Mantova dedica un Giardino ai Martiri delle Foibe

Posted on April 25, 2012


Un giardino intitolato ai martiri delle Foibe e ai profughi istriani, fiumani e dalmati per riparare ad un torto della storia. «È un bel giorno per Mantova» sintetizza il sindaco Nicola Sodano dopo aver scoperto la targa che dedica lo spazio verde all’imbocco di via San Giorgio, all’inizio di lungolago Mincio, alle vittime della purga antitaliana nell’ex Jugoslavia a cavallo degli anni ‘40. Un gesto che rende onore a quei protagonisti, loro malgrado, dimenticati per lungo tempo dalla storia e dall’opinione pubblica. «Abbiamo mantenuto la promessa fatta nel 2011 in consiglio comunale» sottolinea il primo cittadino. «Ringrazio Sodano e il consiglio comunale – dice commosso Sergio Blasevich, uno della folta comunità di esuli arrivata a Mantova nel 1948 – per aver mantenuto una promessa disattesa da altre amministrazioni». Alla cerimonia sono intervenute le associazioni combattentistiche e d’armi (lagunari, marinai, alpini). Dopo l’inno di Mameli diffuso dalle altoparlanti e l’intervento del sindaco, Rosella Santoro, ex profuga da Lussino (Dalmazia), ha letto una straziante testimonianza di un’anonima esule istriana.

 

Sulla vicenda delle foibe è difficile trovare non solo una memoria condivisa ma anche la volontà di ricordare quella pagina buia: a testimoniarlo è l’assenza dei consiglieri comunali del centrosinistra e la sparuta presenza dei colleghi di centrodestra (c’erano solo Catia Badalucco del PdL, peraltro figlia di esuli e il leghista Tiziano Comini con il suo assessore Chizzini). «Non c’è nulla di politico nella nostra assenza – dicono all’unisono Buvoli, capogruppo del Pd e Murari, segretario cittadino del partito – perché condividiamo il ricordo»; però, confessa, Murari, «non avevamo organizzato la nostra presenza». E così, non resta che raccogliere la commozione e l’orgoglio degli ex esuli. «Finalmente – dice Ennio Blasevich, 76 anni, fiumano – hanno reso omaggio a tutte le vittime di quei terribili giorni in Istria e a chi scelse di essere italiano». «È un piccolo risarcimento per le nostre sofferenze» afferma Rosella Santoro, il cui padre, finanziere a Lussino, fu preso dai titini: «Affondò con la nave finita su una mina, mentre veniva trasferito a Pola – ricorda – mia madre, sola e con 4 figli, ci portò in Italia. Il dopo è stato duro».

 

(fonte www.gazzettadimantova.it 21 aprile 2012)

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