici dcll’Armec di Milano, quindi a Siracusa al Centro Perforazioni Off Shore nel Canale di Sicilia e nel 2010 , saltando di parecchi anni il suo curriculum vitae è nuovamente a Milano, dove risiede, presso la Società Elettrotecnica Industriale di Milano.

Una vita dedicata al mare senza mai dimenticare le origini, la casa, Fiume, soprattutto il suo melodioso dialetto.

 

“MARE E FIUME NEL CUORE”

A “Uomini di mare. Uomini di FIUME” fa seguito un secondo volu­me dal titolo “Mare e FIUME nel cuore” . Ecco come lo presenta l’autore rivolgendosi via Internet agli amici:

“Se trata de una naturai continuazion de tute le ciacolc fate nel primo volume (insieme al libro vegnirà gratuitamente fornida una bela presa de bicarbonato). Scopo del libro: acontentar ancora una volta quele care persone, i mii letori, che me ga proferto plausi comoventi e zercar novi.

El personagio che continuo a presentar nel secondo volume xe sempre el stesso: “SUA EZELENZA

EL DIALETO FIUMAN”. Una parlada dolze e anche un poco ostica, un poco farzida con voca­boli de etimo inzerto ma, ve giuro, rico de tute quele ciacole che ga sussitado ricordi divertenti, memorie inzombade de nostalgia e condide con un poco de morbin. Un dialeto che i lo ga capido perfìn a Palermo.

E scometo che anca i Istriani e i Dalmati non gavarà nessuna difficolta de trovar, anzi “ritrovar” i stessi fantasmi che ga impinido la prima parte dela nostra vita. Quele ombre che gnanca la note dei tempi ga podudo scanzelar.”

 

LA STORIA DEL TOMMASEO E L’IMPRONTA DEI FIUMANI

A un recente convegno presso l’Hotel Orientale di Brindisi, organizzato dal candidato a sindaco Giovanni Brigante, il prof. Abele Carruezzo é intervenuto sulla storia e i possibili utilizzi dell’ex Collegio navale Tommaseo.

Dalla sua esposizione ci siamo permessi di estrapolare alcuni passaggi che fanno riferimen­to ai giovani profughi fiumani e della Venezia Giulia in generale e della Dalmazia.

…”Il Collegio navale è stato ed è ‘storia della città e del porto di Brindisi’, legame autentico di una istituzione di Brindisi con il mare, con ri­svolti sociali ed economici. Una città di mare, nata come città porto ospitando ìl Collegio navale ha dimostrato nei vari momenti storici un ruolo attivo nella panoramica delle economie marittime dell’Adriatico e più in generale del Mediterraneo.

Stiamo parlando dei “profughi” istriani, fiumani, giuliani del Golfo del Quarnero e della Dalmazia che trovarono in questa città antica accoglienza e fraternità cristiana.

La maggior parte di questi trovarono rifugio presso il R(egio) Collegio Navale-R(egia) Accademia Navale e poi rinominato Collegio Per Profughi Giuliani.

Il prof Troili, docente presso il Liceo Scientifico “Antonio Grossich” di Fiume ottiene il permesso dal Ministero dell’Assistenza post-bellica di ospitare 300 giovani a Brindisi con­tinuando l’attività educativa e culturale presso il Collegio Navale che si decise democraticamente di intitolare a “Niccolò Tommaseo” in onore del letterato dalmato sostenitore della fratellanza tra le popolazioni slave e italiane…”

“Nella cappella del Collegio Navale sarà accolta l’artistica e ricca statua di “San Vito dei Fiumani” che il sindaco di Brindisi, Vincenzo Guadalupi, durante le grandiose e indimenticabili manifestazioni del 23 settembre 1949, a nome della città, donò alla grande famiglia degli esuli dell’Olocausta.

Nel Collegio Tommaseo trovarono sede, per opera del capitano Giuseppe Doldo, una sezione dell’Istituto Nautico, una sezione del Liceo Scientifico e una Scuola Media.

L’Istituto nautico prenderà il nome di “Quarnero” italianizzato “Carnaro” con un referendum tra gli studenti “interni” del Tommaseo; siamo nel 1951 e rettore era il prof Pietro Mulé….”-

 

 

 

 

 

56 – La Voce del Popolo 07/07/12 Com’eravamo una volta: cronache di viaggi in Istria di autori tedeschi del XIX secolo

a cura di Mario Schiavato

 

Com’eravamo una volta: cronache di viaggi in Istria di autori tedeschi del XIX secolo

Terre fiabesche sfumate in tempi remoti…

È capitato che un giorno, per puro caso, ci siamo trovati tra le mani il libro “Signor, il marinaio l’aspetta”, a cura di Marina Petronio. Si tratta di cronache di viaggiatori tedeschi del XIX secolo raccolte e tradotte dalla curatrice, che tra l’altro annota nella prefazione: “… A leggere le pagine che qui si presentano (…) si ha una sensazione curiosa, come se ci trovassimo di fronte a descrizioni di terre sfumate in tempi remoti, a volte incomprensibili e anche fiabesche”. Per questo abbiamo voluto qui riportarne qualche breve brano per far conoscere ai nostri lettori come si vedevano a quei tempi alcune cittadine e paesi istriani.

Capodistria, «gare» di lusso
“CAPODISTRIA ha conosciuto un tempo giorni splendidi. Sulla grande piazza allora chiusa da porte, passeggiava la nobiltà in lunghi talari neri o violetti, come usavano i nobili veneziani, i membri dell’Accademia “della calza” con i vistosi costumi della corte di Ferrara, i funzionari dell’amministrazione provinciale con le loro lunghe parrucche, mercanti provenienti da tutti i paesi orientali vestiti alla foggia straniera. Nei loro palazzi i nobili gareggiavano in lusso con i grandi mercanti della Dominante. Le pareti delle abitazioni erano rivestite di pelle mista a oro e sontuosi tappeti di Mantova, di Ferrara, venivano appoggiati sulle balaustre nei giorni di festa…”. (J. Stradner)

Pirano, donne belle ma un po’… brusche
Per PIRANO “… lo sviluppo indipendente si manifesta nel dialetto, nella tipologia e nel carattere della sua popolazione. Il piranese ha testa lucida ma dura, le donne sono belle ma un po’ brusche. (…) Per chi abbia senso pittorico è soprattutto nella cittavecchia che troverebbe spunti d’ispirazione. Nelle strette viuzze ci affascina ora una testina raffaellitica nell’oscura profondità di una finestra, ora un antico cornicione con un ornamento di pietra, ora una cadente casa patrizia le cui finestre accecate dal tempo sembrano occhi feriti; scale di pietra, terrazze, portoni, nicchie e stradine a fondo cieco giocano con la luce e sfumano sino all’ombra più profonda…”. (J. Stradner)

Parenzo e l’eredità del Medioevo
PARENZO: “…chi oggi passeggia per gli stretti vicoli, incontra ovunque l’eredità del Medioevo. Questa cittadina vive a lungo dei suoi ricordi. Si poteva così ad esempio mirare le giostre ad una testa di moro in legno, il Sarazino. La giostra a Parenzo era una festa popolare la cui descrizione ci è stata tramandata dall’anno 1745. (…) Case in stile gotico-veneziano si trovano qui, un “unicum” però è la canonica, sede dei dodici canonici autorizzati alla decima, la cui architettura risale al XIII secolo. I resti romani di piazza Marafor, l’antico Foro, ci preparano all’impressione che ci aspetta a Pola e la via Sclavonica con gli scavi romani ricorda la via Appia”. (J. Stradner)

Rovigno, un battesimo in barca
“Attraversando la città, o meglio la cittadina, si notano alcuni edifici che testimoniano l’antica signoria veneziana su queste terre. Continuamente ci si imbatte nello stile veneziano, spesso solo in frammenti, talvolta però anche interamente integro. (…) “ROVIGNO è una cittadina singolare, perché mista di contadini, pescatori e commercianti. È rappresentata da ognuna di queste tre categorie. La corporazione dei pescatori è qui molto più numerosa che in qualsiasi altro posto dell’Istria. Anche i contadini dei dintorni abitano in città perché la campagna provoca febbri; inoltre Rovigno è un significativo punto di commercio per vini, olive, nocciole e sardelle. Molto pittoresco mi sembrò un corteo di battesimo che procedeva in barca. Il mare cullava dolcemente il bambino come una madre”. (G. Baumberger)

La Repubblica di Albona
“Ad ALBONA, che dai tempi degli Illirici e dei Romani si è sviluppata su una ripida collina, furono degli ingegneri austriaci su incarico del banchiere Rothschild che qui diedero inizio ad un fiorente periodo industriale. Erano stati infatti scoperti nel sottosuolo della città e di alcuni villaggi circostanti enormi giacimenti di carbon fossile. Presto vi vennero impiegati più di mille minatori, l’attività estrattiva durava tutto l’anno procurando con ciò guadagno. Una ferrovia a scartamento ridotto, pure costruita dagli austriaci, portava il carbone al mare dove aspettavano le navi da carico. Dopo il crollo della monarchia si ebbero qui sanguinosi disordini durante i quali venne fondata la precomunista Repubblica di Albona che durò comunque poche settimane”. (H. Fink)

Buie, un belvedere sul campanile
“Se qualcuno capitasse per caso a BUIE e volesse salire sul campanile potrebbe incorrere nel pericolo di rompersi l’osso del collo. Infatti la scala che porta in alto è fatta di travi senza la protezione delle tavole e mancano i gradini. (…) C’è comunque un solo punto in Istria che concede una vista più ampia di questo belvedere ed è il Monte Maggiore, ma io considero più bella la vista dal campanile. Mentre il panorama che offre il Monte pone in primo piano l’uniforme territorio carsico boscoso della pianura dei Cici, qui si allarga ai nostri piedi la parte più fertile e più bella dell’Istria. Le foglie rosso-autunnali delle viti si mescolano al verde tenue degli olivi in una delicata tonalità bronzea che ombreggia con svariate gradazioni la valle e le colline”. (J. Stradner)

Visinada, tra campane e muggiti
“… oltrepassata la magnifica Valle del Quieto, dal ponte in su si arriva a VISINADA, un comune di nazionalità mista. Quando siamo arrivati il luogo era addobbato come per i giorni di festa. Il podestà, circondato dai consiglieri comunali, aspettava un ministro nelle vicinanze di un arco di trionfo e quando apparimmo venimmo accolti da grida di “Evviva” e “Živjo” (…) in mezzo allo scampanio, agli scoppi dei mortaretti ed al suono dell’inno nazionale anche se in sottofondo, all’animazione del momento, si sentiva di tanto in tanto il muggito delle mucche nelle stalle sistemate al pianterreno di ogni casa”.

Visignano, un paese di lingua mista
“… La popolazione di VISIGNANO è pure di lingua mista, laboriosa, benestante, vivace. Lungo il percorso superiamo numerosi contadini. È giorno festivo ed abbiamo l’occasione di vedere giovani e fanciulle vestiti a festa. Gli uomini portano calzoni neri che scendono a circa un palmo sotto il ginocchio, calze bianche di lana. Attorno alla vita una cintura rossa. Le donne fermano la loro gonna lunga di lana pure con una cintura rossa sopra i fianchi; fazzoletto in testa e grembiule sono di seta dai colori sgargianti. Attorno al collo una collana d’oro, orecchini con coralli e simili pendagli, all’orecchio sinistro, vengono portati anche dai giovanotti…”. (A. Lasciac)

I dieci mulini di Momiano
“… scorgiamo su un’altura una località con un campanile sconosciuto. Si tratta di MOMIANO. (…) Il piccolo paese ci offre poche cose degne di essere osservate. Del castello non c’è niente da vedere. Solo dopo aver scoperto un sentiero che conduce dietro la chiesa, capitammo improvvisamente davanti. Si trova al limite della Val Urgilla, chiusa da ripide pareti. Nel terreno vallivo dove noi guardavamo da un’altezza di circa centocinquanta metri, un fiumicello manda avanti dieci mulini prima di sfociare nella Dragona. Per quanto può spingersi lo sguardo, si scorgono pascoli e macchia. Nessun cenno di vita, nessun rumore. Non si sentono gli uccelli cantare…”. (J. Stradner)

La «battaglia» di Lindaro
“In alto sola su un colle si trova LINDARO. Qui, nel lontano settembre del 1813 ebbe luogo un combattimento tra un’unità francese ed un manipolo austriaco, appoggiato dai contadini del villaggio. I Francesi colti di sorpresa, pensarono di essere attaccati da forze preponderanti, indietreggiarono perplessi su come fronteggiare il nemico. Spararono alcuni colpi a caso nelle fronde verdi della macchia istriana e quindi si arresero. Si dice che questo migliaio di uomini capitolò dinanzi ad un capitano di nome Lazarich, alcuni ussari, fanti e contadini croati armati di randelli, il che significò praticamente il ritorno di Mittelburg all’Austria anche se l’Istria rimase la sua provincia più povera”. (H. Fink)

La ripida collina di Montona
“A MONTONA la chiesa spicca dalla punta più esterna della ripida collina; tutt’intorno si estendono vigorosi intrecci di alberi, in lontananza i monti. Anche gran parte delle altre località vicine assomigliano a Montona. Frequentemente si incontrano, dietro asini carichi, donne con il fuso e la rocca in mano, che si distinguono dagli uomini solo dal copricapo. Gli uni infatti portano un berretto di lana piatto, ora bianco ora nero, le altre un fazzoletto chiaro a mo’ di turbante. Il vestito abituale consiste in una veste senza maniche su una larga camicia bianca. Gli uomini aggiungono una sorta di mantella marrone…”. (H. Stieglitz)

Pisino, rocciosa e pittoresca
“Da secoli PISINO è il capoluogo del territorio austriaco e dopo la caduta della Signoria veneziana, di tutta l’Istria. La cittadina è rocciosa e si presenta molto pittoresca. Tutt’intorno si estendono rigogliosi orti e campagne. Tratti di terreno rosso, disseminato di pietre, sfruttato a cereali o alberi da frutto, quando vengono lavorati forniscono da soli il materiale per costruzioni non tenute insieme da calcina. In piantagioni situate più in alto i pampini delle viti, avviticchiandosi ora ai pioppi ed ai ciliegi, ora ai peschi o agli albicocchi, formano dei filari tondeggianti. Nelle vicinanze ancora ciuffi ricadenti di erba e cardi, una singolare impressione di malinconia. Sotto l’antico castello scorre il fiumiciattolo Foiba che subito s’inabissa”. (H. Stieglitz)

Rozzo, un baluardo veneziano
“ROZZO, con 1.400 abitanti, un tempo baluardo veneziano contro i Turchi e gli Absburgo, il meglio fortificato e dotato di pezzi di artiglieria, si presentava attorno al 1880, in parte spopolata e metà in rovine. Appena 600 abitanti, discendenti di uscocchi e di soldati bosniaci che nel XVI secolo vi si erano trasferiti: così ad occhio e croce la situazione verso il 1880: la lingua materna della popolazione era slava e viveva ancora nel paese mezzo distrutto. Il paesaggio attorno era selvaggiamente romantico e le petrose costole carsiche erano fedeli compagne tra i cumuli arenosi di colore grigio. A sinistra le alte, aspre pareti rocciose del territorio dei Cici…”. (H. Waitzbauer)

I civilissimi abitanti di Dignano
“DIGNANO è una vivace cittadina dal carattere sud-italiano. S’incontra lungo la via principale il giovane snello, lesto, dai riccioli neri, che porta il berretto nero alla calabrese sfacciatamente inclinato sull’orecchio; da fanciulla dal bel profilo classico e gli occhi ardenti; donne che hanno un modo tutto particolare di acconciare i capelli, con grandi spilli dorati ed orecchini: insomma è come trovarsi in una città nelle vicinanze di Roma o di Napoli. Il dialetto di Dignano presenta numerose caratteristiche del suo autonomo sviluppo rispetto alla parlata volgare latina che si parlava a Pola. (…) Mentre la maggior parte delle città della regione erano desolate e spopolate nel XVI e XVII secolo, Dignano proprio in quel periodo, per la sua salubre posizione e la fertilità dei dintorni, aveva aumentato la popolazione aggiungendo alla città vecchia la larga strada con file di case rettilinee, ordinate, che spiccano, così singolari in Istria. Il Provveditore Agostin Barbarico descriveva duecento anni fa Dignano al Senato come un luogo bellissimo, situato nella più fertile pianura del territorio e popolato di civilissimi abitanti”. (J. Stradner)
Queste non sono che pochi stralci di quanto riportato nel volume “Signor, il marinaio l’aspetta” a cura di Marina Petronio…

 

 

 

 

57- Il Piccolo 01/07/12 Rassegna – Vita da genio a Trieste nel diario inedito del fratello di Joyce

Vita da genio a Trieste nel diario inedito del fratello di Joyce

 

SCRITTORI – RASSEGNA

 

Da domani e fino al 7 luglio inizia il ciclo di conferenze dedicate all’autore dell’Ulisse mentre scadono i diritti delle sue opere

 

di Elisabetta D’Erme

 

Dal 2 al 7 luglio si terrà la 16ma edizione della Trieste Joyce School, evento tra i più attesi dalla comunità mondiale dei joyciani che ama riunirsi a Trieste, città che, dopo Dublino, è certamente il luogo più affine allo spirito dello scrittore irlandese. L’evento è organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste, in collaborazione con il Comune di Trieste, Culture Ireland e la Fondazione CRT. Le conferenze, aperte al pubblico, si svolgeranno dalle 9.30 alle 13.00 all’Auditorium del Revoltella. Tra i relatori oltre ai nomi familiari di Laura Pelaschiar, che dirige la Scuola, John McCourt e Erik Schneider, molti attesi ritorni come Fritz Senn, Terence Killeen, Ron Ewart, Dirk Van Hulle, e una serie di new entry come Valérie Bénéjam, Sofia Moratti, Nicholas Allen e Richard Barlow. Questo è un anno cruciale per il mondo joyciano in quanto sono scaduti i diritti di copyright ed ora gli scritti di James Joyce (Dublino 1882-Zurigo 1941) sono finalmente entrati a far parte del pubblico dominio. Questo sarà uno dei temi dominanti di quest’edizione della Scuola, accanto alla paura, al mare, la Scozia ed ai rapporti tra Joyce e Shakespeare, Beckett e Yeats. Ospite d’onore, lo scrittore nord irlandese Glenn Patterson, premiato autore di “The International”, che leggerà brani dai suoi libri il 4 luglio alle 21.00 al Caffè Rossetti. Abbiamo chiesto a John McCourt, autore del saggio “Gli anni di Bloom. James Joyce a Trieste 1904-1920” di anticiparci i temi del suo intervento. Quali possibilità si sono aperte con il 1° gennaio 2012 per gli studiosi e per i lettori con la scadenza dei diritti d’autore sulle opere di Joyce? «Nel mio intervento parlerò di un documento inedito di cui auspichiamo la pubblicazione, si tratta dei diari triestini del fratello di James Joyce, Stanislaus. L’idea parte da una conferenza sul poeta irlandese James Clarence Mangan che Joyce scrisse a Trieste, ma che non ebbe modo di presentare perché l’Università Popolare, dopo avergli promesso una certa somma rivide al ribasso il compenso e Joyce si limitò a tenere solo la conferenza “Ireland, island of saints and sages” (27-4-1907). La testimonianza diretta di questi eventi l’abbiamo nell’inedito diario di Stanislaus Joyce, che visse a Trieste dal

1905 fino alla sua morte nel 1955. Nei primi anni triestini Stannie vi descrisse la vita quotidiana dei due fratelli, di Nora e dei due bambini di Joyce, Giorgio e Lucia. Il diario è anche un dettagliato racconto della vita della città di Trieste, i teatri, i cinema, gli eventi d’ogni giorno, i bagni in mare. Questo è un documento importantissimo purtroppo, ripeto, inedito. L’originale è in Inghilterra in mano agli eredi del figlio di Stanislaus che negano l’autorizzazione a pubblicarlo e una copia è all’Università di Tulsa (Usa), ma si può però citare, cosa che farò ampiamente nel mio intervento». Esistono biografie di James Joyce, di Nora, di Lucia. Non sarebbe interessante anche una biografia di Stanislaus Joyce?

«Sì, Stanislaus fu il primo a capire il genio del fratello e la sua presenza nei primi dieci anni della loro permanenza a Trieste fu cruciale. Senza di lui James e Nora avrebbero fatto una squallida fine. Non era certo un genio come James, ma anche la sua vita è interessante. Arrivato a Trieste venne convinto ad abbracciare l’Irredentismo, diventò poi antifascista, finendo per vivere sulla sua pelle tutta la storia di Trieste, dal crepuscolo austroungarico ai due conflitti mondiali per arrivare fino alla partenza degli Angloamericani. La storia d’un irlandese che diventa triestino. È una figura abbastanza tragica perché, dopo averlo sfruttato fino all’ultimo, il fratello James lo dimenticò in modo davvero crudele. Come scrisse nell’”Ulisse” “A brother is as easily forgotten as an umbrella”… povero Stannie, senza tanti ringraziamenti, finì per essere dimenticato come un ombrello in un bar». Per restare in tema d’inediti, durante la Scuola verranno anticipate altre novità? «Con la cessazione dei diritti di copyright attenzione particolare è riservata alle lettere di Joyce. Finora sono state pubblicate circa 1700 lettere ma ce ne sono altre 1800 conservate in 46 archivi sparsi nel mondo oltre a quelle in mano a collezionisti privati, tutte in attesa d’essere pubblicate. Corrispondenza epistolare di Joyce con amici, membri della sua famiglia. Fritz Senn, Direttore della Joyce Foundation di Zurigo, parlerà del progetto della Oxford University Press per la pubblicazione dell’intera corrispondenza inedita di Joyce. Tre curatori saranno affiancati da una squadra di 10 persone (di cui ho il piacere di fare parte) e sarà un progetto impegnativo poiché gran parte della corrispondenza non è in inglese, ma in italiano, triestino, tedesco, perché Joyce parlava tante lingue e spesso le utilizzava tutte – soprattutto nelle lettere ai suoi familiari. Per esempio nelle lettere al figlio spesso passa dall’inglese al triestino o al tedesco o al francese. Lettere che mostrano anche Joyce uomo di famiglia, padre che si preoccupa per i suoi ragazzi o per i soldi, il business man che cerca di vendere qualcosa, sempre alla ricerca di prestiti da amici». Ma questa situazione non rischia di alimentare un clima da Far West nell’editoriale internazionale? «Dal momento in cui non c’è più il copyright c’è il rischio che qualsiasi persona, non autorizzata o priva di credenziali, si metta a pubblicare Joyce a suo piacimento, com’è accaduto quest’anno con una lettera inedita del 1936 di Joyce al nipote Stephen pubblicata della Ithys Press di Dublino come un “racconto inedito per l’infanzia” col titolo “The Cats of Copenhagen”. Era stata sottratta da una nota joyciana tra i documenti del lascito Jahnke conservati negli archivi della Fondazione Joyce di Zurigo. Il prezzo dell’edizione “pirata/deluxe” illustrata e numerata va dai 300 ai 1200 euro.

E ora verrà pubblicata anche in Italia dalla casa editrice Giunti. Il fermento attorno alle opere joyciane è dunque grande, ma penso che questa vitalità abbia anche aspetti positivi».

 

Per il programma completo della Trieste Joyce School  www2.units.it/triestejoyce/

 

 

 

 

 

58 – Il Piccolo 20/07/12 Libro: La Venezia di Scandaletti tra gente e mestieri al pianoterra dei palazzi (

La Venezia di Scandaletti tra gente e mestieri al pianoterra dei palazzi

 

 LIBRO – PRESENTAZIONE   

 

 Dalle origini ai giorni nostri, una storia della città attraverso calli e campielli, con la curiosità di ricostruire nel dettaglio la vita “minuta” 

 

di Maria Cristina Vilardo

 

GRADO Marinai, gondolieri e artigiani, dame e cortigiane, condottieri e viaggiatori e mercanti, dogi e spioni, diplomatici e burocrazie invidiate. Sono le voci di Venezia, raccontate da Paolo Scandaletti in “Storia di Venezia”, uscito in questi giorni nelle librerie edito dalla Biblioteca dell’Immagine. Sarà protagonista oggi, alle 18, sotto il velarium della spiaggia principale di Grado, della rassegna “Libri e Autori a Grado 2012”, curata dal giornalista e da Giuliana Variola. L’autore converserà sulla sua opera con Tiziana Agostini, assessore alla cultura del Comune di Venezia, e con Giulio Giustiniani, che è stato direttore – come lo stesso Scandaletti – de “Il Gazzettino” e vicedirettore del Corriere della Sera. Seguirà la lettura di brani poetici di Biagio Marin, fatta come di consueto da Tullio Svettini di Grado Teatro, e il brindisi con i vini della tenuta Isola Augusta di Palazzolo dello Stella.

 

«La decisione di scrivere la storia di Venezia – dice Paolo Scandaletti – è legata sostanzialmente a tre ragioni. La prima è che, pur operando io a Roma da quarant’anni anni e più, il cuore è rimasto in Veneto, fra Padova e Venezia. Poi mi sembrava lo sviluppo naturale delle mie biografie di Antonio da Padova, Galileo e Gaspara Stampa. Infine c’è questa costante sfida dell’alta divulgazione. Quand’ero alla direzione del “Gazzettino”, mi occupavo anche di alcune cose del Veneto e soprattutto di Venezia. All’epoca in cui Palazzo Grassi era in mano alla Snia, assieme al proprietario, a Mario Valeri Manera, a Neri Pozza e a molti altri, mi sono dedicato per tre anni a rilanciare Palazzo Grassi. Questa è stata una maniera per conoscere ancora meglio dall’interno questa meravigliosa città». E come ha voluto ritrarla? «Questa è una storia lineare e compiuta, si parte dalle origini per arrivare ai nostri giorni. Sulle origini molti volumi che si occupano di Venezia sono abbastanza evasivi. Io ho provato a immaginare che i contadini padovani e trevigiani diventarono pescatori. Volevo fare una storia della società e degli uomini piccoli e grandi, più che della politica e delle guerre, quindi una storia soprattutto del pianoterra dei palazzi, delle calli e dei campielli. Ci voleva dunque la curiosità per il dettaglio, per capire come la gente lavorava, come viveva, come si muoveva, cosa faceva, che cosa pensava. Ho raccolto per anni e anni casse di documenti. La documentazione è veramente un problema serio, ma una volta risolto il problema quantitativo si doveva scegliere che storie raccontare. Le arti e le tradizioni popolari, che hanno così grande spazio nel volume, rispondono esattamente a questi obiettivo. Ad esempio, l’elenco completo delle invocazioni ai santi per guarire dai mali ci voleva per far capire com’è fatta la gente».

 

Chi, fra gli uomini d’arte, avrebbe voluto incontrare?

 

«Senz’altro Tartini, un genio del violino, che è rimasto cinquant’anni a Padova. Gli hanno offerto il mondo perché andasse via, lui ha continuato a fare il maestro della Cappella del Santo. L’ho citato per il suo dialogo continuo con i professori dell’università, in particolare con i matematici. Passeggiava in Prato della Valle, in mezzo alle statue, fra i platani, discutendo con loro delle teorie matematiche e scientifiche e della composizione musicale. Cerco di mettere sempre in movimento i personaggi, di farli parlare con le cose ordinarie di tutti i giorni, che diventano straordinarie».

 

E fra i dogi?

 

«Il Doge Gritti, uno dei più ricchi di Venezia, che rientra dopo vent’anni di permanenza a Costantinopoli come ambasciatore. Rientra e fa il doge. Gli dicono che nelle cantine c’era un pacco di libri del Cardinale Bessarione, un ipercolto greco che aveva lasciato al governo della Serenissima, e non ai preti, tutta la sua biblioteca sulla cultura greco-latina. Il doge decise di fare una bella casa per quei libri. E chiamò un signore colto, Pietro Bembo, uno dei leader della cultura italiana, a stilare il catalogo e a fare un regolamento per metterli a disposizione di tutti. Questo racconto della Libreria Marciana dà il rovescio della medaglia del potente ricco, che però aveva capito cos’era la cultura e cercava di metterla al servizio della gente nella maniera più larga possibile».

 

Qual è l’anima di Venezia?

 

«Mi piace mettere in rilievo il senso della cultura e dello Stato di quella gente, che è durata 1100 anni senza mai un’invasione. Prima di Napoleone nessuno straniero ha messo piede, armi in mano, a Venezia. Qui governare era un dovere, un obbligo. Non c’erano retribuzioni, non c’erano partiti, ma solo candidati al Maggior Consiglio. Le spese se le pagavano i casati nobili, questa aristocrazia che in realtà era un’aristocrazia democratica. A tutto ciò si aggiungevano una burocrazia davvero competente e una diplomazia invidiata nei secoli. Pur essendo una Repubblica Serenissima con questo alto senso dello Stato, con la religiosità diffusa, con l’andata alla basilica del doge in solenne processione, lo Stato era autenticamente laico. Il caso della disputa col Papa, nel quale fa da consulente del governo Fra’ Paolo Sarpi, è l’esempio emblematico di questa laicità. Paolo Sarpi, che aveva scritto la storia del Concilio di Trento, fa da consulente al doge e lo aiuta a resistere alle pretese del Papa».

 

 Dove ha radici questo senso alto dello Stato?

 

È figlio di una cultura libera, tutelata. Galileo dice: “Io ho passato a Padova i diciotto migliori anni della mia vita”. Perché faceva bisbocce, perché aveva le donne, gli amici, perché trascorreva il weekend a Venezia e nei Colli Berici, ma soprattutto perché aveva la libertà di insegnare come voleva. Era lo Stato che garantiva la libertà di pensiero. E a quel tempo non era semplice, perché la cultura dominante, in tutti gli atenei d’Italia, per non parlare dello Stato Pontificio, era la cultura aristotelica. Galileo stravolge questa impostazione e fa la cultura scientifica, introduce le regole dell’osservazione unita al ragionamento matematico. Per fare questa operazione si buttavano per aria rendite di potere straordinarie. Basti pensare che il Cremonini, che insegnava filosofia aristotelica a Padova quando arrivò Galileo, guadagnava 2000 ducati l’anno. Galileo guadagnava 180 ducati l’anno. Il dettaglio dello stipendio dà la misura dell’accredito culturale, aiuta a individuare le differenze e le problematiche connesse».

 

Come sottolinea l’editore nella sua premessa, il libro è arricchito dal “Canal Grande” descritto da Antonio Quadri nel 1828, attraverso le tavole rilevate e incise da Dionisio Moretti.

 

«Trovo che sia una scelta editoriale geniale l’aver integrato da pagina 100 a pagina 200, nella parte bassa, la striscia continua dei palazzi del Canal Grande, sia del versante destro che del versante sinistro, così da avere il racconto con le parole sopra e il racconto con le immagini sotto. Dà la precisa sensazione che quanto di legge si è svolto là dentro, in mezzo a quelle case, sopra quell’acqua».

 

 

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi la “Gazeta Istriana” sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le  C.I. dell’ Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell’Italia con la Croazia e Slovenia.

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

 

Advertisements