RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 826 – 17 MAGGIO 2012

Posted on May 18, 2012


N. 826 –  17 Maggio 2012

                                   

Sommario

 

318  –  La Voce del Popolo 14/05/12 Pola – Percorso della memoria di esuli e rimasti: «Chiudere le ferite del passato per un futuro europeo comune» (Daria Deghenghi – Gianni Katonar)

319 – Il Piccolo 16/05/12 Il raduno di Pola riavvicina gli esuli e i rimasti (p.r.)

320 – La Voce del Popolo 16/05/12 L’intervento – Esuli e rimasti, fratelli diversi (Daniela Deghenghi)

321 – La Voce del Popolo 15/05/12 Pola –  A Piero Tarticchio la benemerenza «Istria terra amata» (dd)

322 – La Voce in più Dalmazia 12/05/12 Spalato, la Comunità guarda al futuro con ottimismo e spirito di apertura, calorosa accoglienza per l’ambasciatrice d’Italia in Croazia (cda)

323 – La Voce del Popolo 16/05/12 Fiume: Statuto in italiano: segno tangibile dell’autoctonia della CNI in città (Tamara Tomić)

324 – La Voce del Popolo 17/05/12 Dalle stalle alle stelle: «El mus de Buie» simbolo caratteristico del turismo locale (dk)

325 – Rinascita 15/05/12 Speleologia ed insepolti cadaveri (Gianluca Padovan)

326 – La Voce di Romagna 12/05/12 Il mistero di Alberto Diana, potrebbe essere una della vittime della strage di Castua nel 1945 (Aldo Viroli)

327 – La Voce del Popolo 15/05/12 Pola – Mirabella Roberti, esempio di amore viscerale per i tesori del passato (Daria Deghenghi)

328 – La Voce in più Dalmazia 12/05/12 Letteratura – Zara «filtrata» attraverso l’opera di Fortis, Il libro dell’abate padovano è un magnifico affresco della regione dalmata, com’era all’epoca della Serenissima (Dino Saffi)

329 – Il Piccolo 13/05/12 L’intervento di Stelio Spadaro e Luciano Monzali – Il futuro di Trieste si sviluppa in una prospettiva adriatica (Stelio Spadaro – Luciano Monzali)

330 – Il Piccolo 14/05/12 Trieste –  La leggenda del Paròn Nereo Rocco rivive al Magazzino 26 (Valeria Donelli)

 

 

 

 

 

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

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318  –  La Voce del Popolo 14/05/12 Pola – Percorso della memoria di esuli e rimasti: «Chiudere le ferite del passato per un futuro europeo comune»

Percorso della Memoria di esuli e rimasti: reso omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi
«Chiudere le ferite del passato per un futuro europeo comune»

POLA – Impressionante l’immagine dell’inghiottitoio carsico noto per aver portato a morte cruenta un numero imprecisato di persone nel corso di uno dei tanti episodi di sanguinose e scellerate ritorsioni in tempo di guerra e nei frangenti successivi. La foiba di Terli (Trilji) nel Comune di Barbana – dichiarano gli associati al Libero Comune di Pola in Esilio – non è una delle più note, e nemmeno una delle più grandi del territorio, eppure “per noi polesani è una delle più significative”. Il 4 novembre del 1943, il maresciallo dei Vigili del fuoco di Pola, Arnaldo Harzarich, e la sua squadra, la ispezionarono a fondo e recuperarono ventisei corpi. Di venticinque è stato possibile accertare l’identità, e si appurò infatti che furono vittime civili, innocenti, tra cui giovani donne ed un minorenne, ma anche italiani antifascisti come il capo dei partigiani di Carnizza, Antonio Del Bianco, e Giacomo Zuccon, il nonno del dirigente FIAT Sergio Marchionne.

FOIBA DI TERLI Mesto, quindi, e non poteva essere diversamente, il pellegrinaggio compiuto sabato pomeriggio alla foiba di Terli dai partecipanti al 56.esimo Raduno nazionale degli esuli da Pola. È stata questa, dopo Capodistria e Strugnano, la terza tappa dell’importante “Percorso in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi” di cui si sono resi autori il Libero Comune di Pola in Esilio e l’Unione Italiana di Fiume, con l’adesione di Federesuli. La cerimonia ha portato sul luogo dell’eccidio numerose autorità, ospiti e tanti, tantissimi, esuli polesi e istriani. Presente il sindaco del Libero Comune di Pola in esilio, Argeo Benco, i vertici dell’Unione Italiana, Furio Radin e Maurizio Tremul, il presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Rodolfo Ziberna, il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, e Fabrizio Radin, presidente della Comunità degli Italiani di Pola, che ospita nella sua sede buona parte dei programmi del Raduno 2012.
Commovente l’Invocazione per le vittime delle foibe di monsignor Antonio Santin, pronunciata dal generale Silvio Mazzaroli. Valido al giorno d’oggi il suo messaggio di fondo, rivolto principalmente al superamento di ogni odio ed ogni rancore: “Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace”. Ma la cerimonia ha voluto rendere il giusto omaggio anche alla figura del validissimo capo dei pompieri di Pola che recuperò i corpi martoriati. Ecco spiegata la presenza di Sara Harzarich Pesle, sua nipote, chiamata a gettare nella voragine una corona di fiori alla memoria dei martiri di Terli.

MONTEGRANDE L’ultima tappa del “percorso” è stata la cerimonia della deposizione di corone di fiori ai piedi del monumento alle vittime del terrore fascista di Montegrande, che ricorda i ventuno detenuti prelevati dal carcere polese per essere fucilati e impiccati dai nazisti il 2 ottobre 1944 in un atto di feroce ritorsione per l’uccisione, da parte dei gappisti, dell’ufficiale italiano delle SS Giuseppe Bradamante di Stignano. Tra le vittime della feroce rappresaglia nazista c’erano polesi e istriani, italiani e croati, giovani ed anziani. L’eccidio di Montegrande è assurto recentemente a simbolo ufficiale della resistenza a livello locale e viene infatti celebrato come “Giornata del ricordo” in ambito municipale, così come vuole lo statuto della Città di Pola. Anche in questa sede le autorità e i partecipanti al raduno hanno recitato una preghiera per le vittime e posto una corona di fiori ai piedi del monumento che rievoca la strage.

CAPODISTRIA Un’atmosfera solenne, di profonda commozione, ma allo stesso tempo distesa. È quella che ha accompagnato sabato mattina le tappe in territorio sloveno del Percorso della Memoria e della Riconciliazione tra Italiani dell’Adriatico orientale, in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi del ’900. Folto il gruppo dei partecipanti alla cerminonia di Capodistria. A guidarlo sono stati Argeo Benco, sindaco del Libero Comune di Pola in esilio, Silvio Mazzaroli, direttore del giornale “L’arena di Pola”, Renzo Codarin, presidente della Federazione delle Associazioni degli esuli, Lorenzo Rovis, presidente dell’Associazione delle Comunità istriane, Rodolfo Ziberna, presidente dell’ANVGD, Giorgio Varisco, presidente dei Dalmati italiani nel mondo e l’on.Marucci Vascon. Ad accompagnarli il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul e molti connazionali residenti nel Capodistriano, tra i quali i vicesindaci di Capodistria e Pirano, Alberto Scheriani e Bruno Fonda, i consiglieri comunali Mario Steffè e Ondina Gregorich Diabatè, nonchè i presidenti delle CAN e delle Comunità degli italiani. Hanno reso omaggio al Cimitero di San Canziano alle vittime degli eccidi di massa dopo la seconda Guerra mondiale. Ai piedi del cippo sono stati sepolti i resti di trenta persone, rimaste ignote, rinvenute una ventina d’anni fa nelle cavità carsiche della regione. Maurizio Tremul, Argeo Benco e Alberto Scheriani hanno deposto una corona di fiori. Come annunciato, non è stato pronunciato alcun discorso, ma ha fatto seguito soltanto una breve funzione religiosa, officiata da don Renato Podberšič della Diocesi capodistriana.

STRUGNANO Molto simile, circa un ora dopo, il cerimoniale seguito a Strugnano, dove sono stati commemorati due ragazzi uccisi nel 1921 dai fascisti. Ai piedi del monumento che li ricorda hanno deposto una corona, assieme a Tremul, Silvio Mazzaroli e Bruno Fonda. La benedizione è stata impartita da don Boris Čobanov, della parrocchia locale. Tra una manifestazione e l’altra c’è stato il tempo per un abbraccio tra vecchi amici che non si vedevano da qualche tempo, per ripescare nella memoria avvenimenti di molti anni fa.

RICONCILIAZIONE La parola più sentita è stata indubbiamente “riconciliazione” tra chi ha dovuto abbandonare la propria casa e chi, invece, è rimasto. Gli esponenti delle organizzazioni degli esuli hanno voluto rimarcare che l’intento è stato quello di esprimere profondo rispetto per le vittime degli opposti totalitarismi, un rispetto comune, non diviso tra italiani, sloveni o croati. È stata l’occasione per superare finalmente le divisioni del passato e guardare con fiducia al futuro. “Un incontro del genere avrebbe dovuto svolgersi molto prima. Ci ha riportato alla nostra terra natale che ci ha plasmato come persone e come pensiero”, è stata la riflessione conclusiva.

PELLEGRINAGGIO TOCCANTE Terminato il “Percorso celebrativo”, abbiamo raccolto pure una dichiarazione sui suoi significati da Maurizio Tremul, presidente della Giunta dell’Unione Italiana. Questa la sua riflessione, in estrema sintesi: “È stato un pellegrinaggio toccante dal punto di vista umano, in tutte e quattro le tappe del percorso compiuto con una serenità straordinaria da tutti i partecipanti al raduno, sia sui luoghi che testimoniano le morti violente delle foibe da parte del regime comunista jugoslavo, sia presso i monumenti che ricordano le vittime del fascismo italiano e del nazifascismo. Molto sentita è stata inoltre la partecipazione delle autorità locali di Pirano, di Capodistria e di Pola, come quella dei connazionali, dei presidenti delle Comunità degli Italiani, dei presidi delle scuole eccetera. Insomma, credo che sia stato finalmente compreso ciò che volevamo fare in primo luogo, e cioè riaffratellare gli esuli e i rimasti per chiudere le ferite aperte del Novecento, in modo da poter intraprendere un futuro comune nella bellissima cornice di un’Europa unita senza confini. Siamo un popolo unico – ha concluso Tremul –, unito da un mare, l’Adriatico, che finalmente non divide più, ma unisce e accarezza entrambe le sue sponde, baciando tutti i popoli che le abitano”.
“Con questi gesti vogliamo chiudere le ferite del passato, ovviamente non cancellando la memoria che ognuno deve conservare. Dobbiamo superare i torti subiti o fatti e incamminarci sulla comune via europea, che con l’entrata della Croazia nell’Unione europea cancella tutti i confini e ci riunisce nuovamente nella stessa Patria- la comune Patria europea”, ha concluso Maurizio Tremul.

Daria Deghenghi – Gianni Katonar

 

 

 

 

319 – Il Piccolo 16/05/12 Il raduno di Pola riavvicina gli esuli e i rimasti

Il raduno di Pola riavvicina gli esuli e i rimasti

 

POLA Gli esuli e quelli che sono rimasti stanno tornando lentamente a essere un’anima sempre più compatta, di qua e di là del confine. E, anche se tra gli esuli c’è sempre qualche voce fuori dal coro, cresce sempre più la comprensione reciproca per le scelte del passato, fino a qualche tempo fa motivo di confronto anche aspro. È un po’ questo lo spirito del 56esimo raduno nazionale degli esuli di Pola che si è concluso, come riferito dal presidente del Libero Comune di Pola in esilio Argeo Benco, con un esito assolutamenhte positivo. «Il programma del raduno attuato con la Comunità degli italiani, si è svolto come previsto», ha spiegato Benco, compiacendosi anche del positivo atteggiamento delle autorità locali. Questi incontri, ha aggiunto Benco, «servono a smussare i punti che potrebbero ancora dividerci e arrivare a forme di collaborazione sociale e culturale sulla piattaforma dell’amore condiviso per la nostra terra». Sul fronte delle emozioni e dei ricordi tristi, la giornata più intensa è stata quella di sabato scorso quando i circa 150 partecipanti al raduno hanno intrapreso il “Percorso in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi” con tappe a Capodistria, Strugnano, Terli (Comune di Barbana) e Montegrande alle porte di Pola. Il generale Silvio Mazzaroli del Libero Comune di Pola in esilio e Sara Harzarich hanno lanciato una corona di fiori nell’inghiottitoio di Terli.

Questa foiba, pur non essendo una delle più note e grandi, riveste un significato particolare per i polesani. Nel novembre del 1943 il maresciallo dei Vigili del fuoco di Pola Arnaldo Harzarich, nonno di Sara, recuperò 26 corpi dalla foiba, di cui 25 identificati. Erano vittime civili, innocenti, tra cui donne e un minorenne, e anche alcuni antifascisti italiani. Tra questi Giacomo Zuccon, il nonno dell’ad della Fiat Sergio Marchionne. Al percorso hanno aderito i vertici dell’Unione italiana e il console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani. Poi alla Comunità degli italiani di Pola la vicenda dell’esodo è stata vista dagli occhi di due scrittrici che l’hanno vissuta in maniera diametralmente opposta. Stiamo parlando di Anna Maria Mori (esule) e Nelida Milani Kruljac (rimasta),coautrici del romanzo autobiografico “Bora”. (p.r.)

 

 

 

 

 

 

320 – La Voce del Popolo 16/05/12 L’intervento – Esuli e rimasti, fratelli diversi

L’intervento

Esuli e rimasti, fratelli diversi

 

 

Calato il sipario sul 56º Raduno nazionale degli esuli – il secondo voluto nella città di origine dal Libero Comune di Pola in Esilio, bene accolto dalla Comunità degli Italiani – ogni tentativo di sunto e di giudizio, specie se di pubblico dominio come questo che ci proponiamo di fare, rischia di portarci a ripetere le solite frasi fatte, quelle che inevitabilmente finiscono nei titoli dei giornali e dei notiziari, come “chiudere le ferite del passato”, “guardare all’Europa” e cose di questo genere. Ma è davvero così semplice “chiudere” e “guardare avanti”? Abbiamo forse superato il trauma? Le ferite sono rimarginate? Ci siamo, come si suol dire, riconciliati? Di colpo non siamo più diffidenti verso l’altro, o intransigenti, o autoritari, o schizzinosi, o insofferenti? Probabilmente no, e lanci la prima pietra chi è senza peccato.

Tuttavia è successo ciò che fino a qualche anno fa, per non parlare di qualche decennio fa, sembrava ed era impossibile. Adesso ci guardiamo negli occhi e ci parliamo direttamente, e non per interposta persona; organizziamo convegni, serate letterarie e spettacoli; ricordiamo i concittadini illustri; onoriamo le vittime innocenti di ideologie sbagliate; scriviamo articoli, interventi e componimenti letterari che ci vengono pubblicati nei rispettivi giornali; incrociamo telefonate, mail ed sms; litighiamo pure, quando le divergenze d’opinione s’inaspriscono, e ci portiamo il broncio a vicenda, come fossimo ancora dei ragazzini. Però non c’ignoriamo più. Vi pare poco?

Personalmente ho guadagnato un amico e ho provato un immenso piacere nello stare in compagnia degli “esuli da Pola” nella mia, nella nostra “Comunità”

comune di via Carrara, benché ne conosca pochissimi di persona. Se mi tengo rigidamente ancorata alla mia posizione nelle dispute, il mio amico mi accusa di continuare a dividerci chiamando noi “noi” e loro “voi”, cosa che è sbagliato fare perché “siamo una cosa sola”. Non è così, Paolo, nessuno è mai “cosa sola” con l’altro, e tanto meno chi è stato diviso dalla storia e dalle ideologie. Siamo profondamente diversi, invece, sia nel sentire e nel patire, che nel pensare e nel proferire parola. Lo siamo al punto da continuare a fraintenderci in continuazione, per poi cercare di rimediare quando invece il problema non avrebbe nemmeno dovuto essere posto. Siamo diversi così come lo sono i fratelli che non si somigliano l’un l’altro e differiscono profondamente anche dai genitori, pur restando una famiglia, geneticamente e culturalmente. Niente che possa minare l’affetto e l’amicizia che vorremmo poter continuare a coltivare in futuro, comunque. E scusate se è poco.

 

Daniela Deghenghi

 

 

 

 

 

321 – La Voce del Popolo 15/05/12 Pola –  A Piero Tarticchio la benemerenza «Istria terra amata»

Una serata di relax per il Raduno degli esuli

 

A Piero Tarticchio la benemerenza «Istria terra amata»

 

Una serata di assoluto relax dopo gli impegni precedenti, quella di domenica, all’albergo “Brioni”, per i partecipanti al 56º Raduno nazionale degli esuli da Pola. Nel tardo pomeriggio il sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, Argeo Benco, ha consegnato la benemerenza “Istria Terra amata” all’artista e scrittore Piero Tarticchio, presidente della Famea Gallesanesa e direttore del semestrale “Gente di Gallesano”, nonché consigliere dello stesso LCPE ed ex direttore de “L’Arena di Pola”.

Tarticchio, profugo da Gallesano a Milano, è autore di quattro romanzi di successo, che hanno tutti per tema l’Istria: “Le radici del vento”, “Nascinguerra”, “Storia di un gatto profugo” e “L’impronta del Leone alato”.

Il quinto, in gestazione, porterà il titolo “La leggenda del monte della capra”. In tarda serata c’è stata inoltre la rappresentazione della commedia “Le incredibili storie di un venditore di lunari”, interpretata dall’attore e regista triestino originario dell’Istria centrale, Maurizio Soldà. Ottima la risposta del pubblico, che ha scandito con risa e applausi le battute più divertenti del personaggio Remigio Teodorovich, un popolano di Ceroglie che si procura da vivere pronosticando “l’anno che verrà” sulla base di un improbabile lunario ricco di proverbi, tradizioni popolari e consigli miracolistici tipici dell’Istria rurale. (dd)

 

 

 

 

 

 

 

 

322 – La Voce in più Dalmazia 12/05/12 Spalato, la Comunità guarda al futuro con ottimismo e spirito di apertura, calorosa accoglienza per l’ambasciatrice d’Italia in Croazia

Calorosa accoglienza per l’ambasciatrice d’Italia in Croazia

Spalato, la Comunità guarda al futuro con ottimismo e spirito di apertura

 

SPALATO – In occasione del­la festa del Patrono di Spalato, San Doimo, l’ambasciatrice d’Italia in Croazia, Emanuela D’Alessandro, ha fatto visita alla Comunità degli Italiani di Spalato, presso la sede di via Bajamonti, fra le mura del Palazzo di Diocleziano. Si è trat­tato di un incontro fortemente vo­luto e atteso dal sodalizio. Una ca­lorosa accoglienza è stata riserva­ta all’ospite dalla Comunità, come la stessa ha avuto modo di rimar­care nel discorso rivolto ai mem­bri della CI. L’ambasciatrice, ac­compagnata dalla Console italiana a Spalato, Paola Cogliandro e dal viceconsole Giuseppe De Luca, ha difatti assistito all’esecuzione de­gli inni, italiano e croato e della sinfonia di Antonio Lucio Vival­di eseguiti dal quartetto Bozzotti, del quale fanno parte Ana Tosic D’Ambra (primo violino), Dakica Sanko (secondo violino), l’attua­le presidente della Comunità, Da­miano Cosimo D’Ambra (viola) e Dubravko Geic (violoncello).

 

CAMBIAMENTI STORICI All’incontro ha presenziato il di­rettivo della Comunità al comple­to, con il presidente Damiano Co­simo D’Ambra, la vicepresidente Giovanna Asara e la tesoriera e se­gretaria Antonella Tudor Tomas. Nell’insieme sono intervenute più di 30 persone, fra i soci più attivi del sodalizio. Il presidente Cosi­mo D’Ambra, nel suo discorso, ha affrontato il futuro della Comunità partendo dalla prossima ristruttu­razione dei locali. Si è soffermato poi sui cambiamenti storici in atto. Infatti, la Croazia entrerà l’anno prossimo ufficialmente in Europa e dunque “la Comunità con umil­tà, dignità, spirito di adattamento e soprattutto grande spirito di rinno­vamento dovrà rappresentare nel migliore dei modi sia l’immagine italiana che quella croata”.

 

OPERARE SENZA TIMO­RI È intervenuto anche Mladen Culic Dalbello, presidente onora­rio della CI, nonché attuale rap­presentante della minoranza pres­so la Contea, che ha parlato del passato della Comunità, ovvero dei trascorsi venti anni di attività del sodalizio. Entusiasta della ca­lorosa accoglienza, l’ambasciatri­ce ha salutato tutti i presenti. Nel suo discorso ha invitato a opera­re senza paura e ad aprirsi a tut­te le opportunità. Dimostrando di essere disponibile, affabile, ha impressionato tutti i partecipanti all’incontro per il suo grande spi­rito di apertura. Infatti dopo l’in­contro ufficiale, l’ambasciatrice si è fermata a lungo in Comunità parlando e dialogando con tutti i soci. Da parte loro i membri della Comunità non hanno mancato di manifestare la loro gioia, per aver potuto incontrare la massima rappresentante dell’Italia in Croazia e aver potuto così piacevolmente intrattenersi con lei. L’incontro si è concluso con la consapevolezza dei presenti di avere trovato un’at­tenta interlocutrice che saprà certo patrocinare la Comunità nell’am­bito dei rapporti italo-croati, fat­to questo molto importante in un momento caratterizzato da grandi cambiamenti. (cda)

 

 

 

 

323 – La Voce del Popolo 16/05/12 Fiume: Statuto in italiano: segno tangibile dell’autoctonia della CNI in città

CONSIGLIO DELLA MINORANZA: LA PROPOSTA VERRÀ INOLTRATA ALL’AMMINISTRAZIONE CITTADINA

 

Statuto in italiano: segno tangibile dell’autoctonia della CNI in città

 

Il Consiglio della minoranza italiana per la Città di Fiume si è riunito per discutere le nuove disposizioni legislative che regolamentano l’uso delle lingue minoritarie in Croazia. È stato, infatti, questo il punto all’o.d.g. che ha dato luogo a una vivace discussione tra i consiglieri. La minoranza italiana gode dello status di minoranza autoctona a Fiume, che garantisce un grado di tutela maggiore rispetto alle altre etnie presenti in città. Sulla carta, alla minoranza italiana viene garantita una maggiore assistenza rispetto alle altre etnie, non sempre accompagnata da azioni concrete in grado di metterne in risalto l’autoctonia. Per fare in modo di diventare più visibili come minoranza autoctona, Ingrid Sever ha proposto di tradurre in lingua italiana lo Statuto cittadino, il che darebbe un segno più tangibile, soprattutto a livello istituzionale, della presenza storica sul nostro territorio della CNI. La sua proposta è stata accolta da tutti i consiglieri presenti.

Irene Mestrovich, presidente del Consiglio, ha messo al voto la proposta, chiedendo ai presenti di scegliere tra due opzioni possibili: chiedere alla Città di farsi carico della traduzione, oppure impegnarsi a svolgere il lavoro di traduzione da soli, come Consiglio della minoranza, chiedendo poi alla Città i finanziamenti per il lavoro svolto. Dopo un’analisi accurata su come procedere, la decisione dei consiglieri, suggerita dalla presidente, è stata quella di inviare una lettera alla Città di Fiume, avanzando l’idea della traduzione dello Statuto cittadino in cui il Consiglio cittadino per la minoranza si propone di collaborare nella stesura del testo. Dopo essere stata messa al voto la proposta è stata accolta da tutti i consiglieri.

In seguito all’analisi del documento per l’attuazione della legge sull’uso delle lingue della minoranza inviato dal Ministero dell’Amministrazione, il Consiglio ha constatato che il bilinguismo a livello locale per la nostra minoranza etnica rimane valido, come è stato confermato dal consigliere Oscar Scherbez, che ha sottolineato: “Siamo la comunità più numerosa, i nostri diritti rimangono”.

Irene Mestrovich ha menzionato, infine, la prossima apertura di un nuovo ufficio per le associazioni a livello nazionale, che avrebbe il compito di coordinare le attività associative presenti in Croazia offrendo supporto anche nei finanziamenti derivanti da fondi europei e destinati alle associazioni. L’ufficio, come sottolineato dalla presidente, avrà in tutto 23 dipendenti. La presidente ha invitato tutti i connazionali a candidarsi per i posti di lavoro che verranno aperti all’interno del nuovo ufficio. Irene Mestrovich ha infine informato i consiglieri sui dati inerenti al registro dei Consigli e delle associazioni, ricordando che il Consiglio cittadino della minoranza italiana è posizionato al numero 178. Questo dato è utile per chi volesse consultare le attività dell’organismo su Internet.

 

Tamara Tomić

 

 

 

 

 

324 – La Voce del Popolo 17/05/12 Dalle stalle alle stelle: «El mus de Buie» simbolo caratteristico del turismo locale

 

UN’APPOSITA COMMISSIONE DELLA CT SCEGLIE IL SOUVENIR PIÙ ORIGINALE

 

Dalle stalle alle stelle: «El mus de Buie» simbolo caratteristico del turismo locale

 

BUIE Tra i tanti altri, a Buie c’è da molto tempo pure un forte bisogno di incrementare il turismo. Per farlo è necessario però tutelare anche un certo tipo di souvenir.

“Dobbiamo produrre dei brand ben riconoscibili dice il direttore dell’Ente per il turismo di Buie, Valter Bassanese e non permettere che cartoline, ceramiche e altri piccoli oggetti che nulla hanno di autoctono, vengano spacciati per autentici se non lo sono”. In questo senso la Comunità turistica ha deciso di formare una Commissione, composta da Nataša Bezić, Giuseppina Rajko e Valter Bassanese, che dovrà approvare di volta in volta le proposte di produzione di determinati souvenir.

Tra i nove lavori pervenuti alla Commissione in prima battuta, è stato decretato all’unanimità che la proposta migliore e più adatta a rappresentare Buie su un souvenir è l’immagine di un somarello scattata e inviata dal fotografo buiese Slađan Dragojević con il titolo “El mus de Buie”. Sarà quest’asinello dunque, con le “brente” in groppa, a rappresentare la città e il suo territorio. L’asino era un tempo l’animale che ogni famiglia buiese allevava. I dati statistici di cui si dispone confermano che in passato a Buie si raggiungevano addirittura le 3mila unità: quindi ben più di un “mus” per famiglia. Oggi praticamente non ce ne sono quasi più. Gli unici che si vedono ancora in giro sono quelli che a settembre, nella ricorrenza della Festa dell’uva, vengono portati in centro dachi ancora li alleva per tenere fede a una delle vecchie tradizioni di Buie, ovvero la corsa con gli asini.

Per la cronaca rileveremo che la Commissione ha preferito la proposta di Dragojević a quelle fatte da altri otto autori di Buie, Rovigno, Umago, Parenzo e altre località. Tra le idee relativamente interessanti giunte da questi ultimi, da segnalare come originale e prettamente locale soltanto quella di Davor Kološ, che proponeva come simbolo turistico della Città la storica Torre di San Martino. (dk)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

325 – Rinascita 15/05/12 Speleologia ed insepolti cadaveri

Speleologia ed insepolti cadaveri

 

di Gianluca Padovan

 

Filosofia dell’eliminazione fisica. Qualunque filosofia politica accetti o promuova l’eliminazione fisica del proprio avversario è contraria alla comprensione del nostro ruolo di esseri umani nel mondo.

Con queste parole non mi assurgo a paladino della pace ad ogni costo ma, quanto meno, pongo la mia coscienza di fronte a possibili linee di comportamento definite o meno etiche. Con quanto mi accingo a scrivere non desidero puntare alcun indice, ma indurre per primo me stesso ad una riflessione che non si esaurisca al termine della stesura del pezzo e alla sua rilettura, ma mi possa accompagnare in ogni istante della mia vita.

Questo perché, non lo si scordi, un conto è dispensare della “filosofia”

standosene seduti a battere i tasti al proprio computer, ben altro è scegliere che cosa fare nel momento in cui la vita ci mette di fronte ad azioni che richiedono una nostra scelta.

 

Filosofia del rispetto reciproco. Qualora la linea politica di un partito faccia propria la filosofia di accettazione dell’omicidio di persone d’idee differenti o contrarie alle proprie, occorre capire che tale partito presenta delle carenze di base. Consideriamone una per tutte: la carenza di dialogo. Non sorridete, ma il dialogo, oltre che essere un colloquio fra due o più persone, è l’incontro tra forze politiche anche contrapposte per trovare un punto di accordo (vedasi utilmente: Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, vol. II, Milano 1987, p. 76).

Se differenti forze politiche sono centrate sul rispetto dell’essere umano inteso in ogni sua forma, converrete che le divergenze delle opinioni e delle azioni rimangono comprese in un ambito corretto, comprensivo, educato e leale. In poche parole, il mettere in pratica il cosiddetto «pensiero e volontà degli elettori» rimarrà sempre educatamente preservato entro i limiti del rispetto per la vita di ogni individuo.

 

Filosofia dell’opportunità. Gli eventi del nostro passato ci hanno insegnato che l’essere umano lasciato a sé stesso può commettere errori e anche gravi.

Sempre il passato ci ha fatto vedere che qualora un partito o una ideologia consentano l’eliminazione di chi palesa pensieri o azioni differenti o contrari, ha portato lutti e distruzioni. Si potrebbe, di contro, osservare che la violenza, in ogni sua forma, è connaturata nell’essere umano. Bene, dal momento che ammazzarci reciprocamente in continuazione ci priverebbe, se non altro, dei piaceri (quelli sani) che la vita ci riserva, occorre riflettere sempre prima di agire in modo irreparabile. Inoltre, la vita ci offre sempre l’opportunità di riflettere ed occorre coglierla. Nessuno è perfetto, tutti siamo perfettibili, chiunque può cercare di porre rimedio agli errori commessi. E questa la considero una grande opportunità.

 

Filosofia del ricordo. Eravamo giovincelli e l’amico mi raccontò di sua madre, una signora minuta e dallo sguardo dolce e fermo. Abitava in Istria, assieme a tutti i suoi parenti. La fine della Seconda Guerra Mondiale non li aveva indotti a emigrare, anche se qualcuno di loro aveva, in passato, aderito al Partito Fascista. All’epoca aveva otto anni. Una notte la madre (ovvero la nonna del mio amico) spalancò la porta della cameretta, la trasse velocemente dalle coperte ponendole delicatamente una mano sulla bocca e sussurrandole all’orecchio «taci». Aprì le finestre, spalancò un’anta della persiana fissandola alla parete esterna della casa. Poi sporse fuori la bambina e le intimò di rimanere aggrappata all’anta, badando a tenere i piedini ben fermi sul cordolo di pietra sottostante, standosene assolutamente zitta, qualsiasi cosa avesse visto o sentito. Poi la madre si ritirò e chiuse la finestra. La bambina era impietrita dalla paura perché dopo pochi secondi sentì urla, spari, rumori di mobili spostati, stoviglie in pezzi. Ma non si mosse nemmeno quando un estraneo aprì la finestra, scostò con malagrazia l’altra anta della persiana e si sporse fuori, a guardare nel buio della notte. Ma non la vide. Fu come un miracolo. Per un tempo incalcolabile stette aggrappata fino a che una coppia di vicini non la trasse dentro casa. Il mio amico disse che dei suoi parenti si salvò solo la madre. Tutti gli altri furono «infoibati».

 

Filosofia della foiba. La foiba è «una dolina tipica del carso istriano, sul cui fondo si apre un inghiottitoio. Deriverebbe dal latino fovea, che indica l’antro, la grotta, la fossa. Seppure non si tratti propriamente di un tipo di sepoltura, la foiba è legata agli eccidi di civili e militari avvenuti tra l’Istria e il carso triestino e giuliano dopo l’8 settembre 1943 e fin’oltre il termine della Seconda Guerra Mondiale. Numerose foibe contengono tutt’oggi i resti delle salme» (Padovan G., Archeologia del sottosuolo, Mursia, 2009, p. 211). Invece il verbo «infoibare» vuol dire «gettare in una foiba, e più in particolare ammazzare una persona e gettarne il cadavere in una foiba, o farla morire gettandola in una foiba (il verbo è nato e si è diffuso alla fine della seconda guerra mondiale)» (Istituto della Enciclopedia Italiana, op. cit., vol. II, p. 864). L’«infoibato» è invece l’essere umano che viene gettato, vivo o morto, all’interno di una grotta, oppure in una cavità artificiale come una cisterna per lo stoccaggio dell’acqua piovana o un pozzo. Personalmente ho svolto, come speleologo, operazioni di ricerca di infoibati in tutte e tre le tipologie di cavità sopra citate (vedere utilmente: Padovan G., Foibe liguri: grotte e gracchi in Valle Argentina – Imperia, in Rinascita, 28-5-2011,)

 

Filosofia della speleologia. Se la Speleologia è la scienza che studia le grotte di origine naturale, l’utilizzo delle attrezzature per calarsi nelle profondità della Terra ha trovato anche altri impieghi. Ad esempio si indagano le cosiddette «cavità artificiali», ovvero le opere realizzate dall’uomo nel sottosuolo. In pratica la Speleologia in Cavità Artificiali è una multidisciplina risultante dalla capacità di permanere nel sottosuolo all’interno di un manufatto e dalla capacità di raccogliervi dati, finalizzati alla sua analisi, per procedere all’interpretazione e alla comprensione della sua funzione. Intraprendere tali ricerche di Speleologia in Cavità Artificiali significa quindi scendere all’interno dei manufatti per svolgervi il lavoro d’indagine e correlarlo alle evidenze di superficie.

Detto questo, si capisce bene per quale motivo la Speleologia Italiana avrebbe potuto dare il suo contributo alla ricerca delle cavità sia naturali sia artificiali utilizzate come «foibe». Ma la filosofia speleologica è di non occuparsi nel modo più assoluto di «foibe».

 

Filosofia della vendetta. Ho sempre pensato che se un avversario si arrende, si debba accettare la sua resa. Ho sempre creduto che un comportamento cavalleresco fossa da tenere saldamente, seppure con grande difficoltà, in ogni ambito. Chi si arrende e depone le armi deve poter avere salva la vita.

Se ha commesso crimini saranno appositi e neutrali tribunali a giudicarlo.

La realtà dei fatti è differente, come le reazioni che una persona può manifestare se sottoposta a tensioni fisiche e psicologiche, o se posta in uno stato di guerra. Ma non accetto che militari che si sono arresi vengano torturati e ammazzati. Men che meno accetto che civili inermi siano seviziati e assassinati. Le vicende umane sono però costellate di vendette e non sempre, o quasi mai, paga chi deve pagare. Spesso subisce qualcun’altro, per vendetta. Gettare i cadaveri in una grotta è il modo spiccio per liberarsene, per fare sì che non si vedano, per cancellare le tracce della propria azione. Piaccia o non piaccia, la vendetta è, come si suol dire, «consumata», ovvero ha avuto compimento. Impedire che i corpi vengano poi recuperati, anche a distanza di anni, lo ritengo un crimine che fa seguito al precedente crimine. Lo ritengo un gesto inumano che non deve avvenire in quanto la vendetta è stata comunque «consumata». I morti devono poter trovare pace. Spetta a noi ricomporre le parti politiche avverse e i cadaveri nelle loro dovute degne sepolture, se non vogliamo che le tragedie si ripetano.

Filosofia della politica. Se la guerra, come ho già avuto modo di argomentare, è una espressione della politica, così lo è pure, in certi ambiti, la vendetta (vedere utilmente: Padovan G., Che cos’è la guerra, in Rinascita, 2-2-2012,). Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il fatto che la gente fosse infoibata e che successivamente fosse impedito con ogni mezzo il recupero dei cadaveri è sempre espressione della politica. O, meglio, della corrente politica uscita vittoriosa dal conflitto. La politica ha insinuato il proprio volere anche in ambito speleologico. Ma non tutti si sono piegati. Il 4-5-6 giugno 1999 si è tenuto l’VIII Convegno Regionale di Speleologia del Friuli–Venezia Giulia in località Cave di Selz (Ronchi dei legionari – Gorizia). Franc Maleckar dello Speleo Club “Dimnice” ha presentato un lavoro sulle foibe: «Riassunto. L’Assemblea comunale di Koper – Capodistria ha fondato, alla fine dell’anno 1990, la Commissione per le ricerche dei resti umani nelle grotte dell’altipiano carsico di Podgorje, che si estende dalla valle del fiume Rosandra (Glinscica) vicino Trieste, verso SE fino alla frontiera con la Croazia e dalle montagne della Cicarija alle colline nel Flysch dell’Istria Slovena. Con scopi puramente storici e di pietà si dovrebbero individuare i resti, identificarli e proporre una sepoltura più adeguata. In 11 delle 116 grotte della regione studiata sono stati trovati i resti di 130 persone gettate dentro durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questa però è solo “la punta dell’iceberg”, perché la maggior parte dei resti umani è ricoperta dalla ghiaia e perfino da centinaia di metri cubi di salami marci che inquinano alcune sorgenti in territorio italiano» (Maleckar F., I resti umani nelle grotte del Carso di Podgorje a SE di Trieste, in Atti dell’VIII Convegno Regionale di Speleologia del Friuli – Venezia Giulia, Trieste 1999, p. 197). In Italia, invece, non si è fatto alcunché. Ma non sono state rose e fiori nemmeno oltre confine, come si può continuare a leggere nel contribuito. Inoltre, non ho idea di come si siano sistemate le acque delle sorgenti in questione, le quali si trovano presso San Dorligo.

 

Filosofia dei dati speleologici. «Prima delle ricerche nelle grotte ci siamo rivolti a varie istituzioni in Slovenia ed Italia dove abbiamo pubblicato degli annunci sui giornali, allo scopo di ricavare dati che potessero contribuire al ritrovamento dei resti umani nelle grotte della zona studiata. Nel Catasto regionale delle grotte, a Trieste, non sono stati reperiti dati riguardanti grotte con cadaveri situate nella regione studiata»; inoltre: «La documentazione più completa su questo fenomeno ci è stata fornita da Stojan Sancin della Sezione speleo presso il Club alpino sloveno di Trieste. Così abbiamo potuto raccogliere i dati e le testimonianze dei ritrovamenti delle ossa in altre 11 grotte» (Maleckar F., op. cit., p. 198). Credo non vi sia necessità di commentare questi due passi. Proseguiamo quindi ricordando qualche ritrovamento: «Breamce presso Crnotice è un sistema di tre pozzi di corrosione connessi tra loro, profondi

23 m. Al fondo abbiamo trovato numerose ossa umane, tranne i teschi, e ossa di animali con le quali si voleva mascherare i fatti. Vrzenca presso Podgorje è un pozzo profondo 52 m. Numerosi stivali, cinture ed altri oggetti dimostrano che sono probabili le dichiarazioni degli abitanti del luogo, secondo le quali, dopo la Seconda Guerra Mondiale, vennero gettati dentro interi camion di persone» (Maleckar F., op. cit., p. 199).

 

Filosofia dell’occultamento. In alcune grotte situate nel territorio di Koper, ovvero di Capodistria, si sono raccolti solo resti superficiali, tra cui soldati tedeschi: «Circa 360 kg di ossa sono stati raccolti nei sacchi speleo e analizzati per sesso, altezza, età e segni particolari. Secondo le dichiarazioni avute per telefono si tratta dei resti di circa 130 persone che, tutt’ora, si trovano nei depositi in quanto il Comune non ha pagato le spese». Proseguiamo: «Purtroppo lo scopo della Commissione non era quello dichiarato, ma era quello di usare gli speleologi per nascondere quello che non si è riusciti a fare minando o ricoprendo le vergogne con ghiaia e rifiuti. Questo lo deduciamo dall’incompletezza del lavoro (raccolta solo sulla superficie dei fondi delle cavità, dal fatto che non si è provveduto alla sepoltura [dei cadaveri. N.d.A.], dello scioglimento della commissione prima di aver concluso i compiti, …). Per adempiere alla verità storica si dovrebbero estrarre i resti umani da sotto il materiale che li ricopre. Con questo verrebbe risanato anche l’inquinamento delle sorgenti. Abbiamo raccolto molte testimonianze, che si dovrebbero però verificare. Propongo, con questo lavoro, all’opinione pubblica italiana di fare pressione sul governo sloveno per finire i lavori incominciati, soprattutto le ricerche storiche, che non sono mai iniziate» (Maleckar F., op. cit., p. 199). Alcuni anni fa ho manifestato l’intenzione di organizzare un Congresso Nazionale sulle Foibe. Ottenni l’adesione di tre sole persone, due delle quali speleologi. Io potevo essere il quarto relatore. Pensai: «pochi ma buoni».

Poi, all’atto pratico, tutti e tre si defilarono.

 

Filosofia della sepoltura. In ogni epoca, compresa quella preistorica, l’essere umano ha manifestato il desiderio di seppellire i morti. In alcuni casi si sono rinvenute in grotta le sepolture di Neanderthaliani. Ogni inumazione è stata poi organizzata a seconda del proprio credo religioso, dell’osservanza di una legge, delle disponibilità economiche e degli altri fattori contingenti. A quale nemico o avversario si può negare la sepoltura?

Chi siamo noi per negare una qualche cosa al morto? Desidero proporre un passo di Jean Prieur sulla morte: «In qualunque modo sia morto, il defunto non perde il contatto con il mondo dei vivi e le relazioni sono reciproche» (Prieur J., La morte nell’antica Roma, Ecig, Genova 1991, p. 11).

 

Filosofia dello scantonamento. A scuola, perché sottacerlo, ero il classico somaro. E dell’insegnamento filosofico ricordo solo quanto segue: «la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale uno rimane tale e quale». In pratica, se le parole rimangono solo tali, ovvero non trovano un’applicazione pratica, sono solo chiacchiere. Oggi parlare di foibe non serve, nella misura in cui se ne parla e basta.

Molti anziani e meno anziani vorrebbero intraprendere indagini per cercare i resti dei propri cari. O, almeno, dare degna sepoltura a tanta gente che ha condiviso la sorte dei propri cari. Ma non possono, non sono speleologi, non sanno calarsi nelle profondità della Terra. In ambito speleologico in Italia si è sempre dissuaso, con vari sistemi e a vari livelli, ma sempre in modo decisamente occulto, chiunque intendesse intraprendere ricerche nel campo delle foibe e degli infoibati. Scantonare, un tempo voleva dire evitare, scansare, ma pure «sottrarsi a un obbligo, a una responsabilità» ed «evitare di farsi coinvolgere in situazioni delicate» (Istituto della Enciclopedia Italiana, op. cit., vol. IV, p. 103). Credo che ogni persona debba fare i conti solo ed esclusivamente con la propria coscienza, non foss’altro perché a varcare la soglia della morte ci si accompagna da soli. In pratica, i conti della propria vita, degli impegni assunti e delle scantonate non li si discute con chi ci è stato amico o nemico in vita. In Italia vi sono due organizzazioni che si occupano di speleologia: il Club Alpino Italiano e la Società Speleologica Italiana. Abbiamo pure, per chi non lo sapesse, una cattedra di speleologia all’Università di Bologna. Sarebbe utile sapere che cosa tali istituzioni pensino dell’argomento «foibe».

Personalmente credo che la Speleologia Italiana debba cambiare filosofia nei confronti di taluni accadimenti storici e rivedere le proprie posizioni sulla questione «foibe». Senza ulteriormente scantonare.

 

 

 

 

 

326 – La Voce di Romagna 12/05/12 Il mistero di Alberto Diana, potrebbe essere una della vittime della strage di Castua nel 1945

POTREBBE ESSERE UNA DELLA VITTIME DELLA STRAGE DI CASTUA, NEI PRESSI DI FIUME, DEL 1945

 

Il mistero di Alberto Diana

 

I cadaveri sotterrati in una fossa nel bosco della Losa. L’impegno della Società di Studi Fiumani per il recupero

 

IL SOTTUFFICIALE dell’Arma, aveva prestato servizio anche a Castel San Pietro Terme. Alcuni elenchi di scomparsi lo danno erroneamente nato a Montiano

 

Alberto Diana si era arruolato nell’Arma nel 1921; dopo aver prestato servizio nel Veneto, nella Venezia Giulia e in Sicilia, dove era rimasto sei anni, il 23 agosto 1936 viene assegnato alla stazione di Castel San Pietro Terme, alle dipendenze della Compagnia di Imola. Nel 1938, il 1° dicembre, Diana viene poi destinato alla Legione di Trieste, e precisamente al Gruppo di Fiume, in forza alla stazione di Castelnuovo d’Istria, che dipendeva dalla Compagnia di Abbazia. In quella piccola località resta fino al 29 dicembre 1942, quando è trasferito alla stazione di Fiume Braida. Si era sposato con la signora Italia Bogassich, naturalizzata Borghesi; dal matrimonio sono nate tre figlie che vivono a San Benedetto del Tronto. La nipote Paola Piunti, dopo aver rintracciato attraverso internet il nome del nonno dal volume “Le vittime di nazionalità italiana a Fiume 1939-1947”, dove come luogo di nascita è indicato Montiano, si è messa in contatto con la Società di Studi Fiumani ed ha fornito questa interessante testimonianza. “A mia zia risulta che il nonno sia stato convocato il 5 maggio 1945 dal maresciallo dei carabinieri, perché avrebbero dovuto prendere servizio insieme ai partigiani slavi. Sempre mia zia, che allora aveva 12 anni, vide suo padre il giorno 5 maggio scortato dai partigiani di Tito insieme ad un suo collega amico, di cui purtroppo non ricorda il nome. Quando mia nonna tornò a casa, trovò tale collega che la informava che lui e mio nonno erano stati presi dagli slavi, che lui stesso era riuscito a scappare ed era corso ad informarla, ma che non sapeva dove avevano portato gli altri, incluso il nonno. Mia zia non ricorda il nome di questa persona. Mia nonna andò a casa del podestà (il senatore Riccardo Gigante ndr) con la foto di mio nonno e la signora le riferì che era stata con una scorta armata a Castua, presso la chiesa, che aveva visto il corpo di un fucilato con una divisa da carabiniere, rossa e nera. Sottolineo che non tutti i carabinieri quel giorno avevano tale divisa, ma avevano messo quella verde, ma che non poteva dire se era mio nonno perché il viso era sfigurato. Mia nonna non andò personalmente a verificare; fu scoraggiata da familiari e conoscenti in quanto la tensione a seguito dell’arrivo dei partigiani slavi era molto forte e si erano verificate sparizioni anche dei familiari che avevano iniziato le ricerche dei loro congiunti scomparsi”. Tenuto conto che il senatore Gigante è stato ucciso il 4 maggio, è evidente che se il corpo con la divisa da carabiniere notato dalla vedova era di Diana, la sua cattura non può risalire al giorno 5 bensì al 4. La famiglia Diana, rimasta a Fiume fino al 1947, non ha mai smesso di cercare la verità sulla scomparsa del congiunto. La signora Italia, ricorda la nipote Paola, nel 1956 si era rivolta alla delegazione italiana presso la commissione speciale dell’Onu per i prigionieri di guerra. Questa la risposta: le autorità jugoslave non erano in possesso di notizie circa l’arresto di Diana e che per la Croce rossa jugoslava non figurava nell’elenco dei prigionieri di guerra. Successivamente, nel 1967, la signora si era rivolta a un parente, ufficiale dell’Arma; si tratta del capitano Luigi Scarpa, che nel 1945, con il grado di maresciallo maggiore, era addetto all’ufficio comando della Legione di Trieste. Scarpa aveva scritto al generale Efisio Anedda, che a sua volta si era attivato presso Onorcaduti, senza purtroppo ottenere risultati. Diana non risultava infatti in nessuno degli elenchi cimiteriali forniti dalle autorità dell’allora Jugoslavia e nemmeno nel volume pubblicato dall’ex sindaco di Trieste, il rovignese Gianni Bartoli, con i nominativi di circa cinquemila persone infoibate o deportate dagli slavi. Alberto Diana potrebbe dunque essere una delle vittime dell’eccidio di Castua, avvenuto il 4 maggio 1945, i cui corpi sono poi stati sepolti in una fossa comune nel bosco della Loza, nei pressi di una roccia dalla forma di teschio. I cadaveri in attesa di una sepoltura cristiana sono una decina, alcuni hanno un nome: si tratta del senatore del Regno Riccardo Gigante, di Nicoletto Marzucco, giornalista e legionario fiumano, e del maresciallo della Guardia di Finanza Vito Butti, che verrà successivamente riesumato e trasferito nel cimitero di Mattuglie, nei pressi di Abbazia. Solo recentemente i resti del sottufficiale sono stati traslati nel cimitero di Piacenza, città dove si era trasferita la vedova con le figlie. La signora Eva Butti, figlia del maresciallo, che all’epoca aveva 14 anni, si era recata a Castua, assieme alla moglie di Marzucco, subito dopo aver saputo della partenza dalla caserma Diaz di un camion su cui era stato caricato un gruppo, visto passare da alcuni testimoni in viale Trieste, di cui faceva parte il padre. I cadaveri degli sventurati erano sfigurati e con le mani legate dietro alla schiena con il filo spinato. Per oltre 50 anni il luogo della sepoltura del senatore Gigante era rimasto sconosciuto; eppure la vedova del maresciallo Butti, la signora Vita Ivancich, che era nata proprio a Castua, aveva inviato nel 1960 una lettera a Difesa Adriatica, organo dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, in cui parlava espressamente delle presenza del senatore nel gruppo degli sventurati compagni del marito. Nessuno allora si era mai preoccupato di sentirla. Quelle affermazioni erano motivate dalle precise testimonianze fornitele dalle donne di Castua, confermate dalle ricerche svolte in tempi recenti da Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi Fiumani, che grazie anche alla preziosa collaborazione del parroco del luogo, hanno permesso di arrivare alla roccia a forma di teschio lungo la strada che porta al bosco della Losa, dove si trova la fossa comune. Ogni anno nella chiesa di Castua viene celebrato un rito in memoria delle vittime di quel feroce eccidio. Dal 2003 la Società di Studi Fiumani si è attivata presso Onorcaduti al fine di dare al senatore Gigante e ai suoi compagni di sventura una degna sepoltura. Si attende la riunione dell’apposita commissione italo-croata, che non dovrebbe tardare molto. Riccardo Gigante era nato a Fiume il 27 gennaio 1881; di sentimenti italiani, era stato sempre in prima fila nelle varie manifestazioni irredentiste nel periodo antecedente la prima Guerra Mondiale. Per rinsaldare il sentimento di italianità nei suoi concittadini aveva organizzato due pellegrinaggi a Ravenna sulla tomba di Dante nel 1908 e nel 1911. Allo scoppio della prima Guerra Mondiale si era recato in Italia per arruolarsi volontario nel Regio Esercito raggiungendo il grado di capitano.

Aldo Viroli

 

La ricostruzione dei fatti

La famiglia da sempre alla ricerca della verità

 

Aveva prestato servizio anche a Castel San Pietro Terme il vice brigadiere dei carabinieri Alberto Diana, nato a Martano, in provincia di Lecce, il 29 febbraio 1900, di cui si sono perse le tracce a Fiume nel 1945, nei primi giorni di maggio. Il sottufficiale, in alcuni elenchi di scomparsi, risulta nato in provincia di Forlì; il nome del comune di nascita evidentemente è stato trascritto in modo non chiaro tanto da risultare Montiano o Mortano. Quest’ultimo un comune soppresso negli anni venti e confluito in quello di Santa Sofia, che ne ha ereditato i registri anagrafici. Il nome di Alberto Diana è presente nella pubblicazione “Le vittime italiane a Fiume e dintorni (1939-1947)” realizzata dalla Società di Studi Fiumani e dall’Hrvatsky Institut za Povijest di Zagabria, accessibile anche tramite il sito del Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per gli Archivi. Si tratta di un progetto di ricerca che aveva ottenuto l’alto patronato dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Ed è proprio attraverso internet che la nipote del militare, la signora Paola Piunti, è venuta a conoscenza della pubblicazione e si è messa in contatto con la Società di Studi Fiumani, chiedendo aiuto nella ricerca della verità sulla fine del nonno, che sembra legata a quella del senatore Riccardo Gigante e di altri fiumani.

 

 

 

 

 

327 – La Voce del Popolo 15/05/12 Pola – Mirabella Roberti, esempio di amore viscerale per i tesori del passato

LA FIGURA DELL’ARCHEOLOGO RICORDATA NEL CONVEGNO PROMOSSO DALLA CIP E DAL LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO

 

Mirabella Roberti, esempio di amore viscerale per i tesori del passato

 

Non è per niente scontato affermare che la guerra non divide solo i popoli, ma anche la scienza. Eppure questo è proprio ciò che insegna la figura di Mario Mirabella Roberti, il direttore del Museo di Pola e direttore degli scavi istriani dal 1935 al 1947, partito esule nel 1947 con l’ultimissimo convoglio diretto a Trieste. Nel decennale della scomparsa, il celebre archeologo, meritevole d’aver salvato il Tempio d’Augusto, è stato finalmente ricordato nella sua città nel corso di una giornata di studio promossa dalla Comunità degli Italiani di Pola e dal Libero Comune di Pola in esilio con tanto di patrocinio dell’assessorato alla cultura di Trieste, la Soprintendenza ai beni archeologici della Lombardia e l’Università degli studi di Trieste.

Ricordare Mirabella Roberti è un obbligo per la scienza ma anche un piacere per i colleghi, gli studenti e i collaboratori che hanno avuto l’onore di lavorarci assieme. Tra questi Piero Tarticchio, già Presidente del Centro di Cultura istriano-dalmata, che ha rievocato “l’uomo e lo studioso, esempio di civiltà senza confini”, la sua profonda umiltà, quella che “distingue solo le menti illuminate” e poi “l’amore viscerale per i tesori del passato”, le lezioni universitarie a passeggio, proprio come usavano fare i filosofi antichi, ma soprattutto l’energia incessante e lo spirito di abnegazione che ha animato l’opera di recupero del Tempio d’Augusto e del Duomo, nonostante la consapevolezza che la città sarebbe entrata a far parte dello stato Jugoslavo.

FIGURA STRAORDINARIA Figura straordinaria per l’umanità che “non capita spesso di trovare nei nostri atenei”, insegnante “limpido e cristallino, all’opposto delle figure egocentriche maniacali delle università”, Mirabella Roberti ha spiegato Giuseppe Cuscito, presidente della Società istriana di archeologia e storia patria non era semplicemente un grande innamorato delle pietre, ma aveva anche il chiodo fisso della filologia, convinto com’era che nessuna ricerca, nessun reperto, sarebbe mai stato spiegato coerentemente se non essendo considerato nel contesto storico e culturale che l’ha partorito. Da qui il suo fervido interesse per i classici latini e la produzione letteraria patristica, ma anche qualche fissazione di carattere linguistico ed etimologico sui generis, come l’abitudine di chiamare “musaici” i mosaici, per la semplice predilezione del termine “musa” rispetto al nome del profeta ebraico. “Io stesso ho seguito l’esempio per diversi anni ha confessato poi Cuscito ma dovetti desistere perché puntualmente gli editori correggevano quello che per loro era soltanto un errore di stampa”.

“TROVARE LA PORTA SUL TEMPIO” Tanti i ricordi anche nel pensiero dell’architetto Gino Pavan, oggi novantaduenne, che nel 47 diresse l’opera di restauro del Tempio d’Augusto al fianco di Mirabella Roberti, in un clima di “morale flebile nell’incertezza per le sorti della città”, tanto è vero che “si faceva tutto come se il lavoro non dovesse finire mai e tuttavia si era pronti a chiudere il cantiere anche domani, qualora le circostanze l’avessero richiesto”. E venne anche quel giorno, ma la squadra di Roberti aveva ormai completato l’opera di restauro, con la sola eccezione della porta. Dieci anni dopo, nel 1958, l’archeologo è tornato nella “città deserta” con una comitiva di studenti, tra cui Grazia Bravar, che ha raccontato l’aneddoto, e la sua unica preoccupazione era solo di “trovare la porta sul tempio”. Tuttavia la scienza archeologica istriana, ormai divisa nei due filoni tra l’Istria croata e Trieste, continuò a non parlarsi e a non scambiare opinioni fino alla fine degli anni Settanta.

Per la cronaca, al convegno hanno partecipato anche il rettore dell’Università degli studi di Pola, Robert Matijašić, Darko Komšo e Đeni Gobić Bravar del Museo archeologico, la giornalista Lucia Bellaspiga in veste di moderatore e Vesna Girardi Jurkić in qualità di ospite. Tra il pubblico in prima fila anche la vedova di Mirabella Roberti, Lia De Antonellis. Al convegno è stata rinnovata la richiesta alle autorità municipali di omaggiare l’archeologo con una targa commemorativa da collocare sul tempio stesso, visto che, senza Mirabella Roberti, sarebbe andato perso per sempre.

 

Daria Deghenghi

 

 

 

 

 

 

 

 

328 – La Voce in più Dalmazia 12/05/12 Letteratura – Zara «filtrata» attraverso l’opera di Fortis, Il libro dell’abate padovano è un magnifico affresco della regione dalmata, com’era all’epoca della Serenissima

LETTERATURA Al Museo archeologico letto il «Viaggio in Dalmazia» per ricordare il passato

 

Zara «filtrata» attraverso l’opera di Fortis

 

ZARA – Il 18 aprile 2012, presso il Mu­seo archeologico di Zara, si è svolta la mani­festazione “Zadar Cita”, ovvero “Zara legge”. L’iniziativa si è svolta in collaborazione tra la Comunità degli italiani di Zara, la biblio­teca cittadina e il Museo archeologico. Infatti è stata scelta la lettura del “Viaggio in Dalma­zia” dell’abate Alberto Fortis, prestando particolare attenzione alla parte che riguarda le strutture archeologiche e le località da lui visi­tate, ovvero la città di Zara ed i dintorni.

La manifestazione ha avuto luogo alle ore 12 e hanno collaborato alla lettura la profes­soressa Andrea Bevanda, che ha letto l’opera in italiano, la studentessa Petra Marin che ha letto la traduzione del libro in croato (“Putpo Dalmaciji”, effettuata da Mate Maras) e Ma­rin Buovac, laureato in archeologia, il quale ha dato la sua interpretazione alle parti lette. La coordinatrice è stata Marina Maruna, bibliote­caria, che ha collaborato con la professoressa Rina Villani nella scelta dell’opera.

Questa iniziativa è stata organizzata dal­la città dalmata nella settimana dal 16 al 20 aprile 2012. L’interessante manifestazio­ne racchiude in sé l’obiettivo di invogliare tutti, grandi e piccoli, alla lettura, nel caso specifico alla lettura del Fortis. L’obiettivo è ricordare Zara vista dagli occhi di un ita­liano, e far rivivere le bellezze del passato, soprattutto da un punto di vista storico e ar­tistico. (ab)

 

Il libro dell’abate padovano è un magnifico affresco della regione dalmata, com’era all’epoca della Serenissima

 

Uno straordinario paesaggio «immortalato» nel Settecento

 

Lo straordinario paesaggio dal­mata, le cui potenzialità natu­rali e culturali erano evidenti già tre secoli fa, non sfuggì alla curio­sità intellettuale di una delle mag­giori personalità dell’illuminismo veneto, l’abate padovano Alber­to Fortis (1741-1803). Spinto in territorio dalmata, allora possedi­mento veneziano, con lo scopo di valutarne le risorse economiche in modo da razionalizzarne l’utilizzo, secondo quegli indirizzi di pubbli­ca utilità penetrati nella consuetu­dine politica italiana dalle regioni d’oltralpe, Fortis non tralasciò di documentare, da appassionato an­tichista qual era, le vestigia antiche incontrate durante l’itinerario, cor­redando le descrizioni con incisio­ni realizzate dall’artista palmarino Jacopo Leonardis, a suo seguito.

 

IMPORTANTE TESTIMO­NIANZA Dall’esperienza di viag­gio di Alberto Fortis nacque la più importante testimonianza sul ter­ritorio dalmata nel Settecento: il

“Viaggio in Dalmazia”, pubbli­cato in due volumi presso Tipal­do a Venezia nel 1774. La preci­sione dell’illustrazione e il rigore scientifico con cui essa è presen­tata (Fortis introdusse sovente una scala metrica in piedi veneti), con metodi che ricordano ante litteram il moderno rilievo archeologico, ha portato alla riflessione sulla va­lidità scientifica dell’incisione per l’archeologia.

 

VIVACE AMBIENTE PA­DOVANO Nato e formatosi nel vivace ambiente culturale pado­vano, l’abate agostiniano Alberto Fortis, al secolo Giovanni Batti­sta Fortis, fu fin dalla più giovane età a contatto con le più eminenti personalità dell’illuminismo vene­to (quali Antonio Vallisneri, Mel­chiorre Cesarotti, Giovanni Ardu­ino), la cui conoscenza influì in­dubbiamente sulla sua formazio­ne, stimolando lo sviluppo dei suoi interessi naturalistici e letterari. La presenza di un prestigioso ateneo e di circoli culturali di altissimo livello, uniti alla tradizione gali­leiana, orgoglio della città, e alla tradizione medico-scientifica, fa­cevano inoltre di Padova un polo di eccellenza della cultura scienti­fica in Europa, costituendo quella che è stata denominata la “scuola geologica veneta”, presso cui Fortis compì gli studi geologici e na­turalistici.

 

SCIENZE NATURALI E GEOLOGIA Il viaggio in Dal­mazia avvenne in un’epoca in cui il discusso intervento russo in Montenegro e Morea aveva por­tato alla ribalta presso l’opinio­ne pubblica europea la questione balcanica. Alberto Fortis rivolse il suo interesse prevalentemente verso la Dalmazia, allora possedi­mento della Serenissima, caratte-

rizzato nell’entroterra dopo secoli di dominio turco, da una dramma­tica realtà sociale. In quest’ottica il ricorso alle scienze naturali e alla geologia acquistò un grande rilie­vo, in quanto presupposto necessa­rio per progettare e attuare innova­zioni utili all’avanzamento sociale ed economico della regione.

Un altro significativo evento aveva catalizzato all’epoca l’inte­resse della cultura artistica europea verso la Dalmazia: la pubblicazio­ne, nel 1764, dell’opera dell’ar­chitetto Robert Adam Ruins of the Palace of the Emperor Diocletian at Spalatro, magnificamente corre­data dall’opera grafica di Charles­Louis Clérisseau.

 

VIAGGIATORE CURIOSO

Non fu un caso che l’anno succes­sivo Fortis diede inizio alla sua pre­coce attività di “viaggiatore curio­so”, recandosi in Istria, dove visitò Pola ed ebbe contatti con collezio­nisti ed eruditi, cultori delle vesti­gia romane della città, già ogget­to di interesse da parte di altri illu­stri viaggiatori. La conoscenza e la passione per l’antico si rafforzò in Fortis grazie alla permanenza a Fi­renze e a Roma, dove instaurò con­tatti con rappresentanti della tradi­zione antiquaria toscana e i grandi mecenati romani, quali i principi Borghese e il cardinal Albani, che al tempo aveva come collaborato­re Johann Joachim Winckelmann, che diede alle stampe nel 1764 la sua Storia dell’arte nell’antichità, “manifesto” del neoclassicismo e teorizzazione dell’ideale classico di perfezione.

 

DUPLICE INTERESSE

Il duplice interesse naturalistico e antichistico si manifestò durante i due principali viaggi scientifici di Fortis in Dalmazia, il primo diret­to all’isola di Cherso e Osero, che

portò alla pubblicazione del “Sag­gio d’osservazioni sopra l’isola di Cherso ed Osero” (Venezia, 1771), il secondo in tutta la regione, sfo­ciato nel “Viaggio in Dalmazia” (Venezia, 1774). Rilevante fu l’in­sistenza di Fortis sulla correttezza e onestà informativa, che si estrin­secò nel fornire notizie solo di “prima mano” e per esperienza di­retta, ovvero descrivere siti e feno­meni solo se personalmente veduti e verificati, eliminando il rischio di propagazione di inesattezze infor­mative. Fortis pose infatti in tutte le sue opere particolare attenzione al metodo, insistendo su una serie di accorgimenti e scrupoli opera­tivi da cui risulta evidente che la preoccupazione principale dell’au­tore consisteva nell’attendibilità dei dati, sia che fossero naturalisti­ci o geologici, sia storico-artistici, sia infine demoetnoantropologici. Il disegno dal vero diveniva per-

tanto parte indispensabile del la­voro descrittivo compiuto autopticamente in situ; la scelta del sog­getto del disegno, i particolari da non trascurare, addirittura il tipo di visuale non erano generalmente a discrezione del disegnatore, il qua­le invece generalmente si limitava a seguire le rigorose istruzioni del naturalista.

 

MORLACCHI Ma il “Viag­gio in Dalmazia” ci ha lasciato in eredità anche preziose informazio­ni sulla realtà sociale e culturale della regione in quel periodo, dalle città della costa, all’entroterra abi­tato da popolazioni che all’epoca venivano chiamate morlacche. La rinascita dell’interesse per Fortis in Dalmazia e in particolare a Zara è pertanto un segno della volon­tà di mantenere vivo il ricordo del passato per arricchire culturalmen­te il presente.

 

Dino Saffi

 

 

 

 

 

329 – Il Piccolo 13/05/12 L’intervento di Stelio Spadaro e Luciano Monzali – Il futuro di Trieste si sviluppa in una prospettiva adriatica

Il futuro di Trieste si sviluppa in una prospettiva adriatica
 L’intervento di Stelio Spadaro e Luciano Monzali *

Talvolta i momenti di crisi e di difficoltà sono utili. Costringono persone, popolazioni e Stati a riflettere criticamente su se stessi, a ripensarsi. L’attuale crisi economica, sociale e politica che sconvolge l’Italia e l’Europa ci obbliga a guardarci con realismo e crudezza. Con onestà dobbiamo constatare la crescente marginalizzazione e irrilevanza del nostro Paese nel contesto europeo ed internazionale. D’altra parte, rispetto alla marginalità della Penisola risalta la ritrovata centralità di Trieste, derivante dalla vicinanza geografica e culturale del Friuli Venezia Giulia rispetto al vero centro dell’Europa contemporanea, il mondo germanico. Per una società come quella italiana che ha bisogno di intensificare le proprie relazioni con l’Europa settentrionale e centro-orientale, la valorizzazione di città come Trieste e Gorizia, nodi nevralgici delle comunicazioni e dei trasporti del nostro Paese e naturale luogo di intermediazione fra Italia, Croazia, Slovenia e mondo germanico, ci pare sempre più necessaria ed urgente. I prossimi anni offrono, a nostro parere, l’opportunità per triestini, goriziani e istriani di proporsi come importanti soggetti delle relazioni fra Italia ed Europa. C’è però da chiedersi se Trieste e queste regioni adriatiche, nel loro complesso, hanno le energie e l’ambizione di svolgere questo ruolo di protagonisti. E ciò riguarda gli italiani, gli sloveni e i croati: particolarismi, antagonismi ed esclusivismi nazionali ormai soprattutto retaggio di un passato superato e di una miopia strategica, inducono a porsi qualche interrogativo. Per quanto riguarda Trieste, colpisce l’osservatore la tendenza, presente in città, a trascurare e dimenticare la propria tradizione adriatica, a guardare molto verso nord, poco verso est, per nulla verso sud. Eppure come possono i triestini conquistare spazi di intermediazione, ruoli di interlocutori rispetto alla realtà tedesca se la Venezia Giulia e in generale, l’intera regione non coltivano intense relazioni con croati, serbi, montenegrini, albanesi e, allo stesso tempo, con le città adriatiche dell’Italia meridionale e centrale per presentarsi all’intera Europa quale punto di incontro fra mondi diversi, come quello centro-europeo, balcanico e mediterraneo? La storia di Trieste ci indica che nei suoi periodi di massima prosperità la città si contraddistingueva per aver rapporti fortissimi con la Dalmazia, le coste montenegrine e albanesi, l’Italia meridionale. La crisi economica sta svegliando molti croati, albanesi, sloveni, serbi e bosniaci dalle illusioni degli anni Novanta, dalle speranze della conquista della prosperità trascurando ed ostacolando le relazioni con l’Italia. La crisi costringe tutti ad intensificare le relazioni di prossimità, i rapporti di vicinato, alla ricerca di una prosperità comune. L’Adriatico da mare di guerra nel Novecento deve sempre più divenire luogo di cooperazione fra i suoi popoli. Chi più di triestini, isontini e istriani può essere a suo agio in tale spazio economico e culturale? Eppure talvolta Trieste risulta ancora bloccata da un anacronistico,limitato e provinciali stico confronto con la Slovenia, come se fossimo ancora nel ‘900; o dalla nostalgia di un antico rapporto privilegiato con l’Austria: sembra talvolta che si dimentichi l’importanza della prospettiva adriatica per la propria città, con rapporti sempre più intensi che si aprono in quella direzione. L’imminente entrata della Croazia nell’Unione Europea rappresenta il segnale più evidente di questa opportunità. In ogni caso la constatazione del carattere periferico della nostra economia nel sistema europeo contemporaneo deve spingere il governo italiano a valorizzare la nuova centralità di Trieste, capoluogo del Friuli Venezia Giulia. Oggi più che mai l’interesse di queste nostre popolazioni coincidono con quelli degli italiani nel loro complesso: la centralità dell’Adriatico non è una velleità di qualcuno, ma è un fattore di sviluppo e di internazionalizzazione della politica estera del nostro Paese. E’ una prospettiva di “unificazione” in un comune spazio d’integrazione economica, culturale, politica: e ciò nell’interesse dell’Italia e dell’Europa. A questo progetto Trieste e in generale, gli italiani dell’Adriatico orientale possono dare certamente un loro significativo ed efficace contributo.

 

*docente dell’Università degli Studi Aldo Moro di Bari

 

 

 

 

330 – Il Piccolo 14/05/12 Trieste –  La leggenda del Paròn Nereo Rocco rivive al Magazzino 26

La leggenda del Paròn rivive al Magazzino 26
Apre domani la grande mostra dedicata a Nereo Rocco
evento

Un’esposizione interattiva Foto, oggetti, filmati in un percorso con le tappe salienti della vita del grande allenatore, da quando era studente alle vittorie in campo

di Valeria Donelli

TRIESTE Quando Umberto Saba componeva le sue “Cinque poesie per il gioco del calcio”, il giovane Nereo Rocco, poco più che ventenne, era già mezz’ala titolare nelle file della Triestina, e aveva persino vestito la maglia della nazionale italiana per le qualificazioni ai Mondiali di calcio del ’34. Il calcio è poesia, allora: a Trieste soprattutto. Non a caso, ad accogliere il pubblico della mostra “Nereo Rocco. La leggenda del paròn”, aperta al pubblico da domani (oggi la vernice alle 11.30) fino al 31 luglio negli spazi del Magazzino 26 al Porto Vecchio, ci sarà un emozionante saluto a due voci: quella, inconfondibile, del grande tecnico triestino (non chiamatelo “mister”, per tutti resterà sempre e solo “il signor Rocco”) e quella più lieve di Umberto Saba che, in una memorabile registrazione del ’56 dalla casa di viale XX settembre, sillabava i suoi versi calcistici abbandonandosi alle passioni per il “verde tappeto”. Rocco e Saba, un ideale viatico per il tunnel che, proprio all’inizio del percorso espositivo, schiude l’avventura umana e calcistica del Paròn. Qualche metro prima, all’ingresso, il colpo d’occhio del visitatore sarà catturato dalla splendida gigantografia di una foto anni Sessanta, con Nereo Rocco che ridacchia divertito mentre cinque giocatori del suo Torino – Poletti, Ferretti, Vieri, Rosato e Moschino – si scatenano alle sue spalle nello “schiaffo del soldato”. L’inaugurazione della mostra omaggio di Trieste a Nereo Rocco – a cura del suo biografo più autorevole, il giornalista Gigi Garanzini, e per iniziativa dell’Associazione Regola d’Arte con il Comune di Trieste, la Regione Friuli Venezia Giulia con Turismo Fvg, mediapartner “Il Piccolo” – darà il via ufficiale agli affettuosi festeggiamenti per il centenario della nascita dell’allenatore che, il 20 maggio 1912, all’anagrafe triestina veniva registrato come Nereo Rock, cognome originale della famiglia di origine viennese. L’allestimento realizzato al Magazzino 26 dagli architetti bresciani Cecilia Cassina e Ottorino Berselli, che hanno saputo dare forma e suggestioni interattive al progetto del curatore Gigi Garanzini, si prospetta d’ impatto, tutt’altro che didascalico e ricco di momenti ludici per ritrovare la verve sanguigna del Paròn, nelle tappe focali della sua vita e dalle frasi più celebri. Un apporto determinante per la ricostruzione della parabola umana e professionale di Nereo Rocco è arrivato dai suoi figli, Bruno e Tito, e dalle società che nel tempo ha allenato: la Triestina naturalmente, e quindi il Padova, il Milan – di cui saranno esposti molti trofei conquistati dal Paròn – il Torino e la Fiorentina. Ci sarà il Rocco studente, con le pagelle scolastiche originali, il Rocco neo-congedato dal servizio militare, e ci saranno testimonianze importanti degli esordi nella carriera di calciatore, prima, e poi di allenatore: fotografie, oggetti, i primi contratti con il Milan e soprattutto i “luoghi” del Paròn. A cominciare dallo “spogliatoio”, scrigno prezioso di ricordi e di un “metodo” di formazione umana e calcistica brevettato da Rocco fra docce e armadietti. Una formula bizzarra e preziosa, capace di trasformare lo spogliatoio da zona “tecnica” in luogo di aggregazione, quasi al crocevia fra sedute di autocoscienza e schemi di gioco. E proprio nello spogliatoio di Rocco non mancherà di sprigionarsi al meglio l’appeal interattivo della mostra, con alcune sorprese per i visitatori. La parte conclusiva del percorso interattivo dedicato a Nereo Rocco offrirà l’occasione per ritrovare altri personaggi – gli eredi calcistici del Paròn, da Valcareggi a Bearzot – ed episodi memorabili della storia del calcio italiano, come il trionfo Mondiale del 1982 in Spagna. Lo rievocheranno, tangibilmente, anche la pipa del presidente Pertini, regalata ad Enzo Bearzot subito dopo il trionfo del Santiago Bernabeu, e la giacca indossata da Bearzot sulla panchina della finalissima contro la Germania. Originale chicca dell’esposizione sarà un dipinto d’autore, un originale De Chirico regalato dall’artista a Nereo Rocco, per ‘consolarlo’ di una sconfitta in uno dei tanti derby contro l’Inter di Heriberto Herrera. E “La leggenda del paròn continua”, per parafrasare il fortunato libro di Gigi Garanzini, giunto alla terza ristampa Mondadori: lungo il percorso espositivo il pubblico si imbatterà in molti filmati d’epoca dall’archivio storico televisivo di Rai Teche, con spezzoni di programmi storici degli anni. Quale sigillo della “multisensorialità” del percorso, a fine mostra, sarà una sosta all’Osteria del Paròn, per gustare i piatti prediletti del tecnico e il nuovo vino “Nereo” coniato da Marco Felluga. La mostra sarà visitabile da domani fino al 31 luglio ogni giorno dalle 10 alle 21, e il venerdì e sabato fino alle 23. Prezzo d’ingresso 10 euro, ridotto 8 euro per gli over 65 e i ragazzi fino a 18 anni; ingresso gratuito per i bambini fino a 11 anni. Hanno sostenuto l’evento la Provincia e la Camera di Commercio di Trieste, Portocittà, Acegas Aps, Trieste Trasporti, Cooperative Operaie.

 

 

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le  C.I. dell’ Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell’Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

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