RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 819 – 31 MARZO 2012

Posted on March 31, 2012

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N. 819 – 31 Marzo 2012

                                   

Sommario

205 – L’Arena di Pola 22/03/12 56° Raduno Nazionale degli Esuli da Pola 11- 15 maggio 2012  – Programma

206 – La Voce del Popolo 30/03/12  Sanvincenti – Castello Morosini Grimani: il passato ritorna (car)

207 – La Voce del Popolo  29/03/12 La Umago di un tempo rivive per un giorno, presentato in comunità il dizionario del dialetto umaghese (Serena Telloli Vežnaver)

208 – La Nuova Voce Giuliana 16/03/12 Una giornata a Piemonte d’Istria (F.B.)

209 – La Nuova Voce Giuliana 16/03/13 Piemonte d’Istria – Ricordare il passato con lo sguardo al futuro (Franco Biloslavo)

210 – Il Corriere del Sud 01/03/12 La Giornata del non ricordo (Domenico Bonvegna)

211 – L’Arena di Pola 22/03/12 Istria – Percorso celebrativo in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi (Silvio Mazzaroli)

212 – QN – Quotidiano Nazionale 24/03/12 La Pasionaria d’Istria, Maria Pasquinelli, maestra omicida per amor di Patria (Achille Scalabrin)

213 – La Repubblica 28/03/12  Trieste-Pola, un sogno da ragazzi (Paolo Rumiz)

214 – Il Piccolo 25/03/12 Il sogno di un viaggio a piedi per riscoprire la Ciceria (Paolo Rumiz)

215 – La Voce del Popolo  24/03/12  Speciale – Verteneglio – Una Comunità degli Italiani eclettica con tanti giovani di buona volontà

216 – La Voce del Popolo 26/03/12 Cultura – Paese che vai, favole che trovi, la nuova fatica di Giacomo Scotti (Gianfranco Miksa)

217 – La Voce del Popolo  28/03/12 Speciale – Il disgelo del Quieto, per esplorare il corso del Fiume istriano più lungo (Chiara Veranić)

218 – Corriere del Giorno di Puglia e Lucania 24/03/12 I tanti volti di Trieste nel libro di Romano Zorzin (Gianni Iacovelli)

219 – Il Piccolo 29/03/12 Daša Drndi: Dopo l’Inghilterra forse pure l’Italia leggerà i miei libri (Alessandro Mezzena Lona)

 

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

205 – L’Arena di Pola 22/03/12 56° Raduno Nazionale degli Esuli da Pola 11- 15 maggio 2012  – Programma

56° Raduno Nazionale degli Esuli da Pola – Programma

Il programma per il 56° Raduno Nazionale degli Esuli da Pola è, a meno di adeguamenti dell’ultimo momento, delineato; quello definitivo verrà distribuito, unitamente ad altro materiale,  in hotel. Di seguito quanto  abbiamo organizzato

Venerdì 11 maggio

Pomeriggio: arrivo e sistemazione all’Hotel «Brioni».

19.00: aperitivo e, a seguire, cena.

Nel dopocena quattro “ciacole” in allegria, con eventuale proiezione di un dvd inedito e, per i Consiglieri, alle ore 21.00 “Consiglio Comunale”.

Sabato 12 maggio

Percorso celebrativo in Istria per l’omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi: 09.00: partenza; 10.45: omaggio al Cimitero di Capodistria; 11.30: omaggio al Monumento di Strugnano; 13.00: pranzo presso l’agriturismo «Krculi» a Krculi (Staveri) di Gimino; 16.00: omaggio alla Foiba di Terli; 17.00: omaggio al Monumento di Montegrande; 17.30: rientro in hotel.

19.00: cena.

Nel dopocena, trasferimento nella sede della Comunità degli Italiani di Pola (CI) in via Carrara 1 e alle 21.00 spettacolo Bora con il conferimento delle benemerenze Istria Terra Amata a Nelida Milani e Anna Maria Mori.

Domenica 13 maggio

09.30: S. Messa in Duomo; 11.00: “Riscopriamo la nostra Città” con visita guidata nei dintorni di Pola e inedite visioni dello splendido golfo di Pola; 13.30: intermezzo per il pranzo presso il ristorante situato nella vecchia Colonia Estiva in località “Puntisella”. Al rientro, sosta in Arena per una foto di gruppo.

Alle 19.30 cena in hotel e alle 21.00 spettacolo comico Le incredibili storie di un venditore di lunari.

Lunedì 14 maggio

09.30-12.00: presso la sede della CI, Giornata internazionale di studio sulla figura e l’opera del prof. Mario Mirabella Roberti, nel 10° anniversario della sua scomparsa, con l’intervento di relatori italiani e croati. Il dott. Piero Tarticchio parlerà di Mario Mirabella Roberti: l’uomo, lo studioso, esempio di civiltà senza confini; il prof. Robert Matijašić di Mario Mirabella Roberti nell’archeologia istriana; il prof. Giuseppe Cuscito di Mario Mirabella Roberti nel decennale della sua scomparsa; l’arch. Gino Pavan de La ricostruzione del Tempio di Augusto; il prof. Darko Komšo de I 110 anni del Museo Archeologico dell’Istria con sede a Pola; la prof. Ðeni Gobić Bravar de I monumenti di Pola: guardarli e vederli. Seguirà una tavola rotonda sul tema Presente e futuro dell’Archeologia Istriana. Modererà l’incontro la giornalista dott. Lucia Bellaspiga.

13.30: pranzo in hotel e primo pomeriggio libero.

17.30: conferimento della benemerenza Istria, Terra amata a Piero Tarticchio e presentazione delle sue opere letterarie.

19.00: cena in hotel.

Nel dopocena, trasferimento nella sede della CI e alle 21.30 intrattenimento di canzoni istriane offertoci dal Coro «Lino Mariani», in occasione del 65° anniversario della sua costituzione.

Martedì 15 maggio

09.00-12.30: “Assemblea generale dei Soci”. 13.00: pranzo in hotel ed arrivederci al prossimo anno.

Per quanto concerne la partecipazione si confermano le indicazioni precedentemente date. Se c’è ancora qualche indeciso, si affretti ad aderire! A coloro che per l’arrivo a Pola hanno comunicato di volersi avvalere del pullman organizzato dal LCPE comunicheremo individualmente punti e tempi di raccolta.

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206 – La Voce del Popolo 30/03/12  Sanvincenti – Castello Morosini Grimani: il passato ritorna

Celebrata ieri la fine dei lavori di recupero della scalinata e del torrione quadrangolare Castello Morosini Grimani: il passato ritorna

SANVINCENTI – Per secoli la vita della località ha ruotato attorno alle possenti mura del castello dei Morosini – Grimani. Costruito nel 1300 dai signori Pola, passato ai vescovi di Parenzo, poi ai Morosini ed infine ai Grimani di S. Luca, ha avuto dopo gli splendori una triste decadenza. Ma i belli, si sa, non cedono mai del tutto, ma del resto il tempo può ferire ma non distruggere la potenza e la bellezza. Castello Morosini – Grimani, seppur con qualche acciacco, ha mantenuto le sue connotazioni strutturali e storico culturali dell’età medievale, ha resistito testardamente, tanto che è giunto per le sue possenti mura e le svettanti torri il momento del recupero. Ieri nella località, meglio, proprio nel castello, si è celebrata la fine dei lavori di recupero della scalinata meridionale e del torrione quadrangolare. Potenza del progetto REVITAS, che vuole il recupero dell’entroterra istriano e del turismo dell’entroterra, portato avanti congiuntamente dai Comuni di Capodistria, Isola, Pirano, l’Istituto per il recupero del patrimonio culturale della Slovenia (Ufficio di Pirano), le città di Parenzo, Pinguente e Dignano, nonché la Comunità turistica regionale ed il Comune di Sanvincenti. Non ha potuto che esprimere soddisfazione per la realizzazione del progetto il sindaco di Sanvincenti, Dalibor Macan, che ha sottolineato la grande importanza del progetto per la località. Castello Morosoni Grimani ha dunque nuova dignità e solidità per le sue strutture, ma anche un punto informativo. Sempre nell’ambito del recupero è stato elaborato un progetto per l’illuminazione della piazza centrale e del castello stesso. L’intervento di recupero è venuto a costare 150mila euro: l’85 p.c. dei mezzi sono del portafogli IPA, il rimanente da quello di casa. A nome dell’Ufficio polese della Sovrintendenza al patrimonio ha parlato Sandra Čelić Višnjić, che ha condotto i presenti attraverso le fasi di recupero delle strutture del castello, ponendo accento sull’importanza di una ricostruzione fedele del monumento e del mantenimento degli elementi storici. In questo il recupero del maniero dei Morosini – Grimani è un valido esempio. Il presidente della Regione, Ivan Jakovčić, si è rallegrato con il sindaco, i collaboratori e quanti si sono impegnati nell’opera; ha ringraziato il Ministero della Cultura della Croazia, i partner sloveni sottolineando l’internazionalità del progetto. Ha detto dell’importanza del patrimonio culturale e di quanto l’Istria sia privilegiata in questo senso. La cerimonia di conclusione dei lavori, che ha avuto anche una passeggiata con panoramica dal torrione, è stata seguita da un’interessante lezione di Željko Bistrović, direttore dell’Ufficio di Sovrintendenza di Fiume, che ha trattato degli affreschi in Istria. (car)

 

 

 

 

 

 

207 – La Voce del Popolo  29/03/12 La Umago di un tempo rivive per un giorno, presentato in comunità il dizionario del dialetto umaghese

Presentato in Comunità il dizionario del dialetto umaghese La Umago di un tempo rivive per un giorno

UMAGO – “Umago xe la mia città“, questo il titolo del progetto che la SEI “Galileo Galilei“ di Umago ha presentato presso la Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza“ a circa 150 alunni della scuola e a moltissimi illustri e graditissimi ospiti, come il presidente dell’Università Popolare di Trieste, Silvio Del Bello e alcuni rappresentanti della Famiglia umaghese. A introdurre la manifestazione è intervenuto innanzitutto il direttore della SEI, prof. Arden Sirotić, il quale ha ceduto subito la parola alla presidente della Famiglia umaghese, Mariella Manzutto, che per l’occasione ha presentato ai ragazzi il “Dizionario del dialetto umaghese“. La Manzutto ha spiegato ai ragazzi che il dizionario è nato dall’esigenza di ricordare le proprie origini, gli usi e i costumi della terra natia e dal desiderio di tramandare tutto questo alle giovani generazioni, per non dimenticare mai ciò che siamo e da dove veniamo. Ha voluto inoltre ringraziare il presidente dell’UPT, Delbello per il supporto anche economico che l’ente morale triestino ha assicurato per la realizzazione di questo progetto. Sono seguiti i ringraziamenti di Delbello e del vicesindaco di Umago, Mauro Jurman, il quale ha auspicato che questi incontri diventino sempre più frequenti “perchè – come ha rilevato – apprezzando il passato si costruisce il futuro“. «EL MUSEO DEI VECI MESTIERI» È quindi iniziato lo spettacolo realizzato per l’occasione dai ragazzi della “Galilei“: si è partiti da una presentazione in power point sulla nascita e le origini del dialetto istroveneto, con particolare riferimento al dialetto umaghese, influenzato prima da Venezia e poi da Trieste. I ragazzi della sezione periferica di Bassania hanno quindi portato in scena “El museo dei veci mestieri“, una simpaticissima rappresentazione dei mestieri di una volta, come il fabbro, il pescatore e il contadino, con la quale i bambini si sono aggiudicati, tra l’altro, il primo premio al concorso della Mailing List Istria. È stata poi la volta degli alunni della prima e seconda classe della scuola centrale di Umago, che hanno parlato degli utensili di un tempo e hanno recitato alcuni antichi proverbi imparati dai nonni. La prof.ssa Luciana Melon ha illustrato quindi ai ragazzi i contenuti del Dizionario del dialetto umaghese. “Questo volume – ha spiegato – è nato dalla nostalgia per persone scomparse e situazioni che non ci sono più, e rappresenta il calore della famiglia, il ricordo dei nonni e dei loro discorsi fatti attorno al focolare. UNA UMAGHESE DOC La Melon ha inoltre sottolineato che, contrariamente a quanto qualcuno potrebbe credere, il dialetto non è una lingua inferiore alla lingua madre, bensì una lingua più profonda: è portatore di un’eredità che va tenuta viva e tramandata. Dopo quest’interessante presentazione sono entrati in scena i ragazzi delle classi III e IV e quelli del dopo scuola, presentando poesie in dialetto e una canzone dedicata alla città di Umago. Al termine della riuscita manifestazione a prendere la parola è stata Maria Giraldi, ben nota tra gli umaghesi come Maria Felicita, una vera “umaghese doc“. E ha incantato non soltanto i ragazzi ma anche gli adulti, mostrando a tutti le sue “pupe“, ossia le bambole di un tempo, alcune fatte di stracci o lana, altre create con le foglie di frumento. Ha inoltre fatto vedere ai ragazzi dei cestini che faceva da bambina con i rametti di giunco, e ha raccontato loro filastrocche, indovinelli e aneddoti tipicamente umaghesi. La bella giornata si è conclusa con la rappresentazione di “Storie vere di pescatori finti“, una scenetta con la quale i ragazzi della scuola hanno voluto salutare i graditissimi ospiti che per qualche ora si sono concessi un viaggio nel tempo e nella memoria, manifestando il desiderio che tutto questo non venga mai dimenticato ma tramandato ai posteri.

Serena Telloli Vežnaver

 

 

 

208 – La Nuova Voce Giuliana 16/03/12 Una giornata a Piemonte d’Istria

UNA GIORNATA A PIEMONTE Sabato 25 febbraio 2012 la Comunità di Piemonte si è recata in Istria per una giornata dedicata al Ricordo. Un Ricordo e allo stesso tempo un Ritorno in quei luoghi, in quel paese, abbandonati una settantina di anni fa. Al mattino una piccola carovana di autovetture è partita dall’ex valico di Rabuiese per raggiungere la Foiba Martinesi, un abisso verticale profondo più di 100 metri a metà strada tra Grisignana e Piemonte dove già lo scorso anno la Comunità si era recata a rendere simbolico omaggio agli “scomparsi” di Piemonte d’Istria. Non abbiamo riscontri certi rispetto a chi e a quanti siano “finiti” lì dentro.  Vox populi racconta di camion che arrivavano nella notte, ricordi di grida disperate. In alcuni testi la Foiba Martinesi viene citata come possibile luogo di infoibamento del povero don Bonifacio. Di certo negli anni ’50 la foiba è stata esplorata a cura dell’amministrazione locale che ha posto una targhetta datata proprio sull’orlo della voragine.

La sosta alla Foiba è stata l’occasione per ricordare tutte le vittime di Piemonte d’Istria che dal ’44 al ’48 perirono per mano degli uomini del maresciallo Tito: Miani Giuseppe, Chersicla Luigi, Pincin Mario, Bonelli Giuseppe, Chersicla Gioacchino, Miani Emilio, Pincin Aurelio, Zubin Armando, Altin Enrico. Al loro ricordo si è unito quello per Gastone Englaro, scomparso nel ’44 a Muggia. Ma le tragedie, che ebbero il loro culmine nella soppressione di questi paesani, furono vissute da tante famiglie anche nel terrore costante di vedere i propri figli, anche molto giovani, prelevati a forza da casa per essere condotti a partecipare alla lotta partigiana. Fu il caso di Valentino Valle, presente alla piccola cerimonia, che ha voluto raccontare ai presenti la sua rocambolesca vicenda. Portato a forza “nei boschi” a sparare contro obbiettivi a lui ignoti, riusciva a “svincolarsi” dal gruppo partigiano per finire nelle mani dei tedeschi. Trasferito a Trieste per lavorare con la Todt, dopo la fine della guerra non fece più ritorno a Piemonte, abbandonata così, forzatamente, a 17 anni.

Secondo momento, dopo la foiba, è stato quello dell’omaggio reso al cimitero di S.Andrea ai 12 giovani, provenienti dalla zona di Pisino, le cui vite vennero spezzate in una notte del febbraio 1949 dalle guardie jugoslave appostate sul confine con la Zona B che correva proprio sopra Piemonte. Cercavano la libertà, volevano fuggire dal “paradiso” comunista jugoslavo. Alla loro tomba comune mancano ancora due nomi, due sconosciuti, due “nepoznat”. Il terzo momento commemorativo si è svolto nell’altro cimitero, quello di S. Primo, per ricordare i due piemontesi soppressi, sempre dalla guardia popolare, sempre sul confine di Piemonte ma nel settembre del ’48. Le autorità jugoslave non riconoscevano loro “l’opzione” per lasciare la Jugoslavia. Tentarono la fuga ma furono ripresi e, come raccontano i giornali del tempo, trucidati barbaramente. Una tragica sorte che toccò pure ad un involontario testimone del fatto, spirato per le bastonate dei titini subite durante l’arresto.

Per concludere la mattinata il gruppo si è spostato, verso valle, nella zona dove sorgeva la stazione della Parenzana. Questa fu demolita dalle nuove autorità jugoslave per realizzare nelle vicinanze il grande “centro di raccolta” dove, nel periodo della collettivizzazione, sarebbero dovuti convergere i raccolti della zona. Di quel tentativo oggi rimane solo lo scheletro di un edifico che fa “bella mostra” di sé, monumento alle follie ideologiche e sociali che stravolsero l’equilibrio della secolare civiltà contadina istriana.

Il pranzo nell’agriturismo sul “montisel”  è stata l’occasione per approfondire le conoscenze reciproche considerando il fatto che il gruppo era composto, oltre che da aderenti alla Comunità, anche da numerosi nuovi amici. A questi, nel pomeriggio, se ne sono aggiunti degli altri, da Trieste e da altre località istriane ma anche dal veneto per affollare la vecchia scuola elementare, ora nuovo Centro Polifunzionale di Piemonte. Grazie alla disponibilità del Comune di Grisignana e alla collaborazione della locale Comunità degli Italiani è stato finalmente possibile proiettare per la prima volta a Piemonte il film-documentario “The abandoned town”  girato nel 1997 a Piemonte e che di Piemonte, del suo abbandono, racconta la vicenda attraverso le voci dei pochi paesani rimasti in paese e dei tanti che con dolore lo lasciarono.

Un film premiato a Padova e Zagabria, questo della regista polacca Magdalena Piekorz, che avevamo già presentato nel 2004 in Associazione a Trieste e che abbiamo inteso proporre anche in Istria, a Piemonte, a tutti i nostri amici. L’invito è stato innanzitutto raccolto e l’iniziativa è stata appoggiata dalla nostra Associazione sottolineata dalla presenza del presidente Lorenzo Rovis. La proiezione è stata introdotta, a nome del Comune di Grisignana ed in rappresentanza della C.I. di Grisignana, dal saluto del Prof. Claudio Stocovaz il quale ha avanzato l’ipotesi di programmare una proiezione anche per gli alunni della scuola media di Buie che, a suo tempo, già realizzarono un bel lavoro di ricerca sulla storia di Piemonte.

Altre valutazioni e proposte interessanti sono scaturite dal dibattito seguito al film-documentario dagli interventi dei giornalisti Rosanna Turcinovich, Paolo Radivo ed Ezio Giuricin oltre che dagli aderenti alla nostra Comunità, tutte ipotesi che vedremo di portare avanti con la collaborazione di questo “gruppo istriano” che si è raccolto attorno a noi in questa occasione.

Un’opportunità per ricordare, ritornare e credere che ci possa essere un futuro sia per il piccolo popolo di Piemonte d’Istria come per quello, più numeroso e ancora sparso, istriano.

F.B.

foto e servizi sull’avvenimento su http://www.piemonte-istria.com/

 

 

 

 

 

209 – La Nuova Voce Giuliana 16/03/13 Piemonte d’Istria – Ricordare il passato con lo sguardo al futuro

RICORDARE IL PASSATO CON LO SGUARDO AL FUTURO Piemonte d’Istria, 25 febbraio 2012 “Ricordare il passato con lo sguardo al futuro” è la giusta sintesi per descrivere una giornata che, da responsabile della Comunità di Piemonte, ho voluto proporre proprio a Piemonte, sul territorio, a 70 anni dal compiersi di quei tragici fatti che ce ne hanno allontanati, a più di trent’anni dalla morte di Tito, dopo la dissoluzione dei totalitarismi comunisti in Europa e la dissoluzione della stessa Jugoslavia.

I tempi possono quindi essere considerati più che maturi per portare il Ricordo lì, su quella che noi consideriamo la nostra terra aldilà dei nazionalismi e degli odierni confini ai quali, nel nuovo contesto Europeo, va data una diversa e moderna interpretazione rispetto ai confini del passato.

Per noi esuli, ma per i discendenti degli esuli in particolare, corre l’obbligo di non rimanere inchiodati alle autocelebrazioni, di non rimanere intrappolati nei confortanti recinti istituzionali del “Ricordo”.

La “guerra di trincea” – quella logorante di posizione – in cui siamo stati costretti nella lunga era dei “blocchi contrapposti” è finita. È tempo di uscire dalle nostre “postazioni” dove per anni abbiamo protetto la nostra identità e la nostra memoria per uscire ad “annusare l’aria”. Un’aria istriana certo diversa da quella respirata dai nostri anziani, ma che è quella che si deve respirare oggi se si vuole sopravvivere oltre il “nostro ieri” e affrontare così il “nostro domani”.

Quale futuro ? Discutiamone. Con chi? Verifichiamolo. L’immobilismo, il non voler compiere alcun passo “se” non ci sono queste o quelle condizioni ci pone in una posizione di debolezza. Il rifiutare confronti e dialoghi ci condanna a parlare da soli, con noi stessi o solo con chi ci gratifica e questo, se pur per alcuni è al momento confortante, non ci fa crescere, ci porta all’isolamento e alla fatale estinzione. Un’estinzione già pronosticabile per motivi generazionali, un’estinzione evitabile solo a condizione di riuscire a rigenerarsi come “istriani del 2000”, istriani del futuro. Istriani – certo – popolo sparso ma anche capace di ricongiungersi grazie ai nuovi mezzi, alle nuove tecnologie ed alle mutate condizioni socio-politiche.

Guardare il mondo che cambia compiangendosi, oppure partecipare ai cambiamenti del mondo? E se poi, in questa seconda ipotesi, fossimo chiamati a rinunciare a qualcosa? Ne siamo spaventati o siamo capaci di reagire cercando di compensare in altro modo?

Il Mondo è là! Per il nuovo mondo non serve avventurarsi in perigliosi viaggi su tremule caravelle. Il nuovo mondo è a 10 minuti da Trieste, la nuova Istria è là. Se vogliamo perderla (un’altra volta) la responsabilità (questa volta) sarà solo nostra.

Ritorniamo, ritornate in Istria. Facciamolo, fatelo, fisicamente o anche solo virtualmente. Riportiamoci in Istria, se è vero che l’amiamo, riportiamoci sul territorio e scopriamo quale è l’Istria di oggi e quale è lo spazio entro il quale anche noi possiamo muoverci. Definiamo oggi, caratterizzandolo anche secondo i nostri parametri, lo spazio entro il quale (anche senza di noi) si muoveranno domani i nostri nipoti. Non facciamo del Ricordo e della Memoria sterili “idoli” ma rendiamoli strumenti attivi, robuste rampe per compiere un balzo… in avanti.

Spostiamo quindi il baricentro del Ricordo, quello della nostra memoria, del nostro essere istriani, dalle nostre sedi al territorio istriano, spostiamoci in Istria.

Per questo nostro ultimo “spostamento in Istria” ringrazio quindi, alla rinfusa, tutti gli istriani che hanno partecipato alla buona riuscita dell’evento: il Comune di Grisignana, l’Unione degli Italiani, Mauro Gorjan presidente della C.I., Lorenzo Rovis presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane, Paolo Radivo e l’“Arena di Pola”, la “Voce del Popolo” che con i suoi redattori ha presentato e relazionato sull’evento (annunciato pure da Radio Capodistria e da “Il Piccolo”), il Circolo Istria per i libri su Piemonte, il prof. Konrad Eisenbichler direttore de “El Boletin” di Toronto, gli amici di Crasizza, di Salvore, di Mestre, di Trieste e le nuove “amicizie facebook”…

Concludo infine sottolineando la presenza di due persone molto distanti tra loro, e non solo generazionalmente: quella del prof. Stelio Spadaro e quella del giovane presidente dell’Ass. Cristian Pertan, Manoel Bibalo; due “realtà” che raramente trovano occasione di incontro o di aggregazione.

Aggregare, ricongiungere tra loro persone anche distanti, ricollegare le persone al loro territorio, ricostruire attraverso il dialogo, rigenerare il popolo istriano.

Utopie? Sogni? C’è chi ci crede, nella rigenerazione, e vuole provarci anche senza aspettare che, come sempre, lo Spirito Santo cali…  “dall’alto”.

Piemonte d’Istria, la Comunità con i suoi amici istriani, ha dimostrato di volerci provare. Franco Biloslavo

 

 

 

 

 

210 – Il Corriere del Sud 01/03/12 La Giornata del non ricordo

La Giornata del non ricordo

 

Circola, oltre ai numerosi messaggi di indignazione contro l’omertà sui fatti criminosi delle foibe, una vignet­ta su facebook col disegno di una foiba (voragine carsica) con le vit­time dentro che lamentano di non essere ricordati da nessuno. Sostanzialmente ormai sono trascor­si otto anni da quando con la Leg­ge del 30 marzo 2004 il governo Berlusconi ha istituito la Giorna­ta del Ricordo. Ma questo non è bastato, gli italiani dell’Istria, del Venezia Giulia e della Dalmazia stritolati dall’ideologia assassina socialcomunista del compagno Joseph Broz Tito, fanno ancora molta fatica ad essere ricordati nelle istituzioni, sui giornali, in televisione, sui libri, nelle scuole. Eppure dopo tanti anni di silenzio sembrava che l’Italia libera aveva aperto ormai il suo libro di Storia su quei quasi 20 mila italiani in-foibati tra il 1943 e il 1946 e gli oltre 300 mila soprattutto donne, bambini e anziani che hanno do­vuto abbandonare terrorizzate le loro terre. “L’informazione popo­lare, la Rai, la scuola, ì convegni, la cultura aveva accuratamente occultato, per compiacere il par­tito comunista italiano, la cac­ciata delle famìglie dalle case e dalla loro terra in Istria, a Fiume, a Pola, in Dalmazia. I nostri fra­telli erano stati uccìsi o cacciati, allontanati dai loro interessi, dal­le loro radici, dai loro affetti, dalla loro vita e   nessuno   ne parlava, nessu­no   protestava, nessuno   solle­vava problemi, nessuno   mani­festava, nessuno intonava   inni, nessuno  indos­sava   magliette con le foto dei sìmboli dì quel­la tragedia. Nessuno sapeva della nave Toscana che nel 1947 sbar­cava a Venezia proveniente da Pola, con a bordo gli esuli italiani e le loro modeste masserìzie con le quali speravano dì ricostruirsi

un futuro. Nessuno sapeva del tre­no dì esuli in transito per Bologna a cui ì sindacalisti della Camera del Lavoro (Cgìl) impedirono dì avere acqua e cibo e dì scendere dai convogli “. (Vito Schepisi, Le Foibe e gli esuli dimenticati per anni, 9.2.12 Legnostorto.com)

 

I comunisti non potevano accet­tare questi italiani che avevano rifiutato l’esercito liberatore di Tito e così per anni questi esuli sono stati tenuti nascosti, tollerati, nessuno si mostrava disposto a ri­prendere e mettere ordine nei loro ricordi, né di raccogliere le de­nunce e le testimonianze, tranne qualche eroico giornalista subito etichettato come fascista. Così nessuno aveva mai sentito parlare delle foibe, per quanto mi riguar­da, avevo 16 anni quando per la prima volta ho letto un libro con tante immagini e con lunghi elen­chi di persone infoibate.

Caduto il muro di Berlino, la congiura del silenzio sulle foibe ha dovuto cedere il passo, final­mente le informazione, gli appro­fondimenti, le testimonianze dei sopravvissuti hanno avuto citta­dinanza.

 

“Non è stato più possìbile nascondere la viltà e le complic­ità dì alcuni protagonisti cìnici e scellerati dì quella tragedia. E ‘ stata diradata quella coltre di nebbia che nascondeva la storia e che aveva mortificato le sof­ferenze dei protagonisti dì quelle tristi vicende. Gli italiani hanno potuto sapere del terrore che aveva spìnto gli italiani a fuggire dalle terre occupate da Tito. Han­no potuto conoscere quella parte della storia che era rimasta sal­damente cucita, come una divisa, sulle sagome dell ‘opportunismo e dell’ipocrisia della sinistra itali­ana”. (Ibidem).

Ma ancora oggi in molte scuole non si ricordano le foibe agli stu­denti, le istituzioni si sono limi­tate a ricordare la giornata soltan­to con qualche mazzo di fiori di circostanza. Però la storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di misti­ficazioni, non è maestra di vita e nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!

In questi giorni, legati alla gior­nata del ricordo, mi sembrano abbastanza gravi tre episodi: il primo quello di Firenze, dove i centri sociali di estrema sinis­tra, appoggiati dall”Associazione nazionale partigiani, dall‘Arci e dalla Cgil, si sono mobilitati con­tro la manifestazione organizzata dalla Giovane Italia e dal Pdl per ricordare le migliaia di italiani massacrati dai partigiani di Tito, accusando i giovani di destra, “di usare la ricorrenza delle foibe » per oscuri disegni «eversivi, negazìonistì e revisionisti “.

Addirittura per un sindacalista della Cgil, “/ ‘esodo dalla Dalmazia e le foibe sono un ‘eredità diretta del ventennio fascista”. Fausto Biloslavo su// Giornale ha scritto: “Il sindacalista avrebbe fatto meglio a chiedere scusa per ì lavoratori comunisti dì Vene-zìa e dell’Emilia Romagna, che all’arrivo delle navi dall’Istria, piene dì esuli, o al passaggio dei treni in stazione, sputavano sugli italiani in fuga dalle violenze tì-tìne “.

Il secondo episodio è accaduto nel consiglio comunale di Milano dove il sindaco comunista Pisa-pia, che tra l’altro aveva votato contro l’istituzione della giornata, non ha permesso di parlare a un esponente degli esuli istriani. Il terzo episodio, forse, quello più grave, sono le esternazione del presidente Napolitano, che per Assuntina Morresi, giornalista de Il Foglio, è il vero leader della sinistra in Italia, momentanea­mente Presidente della Repubbli­ca. Napolitano, in occasione della giornata delle foibe, avrebbe detto che queste stragi erano dovute a “derive nazionalistiche europee “. Roba da far scompisciare dal ridere.

Invece ormai è documentato che a buttare nelle foibe tanti morti, insieme pure a vivi, sono stati i comunisti di Tito, con l’appoggio di quelli italiani. “Questa è la sto­ria, che il compagno Napolitano oramai può permettersi impunito dì trasformare a suo piacimento. Fra poco ci diranno che ì lager sovietici non sono mai esìstiti, ma erano particolari villaggi turìstici in cui era alta la mortalità per il freddo e incìdenti sportivi “.

 

In pratica, i morti delle foi­be, rimangono sempre in serie B e non ven­gono mai pro­mossi in serie A. Seguendo l’invito della Morresi con­cludo riprendo un’ interessante lettera di un esule istriano inviata al quo­tidiano Avvenire : Caro direttore, come profugo istriano sono rimasto colpito dal messaggio del presidente Napolitano: gli eccidi e l’esodo sono stati causati dalle derive nazionalistiche europee. Ero bambino, ali ‘epoca, ma me la sento dì dichiarare che gli eccìdi e l’esodo sono stati causati dalle ideologìe: a finire nelle foibe è stata particolarmente la borghe­sìa, vìttima del comunismo più deteriore. A  Pola, a Fiume, a Gorizia, a Zara,  a  Trieste vennero    deportati dai comunisti tìtinì anche membri del Comitato Nazionale dì liberazione, col­pevoli solo dì avere altre ideologìe; e ì tìtinì sono stati ai­utati in questo da comunisti italiani, che credevano nel “paradiso ” sovietico. A Genova, la sindaco Vincenzi ha sostenuto che le foibe sono state solo una reazione al fascismo, ma sì è guardata bene dallo spiegare perché nelle foibe sono finiti tanti antifascisti o perché, malgrado a Pola su 34.000 abitanti ci fos­sero ben 6.000 cittadini inseriti nei gruppi combattenti partigiani, solo 2.000persone nel 1947 abbiano decìso dì optare per la citta­dinanza jugoslava….Gli anni pas­sano e ì ricordi sì affievoliscono, ma ancora oggi ricordo le sca­zzottate quotidiane coi “compag­ni ” dì scuola che non accettavano dì avere come compagno dì classe un “fascista ” fuggito dal paradi­so dì Tito. La sindaco dì Genova perché non prova a confrontarsi con un suo predecessore, anche luì dì sincera fede democratica, ma come me esule da Pola? Sansa ha vìssuto l’esodo sulla sua pelle e non è un negazionista, anzi…. Infine, una preghiera: in Italia ci sono ancora Comuni che hanno una vìa o una piazza intitolata a Tito, il grande ìnfoìbatore. Se qualche sindaco avesse lasciato una piazza intestata a Mussolini, a quest ‘ora lo avrebbero linciato. Non dico di fare altrettanto con loro, ma non esiste un limite alla decenza? Firmato Norberto Ferretti.

 

Domenico Bonvegna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

211 – L’Arena di Pola 22/03/12 Istria – Percorso celebrativo in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi

 

Percorso celebrativo in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi

 

Quella di sabato 12 maggio sarà la giornata emotivamente più intensa del 56° Raduno Nazionale degli Esuli da Pola in Istria; per i suoi contenuti, stanti le ben note diverse sensibilità individuali, potrà suscitare qualche perplessità anche in chi ha deciso di parteciparvi. Va, perciò, preventivamente illustrata.

Le nostre terre di confine sono state nel corso del “secolo breve” terreno di scontro di opposti totalitarismi, resi ancor più virulenti dalle coesistenti contrapposizioni etniche; la consapevolezza che le componenti più radicali dei contrapposti schieramenti si sono rese parimenti responsabili di sconsiderate violenze si pone a base dell’iniziativa che, assunta congiuntamente dalla nostra Associazione e dall’Unione Italiana, vuole essere di solo omaggio a quanti ne furono vittime, nella considerazione che la pietà umana e la verifica storica di ciò che è stato possono, e talvolta debbono, muoversi su binari paralleli ed indipendenti. Per questo, in un’ottica di reciproco rispetto, che riteniamo di poter offrire ed al contempo pretendere anche da Sloveni e Croati, abbiamo deciso di inserire nel nostro percorso celebrativo e di “riconciliazione”, in primis tra Italiani “andati” e “rimasti”, le seguenti quattro “stazioni” di un “Calvario”, per niente immaginario:

 

Monumento alla Vittime della guerra e delle esecuzioni del dopoguerra nel Cimitero di Capodistria

Si tratta di un monumento standard (ce ne sono di uguali in altre località) eretto dalle Autorità slovene in omaggio alle vittime (quelle slovene, di gran lunga più numerose delle italiane) del regime titoista dopo la proclamazione della propria Indipendenza. Lo si potrebbe definire “monumento agli infoibati” poiché, come ci risulta da dichiarazioni ormai di pubblico dominio in nostro possesso, esso è la risultante di ispezioni attuate in 11 cavità carsiche del Capodistriano al fine (queste le originarie intenzioni) di verificare la presenza di resti umani, riportarli in superficie per un’eventuale identificazione ed una loro degna sepoltura. Da tutte le suddette cavità sono stati recuperati complessivamente circa 360 kg di ossa umane (assimilabili a circa 130 individui), poi inviati all’Istituto di Medicina Legale di Lubiana per i successivi accertamenti.

Nel corso delle ispezioni erano anche stati reperiti documenti ed oggetti personali, resti di uniformi militari (anche di carabinieri), di abiti talari, ecc.. Purtroppo, alle buone intenzioni non sono seguiti i fatti. Tutto, eccetto il monumento (vi sono stati inumati i resti di non più di 60-80 ignoti), è stato messo a tacere, sono stati sospesi gli accertamenti relativamente agli scomparsi del periodo, si è provveduto con ogni sorta di immondizie e materiali ad occultare i resti umani ancora giacenti nelle suddette cavità per ostacolare ulteriori recuperi e non si è dato seguito agli accertamenti medico-legali; il tutto, dichiaratamente, per mancanza di adeguate risorse finanziarie, più verosimilmente per pressioni politiche a copertura anche di compromettenti responsabilità individuali. Lo dimostra il fatto che coloro che erano stati coinvolti nelle prime fasi delle ricerche sono stati allontanati dai posti di lavoro ed isolati per “essersi troppo occupati con le foibe”.

 

Monumento di Strugnano

È, anche questo, un monumento dalla storia controversa; noi vi renderemo omaggio in ricordo di un fatto che là si verificò in data 19 marzo 1921. Era quello un periodo alquanto travagliato e, in particolare, nel Piranese erano frequenti gli scontri tra fascisti e socialisti. Quel giorno, un gruppo di “squadristi” triestini che si era recato in visita al Fascio della città di Tartini, salito sul treno presso Portorose per fare rientro nel capoluogo giuliano, era stato fatto oggetto del lancio di grossi sassi; infastiditi da quanto successo, costoro spararono contro i “rossi” senza colpirli e, giunti in prossimità di Strugnano, esplosero diversi colpi prima contro un edificio e poi contro un gruppo di ragazzi che stavano giocando fuori dall’osteria «Alla Lega», uccidendo sul colpo Renato Braico, ferendo mortalmente Domenico Bartole (spirato successivamente), gravemente Mario Braico che rimase invalido ed in maniera più leggera un paio di altri ragazzi. L’episodio fu presto messo a tacere e le responsabilità effettive non furono mai accertate. Entrambe le vittime erano decisamente di nazionalità italiana; tuttavia, per le storture della politica e dell’ideologia, gli Sloveni hanno da sempre inteso “spacciare” questi morti innocenti per sloveni al punto da ricordarli, proprio con il monumento in questione, congiuntamente ai loro combattenti caduti nella Guerra di Liberazione: un’evidente strumentalizzazione confutata anche dall’Unione Italiana che, con l’omaggio inserito nel nostro programma, intenderebbe riappropriarsi della memoria di questi nostri connazionali.

 

Foiba di Terli

Non è una delle più note, anche se, per noi polesani, è una delle più significative. Si trova fra gli abitati di Sanvincenti e Barbana e il 5 ottobre 1943 inghiottì un numero imprecisato di vittime; di queste, ai primi di novembre dello stesso anno, il Maresciallo dei VF di Pola Arnaldo Harzarich ne recuperò 26 che furono successivamente identificate. Erano tutte state prelevate dai partigiani negli abitati della zona: Medolino, Marzana, Altura, Carnizza, Lisignano e Lavarigo. Si tratta di vittime esclusivamente civili, tra cui diversi antifascisti (incluso Antonio Del Bianco capo partigiano di Carnizza), 4 donne (le tre giovani sorelle Radecchi di 17, 19 e 21 anni che subirono una sorte del tutto simile a quella della povera Norma Cossetto e la moglie di un altro infoibato) e un ragazzo minorenne. Tra le vittime anche Giacomo Zuccon, nonno dell’attuale dirigente FIAT Sergio Marchionne.

Non pubblichiamo alcuna immagine, perché quella in nostro possesso, concernente le riesumazioni del novembre 1943, è sconvolgente. L’omaggio che vi recheremo sarà rivolto anche alla memoria del valoroso M.llo Harzarich.

Monumento alle vittime del terrore fascista

Detto monumento si trova a Montegrande sulla strada statale per Pola in prossimità del bivio per Fasana. Esso ricorda i 21 “antifascisti”, in realtà detenuti prelevati dal carcere di Pola, fucilati e poi impiccati dai nazi-fascisti il 2 ottobre 1944 in rappresaglia dell’assassinio, da parte di gappisti, dell’ufficiale (italiano) delle SS Giuseppe Bradamante di Stignano. Di questi 5 erano cittadini di Pola (Angelo Coatta, Vincenzo Toffani, Orazio Di Stefano, Virgilio Poretti-Poropat e Francesco Starcich), altri istriani, alcuni “rignicoli” (tra questi il M.llo MM Cosimo Calia, sposato con una polesana, incarcerato perché il figlio era stato sorpreso ad ascoltare Radio «Londra»; la vedova ed i tre figli esodarono e soggiornarono a lungo nella C.ma «U. Botti» di La Spezia) ed altri croati.

Il monumento, in sito dal 1946, il 2 ottobre 2009, in occasione dell’istituzione della «Giornata in ricordo delle vittime del terrore fascista» proclamata dalla Città di Pola, è assurto a livello locale a simbolo ufficiale di dette vittime. Da allora le cerimonie si susseguono annualmente.

 

L’omaggio sarà ovunque lo stesso e consisterà in una Corona di alloro con nastro Tricolore e la scritta «Gli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia». Sui quattro siti, alla presenza di quanti, Autorità e pubblico, vorranno intervenire (saranno diramati gli opportuni inviti), non sarà esibito alcun simbolo né fatta alcuna allocuzione celebrativa ma esclusivamente recitata una preghiera; l’iniziativa sarà invece illustrata nei giorni immediatamente precedenti con una conferenza stampa che sarà tenuta a Trieste e, con ogni probabilità, anche a Capodistria ed a Pola.

Il nostro omaggio, assolutamente NON interpretabile come un cedimento, vuole esclusivamente ricordare la tragedia vissuta dalle nostre genti in un contesto che non intende essere di contrapposizione di vittime “nostre” a vittime “loro” bensì unicamente di reciproco rispetto ed umana pietà. L’iniziativa, inoltre, vuole ancora una volta richiamare l’attenzione degli Stati coinvolti sul problema del “chi giace dove”; ragione per cui, al termine dell’Assemblea Generale del LCPE, in programma martedì 15 maggio, a tutti i partecipanti sarà richiesto di sottoscrivere una petizione in tal senso da inviare successivamente ai tre Presidenti delle Repubbliche e ai tre Presidenti del Consiglio di Croazia, Slovenia ed Italia per sollecitarne il personale intervento.

Infine, il nostro omaggio al Monumento di Montegrande, da interpretare, questo sì, anche come un atto di buona volontà da parte nostra, intende promuovere, su una base di reciprocità, una maggiore e più diretta partecipazione dell’Amministrazione di Pola alla nostra celebrazione dell’eccidio di Vergarolla, poiché entrambi gli episodi sono parte integrante della storia della Città e l’una pagina non può essere ricordata a discapito dell’altra.

 

Silvio Mazzaroli

 

 

 

 

 

212 – QN – Quotidiano Nazionale 24/03/12 La Pasionaria d’Istria, Maria Pasquinelli, maestra omicida per amor di Patria

LA PASIONARIA D’ISTRIA

Maria Pasquinelli, maestra omicida per amor di Patria

 

ACHILLE SCALABRIN

 

Da Firenze a Pola, una vita in prima linea

Scoprì le foibe, chiese alla X Mas, ai partigiani e agli Alleati di bloccare le pretese di Tito. Poi uccise il comandante inglese. Resta un mistero

 

 

LA DONNA, d’aspetto mascolino, corpulenta e infagot­tata nel suo cappotto rosso, si fece largo tra la piccola folla, raggiunse il generale Robert W. De Winton e lo uccise con tre colpi di pistola. Poi depose a terra l’ar­ma e si consegnò ai militari inglesi che l’avevano cir­condata. Missione compiuta. «Per consuetudine assu­mo sempre fino in fondo la responsabilità delle mie azioni», dirà poche settimane dopo al Tribunale mili­tare alleato che la processava. E in quell’azione, nella freddissima mattinata di Pola, era racchiuso il senso della vita di Maria Pasquinelli, 33 anni, maestra, fio­rentina: impedire che l’Italia, appena uscita sconfitta dalla guerra, perdesse i suoi territori a Est. Non a caso la data scelta per ‘fare giustizia’ fu il 10 febbraio 1947: quel giorno a Parigi si firmava il trattato di pace che cedeva alla Jugoslavia l’Istria, la Dalmazia e apriva le porte al dramma dei profughi.

 

MA CHI ERA veramente Maria Pasquinelli e perché uccise il comandante della guarnigione britannica? Una pasionaria, un’invasata, un’ingenua? Ancora oggi – sessantacinque anni dopo – un alone di mistero cir­conda questa storia (nonostante i due libri scritti da Rosanna Giuricin e Stefano Zecchi). Le scarne note biografiche raccontano che era nata nel 1913 a Firen­ze, in via delle Panche, da padre anconetano e madre bergamasca; cattolica e fascista convinta, iscritta alla scuola di mistica del regime («Credetti nel fascismo, l’amai, perché attraverso il fascismo pensai si potesse raggiungere la grandezza dell’Italia», dirà durante il processo), nel 1940 andò in Libia come crocerossina. Stanca di vedere i nostri soldati fatti a pezzi, si travestì da uomo e raggiunse il fronte per combattere. Scoper­ta, venne espulsa dalla Croce rossa e rimpatriata. E’ in quel momento che decide di dedicarsi «ai fratelli istriani e dalmati». Va a «insegnare l’italianità» in una scuola elementare nella Spalato occupata dall’esercito italiano. Dopo l’8 settembre ’43, la zona è in balia dei comunisti titini, scatenati contro tutto ciò che è italia­no e fascista. Sono giorni di terrore e sangue, in riva all’Adriatico. All’arrivo dei tedeschi, chiede e ottiene di cercare i tanti scomparsi: in una fossa comune trova i corpi di 106 italiani, adulti e bambini, colleghi e sco­lari trucidati dagli slavi. E’ una tragedia che le fa dire: ecco il futuro che ci attende. Ricercata dai titini, si rifu­gia prima a Trieste a poi a Milano, ma ha con sè il dos­sier sulle atrocità e un progetto: unire in un fronte co­mune fascisti e antifascisti per impedire che l’Italia istriana e dalmata cada in mano comunista. Consegna i documenti alla brigata partigiana «Franchi» (quella di Edgardo Sogno), alla divisione «Osoppo» (quella di malga Porzus) e al Cln di Udine, ma anche alla X Mas di Valerio Junio Borghese. Anzi, quando nel marzo del ’45, rientrata nell’Adriatische Kunstenland, deci­de di recarsi in Istria a cercare informazioni sulle foibe del ’43, è proprio Borghese a darle i lasciapassare. Braccata dall’Ozna, la polizia segreta di Tito, e dalla Gestapo (perché fa luce anche sulle violenze naziste contro gli italiani), viene catturata da quest’ultima e ancora una volta , sarà il «principe nero» a intervenire in suo * aiuto.

 

Il 25 aprile del ’45 la Pasquinelli è a Milano, ma poche settimane dopo fa la spola tra Trie­ste e Pola per aiutare i profughi, le mi­gliaia di ita­liani

in fuga. La pulizia etnica vista due anni prima sta di­ventando una regola, la tragedia di un popolo. Le sue ultime speranze sono riposte negli Alleati. Fi­no a quel 10 febbraio ’47, quando un mondo le crolla addosso. Tre colpi di pistola contro un uomo che non ha mai visto prima, reo soltanto di rappresentare «gli imperialismi anglo-americani», sono tre colpi contro la real-politik, i nuovi confini che «fanno strame» dell’italianità, il panslavismo. Mette in conto anche di essere uccisa sul posto, e allora infila in tasca la rivendi­cazione, perché tutto il mondo sappia. Inizia così: «Se­guendo l’esempio di seicentomila caduti nella guerra di redenzione 1915-’18, sensibile come loro all’appello di Oberdan…».

 

LA PASQUINELLI non spende molte altre parole, du­rante il processo, per spiegare il suo gesto. Ci tiene pe­rò a far sapere che dopo l’8 settembre «non presi posi­zione con nessuno(…) non fui più fascista». E ancora: «Forse ho amato l’Italia anche più della mia anima». Non cerca la clemenza della Corte, non si ripara dietro scusanti psichiatriche e annuncia che, quale sia la con­danna, non intende chiedere la grazia. E il Tribunale militare alleato, appena due mesi dopo l’attentato, la condanna a morte. La pena verrà trasformata in erga­stolo al momento di consegnarla agli italiani, che la terranno in carcere 18 anni, a Perugia prima e a Firen­ze poi. Fino a quando nel 1965 Saragat le concede la grazia e la libertà.

Nel 1997, rilasciò a Giovanni Morandi le prime dichia­razioni, ma sempre guardinga: «E’ assolutamente inu­tile che io parli a posteriori». Per poi aprire uno squar­cio: «Se tornassi indietro? Se tornassi indietro avrei la stessa età, sarei ancora a quei tempi, sarei ancora quel­la». Insomma, sarebbe tornata a uccidere. Poi il silen­zio, fino alla morte lo scorso anno a Bergamo.

 

UNA VENDICATRICE solitaria e disillusa, come è sta­ta dipinta per decenni, «sopraffatta dall’amor di Pa­tria» e dagli spiriti irredentisti, come la definì il suo avvocato? In anni più recenti dagli archivi sono emer­se carte che danno anche altre tinte alla storia. Maria Pasquinelli faceva parte della struttura segreta della X Mas. E già nell’ottobre del ’46 gli Alleati erano al cor­rente delle intenzioni omicide di questa donna descrit­ta nei loro rapporti come «fanatica e determinata». Ma l’ordine fu perentorio: per nessun motivo doveva essere arrestata o interrogata al suo arrivo a Pola. Perché? Dopo la morte di De Winton, l’inchiesta militare allea­ta preferì non approfondire. «Ci sono cose che non si possono capire», disse all’epoca James Angleton, a ca­po dell’unità Z dei servizi americani, cellula embriona­le della futura Cia, l’uomo cui furono affidati in Italia gli affari sporchi in chiave anticomunista. Ed ecco ser­peggiare il sospetto che Maria sia stata usata. Qualcu­no sperava forse che con quei tre colpi di pistola ini­ziasse la rivolta contro la Jugoslavia comunista. Non successe nulla. Il reportage di Indro Montanelli, in quei giorni a Pola, fece appena in tempo a far arrivare la noti­zia in Italia, prima che tutto fosse av­volto da decenni di silenzio, qua e là interrotto dagli esuli o da no­stalgici fascisti impossessatisi del ricordo della maestra e delle sue ombre.

 

 

 

 

213 – La Repubblica 28/03/12  Trieste-Pola, un sogno da ragazzi

Trieste-Pola, un sogno da ragazzi

La sbarra non c´è più e la linea di Schengen è stata spostata verso la Croazia Ed ecco la città dell´anfiteatro: uno dei porti più affascinanti del Mediterraneo
Centosessanta chilometri in sette giorni camminando sulle montagne istriane che guardano il mare. Così l´ultima rotta di Paolo Rumiz è diventata un libro pensato (e disegnato) per quella parte di bambino che è in tutti noi

PAOLO RUMIZ  –  TRIESTE

Un giorno mi è venuta la voglia di andare e sono andato. A piedi, da solo, dalla porta di casa mia. Direzione Sud, verso il Sole e il mare. In pochi minuti la decisione era presa e il sacco riempito. Partenza Trieste, arrivo a Capo Promontore sulla punta meridionale dell´Istria. Centosessanta chilometri in sette giorni, con tre territori nazionali da attraversare: Italia, Slovenia e Croazia. Un vecchio sogno che si compiva. Non avevo più alibi per rimandarlo. Stavo bene, il cielo era pulito e il tempo libero c´era. Una congiunzione perfetta. E poiché non parto mai senza un taccuino, ecco che l´andatura si è convertita in scrittura, il viaggio si è trasformato in racconto, e il racconto – quasi senza volerlo – in un libro, che ora ha anche un titolo: A piedi, della collezione Feltrinelli per ragazzi. Perché era ai ragazzi che volevo raccontare la mia storia, o forse – per dirla come Altan – al “bambino che è in me”. “C´era una volta” dovrei cominciare, per continuare poi come nella fiabe della nonna, con un rasserenante “cammina cammina”. Il viaggio e il racconto, in molte lingue, sono parole simili. In arabo per esempio. Ed è logico che sia così. In viaggio succede sempre qualcosa. Chi torna da un viaggio ha tanto da dire, e ha anche un modo speciale, rotondo di narrare, qualcosa di simile alla cantilena per bambini. Chi va a piedi, poi, è vigile, osserva il territorio, ne sorveglia i cambiamenti e incontra persone. Per questo oggi il cammino – dico ai ragazzi – è un atto rivoluzionario, è disobbedienza civile a questa civiltà dello spreco che ci spinge a spostamenti solo virtuali, a una stressata sedentarietà e alla solitudine. Dovreste vedere come s´impenna la montagna, dal mare di Trieste. Il sentiero sale in pochi chilometri a quota 500 verso lande segnate da una nudità ventosa, quasi mongolica, passa senza saperlo la frontiera con la Slovenia perché la sbarra non c´è più e la linea di Schengen è stata spostata verso la Croazia, trenta chilometri più in là. Segue il gran ciglione carsico alto sulla riva destra del fiume Risano, scende verso la chiesetta fortificata di Hrastovlje col suo cinquecentesco trionfo della morte affrescato all´interno, risale per pietraie sull´altro versante, ridiscende su Gracischie, poi si infratta in solitari querceti verso la chiesetta di San Quirico, un posto da deltaplani a picco sul posto di confine verso la Croazia, per seguire in leggera discesa l´orlo di un crinale liscio a strapiombante verso lo stradone. Rivedo ogni istante trascorso su quella strada verso Sud. Alle porte di Pinguente (Buzet) sono solo a quaranta chilometri in linea d´aria da Trieste e mi pare già di essere lontanissimo. Ho passato due confini, un altopiano carsico con tremende voragini, e ora è il Mediterraneo degli uliveti, dove la bora soffia meno forte e le alture prendono un saliscendi quasi toscano. Oltre il tetro castello di Pietrapelosa, ecco la profonda valle del Quieto (la Mirna), sorvolata dalle poiane e segnata dall´antica foresta di San Marco, dove crescono ancora i roveri che la Repubblica di Venezia destinava alla costruzione delle sue navi. Ed è il gigantesco paracarro di Montona fortificata, prima grande pietra miliare del viaggio, a Sud della quale scatta un´altra rivoluzione paesaggistica con l´inizio dell´Istria “rossa”, quella che fra le pietre bianche ha lo stesso colore rugginoso del campo da tennis. È lì che mi accorgo che la mia andatura è diventata più nobile. La gente mi nota curiosa da lontano e si chiede: ma chi è quell´uomo che cammina con tanta felicità nel cuore? Un contadino ferma il trattore per regalarmi della frutta, e intanto il paesaggio muta ancora, s´infossa in un crepaccio chiamato “Draga”, una valle profonda, serpentiforme e senza strade che va verso il fiordo di Leme (il “Limski Kanal”) e nella quale mi immergo come un sommergibile a quota periscopio rispetto al pelo del paesaggio circostante, tra campi di zucche gigantesche dai cento colori. Poi ne esco e sento che lo scudo della testuggine istriana si inclina verso sudovest e la cittadina forse più bella della penisola, Valle (Bale), da dove già vedo il mare a distanza, col profumo tutto istriano dei calamari con le bietole all´aglio. Sere limpide, quasi desertiche, frusciare di ulivi nella brezza, la luna sul mare e l´ombra nera delle isole Brioni sullo sfondo. Ormai è Pola, la città dell´anfiteatro romano, uno dei porti naturali più articolati e affascinanti del Mediterraneo. Promontore, il capo delle tempeste è a due passi, l´Istria diventa sempre più stretta, ora riesco a vedere il mare su entrambi i lati della penisola. In fondo c´è punta Kamenjak, roccioso faraglione schiaffeggiato dai mari ruggenti della Bora, regina dei venti d´inverno, e del Maestrale, il più glorioso dei venti d´estate. Sono arrivato quasi senza accorgermene, davanti a me non c´è che l´Adriatico, col faro di Porer che apre le porte del Quarnaro, il golfo di Fiume , e della Dalmazia. Un tuffo serale, le luci delle prime isole, Cherso, Unie, Lussino. Non esiste felicità più perfetta di quella del camminatore.

 

 

214 – Il Piccolo 25/03/12 Il sogno di un viaggio a piedi per riscoprire la Ciceria

Il sogno di un viaggio a piedi per riscoprire la Ciceria
Una guida di Ettore Tomasi pubblicata da Transalpina racconta il fascino arcano di quel territorio solitario che sta tra il Monte Carso e il Monte Maggiore di PAOLO RUMIZ

 

Quando finii il viaggio a piedi da Trieste a Capo Promontore, la voglia di continuare era tanta. E così, quel mattino, in cima alla scogliera aperta sulle isole del Quarnaro, promisi a me stesso di togliermi un’altra voglia: andare da casa mia a Fiume attraverso la Ciceria e la Liburnia, puntando magari sul Gorski Kotar dove finiscono le Alpi. Un altro vecchio sogno a portata di mano, di quelli che solo Trieste ti sa regalare. Di lì a qualche mese seppi che la casa editrice Transalpina preparava una dettagliata guida proprio su quel percorso, e capii che la promessa diventava certezza. Ci lavorava un vecchio lupo carsico, amico della pietra e della bora, di nome Ettore Tomasi, una garanzia. Così mi misi in attesa. Ora la guida è uscita per la collana “Andar de bora”, e dentro ci ho trovato quello che mi serve per andare su quel territorio affascinante e solitario, dal Monte Carso al Monte Maggiore.

 

Mappe dettagliate, flora, storia, punti d’appoggio, fauna, storie di uomini e di genti. I castagni sopra Moschenizze, le strade delle “done dei ovi”, le tracce della duchessa d’Aosta in un rifugio sotto il Veliki Planik. Leggevo e un grande vuoto si riempiva: mentre l’Istria era stata mille volte narrata e cartografata, la Ciceria e la Liburnia erano rimaste fino a quel momento uno spazio quasi iperboreo, segnato sulle mappe da un “Hic sunt leones”. E forse era proprio questo che mi attirava e mi attira ancora (come tanti triestini) verso quelle terre dalla ventosa nudità quasi mongolica: l’assenza di notizie. “Cicio no xe per barca”, il vecchio motto triestino rivolto ai montanari di lassù dice in fondo proprio questo. Quello è un altro mondo, è la cosa più lontana dal mare che si possa immaginare. I croati d’Istria dicono in fondo la stessa cosa: il mondo cambia “priko Ucke”, oltre l’Ucka, il Monte Maggiore. Oltre c’è un’altra cosa, che non ha niente a che fare con gli ulivi e le vigne.

 

La Ciceria sta giusto in mezzo tra due golfi, dalle sue cime puoi vedere magari il lampo azzurro dell’Adria, ma quando la cavalchi a piedi senti il brivido della steppa. Ciceria è terre bianche di calcare affilato, ciglioni con vista immensa, landa giallina pettinata dal vento, immensi gradoni paralleli orientati a Sudest come le linee tratturali d’Abruzzo. Ciceria è genti dure di strano dialetto istro-rumeno, assenza d’acqua e punti d’appoggio, memorie nere di devastazioni belliche e postbelliche. E’ il brivido dell’alta quota a soli mille metri, è il fischio del treno che ti accompagna da vicino o da lontano, ti gira intorno e ti corteggia con curve lunghe per superare pazzeschi dislivelli. E’ la sensazione di imbarcarsi in un mondo parallelo, incontaminato e vicino, l’inquieta dorsale dinarica che galoppa da Redipuglia al Peloponneso, lungo l’Erzegovina e l’Epiro. In queste brughiere dai confini mobili, dove trovi i cippi dell’Austria-Ungheria e della Repubblica di Venezia, dell’Italia e del Gma, della Jugoslavia, della Slovenia e della Croazia, la Ciceria è forse l’unica vera frontiera immobile.

 

L’unico spartiacque di civiltà, quello tra mondo mediterraneo e spazi del Danubio. Una fascia pastorale che diventa linea d’arroccamento e sopravvivenza per le popolazioni in fuga dalle invasioni di mare o di terra, una cordigliera-nascondiglio che i popoli slavi conoscono bene col nome di “Zbeg”. Su quella linea sono passati per secoli, fino a ieri, i temutissimi contrabbandieri di cavalli. E più a Sud, verso l’Erzegovina e il Montenegro, sempre su quella linea sono cresciuti i più feroci combattenti delle guerre balcaniche. Il libro di Tomasi completa la fotografia del retroterra montano di Trieste, già ben monitorato con la guida del Nanos e quella della Selva di Tarnova (stessa collana e stesso autore, in collaborazione con Giovanni Stegù) e ti porta ben dentro questo mondo che gli austro-ungarici hanno ben cartografato e denominato “Tschitschen Boden”. Ci trovi le immense faggete oltre la Zbevnica, la selvaggia scarpata di 1400 metri sul lato occidentale dal Monte Maggiore, i valichi chiamati la Grande e la Piccola Porta, i pinnacoli della Valle delle Meraviglie dalle parti di Vranja, la flora e la vista immensa del Veliki Planik, le casette di Lanischie e Mune rinserrate come un gregge contro la bora.

 

Leggendo ho ritrovato pezzi di me. La cordigliera del vento l’avevo battuta a lungo negli anni settanta, quando tra Slovenia e Croazia non c’erano confini. Andavo da Gracischie a Pinguente, o da Rakitovec a Brest e poi su, sul Monte Orljak, senza mostrare passaporti. Era tutto “Jugo” quella volta. Un giorno, ricordo, mi ritrovai a Crestoglie stanchissimo e con la macchina ancora lontana dalle parti di Crni Kal; in quel momento passò un merci in salita, ed era così lento che mi aggrappai a un vagone. Andava nella direzione giusta. Solo che dopo un chilometro il convoglio prese velocità e non potei scendere che a Erpelle, ancora più distante dalla mia auto. Ricordo anche un’arancia mangiata con mio padre, poco prima che morisse, in cima al Taiano. C’era la neve, eravamo soli, e la vista sul mare era a perdita d’occhio. Ora abbiamo finalmente una guida che ci riporta a questo selvaggio mondo fuoriporta. E’ la stagione giusta per tornarci. Scendendo la cresta di drago dei monti Caldiera, che dal Monte Maggiore scendono all’imbarco di Brestova per Cherso, potremo arrivare su balconate dove col cielo sereno vedremo la Dalmazia fino alle Incoronate. Da quei belvederi capiremo anche che la ripida Liburnia altro non è che un isola, mentre Cherso e Lussino solo solo montagne naviganti. Un’unica dorsale che parte dalla scarpata di Abbazia e scende a Sud verso Ossero e oltre, corteggiata da vele e da schiume. Cose che possono capire questi montanari di mare che sono i triestini, gli unici capaci di cantare canzoni alpine anche andando di bolina. Tomasi, forse per troppo rispetto alle sovranità nazionali, ha evitato di tracciare (aggiornandolo) un unico itinerario, proprio quello che cerco da tempo, la grande traversata Trieste-Fiume.

 

Ed è un peccato, perché è quella la diagonale perfetta fra le due città gemelle in fondo al Mediterraneo. Un peccato anche perché nel giro di poco tempo la Croazia entrerà nell’Unione Europea e anche quel confine, inch’Allah, sarà smantellato restituendo a Trieste la sua centralità. Ma a me va bene lo stesso, perché in assenza di valichi regolari il mio viaggio avrà il brivido del contrabbando. E sarà, anche, un atto propiziatorio, come l’iniziativa “Confine aperto” che tanti anni fa in Val Rosandra creò il primo buco nella cortina di ferro. “Magari tu pare xe anche cicio” diceva mia nonna muggesana, prendendosi gioco del cognome che, data la radice, magari era istrorumeno. Ma lei per “cicio” intendeva qualcosa di meno specifico degli abitanti della Ceceria, ed erano i montanari in generale, quelli che non sapevano andare in barca. Pastori, pirati o briganti non importa: “Cicio” era equivalente di rumeno, rom, vlaho, morlacco e via di questo passo. Un indistinto di terraferma di cui diffidava. E non importa che mio padre avesse valicato l’oceano dall’Argentina, dove era nato da genitori friulani. Per cui non lo escludo. Magari sulle lande fra Mune e Lanischie troverò proprio i miei antenati.

 

215 – La Voce del Popolo  24/03/12  Speciale – Verteneglio – Una Comunità degli Italiani eclettica con tanti giovani di buona volontà

Incontro con la presidente del sodalizio della nostra etnia di Verteneglio, Elena Barnabà Una Comunità degli Italiani eclettica con tanti giovani di buona volontà

VERTENEGLIO – “Nella nostra Comunità ciò che non manca sono i giovani. Rispetto ad altri sodalizi della nostra etnia, che spesso si lamentano di non averne molti tra gli attivisti, da noi il problema è in effetti trovare chi ha qualche anno e quindi anche molta esperienza in più, che possa dare una mano nelle attività sceniche e culturali”. L’invito di Elena Barnabà, presidente della Comunità degli Italiani di Verteneglio, a inserirsi nelle molteplici attività che vengono promosse dalla CI è un appello rivolto soprattutto agli uomini.

UNA STORIA LUNGA 45 ANNI La Comunità degli Italiani di Verteneglio nasce il 19 marzo del 1968, quando con lo scopo di coinvolgere i genitori dei loro alunni e offrire così pure ad essi vari corsi tenuti da docenti italiani, gli insegnanti della locale scuola italiana, con in testa il professor Giuseppe Colle, fondano il Circolo Italiano di Cultura. Si promuovono tante attività e la gente del luogo che è di nazionalità italiana partecipa e si coinvolge. Dopo quindici anni a Verteneglio apre i battenti pure l’asilo italiano. Oltre ai corsi di lingua, il Circolo italiano di Cultura di Verteneglio trova ben presto le forze per costituire, assieme a quello di Buie, una Sezione di filodrammatica. Nasce pure il coro misto, diretto da Milada Monica. Si organizzano le prime escursioni. Dall’Italia arrivano riviste, giornali e film che vengono proiettati settimanalmente.

Dopo un breve periodo di stasi, alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso un notevole numero di giovani del posto decide di includersi maggiormente nelle attività promosse dal sodalizio, portando nuova linfa alla Comunità. Nel 1980 ad assumerne le redini è Ezio Barnabà. Un anno dopo, sotto la guida del Maestro Dario Bassanese, si ricostituisce il coro misto, che per un decennio sarà il fiore all’occhiello della CI di Verteneglio. Le attività si moltiplicano e si avverte la mancanza di una sede sociale, ma con l’aiuto del Comune di Buie (all’epoca gli enti locali erano suddivisi diversamente, e dal punto di vista amministrativo l’attuale Comune di Verteneglio faceva parte di quello di Buie), si ottengono i mezzi per ristrutturare una vecchia stalla che, grazie anche al lavoro volontario degli attivisti e degli artigiani connazionali, nel novembre del 1984 diventa la prima sede del sodalizio. L’anno dopo, grazie ai nuovi spazi, iniziano i corsi di musica classica: chitarra, pianoforte e fisarmonica, sotto la guida dei maestri Mauro Masoni, Dario Bassanese, Marina Masiero, Fulvio Colombin e Franco Valisneri.

LA FESTA DELLA MALVASIA Nel 1985 viene organizzata la prima Festa della Malvasia, evento che diventa subito una delle manifestazioni di paese più frequentate e più conosciute in Istria. Ben presto la sede di cui si dispone diventa troppo stretta, motivo per cui nel 1987 i dirigenti del Comune di Buie decidono di assicurare alla CI i fondi necessari per un ampliamento della stessa: il sodalizio ottiene così i vani per aprire un bar sociale, una piccola discoteca e una sala concerti.

Con i cambiamenti politici dell’inizio degli anni ‘90, inizia un nuovo decennio che per la CI di Verteneglio sarà altrettanto fruttuoso e ricco di contenuti. I corsi di chitarra, pianoforte e fisarmonica destano tale interesse che si decide di fondare l’odierno Centro Studi di Musica Classica, ancora oggi ospitato negli spazi del sodalizio. Vengono istituite però anche le sedi dislocate di Pola e Fiume.

La Comunità ottiene la sede sociale in proprietà e, grazie ai mezzi della legge 19/91 assicurati dal governo italiano tramite l’UI e l’UPT, la struttura viene ampliata da 200 a 1.000 metri quadrati. Del tutto ristrutturata, provvista di un’accogliente sala spettacoli con tanto di palcoscenico, viene solennemente inaugurata nel marzo del 1994, alla presenza dell’allora ministro degli Esteri della Repubblica Italiana, Beniamino Andreatta, del premier croato Nikica Valentić, dei ministri degli Esteri e della Cultura croati, Mate Granić e Vesna Girardi Jurkić. Grazie ai nuovi e accoglienti spazi della CI, negli anni a seguire Verteneglio ospita innumerevoli spettacoli, seminari, rappresentazioni teatrali e concerti. Nel 1997, dopo la scomparsa del Maestro Mauro Masoni, la Comunità realizza la prima edizione del festival musicale estivo “Hortus Niger”. Nel corso delle varie edizioni quest’evento, che diventa tradizionale, porta di anno in anno nella località docenti di livello e di fama internazionale i quali tengono corsi estivi frequentati da studenti giunti oltre che dall’Italia e dalla vicina Slovenia, pure dal Messico, dalla Corea del Sud, dal Giappone e dall’Ucraina.

DOMANI SPETTACOLO AD ALBONA Nel corso degli anni alla guida del sodalizio si sono susseguiti Stefano Sissot e Keti Visintin. Oggi la Comunità degli Italiani di Verteneglio conta circa 700 soci. Una delle sezioni più attive del sodalizio è la Filodrammatica con le sue varie sezioni. Quella degli adulti è in piena attività con lo spettacolo dialettale “La veia delle vedove”, commedia in due atti di Enzo Gianotta. Con i suoi spettacoli il gruppo, guidato da Vlado Rota, ha riscosso ampi consensi sia in casa che ovunque sia stato ospite con le proprie rappresentazioni. La scorsa settimana gli attori si sono esibiti a Salvore, mentre questa sera alle ore 18 daranno spettacolo alla Comunità degli Italiani di Albona. Il gruppo recitativo è composto da dieci attori che Elena Barnabà definisce “ultra-dilettanti”. “In questi giorni stanno lavorando a una nuova commedia che presto vedremo in scena” – ci rivela la presidente del sodalizio.

La sezione della Filodrammatica dei giovani, invece, si divide a sua volta in due gruppi; attualmente alcuni dei ragazzi si sono associati al gruppo degli adulti per mettere in scena la commedia itinerante che stanno preparando, mentre i più piccolini stanno realizzando degli sketch autonomamente. In seno alla CI operano poi due gruppi artistici. Di quello degli adulti fanno parte dodici attiviste molto creative, che sono guidate da Luisa Frascino e che svolgono lavori manuali di bricolage. Procurano a Vicenza tutto il materiale di cui hanno bisogno per dedicarsi a questo hobby.

ARTE ED ECOLOGIA I lavori che realizzano vengono venduti durante l’anno nei vari mercatini e tutto il ricavato va sempre in beneficenza. Zvjezdana Davanzo guida invece il gruppo artistico dei bambini, che riprende le attività la settimana prossima. L’anno scorso i ragazzi si sono dedicati soprattutto al tema dell’ecologia, riutilizzando carta e oggetti di plastica riciclati per creare vere e proprie opere d’arte. “Quest’anno invece abbiamo deciso di optare per un corso di pittura – spiega la Barnabà.

UN MUSICAL PER IL 45.ESIMO L’instancabile Boris Palaković cura invece il gruppo di ballo di coppia per adulti e grazie alla disponibilità di questa sezione, del coro di voci bianche guidato dalla Maestra Sabrina Stemberga Vidak e degli attori delle sezioni di Filodrammatica, la CI è in procinto di realizzare un musical in occasione del 45esimo anniversario di attività. A partecipare sarà naturalmente pure il gruppo vocale “Ad Libitum”, guidato da Ileana Pavletic Perosa, che in questo momento riscuote i maggiori consensi. A proposito la presidente della CI ci dice: “Ultimamente abbiamo previsto dei corsi per dare la possibilità ai coristi di studiare canto ad un livello più alto e per i minicantanti che vogliono ottenere un livello più impostato abbiamo avviato un corso per solisti”.

“È in cantiere anche la pubblicazione di un periodico della CI, che sarà curato dal nascente gruppo letterario” – ci rivela Elena Barnabà –. Il numero zero andrà in stampa entro la fine di quest’anno e invito fin d’ora chiunque volesse collaborare a farsi avanti. In questa nostra iniziativa vogliamo dare voce anche alle istituzioni con le quali collaboriamo costantemente, che sono la scuola e l’asilo italiani. L’altra novità di quest’anno è il gruppo archeologico, che coinvolge ragazzi e genitori in interessanti conferenze, visite guidate ai castellieri della zona e nell’allestimento di una mostra permanente di reperti che abbiamo allestito nella nostra sede. La Comunità intende inoltre implementare l’attività bibliotecaria organizzando di tanto in tanto incontri di lettura destinati ai ragazzi e abbinati al corso di pittura. L’intento è quello di leggere un racconto al quale ispirarsi poi nella creazione dei lavori artistici”.

I PROSSIMI APPUNTAMENTI Tra le iniziative di prossima organizzazione, una visita alla Fiera “Vita in campagna” di Brescia, prevista per il 31 marzo, iniziativa che desterà senza ombra di dubbio parecchio interesse tra i soci del sodalizio che si occupano del lavoro nei campi e di agricoltura, e poi le uscite dell’11, 12 e 13 maggio, quando le varie sezioni della CI saranno ospiti delle Comunità degli Italiani di Lussinpiccolo, Cherso e Veglia.

 

 

 

 

216 – La Voce del Popolo 26/03/12 Cultura – Paese che vai, favole che trovi, la nuova fatica di Giacomo Scotti

«Le scale della Madonna» la nuova fatica di Giacomo Scotti Paese che vai, favole che trovi

FIUME – “Chi ha ancora un poco d’infanzia nelle scarpe si metta sulle piste celesti e squinternate delle storie di Giacomo Scotti”. È un passo della prefazione scritta dal grande autore napoletano Erri de Luca, considerato come “lo scrittore del decennio”, per introdurre il libro “Le scale della Madonna – Favole e leggende dal Monte Maggiore a Ragusa” (Edizioni Antony, Trieste, 2012), ossia l’ultima fatica letteraria fresca di stampa, del favolista, poeta, scrittore e saggista, Giacomo Scotti.

Quella dell’autore, che nutre una profonda passione per le favole, le leggende e i racconti popolari, è un “bagaglio” che ha minuziosamente raccolto per oltre mezzo secolo nei suoi viaggi da reporter. Un mestiere che l’autore definisce “vagabondaggio giornalistico”. E Il frutto di questo suo lavoro sono opere quali “C’era un castello… né in cielo né in terra” (Gremese Editore, Roma, 1972), “Storie istriane” (Fratelli Fabbri Editori, Milano, 1976), “La fanciulla con la stella d’oro” (Alcione, Venezia, 2000) e altri libri dello stesso genere fino a “Fiabe e leggende del Mar Adriatico” (Santi Quaranta, Treviso 2005).

In questa sua ennesima fatica “Le scale della Madonna”, lo scrittore si confronta ancora una volta con il magico mondo delle fiabe. Però questa volta si concentra con quelle raccolte vagando lungo la costa orientale dell’Adriatico, dall’Istria, partendo da Postumia, fino alla punta della Dalmazia, per finire a Ragusa. A comporre l’opera sono 34 testi tra favole e leggende raccolte nella stragrande maggioranza nell’Istria e nel Quarnero, in contrade popolate da sloveni, italiani e croati e qualcuna in Dalmazia, nell’entroterra del litorale e sulle isole.

Queste sono divise in “Storie di saggezza e furberia”, “Fiabe con le fate”, “Storie di acque”, “Storie di oggetti fatati”, “Storie di fratelli”, “Storie di santi, diavoli e morti risuscitati”. Ad accompagnare le favole sono più di quaranta illustrazioni realizzate dal pittore triestino, appartenente alla minoranza slovena, Stefan Turk. L’opera in questo senso riunisce due artisti di confine. Allo stesso modo anche le favole del libro ricongiungono il mondo Adriatico con il mondo Giuliano. Per l’occasione abbiamo raggiunto lo scrittore, saggista, poeta che ci ha parlato del libro.

“Sono solo in parte farina del mio sacco – esordisce l’autore –. La mia penna ha seguito la fantasia popolare, ho cercato di tradurre e di mettere sulla carta la tradizione verbale. Così questi racconti, a me raccontati in varie lingue sono stati tradotti, adattati, accorciati o allungati, rielaborati e reinventati”. Scotti rivela che “sono leggende e racconti popolari che ho riscritto seguendo un preciso schema letterario.

Il titolo stesso della raccolta, ‘Le scale della Madonna’, si riferisce alla scalinata di Tersatto che porta al Santuario mariano e che nel corso dei secoli è stata percorsa da milioni di fedeli. La leggenda legata a essa narra che nessuno è riuscito mai a quantificare l’esatto numero dei gradini che bisogna salire per raggiungere il Santuario. E ciò a causa di un demonio infastidito dalla grande devozione che le persone nutrono per la Madonna, e alle quali, per dispetto, ha fatto perdere la memoria”.

Scotti spiega che, come tutti i racconti di questo genere, anche quelli del libro sono molto simili ai racconti di altre zone. “Ad esempio la fiaba ‘La principessa e il re stregone’, raccolta ad Albona, in Istria, non soltanto è diffusa in altre località della penisola istriana, ma è frequente nella vasta area dei Balcani e addirittura in Asia, nell’Africa e anche nel Nord europeo. Probabilmente è di origine indiana, Il motivo dello stregone, in altre fiabe orco o mago, che rivela il segreto della sua vita, ci riporta al racconto ‘Corpo senza l’anima’, trascritto dallo scrittore Italo Calvino da un testo francese del secolo scorso, ma anche al folclore tedesco.

Naturalmente: paese che vai, racconto che trovi. C’è sempre qualcosa di nuovo e di diverso. Il motivo di tale somiglianza e al tempo stesso diversità, è da rintracciare nella natura dell’uomo, che non è stato mai fermo. Una natura che conosco molto bene”, scherza l’autore e conclude: “Da che mondo è mondo, i popoli si incontrano e talvolta, purtroppo, si scontrano. Ci sono state le migrazioni e le mescolanze. Basti pensare ai marinai e agli emigranti. Viaggiando attraverso Paesi stranieri e vivendo in essi ascoltano vari racconti di altri popoli e, conservandoli nella memoria, li narrano a loro volta al ritorno a casa. Col tempo questi racconti vengono trasformati, adattati, mescolati con i racconti locali. Esattamente come ho fatto io”.

Gianfranco Miksa

 

217 – La Voce del Popolo  28/03/12 Speciale – Il disgelo del Quieto, per esplorare il corso del Fiume istriano più lungo

Speciale

a cura di Chiara Veranić

Una naturalista a passeggio un uscita di inizio primavera per esplorare il corso del fiume istriano più lungo Il disgelo del Quieto

Anche se fa un po’ freddo (ma è mattina presto), il tempo promette bene perché c’è un timido sole all’orizzonte. È da un po’ che ho il desiderio di esplorare quel tratto del Quieto che si può ammirare soltanto andando a piedi e la giornata che ho scelto per farlo mi sembrava proprio quella giusta. La sorgente del fiume più lungo dell’Istria (40 km circa) nasce in una valle sotto il colle di Colmo; vi si scende lungo un comodo sentiero che attraversa un bosco di pini neri e querce, abbarbicati sul terreno grigio (sedimenti di flysch) tipico di questa parte della penisola. La valle è umida e per niente silenziosa. Si sente, infatti, un vero e proprio concerto di uccelli limicoli stanziali, ben nascosti alla vista, ma soprattutto predomina il gracchiare petulante delle ghiandaie, che mi sorvolano curiosissime, impavide e quasi sfrontate. Sui terreni incolti cresce una folta vegetazione formata da canne e tife, mentre un groviglio di liane si abbarbica agli ontani e ai salici. Gli arbusti a rami rossi dei sanguinelli spiccano nel grigio della valle, ravvivando il paesaggio ancora spoglio. Qua e là boschi di pioppi piantati dall’uomo si alternano ai molti campi oramai abbandonati. Questi alberi, amanti dei terreni umidi, dal legno chiaro e tenero usato soprattutto nell’industria della carta, hanno una crescita eccezionalmente rapida.

Stanzie in rovina e case vuote

Durante il cammino, lungo il sentiero accosto a quello che per ora è solo un torrentello con acqua scarsa, m’imbatto in una stanzia in rovina. Sulle travi del soffitto di quella che un tempo era la cucina con il tipico focolare aperto e il lungo camino c’è un nido di rondine, disabitato, ma perfettamente intatto. Anche le case del paesino che segue sono vuote e in balia dei rovi che strisciano lungo i muri costruiti con blocchi di arenaria, squadrata con ottima perizia. I due boscaioli intenti a tagliare la legna sono le uniche persone che incontro lungo il cammino prima di arrivare al borgo di Cottole (Kotli). Dei quattro mulini di un tempo, soltanto uno è sopravvissuto, grazie a un ottimo restauro. Ciò che però cattura la mia attenzione, visto che il carso ha inghiottito anche la poca acqua del corso superiore, sono le magnifiche marmitte dei giganti, con del ghiaccio nei posti ombrosi, mentre laddove l’acqua è colata dai pertugi del canale che porta il flusso al mulino, si sono formate delle stalagmiti che il tiepido sole ha oramai quasi sciolto. Siamo infatti nel cuore dell’Istria, dove la temperatura, specie di notte, è sempre un po’ più rigida rispetto a quella del litorale.

Il lago di Bottonega, un serbatoio gigante

Ripercorro il sentiero a ritroso e decido di proseguire in macchina fino a Pinguente per vedere la gola da cui sbuca il Quieto prima di entrare nella valle. Passo accanto alla sorgente di S. Giovanni, la cui acqua viene captata per l’erogazione idrica e proseguo lungo il letto completamente asciutto del fiume, diretta a monte. L’alveo è stato ben arginato dopo la catastrofica alluvione del 1965 che ha portato anche alla costruzione, nel 1979, del lago artificiale di Bottonega (Butoniga) da cui parte il più importante affluente di sinistra. Prima della gola, molto pittoresca e dalle pareti scoscese, nel Quieto confluisce anche il torrente Draga, noto per le sue numerose cascate. Mentre mi dirigo alla prima, in una pozza esposta al sole noto una decina di notonette. Questi insetti rappresentano un vero e proprio miracolo d’ingegneria microscopica, in quanto sono capaci di nuotare e riposare poco sotto il pelo dell’acqua galleggiando sul dorso, a pancia in su, mentre le loro zampe posteriori stanno ampiamente divaricate a guisa di remi. Trattengono uno strato d’aria su varie parti del corpo, ma soprattutto sul ventre ed è proprio questo il motivo della loro strana posizione. Sono però anche degli eccellenti volatori, poiché si spostano in veri e propri sciami da una pozza all’altra. Lungo il sentiero che s’inoltra nella valle del Draga ci sono alcune gallerie, scavate per sondare la presenza di giacimenti di lignite, che infatti affiora in vari punti del terreno. Quando il sentiero si fa decisamente impervio, desisto dal proseguire e decido di dirigermi alla foce del Quieto.

Il fiume… trasformista

L’aspetto del fiume è stato notevolmente modificato nel corso dei secoli. In epoca romana sembra fosse navigabile sino a Pinguente, ma l’apporto del limo era tale da colmarne l’alveo, per cui nel Medioevo si arrivava sino a Bastia, l’antico porto di Grisignana, a una decina di chilometri dal mare. Vi veniva eseguito il carico di varie merci, soprattutto legname, che giunto al mare veniva issato a bordo delle navi. Nell’alternanza delle maree, l’acqua salmastra risaliva e ridiscendeva lungo il corso del fiume, portando con sé quantità notevoli di pesce, nutrito dalle acque ricche di sostanze organiche. A Ponte Porton il Quieto era attraversato dalla via Flavia, che collegava Trieste a Pola. Nel delta, il grosso del transito tra le due rive veniva effettuato dai battellieri.

Val di Torre: un paradiso ornitologico

Visitare la Val di Torre, dove il fiume sfocia, è sempre una bellezza per la ricca fauna alata che vi si trova in tutte le stagioni dell’anno. Una colonia di cormorani, instancabili predatori subacquei di pesci e crostacei, sta appollaiata sulle poche rocce affioranti, mentre uno splendido airone prende subito il volo non appena tento di immortalarlo. Probabilmente si tratta di un esemplare giunto dal nord a svernare nelle nostre regioni dalle quali ripartirà verso marzo per nidificare nei fiumi invasi dalla vegetazione, con rive boscose, stagni e acquitrini. La parata nuziale degli aironi è molto movimentata: il maschio grida sonoramente per attirare la femmina, gonfiando le piume. Una volta formata la coppia le quattro o cinque uova deposte si covano a turno; i giovani aironi sono già autonomi dopo nove settimane.

Castorini, che disastro…

Imbocco la strada sterrata che costeggia il fiume e quasi subito mi appare un grosso castorino (nutria) intento a rosicchiare con grande appetito un fusto di canna palustre. Questi grossi roditori erbivori originari del Sud America, si sono diffusi un po’ dappertutto in Europa per immissioni volontarie a opera dell’uomo o per fughe accidentali dagli allevamenti. La loro pelliccia è infatti molto pregiata, ed è proprio questo il motivo della loro introduzione nel nostro continente alla fine del diciannovesimo secolo. I castorini sono anche molto prolifici, poiché nell’arco della loro vita, che dura una decina d’anni, producono nidiate che vanno da tre a sei piccoli. Il guaio è che da noi non vivono i caimani, che sono i loro “stabilizzatori” naturali, per cui questi roditori sono considerati una tra le 100 specie aliene più dannose al mondo. In questa famosa lista nera sono entrati per i tremendi danni che provocano agli argini dei fiumi, dove scavano le loro tane, per la devastazione delle colture agricole, ma soprattutto per l’influsso negativo prodotto sulla biodiversità dei luoghi che letteralmente infestano. Soltanto in Italia ne sono stati catturati 220.000 esemplari, in seguito a danni per l’ammontare di milioni di euro. Sulla strada del ritorno, una fermata è d’obbligo nei pressi di Caschierga (Kašćerga), ai margini del lago di Bottonega, così surreale nella nebbiolina che si leva dalle acque placide: un serbatoio gigante d’acqua potabile per l’intera penisola istriana.

 

 

 

 

 

218 – Corriere del Giorno di Puglia e Lucania 24/03/12 I tanti volti di Trieste nel libro di Romano Zorzin

Il Libro di Lelio Romano Zorzin

 

I tanti volti di Trieste

 

di GIANNI IACOVELLI

 

Il libro di Lelio Romano Zorzin “La mia Trieste” (CEDAM editrice, con presentazione di Sabino Acquaviva) mi ha riportato alla me­moria un episodio dell’infanzia, ormai dimenticato nel magazzino dei ricordi. Ero un bambino di sei anni o poco più e stavo con i nonni a Rocca Imperiale: il “generale inverno” in quel tremendo 1942 aveva fatto chiudere tutte le scuole del Regno e i miei genitori mi avevano mandato in quel remoto paesetto della Calabria, al sicuro dai bombardamenti e dai rischi della guerra.

In quel periodo venne in licenza dai nonni il fratello di mia madre: mio zio Amedeo era un giovane ufficiale dell’esercito. Me lo ricordo alto e bello, i capelli biondi ondulati e gli occhi scuri.

Era di stanza a Trieste e veniva ad annunciare alla madre che li si era fidanzato. La notizia non piacque alla nonna che, da matriarca vecchio stampo, governava saldamente la vita dei figli e non aveva in buon conto le ragazze settentrionali. Assistetti attonito a memorabili litigi e, alla fine, a una partenza burrascosa che si rilevò senza ritorno. Questo mio zio fu protagonista di vicende drammatiche: fu ferito e perse un braccio in un bombardamento, aderì alla Repubblica Sociale e fu ricercato durante l’occupazione titina della città, fu nascosto e sal­vato dalla fidanzata che poi, natu­ralmente sposò. A Trieste ha pro­seguito la sua vita come funziona­rio di banca, con la passione per la numismatica. Con lui ho intratte­nuto, in seguito, un rapporto un rapporto molto speciale. Mi dava notizie (logicamente per lettera) e mi mandava fotografie – ero or­mai adolescente – dei moti di Trieste del ’53 e dello sbarco dei ber­saglieri il 26 ottobre 1954, quando avvenne la seconda “redenzione” della città. Zorzin ricorda tutto questo e descrive le vicende di quegli anni con passione ed entusiasmo. “La mia Trieste” è un libro parti­colare, non solo per questi motivi. Non è comunque una storia mu­nicipale in senso stretto. o, meglio, la storia c’è, ma è una storia vissuta giorno dopo giorno, dall’autore e dai suoi familiari ed amici, nel tempo incerto e tormentato che comprende gli anni del fascismo e prosegue sino alla seconda guerra mondiale ed oltre. Non è neppure un memo­riale, fra i tanti che hanno affollato, e affollano, la pubblicista nazionale e internazionale. E’ un libro speciale, in cui antropologia, sociologia, politica ed economia segnano in modo esemplare le vicende varie e complesse di un territorio – l’Istria e la Venezia Giulia – in cui convivono da sempre opposti sentimenti, l’amore per l’Italia e il rispetto per l’Au­stria, l’irredentismo e la conservazione, e dove convergono e si amal­gamo etnie, religioni, culture diverse e spesso contrastanti.

E’ una analisi accurata, talvolta meticolosa (mai fredda e distac­cata), della storia di Trieste nell’ultimo secolo, scandita dai fatti di cronaca (quelli ordinari e quelli straordinari, come la vicenda di Gu­glielmo Oberdan) e vivacizzata dai riferimenti personali dell’Autore, che a Trieste è nato ed è vissuto sino a quando la famiglia, dopo la guerra, si è trasferita a Roma.

E’ – come recita il sottotitolo del libro – una vera e propria “anatomia e patologia di una città di confine”, in cui il problema identitarie assume un valore particolare. Al problema dell’identità culturale, linguistica, sociale, umana della “sua” Trieste Zorzin dedica molte pagine del libro. Un problema che, come per ogni città di frontiera, è difficile da esa­minare e ancor più difficile da risolvere. Un problema che ha creato ten­sioni e contrasti ed io non credo che le nuove situazioni create dall’unità europea, l’abbattimento delle frontiere e la moneta unica, abbiano cam­biato di molto i termini della questione. Lelio Zorzin è medico (alla si­tuazione sanitaria di Trieste dedica un ampio capitolo del libro), già do­cente universitario alla Sapienza, cultore – come chi scrive – di storia della medicina. E’ anche (il che non guasta) un fine scrittore, un nar­ratore semplice e piano, avvincente quanto basta e quando necessario.

“La mia Trieste” è un libro da leggere, come pochi in questi tempi difficili.

 

 

 

 

 

219 – Il Piccolo 29/03/12 Daša Drndi: Dopo l’Inghilterra forse pure l’Italia leggerà i miei libri

Dopo l’Inghilterra forse pure l’Italia leggerà i miei libri La scrittrice docente all’Università di Fiume «Ci sono contatti con Adelphi e con Einaudi» INTERVISTA A DAŠA DRNDI‚ L’autrice croata di “Trieste” che l’Italia non può leggere

Hanno cambiato il titolo originale “Sonnenschein” in “Trieste”: pensavano fosse più accattivante per i lettori britannici. Lì Trieste è un mito Se fossi un po’ più giovane andrei sulle barricate. Sono convinta che uno scrittore, un intellettuale non può non essere critico nei confronti del Potere

di Alessandro Mezzena Lona

FIUME Daša Drndi„ non vive nello spazio profondo. Abita a Fiume-Rijeka, poco più di 100 chilometri da Trieste. Milano e Roma, senza dubbio, sono più lontane. Ma com’è possibile che in Inghilterra il suo romanzo intitolato “Trieste” sia definito un capolavoro dai recensori dell’“Independent”, del “Financial Times” e in Italia nessuno prenda in considerazione la scrittrice croata? Misteri della nostra editoria, che inonda le librerie di volumi inutili e a volte scopre gli scrittori bravi quando ricevono il Nobel. Com’è accaduto con Wyslava Szymborska o con Herta Müller. Nata a Zagabria, laureata a Belgrado, vissuta per un periodo in Canada, Daša Drndi„ insegna Letteratura inglese alla facoltà di Filosofia dell’Università di Fiume-Rijeka. Nel suo Paese ha già pubblicato dodici libri tra romanzi, racconti, poesie, testi teatrali. Prima di essere tradotto in inglese da Ellen Elias Bursac per la casa editrice MacLehose Press, “Trieste” è uscito nel 2007 in Croazia pubblicato da Fraktura. Con il titolo originale “Sonnenschein”, ovvero “Lo splendore del sole”. Romanzo che contiene in sé anche il rigore del saggio storico, racconta gli orrori della Seconda guerra mondiale tra Gorizia, Trieste e dintorni. Seduta al tavolino di un caffè davanti alla stazione di Fiume-Rijeka, Daša Drndi„ racconta la sua storia affiancata dall’amica traduttrice Ljiljana Avirovic, vulcanica e preziosissima esperta della letteratura dei Balcani. «Se ho pubblicato il mio romanzo in Inghilterra lo devo all’intraprendenza del mio editore croato – spiega Daša Drndi„ -. E’ stato lui a proporre la traduzione di “Trieste”. Il titolo, poi, l’hanno cambiato gli inglesi. Pensavano che fosse più accattivante per i loro lettori». Il nome di Trieste fa vendere di più? «Esiste un mito di Trieste in Inghilterra. Non dimenticano, ovviamente, il fascino delle “Elegie duinesi” di Rainer Maria Rilke né gli anni vissuti in città da James Joyce. E, più in generale, il mito si estende a tutta l’Italia del Nord». A lei piace quel titolo? «All’inizio no. Mi sembrava il titolo perfetto per una guida turistica. Se poi consideriamo che, poco dopo, ho pubblicato un libro intitolato “Aprile a Berlino”, potrebbe sembrare che io scriva romanzi per suggerire viaggi perfetti». Mai avuto contatti con editori italiani? «So che l’editore inglese ha preso contatto in Italia con Adelphi e Einaudi. I miei libri sono tradotti in Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Olanda e tra poco anche in Francia». Quando si è sentita scrittrice? «Scrivevo fin da ragazzina, ma non voglio dire che era una grande passione. Perché credo che chi scrive non deve farsi cullare dalle emozioni. Altrimenti i suoi testi saranno troppo intrisi di miele. Finiranno per perdere forza letteraria». Ma un ragazzo non è mai freddo, non controlla le emozioni… «E’ vero. Però, con il tempo, anche lo scrivere diventa un mestiere. E un bravo professionista deve imparare a controllarsi, a essere lucido. Razionale». Da bambina scrittrice a professionista? «Credo di non avere mai scritto, come si dice, per l’anima. Per il mio gusto. No, i miei romanzi sono nati perché ero convinta di avere qualcosa da dire. La mia unica anima è la lingua che possiedo, con cui mi esprimo. E se fossi un po’ più giovane andrei sulle barricate». Sulle barricate? «Sono convinta che gli intellettuali abbiano una responsabilità precisa. Possono accedere ai media, farsi ascoltare. Quindi, devono parlare. Trovo vergognoso che dal mondo accademico pochissime persone trovino il coraggio di alzare la voce. Ma come: uno scrittore non può non essere critico nei confronti di chi comanda». Sta dicendo che la sua è una missione? «Esattamente. Io ho una missione da svolgere. Non posso andare sulle barricate per cambiare la realtà? Bene, allora devo usare gli strumenti che ho. La lingua, la scrittura, per arrivare alla gente. Per denunciare le storture del Potere». L’orrore dell’Olocausto è presente in quello che scrive. «Allargherei l’orizzonte. Uno dei temi che stanno al centro del mio mondo letterario è il Male. All’interno di contesti diversi. Nell’ambiente familiare, nei rapporti tra uomini e donne, nel confronto tra i cittadini e il Potere». Un Male che non ha radici religiose? «No, non mi interessano le questioni religiose. Anche se nel mio romanzo “Trieste” non posso evitare di affrontare certe storie che riguardano la Chiesa cattolica. Per esempio, il ruolo di Papa Pio XII nei confronti degli ebrei e dei nazisti». Se la Chiesa sbaglia, non mancano i preti onesti. «Infatti ci sono figure di sacerdoti a me molto cari. Ci sono storie di suore che salvarono i bambini ebrei durante la seconda guerra mondiale. Però sappiamo anche che ci sono casi di ragazzini, fatti convertire al cattolicesimo, che poi non venivano più restituiti alle loro famiglie israelite d’origine. E questo è un crimine». Il Male non risparmia il nostro tempo. «No, basterebbe pensare al ritorno dei nazionalismi All’odio tra popoli diversi. Al sospetto con cui vengono guardate le persone che vengono “da fuori”». Perché ha ambientato il suo romanzo nella zona di Trieste e Gorizia? «Perché lì, negli anni della guerra, si mescolavano popoli diversissimi: italiani, sloveni, croati, tedeschi. Quello che accadeva allora, i soprusi nei confronti delle minoranze, si è ripetuto in Croazia e in Serbia durante la recente guerra fratricida che ha insanguinato l’ex Jugoslavia. La Storia si ripete». La Storia la fanno gli uomini… «Appunto, in teoria la fanno i grandi personaggi. Ma poi, se andiamo a guardare, questi uomini si ergono sulle spalle di masse di persone anonime. Senza le quali nessuno si ricorderebbe di loro». Come vive uno scrittore in Croazia? «Più bravo è lo scrittore meno spazio gli danno sui giornali. Loro preferiscono i libri “leggibili”, popolari. Quelli che scrivo io non sono in cima alle classifiche, non hanno tirature enormi. Mi leggono poche persone, ma io sono felice così». Ma c’è una politica culturale? «Dicono che non sia bene parlare contro il proprio Paese. Il problema basilare è che la Croazia non ha una politica culturale forte. Se uno scrittore ottiene un certo successo è perché lui si è dato da fare. A volte, anche il caso gioca un ruolo importante. La guerra, poi, ha bloccato tutto per tanto tempo. E credo che se fossero stati chiarite le questioni rimaste aperte dopo la Seconda guerra mondiale, serbi e croati non sarebbero finiti ad ammazzarsi in maniera bestiale». Più facile avere successo all’estero? «Se sei una scrittrice donna, senz’altro. Perché è ancora più difficile farsi leggere, ascoltare». Si sente in sintonia con qualche scrittore europeo? «Potrei citare Thomas Bernhard, Elfriede Jelinek, W.G. Sebald, Herta Müller. E poi, Franz Kafka, il padre di tutti noi. Credo che uno scrittore serio abbia l’obbligo di leggere molto. Non esiste scrittura che non abbia alle spalle buone letture». Sta scrivendo? «Ho appena finito un nuovo romanzo. Per staccarmi dall’Olocausto ho voluto affrontare il tema della vecchiaia. Ma dalla parte degli uomini, perché per il nostro mondo sembra che a invecchiare siano solo le donne. Eppure, anche i maschi perdono i capelli, ingrassano, s’imbruttiscono, diventano impotenti». Quando scrive? «Scrivo e non mi fermo mai. Posso andare avanti dalle otto alle dodici ore continuate, ogni giorno. Ci vuole un grande impegno per ottenere un buon risultato. Mi piace scrivere stando comoda. In pigiama o in tuta». Lei, di mestiere, fa la docente all’Università. «Non mi piace molto questo mestiere. E poi, non è stato facile arrivare in cattedra. Quando hanno bandito il concorso, mi sono presentata al direttore di dipartimento per chiedere informazioni. Il problema è che avevo un accento strano, forse per i miei studi fatti a Belgrado, per gli anni vissuti all’estero con la mia famiglia, in Canada. Insomma, mi ha chiesto: “Ma lei è croata?”. E io, senza pensarci troppo su: “Non lo voglio dire. Sono Daša e basta”».

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