RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 837 – 4 AGOSTO 2012

Posted on August 5, 2012


N. 837 –  04 Agosto 2012

                                   

Sommario

 

480 – L’Arena di Pola 30/07/12 Stabiliti i contenuti del IV Seminario sul confine orientale (Paolo Radivo)

481 – La Tribuna di Treviso 24/07/12 Conegliano (TV) È morta Iris Delmestre esule di Fiume, oggi l’addio

482 –  L’Arena di Pola 30/07/2012 Facili Cassandre prigioniere del passato (Silvio Mazzaroli)

483 – Il Piccolo 03/08/12 L’Intervento – Esuli: Codarin affida l’Irci nelle mani della sinistra (Rachele Denon Poggi)

484 – La Voce del Popolo 30/07/12 Momiano – Ritrovarsi «Nel regno del moscato» (Daniele Kovačić)

485 – Corriere della Sera 31/07/12 Istria da scoprire (Alex Guzzi)

486 – TG COM 24- 30/07/12  Rovigno, terra di confine ricca di storia, mare e natura (Domenico Catagnano)

487 – Il Giornale 30/07/12 Stefano Zecchi: Ma non confondiamo la memoria col ricordo (Stefano Zecchi – Franco Ottaviani)

488 – Il Piccolo 03/08/12 I dalmati scippano re Artù a Sua Maestà  Non solo Marco Polo ma anche il mitico sovrano britannico diventa “croato”. (Andrea Marsanich)

489 – Giornale di Brescia 30/07/12 Lettere – Essere italiani : I documenti «sbagliati» degli esuli (Mario Bressan)

490 – La Voce del Popolo 27/07/12 Cultura – Cherso, una realtà complessa e ibrida L’ emblematica epopea dei Bolmarcich (ir)

491 – La Nuova Voce Giuliana n° 265 16/07/12 – La ricerca di Federico Simcic sull’italiano in Istria (Fulvio Salimbeni)

492 – I Treni Oggi – Agosto 2012 Non solo mare e monumenti un saluto dalla Dalmazia (Hans Rosenberger)

493 – Il Piccolo 03/08/12 Toponomastica: Gorizia appartiene al territorio giuliano (Giorgio Candot)

494 – Il Piccolo 02/08/12 Guglielmo Oberdan e la ragazza che lanciò la bomba 130 anni fa (Roberto Spazzali)

 

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

480 – L’Arena di Pola 30/07/12 Stabiliti i contenuti del IV Seminario sul confine orientale

Stabiliti i contenuti del IV Seminario sul confine orientale

 

di Paolo Radivo Il Tavolo di lavoro “Istria-Fiume-Dalmazia”, riunitosi il 26 luglio nella sede del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR), ha stabilito che il IV Seminario nazionale sul confine orientale si svolgerà, come lo scorso anno, a Trieste venerdì 22 e sabato 23 febbraio 2013. Solo l’Unione degli Istriani ha ventilato l’idea di spostarlo a Roma. Il titolo sarà: La storia del confine orientale nell’insegnamento scolastico. Attualità e prospettive future.

In apertura sono previsti i saluti delle autorità e di un rappresentante del Tavolo.

 

Come secondo punto i proff. Giovanni Stelli e Roberto Spazzali relazioneranno sulla visione comparativa della storia dell’Adriatico orientale, confrontando le diverse scuole di pensiero in Italia, Slovenia e Croazia.

 

Come terzo punto i proff. Franco Cecotti e Maria Ballarin illustreranno l’approccio dei manuali scolastici di storia italiani (passati e attuali). Spazzali avrebbe voluto venisse trattata anche la manualistica slovena, croata e quella delle scuole italiane dell’Istria e di Fiume. Radivo (Libero Comune di Pola in Esilio) e Micich (Società di Studi Fiumani) hanno proposto di coinvolgere il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. Ma la maggioranza ha preferito soprassedere.
Come quarto punto verranno monitorati alcuni temi specifici trattati dai manuali, quali la condizione dell’Adriatico orientale fra Venezia, l’Austria e l’Impero ottomano, la formazione dell’identità nazionale e i nodi del ’900. Qui si spera di poter coinvolgere in una tavola rotonda i rappresentanti dell’editoria scolastica e i redattori delle guide del Touring Club Italiano (TCI) su Slovenia e Croazia.
Come quinto punto gli insegnanti delle scuole superiori di primo e secondo grado di Friuli Venezia Giulia, Veneto, Marche e Sardegna partecipanti al piano interregionale relativo al progetto “Europa dell’istruzione” presenteranno i propri lavori didattici sull’Esodo.

 

Come sesto punto la prof.ssa Caterina Spezzano tratterà quindi dei moderni sistemi didattici mediante la lavagna luminosa. Infine Leonardo Devoti (TCI) esporrà il futuro concorso “Classe turistica”.

Anche il prossimo febbraio, come nel 2012, si porteranno i seminaristi a vedere la Foiba di Basovizza e l’ex Campo Profughi di Padriciano. La visita a una vicina località dell’Istria slovena (ad esempio Pirano) sarà invece facoltativa per quanti si fermeranno anche domenica 24 febbraio. L’organizzazione e il finanziamento dell’escursione spetterà ai soggetti del Tavolo interessati a promuoverla. Fra questi non figura l’Unione degli Istriani, che ha paventato «pericoli». Il prof. Spazzali ha invece auspicato l’incontro e il confronto fra insegnanti delle scuole italiane in Italia e di quelle italiane in Slovenia e Croazia.

Il terzo concorso nazionale per le scuole abbinato al Seminario avrà come titolo Cultura e vita materiale fra terra e mare nell’Adriatico orientale. I mestieri e la loro impronta nelle arti figurative e nella letteratura. Il bando sarà diffuso in settembre, le schede di adesione dovranno pervenire entro il 10 dicembre e gli elaborati entro il 10 gennaio 2013. Il 16 gennaio si riunirà la giuria. La premiazione dei vincitori si spera possa avvenire il 10 febbraio 2013 a Roma in una prestigiosa sede istituzionale.

Leonardo Devoti ha confermato la bozza di programma del Festival del turismo scolastico abbinato al concorso Classe turistica in programma a Grado dal 17 al 20 ottobre 2012. Avrà l’adesione del presidente della Repubblica e il patrocinio del Ministero degli Esteri. La mattina del 18 ottobre i rappresentanti delle associazioni degli Esuli parleranno delle questioni del confine orientale. (p.rad.)

 

 

 

 

 

481 – La Tribuna di Treviso 24/07/12 Conegliano (TV) È morta Iris Delmestre esule di Fiume, oggi l’addio

Chiesa dei Santi Martino e Rosa

 

È morta Iris Delmestre esule di Fiume, oggi l’addio

 

CONEGLIANO. Si è spenta la trisavola Iris Delmestre, 90 anni (in foto). Originaria di Fiume, Iris aveva vissuto il dramma degli esuli. Nel 1948 con il marito e i figli era arrivata a Treviso

Originaria di Fiume, Iris aveva vissuto il dramma degli esuli. Nel 1948 con il marito e i figli era arrivata nei campi profughi italiani.

In seguito, poiché a Conegliano c’era una parente, con marito e figli è “approdata” nella città del Cima.

Il marito, Riccardo Lenaz, ha sempre fatto il marinaio, prima nelle navi da carico, poi nelle navi passeggeri.

Iris invece si è sempre occupata dei figli. A gennaio era diventata trisavola, con la nascita dell’ultimo arrivato della famiglia.

Iris lascia i figli Maria Grazia con Giovanni e Raoul con Mariella, Leandra, i nipoti Irene e Riccardo, i pronipoti. La cerimonia si terrà oggi, martedì, alle 10.30 nella chiesa parrocchiale dei Santi Martino e Rosa. La famiglia ringrazia sentitamente a tutto il personale medico e infermieristico della casa di riposo “Bon Bozzolla” di Farra di Soligo che hanno seguito con cura e affetto

 

 

 

 

 

 

482 –  L’Arena di Pola 30/07/2012 Facili Cassandre prigioniere del passato

Facili Cassandre prigioniere del passato

Non ci voleva davvero molta immaginazione nel pensare, e quindi nel predire – da qui l’appellativo di “facili cassandre” riferito ai vertici dell’Unione degli Istriani – che non tutto, specie in considerazione dell’alto significato e della delicatezza degli argomenti toccati nel corso del nostro recente raduno a Pola, sarebbe andato esattamente nel senso auspicato. Completamente fuori strada è peraltro chi vi ha visto una “primaverile gita godereccia”, benché i radunisti si siano anche nutriti (ah, la debolezza della carne!) ed abbiano persino (deprecabile assai!) intonato nei momenti di relax le loro vecchie canzoni.

 

Mai avevamo parlato di un atto conclusivo di riavvicinamento o di ritrovata “grande amicizia” tra Esuli e Rimasti, consci come siamo di annoverare, al di qua ed al di là del confine ed in un contesto di sostanziale disinteresse da parte dei più (solo saltuariamente interrotto dall’istriana propensione alla critica), sia convinti sostenitori della nostra causa che altri contrari a qualsiasi cambiamento.

 

Mai avevamo sottaciuto le difficoltà insite nel processo di dialogo da poco iniziato né, tanto meno, mai ci saremmo sognati di nascondere o negare le difficoltà incontrate cammino durante. Quello che non da ieri stiamo cercando di sviluppare è un proposito onesto, convinto, libero da pregiudizi ed assolutamente trasparente. Non occorreva, davvero, inviare un “proprio infiltrato” al nostro raduno per sapere come erano andate le cose: bastava leggere quanto da noi pubblicato sulle “Arene” di marzo e aprile per conoscere le nostre intenzioni e su quelle di maggio e giugno per apprendere come erano andate. Per questo non ci sentiamo in obbligo di nessuna risposta a chicchessia; tutto quello che c’era da dire l’abbiamo già detto! Chi vuol capire, capisca; gli altri sono liberi di non farlo.

A stigmatizzare l’asserito insuccesso del nostro raduno – da noi, peraltro, non spacciato per successo bensì definito, con realismo, un passo significativo ed importante i cui esiti sarebbero potuti essere di gran lunga migliori se tutti ne avessero raccolto l’insito messaggio – i nostri ineffabili denigratori hanno sostenuto che i rimasti hanno disertato in massa (non però “in toto”, come da loro stessi riconosciuto) il programma da noi predisposto esprimendo meraviglia, per non dire incredulità, che ciò possa essere avvenuto (come da noi spiegato limitatamente per quelli di Pola) per una delibera assunta in seno alla Giunta esecutiva della locale Comunità degli Italiani, ispirata (per quanto ci è dato sapere) dal suo Presidente, investitosi poi della piena ed esclusiva rappresentatività del sodalizio.

 

È questa una meraviglia che, memori di una delibera risalente ai primi mesi del 2011 fatta approvare dal presidente dell’Unione degli Istriani circa i rapporti “esuli-rimasti”, ci sorprende non poco. A nessuno dovrebbe, infatti, sfuggire l’analogia di certi comportamenti come pure che anche il meccanismo più perfetto – e noi non abbiamo mai asserito che quello da noi predisposto lo fosse – può incepparsi per la presenza di un granello di sabbia e che altrettanto può succedere con le buone intenzioni quando ad opporvisi ci sono magari anche solo pochi individui.

 

Pertanto, a prescindere dal fatto che la dirigenza del Libero Comune di Pola in Esilio mai ha avvertito la necessità di porre degli aut aut ai propri associati, ciò che veramente sorprende è che di quanto successo, qualificabile come un “intoppo” che contrasta con le aspettative di chiunque abbia un minimo di buon senso, si gioisca anziché rammaricarsene.

È, infatti, evidente che, pur volendo sorvolare sull’importanza ed il significato delle iniziative di riavvicinamento tra le diverse etnie dell’Adriatico nord-orientale poste in essere a livello istituzionale dai Presidenti di Italia, Croazia e Slovenia – ultimo in ordine di tempo l’incontro tra i presidenti Napolitano e Türk –, un processo in tal senso è condiviso ed è in atto anche a livello di molte associazioni di esuli e di corrispondenti comunità di nostri connazionali. Non solo lo stanno dichiaratamente perseguendo i tre Liberi Comuni di Fiume, Pola e Zara, l’ANVGD e la Federazione, ma anche talune “famiglie” della stessa Unione degli Istriani e delle Comunità Istriane.

 

Nessuno può negare che incontri, tutt’altro che saltuari, si verificano ormai da tempo tra “esuli” e “rimasti” di Rovigno, Dignano, Pirano, Capodistria, Pisino – assai significativo che proprio nell’epicentro della croaticità istriana sia stata celebrata dalla locale Comunità la figura di Nerina Feresini, pisinota fondatrice dell’omonima “famiglia” in esilio –, Visignano, Piemonte, Albona, Lussinpiccolo, Cherso… Senza esporci alla consueta critica di essere degli illusi, per non dire bugiardi (le bugie, anche fotografiche, le lasciamo ad altri), parlando di una maggioranza di consenzienti, ci limitiamo a dire che la base del consenso sembrerebbe essere in progressiva espansione.

Ciò che invece ci sentiamo di dire con assoluta convinzione è che in tutto ciò non è configurabile alcun sintomo di “tradimento” di principi o di valori. Anzi! Non ci risulta, infatti, che quanti sono aperti al dialogo, pur non volendo più essere prigionieri del proprio passato, lo vogliano negare, distorcere o anche semplicemente dimenticare; ciò a cui tendono è creare le premesse per un confronto più sereno ed obiettivo sull’andamento della storia e più rispettoso del vissuto di ognuno.

Pertanto, cui prodest opporsi a detto processo? La scontata risposta dovrebbe essere: A NESSUNO!

Evidentemente chi lo fa teme di rimetterci qualcosa anche, e forse soprattutto, a livello personale.

Agli esuli che, a prescindere dalla loro affiliazione, più sono attenti e partecipi delle nostre cose non sarà certo sfuggito che in quanto precede plurimi sono i riferimenti a quanto sul Libero Comune di Pola in Esilio è stato scritto sul periodico dell’Unione degli Istriani. Ebbene, il nostro è un mondo che, oltre ad essere limitato, è anche molto “permeabile” nel senso che quanti leggono la nostra “Arena” hanno di massima accesso ai periodici delle altre associazioni e viceversa. Possono, pertanto, farsi dei giudizi autonomi su quanto viene loro esposto. Senza entrare in polemica sui contenuti, che ognuno è libero di condividere o no, credo che un giudizio di merito debba riguardare anche lo stile, che è poi la buona educazione, con cui le cose vengono dette. Il giudizio ai Lettori. Silvio Mazzaroli

 

 

 

 

 

 

483 – Il Piccolo 03/08/12 L’Intervento – Esuli: Codarin affida l’Irci nelle mani della sinistra 

Esuli: Codarin affida l’Irci nelle mani della sinistra L’INTERVENTO DI RACHELE DENON POGGI *
L’improvvisa sterzata a sinistra del presidente della Federesuli Codarin, che comporta un epocale cambiamento di rotta della Federazione, ha mostrato i suoi primi risultati in occasione della consegna dell’Irci alla sinistra degli ex democristiani morotei e agli ex comunisti del Pd. Questa scelta di Codarin fatta all’insaputa di tutti non poteva che essere stigmatizzata dagli esuli fedeli alla nostra tradizione. Dopo la presa di posizione di vari esuli su Facebook e sui vari siti internet, primi fra tutti l’architetto Gianna Duda Marinelli e l’onorevole Renzo de’ Vidovich che ha pubblicato una pepata lettera su Il Piccolo il 19 luglio, i nuovi amici di Codarin hanno cominciato col venire allo scoperto e tra questi il presidente dei “rimasti” Maurizio Tremul, che ricordo ospite di un fruttuoso dibattito al Raduno dei Dalmati di qualche anno fa seguito da un altro dibattito con l’onorevole Furio Radin, deputato italiano al Sabor di Zagabria.

 

Resto piuttosto sorpresa dall’iniziativa di Tremul, che ricordo persona di sinistra ma molto equilibrata e assennata, il quale propone con tanto di mozione dell’Unione italiana di Fiume che il finanziamento dello Stato italiano agli esuli sia negato all’Unione degli Istriani, colpevole di avere una posizione molto critica, peraltro del tutto legittima anche se non sempre condivisibile, sul passato dell’Unione degli Italiani di Fiume e dell’Istria ma anche nei confronti della rinnovata Unione italiana.

 

È ben vero che la Legge 191 del 2009 consente curiosamente che l’Unione italiana di Fiume dia un parere non vincolante sui progetti presentati dalle varie associazioni, comitati e organizzazioni degli esuli, ma ciò non conferisce ai “rimasti” il diritto di discriminare le associazioni a seconda che siano più o meno critiche nei confronti dell’Unione italiana di Fiume. Evidentemente nel passaggio dall’Unione degli italiani, un’emanazione della Lega dei comunisti jugoslavi, all’Unione italiana della Croazia e della Slovenia democratiche, sono rimasti attaccati ai concetti di censura e di discriminazione che l’Ozna applicava con bieca feroccia proprio nei confronti dei “rimasti” per indurli all’esilio o alla sottomissione.

 

La legge 191/09 consente all’Unione italiana di Fiume di dare solo un giudizio su ogni singolo progetto, ma non conferisce la facoltà di discriminare le associazioni che hanno diritto di partecipare al modesto finanziamento dello stato italiano, di gran lunga inferiore a quello elargito all’Unione italiana di Fiume, sul quale nessuno può mettere il naso. Sorprende poi che venga proposta questa discriminazione solo nei confronti dell’Unione degli Istriani e che nulla l’UI dica nei confronti dell’Associazione delle Comunità istriane che si sono sempre battute perché la Federazione non avesse contatti con i rimasti e tanto meno con la loro organizzazione.

 

Voglio ricordare anche nell’ultima seduta del Consiglio generale della Federazione risalente al lontano 18 giugno 2011, il direttore della “Voce Giuliana” Giovanni Tommasi unitamente a un altro delegato delle Comunità istriane (silenti il presidente Lorenzo Rovis e il quarto delegato) si scagliarono con forza contro i rimasti. Come mai Tremul propone sanzioni cosi pesanti e illegittime contro l’Unione degli istriani e tace sulle Comunità istriane responsabili del fatto che la Federazione non ha avuto contatti con i rimasti? Sorge legittimo il dubbio che Tremul si sia speso per difendere le nuove posizioni sinistrorse di Codarin attaccando i nemici storici del presidente della Federesuli e abbia taciuto sugli amici di Codarin, anche se si trovavano nella stessa medesima condizione

 

*Delegata dalmata nel Consiglio generale Federesuli

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484 – La Voce del Popolo 30/07/12 Momiano – Ritrovarsi «Nel regno del moscato»

MOMIANO TRA I RUDERI DEL CASTELLO DEI CONTI ROTA Ritrovarsi «Nel regno del moscato»

MOMIANO – Lassù, a Momiano, appena sotto il centro abitato, si mantiene ancora oggi il rudere del Castello dei conti Rota. Proprio alle porte del maniero si è svolta venerdì sera la quarta edizione di “Nel regno del moscato”. In un’atmosfera tanto surreale, quanto fedele ai dettami della storia, sono apparse l’attrice del Dramma Italiano Rosanna Bubola e la scrittrice Roberta Dubac. Hanno interpretato il ruolo di due ladruncoli il cui scopo era capire dove si trova il tesoro. Siamo nel 1648. Esprimendosi ora in istroveneto ora in ciakavo, le due sono apparse, scomparse, e sono finite anche per arrampicarsi sugli alberi, citando leggende e scritti, con riferimento all’opera del vescovo Tommasini, i “Commentari Storico Geografici dell’Istria” del XVII secolo. Con la celebre “Il castello di Momiano” hanno esordito i cori congiunti delle Comunità degli Italiani di Momiano e Pirano, diretti dalla Maestra Milada Monica. Ospite d’onore il violinista Francesco Squarcia, originario di Fiume, ma romano d’adozione. Ha suonato, tra le altre, la famosissima Csárdás di Vincenzo Monti. I «MOSCATTIERI» DELLA «VINO MOMILLIANUM» Alla fine sono arrivati i protagonisti del palato, i “moscattieri” (gioco di parole che allude ai moschettieri ed al moscato), portando una cassa del tesoro, che le due furfanti volevano prontamente rubare. NeI ruolo di moscattieri si sono cimentati i cinque produttori di moscato della zona, Kozlović, Kabola, Prelac, Sinković e Brajko. Ebbene il tesoro dei momianesi è proprio il moscato, che è stato tutto da degustare. Oltre al vino è stato possibile assaggiare altri prodotti tipici come il prosciutto istriano. L’ambientazione storica molto curata ha trovato spazio nel prato in cui era originariamente posto il ponte levatoio dell’antico Castello dei Conti Rota. Per la prima volta quest’anno è stato organizzato anche un after party, dove il gruppo fiumano “Gali” ha intrattenuto il pubblico fino a tarda notte. La manifestazione è stata organizzata dall’associazione dei produttori di vino del momianese “Vino Momillianum”, dalla locale Comunità degli Italiani, dall’Ente per il turismo di Buie, con il supporto tecnico dell’Università Popolare Aperta e il patrocinio della Città di Buie.

Daniele Kovačić

 

 

 

485 – Corriere della Sera 31/07/12 Istria da scoprire

Istria da scoprire di Alex Guzzi 

 

La sola Istria che conoscevo fino a pochi giorni fa era quella piccola porzione che si percorre per andare al mare nel sud della Croazia: una strada veloce che taglia la penisola dal confine sloveno all’inizio della costa dalmata. Entrando nel territorio istriano, si scopre, invece, un susseguirsi di colline e altipiani verdissimi, coltivati con cura a vigne e oliveti, con alternanza di aree forestali. I paesi si vedono appena dalla superstrada e l’impressione è quella di una landa poco abitata, ma lasciando le grandi strade per quelle di campagna, quasi all’improvviso, scopri i borghi, la pietra e li intonaci rosa dei palazzi in contrasto con le bianche pavimentazioni veneziane. Il leone di San Marco è ovunque, visibile sulle facciate oppure strappato (e forse ancor più visibile) dalle pareti in cui ricordava la forza dei colonizzatori e dagli inconfondibili campanili che sono la vera firma della Serenissima. Senti parlare veneto e ti illudi (ecco gli italiani!), ma si tratta di pura eredità linguistica, reliquie di dialetto veneto sovrapposte all’originario istrioto, la lingua latina della regione. Fa effetto, comunque, sentire una donna scherzare in veneto coi commensali e rimproverare in croato il suo bambino, ma non si percepisce, qui, vera tensione etnica. Ce lo conferma il sindaco di Grisignana, paese bilingue e bietnico, un tempo centro di commerci, disabitato dall’emigrazione e dall’esodo degli italiani nel dopoguerra e oggi ripopolato da artisti da tutta Europa: Se il sindaco è croato, il vicesindaco deve essere di famiglia italiana: facciamo così in ogni settore dell’amministrazione e andiamo d’accordo, è il nostro modo di fare integrazione in modo concreto.
Grisignana domina dall’alto l’Istria settentrionale: dai tavoli all’aperto dei tanti piacevoli bar e dalle piazzette del borgo lo sguardo spazia verso la grande verdissima valle della Mirna, il fiume che attraversa da est a ovest come una grossa vena la penisola istriana. Il nostro pranzo è in aperta campagna, nella bella trattoria Stari Podrum, sorta attorno ad una storica distilleria artigianale: cucina semplice, ma con carni notevoli (la famosa razza boscarina istriana di piccola taglia) ottime verdure e il tartufo nero abbondante e gustoso sui primi piatti. La sera si fa ritorno sul mare, a Cittanova, un mondo interamente dedicato alla vela e alla marineria: lo stesso hotel Nautica è una specie di moderno fortino circondato dall’acqua su tre lati, con grandi scafi a vela e a motore ormeggiati attorno. Qualcuno maligna: ecco dove sono finiti gli evasori italiani.. Ma la stragrande maggioranza delle bandiere sono austriache, olandesi e tedesche, mentre  solo al tramonto vediamo alcune vele con il tricolore al vento, arrivare, fresche di mare, da Venezia, per evadere sì, ma dal caldo torrido. Si cena all’aperto con apprezzabile cucina nella brezza serale e  si consuma il nostro primo incontro con la Malvasia Istriana, che approfondiremo nel corso del tour.
E’ sottile e secca, amara, ma non  metallica, con una nota aromatica caratteristica e un’acidità misurata che invogliano a ripetere subito l’assaggio. La chiediamo come aperitivo, la terremo come compagna per l’intera cena. Molte Malvasie scorreranno nei nostri bicchieri nei giorni a seguire: la qualità è mediamente alta  e questo vino si rivela più versatile del previsto e, quando le gradazioni non salgono troppo, dotato di freschezza ed equilibrio insospettabili.

La degustazione d’olio alla Cantina Meloto, nel centro di Dignano, è esemplare dell’ottima qualità che le piccole aziende istriane riescono a mettere in campo con un buon gioco di squadra: le varietà locali sono state integrate con olivi di varietà Leccino per una maggiore morbidezza, mentre il gusto intenso viene preservato confezionando a piccoli lotti, secondo necessità, l’olio che riposa al riparo dalla luce e dalle temperature in fusti d’acciaio. D’ora in avanti la curiosità olearia affiancherà quella enoica in ogni sosta, perché quasi ogni ristorante vanta un ventaglio di oli “di fiducia”. Nel centro di Bale facciamo sosta di ristoro all’hotel La Grisa, dove accanto ad una buona cucina e una selezione davvero notevole di malvasie (e di oli), apprezziamo un progetto di albergo ottenuto dal  restauro di un’intera porzione di centro storico, mantenendo il caratteristico sviluppo verticale su più piani delle abitazioni istriane: l’interno risulta piacevolmente articolato, con una piazzetta interna su cui si affacciano le camere, come dehors estivo, e una sala ristorante interna passante da una via all’altra.

La cantina Kabola è l’espressione dell’Istria più evoluta, sia sotto il profilo  agrario che enologico: curata nell’estetica come nella sostanza è un’azienda moderna ed efficiente racchiusa in un involucro tradizionale di grande piacevolezza. Dopo la visita alla cantina, iniziamo una mini-verticale di Malvasia che culmina con l’Amfora, dove l’uva viene lasciata a macerare in anfore interrate, per poi passare, in crescendo di intensità all’assaggio dei rossi Merlot e Teran. Stupore e ammirazione per quello che cade nei bicchieri, ma anche per l’organizzazione dell’accoglienza, la cura del dettaglio (i vigneti sembrano un parco pubblico!) e la puntualità delle spiegazioni: un buon esempio per molti (anche noti) produttori nostrani. Facciamo rotta a sud e scalo a Rovigno, con sistemazione al fantascientifico Lone Hotel di modernissimo design,  immerso nei pini che scendono al mare a meno di 1 km dal borgo. Non è prevista alcuna sosta golosa in hotel, tuttavia ci intrufoliamo, all’italiana, in un grande meeting aziendale di marca nipponica dove, manco a dirlo, assaggiamo un’ulteriore Malvasia (ottima).
Il centro storico di Rovigno è veneziano fino all’osso: situato su una punta collegata artificialmente alla costa, ha i tratti e i colori delle isole della laguna, ma con la particolarità tutta istriana di avere al centro una piccola collina in cui le calli con case colorate salgono fino alla sommità-fortezza: un tempo porto strategico sull’alto Adriatico, oggi attrazione per turisti con tavoli all’aperto affacciati sul mare e lungo i vicoli lastricati di bianca pietra istriana. La visitiamo al tramonto, l’ora di maggior fascino (e folla) prima di spostarci per la cena un po’ più a nord lungo la costa, al  ristorante Blu, suggestiva realizzazione nella roccia con minimi interventi in muratura, dotato di vista fascinosa sul promontorio di Rovigno: a distanza il profilo del borgo appare ancora come un’isola, come la videro affascinati i primi commercianti di Venezia.  L’isola di Briona e il suo piccolo arcipelago sono una vera sorpresa e l’emblema di come l’Istria possa nascondere veri tesori dietro l’angolo. Pochi minuti di traghetto da Rovigno ci portano letteralmente in un mondo paradossale: lo sbarco avviene di fronte a due grandi alberghi primo ‘900 con le dimensioni e l’austera tristezza degli hotel termali d’un tempo, ma, appena saliti sull’auto elettrica e infilati i viali che portano ai campi di golf, ci troviamo improvvisamente traslati in un paese delle meraviglie. La storia delle isole Brione, curiosa e ricca di colpi di scena, ne spiega la particolarità: acquistate negli anni ’20 da un magnate austriaco che voleva farne un luogo esclusivo di divertimenti con percorso di golf, casinò e attrazioni per l’alta società mitteleuropea, rischiano l’abbandono travolte dalla bancarotta del fondatore. Rilevate dall’Italia fascista, non riescono a decollare turisticamente e solo nel dopoguerra verranno riscoperte, quando l’isola principale diviene la residenza favorita dal presidente Tito per ricevere le sue, spesso celebri, amanti e dove colleziona animali esotici, mentre i suoi alti dignitari occupano altre ville sulle isole vicine. Il piccolo arcipelago diviene una meta strategica, irraggiungibile e militarmente protetta, conservandosi intatto fino ad oggi.
Gli spettacolari resti di una villa romana, un borgo bizantino dedicato alla produzione olearia, alcune piacevoli ville del primo ‘900 e un tratto di foresta “integrale” protetta arricchiscono la sequenza di boschi e prati, dove oltre a zebre, struzzi e mufloni è frequente vedere cervi, daini e caprioli al pascolo. Golf a parte, l’isola è tuttora molto tutelata e anche l’accesso di barche private dal mare è concesso solo in casi eccezionali. Al rientro dalle isole ci attende una puntata sul mare a Orsera, dove, oltre ad un assaggio di mondo balneare, con folla di barche e di turisti, ci attende una località strutturata interamente sulla massima accoglienza: i ristoranti, grandi e piccoli, si affacciano al litorale senza soluzione di continuità, con menu e prezzi sostanzialmente simili, ma onesti nella qualità.
Anche se  le proposte della ristorazione tendono ad assomigliarsi un po’, sarebbe sciocco liquidare la cucina istriana come “povera” o banale. C’è una cucina “turistica” che ha accolto i desideri del grande pubblico che chiede soprattutto gamberoni e scampi alla griglia, spiedini di pesce e filetti di branzino o di orata, ma che apprezza anche l’influenza italica dei risotti e delle paste alla marinara, mentre manca (ancora) una cultura del pesce di stagione, meno pregiato, ma spesso più gustoso e a buon prezzo. Lasciando il mare la cucina si fa “contadina” e segue le stagioni, arricchendosi di sapori: spesso è semplice e potrebbe raffinarsi, ma va ricordato che l’Istria è una regione minore di una nazione giovane, dove si sta formando ora una classe di professionisti della cucina, che cresce velocemente. Ne abbiamo avuto un esempio al Marina di Cittanova, dove la giovane moglie del titolare ci ha fatto assaggiare piatti elaborati che esulano dalla banalità con ricerca di sapori originali e abbinamenti riusciti.  L’olio è forse la sorpresa maggiore: la produzione è ampia in tutta la regione con qualità spesso altissima. Si tratta di un segmento in cui si è stretto il legame con l’Italia: gli oli istriani sono classificati nelle guide e nei maggiori concorsi  italiani e da noi i produttori hanno appreso l’importanza del packaging nella valorizzazione del prodotto. I vini sono una realtà consolidata, ma anche in costante crescita positiva e ne abbiamo avuto conferma praticamente ovunque. In sostanza mangiare e bere bene in Istria oggi è abbastanza facile, mentre la creazione di un’alta gastronomia rappresenta la sfida per il futuro. Ma il work è già “in-progress”.

 

 

 

 

 

 

486 – TG COM 24- 30/07/12  Rovigno, terra di confine ricca di storia, mare e natura

Rovigno, terra di confine ricca di storia, mare e natura

 

La cittadina istriana è un vero gioiello tutto da scoprire. Ecco una breve guida per non perdersi nulla di quello che offre

 

La frontiera, oltre che una semplice linea di demarcazione tra Stati, è un segno di ricchezza e varietà. Un posto, una località, una regione al confine sono spesso luoghi di contaminazione di culture, vivaci centri di scambi e mescolanze dove le identità si fondono e mantengono peculiarità proprie al tempo stesso. Certo, la storia insegna che spesso a questo punto di equilibrio si arriva dopo lunghi conflitti spesso crudi e sanguinosi. L’Istria non sfugge alla storia: nel secolo scorso è stata austriaca, italiana, tedesca e jugoslava, ed è stata terra di battaglie e guerre. Oggi è quasi totalmente croata, ma inevitabilmente “figlia” di culture diverse.

Prendiamo Rovigno, o Rovinj, come si dice in croato, o ancora Ruveigno, in istriota. La cittadina sorge su una piccola penisola a poco più di 65 km da Trieste. Da sempre è una piccola perla dell’Adriatico, un posto che da decenni è un’ambita meta turistica. E’ una città di mare, figlia della cultura della Serenissima Repubblica di Venezia, ancora vivissima nella cittadina. Rovigno veneziana, italiana, asburgica e croata allo stesso tempo, un posto da esplorare tra l’arte e la natura.

 

Partiamo dal cuore di Rovigno, da quella chiesa barocca di Sant’Eufemia, la protettrice della città, che sorge su un’altura e domina la penisola. Una chiesa che nel campanile ricorda la Basilica di San Marco di Venezia e che raccogle le reliquie della Santa in un sarcofago di marmo “donato” a Rovigno dal mare. Da Sant’Eufemia si scende e ci si perde nelle viuzze della città vecchia. La Grisia è la via più famosa e forse anche più bella, piena di caratteristiche bottegucce artigianali e di antiquariato, dove sono gli oggetti a far emergere la storia di Rovigno in tutta pienezza. In centro non ci si può non imbattere nell’Arco dei Balbi, la porta più importante della città costruita nel XVIII secolo, o ancora nel Battistero della Santissima Trinità, l’edificio più antico, risalente al XIII secolo.

 

E poi si arriva al mare, che fa da tutt’uno col resto della città. A Rovigno mare si coniuga con batana, la caratteristica imbarcazione dal fondo piatto usata dai pescatori del posto. A sentire i rovignesi, la batana è il loro simbolo della continuità nella storia, un simbolo di unità e di appartenenza. La batana “vive” nel museo cittadino che merita una visita, vive nei racconti e nei canti dei pescatori, e vive nel presente, perché è possibile fare un giro in batana intorno alla penisoletta per ammirare Rovigno dal mare e una volta sbarcati, giungere, magari, allo Spaccio Matika, caratteristico luogo dove i pescatori in passato andavano dopo la loro giornata in mare.

 

Mare a Rovigno non vuol dire solo pesca, ovviamente. Il mare “abbraccia” anche i sedici isolotti davanti alla città e la costa si estende per decine di chilometri. Tra le isole meritano un salto quella di Santa Caterina e quella di Sant’Andrea, detta anche Isola Rossa, che ospita l’affascinante cappella di un vecchio monastero benedettino ormai in rovina del quale si hanno notizie fin dal VI secolo.

 

Le isole di Rovigno sono praticamente parte integrante del patrimonio naturale di Punta Corrente, l’immenso parco che circonda la cittadina. Oltre 50 ettari tra parati e boschi, una vera eplosione di natura tra pini, cipressi, mirti, corbezzoli, cedri, abeti e lecci, da percorrere a piedi o in bicicletta. E da respirare, in silenzio e ammirazione.

 

Tra mare e natura, merita una traversata il canale di Leme, un’insenatura lunga circa 12 Km immersa tra frassini, lecci e lauri. Seguendo le acque si può percorrere con la Marija, un barcone “datato” 1863 che, a detta dei locali, si muove ormai… a memoria. Via terra, invece, ci sono dei percorsi per costeggiare il canale studiati per chi vuole andare a piedi o in bicicletta. Una volta arrivati tappa d’obbligo al ristorante Viking, che di in verità vichingo ha ben poco, ma vi racconteranno che, siccome quella zona ricorda i fiordi nordici, negli anni ’50 vi girarono il film “I vichinghi” con Kirk Douglas e allora ecco spiegato il nome del locale.

 

Altrettanto interessante, partendo proprio dal Viking, concentrarsi sulla buona tavola. A Rovigno, ovviamente, comandano  pesci e crostacei, spesso preceduti da una zuppa o da una minestra. La cucina è essenzialmente mediterranea, ma quella è anche zona di pregevoli tartufi, carni, salumi e formaggi. Insomma, sarà come ritrovarsi a casa, anche se qualche contaminazione c’è. Si bevono la Malvasia, un bianco tipico, molta grappa e la Pelinkovac, un amaro aromatizzato all’assenzio.

 

Di sistemazioni per l’alloggio la cittadina ne offre molteplici, ma quello più originale è sicuramente il “Lone”, il primo hotel design realizzato da giovani artisti croati. Una struttura moderna, nel cuore di Punta Corrente, che fa del design un elemento funzionale oltre che artistico. Una vera sciccheria sono le camere con la vasca idromassaggio sul terrazzino che danno sul mare, ma tutte sono state pensate e realizzate nel segno del gusto e della raffinatezza. Un tocco di modernità, insomma, in una cittadina che vive radicata nella sua storia sfaccettata. Ma dove radicarsi non vuol dire certo imprigionarsi.

Domenico Catagnano

 

 

 

 

 

487 – Il Giornale 30/07/12 Stefano Zecchi: Ma non confondiamo la memoria col ricordo

Il proustiano Piperno contro la retorica della «Madeleine»

 

Fabrizio Ottaviani – Sulle terze pagine dei quotidiani, negli «agili» sunti di storia della letteratura circola un’ipotesi press’a poco di questo tenore. Il passato, come direbbe il signor de La Palisse, non c’è più; però di tanto in tanto può ripresentarsi. Basta un certo biscotto, una vecchia fotografia, uno strano campanile ed eccoci precipitati in una luminosa mattina di tanti anni fa. Questa ipotesi, che pian piano è diventata una verità, ha il suo gran cerimoniere in Marcel Proust, dietro il quale manovra nell’ombra il suo ideologo, il filosofo Henri Bergson. Entrambi ci assicurano che il tempo perduto, grazie alla cosiddetta «memoria involontaria», può essere ritrovato, e che l’artista può rendere tale tardiva riappropriazione qualcosa di permanente.Bene: per Alessandro Piperno si può tranquillamente prendere questa storiella edificante e gettarla nel cestino della spazzatura. Perché è falsa da almeno due punti di vista: filosofico e filologico. La memoria involontaria è una facoltà inaffidabile, vagamente puerile e soprattutto straordinariamente effimera. Per un istante si torna in possesso di ciò che non c’è più, poi lo si perde ancora, forse per sempre. La memoria involontaria, per Piperno, è «doping emotivo, una sorta di seduta spiritica prêt-à-porter». E comunque l’autore della Recherche non ha mai creduto che il tempo possa essere ritrovato, né che l’artista possa eternare le epifanie che il cielo gli manda. Proust, come Leopardi, era un nichilista e non si faceva illusioni. Tutto muore, tutto morirà.Fresco della vittoria al premio Strega, Piperno non è nuovo ad incursioni nell’ambito degli studi proustiani, avendo qualche anno fa dato alle stampe un saggio intitolato Proust antiebreo. Visto che il volume era esaurito, l’autore ha deciso di rielaborarlo e di aggiungervi un capitolo sulla memoria, anzi Contro la memoria (Fandango, pagg. 262, euro 16), nel quale si esce dal campo prettamente letterario per aggredire un’altra pia illusione: quella secondo cui la facoltà di ricordare è uno strumento di salvazione, nonché una sorta di giusta punizione inflitta a chiunque abbia finto di non vedere quando invece era essenziale tenere gli occhi ben aperti. Abbiamo dunque una «giornata della memoria» e il «dovere di ricordare», ma siamo certi che tali espedienti possano davvero rappresentare una barriera con cui prevenire l’ingiustizia futura?Se il Virgilio di Piperno, nel viaggio attraverso i sotterranei proustiani, è un giovane Beckett, per andare contro la memoria c’è bisogno di una testa d’ariete non solo al di sopra di ogni sospetto, ma che dalla rimozione dei luoghi comuni che soffocano il processo del ricordo abbia tutto da perdere: nientemeno che Primo Levi, sorpreso a diffidare, per l’appunto, della memoria.Scritto in un italiano che sembra (e forse è) direttamente tradotto dal francese, il saggio di Piperno ha il grande pregio di fluidificare un numero consistente di stereotipi sul ricordare, e di riaprire il dossier relativo agli aspetti più filosofici dell’opera di Marcel Proust. Naturalmente qua e là si può dissentire; si può osservare, per esempio, che il mondo di Proust sarà pure un mondo di fantasmi, ma di fantasmi realissimi; e che la Recherche non vuole ricondurre i fatti trascorsi alla loro origine storica: ciò farebbe di Proust un positivista in ritardo, che combatte con armi spuntate. Ma indubbiamente dalle pagine di Contro la memoria emerge un Proust meno decadente e più illuminista, nonché meno stregonesco e più vicino a noi, che abbiamo imparato a subodorare quanto di ingenuamente consolatorio vi sia in chi cerca di contrastare l’oblio con la letteratura, lanciando la cavalleria contro i carri armati.Molto più spinose le questioni che riguardano il ruolo della memoria nella Storia. Tutto ciò che è umano non è mai completamente affidabile, e la migliore medicina può trasformarsi in un veleno. Sia benvenuta la proposta di negare l’onnipotenza salvifica della memoria; quanto a negarne il semplice potere, meglio essere più cauti; almeno finché non avremo a disposizione un’utile alternativa.

 

 

Ma non confondiamo la memoria col ricordo il commento Stefano Zecchi

Non confondiamo la memoria con il ricordo, e la testimonianza con la storia. C’è un grande

polverone nelle riflessioni di Piperno che portano a vere e proprie mistificazioni culturali. Il ricordo, nella sua pubblica comunicazione, diventa una possibile testimonianza vivente dell’accaduto. Ciò che sono stati l’olocausto, le foibe nella ex Jugoslavia, i gulag, le persecuzioni nella ex Germania comunista e innumerevoli altri drammi della storia del Novecento hanno ancora testimoni oculari in grado di farci conoscere le loro tragedie. Chi li ha ascoltati, è rimasto impressionato dall’emotività del racconto, da particolari apparentemente insignificanti che diventano punti di riferimento essenziali per capire la crudeltà, la violenza, la perfidia degli aguzzini. Ma è anche inevitabile che, in assoluta buona fede, queste testimonianze modifichino in parte la realtà degli eventi, che i rapporti storici di causa ed effetto non siano corretti, semplicemente perché il testimone parla della propria esperienza. Se, poi, trascorre molto tempo dall’accaduto, i ricordi sbiadiscono o si configurano conformemente alla personalità del testimone. Se piace, ora, evocare Proust, allora si comprenderà che i ricordi del tempo perduto sono simboli, soltanto simboli, non cose. La memoria conserva i simboli delle cose, delle persone, degli avvenimenti. Non la storia. Dunque, la morte dell’ultimo testimone di Auschwitz, delle foibe carsiche, dei gulag cancellerà la memoria di Auschwitz, delle foibe, dei gulag? Non scherziamo su queste cose, anche se possono diventare occasioni letterarie. Ciò che è accaduto, ce lo dice la storia; lo scrivono gli storici. Loro, tenendo nei giusti limiti le testimonianze e i simboli hanno il compito culturale di ricostruire il passato e affidarlo ai libri. Naturalmente ci sono storici cialtroni che negano l’olocausto e storici cialtroni che nei libri di testo per il liceo scrivono che le foibe sono doline carsiche in cui i nazisti hanno seppellito i partigiani comunisti. Ma smascherare l’ignoranza o la malafede degli storici è un compito della comunità scientifica degli storici. Per noi, che non siamo storici di professione, il compito è più semplice: è sufficiente osservare come la comunicazione quotidiana dia pesi diversi a testimonianze e ricordi, il che provoca inevitabili distorsioni di ciò che è accaduto. Si preferisce per motivi politici, economici tapparsi le orecchie quando un testimone istriano racconta il suo dramma o quando dall’inferno siberiano un sopravvissuto racconta la sua tragedia… Conviene fare così, ma questa convenienza non può essere quella dello storico che deve spiegarci attraverso la sua competenza scientifica come siano andate le cose. Per finire una nota di colore sugli scherzi del ricordo e le arlecchinesche testimonianze. Bersani, politico dei tempi nostri, ci ricorda quanto sia «agghiacciante» il ritorno di Berlusconi in politica. È la sua testimonianza, fatti suoi. Ma perché non ci ricorda l’ultimo governo Prodi con quei due anni grotteschi? Conviene così; dimentica di esserne stato un testimone vivente, e qualcosa di più

 

 

 

 

 

 

488 – Il Piccolo 03/08/12 I dalmati scippano re Artù a Sua Maestà  Non solo Marco Polo ma anche il mitico sovrano britannico diventa “croato”.

I dalmati scippano re Artù a Sua Maestà  Non solo Marco Polo ma anche il mitico sovrano

 

britannico diventa “croato”. E la festa in suo onore fa il pieno di turisti  una tesi ardita Lo storico inglese Matthews sostiene che il monarca è sepolto vicino a Spalato Gli dà man forte un avvocato-scrittore

 

di Andrea Marsanich

 

SPALATO Il leggendario re Artù un britannico? Macché, il figlio di Uther Pendragon e di Igrayne non nacque a Tintahel in Cornovaglia, come si è sempre sostenuto, bensì venne alla luce nei pressi del piccolo villaggio di Lokivicice, ai margini della piana di Imotski, alle spalle di Spalato, per poi morire nientemeno che a Podstrana, località ad un paio di chilometri dalla città di Diocleziano.

 

Insomma, re Artù era un dalmata in piena regola e – se si ragiona con la mente di oggi – era pertanto croato e null’altro. Come già verificatosi con il croatizzato Marco Polo, nonostante le tiepide proteste italiane, anche uno dei simboli della storia britannica rischia di venire inserito nella stirpe croata, con i suoi lontanissimi “pronipoti” che già festeggiano le origini dalmate di re Artù, che poi sarebbe il comandante militare romano Lucius Artorius Castus. O almeno questa è l’ardita tesi dello storico inglese John Matthews, secondo il quale Castus sarebbe stato sepolto in Dalmazia.

 

I croati non hanno perso tempo e dopo che stanno monetizzando Marko Polo nella “natia” Curzola, dove c’è la sua visitatissima casa, e altrove, si sono gettati a capofitto in questa nuova avventura, che promette lauti guadagni, popolarità e un paio di bisticciate con i perfidi figli di Albione.

 

Già da un paio d’anni ad Igrane, località turistica della Riviera di Macarsca, nella Dalmazia centromeridionale), si svolge la manifestazione denominata la Notte di Re Artù. E sì perché un’altra leggenda croata narra che la madre fosse nata ad Igrane e da qui il nome di Igrayne. Sia come sia, l’altro ieri, mercoledì, in questo centro balneare si è tenuto uno spettacolo che ha attirato migliaia di visitatori, tra locali e turisti d’oltreconfine, che hanno potuto gustare scenette di quindici, venti secoli fa. C’erano legionari romani, i cavalieri della Tavola Rotonda, i concorsi per Mister Excalibur e Miss Ginevra e infine si sono presentati proprio loro, Re Artù (che era poi il noto giornalista della Tv croata, Mirko Fodor) e la sua stupenda consorte, una sorridente Ginevra. Stavolta il Lancillotto ha lasciato in pace i due regnanti e praticamente non si è fatto vedere, preferendo non turbare la regale unione.

 

Nel corso dell’evento è stato anche promosso l’olio d’oliva denominato Re Artù, un extra vergine di cui si dice un gran bene. Va rilevato in tal senso che l’olio d’oliva prodotto a Igrane era stato giudicato nel 1922 a Parigi il migliore in Europa e nel 2000 il migliore in Croazia. Intanto i media britannici si sono occupati in diverse occasioni del “dispetto croato”, asserendo che è in corso una disputa per aggiudicarsi le origini di re Artù, alias Lucius Artorius Castus. A Podstrana o forse a Igrane ci sarebbe il sepolcro dell’eroe con incisa la scritta “Lucius Castus – visse e combattè in Britannia”.

 

La tesi di re Artù sepolto in Dalmazia è stata come già detto lanciata da Matthews, assistente nel 2004 nelle riprese del film re Artù, che riscosse successo a livello mondiale. Secondo lo storico, il leggendario re (di cui effettivamente non è mai stata dimostrata l’ esistenza) sarebbe stato proprietario di vasti appezzamenti di terreno di altri immobili in Dalmazia. Morto in questa regione adriatico, sarebbe stato sepolto nelle vicinanze di Spalato. È quanto sostiene pure un noto avvocato di Imotski, Lujo Medvidovic, che recentemente ha pubblicato il libro “Castus e giustizia”, nel quale afferma senza tema di smentita che re Artù è nato ed è stato seppellito nell’attuale territorio della Croazia. Dopo Polo, re Artù, sarà magari il turno di Garibaldi?

 

 

 

 

 

489 – Giornale di Brescia 30/07/12 Lettere – Essere italiani : I documenti «sbagliati» degli esuli

ESSERE ITALIANI

I documenti «sbagliati» degli esuli

Lo scorso 18 luglio spedisco un fax, a nome di mia moglie, ad un reparto dell’Ospedale Civile per ottenere l’esenzione per patologia. Quanto esporrò è generalizzato, dal momento che coinvolge Ospedale, Aci, Motorizzazione ed altri enti pubblici e privati. Una premessa doverosa: sono italiano, mia moglie è italiana, i miei conterranei sono italiani (istriani, fiumani, zaratini, ecc., ecc.) anche loro coinvolti in quanto andrò ad esporre. Dopo qualche giorno arriva a domicilio la documentazione richiesta. Con sorpresa tra i vari fogli uno riporta la località di nascita di mia moglie dove risulta nata in Slovenia senza specifica della località. È inconcepibile che una struttura pubblica non abbia ancora aggiornato volutamente le località di nascita di tutta la popolazione nata nelle Terre al di là dell’attuale confine orientale e costrette a lasciarle per sentirsi ed essere sempre italiani. Questi territori sono stati perduti a causa della Seconda Guerra e venduti dai nostri politici di allora.

Purtroppo i nomi di queste città e paesi venivano scritti alcune volte in italiano, molto spesso in sloveno o croato o risultavano sconosciuti. Erano conosciuti solamente con il loro nome attuale storpiato dalla ex Yugoslavia perché era di moda trascorrere le vacanze sulla sponda al di là dell’Adriatico.

Esprimendo il nome in italiano, Pirano, Umago, Fiume, Pola, Zara ecc. non erano conosciuti e per tutti noi creava e crea disagio e frustrazione. Siamo considerati extracomunitari con tutto rispetto per queste persone.

Finalmente nel 1989 la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica approvano la Legge n° 54 del 15 febbraio. Forse per salvaguardarci come una specie in via di estinzione. Si sperava di por fine a questa situazione incresciosa, purtroppo nell’anno del Signore 2012 dopo 23 anni tutto è come prima. La legge impone a tutte le strutture o enti pubblici o privati di nominare la località di nascita in italiano senza specificare lo Stato dove attualmente si trova. Con desolazione questo non viene rispettato. A suo tempo vennero distribuiti i Tesserini sanitari, molte persone si sono trovate nate in Bosnia-Erzegovina, Montenegro e altre località non esatte. È una vergogna. Mi chiedo quando tutto questo andazzo avrà fine, quando finalmente potremmo dire di essere fieri della nostra italianità di nome e di fatto.

Le invio questa rimostranza perché venga letta anche da qualche personalità con la speranza, dopo tanto tempo, di un suo significativo intervento e impegno per mettere fine ad una situazione inconcepibile dopo ventitré anni dalla promulgazione della legge suddetta.

 

Mario Bressan San Zeno Naviglio

 

 

 

 

 

490 – La Voce del Popolo 27/07/12 Cultura .- Cherso, una realtà complessa e ibrida L’ emblematica epopea dei Bolmarcich

VIENE PRESENTATO STASERA IL LIBRO  DI TARCISIO BOMMARCO SULLA CITTÀ E L’ISOLA QUARNERINE Cherso, una realtà complessa e ibrida L’ emblematica epopea dei Bolmarcich

CHERSO – Cardine tra Occidente e Oriente, luogo di contatto tra culture diverse, che spesso hanno interagito e si sono reciprocamente influenzate, si ritorna spesso a Venezia e alla sua eredità civile e culturale quando si vuole guardare al passato dell’Adriatico orientale nella sua complessità, cogliendone le sfaccettature, le contaminazioni, le contraddizioni, rifuggendo da quegli esclusivismi nazionali che negano la dimensione plurale di questo spazio geografico.

Ed è appunto sullo sfondo della Serenissima che si dipana la storia dei vari rami di un casato chersino, i Bolmarcich, famiglia popolana di carattere “ibrido” (per quanto riguarda l’etnia), per quasi cinque secoli attivamente coinvolta negli eventi politici e sociali chersini.

Attraverso la loro epopea Tarcisio Bommarco introduce e spiega le alternanze storiche che coinvolsero la città e l’isola quarnerine. Il suo volume “L’isola di Cherso. La presenza veneziana e le diverse dinastie popolane”, pubblicato nella primavera scorsa dall’udinese Del Bianco (pp. 325), viene presentato questa sera alle ore 20 presso la Scuola elementare “France Petrić” di Cherso.

Bommarco esamina principalmente le vicende e i rapporti che intercorsero tra Cherso e Venezia, che dominò l’isola per circa quattro secoli, ma affronta pure il breve periodo francese e quello dell’amministrazione austriaca. In maniera più sintetica esplora le origini della società chersina, con riferimento alle sue istituzioni e al complesso geografico e storico nel quale si sono formate, tenendo conto dei movimenti migratori e delle influenze economiche e culturali delle regioni confinanti.

Alle tesi e descrizioni storiche che ritengono Cherso di caratteristiche esclusivamente italiane – “scorciatoia” che Bommarco rigetta, come pure i miti di una realtà sempre tutta religiosissima, laboriosa e felicemente sottomessa alla Serenissima – l’autore contrappone una visione più articolata, che si basa su fonti storiche attentamente esaminate, dalle quali emergono diversità sociali, economiche e politiche fra la maggioranza della popolazione (Università) e la classe nobiliare (Comunità); antinomie che in tutta evidenza vengono alla luce verso la fine del XIX secolo con il problema linguistico. Tarcisio Bommarco ben adegua il suo lavoro ai postulati dell’attuale ricerca storica, la quale richiede parametri che tengano conto di un contesto regionale più vasto e di un microcosmo di ceti sociali finora trascurati.

Riallacciare il legame con la terra d’origine attraverso la ricerca

L’autore, le cui origini sono legate ai Bolmarcich (nel 1928 il cognome è stato italianizzato in Bommarco), è nato a Cherso nel 1938. Dopo la Seconda guerra mondiale e il Trattato di pace del 1947, che ha assegnato Cherso alla Jugoslavia di Tito, è emigrato in Italia, vivendo in diverse località della penisola. Nel 1963 si trasferito in Svezia (Lund), dove ha svolto e svolge tuttora la sua attività lavorativa, accademica e istituzionale.

“La perdita forzata del contatto con le proprie origini causa la privazione di una parte dell’identità della persona. Un sentimento sempre presente, per chi ha subito il dramma dell’esilio, è il senso di estraneità nei confronti della realtà che lo circonda”, premette citando il giornalista e scrittore Enzo Bettiza, esule dalmata.

I motivi che lo hanno spinto a scrivere questo volume? “Il legame con la terra di origine e con quella parte dell’identità personale che le appartiene ritengo possa essere riacquistato attraverso lo studio e la conoscenza. Un tale approccio, se a prima vista potrebbe ad alcuni sembrare freddo e distaccato a causa della sua natura analitica e razionale – dice –, è in ogni caso, a mio avviso, preferibile alla consuetudine di spiegare i fatti condizionandoli a una struggente nostalgia per un mondo perduto, che quando riproposto si basa sul mito e nel contesto storico porta alla negazione della realtà più prossima.

Attraverso una ricerca approfondita dei fatti, dei cambiamenti e degli sviluppi storici che hanno interessato la città e l’isola di Cherso, unita alle persone che lì vivevano – conclude –, reputo si possa giungere a una relazione più stretta con il mondo chersino e con la gente che lo formava, e riuscire inoltre con la conoscenza del passato arrivare a capire il presente”. (ir)

 

 

 

 

 

491 – La Nuova Voce Giuliana n° 265  16/07/12 – La ricerca di Federico Simcic sull’italiano in Istria

La ricerca di Federico Simcic sull’italiano in Istria

 

E’un nuovo importante contributo del Centro di ricerche storiche di Rovigno.

 

Quella fucina scientifica che è il Centro di ricerche storiche di Rovigno lo scorso mese, insieme con gli “Atti” del 2011, segnalati in “Pano­rama” del 15 luglio scorso, ha pre­sentato pure il saggio di Federico Simcic L’italiano in Istria. Strutture comunicative (pp. 248), n. 13 della collana “Etnia”, introdotto da Flavia Ursini, una delle maggiori studiose di linguistica, dell’Università di Pa­dova, dove l’opera è stata discussa come tesi di laurea in scienze della comunicazione nel 2005, venendo poi rielaborata e approfondita fino al dicembre 2007.

In un momento in cui si lamenta il declino del sistema universitario, vi sono ancora lodevoli eccezioni, co­me questa, poiché nel presente caso ci si trova di fronte a un’indagine di prim’ordine, concettualmente salda, metodologicamente impeccabile e risultato d’un sistematico lavoro plu­riennale sulle strutture comunicati­ve istriane, precisando, peraltro, che esso riguarda solamente l’Istria oggi appartenente alla Croazia. Fondato su un imponente apparato bibliogra­fico, che tiene conto della miglior pubblicistica glottologica, sociologi­ca e storica italiana e internazionale, e sullo spoglio d’una quantità note­vole di fonti e documenti – che vanno dai risultati dei censimenti a inchie­ste sul campo e allo spoglio della stampa -, lo studio, di carattere so­cio-linguistico, che in appendice ri­porta la parte dello statuto della Re­gione Istriana riguardante la tutela delle peculiarità autoctone, etniche e culturali, e la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, pro­mulgata a Strasburgo il 5 novembre 1992, e s’articola in due ampi capito­li, dedicati rispettivamente alla pia­nificazione linguistica nel secondo dopoguerra e alla struttura comuni­cativa della comunità italiana, rien­tra a buon diritto nella miglior tradi­zione giuliana degli studi linguistici, che dalla fine dell’Ottocento a oggi può vantare nomi prestigiosi quali quelli del Bartoli, dell’Ive, del Goidanich, del Doria, e ora di Franco Crevatin, cui tanto si deve per gli studi dialettologici locali.

 

L’autore, cui solo un appunto si può muovere: di non aver provve­duto a un aggiornamento sino alme­no al 2010-2011, dopo aver preso in esame la tutela linguistica della mi­noranza italiana a partire dal 1945, distinguendo tra enunciazioni di principio e loro concreta attuazione, fino a non molto tempo fa spesso ca­rente e ancor oggi talora discutibile, e il ruolo della scuola e dell’univer­sità nel preservarla, non mancando di rilevare le pressioni psicologiche, sociali e culturali del contesto am­bientale maggioritario, ha analizzato il ruolo e l’opera dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume pri­ma e dell’Unione Italiana poi, l’ap­porto fondamentale dell’Università Popolare di Trieste dal principia­re degli anni Sessanta a oggi – con

tutto quello che ne è conseguito in termini di iniziative culturali di prim’ordine, che hanno dato un con­tributo essenziale al salvataggio e al consolidamento dell’italianità re­siduale dopo l’esodo postbellico -, l’attività del Centro di ricerche sto­riche di Rovigno, tracciandone un essenziale profilo, che ne evidenzia le indiscutibili benemerenze, e del­le Società Artistico-Culturali, oltre che di varie altre istituzioni minori, come, ad esempio, la Pietas Julia di Pola e i comitati locali della Socie­tà “Dante Alighieri”, fondata a fine Ottocento dal Carducci e da altri il­lustri intellettuali dell’Italia liberale, avente per scopo statutario quello di difendere e promuovere la cono­scenza dell’italiano all’estero, non

TV Koper-Capodistria, che, pur in Slovenia, voleva essere portavoce di tutti gli Italiani d’oltre confine) e WEB, di tutti questi organi d’in­formazione illustrando le vicende, le diverse stagioni culturali – condizio­nate dai cambiamenti politici statali, ma anche dal susseguirsi delle gene­razioni e dal variare degli indirizzi “politici” in seno alla comunità na­zionale – e l’azione dei protagonisti, in questo modo offrendo quella che si può definire la miglior ricostruzio ne finora disponibile, di là da contri­buti settoriali apparsi nelle pubblica­zioni del Centro rovignese, della vita culturale dell’italianità istriana, cui è da augurarsi che presto possa ag­giungersi un analogo contributo per quella residente in Slovenia, così da

trascurando neppure la dimensione economica della Comunità Naziona­le Italiana, fondamentale per la sua preservazione.

 

Conclusa questa panoramica isti­tuzionale, nel secondo capitolo, do­po aver considerato l’influenza della famiglia, della scuola e dell’ambi­to lavorativo nell’uso linguistico, si prende in considerazione la produ­zione letteraria, tutt’altro che localistica, perché impegnata a riannodare le fila delle relazioni con la madre­patria, senza trascurare la dimensio­ne europea, analizzando in ispecie quanto fatto dal Dramma Italiano, le attività artistiche nelle singole Comunità degli Italiani, riservando una specifica attenzione al concorso d’arte e di cultura “Istria Nobilissi­ma”, completando questa meticolosa rassegna con la disamina di stampa – in cui centrale è il ruolo dell’Edit, delle sue collane, riviste e giornali -, radio, televisione (in particolare di integrare nel modo migliore un co­sì importante discorso sociologico e nel contempo storico, che spiega come la lingua nazionale, nonostan­te tutto e contro tutto, sia riuscita a resistere e anche a recuperare terre­no, sicché quella quercia della civiltà italiana che nel 1947 Ernesto Sestan in Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, vedeva at­terrata dalla tempesta della Storia, a poco a poco ha potuto riattecchire.

Bello sarebbe che qualche altro giovane studioso, magari con il pa­trocinio dell’IRCI, ponesse in cantie­re un’indagine analoga per la comu­nità degli istriani, fiumani e dalmati esodati in Italia, esaminando e do­cumentando quanto compiuto dalle sue tante, e del pari benemerite, isti­tuzioni culturali per preservare e far conoscere agli italiani il grande pa­trimonio dell’italianità per secoli fio­rita sull’altra sponda dell’Adriatico.

 

Fulvio Salimbeni

 

 

 

 

 

492 – I Treni Oggi – Agosto 2012 Non solo mare e monumenti un saluto dalla Dalmazia

Non solo mare e monumenti un saluto dalla Dalmazia

 

Hans Rosenberger

 

Breve resoconto di viaggio sulla ferrovia che collega Spalato con l’entroterra, tra difficoltà geografiche, particolarità tecniche e panorami mozzafiato.

 

Tra le molteplici attrattive turistiche, rappresen­tate dallo splendido mare e dalle accoglienti e tranquille località sparse lungo la costa che of­fre un po’tutta la Dalmazia, nel tratto che delimita la cosiddetta “baia dei castelli” sono racchiuse incompa­rabili bellezze naturali e storiche che meritano parti­colare attenzione, a cominciare dalla città di Spalato (Split), attualmente con i suoi 188 000 abitanti la se­conda città croata, che presenta un concentrato di testimonianze storiche di assoluto interesse e ottima­mente conservate delle epoche romana, veneziana e austroungarica, mentre sul lato opposto della baia è situata la cittadina di Traù (Trogir) raro esempio, con­servato intatto, di città dell’epoca veneziana; entram­be le località, per il non comune interesse storico e per l’eccellente stato di conservazione, sono state inserite nel patrimonio mondiale dell’UNESCO. Nonostante che la Dalmazia nel suo complesso, per la conforma­zione del territorio, per la scarsità di importanti centri abitati e per varie vicende storiche e politiche, non ab­bia mai goduto di una rete ferroviaria estesa come in altre regioni interne, la zona circostante Spalato offre anche per l’appassionato di ferrovie motivi di assoluto interesse.

 

Cenni storici

Nella seconda metà dell’Ottocento l’impero asburgi­co, a cui apparteneva la Dalmazia, progettò un col­legamento ferroviario per unire Spalato e Sebenico, principali città della zona e a quel tempo importanti porti dell’Adriatico, col resto dell’impero. La prima parte di questo progetto venne ultimata nel 1888 limi­tatamente alle tratte Spalato-Knin con diramazione Perkovic-Sebenico, ma il proseguimento verso nord rimase bloccato a causa dell’impossibilità di far prose­guire la ferrovia nella regione della Lika, appartenente al Regno di Ungheria che riteneva questo collega­mento troppo in concorrenza con Fiume, suo prin­cipale sbocco sul mare del Regno. Successivamente Spalato ricevette nel 1903 un ulteriore collegamento ferroviario a scartamento ridotto (760 mm) con Signo (Sinj), rimasto attivo fino al 1962. Solamente nel 1925 fu possibile realizzare la tratta da Knin a Ogulin, im­portante centro sulla linea Zagabria-Fiume, permet­tendo così di collegare per ferrovia Spalato con il resto dell’Europa.

Per facilitare i collegamenti verso il porto di Spala­to di Bosnia-Erzegovina, Croazia orientale e Serbia, nel 1948 venne realizzata una nuova linea da Knin a Novi Grad, denominata ferrovia dell’Una dal per­corso lungo la valle dell’omonimo fiume. In tempi ancora più recenti (1960) anche l’importante città di Zara è stata collegata con una nuova linea ferroviaria a Knin. Più a sud solamente due linee a scartamento ridotto (760 mm) permettevano di collegare le regio­ni interne con i porti di Ploce e Dubrovnik (Ragusa), interessando il territorio dalmata solo per brevi tratti. Nel novembre del 1966 lo scartamento ridotto verso Ploce venne sostituito con una nuova linea a scarta­mento normale permettendo collegamenti molto più veloci e capaci da Belgrado e Sarajevo verso l’Adriatico, mentre Dubrovnik, in seguito alla politica di raziona­lizzazione o trasformazione della vasta rete iugoslava da scartamento ridotto a normale, pochi anni dopo perse definitivamente ogni collegamento ferroviario. Nell’ultimo decennio del secolo scorso le poche ferro­vie esistenti in Dalmazia hanno subito notevoli danni a seguito degli eventi bellici che hanno portato allo smembramento della Iugoslavia. Attualmente la Dal­mazia fa totalmente parte della Repubblica di Croazia e di conseguenza anche le ferrovie sono di pertinenza delle Ferrovie Croate (Hrvatske Zeljeznice – HZ).

 

 

In viaggio

Per l’appassionato di ferrovie, anche senza allonta­narsi troppo da Spalato si può ottenere un’impressio­ne molto significativa e spettacolare dell’ambiente ferroviario dalmata. Il viaggio inizia dalla stazione di Spalato, situata nelle immediate vicinanze del centro cittadino e di fronte al porto dove continuamente at­traccano e partono traghetti provenienti dalle varie isole, dalle principali località dalmate e dall’Italia. Gli edifici della stazione sono ancora in gran parte quelli originali dell’epoca asburgica, poco appariscenti e In contrasto con lo stile monumentale in uso all’epoca. I binari disponibili sono solo 5, tutti convergenti su una lunga asta che permette il “salto” delle locomotive dei treni in arrivo e dai marciapiedi senza pensiline si scor­ge l’imponente sagoma del campanile della cattedrale ubicata all’interno del palazzo di Diocleziano risalente al IV secolo d.C.

Contrariamente a quanto si possa immaginare en­trando nella stazione di testa di un’importante linea, il piazzale è desolatamente vuoto e l’unico veicolo pre­sente è un carro per trasporto di automobili al seguito accostato alla rampa di carico in testa al primo binario. Il treno regionale da Perkovic, composto da solamen­te due carrozze tipo Y recentemente riverniciate in bianco con fasce rosse e blu arriva al binario 3 con in testa una locomotiva Diesel serie 2 062 di costruzione statunitense. Con una rapida manovra la locomotiva si porta in testa al treno e dopo lo scambio di moduli tra Dirigente Movimento e personale del treno non rima­ne che attendere che il segnale luminoso si disponga a via libera e si parte con una repentina accelerazione consentita dalla limitata composizione. Appena superato lo scambio estremo si entra in una lunga galleria che sottopassa gran parte della città e subito dopo l’uscita si apre il vasto fascio di binari della stazione di Split Predgrade, stazione suburbana di Spalato che funge anche da scalo merci per la città e da impianto di ricovero delle varie composizioni di treni che, durante la sosta tra un servizio e l’altro, ven­gono qui puliti e riforniti; così si spiega la mancanza di treni nella stazione principale.

 

Dopo la sosta si prose­gue tra la periferia della città fino alla località di Solin, la cui origine romana è testimoniata dall’anfiteatro e da vari ruderi dell’epoca che si trovano nelle imme­diate vicinanze della ferrovia. Questa località è sede di importanti insediamenti industriali, di un importante scalo merci, con raccordi che raggiungono il porto e vari impianti industriali, e del deposito locomotive dove sostano alcune 2 062 in attesa di prendere ser­vizio, mentre una locomotiva da manovra serie 2 132 è impegnata nello smistamento di alcuni carri per il trasporto di cemento proveniente dal vicino cementi­ficio, una delle principali aziende della zona. Dopo questa località la linea attraversa la zona densa­mente abitata dei “Castelli” in costante leggera salita, con numerose fermate e passaggi a livello automatici che impongono al macchinista il frequente uso del segnale acustico, dal tipico suono americano. Nella stazione di Kastel Stari termina il servizio suburbano svolto da singole automotrici FIAT serie 7 122, acqui­state usate dalle ferrovie svedesi. Dopo l’incrocio con una di queste automotrici si riparte in un nuovo sce­nario che si apre quasi all’improvviso: la linea si im­penna dì colpo e si allontana dai centri abitati in una zona con tipica vegetazione a macchia mediterranea mentre la nostra 2 062, che per la limitata massa trai­nata fino a quel momento non aveva dato alcun se­gno di sforzo, ora fa sentire decisamente il rombo del suo 16 cilindri GM.

Dopo 4 kilometri di impegnativa salita si arriva alla fermata dì Sadine, lontana dai centri abitati ma proba­bilmente a suo tempo utile come posto di movimen­to viste le tracce di un binario d’incrocio dal quale si diramava anche un lungo binario di salvamento in contropendenza. Dopo la brevissima sosta, dove (for­se da anni) nessuno sale o scende, osservando sul lato sinistro in senso di marcia si scopre una bellissima vista della baia dei castelli incorniciata dalle città di Spalato e Traù con varie isole dalmate come sfondo. Dalle carrozze tipo Y a scompartimenti e finestrini abbassabili, che fanno ricordare con nostalgia tempi dalle nostre parti ormai passati, si possono apprezzare maggior­mente le bellezze naturali della zona mentre il treno sta percorrendo un tratto di linea spettacolare con ca­ratteristiche ardite quanto inconsuete e di assoluto in­teresse. La linea infatti per inoltrarsi nell’interno deve superare in pochi kilometri la barriera carsica costiera, ripida, frastagliata e difficilmente accessibile che ha impegnato notevolmente i progettisti e gli esecutori dell’opera.

Da Kastel Stari (km 18,87, quota 87 m s.l.m.) al culmi­ne, nei pressi di Labin Dalmatinski (km 29,360 m s.l.m.) la linea è in costante ascesa (pendenza media 24,8 mm/m) con un percorso quasi sempre a mezza costa e un continuo susseguirsi di profonde trincee, brevi gallerie ed enormi terrapieni (necessari per superare i canaloni laterali) realizzati con roccia carsica frantuma­ta, materia prima di cui è ricca la zona. Dopo Labin Dal­matinski, piccola stazione dove sembra che il tempo si sia fermato parecchi decenni fa e attualmente spesso utilizzata per incroci, il paesaggio improvvisamente cambia aspetto, con vallate più ampie e una fìtta e varia vegetazione, segno che la barriera montuosa ha notevole influenza sul clima della zona. Un breve trat­to in falsopiano fino a Prgomet anticipa una lunga e ripida discesa, con frequenti tratti a mezza costa, ampi tornanti, curve e fermate ravvicinate in piccoli centri della zona dove i pochi passeggeri del treno scendo­no con gli acquisti fatti a Spalato e termina a Primorski Dolac (km 41, 155 m s.l.m.) stazione con binario d’in­crocio e segnali semaforici.

Prima di raggiungere Perkovic (km 44, 200 m s.l.m.), meta del nostro breve ma interessante viaggio, oc­corre superare un ulteriore breve tratto in salita che impegna ancora seriamente la nostra 2 062. Perkovic è un piccolo centro che dispone di una stazione con cinque binari e funge da termine corsa per quasi tutti i treni regionali da Spalato; da questa località si dirama la linea per Sebenico, servita da 8 coppie giornaliere effettuate con automotrici serie 7 122 in parte prove­nienti da Knin. Dopo una breve sosta necessaria per l’inversione della locomotiva e per attendere la coin­cidenza con l’automotrice da Sebenico, si riprende il viaggio in senso inverso che permette di apprezzare nuovamente quanto di bello e interessante già visto all’andata.

Per quanto riguarda il traffico su questa linea, occorre tener presente che dopo lo smembramento della Iugo­slavia si è registrata una notevole contrazione dei ser­vizi a lunga distanza e merci. I tempi in cui Spalato era collegata giornalmente da servizi internazionali come il «Tauern Express» (Ostenda-Spalato con carrozze dirette da Amburgo e Monaco), «Dalmacija Express» (Monaco-Spalato con carrozze diretta da Dortmund e Linz) l’Espresso Vienna-Spalato o gli Espressi interni «Dioklecijan Express» Belgrado-Spalato, «Marjan» e II «Maestral» tutto letti da Zagabria sono ormai un lon­tano ricordo. Dopo la ricostruzione dei tratti coinvolti negli eventi bellici dell’inizio anni novanta, Spalato è collegata direttamente solo con Zagabria; attual­mente l’orario in vigore prevede per tutto l’anno tre servizi giornalieri (di cui uno notturno) a cui nel perio­do estivo si aggiungono una relazione notturna con Zagabria e l’unico servizio internazionale rimasto per Budapest, che circola due volte la settimana con de­nominazione «Adria». Un ulteriore collegamento set­timanale estivo con Praga è stato soppresso nel 2010, probabilmente vittima del completamento della nuo­va autostrada da Zagabria. Il traffico locale si svolge con 5 coppie di treni regionali tra Spalato e Perkovic, di cui una circola solo in periodo scolastico e feriale prolungata fino a Unesic, oltre al già citato servizio su­burbano tra Spalato e Kastel Stari con 8 coppie di tre­ni. Il servizio merci è normalmente assicurato da due coppie nei giorni feriali, ma altri servizi sono svolti In funzione delle necessità.

 

Il materiale rotabile impiegato dopo la sostituzione della trazione a vapore, avvenuta già negli anni ses­santa, è poco vario, ma in ogni caso di assoluto inte­resse: per la trazione di tutti i treni viaggiatori com­posti da materiale ordinario vengono utilizzate le imponenti locomotive Diesel a trasmissione elettrica e rodiggio C’0C’0, costruite tra il 1972 e il 1980 dalla General Motors con motore a 16 cilindri da 1617 kW, classificate 2 062 oppure 2 062.1 per la versione rimo­dernata nel 2002 dalle offìcIneTZVGredelj di Zagabria. Le stesse locomotive si trovano alla trazione dei treni merci, spesso in doppia trazione a comando multiplo. Le due relazioni diurne Zagabria-Spalato classificate ICN (Inter City Nagibni) sono i treni di maggior presti­gio delle Ferrovie Croate e vengono effettuate con i complessi di automotrici ad assetto variabile serie 7 123 di costruzione Bombardier, analoghe al Gruppo 612 della DB. Le relazioni suburbane Spalato-Kastel Stari sono invece assicurate dalle automotrici FIAT ex Gruppo Y1 delle ferrovie svedesi. Per l’appassionato di ferrovie questa zona offre numerosi motivi d’interesse per le particolari e inconsuete caratteristiche ambien­tali e tecniche che in gran parte conservano l’aspet­to tipico delle ferrovie del passato, dalle nostre parti ormai scomparse. I punti dove si possono fare ottime riprese fotografiche sono numerosi, ma solo in parte raggiungibili comodamente con strade o sentieri ben tracciati. Per le migliori riprese occorre pertanto avere buona volontà e”gamba”per raggiungere con lunghe camminate posizioni altrimenti visibili e godibili solo dal treno, ma la determinazione necessaria è ampia­mente compensata dalle immagini spettacolari e dal­la soddisfazione che si può gustare in attesa dell’ar­rivo del treno ascoltando il rombo dei Diesel, magari in doppia trazione, udibile già a kilometri di distanza mentre affrontano le lunghe rampe In testa a pesanti convogli. Il traffico non particolarmente intenso, ma ben distribuito nella giornata, permette un sicuro e abbondante bottino fotografico. Il personale di servi­zio negli impianti o sui mezzi di trazione è general­mente cordiale e disponibile per fornire utili infor­mazioni sulla circolazione dei treni, ma non è sempre facile la comprensione per chi non ha dimestichezza con la lingua croata; come sempre fotografie o cartoli­ne con soggetti ferroviari sono omaggi molto utili per facilitare l’approccio. Per evitare comunque antipati­che imprevedibili incomprensioni si può ottenere in pochissimi giorni un permesso generale per effettua­re riprese fotografiche inviando per posta elettronica una semplice richiesta all’ufficio stampa delle Ferrovie Croate (ida.erceg@hznet.hr).

 

 

 

 

 

 

493 – Il Piccolo 03/08/12 Toponomastica: Gorizia appartiene al territorio giuliano

TOPONOMASTICA Gorizia appartiene al territorio giuliano

 

Leggo che il decreto di ristrutturazione delle Aziende per i servizi sanitari (Ass) della nostra regione, ha ridenominato quella n. 1 Triestina in Giuliano Isontina a seguito del suo accorpamento con la n. 2 Goriziana.

 

Ancora una volta si è ignorato che l’aggettivo giuliano è già inclusivo del Goriziano, essendo che la Venezia Giulia è nata nel 1923 comprendendo in essa le province di Trieste, Pola e Gorizia, cui successivamente si aggiunsero Fiume e Zara assumendo il nome di Venezia Giulia e Dalmazia.

 

Per coloro che lo ignorano giova ricordare che il glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), docente all’Accademia scientifico-letteraria di Milano, aveva suggerito di denominare Venezia tutta l’area popolata da genti venete situata al nord-est della penisola, suddividendola in Tridentina, Euganea e Giulia. L’auspicio dello scienziato goriziano si realizzò soltanto alla conclusione vittoriosa della guerra del 1915-’18, quando il governo italiano, nell’occasione dell’annessione al regno delle nuove province, adottò proprio la nomenclatura proposta dall’Ascoli.

 

Ma tutto fu rimesso in discussione alla conclusione della Seconda guerra mondiale a seguito della sconfitta del 1945, quando la Venezia Tridentina divenne Trentino Alto Adige, la Venezia euganea riprese lo storico nome di Veneto, il Trattato di Parigi del 1947 ci strappò quasi per intero la Venezia Giulia, attribuendola alla Jugoslavia e al mai costituito Territorio libero di Trieste.

 

Fortunatamente il trattato mantenne la sovranità italiana sulla Bisiacaria (Monfalconese), e sull’isola di Grado (già appartenenti alla provincia di Trieste) nonché sulla città di Gorizia che, congiuntamente all’agro cormonese-gradiscano (unici lembi della Venezia Giulia rimasti alla patria), consentirono la ricostituzione della
provincia di Gorizia.

 

Fatto questo che giustificò (risolto nel 1954 il problema di Trieste), l’istituzione della regione autonoma Friuli Venezia Giulia previa inclusione della provincia di Udine e quella di Pordenone, così come era stato previsto nel 1947 dalla Costituzione della Repubblica. Ma essendo stata l’area su cui sorgono le Alpi Giulie (allora provincia di Gorizia) assegnata, a eccezione di poche frange, alla Jugoslavia prima e alla Slovenia poi, il toponimo Venezia Giulia non avrebbe più, a rigore, alcuna relazione con Gorizia e tantomeno con Trieste, che mai comprese nel proprio territorio provinciale le Alpi Giulie.

 

Soltanto ragioni storiche e sentimentali possono perciò giustificare oggi l’uso del toponimo Venezia Giulia riferito al suo territorio rimasto italiano, ma di questa fortunata circostanza se ne fece un pessimo uso: infatti sempre più frequentemente si tende a escludere Gorizia (che sarebbe invece l’unica ad averne titolo!) dall’area giuliana, restringendo erroneamente tale appellativo alla sola provincia di Trieste.

 

È pertanto auspicabile che non si tolga a Gorizia l’onore di essere la matrice della Venezia Giulia, che deve continuare a includere entrambe le province e che pertanto la Ass di pertinenza venga denominata semplicemente Giuliana.

 

Giorgio Candot

 

 

 

 

 

494 – Il Piccolo 02/08/12 Guglielmo Oberdan e la ragazza che lanciò la bomba 130 anni fa

Guglielmo Oberdan e la ragazza che lanciò la bomba 130 anni fa storia  – ricorrenza

Il 2 agosto 1882 l’attentato che creò un mito del Risorgimento: nuove ipotesi da documenti e pubblicazioni poco note rimettono in discussione i fatti

di Roberto Spazzali

Il 2 agosto 1882, alle nove di sera, lungo la contrada del Corso, sfilano i veterani triestini dell’esercito austro-ungarico: banda musicale in testa, vanno in piazza Grande a rendere omaggio all’arciduca Carlo Federico da poco giunto in città. È compreso tra due ali di luminarie che rischiarano la penombra dei lampioni a gas. Poi, all’altezza di via San Spiridione un lampo ed uno scoppio secco. Un ordigno, anzi una micidiale bomba Orsini, esplode tra l’ultima schiera della banda musicale e la prima fila del corteo. Quindici feriti, alcuni gravi, ed un morto: Angelo Stocchi, di quindici anni, che se stava sull’angolo opposto della via, colpito da una scheggia. Quella bomba schiantò pure illusioni e certezze di una Trieste moderna e protesa al nuovo secolo. E il nuovo destino sarebbe stato invece scontro politico e nazionale. Quei frammenti sono ancora oggi conservati all’Archivio di Stato di Trieste, tra i corpi di reato della Imperial regia Direzione di polizia e la scheggia mortale porta un etichetta con il nome e il cognome di quell’innocente. Non furono mai identificati con assoluta certezza gli ispiratori e gli autori materiali dell’attentato ma tre mesi più tardi la corte marziale imputò Guglielmo Oberdan quale unico responsabile, sulla sola comparazione dei resti della bomba con quelle trovate in suo possesso al momento dell’arresto. Una versione accreditata anche negli ambienti irredentisti, forse per coprire altre persone. Nel 1882 cadeva esatto il mezzo millennio di dedizione di Trieste alla Casa d’Austria e importanti iniziative erano state preparate per festeggiare la ricorrenza, in attesa di una prossima visita dell’imperatore. Doveva essere la vetrina di una città che si era trasformata in pochi decenni e stava assumendo i connotati di una piccola metropoli, a cui tutti volevano partecipare. Subito dopo l’attentato la polizia condusse immediate indagini: escluso il lancio dal marciapiede, la bomba, risultò, era stata gettata da una finestra del primo piano del numero 9 della contrada del Corso, un edificio che oggi non esiste più, e dal cui portone era stato visto uscire subito dopo lo scoppio un giovane, alto, con barba rossiccia curata, cappello sulle ventitré. Era stato fermato tale Leopoldo Contento, ma le indagini avevano raccolto altri elementi, quali la presenza a Trieste proprio di Guglielmo Oberdan che aveva preso una stanza in una locanda e poi un’altra da un affittacamere, lasciando tracce troppo evidenti della sua presenza in città, lui ricercato per diserzione. Un deliberato tentativo di depistaggio? Nel frattempo era stato ricostruito il tragitto dell’attentatore e i sospetti si erano addensati su Contento, che per altro aveva un’incredibile somiglianza con Oberdan. Ma pochi giorni dopo nella stazione di Lubiana era stata fermata una ragazza in abiti maschili: il suo comportamento aveva destato il sospetto di un poliziotto proveniente da Trieste. Fermata e perquisita, le trovarono in tasca un coltello da cucina. Si giustificò dicendo di averlo per difendersi da uno spasimante dal quale era fuggita. Era una cameriera in servizio a Trieste, proprio nella famiglia occupante quell’appartamento al centro delle indagini, e il coltello faceva parte del corredo di cucina. Tuttavia la polizia abbandonò quella pista, sottovalutando la posizione del Contento, unico arrestato fini a quel momento. Ora il nuovo indiziato era Guglielmo Oberdan. Quindici giorni più tardi, su segnalazione della polizia italiana, la gendarmeria austriaca sequestrò sul piroscafo “Milano” del Lloyd austriaco, proveniente da Venezia, una valigia con opuscoli sovversivi, bombe Orsini e petardi. Anche la valigia esiste ancora, con la serratura scardinata. Ci si attendeva qualcosa di grave, largamente anticipato da alcuni volantini del partito d’azione che minacciava di passare alle vie di fatto contro gli avversari politici sloveni di Trieste. Volantini e valigia furono ricondotti, otto mesi più tardi, a tre irredentisti: Edoardo Veneziani, Giuseppe Leone Levi ed Enrico Predonzani, già noti alle autorità e ricercati per associazione eversiva con finalità secessionista le cui posizioni erano state associate a quelle di Giuseppe Manzani e Michele Grego, proprio in seguito alle indagini sull’attentato del 2 agosto. Ma quel filone d’inchiesta non approdò a nulla di concreto in quanto Guglielmo Oberdan era già finito sul patibolo il 20 dicembre e Leopoldo Contento deceduto in carcere qualche giorno dopo l’esecuzione. Due bocche chiuse per sempre. Chiuso il caso, iniziava il mito. Senza senza ulteriori approfondimenti, se non per alcuni aspetti meno noti: nel 1890 sparirono dal mal vigilato archivio del tribunale di Trieste proprio i fascicoli dell’indagine sulla bomba del 2 agosto e quelli del primo interrogatorio ad Oberdan, in cui il magistrato istruttore aveva cercato una correlazione tra l’arrestato e l’attentato, per prendere tempo, per capire l’effettivo ruolo di Oberdan all’interno della trama eversiva, per evitare che finisse nelle mani dei giudici militari che avevano già deciso la sorte dell’imputato. Quei documenti furono trasferiti a Udine con una valigia a doppiofondo, costruita segretamente nella falegnameria del carcere dei Gesuiti, e lì nascosti fino alla prima guerra mondiale, quando Francesco Salata iniziò a scrivere la biografia di Oberdan. Dopo la guerra tornarono a Trieste ma non si può escludere che qualcosa sia andato “perduto” per strada. Proprio questo furto, probabilmente su commissione, è uno degli aspetti meno noti e meno indagati dagli storici locali: gli atti dell’inchiesta giudiziaria, conservati presso l’Archivio di Stato di Trieste, mantengono una inalterata freschezza ed offrono ulteriori ed inediti spunti per indagare sulle organizzazioni fiancheggiatrici dell’irredentismo. C’è ancora un punto inquietante: nel diario delle sorelle Ongaro, figlie di Luigi, mazziniano e protagonista nel 1864 dei moti di Navarons, c’è scritto che la bomba del 2 agosto fu scagliata da Adelia Delfino, sorella di Domenico Giovanni Battista Delfino, compagno di classe di Oberdan ed affermato tenore dell’epoca. Solo Bianca Maria Favetta ha citato questo importante documento, in un quaderno dei Civici musei di storia ed arte di Trieste, che modifica non di poco la versione accreditata, anche negli ambienti irredentisti, a partire da quella offerta da Giusto Muratti che evidentemente era comoda per tutti. Però quella sera, in quell’appartamento, c’erano Guglielmo Oberdan, Adelia Delfino e forse Leopoldo Contento oltre che la cameriera poi fermata a Lubiana: fu una drammatica esitazione, dopo aver innescato l’ordigno, da parte di Oberdan o di Contento, oppure un gesto deliberato da parte della giovane donna? E tutti gli atteggiamenti di Oberdan troppo palesi furono per coprire l’azione di un piccolo gruppo settario oppure il gesto disperato di una ragazza che probabilmente provava qualcosa per quel giovane matematico, taciturno, così poco incline alle amicizie, e ottenebrato da logiche autodistruttive? Un mese e mezzo più tardi, quel giovane sarà arrestato nei pressi di Ronchi, grazie alla soffiata dell’avvocato Giuseppe Fabris-Basilisco, infiltrato su intesa italo-austriaca negli ambienti irredentisti, e l’attenzione si sposterà sulle dichiarate intenzioni regicide di Oberdan, consegnando deliberatamente la sua figura al mito irredentista italiano. E di quell’attentato non se ne parlerà più. Restano però i documenti, talvolta poco studiati o sottovalutati nella presunzione che tutto sia già stato scritto, ma non detto fino in fondo.

 

 

 

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it http://www.adriaticounisce.it/

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