Rassegna Stampa Mailing List Histria N° 802 – 26 Novembre 2011

Posted on November 29, 2011


Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 802 – 26 Novembre 2011

746 – La Voce del Popolo 19/11/11 Italiani a Pola, comunità vivace (Daria Deghenghi)
747 – L’Arena di Pola 23/11/11 Non guardiamo al solo passato! (Silvio Mazzaroli)
748 – Secolo d’Italia 23/11/11 Zagabria nel 2013 aderirà all’UE. Ma le ombre restano. L’Italia chiede che la Croazia riconosca i suoi errori passati. (Alessandro Cavallini)
749 – La Voce di Fiume 31/10/11 Chi siamo e dove andiamo? (Edoardo Uratoriu)
750 – Il Piccolo 21/11/11 Lussinpiccolo premia la Piccini Ha 91 anni (a.m.)
751 – Il Piccolo 20/11/11 Inchiesta : le grandi proprietà confiscate agli italiani – I fratelli Merlini si videro sequestrare a Zara stabilimenti, officine, depositi e case (Silvio Maranzana)
752 – CDM Arcipelago Adriatico 24/11/11 Le “casìte” spiegate ai francesi con l’amore di un istriano
753 – La Voce in più Cultura 19/11/11 Interviste – Alfredo Spadoni: La tragedia giuliana relegata all’ombra della storia. E poi dimenticata dalla grande politica (Majda Zgomba)
754 – La Voce del Popolo 19/11/11 Speciale – Il piccolo mondo intorno alla Riserva naturale di Val Stagnon ((Roberto Palisca)
755 – Il Giornale – Genova 25/11/11 La panchina di pietra: Il dramma dell’esodo negli occhi di una bimba (Maria Luisa Bressani)
756 – La Voce del Popolo 25/11/11 : Una mostra sulla vita in Istria ai tempi della Dieta provinciale (ir)
757 – La Repubblica 21/11/11 Il punto di riferimento – Trieste chiama Vienna nostalgia dell´Impero “Per ritornare grandi” (Paolo Rumiz)
758 – Il Piccolo 22/11/11 Gorizia : Memoria e futuro nella mostra sui nostri migranti (Stefano bizzi)
759 – Venezia Musica e dintorni Dicembre 2011 – I trent’anni in musica di Calicanto (Sergio Garbato)

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
https://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

746 – La Voce del Popolo 19/11/11 Italiani a Pola, comunità vivace
PRIMA VISITA NELLA BASSA ISTRIA PER EMANUELA D’ALESSANDRO CON TAPPE ALLA CITTÀ DELL’ARENA E DIGNAN
Italiani a Pola, comunità vivace
L’ambasciatrice disponibile «a conoscere, capire e supportare» le esigenze della CNI
POLA – Prima visita a Pola e all’Istria per Emanuela d’Alessandro, dall’assunzione della carica di ambasciatrice della Repubblica italiana a Zagabria. Una trasferta precoce, che giunge a poco tempo dall’insediamento ed ha lo scopo preciso di fare conoscenza con la realtà minoritaria italiana in penisola. Pertanto il presidente della Comunità degli Italiani di Pola, Fabrizio Radin, ha chiamato a raccolta non solo i massimi esponenti della locale CI, ma anche tutti i rappresentanti delle istituzioni italiane presenti e attive sul territorio municipale, vale a dire scuole, asili, associazioni culturali, biblioteche, Università e vicenconsolato onorario.
Presente all’incontro pure il rappresentante del Libero Comune di Pola in esilio, Silvio Mazzaroli. Un evento protocollare, questo, di circostanza, e tuttavia caloroso e cordiale. L’ambasciatrice d’Alessandro ha dichiarato immediatamente tutta la sua “disponibilità a conoscere, capire e supportare” al fine di continuare a nutrire i buoni rapporti esistenti a tutti i livelli tra le istituzioni italiane del territorio, la sede consolare di Fiume e l’Ambasciata di Zagabria.
PRESENZA SUL TERRITORIO Fabrizio Radin ha fornito le “generalità” della Comunità polese. Quattromilaottocento soci, data della fondazione il 9 dicembre del 1947 (tra breve si festeggerà il 64.esimo anniversario), ristrutturazione e ampliamento della sede nel 1999, ottimi rapporti con la maggioranza croata. Questo per dire che la comunità italiana di Pola è ancora numerosa e vivace, presente anche nelle strutture amministrative municipali e in numerose istituzioni della maggioranza, come nel caso del Dipartimento di studi in lingua italiana dell’Università di Pola, diretto da Elis Deghenghi Olujić, e del Servizio bibliotecario centrale per la Comunità Nazionale Italiana presso la Biblioteca civica di Pola, guidato da Liana Fortunato Diković.
L’odierna Società “Dante Alighieri”, con in testa Silvana Wruss, ha raccolto il retaggio dell’omonima associazione fondata in città nel 1900. Un accenno anche all’eccidio di Vergarolla e al successivo esodo in massa degli italiani da Pola nell’intervento di Silvio Mazzaroli, per poi passare alla presentazione della rete scolastica del territorio: gli asili italiani “Rin Tin Tin”, la scuola elementare “Dante Alighieri” e la Media Superiore “Dante Alighieri”.
Successiva la tappa al municipio per l’incontro con il sindaco Boris Miletić. Nelle dichiarazioni alla stampa che hanno seguito i colloqui è stata ribadita la buona collaborazione tra le istituzioni italiane e l’amministrazione municipale. Quest’ultima vanta tra l’altro due gemellaggi con le città italiane di Imola e di Verona.
L’ambasciatrice d’Alessandro ha ricordato che la lunga tradizione di buon vicinato e gli ottimi rapporti tra i due Paesi sono stati suggellati quest’anno con l’incontro dei presidenti Napolitano e Josipović all’Arena di Pola, incontro di cui il presidente della Repubblica Napolitano conserva tuttora dei bellissimi ricordi.
PALAZZO BRADAMANTE A Dignano la delegazione diplomatica è stata accolta dai presidenti dell’Assemblea e della Giunta della Comunità degli Italiani, rispettivamente Livio Belci e Sandro Manzin alla presenza del vicesindaco Sergio Delton. L’ambasciatrice ha avuto modo di visitare Palazzo Bradamante (la sede comunitaria), conoscere alcuni aspetti della storia della località e sentir nominare alcuni dei suoi personaggi più illustri. L’incontro a Palazzo Bradamante è seguito alla cerimonia di inaugurazione della Rassegna dell’olio d’oliva novello, che ha visto in primo piano l’ambasciatrice e il presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin.
Daria Deghenghi

747 – L’Arena di Pola 23/11/11 Non guardiamo al solo passato!
Non guardiamo al solo passato!

Sono passati 66 anni dalla fine del II Conflitto Mondiale, 22 dalla caduta del Muro di Berlino e 20 dall’indipendenza di Slovenia e Croazia dalla ex Jugoslavia che, per quanto più da vicino ci riguarda, ha tra l’altro comportato la trasformazione della preesistente Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF), di stretta affiliazione al Partito Comunista Jugoslavo (PCJ), in Unione Italiana (UI), di sostenuta autonomia dai partiti politici croati e sloveni. Ciò, tuttavia, ha di poco sollevato la minoranza italiana autoctona dal pesante assoggettamento agli umori della locale etnia maggioritaria, ieri per motivi ideologici ed oggi nazionalistici, in un precario equilibrio di rapporti deterioratosi ogni qualvolta la stessa ha provato ad alzare la testa. Indubbiamente, però, anche in quelle contrade il corso della storia sta mutando e, benché ciò che è stato non lo si possa cambiare, lo si dovrebbe oggi considerare avvalendoci di chiavi di lettura diverse e con un’obiettività non più condizionata dalle passioni di un tempo. Inoltre, poiché, sono gli uomini a fare la storia, ne è logica conseguenza che a cambiare possano essere stati pure loro, vuoi per intima convinzione vuoi per necessità, anche quando, per difficoltà di ricambio generazionale – sindrome che affligge anche noi –, materialmente le teste rimangono le stesse. Il non sapere, o meglio il non voler, cogliere i segnali del cambiamento è sintomo di ottusa e colpevole cecità.

Se, pertanto, risulta comprensibile, e quindi in qualche misura giustificata, la ritrosia di alcuni dei più anziani a percepire il cambiamento, sia tra le fila degli esuli, fatto che si traduce in una più o meno manifesta contrarietà al riavvicinamento, sia tra quelle dei “rimasti”, di cui è esempio eclatante la distorta interpretazione che Ferruccio Pastrovicchio – italiano (?) residente a Pola – ha anche di recente dato del nostro esodo, ciò che lascia veramente basiti sono taluni giovani, la loro ostinazione a volgere sempre e solo lo sguardo indietro, a riproporre il vecchio rifiutandosi di cogliere i segnali che pur ci sono e che potrebbero aprire nuove possibilità di dialogo. È un atteggiamento che, così come le sue finalità, risulta obiettivamente difficile da comprendere.

È proprio in quest’ottica, andando nel concreto, che risulta del tutto inopportuna la riproposizione da parte dell’Unione degli Istriani di una nota poesia (peraltro anche da noi criticamente pubblicata in passato) inneggiante a Tito, in un periodo totalmente diverso dall’attuale (era il 1982, se non anche prima), di un allora giovane Maurizio Tremul e, di contro, la totale disconoscenza di una sua pubblica dichiarazione, fatta quasi 10 anni fa (è del luglio 2002 in occasione della premiazione della XXXV edizione del Concorso letterario «Istria Nobilissima») e che dovrebbe essere presente nel suo “fornitissimo” archivio; ne proponiamo, di seguito, integralmente un passaggio:

«…In Slovenia e in Croazia è in atto un dovuto processo di riconciliazione nazionale. Speriamo non sia riferita esclusivamente ai soli popoli di maggioranza in chiave revisionistica. La riconciliazione, invece, deve comprendere tutta la popolazione che vive e ha vissuto in queste terre, e quindi deve prevedere un’approfondita analisi dei torti subiti dagli Italiani nel trascorso interminabile Secolo breve. Le foibe, la rivalsa nazionalistica, l’esodo, le violenze e le vessazioni patite, l’assimilazione snazionalizzatrice attendono ancora un atto simbolico di riparazione.
Dopo più di mezzo Secolo da quei tragici accadimenti non è attendersi l’impossibile un gesto di contrizione e di fede da parte dei Capi di Stato di tre Paesi amici, la Croazia, la Slovenia e l’Italia, sui luoghi della memoria delle violenze fasciste e di quelle comuniste. Tutti i morti, tutte le sofferenze, meritano rispetto. Altra cosa è il giudizio storico e morale sull’aver combattuto per una causa giusta o per quella sbagliata.
Non possiamo però, in questo campo, non fare la nostra parte. L’avversione per i regimi autoritari e le democrature, l’antifascismo e l’antitotalitarismo realsocialista, la liberazione dal controllo oppressivo del regime, l’autonomia da qualsiasi assoggettamento, l’impegno per la convivenza, la libertà e la democrazia costituiscono per noi dei valori autentici. Ciò non toglie che ci sia stato anche tra le nostre fila chi, un tempo, e stato contiguo a quei regimi e correo di quegli atti disumani. Non spetterebbe forse a noi farci carico di responsabilità di cui non avvertiamo il peso e non sentiamo la colpa, ma il coraggio delle nostre azioni e l’imperativo morale di giustizia ce lo impongono. Proprio per questo chiediamo scusa a tutte le genti di queste terre per le aberrazioni fasciste. Proprio per questo chiediamo scusa ai nostri fratelli esuli per le aberrazioni comuniste. La libera volontà della CNI ha portato alla nascita dell’Unione Italiana che marca, come è stato autorevolmente sottolineato, la rottura con le collusioni e le acquiescenze del passato. Agli storici lasciamo il compito di separare il grano dalla pula, di sottolineare i meriti e i demeriti di chi ci ha preceduti, ma anche delle nostre azioni. […]».

Poniamo quanto precede all’attenzione dei lettori, non per una difesa che non ci compete del personaggio in questione, bensì perché siamo certi che il testo (l’abbiamo scoperto solo di recente) era sconosciuto ai più; perché in maniera chiara esprime quei concetti di condanna del comunismo, di presa di distanza dalle connivenze del passato, di scusa e perdono per le violenze arrecate e subite, peraltro ribaditi in occasione della recente visita di Napolitano a Pola, che erano e sono ritenute “condicio sine qua non” per l’avvio di un effettivo riavvicinamento. Qualcuno potrà obiettare che trattasi di sole parole: ma perché tenerle nascoste? Perché ostinarsi a respingerle anziché impegnarsi per farle seguire da fatti concreti?

Noi, pur ignari dello specifico documento, avevamo recepito, sia pur in contesti talvolta altalenanti, altre parole e comportamenti che andavano nella stessa direzione ed abbiamo cercato di implementarli. Lo abbiamo fatto con la nostra reiterata presenza a Pola nel corso delle tradizionali celebrazioni; portando con noi sulla foiba di Vines il Presidente dell’UI, Furio Radin, a rendere omaggio a quelle povere vittime; facendo il nostro Raduno nazionale nella Città d’origine, dove siamo determinati a ritornare anche il prossimo anno… Lo faremo ancora sviluppando nuove iniziative. Abbiamo fatto tutto alla luce del sole, avendo chiaro l’obiettivo da perseguire ed avendo elaborato una linea per conseguirlo. C’è, piuttosto, da chiedersi perché non l’abbiano fatto anche altri e le risposte al riguardo sono circoscritte al seguente ventaglio: non hanno potuto, saputo o, semplicemente, voluto farlo. Sono loro, non noi, a doverne spiegare le ragioni.

È opinione corrente che le guerre, volute da pochi, infliggono sofferenze a tutti; qualcosa di analogo si può dire anche della pace, non sempre e da tutti voluta, ma di cui tutti godono se e quando realizzata. Peraltro, a nessuno dovrebbe sfuggire che la guerra “scoppia”, mentre la pace la si “costruisce” con un impegno protratto e spesso contrastato.

È proprio questo il processo, degno di ben altra causa che non una controproducente per tutti guerra fratricida, che il Libero Comune di Pola in Esilio sta cercando di portare avanti. Non siamo ciechi né ottusi bensì semplicemente consapevoli dei tempi che si stanno vivendo; non siamo dimentichi del passato a cui ci sforziamo di guardare con obiettività senza, per questo, mettere in gioco la nostra dignità; non siamo degli asserviti poiché continuiamo ad esercitare con chiarezza e fermezza il nostro spirito critico; non intendiamo metterci in gara né, tanto meno, impegnarci in un assurdo braccio di ferro con nessuno.

Avendo non da ieri, bensì da lunga pezza fatta con convinzione una scelta e presa democraticamente una decisione, dalla quale non intendiamo recedere, continueremo per la strada che ci siamo prefissi, senza farci condizionare da malevole considerazioni di altri e respingendo al mittente le pretestuose ed inconsistenti accuse rivolteci.

Silvio Mazzaroli

748 – Secolo d’Italia 23/11/11 Zagabria nel 2013 aderirà all’UE. Ma le ombre restano. L’Italia chiede che la Croazia riconosca i suoi errori passati.
Zagabria nel 2013 aderirà all’Unione.
Ma le ombre restano
L’Italia chiede che la Croazia riconosca i suoi errori passati
Alessandro Cavallini

Il 24 giugno scorso, durante il summit a Bruxelles dei capi di Stato e di governo europei, è stata approvata l’adesione della Croazia all’Unione europea. Così il Paese slavo, a soli vent’anni di distanza dalla dichiarazione d’indipendenza, si appresta a entrare a pieno diritto nel consesso europeo. L’ingresso ufficiale dovrebbe avvenire non prima del 2013, permettendo così agli altri Stati membri di tenere sotto stretta sorveglianza il governo di Zagabria, affinché porti a termine le riforme richieste. Come ricordato dal presidente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy, l’ingresso della Croazia nella Ue rappresenta una nuova stagione politica per l’area balcanica, dopo le sanguinose guerre civili degli anni Novanta: «Ci aspettiamo che il Consiglio concluda i negoziati alla fine di questo mese. Il trattato di adesione dovrebbe essere firmato prima della fine dell’anno. La futura adesione della Croazia apre un nuovo capitolo per i Paesi dei Balcani occidentali con una vocazione europea».
Il primo scoglio da superare dovrà essere il referendum popolare. Nonostante alcune preoccupazioni su un possibile esito negativo, il ministro croato per gli Affari europei, Andrej Plenkovic, ha così rassicurato: «I croati non sono euroscettici, sono eurorealisti. Sono convinto che il referendum che si svolgerà alla fine dell’anno sarà positivo. Sarà una consultazione positiva per la Croazia ma anche per il progetto europeo».

In realtà questa consultazione sarà solo l’ultimo di una lunga serie di ostacoli che, a oggi, hanno impedito a Zagabria di entrare nella Ue. Basti pensare ai rapporti tesi con l’Italia, nonostante il nostro Paese abbia caldeggiato a più riprese l’ingresso della Croazia nell’Unione. La questione delle terre irredente è infatti ancora ben lontana dall’aver raggiunto una giusta ed equa soluzione. Pensiamo alla restituzione ai vecchi proprietari dei beni nazionalizzati nel dopoguerra da Tito: grazie a degli artifici normativi il governo di Zagabria è riuscito a escludere gli esuli italiani di Istria e Dalmazia.

Senza scordare il subdolo tentativo di appropriarsi indebitamente del nostro patrimonio culturale, facendo passare per croati Marco Polo o lo scienziato Boscovich, oppure negando le origini veneziane delle maggiori città dalmate. Nel 2002 fu anche rifiutata la medaglia d’oro che l’allora presidente Ciampi voleva conferire alla città di Zara. A tutto questo va ovviamente aggiunto il genocidio commesso in quelle terre negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, che colpì indiscriminatamente fascisti ed antifascisti (per esempio i partigiani bianchi), donne, vecchi, bambini e soprattutto onesti servitori dello Stato (carabinieri, poliziotti, finanzieri, militi della Guardia civica, ecc.). Per la loro uccisione, furono adottati i metodi più crudeli: prima di essere gettati nelle foibe, gli uomini e le donne, rastrellati e strappati dalle loro case e condannati senza processo alcuno, erano evirati, stuprati, accecati, torturati. Alcuni furono legati a cadaveri con filo spinato e quindi gettati vivi nei crepacci. La loro unica colpa? Opporsi all’espansionismo slavo-comunista di Josip Broz, il tristemente noto Maresciallo Tito.

Ma nonostante siano passati più di sessant’anni da quegli orrendi eventi, la Croazia continua a negare qualunque responsabilità. Anzi, ogni qual volta le si chiede di fare un passo avanti sulla realtà storica di quegli anni, il governo croato si mette immediatamente sulla difensiva. Ad esempio nel 2007 il presidente Napolitano, pur di provenienza Pci, sottolineò come i fiumani e i dalmati fossero stati vittime di un «moto di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Subito il presidente croato Stipe Mesic lo attaccò, dichiarando come fosse possibile intravedere nelle sue parole «elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico», arrivando quasi all’incidente diplomatico.

Oggi i rapporti sono meno tesi e il 3 settembre scorso si è tenuto uno storico incontro all’Arena di Pola tra il nostro presidente Napolitano e l’omologo croato Josipovic, che hanno letto questo messaggio di unione nelle rispettive lingue nazionali: «Come già visto a Trieste un anno fa prevale ciò che ci unisce rispetto a ciò che ci ha diviso. Italia e Croazia abbracciano valori comuni di libertà, uguaglianza, libera impresa, cooperazione e solidarietà tra i popoli. Sono oggi Paesi liberi da ideologie che intendono costruire un futuro di pace stabile e prospero. Vanno però ricordati anche i lati oscuri con gli errori, le ingiustizie e le tragedie di quel secolo horribilis che è stato il Novecento. Ci inchiniamo dinanzi a tutte quelle vittime, nel perdonarci reciprocamente il male commesso».

Ma nonostante questo Zagabria continua a non riconoscere ufficialmente i drammi delle foibe e del successivo esodo. Non si tratta solo di un gesto simbolico, ma di un vero e proprio atto di riconoscenza per le vittime di quelle orribili stragi. Non è possibile voltare pagina se prima non si ha il coraggio di guardare al proprio passato in modo obiettivo e onesto, con la capacità di ammettere le proprie colpe. Senza questo passaggio fondamentale, sarà impossibile per italiani e croati ritenersi realmente fratelli e membri legittimi della medesima comunità.

749 – La Voce di Fiume 31/10/11 Chi siamo e dove andiamo?
Chi siamo e dove andiamo?

■ di Edoardo Uratoriu

E’ questa la domanda che si pone il Consigliere Edoardo Uratoriu nel rivolgersi al Consiglio del Libero Comune riunito al Raduno di Montegrotto. Ha voluto consegnare questo suo intervento per invitare tutti alla riflessione. Lo proponiamo su sua richiesta e per continuare il dibattito anche su queste nostre pagine.

La nostra associazione è arrivata ad un punto cruciale della sua esistenza.
La generazione dell’esodo, quella che ha fondato la nostra associazione perché volle, fortissimamente volle che i fiumani tutti si ritrovassero per non dimenticare la nostra tragedia, la nostra città e le nostre radici, sta inesorabilmente scomparendo.
Quale la nostra eredità?
Non certo il dolore, la rabbia, la disperazione, gli stenti, la fatica e l’orgoglio di ricominciare: tutto ciò è loro e segnò loro. Sentimenti e stati d’animo che non sono nostri, se non, forse, l’orgoglio.
Cosa dobbiamo fare perché i nostri padri non siano dimenticati? loro e noi con loro?
I tempi stringono e dobbiamo scuoterci di dosso quell’aria che abbiamo di “ ormai per chi? e per che cosa? ” o quel “tirar avanti finché dura?” O peggio “dopo di noi, nessuno?”
E se provassimo a fare qualcosa solo per orgoglio, per cultura, per curiosità?
Non c’è peggior cosa del finire nell’oblio.

E allora troviamoci, parliamoci, proponiamo iniziative e poi decidiamo, finalmente, chi, come e cosa fare, cominciando ad analizzare i due seguenti punti vitali.

1) riorganizzare la struttura interna della nostra associazione: fare in modo ad esempio che ogni regione sia rappresentata almeno da un consigliere o un delegato. Attualmente 12 regioni su 20 non sono rappresentate, mentre 3 regioni – il Veneto, la Lombardia e la Liguria – insieme hanno 16 consiglieri su un totale di 25. E tre città, Genova, Milano e Padova danno all’associazione 10 assessori sui 16 attualmente in essere. Non è un assurdo?
Dobbiamo trovare un equilibrio per crescere… Inoltre si potrebbero creare gruppi di lavoro a capo di ogni assessorato, in modo che maggiori siano il coinvolgimento, la conoscenza e il legame. Il tutto supportato e facilitato da una adeguata struttura: posta elettronica, sito internet, la stessa nostra Voce di Fiume che, oltre a riportare come erimo, dovrebbe riportare anche la nostra attualità, come e dove semo cosa pensemo e cosa volemo. E perché no, uno spazio culturale su tutto ciò che riguarda i fiumani, Fiume e la nostra storia…e altro…

2) rapporto con Fiume e i fiumani della Comunità Italiana: un coinvolgimento di più persone e una frequentazione più intensa tra i due gruppi nelle tante occasioni che si presentano per i diversi avvenimenti e ricorrenze ad esempio S.Vito con la sua settimana in primis, le tante attività artistico-culturali organizzate durante tutto l’anno dalla nostra Comunità, le commemorazioni dei nostri morti e martiri, ecc…
Creare un ponte tra le due “Voci” del popolo di Fiume per un interscambio di storie, di vite e di avvenimenti che riguardano tutti i fiumani e la nostra Città…e altro…

E’ tanto? E’ troppo? Dobbiamo togliere? Dobbiamo aggiungere? L’importante è cominciare…
Uratoriu Edoardo
Consigliere/Assessore del Libero Comune
di Fiume in Esilio – edodafiume@teletu.it

750 – Il Piccolo 21/11/11 Lussinpiccolo premia la Piccini Ha 91 anni
Lussinpiccolo premia la Piccini Ha 91 anni

Alto riconoscimento alla connazionale Noyes Piccini Abramic, 91 anni, in occasione della Giornata di Lussinpiccolo che si è celbrata l’ 11 novembre, festa di San Martino. La Noyes Abramic ha ricevuto la Targa della Città di Lussinpiccolo 2011 per lo straordinario e pluriennale contributo dato alla locale Comunità degli Italiani, di cui è stata anche presidente. Un premio del tutto meritato per l’anziana connazionale, che continua a dare lezioni private di italiano. Nel corso della sessione solenne del consiglio cittadino, svoltasi a Palazzo Fritzy, il sindaco Gari Cappelli, ha ricordato tra l’altro che gli attuali investimenti nel miglioramento delle infrastrutture comunali tocca i 13 milioni e mezzo di euro, ai quali si aggiunge una cifra identica, stanziata dall’impresa alberghiera in lavori di miglioria dell’hotel Punta a Lussingrande. (a.m.)

751 – Il Piccolo 20/11/11 Inchiesta : le grandi proprietà confiscate agli italiani – I fratelli Merlini si videro sequestrare a Zara stabilimenti, officine, depositi e case
INCHIESTA: LE GRANDI PROPRIETA’ CONFISCATE AGLI ITALIANI

L’IMPERO DELLE RETI DA PESCA “ABBATTUTO” DALLE CAMICIE

I fratelli Merlini si videro sequestrare a Zara stabilimenti, officine, depositi e case.

Il nipote del capostipite è medico a Trieste: ” Risarciti dall’Italia con 180 milioni”

L’ATTIVITÀ – Nel 1936 aprirono 7 pescherie a Roma
La Sapri non si limitò alla grande fabbrica di reti e alla flotta di pescherecci, ma nel 1936 aprì una serie di pescherie: sette soltanto a Roma e altre a San Benedetto del Tronto, Ancona e nella stessa Zara. Soltanto nella capitale inviava ogni giorno 80 quintali di pesce. L’apertura fu accompagnata da una massiccia campagna promozionale con manifesti e opuscoli pubblicitari. Nel 1943 al momento delle confische nel magazzino centrale di Comisa sull’isola di Lissa c’erano 50 mila barili di pesce azzurro (sarde, alici e sgombri). Negli anni Trenta reti e cordami venivano esportati in molti Paesi e la produzione toccò punte di 8 mila chili di reti al giorno.

di Silvio Maranzana

TRIESTE Tra le aziende italiane confiscate e nazionalizzate alla fine della Seconda guerra mondiale c’era anche la Sapri, la più grande fabbrica di reti da pesca del Mediterraneo trasformata dagli jugoslavi in una camiceria. L’avevano impiantata nel 1924 a Zara i fratelli Merlini (Filippo il primogenito) provenienti dalla dirimpettaia città marchigiana di San Benedetto del Tronto. Già possessori di una flotta di piroscafi, quando decidono di avviare un moderno retificio meccanico a San Benedetto, i Merlini trovano forte opposizione delle maestranze locali che temono la perdita di posti di lavoro. Decidono dunque di trasferire i propri interessi a Zara: acquistano 400 mila metri quadrati di terreno a Val de Ghisi e impiantano uno stabilimento di 4.600 metri quadrati. I macchinari e i telai meccanici, costruiti in Germania e costati 6 milioni di lire arrivano ad Ancona su 80 vagoni merci e da lì vengono traghettati a Zara su piroscafi della società. Annesso allo stabilimento, alimentato da una centrale con due gruppi elettrogeni da 700 hp, viene costruito un grande deposito di carbone per rifornire i piropescherecci e una fabbrica di ghiaccio per la conservazione del pesce. La produzione principale, oltre ai cordami, è costituita dalle reti “manilla”, fabbricate con particolari filati di canapa, prodotti solo in Italia, che le rendono superiori, per robustezza e leggerezza, a quelle inglesi e tedesche. Negli stabilimenti Sapri vengono impiegati 400 operai con una produzione media giornaliera di 3 mila chili di reti, le maestranze, per la maggioranza donne di Zara, vengono addestrate dalla madre del Merlini trasferitasi appositamente a Zara per dirigere il lavoro assieme ai figli Raffaele e Volga. Anche questa storia porta a Trieste perché la racconta oggi Fabrizio Monti, di cui Filippo Merlini era il nonno, che è un medico neurofisiopatologo dell’ospedale di Cattinara. «Mio padre era un medico piemontese, allievo del chirurgo Valdoni che lo inviò a Trieste, quando aprì la facoltà di Medicina, a dirigere la Chirurgia universitaria. A un suo corso prese parte mia mamma, figlia di Filippo Merlini, che faceva la crocerossina: si conobbero e si sposarono». Le proprietà dei Merlini a Zara, in riva Colombo, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, si estendevano su un’area complessiva di 80 mila metri quadrati e comprendevano: il retificio, un fabbricato per la ritorcitura dei filati, un fabbricato frigorifero, la centrale elettrica, un ’officina meccanica, una palazzina uffici. E poi la villa dei proprietari e alcune case adibite a abitazioni per gli operai. Inoltre magazzini e depositi per gli attrezzi e il pesce salato disseminati a Spalato, Makarska, Comisa, Premuda, Ulbo, Pasman, Lissa e Traù. «Il 30 dicembre 1958 – spiega Monti – lo Stato italiano riconobbe a mio nonno un indennizzo parziale di 180 milioni di allora per la fabbrica. Siamo ancora in attesa di quello definitivo».
(11 – segue. Precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, 2, 9, 16, 23 e 30 ottobre, 6 e 13 novembre)

I PESCHERECCI DELLA FLOTTA ERANO 9

TRIESTE Il 5 gennaio 1946 il Tribunale di Zara condanna Filippo Merlini a 5 anni di carcere e alla confisca di tutti i beni «per aver collaborato con l’Esercito italiano contribuendo a rafforzare il potenziale bellico». Anche in questo caso è una scusa per nazionalizzare la fabbrica, le strutture annesse, la villa e le case che comunque erano state danneggiate nei bombardamenti. In realtà i 9 pescherecci della Sapri erano stati requisiti dall’Esercito e utilizzati per il recupero e il taglio dei cavi telefonici sotterranei che univano Malta a Gibilterra. Negli Anni Venti infatti la Sapri oltre ad aver trasferito la fabbrica di reti aveva fatto di Zara anche la sua base di armamento. Già all’atto della sua costituzione la società aveva acquistato sei vecchi piroscafi residuati di guerra che la Germania aveva consegnato all’Italia in conto riparazione danni della Prima guerra mondiale. Verificata la possibilità di trasformarli per la pesca i fratelli Merlini li portarono in Italia e li battezzarono con i nomi di Pegaso, Procione, Perseo, Sirio, Orsa e Orione. Al posto delle mitraglie e dei cannoncini furono installate le attrezzature per la pesca. Nel 1938 la flotta si arrichì di altre tre unità: Orata, Granchio e Nasello che furono utilizzate sulle rotte polari. Durante la guerra i Merlini abbandoneranno Zara utilizzando un idrovolante di linea. «Mio nonno – racconta Monti – potè tornarvi nel 1965 e scoprì che i suoi stabilimenti erano stati trasformati in una fabbrica di camicie che aveva tremila dipendenti». (s.m.)

A CACCIA DI SALMONI SULLE ROTTE DEL POLO NORD
La spedizione dalmata partì nel 1938. Il rientro con 1.565 tonnellate di baccalà e 500 quintali di olio

TRIESTE Già tra il 1925 e il 1926 la Sapri, dopo un primo tentativo lungo le coste mediterranee del Marocco spagnolo, spinse quattro dei suoi piropescherecci sui pescosissimi tratti di mare prospicenti le coste atlantiche dell’Africa Nord-occidentale. La pesca si rivelò molto redditizia, ma la conservazione del prodotto, refrigerato ancora con strati di ghiacci, sulle lunghe distanze presentava problemi di non facile soluzione, superati solo negli anni Trenta quando vennero costruire imbarcazioni dotate di impianti per la congelazione del pescato. Nel 1937 Filippo Merlini intraprese una campagna sperimentale sulle rotte polari della pesca al merluzzo per la produzione di baccalà. I problemi di carattere logistico, legati alla mancanza di basi di approdo che i Paesi nordici negavano per contrastare le rivalità commerciali, furono superati utilizzando una nave appoggio per le operazioni di rifornimento e trasbordo del pescato. Nel maggio 1938 Merlini con il fratello Volga e il figlio Elio partì con i tre piropescerecci chiamati Orata, Granchio e Nasello e muniti di speciali rinforzi per il ghiaccio. La stagione cominciò sui banchi di Terranova con base a Harbour Grace, per poi proseguire in un’area compresa tra le isole degli Orsi, le isole Spisbergen e la costa sul mare di Barents dove si trova il porto di Murmansk. All’inizio del 1938 il campo di pesca fu spostato nelle acque della Groenlandia occidentale, sul banco di Fillas fino all’isola di Disko, con base nel fiordo di Faeringhavn dove venne inviata la nave d’appoggio per rifornire gli equipaggi di viveri, sale e carbone e trasbordare il merluzzo pescato da inviare in Italia. Dopo 15 mesi trascorsi tra i ghiacci polari, Merlini con la sua flotta rientrò nel porto di Zara il 30 agosto 1939 con un carico di 1.565 tonnelate di baccalà e 500 quintali di olio di fegato di merluzzo. La campagna fu ripetuta anche l’anno successivo nelle acque della Groenlandia con sistemi di pesca perfezionati, equipaggi scelti e specialisti per la preparazione del baccalà. Di ritorno da una delle missioni un gruppo dei pescatori che portava grossi esemplari di merluzzo essiccati e salati guidato da Filippo Merlini fu ricevuto, come testimoniato anche da una fotografia, da Benito Mussolini a palazzo Venezia. (s.m.)

752 – CDM Arcipelago Adriatico 24/11/11 Le “casìte” spiegate ai francesi con l’amore di un istriano
Le “casìte” spiegate ai francesi con l’amore di un istriano
Ci scrive da Parigi Sergio Gnesda per comunicarci che in occasione delle “Giornate del Patrimonio” il Consiglio d’Architettura, Urbanistica e Ambiente de la Haute-Marne (centro della Francia) [Conseil d’Architecture, d’Urbanisme et d’Environnement (CAUE) de la Haute-Marne (Chaumont)] ha organizzato una giornata pedagogica gratuita aperta a tutti il giorno 17 settembre 2011 avente come titolo: Le costruzioni in pietra a secco.
Il programma della giornata comprendeva in mattinata delle visite a siti con costruzioni in pietra a secco restaurati recentemente ed al pomeriggio una serie di conferenze nel mulino del castello di Faverolles.
Per dare un respiro internazionale alla manifestazione è stato invitato lo stesso Sergio Gnesda che ha presentato: “Le casite/kažuni dell’Istria”. Non nuovo a questa esperienza, avendo presentato l’argomento in varie sedi dano seguito alla passione per le costruzioni in pietra ed al suo profondo amore per l’Istria alla quale si sente legato. Sergio è nato a Verteneglio.
La conférenza si è sviluppata in tre parti :
1. Presentazione delle casite/kažuni e masiere (muretti) dell’Istria nel contesto:
• geografique (Carso, Istria e Dalmazia)
• storico
• sociologico e linguistico (lingue Italiana – croata – slovena)
• tecnologico

2. Presentazione delle hiške (capanne in pietra a secco « sorelle ») del Carso triestino e della Slovenia.

3. Le azioni per :
• Salvaguardare (censire, fare ricerche&studi, pubblicare, communicare))
• Proteggere (sensibilisazione, legislazione)
• Far vivere (manutenzione, restauro, consolidazione, ricostruzione)
• Quale futuro ?

Naturalmente Gnesda ha parlato per un’ora con tantissime immagini e richiami grafici. E’ stata apprezzata sopratutto la parte geografica-storico-linguistica. “I francesi – sottoliena il nostro affezionato collaboratore – hanno difficoltà a comprendere che in uno stato (o una piccola regione) possano convivere diverse lingue e diverse culture le quali occupano lo stesso spazio (il territorio) nel tempo a seconda delle vicende storiche. L’Istria é un esempio da manuale”.
Questo il suo racconto. Ora è partito per l’Africa e, al suo ritorno, avremo modo di pubblicare anche la relazione completa presentata in quell’occasione. Per ora ci limitiamo a darne notizia e ad inserire le splendide foto da lui realizzate a corredo del suo intervento.

753 – La Voce in più Cultura 19/11/11 Interviste – Alfredo Spadoni: La tragedia giuliana relegata all’ombra della storia. E poi dimenticata dalla grande politica
INTERVISTE A colloquio con Alfredo Spadoni autore di «Foibe e girotondi»
La tragedia giuliana relegata all’ombra della storia. E poi dimenticata dalla grande politica

di Majda Zgomba

Alfredo Spadoni, classe 1921, nato a Fiume da padre italiano e madre croata. Da più di mezzo secolo trapiantato a Milano, da quando scelse di optare. Dopo una decina di anni di vita nella Fiume del dopoguerra, abbandonò la città, assieme alla moglie e due figli. Nel 2007 ha pubblicato con la casa editrice L’Autore Libri Firenze, il romanzo “Foibe e girotondi”, dal sottotitolo: Un’agghiacciante e inedita testimonianza dei crimini commessi in Istria e nell’ex Jugoslavia dopo l’8 settembre 1943.

Quando è maturata in te l’idea di scrivere sulla dolorosa vicenda istriana?
“Quando andai in pensione. Ed anche perché invecchiando ricordi e nostalgie si fanno più vivi. Lo scrissi desiderando che dopo la mia morte qualcosa rimanesse di me a figli, nipoti e pronipoti. Volevo, inoltre, correggere le numerose inesattezze che riguardavano le foibe e che provenivano sia dalle correnti politiche di destra, che dalla sinistra. Eccezion fatta per i libri di Enzo Bettiza, a parer mio l’unico testimone credibile, tra quelli che si occuparono pubblicamente della vasta problematica.
Quando dico inesattezze, mi riferisco ad un certo negazionismo o minimizzazione, atteggiamento tipico della sinistra italiana. Oppure, quella scomoda verità che la destra italiana fatica a riconoscere, ossia che i primi infoibatori nel ’43 furono gli istriani d’ispirazione comunista, allora definiti patrioti jugoslavi, come reazione alle ingiustizie subite durante il ventennio”.

Gli episodi che descrivi nel tuo romanzo “Foibe e girotondi”, corrispondono a vicende vissute in prima persona?
“Gli episodi descritti sono stati in parte vissuti personalmente, invece degli altri ne fu testimone mio fratello che all’epoca faceva il militare in Istria. Altri episodi, come il massacro per mano degli ustascia del battaglione italiano “Budicin”, mi è stato raccontato da persona tuttora vivente”.

Nel 1941 sei stato arruolato nella Regia Aeronautica, in seguito sei passato, per forza di cose, tra gli “sbandati del dopo l’8 settembre”. Poi cosa avvenne?
“Ero militare dell’aviazione italiana, prestavo servizio a Roma. I colonnelli, nei primi giorni di settembre del ’43, erano scappati e noialtri siamo rimasti ‘in bianco’, come si usa dire. Ci siamo guardati in faccia tra di noi ed ognuno è tornato a casa propria. Questo episodio lo descrivo anche nel libro: ‘Era cominciato il fuggi-fuggi generale, la fine della patria’. Come gli altri, mi sono avviato verso casa a piedi, attraverso le campagne. Per arrivare a Sezana ho impiegato una decina di giorni, andavo con la fiacca. I contadini delle campagne mi offrivano abbondante sostentamento. Anche loro avevano dei figli che si trovavano da qualche altra parte nelle mie stesse condizioni e speravano che qualcun’altro facesse altrettanto per aiutarli.
Arrivato a Sezana, mi sono unito ai partigiani jugoslavi. D’altro canto, non avevo molta scelta e sul fatto che i tedeschi fossero destinati alla sconfitta, non avevo dubbi. I partigiani mi consideravano uno di loro, per il fatto che, essendo mia madre croata, parlavo anche il croato, seppur in modo stentato. Tuttavia, un giorno il comandante mi disse: ‘Con noi, tu ci sei capitato per caso’.
Bisogna anche riconoscere una cosa: l’esercito partigiano jugoslavo era un esercito, in un certo senso, valorosissimo, anche se brutale, un esercito fatto di uomini nati per combattere”.

Sei rimasto a Fiume fino alla metà degli anni ’50, per approdare in seguito a Milano. Come ricordi gli anni fiumani, quelli
dopo il “ribalton”?
“Io abitavo proprio sul confine italo – jugoslavo di una volta, nella zona della Fiumara, ai tempi prendevo la tessera di frontiera e andavo oltreconfine per prendere le sigarette, che da quelle parti costavano molto meno.
Comunque, il ‘ribalton’ fu un dramma. Gli italiani optanti se ne andavano e subentrarono nei loro appartamenti gli slavi. Non ci furono, in confronto a quanto avvenuto in Istria, molte rese dei conti, in quanto Fiume era la città meno fascista della regione Giulia. Gli slavi se la presero in particolar modo con gli autonomisti, dato che a Rapallo era stato stabilito che Fiume doveva essere uno stato indipendente: il sogno di moltissimi fiumani.
Erano giorni tristi, cupi e pericolosi per chi si esprimeva contro il regime di Tito. Bisognava essere molto attenti nel confidarsi con chicchessia, perche c’era in giro un numero imponente di informatori, i più sotto ricatto: ad esempio, ex noti fascisti trasformati in spie titine. Anche per questa ragione era difficile rimanere”.

Ad un certo punto, la decisione di optare e abbandonare la città…
“Appena uno optava, gli portavano via l’appartamento e lo licenziavano. Però, doveva attendere un tempo indefinito, anche sei mesi o più, che gli fosse concesso il regolare rimpatrio o l’espatrio (a seconda dei punti di vista).
Ad esempio, c’era un silurificio a Fiume nel quale lavoravano molti operai italiani, quasi tutti volevano andarsene, però le autorità jugoslave negavano loro l’opzione. Se l’avessero concessa subito, il silurificio avrebbe dovuto chiudere per mancanza di mano d’opera specializzata. D’altro canto, facili opzioni le ottenevano i maestri italiani,
impiegati, manovali, dal momento che questi non servivano alle nuove autorità. Si giocava con i destini delle persone.
Purtroppo l’Italia non contava nulla e non ci poteva tutelare. Era debole, sia materialmente, che politicamente, avendo perso la guerra. Noi siamo andati via con il cuore a pezzi. Ci siamo lasciati alle spalle luoghi di quella rara bellezza, per poi finire nei campi profughi, con le lenzuola al posto delle pareti, a ricostruire un’esistenza, pezzo per pezzo”.

In merito all’argomento, quel silenzio lungo mezzo secolo, come si giustifica?
“Bisogna tener presente che la tragedia giuliana non ebbe il dovuto risalto, non solo perché negata dai comunisti italiani, ma anche perché “coperta” da altri avvenimenti numericamente più imponenti per il dolore che provocarono: il bombardamento malvagio da parte degli angloamericani della città di Dresda dove morirono almeno 25.000 persone (alcune fonti parlano di un numero molto maggiore), di cui molti bambini in maschera che festeggiavano la notte di Carnevale; il massacro della foresta di Katyñ, dove i sovietici con un colpo alla nuca uccisero circa ventiduemila polacchi, prevalentemente ufficiali riservisti, sterminando così un’intera generazione appartenente alla borghesia e intellighenzia polacca; le città di Hiroshima e Nagasaki, rase al suolo; i 6 milioni di ebrei trucidati da Hitler. In questa marea di eccidi che segnarono l’epoca, la nostra tragedia si perde”.

Per come viene trattato l’argomento, che definizione daresti del tuo romanzo?
“Non lo definirei proprio politicamente scorretto, più che altro inopportuno. Anche per il fatto di aver inserito alcune pagine dal contenuto fortemente carnale, in un libro che descrive la tragedia giuliana. Su questo ho dovuto insistere con l’editore”.

Le descrizioni delle atrocità commesse da chi compiva esecuzioni sommarie, nel tuo romanzo si contrappongono ad alcune poetiche descrizioni del golfo del Quarnero e delle località di riviera. Quali sono i luoghi che ricordi con più piacere?
“Senz’altro il lungomare che da Abbazia porta sino a Valsantamarina. In particolare, quel tratto tra Ica e Laurana. Ho vivissimi ricordi anche delle serate passate sulla terrazza a picco sul mare dell’albergo ‘Piccolo Paradiso’ ad Abbazia, un posto all’epoca ricercato, un vero gioiello molto apprezzato dall’aristocrazia dei tempi”.

Come avviene, non di rado dalle nostre parti, anche tu sei frutto di un matrimonio misto…
– A questo proposito mi viene in mente un fatto curioso, ma neanche tanto, considerando certi paradossi della nostra storia: mia madre da buona fiumana di famiglia croata, nel primo dopoguerra aveva preso parte, assieme a sua sorella, ad un corteo anti italiano tenutosi a Fiume. Al grido di: “non li vogliamo più gli italiani”, finì che, ironia della sorte, poco dopo sposò un italiano. Per giunta “terrone”, come dicevo sempre io, quando la prendevo in giro per quel corteo. Mio padre fu un grande patriota di origine marchigiana. La stessa cosa successe anche a mia zia, sorella di mia madre, che dopo aver preso parte al famoso corteo, sposò anch’essa un italiano. Mia madre, rimasta vedova e avendo già una certa età, decise di restare a Fiume anche dopo la mia partenza, cosicché il legame con la città per me non si spezzò per tanto tempo ancora.

L’Italia di questi giorni, come la vedi?
“Non così devastata come qualcuno vorrebbe far credere. L’Italia possiede grandi riserve auree, un immenso patrimonio edilizio e notevolissimi risparmi privati. “Inoltre, nonostante tutto, Berlusconi personifica perfettamente l’italiano medio, al quale fa schifo pagare le tasse e piace l’idea del bordello: è arcinoto che da questa somiglianza gli sono derivati, in un passato recente, numerosi consensi elettorali”.

754 – La Voce del Popolo 19/11/11 Speciale – Il piccolo mondo intorno alla Riserva naturale di Val Stagnon
Servizio di Roberto Palisca
IN PASSATO LA ZONA ERA NOTA COME LAZZARETO, UN TOPONIMO CHE DERIVA DAL PERIODO
IN CUI ANCHE IN QUESTA PARTE DELL’ISTRIA IMPERVERSAVANO LE EPIDEMIE DI PESTE
Il piccolo mondo intorno alla Riserva naturale di Val Stagnon
Dal Lazzaretto di Risano, uno sterrato sale la collina e porta al paese di Bertocchi. In un lontano passato questa zona, distante circa sette chilometri da Capodistria, era in piena campagna. Oggi quello che era un tempo un centro rurale è diventato un accogliente sobborgo di Capodistria trasformatosi piano a piano in zona residenziale. Un’oasi immersa nel verde, a soli 35 metri al di sopra del livello del mare, con villini, casette curate e circondate da orti e giardini abbelliti in queste ormai fredde giornate autunnali dal forte colore arancione dei frutti degli alberi di cachi. All’orizzonte le gru del porto di Capodistria. Nelle vicinanze la trafficatissima tangenziale sotto alla quale passano i binari dei treni. Ma una volta che si devia dalla strada principale e si entra in paese il chiasso del traffico e lo sferragliare dei treni stranamente svaniscono.
La parte più antica del luogo, quella che porta il nome dei suoi vecchi abitanti, le famiglie Bertòch, è formato da alcune vecchie case. Sopra il paese passa la strada che sale a Sant’Antonio di Capodistria e corre sul crinale che divide la valle del Risano dal bacino idrografico del torrente Cornalunga. In passato, ci spiegano, questa zona era nota come Lazzareto.
O meglio dire la parrocchia portava questo nome. Un toponimo che deriva dal periodo in cui anche in questa parte dell’Istria imperversavano le epidemie di peste. Ed è in questa parte del borgo che si trovano la chiesa parrocchiale dell’Assunta con il suo slanciato campanile e il piccolo cimitero del luogo. Li raggiungiamo attraverso un breve viale alberato. Intorno alla chiesa e dentro al cimitero notiamo degli alti verdi cipressi, ma quelli che ci fanno da ala e che ci appaiono quasi come ubbidienti soldati posti in fila l’uno dietro l’altro ai margini della strada mentre procediamo in macchina verso il piazzale della chiesa sono gelsi.
La chiesa è chiusa ma il cancello del piccolo cimitero è spalancato. Entriamo per vedere il retro della parrocchiale e notiamo immediatamente a sinistra, accanto al rubinetto centrale, un cassonetto dall’aspetto un po’ strano. È un distributore di ceri automatico. Mai visti prima. Dà anche la possibilità di scelta: candele a uno o a due euro. La cosa ci lascia un po’ perplessi non tanto perché ci appare insolita quanto perché ci induce a riflettere. Ormai le tecnologie moderne sono arrivate anche nei campisanti. Ancora un po’ e ci sepelliranno pure pigiando un solo bottone.
Tra le tombe più vecchie del piccolo cimitero di Bertocchi, nessuna particolarmente antica, ne notiamo una un po’ diversa dalle altre. È quella di un sacerdote del luogo vissuto a cavallo tra il 1891 e il 1929; don Arturo Luxa, sacerdote integerrimo, parroco esemplare. “Affidò i soi resti mortali – leggiamo sulla sua lapide tombale – agli amati parrocchiani di Lazzareto-Risano perchè lo ricordino col suffragio cristiano”.
Sulle altre tombe si ripetono a scadenza piuttosto regolare alcuni cognomi tipici del luogo: Bertok, ovviamente, Apollonio, Coslovich, Zornada, Zonta, Cociancich, Cocciani, Bordon, Loredan. Tanti Radin. “Ma non molti sono i cognomi delle famiglie originarie del luogo” – ci rivelerà più tardi la signora Nerina Feletti- Zupin, buona conoscitrice della ricca storia del paese. I cognomi tipici, oltre all’inevitabile Bertok che diede il nome al paese e che oggi è abbastanza comune in tutta la Slovenia e nella sua variante italianizzata (Bertocchi) anche in Italia (in Lombardia e in Emilia Romagna) e in Argentina, sono Apollonio, Zupin, Coslar, Novel, Cincin.
E sarà sempre Nerina Feletti- Zupin a spiegarci che il grande caseggiato tinto di giallo di Via del monumento, la strada che si dirama dal piazzale del cimitero e che porta in paese, è il cosiddetto Palazzo delle famiglie nobili. Ai tempi della Repubblica di Venezia l’edificio ospitò l’ospedale militare. Dopo il crollo della Serenissima, nel 1797, la costruzione divenne residenza estiva delle ricche famiglie capodistriane che avevano le loro proprietà nelle vicinanze di Bertocchi e Prade: i Carli-Rubbi e i Gravisi. Di quei tempi a Bertocchi si sono preservate diverse ville borghesi estive dai tipici portono, circondate da giardini murati. Con il passare dei secoli alcune ville e alcuni di questi palazzi sono stati restaurati e trasformati in condomini residenziali.
Nel 1869, apprendiamo spulciando tra i libri, Bertocchi aveva circa 200 abitanti; nel 1900 ne aveva già 304; nel 1931 erano 392 e nel 1961 442. Al censimento del 1991 erano invece 867. Un paese in continua crescita, dunque.
Ma una delle cose per le quali oggi Bertocchi è nota ben oltre i suoi confini è la riserva naturale di Val Stagnon. Si tratta della maggiore zona umida salmastra della Slovenia; una laguna salmastra, circondata da vegetazione alofila e canneti e alcuni terreni agricoli abbandonati di un’area che fu un tempo bonificata e che oggi, come ci spiega Gian Franco Vincoletto, grande appassionato di caccia, è stata anche grazie al suo personale interessamento nuovamente trasformata in palude e proclamata Parco naturale. Una riserva molto importante per la ricchezza della fauna e della flora, con alcune specie molto rare o in pericolo di estinzione.
“Anni addietro, un po’ a causa delle attività del porto, un po’ per l’inquinamento acustico e luminoso, questa riserva correva il serio rischio di scomparire. Poi grazie anche a fondi europei, si è riusciti a inserirla nei programmi di tutela. Oggi si sta lentamente ripopolando delle specie tipiche di un tempo, ovvero anatre, falanghe, taccole, fischioni, oche selvatiche e sta diventando un’importante attrattiva dal punto di vista didattico e turistico. Ogni anno arrivano a Bertocchi per visitarlo tantissime comitive scolastiche”
Prima del degrado, intorno agli anni ‘80 del secolo scorso, la laguna di Val Stagnon era molto importante per i suoi numerosi habitat: dai canneti, alle paludi salmastre e d’acqua dolce e ai prati umidi. I diversi habitat offrivano nel corso di tutto l’ anno le necessarie condizioni di vita ad un grande numero di specie di uccelli. Tra il 1979 e il 2000 vennero notate nell’area della riserva niente meno che 200 varietà di uccelli, 75 delle quali nidificavano proprio qui, mentre 125 erano specie migratorie.
Alla fine del secolo scorso il Comune di Capodistria aveva manifestato l’intenzione di trasformare l’intera laguna in zona industriale o commerciale. Nella laguna vennero depositati all’epoca più di 280mila metri cubi di fango per la bonifica. Ma nel 1993 a intervenire fu il DOPPS BirdLife della Slovenia e grazie all’impegno degli ecologisti nel 1998 l’ area venne tutelata grazie a uno specifico Decreto con il quale venne proclamata Riserva naturale. Oggi la sfida è quella di riuscire a rivitalizzare l’area e grazie al sostegno del ministero sloveno dell’Ambiente il DOPPS ci sta riuscendo.
Oggi i visitatori possono entare nella Riserva a piedi, percorrere un sentiero didattico circolare e sostare nei punti d’osservazione predisposti. Le visite in bicicletta sono consentire soltanto lungo una pista ciclabile che ricorda la storica ferrovia a scartamento ridotto detta della Parenzana e che è stata battezzata Strada della salute e dell’amicizia.
Il lavatoio scomparso
Nella parte vecchia di Bertocchi si trova un antico e insolito pozzo costruito in mattoni. Si tratta dell’antico Acquedotto istriano che un tempo aveva pure funzione di lavatoio pubblico. Era un piccolo universo fatto di donne e bambini perché quando le brave massaie di un tempo si recavano qui a lavare i panni dovevano tenerseli vicini. In casa non c’era nessuno che potesse badare a loro, tranne i pochi fortunati che avevano la nonna. Lavando la biancheria, sbattendola attorcigliata fortemente per fare uscire tutta l’acqua possibile, spesso le donne cantavano per darsi forza. Il lavatoio era formato da due grandi vasche in cemento in cui l’acqua veniva regolarmente ricambiata grazie alla vicinanza dell’Acquedotto, perciò era sempre fredda e pulita. I bambini si fermavano qui solitamente anche all’uscita dalla scuola per sedersi sulla pietra inclinata verso la vasca piena d’acqua, bere o semplicemente lavarsi le mani. Questa costruzione, che era un tempo punto di lavoro ma anche di ritrovo delle donne del paese, e che a tutt’oggi fa riaffi rare soprattutto nelle persone più anziane tanti ricordi della loro infanzia, ha perso oggi la sua funzione originaria, ma potrebbe rappresentare a tutti gli effetti un vero e proprio monumento architettonico del luogo se non fosse che il lotto sul quale sorge è oggi in parte di proprietà pri vata e nessuno se ne prende più cura.
La parrocchiale dell’Assunzione
Bertocchi divenne parrocchia nel lontanissimo 1635; 41 anni più tardi, il 20 settembre del 1676, venne consacrata la chiesa del luogo. Dedicata all’Assunzione di Maria, fu benedetta dal vescovo della Diocesi di Capodistria, Francesco Zeno, candiotto di nascita ma di origini veneziane. Si tratta di un edificio a una navata dalla facciata molto semplice, praticamente disadorna. Una costruzione che, nel corso dei secoli, venne rinnovata molte volte. Gli interventi più importanti vennero fatti a cavallo tra gli anni 1926 e 1928, quando l’edificio sacro venne ampliato e ai lati furono innalzate due cappelle. Al suo interno però, la chiesa dell’Assunzione di Maria è impreziosita da affreschi del 1929 che vengono attribuiti al maestro vicentino Ermenegildo de Troy. Poco si sa purtroppo della vita di questo pittore, al quale si devono diverse opere d’arte sacrale in Istria. Fu lui, tra l’altro, a dipingere gli affreschi e la pala dell’altare principale del Duomo di Piemonte. Si sa che eseguì alcuni lavori pure nel castelletto di Semedella, costruito nel 1885 dal marchese e dottore in medicina Pio de Gravisi. Ma del nome di Troy non c’è traccia in nessun libro, per cui quasi tutto ciò che ci è dato oggi sapere del personaggioè giunto fi no a noi tramite memorie verbali.
La decorazione principale della chiesa di Bertocchi è tuttavia il noto dipinto del Crocifisso. Un’opera che risale al 1601 e che viene attribuita a uno sconosciuto autore del luogo. L’altare maggiore della parrocchiale è un altare in legno del XVII secolo. Nella sagrestia ce n’è un altro simile, portato qui da una chiesa crollata che si trovava nella vicina Ariol e che era dedicata a San Michele. Nella chiesa di Bertocchi è custodito anche un organo prodotto a Brescia nel 1886. Il piazzale antistante la chiesa è dominato da un campanile a cuspide e a pianta quadrata del 1934, alto 30 metri, progettato dal capodistriano Giovanni Mayer.

755 – Il Giornale – Genova 25/11/11 La panchina di pietra: Il dramma dell’esodo negli occhi di una bimba
Il dramma dell’esodo negli occhi di una bimba

Maria Luisa Bressani

«La panchina di pietra» di Maria Rosaria Dominis racconta la fuga dalla Dalmazia
«Aveva paura della paura» è la frase che connota l’arrivo in Italia dalla Dalmazia di Flora, ragazzina «croata», nel libro La panchina di pietra (De Ferrari Editore). Bruna, la mamma, aveva rimandato la partenza, certa di non dover lasciare la «Patria» e le proprietà che la famiglia possedeva da secoli. La suocera Tonci, slava, le diceva: «Qui sono la mia vita, i miei affetti e le mie tombe… eppure penso che si debba partire». Le faceva notare che suo padre era stato Podestà sotto il Fascio e che se ne sarebbero ricordati, che il marito, medico, era morto in Africa mentre stava dalla «parte sbagliata». «Secondo loro», replicava la nuora. «Ma sono “loro” che comandano adesso», controbatteva Tonci. Dopo la fine della guerra, dopo il diktat del 1947 e la confisca dei beni, tra gli italiani che partirono c’era anche una classe dirigente che aveva costruito fabbriche, imprese, alberghi. Flora e la mamma approdano in un paese del Piemonte non lontano da Torino. Hanno viaggiato in un carro bestiame e all’arrivo Flora pensa che «erano arrivate, erano apolidi». La paura della ragazzina si motiva con tanti aspetti della nuova vita. Credeva di saper l’italiano mentre parlava un dialetto sconosciuto ai compagni di classe. La sua tradizione di famiglia colta escludeva le brutte figure a scuola, ma ne rimedia una alla prima interrogazione in storia. Non amava una materia che parla «solo di guerre e di confini che si spostano, che cambia se cambi nazione, mutando pure buoni e cattivi». A Flora, fin da bambina, avevano promesso un viaggio in Italia da cui tornare «alta, bella, smagliante». Il viaggio era diventato quello e per non tornare mai.
Il suo isolamento è alimentato dal difficile rapporto con la madre. Ricorda il passato da signora, non si adattta a lavorare come fanno i cognati. Flora da bambina privilegiata è diventata povera, però ci conquista convinta che «agire sia meglio che subire». Cresce attingendo forza dai libri che le aprono mondi. Ma non è lo studio la sua priorità. Ha passione per le stoffe, il confezionare abiti, l’eleganza (sogno e attitudine italiane). Come ogni adolescente aspetta l’amore e lo incontra, però condizionato dai tabù del tempo.
Il libro è uno spaccato sui costumi italiani, su una società arcaica dove la donna per acquisire coscienza di sé si trova ad affrontare qualche datore di lavoro che si vuole approfittare di lei, dove il marito, pur uomo di successo, si comporta da padrone. A un certo punto è lui il vero apolide, nel senso di apolide dall’umanità: arrogante nella propria casa e su colei che ha voluto con sé.
Ci avvince la trama con pagine iniziali di fosca suspense da noir, un incipit ripreso solo a metà lettura. Il finale, a colpi di scena, ci spiega il distacco della mamma verso Flora, comportamento anch’esso motivato da tabù del tempo.
Dominis, l’autrice, come Flora è nata in Dalmazia e nel ’48 venne in Italia. La sua dedica «a tutte le bambine senza paese» raggiunge chi visse la drammatica esperienza con due pagine da cornice. La 25 sulla vita di un tempo: «le famiglie patriarcali, le diversità etniche religiose e politiche che avevano caretterizzato amicizie, arricchito conoscenze, la rakija (distillato di prugne) e le frittole di carnevale, il profumo del mare, le rose canine a primavera…». E la pagina 46 su ciò che a Flora, di colpo e senza colpa, fu sottratto: «padre, paese d’origine, amiche, compaesani, linguaggio, identità, ruolo nella società, realtà economica, tradizioni. Il mare e la bora».

756 – La Voce del Popolo 25/11/11 : Una mostra sulla vita in Istria ai tempi della Dieta provinciale

SI INAUGURA OGGI A PARENZO «CON LA PENNA E I PUGNI»: UN PERCORSO MULTIMEDIALE SUGLI ANNI 1861 – 1918
Una mostra sulla vita in Istria ai tempi della Dieta provinciale
PARENZO – A poco più di un mese dal convegno scientifico internazionale dedicato al 150.esimo dell’istituzione della Dieta provinciale del Margraviato dell’Istria a Parenzo – organizzato dalla Società storica istriana e dal Museo del territorio parentino, con il patrocinio dall’Assessorato alla Cultura della Regione Istriana dalla locale amministrazione cittadina –, si torna a parlare dell’argomento, rispettivamente del contesto storico, economico, sociale e culturale in cui questa operò e, più nello specifico, della vita in regione alla metà dell’Ottocento.
Rientra nella serie delle iniziative tese a celebrare l’anniversario – tra cui, oltre al citato convegno (di cui si attendono ora gli atti), va ricordata la digitalizzazione dei bollettini ufficiali del Margraviato d’Istria e l’ampliamento dell’encicopledia di “Istrapedia” – la mostra che s’inaugura oggi alle ore 13 nella Sala storica della Dieta a Parenzo. Intitolata “Con la penna e i pugni”, è stata curata dal Museo storico dell’Istria (Pola) e dalla Società umanistica “Histria” (Capodistria) e ricostruisce, attraverso un percorso multimediale, la vita nella penisola dal 1861 al 1918, periodo in cui operò la Dieta.
L’obiettivo dell’allestimento è quello di avvicinare al più vasto pubblico la quotidianità degli abitanti dell’Istria, promuovendo la valorizzazione dell’eredità lasciata dai deputati e dai dipendenti della Dieta, ma anche quella delle fonti in generale, importanti per la storia della regione di quel periodo.
I motivi ricorrenti della mostra vanno dalla propaganda politica, ai politici, ai funzionari, al diritto di voto, all’istruzione pubblica, ai lavori pubblici e gli interventi edili, fino alla sanità, all’assistenza sociale e alla vita nelle osterie. Una parte del vano espositivo verrà dedicata anche ai ricordi degli odierni istriani.
A metà dicembre, invece, è prevista la pubblicazione di un volume bilingue, croato-italiano, curata dal Museo del territorio parentino e dalla società “Humaniora”, incentrata sulla storia politico-sociale dell’Istria strettamente legata alla costituzione della Dieta istriana, ai personaggi di spicco che ne hanno segnato il lavoro e ai cambiamenti ai quali questa diede origine con la sua attività. Elena Uljančić-Vekić, del Museo del territorio parentino, analizzerà il tema “La Dieta istriana – patrimonio sacro e profano”; Maurizio Levak, della Facoltà di Filosofia dell’Università “Juraj Dobrila” di Pola, presidente della Società storica istriana, si soffermerà sugli organi amministrativi in Istria prima del 1861; mentre Elena Poropat (Museo del territorio parentino) ripercorrerà la storia della Dieta istriana quale organo politico e Josip Banić, della Facoltà di Filosofia dell’Università di Zagabria, illustrerà infine le biografie dei più noti deputati istriani. (ir)

757 – La Repubblica 21/11/11 Il punto di riferimento – Trieste chiama Vienna nostalgia dell´Impero “Per ritornare grandi”
Il punto di riferimento
Trieste chiama Vienna nostalgia dell´Impero “Per ritornare grandi”
Summit tra le due città simbolo della Mitteleuropa
PAOLO RUMIZ
Basta guardare alla nostra architettura, al nostro mare, alle nostre ferrovie, per capire che è quello il punto di riferimento obbligato
per cominciare sul piano della cultura. Era la prima volta che accadeva in forma così diretta e così “politica”. Ed è stata un´intesa cordiale che vedrà frutti immediati: tra un anno una grande mostra viennese su “La città di Claudio Magris” e, nel 2014, una lunga stagione di festeggiamenti triestini dedicati all´ex capitale dell´impero, con incontri dedicati alla musica, l´architettura, la psicanalisi e il commercio.
In Austria era come se non aspettassero altro. È stata sufficiente la parola “Triest” ad aprire gli uffici della Rathaus, mobilitare la giunta viennese e costruire processi operativi in un clima di amicizia e rispetto reciproco resi più solidi dalla stima di cui gode anche a Vienna il nuovo premier italiano. Trieste (che è stata austriaca per oltre mezzo millennio, dal 1382 al 1918) è stata e rimane per i viennesi una città dell´anima, il posto familiare dove l´architettura centro-europea si affaccia sul Mediterraneo perduto. Buono il feeling fra i due Burgermeister, simili nel pragmatismo, nel gusto della tavola e nell´atteggiamento antipolitico, premessa di un rapporto duraturo con la metropoli che vanta il più alto tasso di vivibilità in Europa. I due hanno conversato per tre ore, costruendo un buon rapporto personale davanti a una portata di bollito con “roestli” e uno gnocco salisburghese ai mirtilli.
È stato a tutti gli effetti il ritorno sui binari di un rapporto antico che ha dato alla città due secoli di traffici e ricchezza grazie alla franchigia doganale (simile a quella di Amburgo) decisa nel 1719 dall´imperatore Carlo VI e grazie alla straordinaria rete di collegamenti via terra che l´Austria ha costruito alle spalle del porto. Un secolo fa Trieste aveva tre diverse linee per Vienna e vedeva la partenza di ben dodici treni al giorno nei due sensi. Nel 2011 è rimasta a Trieste una sola linea (le altre due sono usate solo dalla Slovenia) e l´ultimo treno diretto Trieste-Vienna è stato abolito nel 1994. È stato per sancire questo legame, ma anche per masticare fino in fondo l´isolamento dell´oggi che il sindaco triestino ha scelto di andare a Vienna in treno, affrontando otto ore e mezza di viaggio, uno sciopero Trenitalia e due cambi: uno a Udine con corriera sostitutiva e uno a Villach con l´Intercity del Semmering.
Leggere gli orari ferroviari del 1911 è deprimente se si pensa al binario morto in cui è ridotta oggi la città. Oltre che per Vienna, c´erano partenze per Fiume, Lubiana , Belgrado, Pola, Parenzo, Spalato, Ragusa (Dubrovnik), Mostar e infiniti altri luoghi. Con un solo cambio si arrivava a Praga e Cracovia in tempi non inferiori a quelli attuali. Oggi come direzioni attive sono rimaste solo Udine e Venezia: l´Italia dei collegamenti veloci finisce a Mestre, poi ti arrangi. Perfino trent´anni fa era meglio, senza Schengen e con la cortina di ferro di mezzo. Da Trieste andavi in “wagon lit” a Belgrado, Parigi, Genova, Roma. Oggi c´è solo un treno notturno squinternato per Lecce. Difficile dimenticare tutto questo.
A Trieste la rete marittima austriaca era altrettanto fitta. Cinquanta compagnie di navigazione e collegamenti per Gibilterra, Tangeri, Alessandria d´Egitto, Amburgo, New York, Anversa, Bordeaux, Bombay, Calcutta, Shanghai, Corfù, Istanbul, Kobe in Giappone, Liverpool, Marsiglia, Pireo, Rotterdam e persino Trebisonda. La città del Nordest che oggi conta poco o nulla persino all´interno della sua regione, era nientemeno che il baricentro di un impero, il capolinea del Mediterraneo, con decine di partenze settimanali per Istria, Dalmazia e oltre. Oggi, l´unico ferry con servizio passeggeri in funzione è quello per Durazzo, Albania, con sbarchi e imbarchi da terzo mondo e controlli doganali stile guerra fredda.
La memoria di quest´epoca è stata posta in ombra prima dal fascismo, poi dall´emergenza anti-comunista del secondo dopoguerra e infine da un´élite triestina che per proteggere le sue rendite di posizione ha lungamente coltivato rancori etno-nazionalisti, soprattutto anti-slavi. Ma dal 1918 il ricordo del tempo in cui i treni funzionavano, il porto era pieno di navi, la città era piena di slavi, tedeschi ed ebrei, e l´imperatore si rivolgeva “ai suoi popoli” in lingue diverse, non è mai morta nell´anima popolare della città. Il dialetto locale contiene ancora parole austriache, come Befell (ordine), Placato (manifesto) o Traiber (trafficante), segno di una diversità la cui consapevolezza cova sotto la cenere insieme al desiderio di una rinnovata autonomia stile-Amburgo, più che mai utile nel momento in cui l´Italia paga il conto della crisi.
«Come non partire da Vienna nella ricostruzione dei nostri rapporti col mondo che ci circonda?» ha detto Cosolini a Haupl. «Basta guardare alla nostra architettura, al nostro mare, alle nostre ferrovie, per capire che è quello il punto di riferimento obbligato». Ma non è solo nostalgia: è anche il rapporto con la città dell´oggi, quella dove le religioni e gli immigrati convivono meglio che altrove grazie a una politica culturale e della casa che non ha eguali in Europa.

758 – Il Piccolo 22/11/11 Gorizia : Memoria e futuro nella mostra sui nostri migranti
Memoria e futuro nella mostra sui nostri migranti

Memoria e futuro, insieme. Ricordo di ciò che siamo stati, ma anche consapevolezza delle potenzialità rappresentate dai nostri migranti. Questo è la mostra “Goriziani, triestini ed istriani nel mondo. Dalla grande emigrazione alla mobilità professionale – Una storia accompagnata dalle cronache de Il Piccolo” curata da Dario Rinaldi. Inaugurata ieri alla galleria “Dora Bassi” di via Roma, l’esposizione rimarrà aperta fino al 29 novembre. L’iniziativa targata associazione Giuliani nel Mondo e Il Piccolo si inserisce nell’ambito dei festeggiamenti organizzati per celebrare i 130 anni di vita del nostro quotidiano e gode del sostegno dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, del Comune di Gorizia e della Regione.

I 50 pannelli ripercorrono con immagini, didascalie e articoli di giornale una vicenda partita alla fine dell’Ottocento e che, nel tempo, ha conosciuto un’evoluzione naturale, passando dall’esodo forzato di chi doveva abbandonare le proprie terre per fuggire da un pericolo concreto, a chi oggi sceglie liberamente di trasferirsi per motivi professionali. Il concetto è stato più volte sottolineato nel corso della cerimonia d’apertura. «C’è un’altra Gorizia nel mondo», ha sottolineato il presidente dell’Agm Dario Locchi ricordando che i giuliano-dalmati sparsi per i cinque continenti sono stimati tra i 100 e i 150 mila. Il sindaco Ettore Romoli e il direttore del Piccolo Paolo Possamai hanno focalizzato l’attenzione su un punto importante: la mostra è dedicata prima di tutto ai giovani. Sono loro che devono capire il passato per migliorare il loro domani.

«È come se nel termine memoria fossero fusi i concetti nostalgia e tensione a costruire un futuro nuovo – ha detto il direttore Possamai -. Il giornale da una parte racconta l’accaduto, dall’altra è di monito. In questa mostra, di ammonimenti mi pare ce ne siano tanti». A portare un saluto è stato anche l’onorevole Franco Narducci, presidente dell’Unaie (Unione nazionale delle associazioni degli immigrati e degli emigrati): «Gli italiani nel mondo sono una risorsa strategica che non possiamo disperdere», ha detto.

Da esule, il consigliere regionale Gaetano Valenti ha portato la testimonianza diretta di come, ancor oggi, sia difficile far capire in molti uffici pubblici che, pur essendo nato a Parenzo, è cittadino italiano.

Rodolfo Ziberna, presidente regionale dell’Angvd, ha quindi ricordato il convegno di giovedì nel quale, insieme al libro “C’era una sVolta” e al documentario “Trieste fra storia e futuro: dall’Adriatico all’Atlantico” di Viviana Facchinetti, verranno presentati in anteprima nazionale i volumi realizzati dall’Isig “Esuli in Italia”, “Esuli nel Mondo”.

Non è mancato un inatteso fuori programma. Prima del brindisi di rito, Clara Morassi Stanta ha preso la parola tra lo stupore di molti riportando un suo commosso ricordo: «Avevo 18 anni quando ho fatto casa per casa a cercare posti letto per gli italiani che avevano lasciato le loro terre. Queste foto valgono tanto. Vale la pena venire e leggere foglio per foglio quello che è scritto».

Stefano Bizzi
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759 – Venezia Musica e dintorni Dicembre 2011 – I trent’anni in musica di Calicanto
I trent’anni in musica di Calicanto

di Sergio Garbato

TRENT’ANNI DI CALICANTO, FESTEGGIATI in tanti concerti e incontri e conditi di recente con un premio alla carriera. Un affiatatissimo quintetto musicale che continua a essere giovane e internazionale, e che il 25 novembre sarà in concerto a Padova per un «Calicanto Day». Il Calicanto, si sa, è un fiore invernale, il primo a sbocciare per congiungere un anno che se ne va con quello che arriva; ma come dice sorridendo Roberto Tombesi, fondatore e anima del gruppo, «è un fiore controcorrente come siamo noi, che da trentanni giriamo il mondo con un messaggio musicale che vuole ritrovare un’identità perduta e al tempo stesso trascenderla in nuove forme e sonorità».
In questi trent’anni in cui il padre fondatore ha incontrato tanti amici e colleghi per strada fino all’attuale formazione con la voce di Claudio Feronato, Francesco Ganassini al clarinetto, il giovanissimo percussionista Alessandro Arcolin e Giancarlo Tombesi, che dal violino è passato con felicità al contrabbasso), il repertorio del Calicanto ha trovato una sua profonda coerenza, che misteriosamente segna anche il trionfo della varietà: il Mediterraneo.
«E il Mediterraneo che ha visto la Serenissima Repubblica e la sua civiltà trionfare per undici secoli – continua Tombesi -ma ne è bastato uno, l’ultimo, per annebbiare, se non cancellare, ogni cosa e ogni radice. Forse, allora, più che celti, siamo bizantini. E il Mediterraneo è il Labirinto mare di un nostro album lontano, che voleva essere un itinerario d’acqua in musica tra Venezia, l’Istria e la Dalmazia».
Il secondo pilastro del repertorio di questo gruppo, che è fondamentalmente padovano (ma il clarinettista viene da Belluno), si riferisce ai Colli Euganei.
« Un vero e proprio paesaggio sonoro dal quale lasciarsi guidare, con le colline che diventano una sorta di pentagramma. Ecco allora i monaci di Praglia con i canti gregoriani e un rarissimo suonatore di foglie d’edera, ma anche il flauto fatto con un tamo di castagno e la luna calante, come in una pagina di Giuliano Scabia o di Aldo Pettenella».
Il terzo e più recente centro di interesse è l’accanita e mai paga ricerca di una sonorità che si nutre degl i st i moli più disparati e si affina nel rapporto con il teatro e in accordo con il sinfo-nismo suggerito da Carlo de Pirro, un amico scomparso troppo presto.
I cinque del Calicanto celebrano i loro trentanni in un viaggio che dal Veneto arriva in Spagna e altrove. Con loro, anche un ospite di soli diciassette anni e già maestro dell’arpa tirolese: Alessandro Tombesi. ■

Padova – Mukisala MPX 25 novembre, ore 21.00

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell’ Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell’Italia con la Croazia e Slovenia.
Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it

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