RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 818 – 24 MARZO 2012

Posted on March 24, 2012


N. 818 – 24 Marzo 2012

                                   

Sommario

187 – CDM Arcipelago Adriatico 19/03/2012 – Dona un libro: si chiude un’altra fase del progetto – La consegna dei volumi alle Comunità di Zara; Spalato e Ragusa (Nicolò Giraldi)

188 – Notapolitica.it 20/03/12 Roma – Alemanno rinnega l’Esodo (Teresa Compagna)

189 – Il Resto del Carlino 22/03/12 Imola: I Martiri delle foibe ora hanno il proprio parco

190 – La Voce del Popolo  22/03/12 Cultura – L’Istria alla «Festa del Popolo veneto»

191 – Il Piccolo 23/03/12 Sos all’Unione dagli italiani della Slavonia (p.r.)

192 – La Voce del Popolo 17/03/12 Il console generale d’Italia, Renato Cianfarani,ieri in visita a Grisignana, Sterna, Pedena e nel capoluogo istriano (Krsto Babić)

193 – L’Arena di Pola 21/03/12 Proviamo anche noi a spegnere i fuochi! (Silvio Mazzaroli)

194 – Rinascita 19/03/12 Esodo, negazionismo e rispetto (Gianna Duda Marinelli)

195 – Anvgd.it 19/03/12 – Sondaggio Anvdg Gorizia sul friulano e dialetti giuliani (Rodolfo Ziberna)

196 – La Voce del Popolo 17/03/12 Viaggio in una terra «promiscua», umiliata dalla grande Storia,in piena crisi di identità (Tiziana Dabović)

197 – CDM Arcipelago Adriatico 20/03/12 Esuli profughi, rifugiati… in una parola migranti, parole e Musica: un incontro d’eccezione a Genova (rtg)

198 – Il Piccolo 19/03/12 Esce da Feltrinelli con il titolo “A piedi” la versione per giovani lettori dell’avventuroso viaggio del giornalista Paolo Rumiz fino a Capo Promontore (Paolo Rumiz)

199 – Secolo d’Italia 17/03/12 Intervista con Mila Mihajlovic sul nuovo libro di Italo Gabrielli – Ecco altre verità  sui crimini di Tito contro italiani e serbi» (Antonella Ambrosioni)

200 – La Voce del Popolo 17/03/12 Fulvio Tomizza, il fascino del ritorno, Fabio Venturin racconta la nascita di un progetto radiofonico (Rosanna Turcinovich Giuricin)

201 – Giopì (quindicinale bergamasco di cultura) 15/03/12 Pubblicata una tesi di laurea sui Giuliano-Dalmati a Bergamo, documenti di un esodo troppo a lungo rimosso dalla coscienza nazionale (Ezio De Canio)

202 – La Voce del Popolo  19/03/12 Speciale – Momiano:  Alunni e maestri impegnati in ricerche  sul dialetto locale e sulle antiche usanze (Daniele Kovačić)

203 – La Voce del Popolo 17/03/12 Speciale – Comunità degli Italiani di Fiume oltre mezzo secolo d’instancabile attività (Monica Kajin Benussi)

204 – Avvenire 18/03/12 Don Minzoni abbasso il Duce, meglio il Vate (Roberto Beretta)

 

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

187 – CDM Arcipelago Adriatico 19/03/2012 – Dona un libro: si chiude un’altra fase del progetto – La consegna dei volumi alle Comunità di Zara; Spalato e Ragusa

DONA UN LIBRO: si chiude un’altra fase del progetto

La consegna dei volumi alle Comunità di Zara; Spalato e Ragusa

Si è concluso con la consegna dei libri alla Comunità degli Italiani di Zara, al Centro di Ricerche Culturali Dalmate di Spalato e al Consolato Onorario di Ragusa, il progetto “Dona un libro, nascerà una biblioteca”. Il progetto, finanziato dalla Regione Veneto, ha visto come esecutore materiale dei lavori di ricevimento, catalogazione e consegna il Centro di Documentazione Multimediale di Trieste. Il materiale ricevuto dal CDM è stato spedito a Trieste da privati cittadini, numerose biblioteche civiche del Veneto e soggetti sensibili alle tematiche del mantenimento dell’identità italiana in Dalmazia. Il numero dei volumi raccolti è risultato a dir poco impressionante. Al momento della pesa è stata riscontrata una tonnellata e un quintale e mezzo; il tutto organizzato in una sessantina di scatoloni assiepati all’interno di un furgone noleggiato presso l’autonoleggio Maggiore dell’Aeroporto di Ronchi dei Legionari. La spedizione è partita nel mese di febbraio. Causa inconvenienti tecnici presso la dogana di Rupa, sul confine sloveno – croato, la prima tappa del viaggio ha toccato Spalato e non Zara, come invece era previsto dall’itinerario stilato nei giorni precedenti alla partenza. Giunta nella città dalmata verso l’ora di cena, la spedizione ha subito un rallentamento causa l’orario di lavoro degli operatori doganali. La mattina successiva quindi, dopo aver ultimato le necessarie operazioni di sdoganamento, i volumi destinati al Centro di Ricerche Culturali Dalmate sono stati consegnati presso la sede di ulica Istarska. Ad accogliere la spedizione è stata la neo presidentessa del Centro, Ivana Galasso, che durante la stessa mattinata è risultata gentilissima nello sbrogliare alcuni inconvenienti presso il terminal di Sjvierna Luka. Attraverso la supervisione del generale Elio Ricciardi, i libri consegnati a Spalato sono risultati in numero superiore rispetto al lavoro di catalogazione precedente. Infatti a Spalato sono stati consegnati anche i volumi per la Comunità degli Italiani e per la Società Dante Alighieri della città di Diocleziano. In seguito la spedizione è partita verso sud alla volta del Consolato Onorario di Ragusa. Poco prima di cena il progetto è giunto nella perla dell’Adriatico. Ad accogliere la spedizione è stato il cav. Francesco Bongi, console onorario italiano a Ragusa. Grazie anche all’aiuto di un gentile inserviente dell’albergo Rixos dove è situato il Consolato, la consegna è risultata meno impegnativa del previsto. Il mattino seguente i volumi sono ripartiti verso Zara. La sera del terzo giorno sono stati consegnati gli scatoloni destinati alla Comunità degli Italiani di Zara e ad accogliere la spedizione è stato il marito di Rina Villani, punto di riferimento degli italiani di Zara, poiché la presidentessa era alla prese con l’influenza stagionale. Zara è stata l’ultima tappa di un viaggio durato quattro giorni, compiendo qualcosa come oltre duemila chilometri. Il giorno dopo la spedizione ha fatto ritorno a Trieste.

Nicolò Giraldi

 

 

 

 

188 – Notapolitica.it 20/03/12 Roma – Alemanno rinnega l’Esodo

Alemanno rinnega l’Esodo

di Teresa Compagna

“Realizzare una Casa del Ricordo da consegnare alle associazioni giuliano-dalmate, perchè custodiscano e trasmettano alle future generazioni il ricordo delle Foibe”. Con queste parole terminava il 6 marzo scorso nella Sala della Protomoteca in Campidoglio l’intervento del sindaco di Roma Capitale Gianni Alemanno, a conclusione della solenne celebrazione in occasione del Giorno del Ricordo. Tale impegno con le realtà dell’esodo presenti a Roma era stato preso dallo stesso sindaco sin dall’inizio del suo mandato, per poter costituire un fondo dell’esodo con la gran quantità materiali d’archivio di interesse storico in possesso di privati e delle quattro istituzioni dedicate presenti a Roma: l’Archivio-Museo di Fiume – tutelato dalla. legge. 92/30 marzo 2004, la stessa che istituisce la ricorrenza civile del Giorno del Ricordo – l’Associazione nazionale Venezia-Giulia e Dalmazia, l’Associazione dalmata di Storia Patria, l’Associazione Nazionale Dalmata.

Secondo il Sindaco Alemanno tale casa deve essere collocata all’Eur, data la vicinanza di questa zona di Roma al vecchio quartiere 31, noto come Villaggio Giuliano-Dalmata, il più numeroso insediamento di profughi nel Lazio.

L’aspettativa è stata brutalmente delusa dall’offerta proposta pochi giorni dopo dal signor Pucci, dirigente dell’Eur S.p.a., ai rappresentanti delle associazioni: un locale seminterrato del Palazzo dei Congressi, di 140 metri quadri, adiacente all’ingresso merci del palazzo stesso. La proposta comprendeva un contratto di locazione di sei anni rinnovabili e gli arredi a carico degli utenti.

Un’autentica umiliazione, se si considera l’eccezionale velocità con cui è stata progettata la costruzione del Museo della Shoah. Senza voler proporre impropri paragoni, balzano agli occhi le sue dimensioni: si tratterà di una costruzione situata a Villa Torlonia su 5.000 mq. di terreno, di 21.000 mc. di volumetria, sviluppata su 8 piani, comprendente archivio, sala conferenze e biblioteca. Il costo dell’opera sarà di 13,4 milioni di euro e la consegna è prevista nel marzo 2013. In questo modo, secondo il Sindaco, “si colma un vuoto”.

E’ davvero sorprendente che nell’ingente patrimonio del Comune di Roma, pronto a ospitare sempre nuove istituzioni culturali quali il prossimo museo dedicato alle sorelle Fontana, non sia stato trovato uno spazio decoroso, se non  prestigioso, per un museo a carattere storico nazionale quale la Casa del Ricordo. E’ inoltre incredibile che all’interno dell’Eur S.p.A. (90% patrimonio del Tesoro e 10 del Comune), che ospita poli museali importanti di interesse nazionale, molti Uffici  del Comune, il Collegio Circoscrizionale del Grande Oriente d’Italia, circoli di bridge e locali commerciali, non sia stata trovata che questa miserevole sistemazione. In compenso, risulta messo in affitto proprio al centro del quartiere, un “prestigioso locale di 1.300 mq. di alta rappresentanza” sito in Via Lincoln, disponibile dall’aprile del 2012.

Si può supporre che questa non corrispondenza tra promesse e fatti abbia a che fare con la mutata posizione del sindaco sull’ingresso della Croazia in Europa. In occasione della visita al quartiere Giuliano-Dalmata nell’autunno 2008 dichiarò di impegnarsi personalmente affinché tale evenienza non si verificasse. Dopo essere stato presente al primo viaggio del ricordo in Istri a Dalmazia organizzato dalla sua Amministrazione, negli ultimi due anni ha prediletto un bassissimo profilo, non partecipandovi personalmente. Nel dicembre scorso si è proceduto all’allestimento del grande albero di Natale, dono della Croazia, in piazza del Campidoglio e il 14 marzo si è giunti alla ratifica del solenne accordo di cooperazione tra Roma e Zagabria. Prevederà tra le altre cose, l’allestimento nella Capitale di una mostra sulla Croazia, insieme ad altri progetti volti alla tutela delle minoranze di lingua croata in Italia.

Così, uno dei cavalli di battaglia di cui si è nutrita con orgoglio patrio per decenni la destra italiana – l’alimentare la memoria delle terre perdute del confine orientale e il martirio degli infoibati – diventa oggi per uno dei suoi principali rappresentanti scomodo se non addirittura imbarazzante.

Anche il governatore del Lazio Polverini si appresta a fare carta straccia dei diritti legittimi dei discendenti degli esuli, ma questa è un’altra storia.

 

 

 

189 – Il Resto del Carlino 22/03/12 Imola: I Martiri delle foibe ora hanno il proprio parco

I Martiri delle foibe ora hanno il proprio parco

I MARTIRI delle foibe hanno un’area in città dedicata alla loro memoria. Dopo i rinvii del mese scorso (causa neve) e le polemiche tra Pdl da una parte, Comunisti Italiani e Anpi dall’altra, ieri pomeriggio il sindaco Daniele Manca ha intitolato ufficialmente alle vittime di quella tragedia il parco dell’ex Limonaia. «SIAMO qui per tenere fede all’impegno preso attraverso un ordine del giorno del consiglio comunale – ha esordito il primo cittadino –. Quella delle foibe è una delle grandi tragedie umanitarie del ventesimo secolo. Per rendersi conto delle proporzioni del dramma, basti pensare che non è possibile neppure un calcolo preciso delle vittime». Il sindaco ha voluto poi «inquadrare la tragedia nel contesto in cui maturò un odio tanto grande e distruttivo» al fine di «evitare strumentalizzazioni e rendere omaggio a tutte le vittime delle guerre e delle persecuzioni». MANCA ha spiegato infatti come non si possa parlare dell’eccidio «senza ricordare le responsabilità storiche del regime fascista contro le minoranze slovena e croata». Ma questo, ha proseguito il sindaco, «non giustifica in alcun modo, né rende meno orribile la sofferenza di tante persone, alle quali oggi vogliamo rendere omaggio». Infine, un appello alle istituzioni, che devono «contribuire a sradicare» i diversi tipi di odio che produssero le foibe. «Anche con iniziative per ricordare quanto è accaduto – ha concluso Manca – per fare in modo che non accada più».

 

 

 

 

 

 

190 – La Voce del Popolo  22/03/12 Cultura – L’Istria alla «Festa del Popolo veneto»

Concorso sul patrimonio linguistico e culturale  che nei secoli ha unito le due sponde dell’AdriaticoL’Istria alla «Festa del Popolo veneto»Riconoscimenti ai lavori delle scuole CNI  di Bassania, Isola, Momiano, Pola e Rovigno

VENEZIA – Ragazzi istriani di Bassania, Isola, Momiano, Pola e Rovigno alla “Festa del Popolo veneto”, domani 23 marzo al “Teatro ai Frari” di Venezia (Calle Drio l’Archivio). L’evento vede protagonista quella che secoli fa è stata la Repubblica di San Marco, sotto il cui Leone alato si era sviluppata una civiltà che aveva unito le due sponde dell’Adriatico, una civiltà che era il risultato di incontri con l’altro e l’altrove, capace di cogliere la ricca diversità altrui anche nel conflitto, consapevole dell’amalgama che veniva creandosi e che, letteralmente, la costruiva. Venezia è per sua natura, da sempre, luogo di incroci, che si rigenera nei secoli. Ecco allora che anche tramite il concorso bandito da Regione del Veneto, Ufficio Scolastico Regionale (USR), Unione Nazionale Pro Loco d’Italia (UNPLI) – Comitato del Veneto, intitolato “Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale veneto”, e l’evento che si svolgerà domani, la città celebra nuovamente la sua vocazione storica di crocevia di genti e culture, mettendo in dialogo, in questo caso, le nuove, le future generazioni di cittadini. Il concorso, aperto a tutte le scuole della Regione Veneto e alle scuole italiane dell’Istria, era finalizzato alla realizzazione di percorsi didattici sviluppati da classi, o gruppi di classi, di ogni ordine e grado rispetto a due ambiti: “La lingua veneta nelle sue espressioni creative nel teatro, nella musica e nella poesia” e “Il territorio regionale con il suo patrimonio storico-artistico ed enogastronomico”. A conclusione dei lavori, la Commissione giudicatrice ha individuato 10 vincitori per ogni ambito (a cui è stato attribuito un premio di 1.000 euro), mentre UNPLI, la Regione e l’USR, dato l’elevato numero di concorrenti e il buon livello dei lavori presentati, hanno assegnato una menzione ad altrettanti 10 lavori per ciascuna delle due categorie previste (e a cui p andato un premio di 150 euro). E tra i vincitori ci sono pure le scuole della Comunità nazionale italiana in Istria. Nel primo ambito – “La lingua veneta nelle sue espressioni creative nel teatro, nella musica e nella poesia” –, per quanto concerne il teatro, è stato premiato il lavoro “I veci mestieri” svolto dai ragazzi della Scuola elementare italiana “Galileo Galilei” – Sezione periferica di Bassania, mentre nella poesia ha trionfate la Scuola media superiore italiana “Dante Alighieri” di Pola con “Do ciacole soto l’olivo”. Menzione a “Le storie dei nonni” della SEI “Bernardo Benussi” di Rovigno. Nel secondo ambito – “Il territorio regionale con il suo patrimonio storico-artistico ed enogastronomico” – il riconoscimento è andato alla ricerca “I stemi de Buie” della Sezione periferica di Momiano della SEI buiese “Edmondo De Amicis”. Menzioni a “Riflessi veneziani: Isola d’Istria”, di cui sono autori i ragazzi della SE “Dante Alighieri” di Isola, e “Ven, i ta puorto a turfulon par Ruveigno”, degli alunni della SEI rovignese “Bernardo Benussi”. Come detto sopra, la consegna dei premi avverrà durante la manifestazione “Festa del Popolo veneto”, che si terrà domani presso il “Teatro ai Frari” di Venezia, durante la quale le scuole vincitrici presenteranno un estratto dei loro lavori. Alla cerimonia interverranno Daniele Stival, assessore regionale all’Identità veneta – Regione del Veneto, Lucio Penzo, vicepresidente dell’UNPLI Veneto, Gianna Marisa Miola, vicecirettrice generale dell’Ufficio Scolastico per il Veneto, Maria Teresa De Gregorio, responsabile presso la Direzione Attività culturali e Spettacolo – Regione del Veneto, e, in rappresentanza della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia, il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul.

 

 

 

 

191 – Il Piccolo 23/03/12 Sos all’Unione dagli italiani della Slavonia

L’appello
Sos all’Unione dagli italiani della Slavonia ZAGABRIA C’è una comunità italiana anche in Slavonia, nell’interno della Croazia. Si tratta di discendenti degli Italiani provenienti dal Nord Italia, stabilitisi da quelle parti per motivi economici alla fine del diciannovesimo secolo. Per tutto questo tempo hanno mantenuto vivo il loro dialetto arcaico, tenendosi ben aggrappati all’identità italiana. La loro presenza sul territorio trova regolarmente riscontro ai vari censimenti della popolazione. E poi c’è la Comunità italiana di Zagabria, composta da persone che si sono trasferite nella capitale croata per motivi di lavoro o per scelte di vita. Sono Italiani provenienti sia dalla penisola che dall’area istro-quarnerina. Nella zona continentale operano dunque le Comunità degli italiani di Kutina, Lipik, Plostine e di Zagabria, con un totale di 1.600 soci. Le loro attività principali sono la filodrammatica, i minicantanti, il gioco delle bocce e ospitano conferenze sull’arte e la cultura italiane. Ma questi Italiani rivendicano maggiori attenzioni dai vertici dell’Ui. Hanno fatto le loro richieste a Rosanna Bernè della Giunta esecutiva Ui che li ha visitati. «Vorremmo essere inclusi attivamente nel circuito culturale dell’Ui – hanno detto – ospitare anche qualche riunione dell’Assemblea e della Giunta dell’Ui. Per quel che riguarda il sostegno finanziario, chiedono di essere parificati alla Comunità di Zara. ( p.r.)

 

 

192 – La Voce del Popolo 17/03/12 Il console generale d’Italia, Renato Cianfarani,ieri in visita a Grisignana, Sterna, Pedena e nel capoluogo istriano

Il console generale d’Italia, Renato Cianfarani,ieri in visita a Grisignana, Sterna, Pedena e nel capoluogo istriano Cittadinanza, non demoralizzarsi A Pisino si prevede di posizionare croci in ricordo delle vittime delle foibe

GRISIGNANA – L’ambasciata italiana a Zagabria e il Consolato generale di Fiume sono vicini ai connazionali dell’Istria. Lo ha ribadito il console generale Renato Cianfarani, che ieri ha visitato le sedi delle Comunità degli italiani di Sterna, Grisignana e Pisino. Nel corso della sua tappa a Grisignana il console generale è stato ricevuto dal sindaco Rino Dunis, dal presidente del Consiglio comunale Claudio Stocovaz (direttore della SMSI di Buie) e dal presidente della CI, Mauro Gorjan. Nel corso dell’incontro svoltosi nella sede della Comunità, il console generale si è complimentato con i connazionali di Grisignana per la passione con la quale si dedicano alle molteplici attività promosse.

PASSAPORTI ITALIANI Ha parlato con loro in merito alla questione dei passaporti italiani, ha sottolineato che da parte del Consolato generale di Fiume è stato fatto tutto il necessario, che 6mila pratiche sono state inviate a Roma dove ne rimangono da evadere ancora circa 2mila. Ha invitato i connazionali ad avere pazienza e a non demoralizzarsi in caso di risposte negative. “Sono cose che capitano, basta non perdere la speranza: siamo sempre disposti a sostenere i connazionali pronti a lottare per i loro diritti”, ha detto Cianfarani.

RITI RELIGIOSI Dal canto loro i soci della CI hanno pregato il console generale perché interceda presso le autorità ecclesiastiche affinché le funzioni religiose siano celebrate anche in lingua italiana. Sull’argomento è tornato pure il sindaco Dunis durante l’incontro in Comune. “Abbiamo il sostegno del vescovo, ma alcuni parroci non sono sensibili a questa nostra richiesta”, ha osservato il sindaco di Grisignana. Il console generale ha detto di comprendere il problema, ha spiegato che non può interferire nelle decisioni della chiesa, ma ha assicurato di voler affrontare la questione con i rappresentanti del clero.

ESULI DI PIEMONTE Nel corso dell’incontro a Grisignana si è parlato anche degli ottimi rapporti instaurati tra la Comunità degli italiani e gli esuli di Piemonte d’Istria. È stato menzionato il desiderio dei connazionali di disporre di una banca che possa sostenere le imprese della zona.

SCUOLA Uno dei temi ai quali è stata prestata maggiore attenzione è stato quella dell’istruzione. Il console generale è stato informato in merito alla mancanza di un istituto scolastico in lingua italiana (i bambini che vogliono seguire le lezioni in lingua italiana devono spostarsi fino a Portole o fino a Buie). Il sindaco ha spiegato al console generale che la soluzione ideale sarebbe quella di creare un asilo-nido assieme a Sterna e una scuola fino alla quarta classe elementare.

EQUIPOLLENZA Il preside della SMSI “Leonardo Da Vinci”, Claudio Stocovaz, ha menzionato il disagio vissuto dagli alunni dei licei italiani in Croazia in seguito all’introduzione della maturità di Stato. Ha invitato il console generale a sostenere la campagna promossa affinché il diploma di maturità emesso dai licei italiani in Croazia sia equiparato a quello degli istituti analoghi in Italia. Stocovaz ha informato il console generale in merito al progetto della nuova sede della SMSI di Buie: si tratta di un’iniziativa nella quale l’UI ha già investito risorse ingenti.

ASILO Anche a Sterna il console generale è stato messo al corrente dei disagi ai quali vanno incontro le famiglie dei connazionali che non dispongono nell’area né di un asilo né di una scuola elementare in lingua italiana (i bambini devono spostarsi o a Momiano o a Buie).

TARGA DELL’ACQUEDOTTO Il presidente del sodalizio di Sterna, Aldo Sorgo, ha informato Cianfarani in merito al progetto di riposizionamento di una targa dell’acquedotto, risalente al 1929 e scritta in lingua italiana. La lapide è stata rinvenuta nel solaio dell’odierna sede della CI durante i lavori di restauro ed è stata conservata dai connazionali nella speranza di poterla ricollocare un giorno sull’abbeveratoio sul quale si trovava in origine.

FOIBE A Pisino il console generale è stato informato in merito ai preparativi per il posizionamento delle croci in ricordo dei martiri delle foibe. Dell’argomento ha parlato anche con il parroco del Duomo di San Nicolò, don Matika, che ha confermato di apprezzare l’idea. I monumenti dovrebbero sorgere accanto alla sua chiesa, non lontano dal cimitero dove si prevede, in collaborazione con la Municipalità, la realizzazine di un lapidario nel quale esporre le pietre tombali in lingua italiana rimosse in passato dal cimitero.

CONVENTO FRANCESCANO Durante il soggiorno a Pisino, Renato Cianfarani ha visitato pure il convento francescano dove è stato ricevuto dal guardiano, padre Orlić, che gli ha fatto visitare la biblioteca nella quale sono conservati numerosissimi volumi antichi e soprattutto preziosi. Il guardiano ha donato al console generale una copia del libro nel quale sono raccolte le testimonianze dei frati francescani di Pisino durante la Seconda guerra mondiale.

FINANZIAMENTI Cianfarani ha preso nota anche delle lamentele espresse dalla presidente della CI di Pisino, Gracijela Paulović, a causa dell’“interminabile” attesa per i finanziamenti destinati all’acquisto delle attrezzature e per gli arredi necessari al sodalizio. Cianfarani ha assicurato che nell’arco di pochi mesi il problema dovrebbe essere risolto.

MOSTRA Al termine della sua visita in Istria il console generale ha partecipato all’inaugurazione al Museo etnografico dell’Istria (Pisino) della mostra di fotografie di Frank Gaudlitz intitolata Casa Mare. Nel corso della giornata Cianfarani ha visitato anche il Centro della Cultura immateriale dell’Istria a Pedena, dove è stato accolto da Lidija Nikočelić, direttrice del Museo etnografico dell’Istria e Nuša Hauser, responsabile del Centro.

Krsto Babić

 

 

 

 

 

 

193 – L’Arena di Pola 21/03/12 Proviamo anche noi a spegnere i fuochi!

Proviamo anche noi a spegnere i fuochi!

Il periodo topico da dedicare alla memoria anche quest’anno è passato. Di quanto occorso nel “Giorno del Ricordo” abbiamo cercato di dare un’informazione completa sulla nostra «Arena» di febbraio, lo facciamo anche su questa e, probabilmente, non essendoci stato spazio per tutto, ci sarà ancora una “coda” nel prossimo numero. Sono successe cose che, indici di cambiamento, ci hanno dato soddisfazione ed altre che hanno rinnovato antiche e mai sopite amarezze. Senza dimenticare è, però, ora il momento di ritornare a guardare con realismo al presente e con un po’ d’ottimismo al futuro.

È notizia di questi giorni che l’adesione della Croazia all’Unione Europea è ormai assodata e diventerà effettiva nel luglio 2013. Con l’approvazione in Parlamento di questo passaggio l’Italia ha, probabilmente, perduta l’ultima occasione per far valere qualche nostro diritto. Non abbiamo potuto e non possiamo farci nulla; cerchiamo almeno di non buttare alle ortiche quanto di buono può darci la situazione che verrà a determinarsi.

Non è che con la caduta dell’ennesimo confine e l’entrata in vigore di un nuovo accordo si spegneranno, come d’incanto, “i fuochi” ancora accesi tra noi ed i nostri vicini. Non è successo con la Slovenia e non succederà nemmeno con la Croazia. Come ha scritto Claudio Magris in un suo articolo, «finché vivranno le generazioni coinvolte nelle violenze inflitte ed inferte e segnate dai risentimenti pressoché inevitabili che esse lasciano nel cuore e nella testa e anche finché vivranno le generazioni che, pur non avendo patito direttamente quel dramma, ne hanno colto l’eco bruciante da chi l’ha vissuto, quel confine invisibile resterà ancora. I pregiudizi, le diffidenze, i complessi di superiorità, inferiorità e persecuzione, sono duri a morire; tendono a continuare anche quando non esiste più la realtà che li ha creati». Lo sappiamo molto bene; ciò che, però, non dobbiamo fare è rassegnarci a subire per sempre questi condizionamenti dello spirito o illuderci che il tempo ed altri risolvano per noi quello che rimane il nostro problema di fondo: sentirci perennemente ESULI.

L’abbiamo sentito dire e letto un’infinità di volte – ed io stesso l’ho detto con convinzione nel mio recente saluto rivolto ai docenti intervenuti al Seminario del MIUR tenutosi a Trieste e rivolto alle scuole – che quella dell’esilio è una condizione dell’anima che non si esaurisce. Questo, però, vale per noi che siamo ormai l’ultima generazione ad aver vissuto più o meno direttamente quel dramma ma non può e, soprattutto, non deve costituire il testimone da passare ai nostri figli e nipoti. Non lo deve essere se non altro perché, memori dell’impegno e dei sacrifici affrontati dai nostri genitori per renderci il meno gravoso possibile l’esilio, dobbiamo dimostrare la stessa generosità nei confronti dei nostri discendenti adoperandoci affinché la memoria di ciò che è stato e che a loro trasmettiamo non perpetui anche in essi tale triste condizione.

Siamo, è vero, dei “terremotati nell’anima” ma il nostro modello di rinascita non deve essere il Belice bensì il Friuli di cui, a ben guardare, noi Istriani siamo stati i precursori; non dobbiamo, in altre parole, starcene a braccia conserte ad aspettare la manna dal cielo bensì darci da fare per cercare di cambiare in meglio le cose. Non abbiamo mattoni da mettere insieme per ricostruire qualcosa bensì un dialogo da riavviare per ritornare a godere della nostra “istrianità”. Lo dobbiamo fare perché al di là del confine che domani non ci sarà più non c’è solo ciò che per oltre 60 anni abbiamo avvertito come diverso ed ostile: c’è pure il noto, il familiare, la terra dove siamo nati, i luoghi consueti del nostro vissuto, un paesaggio naturale ed umano che ancora avvertiamo come lo specchio della nostra anima. Tutto questo è già oggi a portata di mano e di più lo sarà domani; dobbiamo volerlo cogliere nel modo migliore e nella misura più ampia possibile.

Ha scritto Lino Vivoda che ce ne siamo andati dal comunismo, abbandonando tutto, per rimanere italiani ma anche, e forse soprattutto, per essere liberi di disporre delle nostre vite, liberi di pensare e di agire con le nostre teste. Abbiamo saputo farlo ieri e dobbiamo saperlo fare oggi liberandoci da pregiudizi, diffidenze, complessi… È il solo modo che ci rimane per ritrovare la nostra serenità e tornare a godere in pieno della nostra vita. Il farlo – almeno questo – dipende solo da noi!

È questa la convinzione – che speriamo sia molto di più che una semplice speranza – che ci ha spinti l’hanno scorso a ritornare a Pola per il nostro raduno ed indotti quest’anno a ripercorrere la stessa via assumendo, peraltro, delle iniziative che, più che in passato, sono volte a dare concretezza alla nostra volontà di provare anche da noi a smorzare, se non proprio ancora a spegnere, i “fuochi”.

 

Silvio Mazzaroli

 

 

 

 

 

194 – Rinascita 19/03/12 Esodo, negazionismo e rispetto

Scritti nostalgici di basso livello e produzione storica e letteraria d’alto livello

 

Esodo, negazionismo e rispetto    

di: Gianna Duda Marinelli
Conclusi i programmi per celebrare l’annuale “Giorno del Ricordo”, resta la curiosità di individuare in tempo la strada che la politica indicherà per gli anni futuri. In questo ambito ha avuto particolare rilevanza il convegno organizzato a Trieste dal MIUR (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca). In chiusura, il 23 m.s. sono stati consegnati dei premi “didattici” agli studenti delle scuole primarie e secondarie che hanno presentato degli elaborati meritevoli, al concorso intitolato “Le vicende del confine orientale ed il mondo della scuola – Il contributo dei Giuliano Dalmati alla storia e alla cultura nazionale”. Il risultato è stato più che soddisfacente per la rilevante vivacità e l’interesse dimostrati per l’argomento e l’impegno dei rappresentanti delle nuove generazioni che, affiancati dal corpo docente si sono avventurati nella difficile lettura dei fatti che hanno coinvolto la popolazione autoctona di cultura e tradizione italiana dell’Istria e della costa orientale dell’Adriatico.
Poiché l’evolversi della storia del nord est è sempre “binomiale”, accanto a queste iniziative coraggiose hanno un certo successo i tentativi di realizzare un’ipotetica pacificazione ipocrita, ipotetica perché non vi è mai stata guerra ma piuttosto distacco, tra esuli e rimasti. Ormai è considerato retrò considerare le radici sterili della ben nota antica ideologia che ha diviso la popolazione in compromessa e non compromessa. Finalmente il campo è quasi libero per elaborare e falsificare infatti, per l’ineluttabile scorrere del tempo quasi tutti i protagonisti chiaramente divisi in perseguitati e persecutori, sono usciti naturalmente di scena. Attualmente i diligenti allievi dei secondi, pur se informatizzati continuano a percorrere la strada segnata dai maestri, perciò pontificano e “sdottorano”. La loro meta attuale è confondere, sminuire e giudicare. Considerato che i numeri rimangono numeri, non si può prescindere dal tenere presente che oggi in Istria, gli autoctoni sono ridotti al 5 – 10 % dei residenti. Purtroppo tra di essi gli “ininfluenti” continuano a non avere rilevanza mentre gli emergenti sono i ben “noti” politicamente corretti.
Le grandi differenze, dopo 65 anni, persistono perciò le iniziative ufficiali e le pubblicazioni sono ancora visibilmente condizionate più che dalle parti politiche dagli ordini impartiti da lontano. Chi devia da questi binari è travolto dall’onda del “silenzio”. Mentre la Jugoslavia, intorno al 1990 si avviava al dissolvimento, le ideologie venivano modificate e fuse, queste con la nascita dei nuovi istituti ed associazioni poneva un confine invalicabile tra l’alto ed il basso profilo culturale delle pubblicazioni e delle iniziative sull’Esodo. In conclusione, gli Esuli ancora una volta venivano relegati ai piani bassi per essere definitivamente ghettizzati.
Nulla è cambiato e quanto viene presentato all’interno ed all’estero testimonia quella che deve essere l’inamovibile “versione ufficiale”. Si prenda ad esempio un volume di 154 pagine intitolato “Spostamenti di popolazione e trasformazioni sociali nella Provincia di Trieste e nel Distretto di Capodistria nel Secondo Dopoguerra” (Trieste, 2001). L’ufficialità, quindi il pregio della pubblicazione è misurata dallo spessore sia di chi ha contribuito scientificamente che di chi ne ha permesso la realizzazione avvenuta a cura della Regione Autonoma Friuli – Venezia Giulia, Direzione Regionale Affari Europei, Direzione Regionale Affari Europei, Servizio per la Promozione dell’Integrazione Europea e dall’ Università degli Studi di Trieste – Dipartimento di Scienze Geografiche e Storiche. In apertura del volume la “Presentazione” di A. Guerra, Assessore regionale agli Affari Europei (LN) seguita dalla “Premessa” di Pio Nodari. Poi l’intervento di Federica Fabrizzi intitolato “Esodo e storiografia” ed “Il problema della quantificazione” di Carlo Donati. Il terzo capitolo è il più ponderoso ed è intitolato “Le fonti”. In esso si susseguono numerosi sottocapitoli che riassumono i risultati raggiunti dai ricercatori che hanno indagato tra i documenti conservati negli archivi. Raul Pupo ha contribuito con: “Quali fonti”?, “Lo schedario del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria” e “Le fonti sulle opzioni del Ministero degli Esteri”, F. Fabrizzi con “Il censimento dell’Opera Profughi”. Aleksander Panjek ha preparato ben 9 interventi che iniziando con “Le fonti sull’emigrazione giuliana negli archivi di Parigi e Ginevra”, si conclude con “Le fonti slovene sull’emigrazione giuliana”. Jure Gombač firma invece “L’emigrazione da Capodistria e dintorni in relazione al Memorandum di Londra”. In chiusura troviamo nuovamente F. Fabrizzi e di Carlo Donato con “Il progetto” ed “Analisi dei risultati” e “Conclusioni”.
Per gli autori che si sono proposti di analizzare e comprendere “il fenomeno” dell’Esodo, per alla fine giudicarlo, pubblicando numerosi grafici statistici e citando delle carte d’archivio, concludono con l’affermare che si è trattato di un fenomeno di “migrazione”. Certi di aver consultato i documenti necessari, hanno definito inaffidabili le testimonianze degli esuli che le hanno comprese nelle loro pubblicazioni dal “basso profilo culturale”. Ed ancora, è rilevante constatare che il quadro proposto può essere solo incompleto essendo basato sugli schedari dell’Opera Profughi o su quelli conservati dai comitati del CLN. Va ricordato che sono stati esclusi i così detti “migranti” in fuga prima che venisse istituita la possibilità di optare per conservare la Cittadinanza Italiana e coloro cui era stata rifiutata l’opzione ed in fine quelli che sono fuggiti negli anni successivi. Aver sottolineato che molti non erano stati in grado di raccontare perché avevano lasciato le località di provenienza sono stati compresi negli elenchi di chi cercava un posto di lavoro è a dir poco riducente. L’aver sottolineato che alcune persone, avevano mutato residenza nell’ambito della stessa Regione Giulia, proponendo delle percentuali, dimostra che non volevano allontanarsi dai luoghi d’origine. Piuttosto confusi i seguenti dati: “La grande maggioranza dei soggetti registrati (84,5%) risulta nata nei Comini censuari di Isola d’Istria, Pirano (38,7) e Capodistria (25,5%), i rimanenti trovano i loro natali in numerose località della Provincia dell’Istria e nelle città di Trieste, Fiume e Zara. L’addensamento, rispetto alla maggior distribuzione dei luoghi di nascita in numerose località dell’Istria, nonché a Trieste, Fiume e Zara probabilmente è da porre in relazione a spostamenti dovuti a motivi matrimoniali o di lavoro”. In conclusione la storiografia ufficiale vuole dimostrare che parecchie persone si sono spostate dai loro luoghi di residenza per “motivi di lavoro”.
Gli autori poi si auto congratulano per i risultati ottenuti affermando: “La tappa iniziale di un percorso di studi di più lunga gittata, ha permesso di conseguire una serie di risultati significativi”. Così si è continuato a pubblicare e ad organizzare seguendo la linea politica che ha favorito la pubblicazione del volume del 2001. Solo qualche anno dopo, nel 2004 veniva istituito il “Giorno del Ricordo” per accontentare i “migranti” definiti “nostalgici” dal “basso profilo culturale”. Si tratta di quelle persone i cui antenati hanno costituito la popolazione della Repubblica di Venezia, che i croati chiamano con disprezzo, Mlečanin, Mlečić,, Mletački, “moeche” (gustosi granchiolini senza casca ), cioè “smidollati”.
Nella “Presentazione” di Alessandra Guerra (LN), Assessore regionale agli affari Europei, nel voler distinguere i contributi d’ispirazione politica da quelli storiografici, i primi favoriti dai media, i secondi influenzati dall’emotività, scrive: “Programma operativo INTERREG Italia/Slovenia, spesso affiora in tale dibattito la proporzione di contributi d’impianto politico-polemico in qualche modo prevalenti, anche grazie all’impatto mediatico di cui possono giovarsi, rispetto a quelli di carattere storiografico, caratterizzati da una forte carica di emotività ovvero dalla tendenza alla semplificazione dell’analisi, elementi tutti riconducibili al sofferto rapporto della comunità giuliana con il suo recente passato”…“Il progetto è nato dall’assunto che la collaborazione tra studiosi dell’Università di Trieste e quelli del Centro Ricerche Scientifiche della Repubblica di Slovenia di Capodistria costituisse la premessa indispensabile per il progresso degli studi e quindi della conoscenza storica dell’esodo nel secondo dopoguerra. Nella speranza che, dalla conferma di tale assunto, potesse trovare nuova linfa anche la collaborazione con le autorità e gli studiosi croati”. I titoli dei diversi sottocapitoli ne riassumono il contenuto indicando la linea seguita dagli autori: “Lo schedario del Comitato di Liberazione dell’Istria” “Le fonti sulle opzioni del Ministero degli Esteri”. “Le fonti sull’emigrazione giuliana negli Archivi di Parigi e Ginevra” contengono l’immancabile giustificazionismo “democratico” del genocidio realizzato al termine della seconda Guerra Mondiale: “Il secondo dopoguerra è stato in tutta Europa un periodo di massicci spostamenti di popolazione, conseguenza della guerra guerreggiata e dei nuovi assetti geopolitici che ne scaturirono. Al fine di gestire e indirizzare gli intensi flussi migratori e fare fronte all’emergenza umanitaria a livello internazionale tutte le Associazioni fatta eccezione di alcune sono sorte create per volontà del Governo, con la finalità di aggregare”. Trattatasi dell’importazione in Europa delle “Riserve Indiane”. Raul Pupo afferma: “l’esodo ha avuto scarsa cittadinanza nella cultura storica del dopoguerra”, in realtà si è voluto nascondere la realtà dell’Esodo.
Gli autori velatamente confessano che la storiografia manca di alcuni elementi per essere credibile, così nel 2012 non si può ancora parlare di storia in quanto non sono consultabili “tutte le fonti” mentre sopravanza l’ assottigliarsi naturale delle file dei “testimoni” oculari, tanto scomodi perché temuti ma anche sminuiti per la loro visuale troppo ristretta. Quelle che vengono ritenute “le ricostruzioni militanti” non possono essere considerate, “l’argomento esodo era ed in una certa misura rimane ancora un tema “caldo”….ciò ha portato come conseguenza che per molti anni a prevalere sono state le ricostruzioni sentimentali e/o controverse”. La poco lusinghiera critica del volume “L’esodo dei 350.00 giuliani, fiumani e dalmati” di p. F. Rocchi ne è un esempio:”… si tratta di un testo grondante partecipazione alle vicende dei giuliani perseguitati e cacciati dalla loro terra, ma che per la frammentarietà dell’impianto e le evidenti carenze sul piano della critica delle fonti, risulta pressoché inutilizzabile sul piano scientifico”.
Con la nota n.10 vengono indicate le letture consigliate: “Per quanto riguarda la produzione letteraria di alto livello, vedi soprattutto le opere di F. Tomizza, G. Miglia, E. Morovich, F. Vagliani, M. Madieri, N. Milani, A. Mori ecc.” Meraviglia che lungo la strada luminosa che doveva condurre l’Istria verso la promessa democrazia Titina, la regione sia stata colonizzata. In una sorta di prodromo della Globalizzazione, per raggiungere l’agognata meta è stata stravolta la sua etnia inducendo 350.000 cittadini all’Esodo. Il fenomeno è avvenuto con intensità diversa in circa dieci anni tra il 1945, 1947 – 1949, 1954 e seguenti. La ripopolazione dell’Istria è stato uno dei problemi che la neonata RSFJ ha dovuto risolvere. L’ha parzialmente risolto inducendo prima i valligiani ad abbandonare i piccoli centri, poi spostando della gente dalla penisola Balcanica.
Dal medesimo punto di vista è significativo pure l’apporto della letteratura, che va rintracciato però non tanto nelle opere degli scrittori di maggior fama, come F. Tomizza, la cui lettura del controverso passato istriano ha sovente suscitato profonde discordie tra profughi, quanto in quelle di altri autori, di qualità letteraria incomparabilmente inferiore, ma fedeli interpreti della mentalità e dei sentimenti caratteristici degli esuli”.
Nel paragrafo, “Le associazioni degli esuli” si scopre che bisognava attendere il 1990 perché con la nascita di “Coordinamento Adriatico” e dell’ IRCI (Istituto Regionale di Cultura Istriana) fossero finalmente promossi e realizzati dei convegni di respiro nazionale. “Alcune tematiche sollevate da Marina Cattaruzza sono state riprese e sviluppate nei saggi più recenti di Raul Pupo, che ha cercato di capire se, anche senza pensare all’esistenza di un progetto organico di espulsione degli italiani – che, come abbiamo già visto, rimane al momento indimostrabile – le linee di intervento previste da parte jugoslava nei confronti della minoranza italiana fossero tali da consentire il suo mantenimento sulla terra d’origine”.
Un certo ravvicinamento è stato tentato con “La Commissione mista storico-culturale italo-slovena”, mentre con “Il problema della quantificazione “ si vuole ricontare gli Esuli.
Non bisogna dimenticare di proporre il lungo elenco delle fonti ufficiali: Belgrado VUJA (Vojna uprava jugoslovanske armije – Amministrazione militare dell’armata jugoslava), l’ Opera Profughi , “Lo schedario del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria, la documentazione conservata presso l’ASMAE (Archivio Storico del Ministero degli Esteri), Commissioner for Refugees Archives parigi; Archives Nationales de France di Parigi, l’archivio e la biblioteca dell’OIM(Organisation interenationale pour les Migrations) (tesi di dottorato Tolosa) di Ginevra quando operava sotto le sigle CIPMME e CIME( Comité intergouvernemental pour les Migrations Européennes), Pokrajinski arhiv Koper “Le fonti slovene sull’emigrazione giuliana”. In fine, mentre Jure Gombač ha intitolato il suo contributo, “L’emigrazione da Capodistria e dintorni in relazione al Memorandum di Londra (Analisi dei permessi d’espatrio e della documentazione archivistica inerente all’emigrazione della popolazione residente a Capodistria e dintorni)”, i curatori del volume ringraziano: Marruša Zagradnik, Jure Gombač, Nevenka Troha.
Agli Esuli migranti in patria, dopo essere stati esaminati ai raggi X e giudicati limitati, non rimane che scusarsi sia per aver ingigantito la tragedia che per la scarsa cultura sull’Esodo. Alle Commissioni miste ed agli studiosi di parte, che si ergono a giudici questi pochi versi siano di monito: “Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri./ Via da la chiesa, con le donne e i figli, / via ci cacciaron come can tignosi” (G. Carducci, “Il Parlamento” da La canzone di Legnano).

 

 

 

 

 

195 – Anvgd.it 19/03/12 – Sondaggio Anvdg Gorizia sul friulano e dialetti giuliani

Sondaggio ANVGD Gorizia sul friulano e dialetti giuliani

 

Molti sondaggi sono stati svolti sull’uso della lingua friulana e sulle esigenze ed aspettative dei friulanofoni, ma alcuno è stato svolto, su larga scala e con modalità scientifiche, sull’uso del dialetto nelle province di Gorizia e Trieste.

 

Ecco la ragione per cui l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e la Lega Nazionale di Gorizia, entrambi sodalizi presieduti da Rodolfo Ziberna, ha commissionato uno studio ad una società specializzata, grazie anche al contributo concesso dall’Amministrazione regionale con i fondi destinati ai dialetti veneti di recente approvazione.

 

“Senza dubbio il contesto è diverso – ha premesso il presidente dei due sodalizi Rodolfo Ziberna – per una molteplicità di ragioni: il friulano è una lingua ladina parlata quotidianamente nella nostra regione da 700-800 mila persone, mentre quello di Gorizia e Trieste è un dialetto, parlato da 200 mila persone.”

 

 

“Il sondaggio – precisa Ziberna – è stato svolto su un campione di 650 intervistati, rappresentativi di una popolazione di 360 mila abitanti, con un margine di errore bassissimo, considerato che i sondaggi nazionali intervistano 1.000 persone in rappresentanza di 56 milioni di persone!”

 

Gli intervistati affermano di parlare il dialetto triestino (29,1%), bisiaco (19,8%), veneto dell’Istria, Fiume e Dalmazia (11,7%), goriziano veneto (8,6%), gradese (5,9%), muggesano (1,2%). Il 22,5% degli intervistati ha sostenuto di non parlare alcuno di questi dialetti.

 

Oltre la metà della popolazione (il 55,2%) lo parla lo fa con una certa frequenza e continuità, il 25% lo parla occasionalmente ed il 19,8% lo capisce pur non parlandolo.

 

Tra coloro che parlano il dialetto l’uso è prevalentemente familiare, ovvero nei confronti del coniuge (82,2%), genitori (63,4%), fratelli e sorelle (82,4%). Una percentuale dimezzata, invece, se invece ci si rivolge a figli e nipoti (46,3%) ed ai colleghi/clienti/amici (48,6%).

 

“Emerge in tutta la sua forza – fa osservare il presidente Ziberna – come il dialetto sia molto spesso considerato dai genitori una conoscenza da trasmettere ai figli purché non diventi ostacolo all’apprendimento della lingua italiana.”

 

Il 25,7% è molto convinto che l’Ente pubblico debba tutelare, promuovere ed incentivare l’uso dei dialetti, mentre è abbastanza convinto di ciò il 68,5%.

 

Per entrare nello specifico del sostegno il 27,8% è molto convinto che si debba sostenere il teatro dialettale, mentre lo è abbastanza il 72,2%. Da rilevare che nessun intervistato si è dichiarato contrario. Meno necessario, appare, invece la necessità di sostenere programmi televisivi in dialetto (il 16,1% lo ritiene molto utile, l’83,2% invece abbastanza).

 

Ancora meno sono coloro che ritengono opportuno sostenere spazi dialettali sui quotidiani (9,0 % molto convinto, l’87,2% abbastanza convinto, poco il 2,2%).

 

Maggiore, invece, è il convincimento che debbano essere agevolati spazi dialettali su riviste specifiche: molto convinto lo è il 38,9%, abbastanza il 54,3%, poco il 3,4%.

 

Dando un grado di condivisione su una scala da 1 a 10 , gli intervistati hanno assicurato di “considerare il dialetto un fattore importante per le relazioni umane (condivisione 8,02/10); che “Il dialetto è adatto anche ai nuovi linguaggi e spazi della comunicazione (internet, sms, facebook, twitter, radio, tv)” (condivisione 6,85/10); ma anche che “Il fatto di conoscere il dialetto aumenta le opportunità di lavoro” (condivisione 7,35/10); infine “Usare il dialetto significa chiudersi in se stessi: è da provinciali “ (condivisione 2,89/10).

 

“In ultimo – aggiunge Ziberna – alla domanda se conoscessero l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, di cui sono anche vice presidente nazionale, ben il 63,7% ha risposto di ‘si’ e solo il 10,2% ‘no’.”

 

“Dal sondaggio – conclude Ziberna – emerge come il dialetto parlato nella Venezia Giulia appartenga profondamente alla sua cultura ed alla sua storia, come modo di esprimersi non nelle professioni ma nei rapporti familiari ed amicali, nel tempo dedicato agli affetti ed al tempo libero, ovvero nel momento in cui al di fuori della professione si coltivano interessi e passioni. Insomma il dialetto è una vera e propria lingua del cuore.”

 

                                                                                          

Rodolfo Ziberna

presidente nazionale vicario Anvgd

presidente Comitato Anvgd Gorizia

 

 

 

 

 

 

 

196 – La Voce del Popolo 17/03/12 Viaggio in una terra «promiscua», umiliata dalla grande Storia,in piena crisi di identità

Viaggio in una terra «promiscua», umiliata dalla grande Storia,in piena crisi di identità Il lancinante silenzio dei rimasti Ferite che bruciano: calzerebbe a pennello la tintura di iodio del buon Antonio Grossich

Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’autrice, il racconto “Il silenzio dei rimasti”, con cui la collega Tiziana Dabović, caporedattrice del mensile per ragazzi “Arcobaleno” (EDIT), ha vinto il Premio della Consulta di Trieste assegnato nell’ambito dell’VIII Concorso Internazionale di Scrittura femminile “Città di Trieste: racconti di pace e di guerra”.

Non c’è stato attrito. Rimanere, abbracciare i nuovi arrivati, prestare mezza cipolla all’esotica vicina di casa, scoprire pian pianino le lingue balcaniche, imparare a pronunciare parole straricche di segni diacritici e di consonanti. La lingua dolente, il cuore, sanguinante. Sono nata in casa Cussar a Rijeka, mama perdonime, in Jugoslavia, in un periodo di maretta, quando – dopo lo shock – la pace si confonde con la stanchezza, e non si capisce più se sia pace vera o solo conseguenza dello stress, o paura di aprir bocca. Inebetiti, loro non lo sapevano. Avevano un quarto di secolo e volevano vivere la vita a casa propria. Non erano ricchi, no, grazie a Dio; i loro padri possedevano solo un piccolo podere sopra via Gelsi: l’orto, quattro galline, due amoli e un pesco. Le botti di rapa colorate di viola dalle drope, la piccola vigna, le vanese col radicetto, i pomodori e i merlini erano tutto il loro lusso. Non poteva far gola a nessuno, quella timida costruzione con la veranda umida ed un presunto bagno che per arrivarci dovevi attraversare l’orto. Ma la vista sul Quarnero e sul porto, quella sì che valeva, allora. Lo sapeva solo lui, nonno Pepi: usò per anni la sua sordità acquisita al Cantiere dove faceva il tubista, come scusa. No, non era sordo. Nei ritagli di tempo aggiustava orologi a cucù, da polso, da signora: il tic tac l’ha sempre sentito; non aveva semplicemente voglia di parlare. Sono nata, dicevo, in Jugoslavia. Racchiusa in un tentativo di omertà mai resa palese. Ho parlato in fiuman. Mi hanno insegnato a camminare lungo via dell’Acquedotto, mi son sbucciata le ginocchia in Giardin Pubblico. Tutto era, nella mia testaccia e nella testolina di mia madre, italiano: e tutto doveva rimanere inconsciamente lì. Mille le domande che si aprivano, e vaghe le risposte, accompagnate sempre da sospiri soffocati. A scuola, una delle quattro italiane della mia città, mi hanno imposto di leggere “Pinocchio”, il libro “Cuore”… ho sudato sulle Antologie di letteratura italiana del Petronio. Ho guardato la Rai: “Topo Gigio” e “Carosello”. Ma le scarpe, quelle scomode e dure della plastica Borovo, erano decisamente slave. Altrettanto scomoda la mularia di strada, i compagni di gioco che mi prendevano in giro perché non conoscevo le declinazioni croate. A Fiume mi chiamavano mala talijanka, la piccola italiana; in Piemonte invece, da mia nonna, ero la s’ciavetta dall’accento, strano ma vero, veneto. I dilemmi, le domande che riaffioravano ad ogni pie’ sospinto… siamo italiani? Siamo cioè nati in Italia? No. Ovvero: io sì, tu no. Siamo sempre stati qui. Un silenzio imbarazzante accompagnava tali risposte sillabiche. Non potevo insistere: negli occhi tristi di mia madre, intravvedevo pagliuzze di severità. Nella macelleria in Fiumara, gestita da un serbo, mi scambiavano per la figlia della magiara. Croato, slavo, cognomi che finiscono per ich, per man, istriani, domaci… un bellissimo intruglio di culture, ma nessuno che fosse pronto a dare risposte semplici e chiare a una domanda elementare quanto scomoda: Ma io, chi sono? Ripensandoci, sentivo nei riscontri aleggianti come fuliggine, un senso imperante di vergogna frammisto a un altro di fierezza, una confusione interiore che si faceva mia.

Un fiasco de vin

Le serate delle feste dentro le case furono immortalate su foto in bianco e nero. Noi ci rivedemmo addormentati in braccio ai genitori che si aggrappavano ad un bicchiere di vino allungato dallo spritzer, in alto i gomiti con gli amici più fidati. Val più un bicier de dalmato, che l’amor mio… Situazioni esasperanti: le parole delle canzoni italiane diventavano fastidiose, rumorose in proporzione inversa ai fiaschi impagliati e vuoti che portavano immancabilmente a sbronze collettive. Nella calda intimità dei poveri delusi, inconfessato orrore.

Alla chetichella

L’immensità della chiesa continuò ad esistere nonostante fosse dichiarata apertamente in collisione con le regole del comunismo. I “comunisti”, là, ci mandavano i loro figli alla chetichella, ribadendo nel contempo la loro marxistica disapprovazione: tanto perché si sentisse. Noi – figli di gente apoliticamente autoctona – godevamo della prerogativa di poter imparare la dottrina cattolica direttamente in chiesa. Nella cattedrale di San Vito, col cuore aperto di Gesù sull’altare principale, le prediche ci venivano impartite da un prete erzegovese: il časni, ovvero venerabile, che io continuavo a chiamare časnik cioè ufficiale, beccandomi regolarmente una penitenza. Il perché lo scoprii maturando. Perché? Perché la maestra di scuola parlava la mia lingua e il prete no? In quell’ora scomoda, i suoi colleghi italiani avevano già opportunamente tolto il disturbo. Io invece, a tredici anni non avevo via di scampo: ero costretta a sorbirmi il vangelo dall’uomo in tonaca di Široki Brijeg, rispettarlo ed imparare l’Ave Maria e il Padre nostro in croato. Continuai a frequentare la chiesa dell’Assunta, il mio Duomo, ma solo quand’era vuota. I preti, coi loro bisbigli sentimentali, li evito ancor oggi. A Pasqua le nostre mamme cuocevano le pinze e i sisseri ma – pensate – i nuovi arrivati non conoscevano le uova di cioccolato. I bambini di strada invidiavano quelle che noi ricevevamo dai parenti d’Italia. Ci guardavano allibiti mentre scartavamo le sorprese accovacciati lungo i marciapiedi del rione di Scoglietto. Da quei pacchi miracolosi uscivano tante scatolette di ciuinghi: le gomme americane a forma di sigaretta, alcune paia di calze di nylon, del caffè, qualche cappottino smesso avvolto in carta luccicante, copie di fotoromanzi insieme all’immancabile Settimana enigmistica. Quegli scatoloni di cartone legati con lo spago, colorati da una sfilza di francobolli e timbri, riuscivano a mettere in fermento tutto il vicinato. Anche dopo esser stati rovistati da doganieri permalosi, da essi sembrava uscire aria colorata.

Agnus dei

Gli agnelli però non smisero mai di girare allo spiedo. Solo che da Pasqua si erano spostati ad altre festività: il 25 maggio in primis, data di un presunto compleanno di Tito. A farla da protagonisti arrivavano migliaia di giovani pronti a correre a tappe novemila chilometri per la Patria. Era il compleanno del nostro nuovo signore – il Compagno di tutti i compagni – ma anche la Festa della Gioventù. Fazzoletto rosso al collo, camicetta bianca e gonnellino blu. Mi sentivo stranamente uguale a tutti gli altri, potevo confondermi con la maggioranza; anche il Časna Titova pionirska (il giuramento del pioniere) era stato tradotto in italiano. Timidamente, stavo imparando a nuotare. Il culmine di quell’euforia di maggio era rappresentato dalla consegna ufficiale del messaggio al Grande Vecchio, trasmessa in diretta da tutti i canali radio e tivù; la Staffetta, che di regola partiva dal monte Tricorno, aveva fatto il giro della Jugoslavia toccando le località più significative della sua storia recente. Quel volto di bronzo imperava dal palco accanto alla sua Jovanka avvolta in vestiti di seta firmata. I miei, a casa, commentavano a labbra strette la manifestazione definendola una pagliacciata: alla faccia dell’uguaglianza, dicevano piano. Poi arrivava il turno del 29 novembre, giorno di estrema unzione per i maiali. Peccato non ci sia più, il Dan Republike: si mangiava bene e per pochi dinari. Il marchio di fabbrica “29. novembar” di Subotica si era conquistato i mercati esteri piazzando i suoi prodotti di carne nei paesi del Medio ed Estremo oriente e soprattutto in Unione Sovietica. Era diventato un brand, il brand della giornata delle paštete… A vent’anni, i miei vent’anni, bastavano un asciugamano, due pomodori e una di quelle paštete per godere mare e sole sdraiati in qualunque spiaggia della nostra estate. L’estate del bratstvo i jedinstvo, della fratellanza e dell’unità, dei Dragan e degli Orlando, dei Faruk, delle Patrizia e Mirsada. Ortodossi, cattolici e musulmani in discoteca a scatenarsi con la musica dei Deep Purple, dei Bijelo Dugme, dei Paraf, dei Bulldozeri. Eravamo tutti uguali. Ho incontrato Faruk una decina di anni più tardi. Non l’avrei quasi riconosciuto, senza barba e capelli. E senza jeans. Stava insieme a una donna dal viso coperto dal burqa. Me la presentò; era Nusrija, sua moglie. Mi raccontò di essere molto occupato. Aveva fondato un Centro musulmano a Fiume: Faruk era diventato un fanatico rispettoso delle leggi islamiche. Più che sorpresa, mi chiesi se lo fosse stato anche nei tempi in cui mi cantava all’orecchio “Da li znaš da te volim” di Dado Topić. Gli domandai timidamente di Dragan. Il suo volto per un attimo fu attraversato da un’espressione dura. Era scappato in Bosnia, disse, ma dalla parte serba. Si era consegnato volontario. Preferii non porre altre domande.

Un altro colore

Oggi? Attraverso il Corso per raggiungere piazza Žabica cacciandomi in bocca un chewing gum. Non ha più il gusto che aveva cinquant’anni fa. Mi dà fastidio il riverbero delle insegne al neon. Quei piccoli soli imbottigliati, bugiardi e facili, posti su antichi intonaci della mia città, non riescono certo a nascondere l’umiliazione che si è subita. Nike e Max Mara, Benetton e Hugo Boss, neanche a forze riunite sono in grado di offuscare il Smrt fašizmu, sloboda narodu. Ci avevo creduto, un giorno. In cima alla decapitata Torre civica svetta la bandiera. Di un neonato colore. Indeficienter? I fiumani o meglio i riječani di oggi la credono un’offesa. Nel mio portamonete tante carte di credito coi conti in rosso. E il tesserino col tricolore che esibisco a ogni entrata in Comunità degli Italiani. Prendo un giornale: presto raggiungeremo l’Unione Europea, dicono in prima pagina. Non ne vedo l’ora. In seconda, raccontano che cinquecento milioni di euro sono spariti nel processo di privatizzazione. In terza un trafiletto: trecentosessantamila disoccupati. In seno alla madre Europa sarà meglio, concludo. E vado a sbattere contro le dame, le drugarice del Corso. Chiedo scusa. Nella mia mente una domanda: chissà se le dame, diventate nel frattempo signore nonne che occupano le prime file in chiesa sfoggiando pellicce rigorosamente ecologiche, torceranno il naso scoprendo che Jelačić trg, prima di chiamarsi piazza Belgrado, era intestata al celebre dottor Scarpa? Chissà se durante la messa si sono chieste chi fosse stato San Vito? Troppe pietre hanno scalfito quel crocifisso che esiste e resiste. Proprio come noi. Il 10 febbraio è alle porte. Ostinati, sicuri della nostra buona fede, i miei esuli parlano di me.

Il viaggio

Un biglietto per Trieste dell’agenzia di viaggi cittadina costa 100 kune. Partenza: ore 6.00. Arrivo: 8.40. Ottoequaranta? Ottoequaranta. Perché per entrare in Europa, alla dogana slovena ti fanno scendere dal bus. Uno per uno. Timbro del passaporto. Sento pietà e disprezzo, nelle prevedibili domande. Ha qualcosa da dichiarare? Ho tanto da dichiarare. Vado a trovare il mio povero cugino invalido. Quello che mi ha raccontato la storia del mio Liceo. La storia di Antonio Grossich. Per qualcuno un fascista, per lui un eroe. Le ferite bruciano ancora, la sua tintura di iodio, lodata dal Mikado e dall’omologo russo dopo la battaglia a Port Arthur, ci starebbe a pennello. Le ferite della mia gente sono ferite mie. E della mia gente. Io e mio cugino, possa piacerti o meno, siamo cugini. Intasco il biglietto, godendomi il sapore di una marcia consuetudine. Reduce da tutte le guerre non scelte, per me domani, sveglia ostinata alle 5. Con la borsa robusta, capace di contenere le sarme. Avvolte su carta di giornale. “La Voce del popolo” serve eccome. L’odore acre dei crauti, i “capuzi garbi”, non filtrerà. Mi avvio verso casa. Calpesto tenacemente la mia terra nella latente promisquità. E la “q” al posto della “c” rende bene la situazione.

Tiziana Dabović

 

 

 

 

197 – CDM Arcipelago Adriatico 20/03/12 Esuli profughi, rifugiati… in una parola migranti, parole e Musica: un incontro d’eccezione a Genova
Parole e Musica: un incontro d’eccezione a Genova

Per il ciclo “La storia in piazza” il 30 marzo a Genova si svolgerà un incontro intitolato

“Esuli profughi, rifugiati… in una parola migranti. Una storia cantata”. L’incontro avrà luogo alle ore 10.30 nel Salone del Maggior Consiglio, con gli interventi di Adriano Sansa e Roberto Stanich. Introduce Silvia Pesaro:  i relatori racconteranno il loro esodo parlando dell’Istria di oggi e della sua eterna identità di terra di confine. La lezione di storia cantata a due voci su centocinquant’anni di migrazioni dall’Italia e in Italia di e con Emilio Franzina, prevede l’esibizione del duo pianistico Luigi Donorà e Nevia Gregorovich, con brani tratti dalle “Miniature Istriane” e dalle “Pittografie musicali”. Introduce Iacopo Gibelli. Silvia Pesaro, nel presentare l’iniziativa, ha voluto citare una frase di Anna Maria Mori che risponde al quesito di “Nascere in Istria.Che cos’è, dov’è l’Istria?” Per molto tempo – afferma la Mori – l’Istria, piuttosto che ad una dimensione fisica, geografica e storica, a una terra, come tutte le terre del mondo, fatta di case e di cose, di uomini e di donne, di contadini e marinai, di musiche, odori e sapori, è stata ridotta alla miseria di un’unica dimensione: quella politica. Per cinquant’anni non si è voluta riconoscere nessun’altra possibile identità”. Personaggi di tutto spicco daranno vita ad un appuntamento particolare. “Le loro biografie – commenta la Pesaro – dicono già molto su quanto andremo ad approfondire, ecco perché abbiamo voluto sottolinearne il peso, presentandole già in sede di comunicati stampa”. E allora procediamo: Adriano Sansa, Presidente del Tribunale dei minori di Genova e sindaco della stessa città dal 1993 al 1997. Nasce a Pola, in Istria (oggi Croazia) nel 1940 e nell’immediato dopoguerra cambia dimora per decine di volte prima di trovare una residenza stabile in Liguria. Convinto che la poesia e la letteratura siano tra le espressioni della civiltà meglio capaci di far riflettere l’uomo sulle sue condizioni, ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra cui: Onore di pianti. In memoria dei martiri di Sicilia (Marietti, 1993), Affetti e indignazione (Scheiwiller, 1995), La speranza del testimone (Il Nuovo Melangolo, 2010). Nel 2011 è stato vincitore del Premio Novaro per la Cultura Ligure. Silvia Pesaro, curatrice della mostra itinerante “Confini. L’esodo giuliano dalmata” e responsabile dell’Archivio del Ricordo, che compendia oltre 50 video-interviste ad esuli provenienti da Istria, Dalmazia e Fiume. Roberto Stanich, nasce a Pola, (oggi Croazia) nel 1941. Dopo l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia, all’età di 15 anni lascia la sua città e trascorre diversi anni nei campi profughi di Tortona e di Monza. Successivamente si trasferisce a Milano, dove svolge attività lavorativa con incarichi di responsabilità presso diverse aziende industriali nazionali ed estere. Appassionato studioso di storia, tradizioni e cultura giuliano dalmate, collabora attivamente con varie associazioni e riviste. Ha pubblicato tre raccolte di racconti in dialetto istro-veneto: L’Imprinting dell’Istria (Lampi di Stampa, 2009), La vita xe ancora bela (Lampi di Stampa, 2010) e Mr. Merlo De Graia (Lampi di Stampa2012). E veniamo al concerto. Nevia Gregorovich pianista e pittrice, nasce a Parenzo, in Istria (oggi Croazia). Dopo l’esodo avvenuto nel 1956 si trasferisce con la sua famiglia per quattro anni nel campo profughi di Monza, dove riprende lo studio del pianoforte. Si diploma da privatista presso il Conservatorio “G. Verdi” di Milano e si dedica all’insegnamento e all’attività concertistica. Spesso le sue esecuzioni di musica d’avanguardia sono collegate a mostre multimediali. Molto attiva nelle testimonianze per il Giorno del Ricordo, soprattutto nelle scuole. Luigi Donorà, compositore e pianista nato a Dignano d’Istria e residente a Torino, dove ha insegnato presso il locale Conservatorio Musicale. Si è diplomato in musica corale, composizione e direzione d’orchestra presso il Conservatorio “G.Verdi” di Milano, perfezionandosi per la composizione all’Accademia Musicale Chigiana di Siena. Ha composto musica cameristica, sinfonica e per il teatro d’opera. Nel 1997 al Teatro Carlo Felice di Genova è stata eseguita la prima assoluta della sua cantata “L’urlo dall’abisso”, diretta dal M. Lazarev. Direttore del Bolshoj di Mosca. Sta terminando la cantata “Foibe d’acqua” in memoria degli annegati di Zara e della costa dalmata. Nel 2009 è stato insignito, per meriti artistico-musicali, della onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Iacopo Gibelli Diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Paganini di Genova. Ha collaborato all’ideazione e alla formazione dell’Archivio del Ricordo. Esercita la professione di ingegnere in campo Civile e Ambientale. (rtg)

 

 

 

 

198 – Il Piccolo 19/03/12 Esce da Feltrinelli con il titolo “A piedi” la versione per giovani lettori dell’avventuroso viaggio del giornalista Paolo Rumiz fino a Capo Promontore

E cammina cammina da Trieste fino all’Istria è un viaggio da ragazzi
NARRATIVA – l’anticipazione  Esce da Feltrinelli con il titolo “A piedi” la versione per giovani lettori dell’avventuroso viaggio del giornalista Paolo Rumiz fino a Capo Promontore
GUIDA AL VIAGGIO Dal reportage sul “Piccolo” a “La strada degli ulivi” Dal 9 al 16 settembre 2011 Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, ha compiuto un viaggio attraversando a piedi l’Istria, da Trieste fino a Capo Promontore. E lo ha raccontato in un reportage a puntate sul “Piccolo”, che nel dicembre scorso, in occasione dei 130 anni del nostro quotidiano, lo ha regalato ai propri lettori in forma di libro, intitolato “La strada degli ulivi”, realizzato in collaborazione con il CAI XXX Ottobre e con Unicredit. Ora quel viaggio, con il titolo “A piedi”, è diventato anche un racconto per ragazzi, illustrato da Alessandro Baronciani, che uscirà mercoledì per i tipi Feltrinelli (pagg. 123, euro 12,00), una guida al viaggio, ma soprattutto una riflessione sull’importanza del camminare. Pubblichiamo l’inizio del libro per ragazzi “A piedi” di Paolo Rumiz, che uscirà mercoledì nella collana Feltrinelli Kids.
di PAOLO RUMIZ
Un mattino di settembre presi il sacco e uscii di casa senza voltarmi indietro. La mia meta stava a sud, un sud così perfettamente astronomico che sarebbe bastata la bussola per raggiungerlo. Era la punta meridionale dell’Istria, un promontorio magnifico sui mari ruggenti di Bora, regina dei venti d’inverno, e di Maestrale, che è il più glorioso dei venti d’estate. Un luogo che tutti i lupi di mare sanno riconoscere traversando l’Adriatico. Mi era venuta voglia di andare, una voglia pazzesca e improvvisa, e in una settimana contavo di farcela alla media “tranquilla” di una ventina di chilometri al giorno. In tutto, centocinquanta chilometri da Trieste, la mia città.

 

Trieste sta in alto a destra sulla carta geografica d’Italia, ed è talmente periferica che da lì è quasi impossibile fare un viaggio senza passare una frontiera. Trieste non è Bologna o Napoli. Nella mia città cambia il mondo e inizia il profumo d’Oriente. Fino a pochi anni fa per la stazione ferroviaria di casa mia passava il più avventuroso dei tre Orient Express, i favolosi treni passeggeri che raggiungevano il Sudest dell’Europa attraversando i Balcani. Quello che sostava a Trieste era denominato “Simplon”, perchè percorreva la famosa galleria del Sempione, e a bordo di quei vagoni la scrittrice di romanzi gialli Agata Christie ha ambientato un famoso assassinio. Il “Simplon” collegava Parigi a Istanbul attraverso le Alpi Svizzere, Milano, Trieste, Belgrado, Sofia, e la vera avventura cominciava appunto a Trieste, quando si entrava nelle impenetrabili foreste di un paese che oggi non c’è più: la Jugoslavia, crollata negli anni Novanta a causa di una guerra sanguinosa che l’ha spezzata in sei stati più piccoli.

 

A Trieste la frontiera è così vicina che per raggiungerla basta un’ora e mezza a piedi o mezz’ora in bicicletta. Quando partii per Capo Promontore sapevo che avrei dovuto passarne due in meno di venti chilometri: prima quella con la Slovenia e poi quella con la Croazia. Due frontiere in uno spazio così piccolo, mi direte, non è cosa normale. Il fatto è che dalle mie parti le linee che separano i popoli con sbarre e dogane si aggrovigliano in modo demenziale. La mia è una terra inquieta, e nell’ultimo secolo i suoi confini si sono spostati in continuazione per via dei due conflitti mondiali e infine della guerra che ha diviso la Jugoslavia, eventi che hanno separato famiglie e generato molta infelicità.

 

Mia nonna materna, nata nel 1890, è vissuta sotto sei diverse bandiere senza smettere di abitare a Trieste: Austria, Italia fascista, Germania, Jugoslavia, governo angloamericano e poi definitivamente Italia democratica. Così vanno le cose del mondo. Questo è il racconto di un viaggio a piedi che può servirvi da guida, se mai un giorno vorrete seguire le mie tracce sugli stessi affascinanti terreni: qui troverete le indicazioni per ricostruire l’itinerario su una mappa. Ma questo racconto è anche un modo per darvi una serie di istruzioni tecniche sulla camminata, l’andatura, l’alimentazione, gli incontri con gli uomini e gli animali. Soprattutto, vorrei incitarvi a mollare gli ormeggi e andare, perchè camminare rischiara la mente, conforta il cuore e cura il corpo.

 

Gli uomini camminano sempre meno, sono diventati sgraziati, si muovono curvi sui loro telefonini, hanno il collo storto per l’abuso del computer, le spalle rovinate dall’utilizzo del mouse, lo stomaco contratto dallo stress e la testa piena di segnali e rumori di fondo. Un indonesiano, o un etiope, cammina in modo più nobile e felpato di noi, e quando porta un bagaglio in equilibrio sul capo mostra un’andatura eretta e sinuosa che noi abbiamo perduto da un secolo. Qualcuno dirà che sono esagerato. Rispondo con una semplice osservazione fatta nelle vie delle nostre città Una volta c’erano solo gli scontri frontali fra automobili: oggi è facile vedere scontri fra pedoni che si tagliano la strada alla cieca, digitando messaggini.

 

Guardando queste cose, e guardando anche me stesso, mi accorgo che non solo siamo diventati goffi e ridicoli, ma che stiamo anche perdendo il senso della realtà. La nostra testa è cambiata. L’uomo che non cammina perde la fantasia, non sogna più, non canta più e non legge più, diventa piatto e sottomesso, e questo è esattamente cià che il Potere vuole da lui, per governarlo senza fatica, derubarlo di ciò che Dio gli ha dato gratuitamente, e bombardarlo di cose perfettamente inutili a pagamento. Chi cammina, invece, capisce, parla con gli altri uomini, li aiuta a reagire e a indignarsi contro questa indecorosa rapina che ci sta impoverendo tutti quanti. Il semplice fatto di mettere un piede davanti all’altro con eleganza, di questi tempi, è un atto rivoluzionario, una dichiarazione di guerra contro la civiltà maledetta dello spreco. I viaggi si sognano a lungo e io sognavo da anni il capo delle tempeste in fondo a quella penisola. Sognavo di tagliare l’Istria con un mio itinerario, intendo dire una strada scelta da me; una pista da individuare d’istinto, col fiuto di un buon cane da caccia. Ero stufo di seguire le strade degli altri, di procedere su percorsi già segnati con in mano una guida. Volevo ritagliarmi un’avventura mia, e lo spazio per farlo c’era. Per l’avventura lo spazio c’è sempre, in qualsiasi parte del mondo. Basta rinunciare alle strade battute e alle strumentazioni elettroniche come il GPS. Non fatevi smontare da chi vi dice il contrario. Basta prendere una mappa e scegliere la strada. Solo la carta vi dà la visione d’insieme e vi aiuta a sognare una strada.

 

La strada che sognavo di fare era a metà fra la costa ovest e quella est. Mi spiego: se la punta meridionale dell’Istria forma un angolo acuto, la mia strada avrebbe dovuto spaccarlo in due come la freccia di Guglielmo Tell aveva fatto con la mela sulla testa del figlio. Volevo raggiungere quell’angolo magico con una linea retta che i testi di geometria chiamano “bisettrice”. Il territorio della penisola è magnifico: montagne popolate da orsi, altopiani crivellati da grotte e precipizi, paesi arroccati come in Toscana, vigne e sterminati uliveti. E ancora salvia, rosmarino, e praterie di piante aromatiche agitate dal vento e capaci di sprigionare profumi da sballo. E infine una costa frastagliata di roccia bianca come la neve. ©Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

 

 

 

 

 

199 – Secolo d’Italia 17/03/12 Intervista con Mila Mihajlovic sul nuovo libro di Italo Gabrielli – Ecco altre verità  sui crimini di Tito contro italiani e serbi»

Ecco altre verità  sui crimini di Tito contro italiani e serbi»

Intervista con Mila Mihajlovic sul nuovo libro di Italo Gabrielli

 

Antonella Ambrosioni

 

Il prossimo lunedì, 19 marzo, alla Sala Capitolare del Senato della Repubblica, sarà presentato il libro Istria, Fiume, Dalmazia, diritti negati, genocidio programmato di Italo Gabrielli, uno dei più anziani esuli istriani di Trieste, portavoce del Gruppo Memorandum ‘88, fondatore dell’Unione Istriani, Fiumani e Dalmati, infaticabile rivendicatore dei diritti della sua terra natale. Un libro di grandissimo valore storico che con fermezza e puntualità riporta alla luce crimini mai ufficialmente giudicati. Gli italiani giuliani e dalmati subirono una pulizia etnica che per lunghi decenni è stata oscurata e che solo ora poco a poco, documento dopo documento, sta riemergendo. Ne parliamo con la giornalista e storica italiana, di origine serba. Mila Mihajlovic, che sarà uno dei relatori alla presentazione del volume.

 

Mila Mihajlovic, “ripassiamo” un po’ di storia per chi ha ancora qualche vuoto di memoria: chi erano i titini che infoibarono gli italiani e da dove ha origine tale odio?

 

Si dà il fatto che la prima pulizia etnica d’Europa sia stata commessa nel 1941 nei confronti dei serbi di Croazia. Fu il primo atto di un genocidio programmato e mai nascosto dallo Stato indipendente croato, sorto per volere della Germania sul territorio della Dalmazia italiana. A tale scempio si sono decisamente opposte le forze armate italiane sul posto, in aperto contrasto con i vertici governativi a Roma. Tale situazione, come leggiamo nelle “Memorie di guerra” del generale Giacomo Zanussi (ufficiale dello Stato Maggiore della II Armata) “ha determinato uno stato di pressoché permanente contrasto e di tensione tra noi e i croati, che mal tolleravano la nostra intromissione nei loro territori, non tolleravano la nostra risoluta opposizione al programma che essi s’erano proposti e che tendeva decisamente allo sterminio sin dell’ultimo serbo e dell’ultimo ebreo”.

 

Gli italiani si adoperarono in ogni modo per salvare la popolazione civile serba. Ma non solo…

 

Quello che croati non hanno mai potuto perdonare agli italiani è proprio il salvataggio dei serbi. Lo scrive sempre Zanussi, aggiungendo come “più tardi, con la descrizione e la documentazione puntuale dei loro crimini inauditi raccolta dagli eminenti funzionari italiani, i croati si sono coperti davanti al mondo di vergogna come nessuno dei popoli nella storia moderna…”.

 

Testimoni di quegli eventi ce ne sono ancora?

 

Ajmone Finestra, tenente dei bersaglieri del Battaglione Zara, il colonnello Umberto Salvatores, comandante del VI Reggimento della divisione Sassari, il colonnello Giuseppe Angelini, comandante del I Reggimento della divisione Re (dichiarato antifascista) che nel suo libro “Fuochi bivacchi in Croazia” denuncia l’inaudita ferocia e la spietata crudeltà con la quale i croati facevano scempio di donne e bambini serbi. Ci volle l’intervento italiano per ripristinare la pacificazione.

 

Poi cosa accadde?

 

Fatale per la popolazione italiana di quelle zone fu il fatto che gli ustascia già alla fine del ‘42 capirono che i tedeschi non avrebbero vinto la guerra e decisero di confluire in massa nelle file dei comunisti di Tito. Cambiarono l’uniforme e la bandiera, ma non il nemico, che per i croati restano lo stesso: serbi e italiani. Cito qualche esempio. Sulejman Filipovic, uno dei più stretti collaboratori di Pavelic e diretto partecipe dei massacri compiuti dagli ustascia contro i serbi di Bosnia, passò ai titini nell’ottobre del ‘43, per diventare, subito dopo la guerra, ministro nel governo del Maresciallo Tito. Rudolf Petovar, ufficiale ustascia, sul finire del ‘43 passò ai partigiani; venne promosso generale e fu proclamato “eroe del popolo”!

 

L’irruzione a Sebenico dei partigiani di Tito fu tremenda. Come andò?

 

Settembre ‘43. Caso strano, una quindicina di minuti prima dell’irruzione partigiana nella città, sulle case apparvero delle bandiere con la stella rossa, esposte su tutte le case dei croati e persino sulle chiese cattoliche croate: i partigiani sapevano dove andare. In questo modo fecero presto a massacrare tutti serbi e italiani, preti compresi. Il libro di Italo Gabrielli è pieno di testimonianze e documenti su questo crimine contro la popolazione italiana.

 

La questione grave è che gli italiani sono stati accusati a lungo di essere responsabili di tali eccidi.

 

Che l’Italia e gli italiani pagarono per crimini altrui è un’altra incredibile verità storica. Come riporta nel suo libro Italo Gabrielli, “Delegati jugoslavi alla Conferenza di pace dichiararono un numero di 1.700.000 jugoslavi caduti in guerra”. Ma di questi caduti la maggioranza erano i serbi uccisi dai croati nei tanti campi di sterminio! La chiusura del campo di sterminio, costituito da una quarantina di foibe sul monte Velebit nei pressi del villaggio Jadovno e sull’isola di Pago fu ordinata dagli italiani. Eppure l’Italia viene condannata a pagare un risarcimento grave, con la rinunciare ai suoi territori in favore della Jugoslavia.

 

 

Alla Croazia, invece, nessuno chiese il conto?

 

La Croazia non ha mai pagato ad alcuno un risarcimento di guerra. Bisogna ricordare che, oltre la Germania, la Croazia era l’unico stato ad avere i campi di concentramento. Eredità pesantissima, ma a differenza della Germania, tale verità storica non è stata ancora confessata dalla Croazia. Anzi, sono continui i tentativi di falsare i fatti. Ne è un esempio il progetto croato, presentato alla Commissione europea con la richiesta di fondi, di proclamare come luogo simbolo di tutti i campi di concentramento della regione l’ex campo italiano Campora sull’isola d’Arbe dove, tra giugno 1942 e settembre 1943, c’era un campo di lavoro per coloro che avevano commesso delitti contro le autorità italiane. Ebbene, non era né un campo di concentramento, né un campo di sterminio. Nessuno in quel luogo è stato fucilato o giustiziato. È giusto che il campo di lavoro italiano venga ricordato. Rischia però di oltrepassare il più elementare senso di decenza l’affermazione croata che tale campo sia stato il più atroce campo di concentramento della regione…. Cosa dire, allora, dei campi di concentramento degli ustascia e delle foibe?

 

 

Ben vengano libri come questo di Gabrielli: non è mai troppo tardi per ripristinare la verità storica, non trova?

 

Assolutamente sì. Un libro che è più che benvenuto a rafforzare una battaglia di civiltà che si prospetta ancora lunga e dura. Ma dobbiamo portarla avanti: l’autore del libro, una delle vittime, e noi, generazioni venute tanti anni dopo gli eventi, e quelle altre che ancora verranno, italiani che chiedono verità e rispetto.

 

 

 

 

 

 

200 – La Voce del Popolo 17/03/12 Fulvio Tomizza, il fascino del ritorno, Fabio Venturin racconta la nascita di un progetto radiofonico

Lo sceneggiatore Fabio Venturin racconta la nascita di un progetto radiofonico Fulvio Tomizza, il fascino del ritorno

TRIESTE – Studi Rai di Trieste, un lungo corridoio con le luci rosse sopra le porte, accese o spente, a segnalare le registrazioni in corso. Chissà quante volte Fulvio Tomizza, cartella sotto il braccio, avrà percorso questi spazi, posato lo sguardo sui medesimi particolari, immerso nei suoi pensieri… “Essere istriano per me è tutto”, diceva. Il ricordo della sua “voce”, calda e misurata, ci giunge da una delle tante registrazioni che lo sceneggiatore Fabio Venturin e la regista Viviana Olivieri hanno ripescato dagli archivi per dar vita ad un nuovo progetto del quale ci stanno rendendo partecipi. La messa in onda è già stata fissata per sabato 31 marzo (prima puntata), ore 12, sulle frequenze di Radio 1 per l’FVG. Proposto dalla sede regionale Rai per il Friuli Venezia Giulia, intitolato “Fulvio Tomizza: Dove tornare”, ovvero cinque episodi che rivelano il suo percorso: Alle radici dell’albero, La doppia guerra di Stefano, Lo specchio trasfigurato, Lo strappo, Esodo e ritorno.

Le prove sono in corso, necessarie prima della registrazione che inizierà tra un po’, giusto il tempo di cogliere alcune battute, di ragionare con lo sceneggiatore su quest’operazione che restituisce Fulvio Tomizza, ancora una volta, al suo pubblico. “Tomizza è un classico – risponde il professore Venturin –, che va letto e riletto e non può essere dimenticato”. Ma la vita, si sa, è fatta di grandi fughe e di periodi di pausa, di oblio, nulla è dato per scontato, per cui bisogna lavorare, studiare, proporre… Fabio Venturin viene dal mondo della scuola, con una lunga esperienza nelle sceneggiature, dai radiodrammi ai personaggi. Ha curato trasmissioni sui grandi della musica dando seguito alla sua passione per le note, suona il pianoforte. È suo il ciclo di trasmissioni su Giuseppe Tartini, realizzate quando era ancora difficile trovare le registrazioni necessarie, per cui si doveva ricorrere allo studio degli spartiti. C’è la musica, anche in questo suo nuovo lavoro, basta ascoltare l’intrecciarsi delle voci degli attori Gualtiero Giorgini, Adriano Giraldi, Ian Leopoli, Maria Grazia Plos, Massimo Somaglino, Mariella Terragni. Ad ascoltare pazientemente ogni passaggio, l’assistente al programma, Marina Devescovi. In regia, il tecnico del suono Carlo Morello. Quale il filo che unisce le cinque puntate? “L’autobiografia – risponde l’autore Venturin –. Fulvio si racconta, intervenendo egli stesso con spezzoni di interviste d’archivio, rapportandosi con suo padre e sua madre, le vicende della sua vita segnata dall’esodo, per cui il ragazzo si chiede perché non possa essere come tutti gli altri che vivono una vita normale, senza scossoni. Invece per l’Istria non è così”. Lo racconta nei suoi libri nei quali la scrittura è mondo essa stessa, nel quale riversare dubbi e certezze, nel quale trovare una strada. Perché la radio? “Perché ascoltare, come leggere un libro, permette di viaggiare con la fantasia, di immaginare, di entrare nella magia delle parole”. Scrivere per la radio è come comporre uno spartito… “Ci vuole musicalità, ritmo, le giuste pause e poi c’è il ruolo della musica che entra ogni tanto per sottolineare un momento, da protagonista e poi svanisce. È un concerto, gaver recia, si direbbe nel nostro dialetto”. Nostro? “La mia famiglia è di Umago, quindi neanche lontano dal luogo di nascita di Tomizza, al quale lui era tornato”. Il tema del ritorno è sempre presente, anche in questo lavoro, ma nel titolo non c’è un punto di domanda… “Volutamente. Per tanto tempo il punto interrogativo è stato d’obbligo: l’esule non ha un luogo del ritorno. Ma ora l’abbiamo tolto, i tempi sono cambiati, il mondo è cambiato e così anche il concetto del ritorno, che assume altri significati per chi è andato lontano, o per chi è nato altrove, ma sentendo il richiamo delle proprie radici. Sono tematiche che Tomizza ha cercato di analizzare in tutte le loro sfumature e che oggi sono di grande attualità”. Il ritorno è molto legato alla figura del padre. Perché? “È incredibile quanto sia importante per un ragazzo il confronto col genitore. Lo è stato anche per Fulvio, come lo è per me. A mio padre ho dedicato l’unico romanzo che ho voluto scrivere, aveva fatto la guerra, la sua sofferenza mi apparteneva, dovevo raccontarla. Così tutti i nostri padri riversano sulle nostre spalle la loro esistenza e, ad un certo punto della vita, andiamo a cercarli. Nell’albero dei sogni, ma anche in altri romanzi, Tomizza lo cerca, lo evoca, lo incontra anche dopo che è mancato e con lui riflette e si fa consigliare. Sono momenti di scrittura onirica, di grande lirismo, che ritroviamo in queste puntate”. La vita come ispirazione, in Tomizza è sempre presente… “In una conferenza al Liceo Gobetti egli affermò una cosa importante che ho voluto segnalare. Disse: io mi sono ispirato alla mia vita, per scrivere certi libri… Però ad un certo momento la materia ha bisogno di essere organizzata… Cioè nella nostra vita tutto accade caoticamente e questo… non possiamo proporre del caos a dei lettori… quindi dobbiamo organizzarla, mettere le cose a posto: quindi fare ‘personaggio’ di noi stessi, quindi non snaturarci, ma completarci, casomai…”. I tempi stringono, la pausa caffè è terminata, gli attori sono pronti a riprendere il lavoro, concentrati, entusiasti, anche emozionati per la forza del pensiero di Tomizza in questi dialoghi. Viviana Olivieri, dalla regia, come un capitano dalla plancia, comanda l’equipaggio e tutto si muove, succede, li lancia e li riprende, controllando i respiri. Chi ascolterà dovrà sentirsi coinvolto. Ma non basta: molti suoi libri sono introvabili, così si rischia di dimenticarlo. Forse anche uno sceneggiato radiofonico potrebbe rinverdire l’interesse degli editori su insistenza degli ascoltatori.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

 

 

 

 

 

201 – Giopì (quindicinale bergamasco di cultura) 15/03/12 Pubblicata una tesi di laurea sui Giuliano-Dalmati a Bergamo, documenti di un esodo troppo a lungo rimosso dalla coscienza nazionale

Pubblicata una tesi di laurea sui Giuliano-Dalmati a Bergamo

Documenti di un esodo troppo a lungo rimosso dalla coscienza nazionale

Solo da pochi anni, dal 2004, la me­moria della loro traumatica, talora tragica, vicenda è stata ufficial­mente riconosciuta dallo Stato italiano, con l’istituzione della Giornata del Ri­cordo delle foibe e dell’esodo. Stiamo parlando, ovviamente, dei Giuliano-Dalmati, esuli in patria dal 1945 in poi, quindi anche nella nostra città, per il prepotente desiderio di mantenere, pur lontano dalle loro case, la fondamenta­le identità italiana.

I «beni abbandonati» dagli esuli furo­no naturalmente incamerati dal gover­no comunista tifino; quanto all’Italia, che si era impegnata ad indennizzare i profughi, si è limitata negli anni ad al­cuni modesti acconti, senza mai proce­dere a un saldo che appare oramai piut­tosto improbabile. In compenso, in sede di accordo con Belgrado nel 1954, il go­verno italiano utilizzò «il valore com­plessivo dei “beni abbandonati” dagli esuli (stimati all’epoca 72 milioni di dollari) per compensare (in parte) il de­bito esistente per i danni di guerra». Questo sull’aspetto «economico» delle rivendicazioni degli esuli, che – va ri­cordato – possiamo valutare a circa 350.000 persone. Anche a Bergamo si verificò un notevole afflusso di Giulia­no-Dalmati (si può parlare di tremila profughi, non tutti poi fermatisi), in an­ni in cui, ovviamente, anche la condi­zione del normale cittadino bergamasco era tutt’altro che invidiabile in conse­guenza della guerra. Gli sforzi sostenu­ti per aiutare gli esuli, da una fase della prima accoglienza via via al graduale e totale inserimento nella comunità cittadina, la documentazione relativa alle ri­chieste accolte dagli organi preposti di sostegno pratico, la dislocazione di va­rie famiglie, taluni aspetti della quoti­dianità di quegli anni, soprattutto gli elenchi con i dati essenziali di una lar­ga fascia dei profughi: ecco gli elemen­ti che possiamo ricavare dalla pubblica­zione della ricerca effettuata da una so­lerte laureanda, Elisa Cattaneo, presso l’Archivio di Stato di Bergamo. Un la­voro paziente e prezioso, fra buste e fal­cioni vari che provengono dalla Prefettura e dall’Ufficio di Assistenza Post­bellica, i quali ovviamente non doveva­no occuparsi solo dei Giuliano-Dalmati, ma di varie altre categorie bisognose di aiuto (rifugiati dalla Libia, ex deportati, reduci di guerra etc).

In una prima fase ovviamente occor­reva un centro di raccolta (a Bergamo alla Clementina), erano indispensabili sussidi alle singole famiglie, andavano assegnati generi di prima necessità’ compresi capi di vestiario, bisognava assicurare l’ammissione alle mense collettive. Per non parlare delle agevola­zioni, con posti riservati, nel reperi­mento del lavoro, in un’Italia che piano piano tentava di risollevarsi dalla cata­strofe. In una seconda fase, dopo il 1949, attenuatasi l’emergenza, ecco ad esempio la documentazione sulle colo­nie estive per i bambini o sull’assegna­zione di case popolari, soprattutto in particolari aree della città, cioè Celadina, Monterosso, Longuelo ed infine Lo­reto. Di vari fra questi aspetti il lavoro della Cattaneo presenta un’esemplificazione dei tanti documenti reperiti, te­nendo conto delle varie categorie; ecco, dunque, la riproduzione della richiesta di una profuga per l’assegnazione di un alloggio alla Celadina o quella del do­cumento E.C.A. che concede una cami­cia, un paio di mutande, una maglia e una sottoveste da donna ad una fami­glia rifugiatasi a Casazza o, ancora, del­la dichiarazione con la quale Vincenzo Barca, figura poi ben nota e di rilievo fra gli esuli, optava nel 1948 per la cittadi­nanza italiana. E evidente che la docu­mentazione raccolta dalla Cattaneo, unita ai ricordi personali o familiari, po­trebbe rappresentare la base indispen­sabile per una più ampia e «narrativa» ricostruzione della storia dei Giuliano-Dalmati a Bergamo, un’opera che ci par­rebbe molto utile per chiunque volesse comprendere appieno la Bergamo con­temporanea.

Il lavoro della Cattaneo è stato pub­blicato con il sostegno dell’Associazio­ne Nazionale Venezia-Giulia e Dalma­zia, sempre attiva anche a Bergamo, nonostante il trascorrere delle genera­zioni, nell’opera di difesa e conserva­zione delle nostre tradizioni su quelle sponde, nello sforzo di mantenere uniti e consapevoli gli esuli e i loro discen­denti e di far conoscere ai giovani le vi­cende del nostro confine orientale.

Enzo De Canio

Elisa Cattaneo, «L’esodo dei profughi giuliano-dalmati attraverso le carte dell’Archivio di Stato di Bergamo», Sestante, Bergamo, 2012, pagg. 120, euro 15,00.

 

 

 

 

202 – La Voce del Popolo  19/03/12 Speciale – Momiano:  Alunni e maestri impegnati in ricerche  sul dialetto locale e sulle antiche usanze

Speciale

In visita alla sezione periferica di Momiano dell’elementare italiana di Buie Alunni e maestri impegnati in ricerche  sul dialetto locale e sulle antiche usanze

MOMIANO – Nell’Alto Buiese, in quel paese famoso per quel castello in cui un tempo vivevano i conti Rota e che oggi versa purtroppo in rovina, c’è una scuola italiana che nel suo piccolo riesce ad essere grande. Stiamo parlando di Momiano, località dove opera una delle due sezioni periferiche della Scuola elementare italiana “Edmondo De Amicis” di Buie. Qui Marino Dussich e Serena Kljajić, due validi insegnanti, contribuiscono, promuovendo molteplici attività, sia didattiche che extradidattiche, a creare un contatto degli alunni sia con la natura che con l’esterno in generale. Per quanto piuttosto distante dai grandi centri urbani e apparentemente isolata, Momiano è in realtà una località del Buiese sempre più frequentata vuoi da turisti, vuoi dagli appassionati di mountain bike, dagli amanti delle scampagnate e delle gite in natura e dunque anche da tante persone del circondario che vengono a trascorrere qui sempre più spesso una giornata all’aperto da Buie, Umago, Cittanova o dalle località dell’Istria slovena, oltre il fiume Dragogna.

DUE ALUNNI IN PIÙ La scolaresca della periferica con lingua d’insegnamento italiana di Momiano è composta da 13 alunni. In prima elementare ce ne sono 4; in seconda 2. La terza classe è frequentata da 5 alunni, e infine, la quarta da 2. A settembre, come tutte le generazioni di scolari che concludono le prime quattro classi elementari a Momiano, questi ultimi due si trasferiranno nella sede centrale di Buie per proseguire e completare gli studi fino all’ottava classe. D’altro canto si sa già che arriveranno 4 nuovi alunni in prima, per cui il numero complessivo dei ragazzi che frequentano la piccola scuola locale salirà a 15. A Momiano la scuola e l’asilo italiano sono quasi un tutt’uno, poiché le due istituzioni condividono lo stesso edificio.

“Con l’asilo – ci dice l’insegnante Serena Kljajić – abbiamo un’ottima collaborazione. Del resto iscrivendosi al giardino d’infanzia i pargoli, quasi senza accorgersene, frequentano fin da subito anche gli ambienti scolastici, poiché l’asilo e la scuola condividono lo stesso immobile; di conseguenza familiarizzano con l’ambiente, conoscono gli insegnanti e in parte anche gli altri alunni e questo li fa sentire a proprio agio anche nel momento del passaggio dall’asilo alla scuola”.

«MOMIAN CIACOLA» Una delle battaglie culturali che l’instancabile Marino Dussich sta portando avanti da anni anche nel suo ruolo di insegnante, è la salvaguardia dei dialetti e delle parlate delle località che circondano la sua Buie. Autore del “Vocabolario della parlata di Buie”, pubblicato dal Centro di ricerche storiche di Rovigno, Dussich riesce di conseguenza a trasmettere pure agli alunni la curiosità per l’argomento; li invoglia a fare ricerche e a imparare come parlavano i loro avi; i ragazzi realizzano delle interviste mirate a persone anziane momianesi, che ricordano ancora modi di dire e termini caduti in disuso. Come ad esempio, il modo in cui a Momiano, e a quanto sembra soltanto ed esclusivamente qui, si definiva un tempo il maiale, che era detto “anemàl”; termine che derivava evidentemente da animale. O i dati riguardanti i numerosi mulini che in passato esistevano lungo il corso del torrente Argilla, che attraversa la valle ai piedi del castello momianese. Pare fossero ben nove i mulini ad acqua in funzione un tempo da queste parti. Ogni piccolo attrezzo che veniva usato dai mugnai aveva un nome, e in momianese era diverso da come lo si chiamava in altre zone dell’Istria. L’argomento ha offerto lo spunto al professor Dussich per l’avvio di un interessante progetto che sta realizzando in collaborazione con gli alunni e che condurrà alla pubblicazione di un volumetto che porterà il titolo “Momiàn ciàcola”. Questo piccolo vocabolario dei termini dialettali momianesi è stato elaborato a scuola rendendo partecipi anche gli alunni, che per completarlo e renderlo ancora più interessante al lettore, hanno realizzato degli splendidi disegni che saranno pubblicati nel dizionario. I lavori rappresentano gli attrezzi e gli altri oggetti di cui si parla nel lavoro di ricerca e la cui forma dialettale è di difficile comprensione. I disegni assumeranno dunque un’importanza primaria per la lettura del volume. “Ci auguriamo di riuscire a pubblicarlo entro la fine di quest’anno” – ci dice fiducioso l’insegnante Marino Dussich.

L’ALBERO RACCONTA Ma tante sono le originali iniziative che vengono promosse dalla scuola e che, in un modo o nell’altro, sono legate al suggestivo ambiente e alla ricca storia del luogo. Chissà quante storie avranno da raccontare, ad esempio, gli alberi di Momiano? Quanti venti avranno soffiato tra i loro rami e quanto possono insegnare quelle storie… A rispondere a queste domande sarà “L’albero racconta”, un interessante allestimento scenico che ragazzi e insegnanti della periferica momianese stanno preparando per la prossima edizione del tradizionale “Appuntamento con la fantasia”, promosso dal Settore scuola e Educazione dell’Unione Italiana, e che quest’anno si terrà a Pola il 29 marzo.

AUTOSOSTENTAMENTO Per far fronte ai tagli generali causati dalla crisi globale da una parte, e per sensibilizzare i ragazzi alla gestione delle risorse dall’altra, la scolaresca della sezione momianese dell’elementare italiana di Buie partecipa spesso ai mercatini, per vendere delle piccole opere d’arte che vengono realizzate in classe. Gli appuntamenti fissi riguardano i mercatini di San Martino a Momiano, quello di Natale a Buie, quello di San Dorligo della Valle-Dolina, in provincia di Trieste, il Mercatino della Bontà di Udine, e altri ancora. Nel corso del tempo– grazie ai ricavi delle vendite svolte ai mercatini – la scuola è riuscita a comperare una macchina fotografica digitale e due stampanti.

APPUNTAMENTI Qual è il miglior modo per essere vincenti? La collaborazione e il rispetto reciproco. Sembrano paroloni costruiti, ma in realtà le molteplici collaborazioni che la scuola di Momiano ha innescato e che mantiene vive, sono una forza. Il ricco calendario di attività in programma quest’anno porterà alunni e insegnanti, tra le altre iniziative, a fare visita in maggio al Parco Zoo “Punta Verde” di Lignano Sabbiadoro, mentre a settembre si farà un giro in barca a Rovigno. Ultima, ma non meno importante, la collaborazione con le classi inferiori della Scuola elementare italiana di Cittanova, con le quali un mese fa i bambini di Momiano hanno trascorso una giornata sulla neve a Ravna Gora e prima ancora hanno visitato i “calanchi” (particolari conformazioni geologiche) di Sterna. Quest’estate i bambini momianesi andranno inoltre al mare a Cittanova. Ma non è ancora tempo di pensare alle vacanze, perciò tutti in classe!

Daniele Kovačić

 

 

 

203 – La Voce del Popolo 17/03/12 Speciale – Comunità degli Italiani di Fiume oltre mezzo secolo d’instancabile attività

A colloquio con la presidente del sodalizio Agnese Superina Comunità degli Italiani di Fiume oltre mezzo secolo d’instancabile attività

Sessantasei anni di ininterrotta e prolifica attività, di attaccamento smisurato alla lingua e alla cultura italiana, nonché alla tradizione, intesa come prezioso “scrigno” di valori da mantenere e tramandare alle giovani generazioni. Così potremmo definire, in estrema sintesi, la Comunità degli italiani di Fiume, il più grande sodalizio degli appartenenti alla CNI in Croazia.

Il motore delle attività artistico-culturali del gruppo nazionale italiano a Fiume è la SAC “Fratellanza”, nata dalla passione innata dei fiumani per la musica e per l’arte e operante in seno alla Comunità locale dal lontano 1946, quale espressione delle lunghe tradizioni italiane.

In seno alla SAC operano il coro maschile e quello femminile. Oltre alle sezioni di arti figurative e ceramica, sono attivi la mandolinistica, il “Collegium musicum fluminense” e “I Virtuosi fiumani”. Gli attivisti sono circa centoventi. Nell’ambito della SAC operano pure il coro dei minicantanti e il gruppo di Filodrammatica giovani. Tra le iniziative peculiari, di particolare importanza sono la pubblicazione della rivista “La Tore” e la realizzazione del Premio “Rudi Palisca”, che viene assegnato per meriti eccezionali nel campo dell’attività artistico-culturale.

Abbiamo incontrato la presidente attuale, Agnese Superina, con la quale abbiamo parlato dei traguardi più importanti raggiunti negli ultimi anni e dei piani per il futuro.

In realtà, siamo partiti dal tasto più dolente per la CI fiumana, ovvero dal fatto di non essere tuttora proprietaria degli spazi in cui opera, ossia il secondo e il terzo piano di Palazzo Modello, uno degli edifici più belli e rappresentativi del capoluogo quarnerino. “Siamo una delle pochissime Comunità a non essere i titolari della sede. Purtroppo, dubito che la questione verrà risolta, anche perché la municipalità è restia a concederci la proprietà. Addirittura, tempo fa avevano richiesto l’usufrutto permanente della sede, che ci avrebbe permesso di pagare una cifra simbolica, ma non ci è stato accordato. Se non ricevessimo il rimborso dell’Unione Italiana, non saremmo assolutamente in grado di pagare il canone d’affitto, circa 17.000 euro all’anno. Per non parlare delle ingenti spese di gestione e di manutenzione dei vani. Nonostante tutto, finora siamo sempre riusciti a cavarcela”.

La presidente ha annunciato che la CI, previa approvazione dell’UI, avrebbe intenzione di realizzare un “maquillage” della sede il prossimo anno, visto che dall’ultima ristrutturazione sono passati ormai dieci anni.

“Sarebbe da ristrutturare e rinfrescare anche l’atrio del palazzo, che versa in condizioni pietose, ma questo dipende dall’amministratore condominiale, con il quale non siamo ancora riusciti a trovare un accordo”.

Un altro aspetto negativo – ha proseguito Agnese Superina –, è legato all’importo “ridicolo” che ci viene stanziato dalla Città di Fiume (soltanto 15.000 kune per il 2012). La Regione ci dà circa 80.000 kune all’anno, senza però l’obbligo della stesura dei programmi, al contrario della Città, che negli ultimi anni ha notevolmente complicato questa procedura. L’assurdità è che i programmi da noi proposti non vengono mai approvati (la municipalità si limita ad assegnare i mezzi) e quindi facciamo un lavoraccio per niente.

Il modo in cui la Città di Fiume distribuisce i mezzi previsti per il settore cultura è vergognoso. Ci rimangono soltanto le briciole, anche se proponiamo progetti validi, come la Rassegna del nuovo cinema italiano, un’iniziativa fresca, che coinvolge i giovani e gli studenti di Italianistica. Un altro programma valido che la Città ignora da anni è il concorso Critico in erba, il progetto di educazione ai media rivolto agli alunni delle scuole elementari italiane, che viene organizzato in collaborazione con il Comitato Provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Verona.

Passando ai progetti realizzati, impossibile non nominare il Centro multimediale, fiore all’occhiello del sodalizio di Palazzo Modello. “Dopo tanti anni di tira e molla, di annose questioni burocratiche e problemi di vario genere, lo scorso dicembre finalmente abbiamo aperto il Centro multimediale. La sala è aperta il martedì e il giovedì dalle ore 17 alle 21 e viene custodita da Moreno Vrancich e Marino Squarcia, i quali forniscono supporto agli utenti e si occupano di manutenzione dei PC.

Colgo l’occasione per invitare i nostri ragazzi a venire in Comunità e a usufruire liberamente del Centro, che offre tantissime possibilità, non soltanto di svago. Abbiamo intenzione, inoltre, di organizzare corsi d’informatica per chi ha poca dimestichezza con i computer, nonché di organizzare delle lezioni con i docenti d’informatica delle nostre scuole”.

Il progetto che sta più a cuore alla presidente è senz’ombra di dubbio la costruzione del nuovo Centro prescolare in lingua italiana, progetto che ha iniziato a concretizzarsi nell’ottobre del 2011 con la firma della Lettera d’intenti tra la Città di Fiume, la CI locale e l’Unione Italiana. “Ovviamente siamo felicissimi, in quanto per ora le cose procedono molto bene. Speriamo continuino così anche in futuro e che non ci siano problemi con i finanziamenti. L’amministrazione cittadina sta facendo la sua parte, ossia ha risolto tutte le questioni giuridico-patrimoniali per il lotto di circa 3.000 metri quadrati, che è situato nel rione di Krnjevo, nei pressi dell’ex sede del policlinico Medico, sotto la strada principale. Il passo successivo consiste nella stesura del progetto esecutivo, previa pubblicazione del bando della gara d’appalto.

Si tratta di un passo avanti importantissimo nella realizzazione di questo progetto agognato da anni e che ora ha bisogno di essere sostenuto. Il nuovo Centro potrà accogliere un centinaio di bambini, che verranno suddivisi in cinque gruppi: due sezioni nido e tre gruppi di scuola materna. La zona è ideale, perché tutt’attorno c’è un’ampia area verde, esiste già la strada d’accesso asfaltata e c’è lo spazio per un parcheggio. La futura struttura sarà quindi in armonia con tutti gli standard.

A Fiume non è mai stato costruito niente per i figli degli appartenenti al nostro gruppo nazionale, oltre al fatto che determinate sezioni italiane operano in condizioni disagiate, tranne il giardino d’infanzia Mirta, che è l’unico ad avere una sezione nido in lingua italiana. Pertanto, la realizzazione del nuovo Centro prescolare ci rende veramente contenti, peccato soltanto che una struttura del genere non sia stata costruita prima”.

Passando alle collaborazioni e ai legami “oltreconfine”, l’anno scorso sono stati recuperati, ossia riattivati, i rapporti con alcuni comuni italiani, tra cui Gorizia e Cividale del Friuli. “Con Este ormai il modello dell’amicizia e della collaborazione è saldamente radicato, come lo è del resto quello con le associazioni degli esuli, in particolare con il Libero comune di Fiume in esilio e con la Società di studi fiumani di Roma.

Quest’anno si svolgerà il 50.esimo Raduno degli esuli fiumani e per l’occasione gli appuntamenti saranno tre. Il primo si svolgerà in aprile a Montegrotto e vedrà anche l’esibizione del Coro Fedeli Fiumani. Il secondo appuntamento è previsto per giugno a Fiume e vedrà la nostra Comunità ospitare la sessione solenne del Consiglio del Libero Comune. Nella sua terza parte, ad ottobre, il raduno farà tappa a Roma.

La parentesi fiumana, quella in occasione di San Vito, dovrebbe costituire il primo passo verso il Raduno dei fiumani a Fiume, previsto per il 2013. Un progetto voluto e temuto allo stesso tempo, ma che grazie all’appoggio della municipalità ha molte probabilità di essere realizzato.

Per quanto riguarda l’attività svolta durante l’anno scorso, la presidente ha voluto sottolineare la ricca stagione concertistica (in tutto 27 concerti, in prevalenza di musica classica), seguita da un folto pubblico, sia della minoranza che della maggioranza. “A Fiume siamo diventati famosi per i concerti, anche perché l’offerta culturale cittadina non è proprio il massimo. Noi cerchiamo di accontentare tutti i gusti e gli interessi”. Tra gli eventi di maggior successo dello scorso anno, Agnese Superina ha ricordato Vladimir Luxuria, l’attrice, attivista, politica, personaggio televisivo e scrittrice italiana, che alla CI ha presentato il suo ultimo libro “Eldorado”, e l’esibizione dei “Cameristi Triestini” con il concerto “Sulle ali dell’operetta”.

Monica Kajin Benussi

 

 

 

 

204 – Avvenire 18/03/12 Don Minzoni abbasso il Duce, meglio il Vate

Don Minzoni abbasso il Duce, meglio il Vate

 

di Roberto Beretta

 

Il sacerdote protomartire del fascismo che spende parole di elogio per D’Annunzio: c’è anche questo curioso inedito (risalente però al 1919) nei «Diari» dell’arciprete di Argenta.

Oltre agli accenni per la sua grande passione, praticata anche al fronte nella Grande Guerra: la fotografia

 

Don Minzoni: che grande fotografo! Un inizio spiazzante, sapendo che qui si tratta del ben noto sacerdote protomartire del fascismo… Eppure L’arciprete di Argenta (Fe), assassinato a bastonate dagli squadristi La notte del 23 agosto 1923, quando aveva solo 38 anni, era anche un appassionato di fotografia; anzi, da qualche parte dovrebbero esistere ancora Le immagini che mandava a stampare in un rinomato Laboratorio fotografico boLognese. E sarebbe bello renderLe finalmente note, per scoprire che cosa vedeva l’occhio di quel sacerdote tutto sommato «qualunque», poi ritrovatosi invece come un eroe sulle targhe di marmo ai cantoni delle strade di mezz’Italia. Così come, per intuirne il cuore e vedere che invece un martire non nasce affatto per caso, sono utili i diari ora ristampati e integrati a cura di Rocco Cerrato e Gian Luigi Melandri sotto il titolo di Memorie. 1909-1919 (Diabasis, pp. 490, euro 30). Anche se non si tratta degli scritti dei giorni «caldi» dell’opposizione al fascismo (del clima in cui maturò l’uccisione del sacerdote riferiscono comunque i curatori in un’ampia introduzione, che non nasconde nemmeno la cauta tiepidezza con cui la gerarchia tutto sommato reagì al delitto); i diari ricoprono infatti il periodo dall’ordinazione di Minzoni nel 1909 a tutta la Grande Guerra, durante la quale il sacerdote servì come cappellano militare su vari fronti. Tuttavia quelle ora ripubblicate sono comunque pagine preziose, non solo perché comprendono alcuni quaderni finora totalmente inediti, oltre a correggere errori ed omissioni nella prima edizione delle memorie minzoniane (curata a suo tempo da don Lorenzo Bedeschi); ma anche perché rivelano aspetti meno noti e più umani del futuro «eroe». Ad esempio – appunto – l’interesse per la fotografia, qualificato come «sorpresa» dagli esperti Cerrato e Melandri: una passione che si scatena proprio durante la guerra, tanto che nei diari militari i cenni agli scatti effettuati, cercati o addirittura costruiti aumentano col tempo; fino a riferire di una forte arrabbiatura per aver rovinato le preziose «gelatine» impressionate durante lo sfondamento a Vittorio Veneto.

Tornato ad Argenta, l’attività fotografica di don Minzoni continua, agevolata anche dal fatto che uno dei boy scout del suo gruppo era il figlio del titolare dello studio Villani di Bologna, poi divenuto il maggiore della città e il cui archivio – nel quale si potrebbero forse rinvenire lastre di don Giovanni – è ora finito agli Alinari di Firenze. I boy scout, dunque; ecco un’altra importante e non troppo nota attività del giovane prete: anzi, forse quella che gli costerà la vita. L’attaccamento ai suoi «esploratori cattolici» frutta infatti all’arciprete parecchi contrasti con i notabili del fascio locale, i quali volevano indirizzare tutti i giovani all’indottrinamento mussoliniano dei «balilla». Ma non solo: tra i punti di attrito col fascismo c’era anche il prestigio dell’ex cappellano militare, che aveva fatto la guerra -volontario e tra gli arditi – meritando la medaglia d’argento e che non voleva piegarsi al nuovo regime.

Già nel novembre 1917, di passaggio a Milano, il sacerdote ebbe l’occasione di ascoltare un comizio del futuro Duce e così lo commentò: «Ha parlato a frasi convulse e dittatorie… L’entusiasmo mi sembrava che puzzasse un po’ di maschera». Nel 1923 poi – come scrive – «passa il Rubicone» suo personale e si iscrive al Partito popolare di don Sturzo. itinerario di don Minzoni tuttavia ha incrociato -come questi diari ben testimoniano – anche altri percorsi notevoli del cattolicesimo italiano nel Novecento: la Democrazia cristiana di Romolo Murri, per esempio, con i relativi entusiasmi iniziali e poi le delusioni; il modernismo – al problema del «Cristo storico» il giovane sacerdote dedica una tesi e nel marzo 1911 segnala sul diario la morte di Fogazzaro; l’interesse per il socialismo (tra 1912 e 1914 frequenta la Scuola sociale a Bergamo), legato alla necessità di aggiornare la pastorale ai nuovi fermenti economici e sociali delle campagne; ovviamente la guerra, con gli ardori patriottici e le sofferenze della trincea. Minzoni – scrivono i due curatori – «è un sacerdote che non ha gridato “viva La guerra” e che non ha neppure condiviso entusiasticamente le ragioni dell’interventismo. Non si schiera tuttavia neppure su posizioni pacifiste (anche se dichiara di non aver mai ucciso, La medaglia gli fu assegnata per aver guidato un assalto sul Piave in assenza di altri graduati, ndr)… Non avanza i tradizionali pregiudizi antiunitari di stampo clericale». Come cappellano, nell’agosto 1917 assiste anche un disertore (un povero cafone calabrese, padre di tre bambini piccoli) condannato a morte, come appare da una drammatica pagina mai pubblicata prima; La descrizione è lunga, segno che don Minzoni fu molto colpito dall’accaduto – e infatti confessa di essersi commosso. Per molti particolari del resto il carattere del sacerdote risulta passionale (la madre da bambino lo ammoniva: «Hai troppo cuore, Giannino, correggiti finché hai tempo»), forse un po’ impulsivo ma allegro, comunque ricco d’ingegno, con vari interessi per le novità -amava anche fare lunghi giri in bicicletta – e un’ammirevole sincerità di impegno per l’apostolato. Pure inedite sono le pagine – curiose -dell’incontro tra don Minzoni e Gabriele D’Annunzio: il cappellano viene infatti incaricato di consegnare al Vate una medaglia d’oro del reggimento, compito che svolge il 4 febbraio 1919 recandosi a Venezia, nella famosa Casetta Rossa del poeta. Interessante notare l’intesa che scaturisce tra i due, favorita pure dall’ammirazione del sacerdote per il famoso personaggio. D’Annunzio «in maglia d’aviatore… ha intavolata la conversazione mentre ci faceva servire il caffè e sigarette… Mi ha fatto tante domande in forma così famigliare che quasi quasi mi è parso di essere una sua vecchia conoscenza». Lo scrittore offre poi due opuscoli con dedica al «prode soldato di Cristo e d’Italia», lo invita a una cena dove discutono della possibile «fratellanza tra le nazioni» (D’Annunzio la nega, Minzoni invece la sostiene «a spada tratta»), gli anticipa addirittura l’impresa di Fiume: «Saremo pronti a fare una spedizione di volontari in Dalmazia e fare le fucilate per le vie di Fiume». Alla fine don Minzoni commenta: «Quella visita mi aveva lasciato nell’animo un profondo senso di benessere spirituale»; giudizio non da poco verso uno dei massimi cantori del regime di Mussolini, soprattutto perché usciva dalla penna di un futuro martire del fascismo.

 

Torna il fantasma di Balbo

 

Don Giovanni Minzoni venne ucciso a bastonate da due sicari la notte del 23 agosto 1923, mentre passeggiava con un giovane di Argenta; aveva 38 anni. Come mandante fu spesso indicato Italo Balbo e studi recenti hanno in effetti messo in luce i vari tentativi compiuti dal quadrumviro per scindere il delitto dalle responsabilità fasciste, sia col bastone (fece ammonire il cronista del cattolico «Avvenire d’Italia» di andarci piano con i particolari dell’assassinio) sia con la carota (vedi per esempio il telegramma di condoglianze all’arcivescovo di Ravenna, in cui il futuro trasvolatore condanna «gli sciagurati che nulla hanno in comune con noi»).

 

 

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le  C.I. dell’ Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell’Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it