Vent’anni dopo nella ex Jugoslavia

Posted on March 28, 2012


II Mulino – 01-GEN-2012 Roberto BelIoni e Francesco Strazzari Vent’anni dopo nella ex Jugoslavia Un pessimismo diffuso, talvolta accompagnato da sentimenti euroscettìci La ex Jugoslavia vent’anni dopo, fra sicurezza e geopolitica Quanto è difficile fare i conti con il passato Fra gli ultimi mesi del 1991 e la primavera del 1992 la guerra di­lagava nel cuore dell’ormai ago­nizzante federazione jugoslava, estendendosi dai confini della Croazia alle montagne e alle cit­tà della Bosnia Erzegovina. Una lunga serie di conflitti armati san­guinosi, alimentati da un intrec­cio perverso di nazionalismo e interessi predatori e combattuti da un numero instabile di eserciti e bande criminali, avrebbe scon­volto la penisola balcanica. La dif­fìcile strada della transizione poli­tica ed economica era deragliata; l’Europa e il mondo faticavano a capire. Nonostante la sicumera esibita dai tanti che, imbevuti di cliché balcanisti, trovavano nelle violenze la prova dell’artificialità della Jugoslavia, o dell’ipotesi di coesistenza fra comunità (e per­sino civiltà!), ci sarebbero voluti più di dieci anni perché la vio­lenza separasse ciò che era stato unito, quando non intimamente mescolato, facendo risorgere su un fondale di intimidazione e pu­lizia etnica Stati-nazione che, visti da vicino, assomigliavano mol­to di più a etnocrazie sorte dal saccheggio dei cittadini. Spenti gli incendi principali grazie an­che all’intervento militare iniziato dagli Stati Uniti, il decennio che sarebbe seguito sarebbe stato se­gnato dalla ricostruzione e dalla nascita di un nuovo ordine regio­nale rivolto all’Europa. I «Balcani occidentali» hanno compiuto notevoli progressi in campo economico, politico e so­ciale da quando, dandosi conve­gno a Zagabria nel 2000, l’Unione europea (Ue) ha iniziato ad arti­colare l’idea che il futuro di que­sta regione risieda nell’integrazio­ne con le istituzioni europee, e che questa integrazione passi per nuove forme di cooperazione fra vicini che da poco hanno depo­sto le armi. Questo riconoscimen­to è coinciso con importanti cam­biamenti avvenuti nella regione: su tutti, determinante l’uscita di scena degli artefici del disegno di Grande Serbia e Grande Croazia: il fautore della «guerra patriottica», nonché presidente della Croazia, Franjo Tudjman (deceduto nel 1999) e il leader serbo Slobodan Milosevic (caduto a Belgrado nel 2000 e deceduto a l’Aia in una cella del Tribunale per i crimini di guerra). Se comparata ai foschi scena­ri dipinti dalla gran parte degli osservatori all’indomani delle guerre, la regione ex jugoslava potrebbe essere vista oggi come in fase di piena rinascita. Le isti­tuzioni democratiche locali sono riconosciute come legittime sia dai cittadini sia dalle numerose organizzazioni internazionali che ancora operano nella regione, con compiti di assistenza, moni­toraggio e, talvolta, con poteri di intervento. A molti i Balcani ri­chiamano alla memoria i termini drammatici della questione uma­nitaria. Oggi, in termini aggrega­ti, i livelli di sviluppo appaiono accettabili: se si presta attenzione ail’«indice di sviluppo umano» -che combina reddito prò capite, livello d’istruzione e aspettativa di vita – se ne deduce che per lo più i Paesi ex jugoslavi possono essere considerati come «altamen­te sviluppati». Ciò premesso, alcuni seri proble­mi in ambito economico, politico e di sicurezza continuano a costi­tuire una fonte di preoccupazio­ne sia per le istituzioni politiche locali sia per gli attori internazio­nali che più si sono impegnati a sostenere un complesso processo di stabilizzazione e transizione della regione, l’Ue in primo luogo. Dal 2000 in avanti i Balcani occi­dentali hanno vissuto un periodo di crescita economica nominale considerevole. Il dato aggregato relativo alla regione mostra infat­ti, per esempio, una crescita me­dia superiore a quella dei Paesi che sono diventati membri dell’ Ue nel 2004. Fino al 2009, il tasso di crescita annuo non è mai calato sotto il 4,7%, con un picco del 7% nel 2004. Lo schiarirsi degli orizzonti po­litici nazionali, pur costellato di contraddizioni e incertezze, ha certamente contribuito a rendere questo trend possibile. Nel 2000 Serbia e Croazia si sono avviate lungo un processo di transizione e di consolidamento delle istitu­zioni democratiche nel segno della «europeiz-zazione»; la cri­si macedone del 2001 è stata affrontata e risolta, almeno par­zialmente, prima che potesse evolversi in un conflitto armato su larga scala; l’indipendenza del Montenegro nel 2006 e quella del Kosovo nel 2008 non hanno innescato nuovi conflitti armati e – sia pure fra numerose ombre e incognite – hanno fornito una risposta a perduranti richieste di autodetenninazione nazionale, creando la base per nuove for­me di relazione con la comunità internazionale. Forse è eccessivo considerare lo spazio ex jugoslavo come una prova del funzionamento dell’ipo­tesi di «pace liberale». Tuttavia, è innegabile che il decennio di ricostruzione assistita e State-buil­ding che è seguito al «decennio delle guerre* (e degli interventi militari Nato) abbia visto all’ope­ra i tre elementi-chiave che carat­terizzano tale ipotesi (istituzio­ni internazionali, democrazia e mercato), e che questo secondo decennio abbia registrato un pro­gressivo miglioramento del qua­dro di stabilità politica generale. L’Ue ha garantito un trattamento preferenziale alla regione, elimi­nando le tariffe per quasi tutti i prodotti, e promuovendo un mer­cato unico dell’energia. Sempre in ambito commerciale, un ruolo di crescente importanza è svolto dal Cefta, accordo di libero scambio firmato nel dicembre del 2006 da Albania, Bosnia, Croazia, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montene­gro e Serbia, il quale ha liberaliz­zato il commercio intra-regionale. Larga parte del commercio estero dei Paesi Certa si svolge oggi con l’Ue: quest’ultima ha incluso tra le richieste sottoposte agli aspi­ranti membri il requisito di creare aree di libero scambio. Gli Stati membri si sono impegnati alla progressiva liberalizzazione del settore dei servizi, a migliorare il coordinamento delle politiche per gli investimenti, ad assicurare maggiore trasparenza ed equità negli approvvigionamenti statali (government procurement) e a garantire la protezione dei diritti di proprietà intellettuale. In gene­rale, la necessità di riforme strut­turali volte a favorire la transizione verso un modello di economia liberale non è oggetto di discus­sione da parte delle elite locali, che invece riconoscono gli effetti positivi di tali iniziative. Tali ef­fetti sono stati confermati anche dalla Banca europea per la Rico­struzione e lo sviluppo (Ebrd), che ha assistito e monitorato il processo di transizione all’econo­mia di mercato, certificando una chiara correlazione tra le riforme richieste e la crescita economica. Ma occorre in primo luogo con­siderare il punto di partenza estremamente basso. Il quadro economico di vent’anni fa, alla vigilia della guerra, era quello di un Paese sprofondato nella crisi economica più dura vista in Euro­pa dal dopoguerra. Le distruzioni belliche diedero 0 colpo di grazia alla produzione, e disarticolarono uno spazio economico integrato. Nonostante i risultati raggiunti, alcuni Paesi (Bosnia, Macedonia, Montenegro e Serbia) non hanno ancora recuperato il Pil del 1990. Le economie della regione riman­gono poco competitive sul piano internazionale. Il World Econo­mie Forum ha valutato la Bosnia al 100″ posto nella graduatoria globale sulla competitività per il 2011-2012 (su 142 Paesi conside­rati); la Macedonia si trova al 79″, la Serbia al 95J, il Montenegro al 60° e la Croazia al 76″. Nel 2008 le Nazioni Unite stimavano che, sulla base dei trend di crescita degli ultimi anni, e immaginando una rapida conclusione della crisi finanziaria globale, sarebbero oc­corsi circa 50 anni per i Balcani occidentali per raggiungere i li­velli di sviluppo dell’Europa oc­cidentale. Questi dati riflettono la persi­stenza di problemi strutturali. Lo spazio ex jugoslavo si caratterizza per forti deficit commerciali do­vuti alle importazioni massicce e alla difficoltà a competere, e dunque a esportare. Corruzione e procedure burocratiche ineffi­cienti ostacolano gli investimenti esteri, soprattutto in Bosnia, Ma­cedonia e Serbia. Particolarmen­te preoccupante è l’alto livello di disoccupazione, che – secondo le stime ufficiali – varia dal 9% della Croazia, al 45% del Kosovo, pas­sando per il 20% della Serbia, il 25% del Montenegro, il 30% della Bosnia, il 35% della Macedonia. In questo contesto il Kosovo è il fanalino di coda, con il poco in­vidiabile record di essere oggi il Paese più povero d’Europa (inol­tre, l’Fmi è fortemente critico ver­so il mancato rispetto dei patti in tema di conti pubblici). Secon­do la Banca mondiale, il 45% di questa popolazione vive sotto la soglia della povertà e il 14% ha difficoltà a soddisfare i propri bi­sogni nutrizionali. Il salario me­dio in Kosovo è di appena 200 euro al mese, contro i 750 della Croazia. Sia pure con gradi e modalità dif­ferenti da caso a caso, in tutti i Paesi della regione l’economia informale svolge un ruolo fondamentale ed è legata a dinamiche tanto di sopravvivenza dei mol­ti quanto di arricchimento dei pochi. In Bosnia, ad esempio, il settore informale, letteralmente esploso fra guerra e dopoguer­ra, è solitamente stimato come ancora rappresentativo del 50% dell’economia. Nonostante il contributo dato al sostegno eco­nomico di individui e famiglie, l’economia informale priva gli Stati interessati di ingenti risorse e margini di manovra sulle poli­tiche economiche. Essa inoltre si accompagna tipicamente al fiorire di nuovi modelli di ascesa sociale, che talvolta confinano con prati­che illecite e criminali. A fianco delle economie extralegali, la pia­ga della corruzione non accenna a guarire, secondo Transparency International, che punta il dito soprattutto su Macedonia, Serbia, Montenegro e Bosnia. I Paesi post-jugoslavi sono stati colpiti duramente dalla crisi fi­nanziaria globale. Dal 2008 in avanti la produzione industriale in Serbia è crollata del 12%, in Montenegro del 31, in Croazia del 9. Solo Bosnia e Macedonia non hanno registrato forti riduzioni, ma solo per il momento. Drasti­che misure di austerità e crescen­ti livelli di disoccupazione, pover­tà e diseguaglianza hanno ina­sprito un po’ ovunque il clima sociale. Gli analisti prevedono per il prossimo futuro che questi Pae­si dovranno affrontare un lungo periodo di crescita lenta fronteggiando diffìcili problemi dovuti all’esclusione sociale di una parte significativa della popolazione. Per rispondere alla crisi, nel 2009 le istituzioni economiche e finan­ziarie hanno lanciato un’iniziativa ad hoc, conosciuta come «Vienna Initiative»: Ebrd e Imf si sono impegnati a far sì che le banche estere nella re­gione continui­no a ricevere sostegno dalle pro­prie filiali in Europa occidentale, così da garantire investimenti e credito a livello locale. Difficoltà economiche strutturali, forte disoccupazione e alti livelli di corruzione costituiscono fonda­ti motivi di preoccupazione. Non sorprende, quindi, il persistere tra i cittadini delle repubbliche ex ju­goslave di forme di pessimismo diffuso, talvolta accompagnato a crescenti sentimenti euroscet­tìci. Nel 2006 e nel 2011 Ebrd e Banca mondiale hanno condotto un’interessante ricerca sulla «Vita in Transizione», somministrando ai cittadini di 28 Paesi, tra i qua­li quelli post-jugoslavi, una serie di quesiti relativi alla loro espe­rienza quotidiana; fra questi, do­mande circa l’attitudine nei con­fronti dell’economia di mercato e della democrazia, e giudizi sulle istituzioni e sui servizi pubblici. L’aspetto più sorprendente che emerge è forse il grado di insod­disfazione diffuso tra i cittadini, molti dei quali si mostrano fermi nel ritenere che le loro condizioni di vita fossero migliori nel 1990. Un atteggiamento che riflette, per un verso, la consapevolezza rispetto ai problemi che ancora affliggono la regione, e, per l’al­tro, la nostalgia per un tempo in cui le guide turistiche dell’Europa occidentale includevano le regio­ni jugoslave, e lo stesso accadeva per i tour dei più famosi gruppi rock. Allo stesso tempo, tuttavia, il pessimismo si riverbera nega­tivamente sulle istituzioni emerse in seguito ai conflitti degli anni Novanta. In Bosnia, Croazia e Serbia, meno del 30% degli inter­vistati si dichiara favorevole alle istituzioni democratiche e all’eco­nomia di mercato e, anzi, si espri­me a favore del ritorno a forme di governo autoritarie. Le guerre jugoslave hanno mie­tuto decine di migliaia di vitti­me, e portato la distruzione di infrastrutture e abitazioni, oltre all’ispessirsi di un clima di odio e sospetto tra i diversi gruppi etno-nazionali che a diverso ti­tolo convivevano nelle strutture federate. Dall’inizio del processo di dissoluzione di queste struttu­re per mano di un vasto apparato di milizie ed eserciti più o meno regolari, la questione sicurezza, declinata tanto in termini militari tradizionali così come di soft-se­curity issues, ha dominato l’agen­da politica tanto nella regione quanto in Europa. Le guerre sono state accompagnale da flussi più o meno manipolati di milioni di rifugiati, di migranti e di com­merci illegali che hanno fatto la fortuna di quelle cerchie affaristico-criminali che hanno pesan­temente condizionato i processi di formazione dei nuovi Stati. L’eredità di questi intrecci, spes­so coperti dalle fanfare dell’eroi­smo patriottico, si è dimostrata difficile da provare. Persino nel­la Croazia di oggi privatizzazioni manovrate, manipolazioni banca­rie e scandali legati a corruzione e malversazione hanno avuto un peso determinante nell’orientare il dibattito pubblico, e nel con­dannare – in occasione delle ele­zioni tenute lo scorso dicembre – il partito nazional-conservatore Hdz all’opposizione di un gover­no saldamente in mano a una coalizione di centrosinistra. Om­bre legate alla collusione con ma­fie e interessi criminali non han­no certo aiutato la reputazione del governo montenegrino e, più in particolare, quella della cerchia di potere vicina all’ex presidente Milo Djukanovic, già incorso in guai giudiziari anche con la ma­gistratura italiana. Infine, volendo spostare lo sguar­do sul Kosovo, va segnalato come gli apparati di intelligence occi­dentali continuino ad allertare circa la pervasività di intrecci fra organizzazioni criminali e potere politico, in questo caso formato in gran parte da ex combattenti, «protetti» da reti di sicurezza più o meno formalizzate. Non deve sorprendere il fatto che l’Ue, nell’attrezzare per il Kosovo la propria più importante missione di politi­ca estera comune, abbia deciso di definirne nome (Eulex) e funzio­ni attorno a mie of law e standard di legalità. A ben guardare, non è per pura coincidenza che le contraddizioni europee su come gestire la crisi jugoslava si siano rese ben visibi­li durante il vertice di Maastricht di fine 1991, quando la Germania puntò i piedi e di fatto impose ai partner il riconoscimento delle secessioni di Slovenia e Croazia, contro le stesse raccomandazio­ni del comitato appositamente nominato da Bruxelles, che ve­deva condizioni favorevoli in Slovenia e Ma­cedonia. L’inte­ro decennio di violenza che ne seguì ha visto l’Ue in posizione marginale sull’agenda degli in­terventi in materia di sicurezza e stabilità regionale, agenda che è stata egemonizzata dalla Nato, su diretto impulso statunitense. La presa in carico dello spazio post-jugoslavo da parte di Bruxelles avviene con gradualità, a partire da iniziative di ricostruzione e amministrazione civile in Bosnia, per poi allargarsi a missioni di polizia. È solo nel 1999, dopo la guerra del Kosovo, che l’Ue, oltre a svi­luppare la propria politica estera anche in settori di difesa e sicurezza, concepisce una strategia regionale complessiva, architet­tando il Processo di stabilizzazio­ne e associazione e – a partire dal Consiglio europeo di Salonicco del 2003 – dischiudendo esplicita­mente la prospettiva dell’allarga­mento e della membership a tutti i Paesi ex jugoslavi. Il processo si basa sulla convinzione che stabi­lizzazione regionale e integrazio­ne europea debbano procedere di pari passo, rafforzandosi vi­cendevolmente. In realtà, stabiliz­zazione e integrazione riflettono logiche differenti, e possono tro­varsi in conflitto. La stabilizzazio­ne si incardina sulla dimensione regionale, dal momento che i problemi della sicurezza hanno importanti aspetti transfrontalieri che non possono essere affronta­ti e risolti individualmente da cia­scun Paese ex jugoslavo. Per con­trasto, il processo d’integrazione si sviluppa in maniera bilaterale tra l’Unione e gli aspiranti Stati membri. In questo processo, for­temente segnato dalla logica della condìzionalità, alcuni Paesi parto­no da migliori condizioni iniziali oppure avanzano più velocemen­te. Di conseguenza, stabilizzazio­ne e integrazione sono obiettivi difficilmente raggiungibili simul­taneamente. In sostanza, anziché migliorare la cooperazione tra ex nemici, l’approccio regiona­le ha spesso alimentato tensioni e divisioni tra gli Stati coinvolti. Di fatto, tutti gli Stati ex jugoslavi hanno espresso riserve su questo approccio, esprimendo il timore che il processo di integrazione possa essere ostacolato e ritar­dato dalla presenza di Paesi ina­dempienti rispetto alle richieste europee. È comunque un fatto che, dai tempi delle guerre, in cui aveva guadagnato spazio l’immagine secondo cui «nei Balcani gli Stati Uniti cucinano, e gli europei la­vano i piatti», l’influenza politica europea è cresciuta notevolmen­te in tutta l’area ex jugoslava. La Slovenia è entrata nella Ue già nel maggio del 2004; il Consiglio europeo di Bruxelles di dicembre 2011 ha deciso che la Croazia se­guirà nel luglio 2013. Tutti gli altri Paesi restano uno o due passi in­dietro lungo il processo che porta ai negoziati di adesione. Tre sono le questioni di natura geopolitica parzialmente irrisolte attorno alle quali si avvita il futu­ro del processo di allargamento. In primo luogo, lo stato comatoso delle istituzioni bosniache. In se­condo luogo, il continuo rinfoco­larsi della disputa sul nome della Repubblica di Macedonia, che vede Atene e Skopjc protagoniste di una acrimoniosa quanto appa­rentemente insensata querelle archeologico-simbolica che, dopo averne soffocato i commerci, ha bloccato l’accesso della piccola Repubblica ex jugoslava alla Nato nel 2008, e che dal 2005 tiene di fatto i macedoni inchiodati allo status di «candidati Ue», senza consentire di aprire i negoziati. Una recente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia segna un punto a favore di Skopje; tut­tavia, l’ostinazione con cui i na­zionalisti al governo in Macedo­nia non perdono occasione per provocazioni simboliche è figlia di un calcolo che fa leva sull’in­transigenza greca a fini elettorali interni e non promette nulla di buono in prospettiva europea. La seconda questione riguarda le re­lazioni Serbia-Kosovo, a partire dal recente riattizzarsi di tensioni nei distretti settentrionali del neo-Stato a maggioranza albanese: in questa zona confinante con la Serbia la stragrande maggioranza della popolazione è serba, parla serbo e rifiuta di essere separata da Belgrado da un confine statale che non è mai esistito e da guar­die di frontiera il cui arrivo equi­varrebbe a riconoscere la sovrani­tà di Pristina. Per parte sua il governo filo-europeo del leader democratico serbo Boris Tadic si trova in serie difficoltà, non rico­noscendo l’indipendenza del Ko­sovo (come del resto 5 Stati mem­bri dell’Ue), e dunque faticando a disconoscere le ragioni dei serbi del Kosovo settentrionale, i quali nel frattempo hanno provocato­riamente chiesto aiuto a Putin e cittadinanza alla Russia, L’escala­tion di violenze fra l’estate e l’in­verno 2011, culminata in scontri che hanno visto, fra l’altro, il feri­mento di decine di militari tede­schi e austriaci, ha indotto Tadic a parole di condanna, all’invito alla smobilitazione e ad accettare infi­ne la presenza di doganieri e po­liziotti albanesi al confine quali «osservatori». Da un punto di vista politico, le conseguenze delle guerre degli anni Novanta sono ancora ben visibili. Il Tribunale Penale per la ex Jugoslavia, con sede all’Aia, ha faticato non poco ad assicurarsi un livello minimo di coopera­zione, indispensabile per arriva­re all’arresto e all’espatrio dei presunti criminali di guerra. Nonostante la fine dei regimi autoritari in Croazia e Serbia, la cooperazione di questi Paesi non è mai stata completa. Solo il progressivo indebolimento dei network di sostegno politico ai maggiori responsabili dei crimini degli anni di guerra ha consentilo il raggiungimento di importanti risultati. Nel dicembre del 2005, il generale croato Ante Gotovina è stato arrestato a Tenerife ed estra­dato all’Aia per rispondere dell’ac­cusa di crimini di guerra e con­tro l’umanità perpetrati durante l’Operazione Tempesta, nell’ago­sto del 1995, durante la quale più di 200.000 serbi vennero espulsi dalla regione croata della Krajina. Nel luglio del 2008 Radovan Karadizic, il leader politico dei serbo-bosniaci, è stato arrestato a Bel­grado e subito estradato all’Aia. Nel maggio del 2011, stessa sorte è toccata a Ratko Mladic, il generale serbo responsabile, tra l’altro, dell’uccisione a sangue freddo di circa 8.000 uomini in seguito alla caduta dell’enclave musulmana di Srebrenica, nel luglio del 1995. Da alcuni anni il tribunale dell’Aia ha comunque iniziato a ridurre le proprie attività, concentrandosi sui casi più eclatanti, quali i pro­cessi a Karadzic e Mladic (Gotovina è stato condannato in primo grado, nell’aprile del 2011, a 24 anni di reclusione), e trasferendo gradualmente le proprie compe­tenze ai tribunali locali, dove però il panorama legislativo per con­sentire il processo degli indiziati è spesso lontano dall’incontrare condizioni ideali. In molti casi vit­time, testimoni e indiziati vivono in Paesi differenti della penisola balcanica. La cooperazione regio­nale, indispensabile, risulta spes­so essere ancora inadeguata. A questo quadro si aggiunga che, secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati, circa 450.000 persone risultano ancora essere rifugiate o sfollate. Con la Dichiarazione di Sarajevo del febbraio 1998, Bo­snia, Croazia, Serbia e Montene­gro si sono impegnati a risolvere questo problema, ma molte sca­denze sono state disattese. Due incontri recenti, tenuti a giugno e settembre 2011, hanno tentato di rilanciare il processo, ma, con l’esaurirsi delle risorse economi­che destinate a favorire i ritorni, la risoluzione definitiva del pro­blema appare ancora distante. Una domanda interessante (e una questione politica spinosa) riguarda la possibilità che la Re­pubblica serba di Bosnia possa legittimamente usufruire di un di­ritto all’autodeterminazione che, se esercitato, la porterebbe alla secessione dalla Bosnia. Da quan­do il Montenegro ha dichiarato l’indipendenza, nel 2006, e an­cor più di fronte alla secessione del Kosovo, l’elite politica serbo­bosniaca ha chiesto a gran voce un referendum per determinare il futuro della propria Repubbli­ca, attualmente una entità semi­autonoma all’interno dei confini della Repubblica di Bosnia Er­zegovina. Per tutta risposta, la leadership bosniaca bosgnacca (musulmana), che da sempre fa­vorisce il rafforzamento delle isti­tuzioni centrali a Sarajevo, dove i bosgnacchi sono maggioritari, ha richiesto l’abolizione dell’autono­mia serbo-bosniaca. Nel frattem­po, entrambe le parti si stanno riarmando. Secondo fonti di intel­ligence occidentale acquartierate a Sarajevo, associazioni di vete­rani, compagnie di sicurezza pri­vata, e «gruppi di cacciatori» sta­rebbero da tempo ammassando munizioni e armi. Per molti analisti il Paese è sull’or­lo del collasso. Da un lato vanno riconosciuti i progressi formali compiuti. Le competenze dello Stato sono cresciute in maniera significativa. Ai tre ministeri creati dall’Accordo di Dayton, che pose fine alle ostilità nel 1995, altri sei si sono aggiunti nel corso degli anni, migliorando le capacità del­lo Stato bosniaco. Dopo un lungo braccio di ferro si è in qualche modo arrivati a una controversa riforma della polizia, cosa che in Bosnia significa parlare del mo­nopolio della forza sul territorio. Questi passi avanti, tuttavia, na­scondono una preoccupante pa­ralisi politica. Richard Holbrooke, il principale artefice di Dayton, e Faddy Ashdwon, l’Alto Rappre­sentante della comunità interna­zionale in Bosnia tra il 2002 e il 2006, già nell’autunno del 2008 suonavano un campanello d’allar­me circa la «polveriera bosniaca». Un anno dopo, «Foreign Affairs» pubblicava un lungo articolo sul­la «morte di Dayton». Significati­vamente, dopo le elezioni dell’ot­tobre 2010, ancora dominate dai nazionalisti, sono stati necessari 14 mesi di negoziazioni e pres­sioni internazionali per formare un nuovo governo. Nel complesso, gli allarmi su un imminente, nuovo inizio delle ostilità causati dai passi dei ser­bo-bosniaci verso il referendum e l’indipendenza sono probabil­mente da considerarsi esagerati. La Repubblica serba di Bosnia è composta da due territori non contigui pressoché impossibili da difendere militarmente senza aiu­to estero. La Serbia, tuttavia, non ha oggi alcun interesse a soste­nere cambiamenti allo status quo territoriale, in particolare da quando la sua candidatura all’Ue ha cominciato a riscuotere forte interesse e simpatia nelle capitali del vecchio continente. Ci sono poi altri aspetti che in­ducono a una certa freddezza ri­spetto a ipotesi di indipendenza della Repubblica serba di Bosnia. Mentre per Montenegro e Koso­vo si possono rintracciare radici storiche, riconosciute – sia pure in forme diverse – anche dal­le diverse costituzioni jugoslave, la Repubblica serbo-bosniaca è l’unica a essere sopravvissuta con un qualche profilo di formalità fra le tante entità autoproclamatesi Stato, che sorsero negli anni No­vanta a seguito di campagne di pulizia etnica. La legittimità della richiesta serbo-bosniaca dell’in­dipendenza è oscurata da queste origini. Se per il Kosovo si può argomentare sull’autodetermina­zione a partire dalla repressione che Belgrado ha esercitato sulla popolazione albanese, altrettanto non può dirsi circa la situazione dei serbi di Bosnia, i quali sono semmai tacciabili di aver caccia­to la popolazione non-serba che abitava in questi territori. L’Ue si è trovata impreparata ad affrontare i focolai di crisi e guer­ra nei Balcani degli anni Novanta. Come anche per la serie di con­flitti che lacerarono le altre fede­razioni socialiste, il processo di disintegrazione jugoslava fu spe­culare rispetto a importanti passi avanti nell’integrazione europea. L’implosione violenta dell’etero­dossia jugoslava fu una «crisi nel momento sbagliato» – deflagrata mentre l’attenzione della comuni­tà internazionale era rivolta alla fine dell’Unione Sovietica, all’uni­ficazione tedesca, alla prima guer­ra del Golfo; essa fu anche una crisi nel luogo sbagliato» – ovve­ro una serie di scontri che spazza­rono da Nord a Sud una regione che con la fine della Guerra Fred­da aveva perso il proprio valore strategico. Sperimentata la tragica inutilità degli strumenti tradizio­nali di intervento, e una sostan­ziale sconfitta anche del peace­keeping su mandato umanitario delle Nazioni Unite, l;Ue vent’an-ni dopo pare aver messo insieme sia la volontà politica sia gli stru­menti operativi per sostenere il molo da più importante attore in­ternazionale nella regione, e offri­re una prospettiva di integrazione a tutti ì Paesi di cui si compone lo spazio post-jugoslavo. Allo stesso tempo, tuttavia, la strategia europea d’inclusione presenta significative debolezze. La promessa di un futuro accesso all’Euro­pa è indebolita sia dalla mancanza di un chiaro punto di arrivo temporale sia dal­le preoccupanti dichiarazioni di importanti esponenti politici eu­ropei. Angela Mcrkcl c Nicolas Sarkozy hanno ripetutamente so­stenuto l’opportunità di sviluppa­re una partnership «privilegiata» o «strategica» tra Ue e aspiranti Stati membri. Anche se tutti gli osservatori sono unanimi nel ritenere che queste dichiarazioni siano state volte a rallentare o impedire la possibilità d’ingresso della Tur­chia nell’Unione, esse non hanno certo rassicurato gli Stati ex jugo­slavi circa la saldezza della pro­pria «prospettiva europea». Ne hanno tratto giovamento, al con­trario, le tante voci anti-europei-ste e nazionaliste. Se, in parallelo all’approfondirsi della «crisi esi­stenziale» dell’Ue davanti alla crisi economica odierna, l’allargamen­to della Ue a Sud Est e il comple­tamento dell’integrazione della penisola balcanica vengono posti più nelle mani di mutevoli vo­lontà politiche interne all’Unione che in quelle dello zelo riformista dei Paesi della regione, quest’ulti­mo si ritrova in fuorigioco. Con l’eccezione della Croazia, l’ingresso in Europa non è -per domani», ma parecchio distan­te nel tempo. Questa situazione crea un problema politico con­siderevole: mentre alle élite po­litiche locali viene richiesto di adottare riforme impopolari, che verosimilmente andranno a ero­dere le basi del sostegno inter­no, i vantaggi delle riforme, se arriveranno, saranno visìbili solo a lunga distanza. Questo vero e proprio gap temporale è difficil­mente compatibile con le sca­denze elettorali domestiche. Non sorprende, quindi, che l’atteggia­mento dei politici nella regione sia talvolta riassunto dalla frase «voi fate finta di essere seri rispetto alla vostra volontà di includerci nell’Unione, e noi facciamo finta di adottare le riforme richieste». Il dato forse più rassicurante va trovato nel corso democratico im­boccato con relativa convinzione da Croazia e Serbia, i due prin­cipali protagonisti, per divergen­za politica e caratura economica, dello scontro che lacerò la Jugo­slavia, trascinando tutti in una guerra civile costellata di pulizie etniche, saccheggi e campagne di aggressione. Uno spazio post-jugoslavo ancorato a due demo­crazie consolidate, promotrici di cooperazione regionale, e vin­colate alla prospettiva europea, disegna uno scenario nel quale il veleno di cui sono portatrici le molteplici questioni nazionali può essere riassorbito in una vi­sione supranazionale, nella quale territori e confini, eserciti e milì­zie acquistano un valore sempre più relativo. Il martirio di Saraje­vo, animato dallo scontro fra la campagna e la città etnicamente impura, può essere superato nel­la ridefinizione delle comunità nazionali in un fìtto reticolo di città e comunicazioni: sul supe­ramento delle ostilità nazionali l’Ue e ha per parte sua una storia importante da raccontare. In questa luce, lo scenario più inquietante che può prospettarsi oggi è forse quello che vede una Serbia rancorosa, le cui legittime aspirazioni europee, concretizza­tesi in riforme e scelte piuttosto chiare, finiscano per essere fru­strate dall’impaludarsi delle vo­lontà di una Ue sempre più esi­tante. Il rinvio di qualche mese della decisione sul conferimento dello status di candidato a Bel­grado, motivato con le difficoltà al tavolo delle relazioni con il Ko­sovo da parte del Consiglio eu­ropeo dell’8 e 9 dicembre, stride con il fatto che il governo serbo si fosse allineato in extremis alle condizioni che gli erano state im­poste dai 27, ancora una volta sotto dettatura della Germania. In assenza di interlocutori miglio­ri, è davvero difficile pensare che uno scenario del genere – che ve­drebbe una Serbia fuori binario, ma pur sempre attore principale in uno spazio ex jugoslavo che arranca, e una Croazia che entra nell’Unione – sia nell’interesse di qualcuno, se non delle forze nazionaliste, che hanno ritrovato fiato e ottenuto la testa del vice-premier serbo. Ancora una volta, anche per i Balcani passa la credi­bilità internazionale dell’Europa. Roberto Belfoni insegna Relazioni internazionali al Di parti mento dì Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento, dove coordina il Centro dì ricerca su Democrazia e Governance globale. È autore, tra l’altro, di State Building and International Intervention in Bosnia (Routledge, 2007). Fran­cesco Strazzari insegna Teoria delle relazioni internazionali alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Con il Mulino ha pubblicato Notte balcanica. Guerre, crimine, Stati falliti alle soglie d’Europa (2008).

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