RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 794 – 1 OTTOBRE 2011

Posted on October 2, 2011


Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 794 – 01 Ottobre 2011

615 – Anvgd.it 25/09/11 Commenti dal Triangolare
616 – Il Piccolo 27/09/11 Lacota: “L’Unione degli Italiani deve chiedere perdono” (Silvio Maranzana)
617 – Il Piccolo 29/09/11 La polemica: Giovanardi: “Lacota sbaglia Tremul e Radin fratelli italiani” (Roberto Urizio)
618 – L’Arena di Pola settembre 2011 Incontro dei Presidenti. Aspettative, delusioni, emozioni. di una giornata vissuta all’ombra dell’Arena (Silvio Mazzaroli)
619 – La Voce del Popolo 24/09/11 La ditta «Abbazia» non è riuscita a intavolare i terreni di Daila
620 – Panorama Edit 15.09/11 Dachau ha ricordato Giovanni e padre Giuseppe Palatucci (Bruno Bontempo)
621 – Secolo d’Italia 24/09/11 Intervista a Guido Cace sulla pubblicazione del volume: Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943 (Domenico Bruni)
622 – Il Piccolo 29/09/11 Libro – Carlo Baxa l’irredentista di Pisino, una monografia ricorda la figura dell’istriano amico di Pagnini
623 – Secolo d’Italia 24/09/11 Jugoslavia, così i militari italiani fermarono le stragi (Manlio Croce)
624 – Il Piccolo 25/09/11 Salvore: Il castelletto dei triestini finito alla Marina di Tito (3) (Silvio Maranzana)
625 – La Stampa 30/09/11 Torino: E dopo mezzo secolo i profughi istriani avranno i loro alloggi quasi gratis (Alessandro Mondo)
626 – La Voce del Popolo 24/09/11 Gli angoli di Pola… Serenissima (Arletta Fonio Grubiša)
627 – La Voce del Popolo 24/09/11 Speciale – Gimino, un paese di contadini (Mario Schiavato)
628 – La Voce del Popolo 24/09/11 E & R – Il cuore fiumano di Anita Lupo Smelli si è fermato a Grugliasco (Rudi Decleva)
629 – La Voce del Popolo 24/09/11 E & R – CIACOLADE di Roberto Stanich – In Arena co’l «Va pensiero» (Roberto Palisca)
630 – Il Piccolo 23/09/11 L’Itinerario di Paolo Rumiz (3) Nella valle della Draga il grande crepaccio che spacca l’Istria in due (Paolo Rumiz)
631 – Il Piccolo 24/09/11 L’Itinerario di Paolo Rumiz (4) – A piedi fino a Canfanaro e nella valle della Draga campi di zucche giganti (Paolo Rumiz)
632 – Il Piccolo 25/09/11 L’Itinerario di Paolo Rumiz – Stazione di Canfanaro pietra bianca istriana e un caldo da Far West (5) (Paolo Rumiz)
633 – Il Piccolo 28/09/11 La Serbia restituisce i beni confiscati ai tempi di Tito, interessati all’incirca 150mila ex proprietari ed eredi (Mauro Manzin)

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
https://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

615 – Anvgd.it 25/09/11 Commenti dal Triangolare
I feed back del Triangolare

Avevo sempre visto un mondo in bianco e nero. A casa di mia nonna. Lassù, tra il finestrone del balcone e la porta del cucinino. Una foto. Con dentro una squadra. Anzi, LA squadra. La FIUMANA. C’era anche mio nonno, in quella foto. Tanti volti, i volti di chi viveva sospeso tra un passato impervio e inclemente, un presente incerto ed imponderabile, ma con lo sguardo fiero di chi lottava ogni giorno per costruire un futuro. Per fare in modo la gente fiumana, istriana e dalmata, avesse un futuro. Italiano. In Italia. Il loro ed il nostro.

Già, dopo l’esodo, dopo il campo profughi a Mantova, dopo le “Casermette” a Torino, finalmente sarebbe arrivato un tetto sulla testa, ed i muri di mattoni invece che 4 lenzuola a fare da separé.

Ieri sono tornato in quella casa, ho guardato quella foto. Brillavano emozioni, tracimavano sensazioni e, soprattutto, era a colori. Il colore di chi ha avuto il privilegio di essere chiamato a contribuire al ritorno in campo del nostro glorioso passato sportivo. Il colore di chi ha potuto toccare con mano e sentire il peso di una maglia che era tessuto. Tessuto intrecciato di aneddoti, racconti e storia, intriso di anime, cuori, sentimenti e passioni. Il colore di chi ha avuto la fortuna di condividere momenti indimenticabili con altrettanti indimenticabili compagni di viaggio. Scoprire radici comuni e valori innati, trasmessici dai nostri genitori, dai nostri nonni, ritrovarci come sconosciuti compagni di viaggio e salutarci come amici di una vita.

Presto le foto saranno due, entrambe in bianco e nero. A noi trasmettere quanto abbiamo vissuto e provato in questi giorni, la nostra storia, i nostri valori, in modo che ci sia chi, con noi e dopo di noi, possa dipingerle con tutti i colori che saremo riusciti a fargli vedere.

A tutti dico grazie. Ad ognuno dico grazie. Per l’impegno. Per la serietà. Per le battute. Per la compagnia. Per ogni parola. Per ogni istante. Per ogni sorriso. Per ogni abbraccio. Per ogni arrivederci.

Orgoglioso di esserci stato, orgoglioso di essere stato, seppur per una sera soltanto, il Vostro capitano.

Fabio Cvetnich Margarit, 39 anni, da Torino, U.S.Fiumana, originario di Fiume, difensore e capitano

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E’ stata una giornata magnifica, molte emozioni. Non ho parole per esprimere la gioia che ho avuto di trovarmi allo Stadio Flaminio in mezzo a tutta questa gente di Fiume, Pola e Zara. Eravamo tutti insieme per applaudire questi giovani giocatori figli e nipoti degli esuli giuliani e dalmati: eravamo tutti una grande famiglia.

Quando all’innizio ho sentito l’inno nazionale avevo le lacrime agli occhi. Sono felice di avere partecipato a questa giornata grazie al Triangolare del Ricordo.

Vivo in Francia da 42 anni ma sono sempre italiana. Grazie ancora per questi momenti che non dimenticherò mai …..

Anna Maria Vatta, da Les Mées (Francia), di Zara, tifosa

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Volevo mantenermi sul generico perché non sono brava con le esternazioni pubbliche, ma non voglio sottrarmi proprio io al feed back…

Beh, ci sono volte – e questa è una di quelle – in cui le parole non sembrano sufficienti per esprimere le emozioni del momento, la complicità instaurata con colleghe eccezionali, il rispetto per ragazzi con una storia importante alle spalle, l’euforica agitazione del pre-evento, l’orgoglio di aver partecipato a qualcosa di grandioso, la paura di non esserne stata all’altezza, la tristezza per il sipario che cala su un’avventura durata cinque mesi, la profonda stima per un capo che più che un capo è stato un amico-padre-mentore-esempio da seguire e che sarà difficile incontrare nuovamente sul proprio cammino.

Lo so, un elenco non può bastare per includere tutto questo… Ma come direbbe qualcuno più saggio di me: “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”. Spero quindi che, al di là di tutte le parole, traspaia ciò che sento. Grazie a ognuno di voi, davvero.

Ilaria Costanzo, 26 anni, da Roma, Ufficio stampa del Triangolare

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25set/17.44 – I feed back del Triangolare: Filippo Marcato Guimaraes

“…de tuto la vendeva, fora che el bacalà, perché non m’ami più…”
I tifosi del Grion Pola intonano la Mula di Parenzo, mentre le squadre sono ancora in campo, ognuna stretta attorno alla sua bandiera, e improvvisamente non sento più la stanchezza, nemmeno le scarpe mi danno più noia.

Guardo le bandiere, la Capra che mi ha seguito in capo al mondo, l’Aquila e le Tre Teste di Leopardo. Per un momento sento che Pola, Zara, Fiume, ci sono, sono reali, per un attimo hanno smesso di essere luoghi della memorie, care immagini tramandate di padre in figlio, ci sono, sono nostre. Ad evocarle anche l’atmosfera di amicizia, di famigliarità.

Dalla mia posizione “privilegiata” ho avuto l’occasione di vedere, di conoscere, i nomi noti del Triangolare. Mi ha commosso e deliziato la familiarità e l’amicizia con cui si parlavano Pizzul, Benvenuti, Missoni, Gabric. E in dialetto!

Ma è stato anche straordinario l’attaccamento dei giocatori alla loro maglia, alla loro bandiera, e le emozioni che hanno scatenato nel pubblico. Mi sono sentito imprecare (vicino ai “VIP!) per il primo gol che la Fiumana ha fatto al Grion Pola…

Come mi ha detto Chiara verso la fine, tutto è andato bene. Merito dell’instancabile Fabio e del suo fantastico team, che ha saputo reagire con prontezza a tutte le situazioni, e ai volontari con cui ho avuto l’onore di lavorare.

L’ANVGD, e i suoi Giovani, hanno dimostrato di saperci fare, e ora la mia speranza è che si possa sfruttare il “momento” per eventi futuri. Istriani, Fiumani e Dalmati hanno dimostrato, ancora una volta, di sapersi
rimboccare le maniche!

Su con le recie!

Filippo Odair Marcato Guimaraes, 30 anni, da Padova, staff ANVGD, capo della sicurezza allo Stadio Flaminio

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25set/11.10 – I feed back del Triangolare: Marco Cvetnich Margarit

Cari Amici,
scrivo queste righe prima di andare a trovare la mia nonna Viarda Pulin, in casa di riposo.
Purtoppo da diversi mesi oramai, non è più quella di prima, sposata e vedova di nonno Albino Cvetnich Margarit, calciatore della Fiumana ai tempi d’oro.
Non so se le racconterò appieno l’esperienza appena conclusa o le dirò solamente che ho giocato una partita di calcio con la maglia che vestiva suo marito all’incirca 70 anni fa.
Sapete, ogni volta che vado a trovarla, non troppo spesso ahimè, ha sempre qualcosa da raccontarmi.
I nostri “veci” hanno un bagaglio di esperienza e sofferenza vissute sulla loro pelle che nemmeno ce le immaginiamo, dobbiamo ascoltarli, imparare e fare tesoro dei loro racconti.
Beh, tornando a noi, che dire dei tre giorni appena trascorsi a Roma… Semplicemente unici!
Ho avuto modo di conoscere tantissime persone, provenienti da ogni parte d’Italia e del mondo, ognuno con le sue motivazioni, uniti tutti quanti però da un entusiasmo ed una forza senza precedenti.
Sarà per questo che sin da subito mi sono sentito tra amici ed è per questo che voglio ringraziarvi uno ad uno, per l’affetto, la simpatia, la gentilezza, la sportività, e tutto quello che avete dimostrato nei confronti di persone mai viste ne conosciute prima.
Quello che mi preme sottolineare, perchè credo sia di fondamentale importanza, è che lo stesso entusiasmo, la stessa forza, gli stessi valori con i quali abbiamo affrontato quei tre meravigliosi giorni insieme, dovremo portarceli dentro da oggi in avanti, affinchè venga trasmesso alle nostre generazioni future lo stesso bagaglio di conoscenze che i nostri padri, i nostri nonni hanno vissuto e ci hanno raccontato, per fare in modo che la tragedia che ha colpito le nostre famiglie, rimanga nella memoria di quei pochi italiani che già conoscono la nostra storia ma soprattutto per far conoscere questa brutta storia a chi purtroppo, di noi, ancora non sa nulla.

Con affetto,
Marco Cvetnich Margarit, 28 anni, da Torino, U.S. Fiumana, originario di Fiume, difensore

616 – Il Piccolo 27/09/11 Lacota: “L’Unione degli Italiani deve chiedere perdono”
DOPO IL CONCERTO DI POLA

Lacota: “L’Unione degli Italiani deve chiedere perdono”

di Silvio Maranzana

TRIESTE È una voce “contro” quella di Massimiliano Lacota, che pure rappresenta l’Unione degli Istriani, l’organizzazione di esuli più nota a Trieste.

Allora, Presidente Lacota, dopo gli incontri di Pola e il concerto all’Arena con Napolitano e Josipovic qualcosa sarà pur cambiato?

Dicono che sia cambiato il clima. Ma dove? In osteria, forse. Nei fatti non è cambiato assolutamente nulla. Ne dico solo una: nella parte oggi croata dell’ex Zona B sono state identificate 1.411 proprietà che potrebbero essere subito restituite. Per dire che il clima è cambiato aspettiamo che lo siano realmente, magari non tutte, ma 500 o almeno 100. Facciamo 50? Quando solo 30 saranno state restituite diremo che il clima è effettivamente cambiato.

Ma Josipovic ha chiesto perdono anche per i crimini commessi dall’ex Jugoslavia

E qui sta il lato più tragicamente ridicolo di tutta la faccenda. Cosa c’entra il povero Josipovic? Sono i due massimi rappresentanti dell’Unione italiana, Furio Radin e Maurizio Tremul che dovrebbero guardarsi indietro, recitare il mea culpa, fare opera di revisione. I principali persecutori degli italiani alla fine e dopo la guerra, non erano slavi, ma italiani del posto. E dentro l’Unione degli italiani vi erano tutti i delatori e anche qualche criminale, quell’Unione degli italiani che poi fino al 1991 è stata una costola del Partito comunista jugoslavo.

Così spiegate la vostra mancata partecipazione al simbolico abbraccio tra esuli e “rimasti”?

C’è stata un’assemblea con 126 delegati dell’Unione degli istriani dove con un solo astenuto e nessun contrario è stata approvata una risoluzione che sancisce l’impossibilità di avere rapporti con l’Unione degli italiani.

Voi non avete partecipato nemmeno allo storico incontro di Trieste con l’omaggio a due luoghi simbolo delle opposte tragedie: il Balkan e il monumento di piazza Libertà che ridorda l’esodo. Sareste favorevoli a un pellegrinaggio comune, ad esempio alla Foiba di Vines e al lager fascista di Arbe?

Assolutamente no. Da un lato ci sono eliminazioni fisiche sistematiche, dall’altro un semplice campo di raccolta dove le morti avvennero solo per fame o per stenti.

Quali sarebbero dunque i siti ideali per condannare le opposte nefandezze?

Non esistono, semplicemente perché la violenza non è stata uguale. Non c’è nulla che pareggi la ferocia delle foibe comuniste.

617 – Il Piccolo 29/09/11 La polemica: Giovanardi: “Lacota sbaglia Tremul e Radin fratelli italiani”
LA POLEMICA:

Giovanardi: “Lacota sbaglia Tremul e Radin fratelli italiani”

di Roberto Urizio

TRIESTE «Sarò all’incontro di Rovigno e abbraccerò Radin e Tremul come fratelli». Il sottosegretario Carlo Giovanardi replica al presidente dell’Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota, che in un’intervista a “Il Piccolo” aveva duramente attaccato l’Unione Italiana, invitando i suoi rappresentanti a fare «opera di revisione» rispetto ai fatti accaduti nel corso della Seconda Guerra Mondiale sul confine italo-jugoslavo e affermando che il clima non è cambiato, «se non nelle osterie».

Giovanardi presenzierà all’incontro di sabato a domenica tra la comunità degli esuli di Roma e l’Unione Italiana di Rovigno.

Sottosegretario Giovanardi, con quale spirito parteciperà a quell’incontro?

Sarò a Rovigno come sono stato all’incontro tenutosi a Roma con grande piacere, sia a titolo personale che come rappresentante del Governo italiano. Incontrerò volentieri Furio Radin e Maurizio Tremul e li abbraccerò come fratelli italiani, e altrettanto farò con tutti i membri dell’Unione Italiana presenti.

Il presidente Lacota invita gli esponenti dell’Unione italiana a recitare il mea culpa. Che ne pensa?

Radin, Tremul e tutti i membri dell’Unione Italiana non erano nemmeno nati quando era in corso la Seconda Guerra. L’idea che facciano un mea culpa è quantomeno originale, tanto più che l’Unione Italiana ha, con grande coraggio, fermamente denunciato l’orrore delle foibe. E non ha fondamento nemmeno l’idea che tutti quelli che sono rimasti di là fossero comunisti e che tutti gli esuli fossero fascisti. Tra i peggiori traditori e infoibatori c’erano italiani stalinisti che, dopo la svolta di Tito, sono scappati come esuli in Italia.

Lacota sostiene l’impossibilità di avere rapporti con l’Unione Italiana.

Affermare, nel 2011, che non è possibili avere rapporti con 30 mila italiani che tra Istria, Fiume e Dalmazia portano avanti la cultura italiana, tengono aperte le nostre scuole e svolgono innumerevoli attività mi indigna profondamente e, soprattutto, distrugge l’immagine stessa degli esuli.

Per il presidente dell’Unione degli Istriani il clima non è assolutamente cambiato. Come risponde?

Invece di costruire una realtà in cui l’Italia sia sempre più presente in quelle terre, tanto più dopo la caduta dei confini, si punta ad alzare muri di odio e steccati storici che si speravano scomparsi definitivamente.

618 – L’Arena di Pola settembre 2011 Incontro dei Presidenti. Aspettative, delusioni, emozioni. di una giornata vissuta all’ombra dell’Arena
Incontro dei Presidenti.
Aspettative, delusioni, emozioni… di una giornata vissuta all’ombra dell’Arena

Che questo dovesse essere l’argomento del presente editoriale era scontato; molto meno lo è cosa scrivere. Un giornale serio, indipendente ed equilibrato – è tale vuole essere, quantomeno nelle intenzioni, la nostra «Arena» – ha, principalmente, due compiti: esercitare un corretto “dovere di cronaca”, per fornire ai lettori sufficienti elementi per farsi un’idea propria della materia in trattazione, e avvalersi del “diritto d’opinione”, per agevolare e orientare la comprensione dei fatti di cui si parla. Considerato che il “dovere” pensiamo di averlo assolto con dovizia di articoli su altre pagine del giornale, vediamo di esercitare qui il nostro “diritto”, in maniera per quanto possibile obiettiva e non invasiva, ma inevitabilmente condizionata dal particolare sentire di chi scrive, per aver vissuto, questa volta in presa diretta, l’intera vicenda.

Le aspettative per l’incontro del Presidente Napolitano con il suo omologo croato Josipović a Pola erano veramente tante e non di poco conto.

Nei giorni precedenti si erano raccolte voci di un possibile omaggio congiunto dei due Presidenti ad una foiba ed al campo d’internamento di Arbe e poi per un omaggio, sempre congiunto, in mare alle Vittime di Vergarolla, successivamente declassato da ufficiale a privato del solo Napolitano. Nulla di tutto questo è successo. Dichiarati motivi “logistici” (e, come probabile, l’ostracismo dei locali irriducibili veterani della guerra di liberazione, peraltro non dissimili da quelli nostrani) hanno impedito l’attuazione degli omaggi congiunti; una caduta del nostro Presidente (e l’esigenza di politica interna che ha reso necessario un suo intervento in videoconferenza dal Quirinale al “workshop” di Cernobbio) ne ha ritardato l’arrivo a Pola facendo saltare anche quello privato. Sono state cancellazioni dolorose per tutti noi esuli; per noi polesani, particolarmente grave è stato il mancato omaggio ai morti di Vergarolla; oltre a darci grande soddisfazione, sarebbe stato di sicuro stimolo per le nostre future celebrazioni. Un’altra aspettativa (forse solo nostra che ne eravamo stati auspici) andata delusa è stata quella relativa all’opportunità, che pur avevamo, di presentarci [noi esuli] compatti all’incontro privato con i Presidenti, ma di questo la responsabilità è di noi tutti. Urge qui precisare che la partecipazione del LCPE a fianco della Federazione è stata motivata dal fatto che, essendo stati preventivamente informati e considerate le circostanze, ci siamo sentiti di condividere quanto Lucio Toth, designato come portavoce di tutti, avrebbe posto all’attenzione dei Presidenti. Nulla, né prima né dopo, abbiamo invece saputo in merito all’intervento dell’Unione degli Istriani e, pertanto, ci asteniamo dal commentare. Impossibile, dunque, non dichiararci delusi per quello che è stato il prologo dell’incontro.

Le altre aspettative afferivano, come logico, agli interventi dei Presidenti nel corso dei tre momenti topici della giornata nell’ex Prefettura, alla Comunità degli Italiani e, da ultimo, nell’Arena di Pola e che ci erano stati preannunciati come particolarmente significativi. Ebbene, il filone espositivo è stato pressoché analogo nelle diverse circostanze: volontà di far prevalere il tanto che ci unisce su quello che ci ha dolorosamente diviso; invito al superamento delle ideologie totalitariste, con ferma condanna del nazi-fascismo ma non, in maniera altrettanto chiara, del comunismo; offerta di perdono per i mali subiti e richiesta di scuse per quelli arrecati; valorizzazione delle comuni tradizioni culturali e rispetto dei comuni valori democratici per un futuro di stabile convivenza nella grande casa europea. Al riguardo, occorre evidenziare la cura posta dai due Presidenti nell’evitare, in ogni circostanza, l’uso della parola “comunismo”. Nel corso dell’intera giornata, a pronunciarla sono stati unicamente Toth, allorché in Prefettura ha posto l’accento sulla necessità di una maggiore chiarezza nella denuncia delle colpe del comunismo che nelle nostre terre orientali ha perseguitato tutti gli italiani, antifascisti inclusi, in quanto tali e Tremul che, nella Comunità degli Italiani, ha esplicitamente indicato il comunismo quale responsabile delle sofferenze di chi se n’è dovuto andare e dei pesanti condizionamenti patiti da chi ha scelto di rimanere. Le loro citazioni, pur non cambiando la sostanza delle cose, sono quanto meno valse a valorizzarne gli interventi ed a suscitare cenni di assenso ed approvazione.

Verba volant et scripta manent! Naturale, a questo punto, portare l’attenzione sulla Dichiarazione congiunta dei due Presidenti, documento ufficiale dell’incontro. Lo stesso, contraddistinto da un uso ponderato del valore semantico di ciascuna parola, tradisce la difficoltà di esprimere un’effettiva condivisione dei suoi contenuti e l’ipocrisia insita in taluni passaggi. Ne è esempio quello che recita: «Questa è l’occasione per ricordare le vittime italiane della folle vendetta delle autorità postbelliche dell’ex Jugoslavia. Gli atroci crimini commessi non hanno giustificazione alcuna. Essi non potranno ripetersi nell’Europa unita mai più». In esso, alle tinte forti con cui viene indicata la natura del crimine si accompagna un’attribuzione di responsabilità al solo “titoismo”; una parzializzazione del comunismo tout court che consente ai suoi due firmatari di sentirsi, in una qualche misura, sollevati da responsabilità dirette: l’uno a titolo personale e l’altro come rappresentante dell’odierna Croazia. Peraltro, in altri due passaggi – ed è onesto il sottolinearlo – i due Presidenti ribadiscono la condanna delle ideologie totalitarie e dicono di inchinarsi «davanti alle vittime che hanno perso la propria vita o il proprio radicamento famigliare». Quest’ultima dichiarazione, oltre ad un sufficientemente esplicito riconoscimento delle foibe e dell’esodo, può, nell’attesa di fatti concreti, essere interpretato come un succedaneo verbale agli omaggi dovuti cancellare. Nella sua interezza, una soluzione di compromesso, non particolarmente coraggiosa, che contempera esigenze di politica internazionale ed interna, volta a sopire la polemica a suo tempo accesasi tra Napolitano e Mesić ed idonea ad accontentare un po’ tutti, con il rischio, come spesso accade in simili frangenti, di non soddisfare nessuno.

A riflettori spenti, risulta arduo, quantomeno per noi esuli, affermare che il 3 settembre u.s. si sia assistito ad un evento epocale. In una cornice di civile ospitalità si sono ascoltate tante belle parole, di cui alcune rimarranno scritte e che, grazie a parziali ammissioni di responsabilità, aprono nuovi spazi di dialogo. È proprio in quest’ultimo contesto, e non in quello di impossibili risultati immediati, che vanno individuati gli aspetti positivi dell’incontro. Indubbiamente, anche eventi mediatici come quello di ieri di Trieste ed oggi di Pola, rendono ogni giorno più difficile per chiunque obbiettare sul radicamento italiano nelle terre dell’Adriatico orientale, negare la tragedia delle foibe e dell’esodo e la sussistenza di determinati diritti sia per chi se n’è dovuto andare che per chi è rimasto… come, per altri, disconoscere il ruolo svolto dai connazionali in loco per il mantenimento di lingua, cultura e tradizioni italiane.
Non è stato privo di significato che esuli e rimasti, forse per la prima volta, abbiano potuto avanzare le proprie istanze alla presenza di entrambi i Capi di Stato. Non lo è stato che, a parte la spontanea simpatia suscitata con l’affermazione che «senza gli italiani di ieri la Croazia non sarebbe quella di oggi», l’atteggiamento mantenuto nel corso dell’intero incontro, assolutamente diverso da quello tracotante del suo omologo sloveno Türk in simili circostanze, abbia consentito di percepire il Presidente Josipović come il migliore, al momento, dei possibili interlocutori. Un’impressione, questa, suffragata anche dalla sua partecipazione ad alcune manifestazioni nazionali, occorse a cavallo dell’incontro, in cui ha dimostrato di voler tenere “la barra al centro” delle derive comuniste e fascistoidi che ancora si agitano in Croazia e di sapersi muovere con moderazione per favorire la crescita democratica del proprio Paese. In definitiva, e si spera di essere nel giusto, un interlocutore affidabile, un’intellettuale prestato alla politica, con cui dovrebbe essere più facile dialogare.

Ancora, degne di sottolineatura sono state le interviste rilasciate alla stampa, a seguito dell’incontro, in cui Furio Radin e Tremul hanno entrambi affermato che, a fronte delle scuse chieste dall’Italia per i crimini del fascismo, sia la Croazia che la Slovenia non l’hanno ancora chiesto per quelli del comunismo. Si tratta di un’implicita conferma delle colpe del regime titoista che, se messa in sistema con quanto detto da Tremul in Comunità degli Italiani (vedi pag. 5), può essere interpretata come una prima, timida – probabilmente sfuggita ai più – ammissione di responsabilità per la passata connivenza con detto regime che, se e quando verrà più chiaramente esplicitata, sarà per noi persino più gradita delle reciproche scuse fra Stati. Sono piccoli segnali – comunque da cogliere – che porte in precedenza sbarrate ed arrugginite sui cardini, stanno incominciando, pur con qualche cigolio, anche qui ad aprirsi, lasciando intravedere spiragli di luce. Si tratta di un processo ancora lungo e difficile che non si vede ragione di ostacolare e che, così come l’istituzione del “Giorno del Ricordo” ha contribuito in Italia a sollevare il velo di omertà gravante sulle nostre cose, una nostra maggiore presenza in Croazia, per cerimonie, convegni… potrebbe riuscire ad accelerare inducendo la gente a confrontarsi con una storia diversa da quella che a loro è sempre stata raccontata.

Mi sia concesso, da ultimo, accennare alle emozioni, queste sì personali ancorché condivise con altri, vissute partecipando all’evento mediatico che ha caratterizzato l’incontro: il Concerto Italia e Croazia insieme in Europa. Entrare da esule, per la prima volta, nell’Arena gremita di gente che in gran parte parlava la nostra lingua; vedervi sventolare, oltre a quello ufficiale, qualche Tricolore; cantare a squarciagola l’Inno nazionale e ascoltare, in piedi ed in raccoglimento, le note del Va, pensiero, percepirvi gli applausi e vedere la luna fare capolino nelle occhiaie vuote dell’anfiteatro… Beh! È stata una grandissima emozione, solo in parte attenuata dalla consapevolezza che quello che stavo vivendo era solo un effimero e passeggero momento, lontano dalla per noi amara realtà.

Per concludere, anche in considerazione degli aliti non particolarmente favorevoli a noi italiani avvertibili al momento in Croazia a causa del contenzioso riguardante l’ex convento di Daila e per il rifiuto del doppio voto ai nostri connazionali, sembra proprio si possa dire che l’incontro dei Presidenti, con buona pace di tutti, è andato persino meglio di come ci si poteva aspettare. Dovrebbe essere sufficiente per indurre anche i più restii quantomeno a cominciare a “pensare in positivo”.

Silvio Mazzaroli

619 – La Voce del Popolo 24/09/11 La ditta «Abbazia» non è riuscita a intavolare i terreni di Daila
RESPINTA DAL TRIBUNALE DI BUIE LA RICHIESTA DEI BENEDETTINI DI PRAGLIA
La ditta «Abbazia» non è riuscita a intavolare i terreni di Daila
BUIE – La richiesta di intavolazione del monastero di Daila alla ditta “Abbazia”, fondata dai benedettini di Praglia, stando a fonti di stampa, è stata respinta dal Tribunale di Buie. Infatti, per tutti i terreni che alla fine degli anni ‘90 lo Stato aveva restituito alla Chiesa, ossia alla parrocchia di Daila, risulta annotato che il 19 settembre è stato deciso di respingere la richiesta di iscrizione nei libri tavolari.
I giudici, in altre parole, non avrebbero accettato l’accordo interno alla Chiesa con il quale la parrocchia di Daila aveva ceduto i terreni alla ditta “Abbazia”. Siccome il vescovo Ivan Milovan si era rifiutato di sottoscrivere l’accordo, il papa lo aveva temporaneamente sospeso e al suo posto il vescovo spagnolo Norberto Villa aveva firmato il documento a nome della diocesi di Pola e Parenzo.
Però proprio questo accordo ora sarebbe stato messo in discussione dai giudici, secondo i quali il vescovo spagnolo non avrebbe avuto la facoltà di sottoscrivere il documento che permette l’intavolazione dei terreni alla ditta ”Abbazia”. Per questa ragione, sempre secondo fonti di stampa, il Tribunale ha richiesto che papa Benedetto XVI depositi una delega aggiuntiva.
I benedettini hanno ora il diritto di fare ricorso al Tribunale regionale e, se questo dovesse approvare la delibera del tribunale municipale, perderanno il diritto di precedenza nell’iscrizione. In tal caso sarebbe il turno dello Stato, il quale desidera che i terreni ritornino sotto la sua egida.

620 – Panorama Edit 15.09/11 Dachau ha ricordato Giovanni e padre Giuseppe Palatucci
Una mostra sul vicequestore di Fiume che salvò moltissimi ebrei dalla deportazione è stata allestita in una galleria della città bavarese
Dachau ha ricordato Giovanni e padre Giuseppe Palatucci
a cura di Bruno Bontempo
Giovanni Palatucci è tornato in Germania, a Dachau, dove fu rinchiuso come deportato politico nell’ottobre 1944 e dove morì nel febbraio 1945, nella baracca n. 25 del Lager. Il 29 luglio scorso, presso la galleria della “Kultur Schranne”, sita nel centro storico di Dachau e messa a disposizione dal borgomastro Peter Bürgel, è stata inaugurata la mostra “Giovanni Palatucci. Ein Mann zwischen Pflicht und Gewissen”, sulla storia del vicequestore di Fiume, dello zio Giuseppe Palatucci, vescovo di Campagna, e del campo di concentramento sito nella cittadina salernitana.
Per l’occasione è stata inaugurata la cappella italiana al Leitenberg, dedicata ai nostri connazionali morti a Dachau. L’allestimento della mostra è stato curato da Michele Aiello, presidente del Comitato “Palatucci” di Campagna, che è in possesso di gran parte del materiale d’archivio (foto e documenti) riguardante i due Palatucci, da Tanja Jörgensen-Leuthner dell’Assessorato alla Cultura e alla Storia Contemporanea di Dachau e da padre Franco Stano, docente di Teologia alla Pontificia Università Lateranense “Istituto Claretianum”, postulatore della causa di canonizzazione di Giovanni Palatucci.
Commissario di pubblica sicurezza, Giovanni Palatucci durante la seconda guerra mondiale salvò migliaia di ebrei dalle persecuzioni dei nazifascisti. Fu poi arrestato dalla Gestapo e deportato nel campo di sterminio di Dachau, dove morì pochi giorni prima della Liberazione. Nominato dallo Yad Vashem di Gerusalemme “Giusto tra le nazioni”, è venerato dalla Chiesa cattolica col titolo di “Servo di Dio”, prima fase del processo di canonizzazione.
Operando nell’ufficio passaporti della Questura di Fiume, si è prodigato in aiuto di numerosissimi ebrei e di cittadini perseguitati dai nazifascisti, riuscendo ad impedirne l’arresto e la deportazione. Pur nella consapevolezza dei gravissimi rischi personali continuò la propria opera fino all’arresto da parte della Gestapo e alla sua deportazione nel campo di sterminio di Dachau.
Svolto nel 1930 il servizio militare a Moncalieri come allievo ufficiale di complemento, iscritto al Partito Nazionale Fascista, nel 1932 Giovanini Palatucci consegue la laurea in giurisprudenza a Torino. Nel 1936 giura come volontario vice commissario di pubblica sicurezza. Nel 1937 viene trasferito alla questura di Fiume come responsabile dell’ufficio stranieri e poi come commissario e questore reggente.
Nella sua posizione ha modo di conoscere l’impatto che le leggi razziali hanno avuto sulla popolazione ebraica. In quel contesto, cerca di fare quello che la sua posizione gli permette e in una lettera ai genitori scrive: “Ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i beneficiati da me sono assai riconoscenti. Nel complesso riscontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare. Evvai Sono Poliziotto! Tranquilli non succederà mai niente perche vi ricordo che io… Sono Giovanni Palatucci!”….
Potendo aiutare gli ebrei a salvarsi dalle persecuzioni, si rifiutò di lasciare il proprio posto anche di fronte a quella che sarebbe stata una promozione a Caserta. Nel marzo del 1939 un primo contingente di 800 ebrei, che sarebbe dovuto essere consegnato alla Gestapo, venne fatto rifugiare nel vescovado di Abbazia grazie alla tempestività con cui Palatucci avvisò il gruppo del pericolo che lo minacciava. Un calcolo approssimativo ha stimato in circa 5.000 il numero di persone che Giovanni Palatucci aiutò a salvarsi durante tutta la sua permanenza a Fiume.
Nel novembre 1943 Fiume, pur facente parte della Repubblica Sociale Italiana, di fatto entrò a far parte della cosiddetta Adriatisches Küstenland, ossia il “Territorio d’operazioni del litorale Adriatico”, controllato direttamente dai nazisti per ragioni d’importanza strategica ed il comando militare della città passò al capitano delle SS Hoepener.
Pur avvisato del pericolo che correva personalmente, decise di rimanere al suo posto, di far scomparire gli archivi contenenti informazioni sugli ebrei fiumani e salvare più persone possibile. Contattati i partigiani italiani, cercò di coordinare una soluzione politica post-bellica per il territorio di confine fiumano, proponendo l’istituzione di uno “Stato Libero di Fiume”, onde evitare che questo territorio, che correva il rischio di dover venir ceduto dall’Italia alla Jugoslavia, mantenesse una sua indipendenza. Le spie tedesche però diedero informazioni sulla sua attività.
Per contrastare ulteriormente l’azione dell’amministrazione nazista, vietò il rilascio di certificati alle autorità naziste se non su esplicita autorizzazione, così da poter aver notizia anticipata dei rastrellamenti e poterne dar avviso. Inoltre inviava relazioni ufficiali al governo della Repubblica Sociale Italiana, dalla quale formalmente Fiume dipendeva, pur essendo di fatto occupata e controllata direttamente dalle truppe naziste, per segnalare le continue vessazioni, le limitazioni nello svolgere le proprie attività ed il disarmo a cui i poliziotti italiani della questura di Fiume erano stati assoggettati dai tedeschi.
Il 13 settembre 1944 Palatucci viene arrestato da Herbert Kappler, tenente colonnello delle SS, e tradotto nel carcere di Trieste. Il 22 ottobre viene trasferito nel campo di lavoro forzato di Dachau dove morì pochi giorni prima della Liberazione, a soli 36 anni.
“La mostra – ha spiegato Michele Aiello – ripercorre la vita di Giovanni Palatucci, nato il 29 maggio 1909 a Montella, in provincia di Avellino, e diplomatosi al liceo classico Torquato Tasso di Salerno. In particolare sono stati presentati documenti e testimonianze sulla sua eroica attività in favore degli ebrei quand’era questore di Fiume (che gli è valsa il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni e il processo di beatificazione, conclusosi nel 2004), sulla storia del campo di internamento di Campagna e la collaborazione con lo zio vescovo Giuseppe Maria Palatucci, sul suo arresto da parte di Kappler e sul suo trasporto e la sua morte a Dachau”.
Fiume, all’epoca parte integrante del Regno d’Italia e per la sua posizione geografica, centrale in Europa, era divenuta, nel periodo delle persecuzioni razziali, un punto di riferimento e di passaggio per gli ebrei. Il giovane vicequestore campano Giovanni Palatucci facilitò gli espatri, garantendo documenti, vie e rotte.
Quando l’Italia entrò in guerra e il regime fascista dispose l’internamento degli ebrei stranieri o ritenuti pericolosi in appositi campi di concentramento, Palatucci cercò di mandare il maggior numero possibile di ebrei della zona di Fiume nel campo di Campagna, dove era vescovo suo zio Giuseppe Maria Palatucci.
Il vescovo aveva libero accesso al campo ed era in stretto contatto con gli internati. La cospicua corrispondenza tra lo zio e il nipote, conservata nell’archivio del vescovo, comprendente ben 1276 lettere sulla situazione degli ebrei nella cittadina salernitana, attesta il rapporto costante tra i due. Di recente, fra l’altro, da questo prezioso archivio sono emersi particolari inediti sul ruolo del Vaticano in questa vicenda, svelati da Angelo Picariello su Avvenire.
Papa Pio XII donò somme cospicue al vescovo di Campagna per aiutare le centinaia di ebrei assegnati al campo. Lo testimonia una precisa direttiva del Santo Padre, che si evince già da una lettera datata 20 settembre 1940 del canonico della cattedrale, don Alberto Gibboni, il quale venne ricevuto dal cardinale Domenico Tardini, sostituto della Segreteria di Stato:
“Per il sussidio – scrisse don Gibboni al vescovo – mi ha mandato a monsignor Montini (il futuro Papa Paolo VI, ndr), il quale spedirà subito a lei una somma coll’istruzione per distribuirla tra gli internati. Per l’avvenire mi ha detto che ci tratterà come Genova: ogni volta che busseremo, ci aprirà”.
Denaro che, come precisò in una missiva del 2 ottobre 1940 il segretario di Stato cardinale Luigi Maglione, “l’Augusto Pontefice” dispose fosse “preferibilmente destinato a chi soffre per ragioni di razza”. Le donazioni del Vaticano in favore degli ebrei internati nel campo si ripeterono per tutta la durata del loro internamento (dal 1940 al 1943), raggiungendo la rispettabile cifra di circa centomila lire, come ricordò lo stesso Palatucci in una testimonianza resa in Israele nel 1953. Anche il vescovo di Campagna mise a disposizione degli ebrei tutti i suoi averi.
Quando morì, il 31 marzo 1961, gli fu trovata addosso biancheria “rattoppata da mani poco esperte, con tutta probabilità le sue”; né fu possibile trovarne di nuova per l’ultima vestizione. Palatucci era morto com’era vissuto: da fedele discepolo di San Francesco.
La mostra di Dachau dal titolo “Giovanni Palatucci. Ein Mann zwischen Pflicht und Gewissen”, èstata chiusa il 4 settembre.●

621 – Secolo d’Italia 24/09/11 Intervista a Guido Cace sulla pubblicazione del volume: Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943
Un incontro tra i capi di Stato di Italia, Slovenia e Croazia per trovare la riconciliazione»

Domenico Bruni

Guido Cace è il presidente dell’Associazione nazionale Dalmata. L’associazione, grazie al contributo della Regione Lazio, ha pubblicato la ristampa anastatica del volume Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943, documento inedito preparato dal governo italiano nel 1947 come memoria difensiva al Trattato di pace di Parigi per tentare di difendere la posizione italiana di fronte alle pretese territoriali della Jugolavia su Istria, Fiume e Dalmazia.

Dottor Cace, come mai l’Associazione nazionale Dalmata ha deciso di ripubblicare questo documento storico?

L’associazione, che opera sin dai primi anni ‘50 nella città di Roma, è nata per difendere l’italianità culturale delle terre dalmate. Nell’ambito del Giorno del ricordo, la Regione Lazio ha istituito un finanziamento annuale per le associazioni giuliano dalmate con il fine di ricordare all’opinione pubblica, e alle scuole in particolare, la tragedia delle Foibe e dell’Esodo di 350.000 italiani dalle terre perse dopo il secondo conflitto mondiale, ossia Istria, Fiume e Dalmazia. Il libro ristampato si inquadra nell’ambito di altre iniziative già svolte negli anni precedenti. Si tratta di una documentazione ufficiale della tragedia sulle foibe, realizzata da un gruppo di ricercatori che, nel 45-46, sotto l’egida dei servizi della marina militare italiana, organizzò una raccolta di informazioni e di fotografie relative a quanto avvenuto in Istria dopo l’8 settembre 1943, alla caduta quindi di ogni presenza militare dell’italia in quel territorio. Con una documentazione di inestimabile valore storico, anche fotografica, vengono evidenziate tutte le violenze che i partigiani titini avevano effettuato nei confronti della popolazione italiana, in una logica di pulizia etnica, violenze che sono state la causa scatenante dell’esodo di 350.000 italiani da quelle terre. Inoltre nel contesto descritto dal volume, oltre alle foibe istriane, vengono documentate anche le tragiche condizioni in cui versavano i prigionieri nei campi di concentarmento jugoslavi. Per ultimo, si evidenzia anche una documentazione fotografica relativa alle violenze di jugoslavi contro jugoslavi, nell’ambito delle guerre civili interne alle varie etnie jugoslave (serbi, croati, bosniaci, sloveni, montenegrini, kosovari, macedoni).

Come mai questo documento ha determinato reazioni così importanti in Serbia?

L’ultima parte del volume, che riguarda appunto le violenze delle guerre intestine alla Jugoslavia, individua senza ombra di dubbio una chiara responsabilità da parte croata sul massacro avvenuto nel periodo aprile – settembre 1941 nelle zone interne della Dalmazia contro civili serbi ed ebrei. L’esercito italiano, che occupava militarmente le zone costiere della Dalmazia e le isole, aveva lasciato il controllo dell’interno della Dalmazia allo stato indipendente della Croazia, appena sorto dopo il disfacimento del Regno di Jugoslavia. In 132 gioni, oltre 40.000 civili serbi, ebrei e zingari furono massacrati e gettati nelle foibe della zona di Jadovno. Tale eccidio cessò solo ad opera dell’intervento dell’esercito italiano, che pose fine alle violenze.

E perché si parla solo oggi di questa storia?

Durante la manifestazione svoltasi il 14 febbraio 2011 alla Camera dei deputati per la presenatzione del libro, manifestazione voluta dala Fondazione Italia Protagonista del senatore Maurizio Gasparri, la giornalista Rai Mila Mihajlovic ha evidenziato la presenza di queste incredibili immagini, di cui non vi è traccia negli archivi di Belgrado. Bisogna anche sottolineare che il 26 giugno di quest’anno, sulla foiba di Jadovno in Croazia, i presidenti della Repubblica di Serbia, Croazia e Bosnia hanno, in un clima di riconciliazione, celebrato il ricordo di questa tragedia. Alcune associazioni di parenti delle vittime serbe hanno ufficialmente ringraziato l’Italia per l’opera umanitaria e pacificatrice svolta in quel tragico contesto. Sorge spontanea la domanda: perché non proporre una celebrazione simile ai presidenti dell’Italia, della Slovenia e della Croazia, da realizzare in un luogo simbolo, come ad esempio la foiba di Basovizza, al fine di suggellare una completa riconciliazione a più di 65 anni dalla fine della II guerra mondiale?

622 – Il Piccolo 29/09/11 Libro – Carlo Baxa l’irredentista di Pisino, una monografia ricorda la figura dell’istriano amico di Pagnini
LIBRO

Carlo Baxa l’irredentista di Pisino

Una monografia ricorda la figura dell’istriano amico di Pagnini

VITTORIO VENETO A Vittorio Veneto c’è una via a suo nome, eppure Carlo Baxa (1875-1951) era nato a Pola, aveva studiato a Trieste, e aveva vissuto a Pisino dove era stato un instancabile promotore di iniziative culturali (fra cui la mostra d’arte di Pisino del 1907). Arruolato come capitano di cavalleria nell’esercito imperiale allo scoppio della Prima guerra mondiale, fu impiegato prima Cattaro, poi a Vittorio Veneto e quindi a Trieste, dove attese l’arrivo della truppe italiane nel novembre del 1918. Come molti altri militari italiani arruolati nell’esercito austro-ungarico, svolse azioni di spionaggio e di appoggio a favore delle truppe italiane e dei civili nelle zone occupate (a Trieste stimò la presenza di un centinaio di disertori, contro i circa 20mila effettivamente nascosti). Insomma Baxa è una di quelle figure di irredentisti a tutto tondo – come Pagnini, di cui era amico – che hanno attraversato il Novecento e le contraddizioni di questa marca di confine lasciando una labile traccia a dispetto del ruolo spesso essenziale speso al servizio di un’idea di nazione italiana. Ora con la breve monografia “Carlo Baxa – Una vita al servizio dell’Italia” (Ed. De Bastiani, pagg. 57, euro 8,00), Giampaolo Zagonel rievoca la figura di Baxa attingendo a documenti inediti (forniti in particolare dal triestino Mario Trippari), aggiungendo un tassello di storia che viene ricordato oggi proprio a Vittorio Veneto nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

623 – Secolo d’Italia 24/09/11 Jugoslavia, così i militari italiani fermarono le stragi
Jugoslavia, così i militari italiani fermarono le stragi

La giornalista Mila Mihajlovic racconta il massacro di Jadovno

Manlio Croce

Verità nascoste e falsi storici troppo a lungo veicolati emergono ora con evidenza dopo la recente presentazione della ristampa anastatica del volume, fin’ora introvabile, Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943. Un testo preparato dal governo italiano e presentato alla Conferenza di pace di Parigi del 1947 per controbattere alle pretese territoriali jugoslave. Mila Mihajlovic, giornalista e storica serba, si sofferma su questo documento che ci racconta come andarono veramente le cose riguardo alla pulizia etnica perpetrata dal maresciallo Tito verso gli italiani.

Mila Mihajlovic, qual è la portata storica e politica di questo documento?

È l’inequivocabile testimonianza sulla tremenda sorte dei civili serbi ed ebrei nel campo di sterminio ustascia Jadovno e si collega alla documentazione che, fino a poco tempo fa, giaceva silente negli archivi italiani. Documentando un’immane eccidio, testimoniano dell’operato delle forze armate italiane tra il ‘41 e il ’43 in Jugoslavia e impongono una radicale revisione storica sul reale ruolo svolto dalle forze armate italiane. Dall’altra parte, annullano le tutt’ora divulgate “teorie della sinistra”, secondo le quali sono state le pressioni dei partigiani di Tito a fermare l’eccidio “fascista” e a far chiudere il campo di sterminio Jadovno.

La verità è tutt’altra…

La verità per oltre 60 anni negata è la seguente. Nello stesso momento in cui presero potere sul territorio prima assegnato al loro alleato, allo Stato indipendente croato, dunque alla fine di agosto 1941, le forze d’occupazione italiane ordinarono la chiusura del campo di concentramento sull’isola di Pago. Si fa presente che gli ustascia, nel luogo di sterminio che comprendeva l’isola Pago e una quarantina di foibe site sul monte Velebit nei pressi del villaggio Jadovno, in soli 132 giorni, tra aprile e agosto 1941, uccisero oltre 42.000 civili, uomini, donne, bambini, soltanto perché serbi o ebrei. Dunque, i militari italiani, arrivati come forza d’occupazione, salvarono i superstiti, tirarono fuori i corpi delle vittime dalle foibe e dalle fosse comuni, bruciarono i loro poveri resti e alle polveri dettero una degna sepoltura.In questo contesto, si pone una legittima domanda: forze armate, per di più fasciste, che il primo giorno d’arrivo chiudono i campi di concentramento, salvano la gente, aprono le fosse comuni, documentano le vittime e le seppelliscono, si prendono cura della popolazione, possono chiamarsi “forza d’occupazione” ? Inoltre, alla popolazione sotto le autorità italiane viene garantita la pace. I partigiani di Tito sparavano sui militari italiani per produrre le azioni punitive contro la popolazione serba. Secondo le numerose testimonianze storiche, questo non è mai avvenuto.

Lei si focalizza su un’altro momento, importantissimo per l’Italia, sia storicamente che politicamente.

Prima di tutto, c’è la questione che la Croazia non ha mai giuridicamente posseduto la costa adriatica; in secondo luogo, l’Italia è stata costretta, dopo la fine della seconda guerra mondiale, a rinunciare in favore della Jugoslavia di Tito ai propri territori. Tale rinuncia ha comportato una grave ingiustizia. Poiché l’Italia, fino all’8 settembre 1943, era forza d’occupazione sul territorio del Montenegro, dell’Erzegovina, di una parte della Bosnia, in Dalmazia, in Lika e in tutti i territori vicini, dai Paesi vincitori l’Italia venne indicata come responsabile per l’immane numero di serbi uccisi e infoibati in queste zone ad opera di ustascia croati.

Si è veicolato un falso storico, quindi?

Sì, l’Italia venne indicata come responsabile anche per l’eccidio compiuto dagli ustascia sull’isola di Pago, su quella d’Arbe, nei campi di sterminio di Jadovno. Sembra incredibile, ma all’Italia è stato attribuito il crimine altrui, crimine che essa, con tutte le sue forze disponibili, cercava di fermare e impedire. In questo modo, l’Italia viene condannata a pagare un risarcimento la cui entità e modalità furono stabilite dai Paesi vincitori. Con la Jugoslavia, l’Italia firmò un’accordo di pace dove testualmente si dichiarava di «rinunciare ai territori in favore della Jugoslavia». Dunque, non alla Croazia. In questo senso converge anche la tesi dello sloveno Zmago Jelincic, presidente del Partito nazionale sloveno, membro del Parlamento sloveno e deputato europeo. L’anno scorso, ha, infatti, invocato l’apertura di un contenzioso giuridico in ambito europeo, in accordo con le regole del vigente diritto internazionale. Da parte sua, la Croazia, che durante la seconda guerra mondiale era alleata di Germania e Italia, non ha mai pagato ad alcuno un risarcimento di guerra. Bisogna ricordare che, oltre la Germania, la Croazia era l’unico stato ad avere i campi di concentramento, il Paese che con le proprie leggi aveva definito, proclamato e ordinato lo sterminio dei serbi, ebrei e zingari. Eredità pesantissima.

E quel famoso “grazie Italia” del giugno scorso??

A differenza della Germania, tale verità storica non è stata ancora confessata dalla Croazia. Il primo barlume, il primo tentativo di confessione, è rappresentato dall’incontro del 26 giugno scorso in Croazia, presso la foiba Saranova, una delle più grandi del complesso di sterminio Jadovno. L’incontro e la successiva commemorazione, avvenuti alla presenza delle massime autorità croate, serbe e bosniache, sono stati in buona parte determinati dalla divulgazione della documentazione storica italiana, riportata a gran voce dai media di questi Paesi. Ragione per la quale la parte serba presente alla commemorazione ha pronunciato «Grazie Italia», rivolgendosi direttamente ad Ajmone Finestra, testimone e partecipe degli avvenimenti del 1941, in qualità di giovane ufficiale del VI Reggimento Bersaglieri. Forse, tra breve, anche le vittime italiane delle foibe potranno ricevere un simile riconoscimento, magari davanti alla Foiba di Basovizza, come da tempo invocato dalle associazioni dalmate ed istriane. Sarebbe un grande contributo alla reciproca riconciliazione.

24/09/2011

624 – Il Piccolo 25/09/11 Salvore: Il castelletto dei triestini finito alla Marina di Tito (3)
Il castelletto dei triestini finito alla Marina di Tito

A Salvore la Jugoslavia sequestrò fattorie e ville delle famiglie Cesare-Slavich

L’erede è il cardiologo Gianni: «Abbiamo chiesto la restituzione, non ci speriamo» italiancich

Italiancich burla sul cognome giocata ai fascisti

Mario Slavich, il papà di Gianni era a propria volta medico, primario alla Maddalena. É stato anche medico della Triestina fin dal 1926, prima che la Federcalcio imponesse l’obbligo di questa figura. Come riferisce il figlio, riuscì a “giocare” anche il regime fascista. Il “costume” di allora prevedeva infatti anche l’italianizzazione dei cognomi. Di conseguenza il dottor Slavich venne chiamato all’anagrafe e all’impiegato che lo invitava a scegliere un altro nome disse che aveva deciso per Italiancich. Prevedibile la reazione. «Fummo tra i pochi – commenta divertito Gianni Slavich – che riuscirono a mantenere il discusso cognome originario».

di Silvio Maranzana

TRIESTE «Tu, che scuola farai?, mi chiesero quegli individui armati fino ai denti che avevano fatto irruzione nella grande cantina di Villa Cesare.
Risposi: slava. E mi illusi così di aver salvato tutta la famiglia». Era il periodo della vendemmia in quella fine estate del 1945 e il cardiologo triestino Gianni Slavich non aveva ancora compiuto quattro anni. Ma gli individui tornarono nel pomeriggio gridando: «Xe ora de finirla co ’sti siori, taliani e nemici del popolo», e trascinarono fuori a forza le donne:
mamma e zie. Avevano già puntato i fucili quando arrivò Toni, il colono:
«No, le mie parone no». Si salvarono, ma era l’addio al castelletto di Salvore, conosciuto come Villa Cesare e alle fattorie denominate Stanzia Grande e Stanzia di Groppia con altre tre signorili dimore: Villa Lotta, Villa Ziani e Villa Ana. Le famiglie infatti si rifugiarono a Trieste dove del resto avevano da sempre la propria residenza. «Mia madre non volle più tornare a Salvore dove trascorrevamo tutte le estati e dove, bambini e donne ci eravamo trasferiti in pianta stabile dopo il tragico bombardamento di Trieste del 10 giugno 1944 – racconta ora Slavich – Io ci sono tornato molto tempo dopo. Non esiste più né una vite, né un ulivo, la terra è stata usata per il cementificio di Umago. Villa Ziani è diventata una pensione, Villa Lotta fu utilizzata anche da una fabbrica di biciclette di Lubiana, Villa Ana è proprietà di austriaci o di tedeschi. Ma è il castelletto, cioé Villa Cesare, a fare la pena maggiore: dopo la guerra fu anche un comando della Marina militare di Tito. Sulla torre venne costruita una guardiola in cemento armato e collocato un radar. Oggi, disabitato, sta andando in rovina. I croati all’ingresso hanno piantato una tabella con la scritta:
«Monumento culturale», accompagnata però dall’avviso: «Pericolo di crollo».
Eppure da lì si gode sempre una splendida vista sul golfo di Pirano e di sera si vedono brillare in lontananza le luci di Trieste. Un tempo era una delle dimore più belle della costa istriana. Conoscevo quelle fattorie essendo della zona, mi disse un giorno il senatore del Pci Paolo Sema – racconta ancora Slavich – allora era un vero paradiso». Nell’azienda agricola Cesare composta da Stanzia grande e Stanzia Groppia sulla Punta di Salvore lavoravano come coloni o agricoltori 42 nuclei familiari. Ogni anno si producevano 15 ettolitri di olio d’oliva, 550 quintali di frutta, 500 ettolitri di malvasia, 200 di refosco, 12 di pinot. Quasi un’ottantina i capi di bestiame da cui si ricavavano annualmente 60 quintali di carni bovine, 9 di suine, 250 ettolitri di latte e 9 di formaggio. Slavich mostra il contratto messo in cornice che attesta la proprietà di Stanzia grande, castelletto compreso. «Dal governo italiano – afferma – abbiamo ottenuto un risarcimento irrisorio. Dopo la dissoluzione jugoslava abbiamo fatto alla Croazia richiesta di restituzione. Non siamo esuli o optanti, siamo sempre stati residenti a Trieste. Le nuove leggi croate dovrebbero prenderci in considerazione, ma le nostre speranze sono minime».

Su quegli scogli fu colpito il piroscafo “San Marco”

Il 9 settembre 1944 sulla scogliera sotto il castelletto andò a incagliarsi dopo essere stato colpito e il piroscafo San Marco addetto al trasporto passeggeri da Umago a Trieste. Venne attaccato da una squadriglia di aerei amgloamericani. Morirono oltre 150 persone. «Tra i primi ad accorrere per i soccorsi fu mio padre – ricorda Gianni Slavich – il caso aveva voluto che quel giorno non avesse lasciato Salvore per rientrare a Trieste. E nella più vicina casa colonica, con l’aiuto dei soldati della postazione tedesca e di alcune persone locali, prestò le prime cure a coloro che erano riusciti a uscire dall’acqua. Nello stesso specchio di mare quasi 800 anni prima, nel
1177 era avvenuto lo scontro tra le galere veneziane comandate dal doge Sebastiano Ziani e quelle genovesi e pisane capeggiate dal figlio del Barbarossa, il futuro ottone IV. La battaglia si concluse con la vittoria dei veneziani. Ma Ottone si salvò raggiungendo a nuoto la riva e calandosi nella cisterna davanti la chiesa di San Giovanni Evangelista. I veneziani dopo l’attracco non lo trovarono. Un’iscrizione nella chiesa ricorda la battaglia. Secondo alcuni il nome di Salvore deriverebbe da quel fortunoso salvaggio (Salvore). «Mio nonno – racconta Slavich – che aveva fatto costruire una delle ville, l’aveva chiamata Ziani in onore del Doge». La vittoria dei veneziani portò alla riconciliazione tra Chiesa e Impero e il Papa per ringraziarli offrì allo Ziani l’anello con cui sposare il mare.

(3 – segue)

625 – La Stampa 30/09/11 Torino: E dopo mezzo secolo i profughi istriani avranno i loro alloggi quasi gratis

Iniziativa della lega
E dopo mezzo secolo i profughi istriani avranno i loro alloggi quasi gratis
ALESSANDRO MONDO

Torino
Quanti sono, di preciso, nessuno lo sa. Alcune centinaia di alloggi tra Torino e provincia, stima l’Atc, impegnata in una doppia contabilità: l’elenco degli aventi diritto e quello, assai più doloroso, dei quattrini che ci rimetterà.

Gli alloggi sono quelli di edilizia sociale occupati dai profughi istriani e dalmati, o dai famigliari residenti negli alloggi medesimi dopo la scomparsa dell’assegnatario originario. Le risorse a rischio rimandano alla recente approvazione di una legge regionale, presentata dalla Lega Nord nella persona di Mario Carossa e votata all’unanimità, che dopo 59 anni di attesa rende giustizia a quanti, con la perdita dell’Istria e della Dalmazia al termine del secondo conflitto mondiale, persero anche le loro abitazioni: e con esse, parte della loro vita, dei loro affetti e delle loro memorie. Ora potranno riscattare la casa in cui vivono a un prezzo simbolico: dai 400 ai 900 euro. Non al metro quadrato, ma per tutto l’alloggio. Quanto basta per creare le prime preoccupazioni e i primi malumori all’Atc. Diego Calabrese, uno dei cinque membri nel cda, si riserva di impugnare la legge: «Un conto è riconoscere un diritto, altra cosa svendere il patrimonio pubblico. Per di più, creando discriminazioni tra gli assegnatari delle case popolari».

Nel determinare il prezzo di cessione, la Regione ha recepito, seppur tardivamente, la legge nazionale 560 del ‘93: disponeva che gli assegnatari potessero riscattare le proprietà in cui vivevano da anni fissando il prezzo nel 50% del costo di costruzione di ogni singolo alloggio. Trattandosi di case edificate prevalentemente negli Anni 50, e in assenza di una rivalutazione, oggi le cifre per l’acquisto diventano irrisorie.

Maurizio Marrone, consigliere comunale del Pdl, va oltre e chiede a Palazzo civico di regalare ai profughi gli alloggi di proprietà statale assegnati ai cittadini in possesso della qualifica di profughi: «La Finanziaria 2008 dispone che siano trasferiti a titolo gratuito ai Comuni». A Torino se ne conterebbero 76.

Il presente è la legge passata in Regione. «Un atto che mette la parola fine alle tribolazioni legate alle abitazioni costruite per i profughi dell’Istria e mai realmente date loro – commentava Antonello Angeleri, altro esponente del Carroccio, commentando l’approvazione della legge in Consiglio regionale -: case destinate addirittura da una legge del 4 marzo 1952, la numero 137». «Si regolarizza una situazione che doverosamente andava risolta», ribadisce oggi Carossa.

Nessuno lo discute. D’altra parte, il Piemonte è stato preceduto al riguardo da Lombardia ed Emilia Romagna. Anche se, come fa notare Elvi Rossi, presidente di Atc, «forse si poteva trovare un compromesso chiedendo almeno l’adeguamento Istat». Resta da capire come recuperare il mancato introito, problema sulla quale Rossi non intende transigere: «Ovvio, trattandosi di soldi pubblici. Ci atterremo alla legge, verificando rigorosamente i requisiti degli aventi diritto, e concorderemo con la Regione come reintegrare l’ammanco». Dato i conti di piazza Castello, in profondo rosso, non sarà una passeggiata.

626 – La Voce del Popolo 24/09/11 Gli angoli di Pola… Serenissima

PROGETTO «LE DUE RIVE»: TRA STUDIO E GIOCO ALLA SMSI «DANTE ALIGHIERI»
Gli angoli di Pola… Serenissima
Prosegue all’insegna dell’allegria, del diletto e dell’impegno, lo stage polese degli studenti provenienti dal liceo “Foscarini” di Venezia e dall’Istituto “Canossiane” di Treviso, ospiti della scolaresca della Scuola media superiore italiana “Dante Alighieri” di Pola, stage che si svolge in contemporanea con la visita di scambio dell’Istituto tecnico “Gritti” di Mestre e del liceo “Canova” di Treviso al liceo “Leonardo da Vinci” di Buie.
Il progetto “Le due rive”, teso allo sviluppo dello scambio e della cooperazione tra le scuole del Veneto e le scuole della Comunità nazionale italiana di Slovenia e di Croazia, ha visto ieri mattina presso la “Dante” una puntata di lavoro interessante con la presentazione dei risultati della caccia al tesoro, ovvero dei dati attinti dalla ricerca del patrimonio architettonico veneto, andando in giro per le vie ed i clivi del centro storico polese.
Scopritori entusiasti, creativi, diligenti e spiritosi nel raccontare le loro avventure, nel riferire quanto individuato e appreso, nell’esibire tanto di pannelli con testi e disegni illustranti i dettagli architettonici ereditati dalla Serenissima. Primo premio (il CD Istria nel tempo) al gruppo autore del pannello improntato sulla casa veneziana di via Kandler, che fu della famiglia de Martini, con ben raffigurato il trittico in stile gotico fiorito veneziano, poi il pannello dedicato all’incisione che ricorda Gabriele Emo, il senatore veneziano che aveva salvato l’Arena di Pola dallo smantellamento e dal “trasferimento” al Lido di Venezia. Ecco quindi le tracce (bassorilievi) del leone marciano (che quando il libro ha chiuso della lama fa uso…) e del tempio di Diana, nascoste entro la struttura muraria del Municipio, il leone alato di San Marco davanti al Museo archeologico, la raffigurazione del Castello, fortezza veneziana progettata da Antoine de Ville, che ai tempi della guerra dei trent’anni fu punto strategico di difesa della Repubblica.
E via a scherzare, dal momento che una misteriosa finestra veneziana polifora non è stata proprio individuata: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir leoni, pentafore e canoscenza”, tutto su fantasiosa regia dei coordinatori del programma. Prima di tornare alla riva veneziana. Ieri tappa a Rovigno, oggi a Portole, Piemonte e Grisignana, portando con se un bagaglio di esperienze, bei ricordi e un sacco di amici con cui mantenere buoni contatti anche nel futuro.
Arletta Fonio Grubiša

627 – La Voce del Popolo 24/09/11 Speciale – Gimino, un paese di contadini
di Mario Schiavato
ANCHE SE I TEMPI SONO MUTATI, L’AGRICOLTURA È ANCOR SEMPRE
UN RAMO MOLTO IMPORTANTE DELL’ECONOMIA LOCALE
Gimino, un paese di contadini
Per quanto riguarda Gimino (Žminj, in lingua croata) e i suoi abitanti, è interessante citare parte di un lungo testo di D.A. Facchinetti pubblicato nell’anno 1847 a Trieste sulla rivista “L’Istria”, diretta dall’illustre storico triestino Pietro Kandler. Questo articolo, intitolato “Degli Slavi Istriani”, dopo molte considerazioni a un certo punto annota:
“… Se difficilissima riesce l’impresa nel voler scoprire l’origine vera dei primi abitatori dell’Istria, non è neppur facil cosa il poter indicare l’origine degli attuali Slavi Istriani, che formano insieme la maggior parte della popolazione dell’Istria interna. Certo è che vi passano delle differenze tra quelli di un luogo e quelli di un altro: ma in generale si assomigliano quasi tutti nel loro modo di vivere, nella loro coltura, nei loro pregiudizi ancora”. (…) “Senza perdersi dunque in varie congetture per provare la vera origine degli Slavi Istriani, io mi sono unicamente preposto di farli conoscere quali dessi sono attualmente, quali i loro usi, quali i loro costumi e tutto ciò che li riguarda nelle loro maniere di vita…”.
L’indipendenza… domestica
Dopo aver scritto della religione, degli sposalizi e dei matrimoni, delle formalità usate nella celebrazione delle nozze, delle costumanze in occasione di parti e di battesimi, del modo di curare le malattie nonché dello svolgersi dei funerali, l’autore si sofferma sulle condizioni di quel tempo degli abitanti di Gimino. Ecco di seguito una piccola parte del suo scritto.
“… amano la loro indipendenza domestica e vogliono vivere in case proprie e col frutto delle loro fatiche, dei propri sudori, sparsi sulle proprie campagne. Sono quasi tutti, più o meno possidenti. Non vogliono esercitare arti o mestieri di sorta. Vogliono essere agricoltori e pastori e si terrebbero per disonorati se per divenir artisti mercenari, abbandonassero la condizione e le massime dei loro padri. Perciò stabilirono le loro dimore qui, all’interno dell’Istria, lasciando le rive del mare ad altri popoli dediti al commercio e all’industria”.
Le donne lavorano sempre…
(…) “Amano la pastorizia, ed hanno cura grandissima dei loro animali che sono loro fidi compagni nella coltivazione delle terre, o che lor danno lana di cui si vestono, e latte e grasso per uso domestico. Per essi non occorrono ospitali per poveri o per infermi, né asili d’infanzia. I mendicanti tra gli abitanti di Gimino sono rarissimi. I fanciulli, appena possono sortire da casa, sono tosto occupati nel pascere i polli, gli agneletti, i suini e li bovi. Si avezzano così a tollerare i freddi, le piogge, s’indurano alle fatiche, alla fame, alla sete ed a tutti i disagi e diventano uomini robusti, ben fatti, agili ed atti ad ogni travaglio, Da ciò forse dipende di non vedere che di rado individui contraffatti, storpi, gobbi, muti, o marcati da altri visibili difetti. (…) Gli uomini sono sempre occupati nel coltivare le terre o nel dissodare terreni incolti e nel cingerli di mura a secco che essi medesimi costruiscono. Le donne lavorano sempre. Vanno a prender legna per uso di casa, vanno al lago a lavare le loro robe, macinano il grano al molino a mano ed ammaniscono le vivande. Alcune, oltre il filare, il gucchiare ed il far camicie, sono abilissime di eseguire certi ricami che quantunque greggi, sono fatti con accurata simmetria (…) Quando vanno per istrada, se non sono dirette alla chiesa, portano sempre seco la gucchia o la rocca…”. Certo una bella e dettagliata descrizione degli abitanti di questo paese scritta e risalente a quasi due secoli fa.
Oggi il tutto è completamente mutato. Soprattutto i giovani del paese, purtroppo, devono spesso cercare una occupazione nei centri della costa, magari arrivare fino a Pola o a Fiume anche se l’agricoltura è ancora sempre un ramo molto importante dell’economia locale e il vecchio centro s’è allargato con molte case nuove soprattutto sul lato nord.
Terra rossa, casite e lachi
In paese si arriva da Pisino dopo 13 chilometri e dopo aver attraversato una davvero vasta e ubertosa campagna. Le masiere delimitano i campi di terra rossa, le casite e i lachi contornano i numerosi piccolissimi villaggi, le cosiddette stanzie, che spesso sbucano dal verde intenso e che circondano l’abitato principale. In centro, età e stili delle case si mescolano. Così tra mura vecchie e nuove, ombreggiate da secolari lodogni, l’abitato assume un aspetto molto interessante, mantenendo le vecchie case di pietra, i cortili interni con le cisterne, le gradinate strette che, da sotto i volti, portano ai ballatoi.
Nel passato è certamente stata una località economicamente solida, sia per la sua posizione sulle vie del traffico, sia per la ricchezza del suo territorio consistente nelle cave di pietra in primis, nella viticoltura e soprattutto nei boschi, una volta fitti di grosse querce, legname che veniva esportato. Grazie poi ai suoi vasti pascoli effettivamente fioriva l’allevamento del bestiame, sia di bovini che di ovini, e quindi si potevano contare anche alcune concerie di pellame nonché laboratori per la lavorazione della lana “effettuata da artisti girovaghi che per lo più erano della Carnia”. Anche l’artigianato era di conseguenza molto attivo con parecchi carrai, bottai, ceramisti, fabbri, falegnami ecc.
I tre santi
Per quanto riguarda il lontano passato, Gimino – il cui vecchio insediamento conserva parte della cinta muraria in pietra scura e un torrione d’angolo – era una signoria minore della potente Contea di Pisino, noto fronte avanzato dei possedimenti austriaci verso quelli di Venezia. Dalla Serenissima il paese fu sottomesso per poco tempo tornando già nel 1618 nell’ambito originario e rimanendo in un certo modo un potente baluardo alla potenza opposta, a quella cioè che nella vicina Sanvincenti, la quale aveva i suoi signori e la sua quasi inespugnabile fortezza.
Oggi il centro della cittadina – una volta tutto stretto nell’abbraccio dei poderosi torrioni medioevali ma, come detto, attualmente ne ha conservato solo uno – è dominato dal campanile e dalla chiesa di San Michele, (in origine del XVI secolo, ma ricostruita nel XVIII) in stile barocco, ornata con una fuga d’archi che crea un armonioso gioco di linee. Sopra il rosone della facciata si può ammirare la statua del patrono, San Michele appunto, e in due nicchie laterali minori quelle di San Sebastiano e di San Rocco. Sono queste le immagini di patroni ricorrenti in Istria per invocare la salvezza soprattutto dal fragello della peste che più volte nei secoli vuotò quasi interi paesi, Gimino compresa.
Attigua alla chiesa, la cappella gotica della SS. Trinità con degli affreschi pittoreschi, in continuo restauro tuttavia, e risalenti al 1471. All’inizio del borgo, da ricordare ancora la chiesetta di Sant’Antonio risalente al 1381 e costruita dal maestro Armirigus, anche questa con degli affreschi del XIV secolo di autore ignoto ma proveniente sicuramente da una scuola del Trecento veneziano.
I tre fratelli e il gregge nella foiba
Non possiamo chiudere la storia di Gimino senza ricordare anche questa volta una delle sue leggende più popolari, quella che racconta le vicende di tre fratelli e di una botte di vino, leggenda narrataci in una serata di intensa pioggia da nonna Vinka.
Si narra dunque a Gimino di un padre che aveva tre figli. Prima di morire decise di fare testamento presso il parroco e di lasciare a ciascuno di loro parte del suo non grande patrimonio. I due maggiori, contadini ingordi, non amavano troppo il fratello minore che era un pastore. Lo ritenevano un tantino sempliciotto e cercarono in tutti i modi di rubargli la sua parte di eredità.
Così un giorno lo chiamarono nella cantina dove il padre aveva lasciato una capace botte piena di ottimo vino terrano e, senza pensarci troppo, all’esterno con del gesso la divisero in tre parti: quella superiore con il vino bello trasparente se la prese il più anziano, quella mediana con il vino pastoso il secondogenito e la parte inferiore che doveva contenere parecchi torbidi fondi, toccò al pastore.
Mentre i primi due decisero di conservare il vino e di berlo durante i pesanti lavori dell’estate, il più giovane senza tergiversare concluse di cominciare subito a gustare la sua parte. Naturalmente impiegò parecchio tempo per trincarla tutta perché, nella parte più bassa della botte, il vino continuava a esserci sempre.
Quando i due fratelli maggiori s’accorsero dello sbaglio che avevano fatto e sapendo che il minore era solito dormire nei pressi dell’imbocco di una foiba, decisero di spingerlo nel baratro e di rubargli il gregge per ripagarsi del vino che non avevano potuto bere. Ma il pastore, che in realtà non era poi tanto sempliciotto, sospettando i loro loschi propositi, fece un pupazzo di paglia, lo vestì con dei suoi panni, lo pose all’imbocco della foiba, si nascose tra i cespugli vicini e attese.
Storie che non si raccontano più…
Non attese molto perché appena scese la notte vide arrivare i fratelli che senza una parola spinsero, fecero rotolare il fantoccio nel baratro. Ed ecco allora, il furbastro, cominciare a lamentarsi dai cespugli vicini con una voce sempre più debole e sempre più fioca:
– Oh, le mie ossa, le mie povere ossa!
– Crepa, crepa! – urlarono i due maggiori e radunato il gregge che dormiva nei pressi se lo divisero e ognuno sospinse la sua parte verso le loro case.
Il giorno dopo di buon mattino il minore, uscito dai cespugli si fece prestare una ventina di pecorelle e fece ritorno verso la sua casa e il suo ovile. Allibiti nel vederlo, i due fratelli maggiori accorsero trafelati e assieme chiesero:
– Ma come? Non sei finito nel baratro della foiba? Come ti sei salvato? E queste pecore? Dove le hai trovate?
Il pastorello rispose compunto:
– Nella foiba.
– Nella foiba?
– Certo!, proprio sul fondo. Ce ne sono tante. Ne ho fatte uscire solo una ventina dal momento che voi avete rubato le mie. Ora me le porto nell’ovile.
Non l’avesse mai detto!
– Andiamo! – disse il maggiore.
– Andiamo dove? – chiese il secondogenito stupito.
– Nella foiba. A prenderci anche noi un numeroso gregge!
Saltarono nel baratro e, naturalmente, si sfracellarono sul fondo. In questo modo il minore si liberò dei fratelli cattivi, restituì subito le pecore avute in prestito e da quel giorno visse in pace, felice e contento.
Per concludere la leggenda, nonna Vinka aggiunse:
– Queste sono storie che oggi non si raccontano più. C’è la televisione…

628 – La Voce del Popolo 24/09/11 E & R – Il cuore fiumano di Anita Lupo Smelli si è fermato a Grugliasco

a cura di Roberto Palisca
SCOMPARSA A 86 ANNI, AMAVA DEFINIRSI SCRITTRICE AUTODIDATTA DIALETTALE
Il cuore fiumano di Anita Lupo Smelli si è fermato a Grugliasco
Dopo due mesi de ricovero in Ospidal anca la nostra cara Anita la xe andada dal Lucovich de Grugliasco, lassando tuti noi sui Lettori, orfani de quei bei articoli che essa la scriveva per la “Voce de Fiume” e per “El Fiuman” de Australia. Essa la se definiva “non studiada” perché la gaveva fato solo le 5 elementari dela Scola “Manin”, ma le sue parole le vegniva fora dala memoria e dal cor e i sui ricordi i era lucidi e comoventi, pieni de nostalgico amor per la nostra Fiume.
Qualche volta la se rabiava quando che qualchedun per invidia la stuzigava regalandoghe ambizioni de giornalista opur quando quei de Padova-Trieste i ghe censurava qualche articolo che a lori no ghe squadrava, ma quel che la gaveva de dir essa non la lo risparmiava a nessun.
A Fiume la abitava in Via Garibaldi, visavi del Hotel “Quarnero” e un giorno un impresario de spetacoli dala sua finestra del albergo – sentindola cantar cola sua voce – el ghe ga’ offerto una scritura in una Compagnia de Operette, ma a quei tempi era difizile che i genitori i la molassi a la sua giovine età a far quela cariera.
Ma con la voja de musica che la gaveva, non la podeva che incontrar un Principe azuro cola chitara: el Vito Smelli, grando amor dela sua vita; e lui sonava e componeva, e essa la cantava, e tuti due i era mati per Gerschwin, Rabagliati e Lelio Luttazzi.
Quando che xe arivadi i Drusi i gà fato fagoto e i xe finidi a Venezia Cannaregio in Campo Profughi, dove che per lori era sempre festa anca se i era senza schei in scarsela: ghe bastava la libertà e la chitara. Era tuto un cantar in alegria e là xe vegnude fora le piu’ bele canzoni del Vito: una infinità tra cui “Fiume ti eri bela” e “Le nostre perle”.
Per rangiarse el Vito el vogava sule “peote”, che era barconi de trasporto dei canai veneziani, e vegnindo a saver che a Torino i zercava vogadori in gamba, lui – che a Fiume el gaveva fato canotagio con bei risultati per la Società “Eneo” – el se gà presentado col suo curiculum e così el xe arivado a trovar un ingagio a Torino indove che el gà poi trovado lavor ala FIAT e la casa a Grugliasco.
Nel triangolo industriale de quela volta Milano-Torino-Genova, era un apuntamento mensile per i fiumani trovarse in clapa a Basaluzzo – Frazion de Novi Ligure, in villa del Oliviero Simcich e dela Angelina Saftich, zia del Dario, per cantar e ciacolar in lingua fiumana, ricordando i bei tempi de casa nostra.
Vito e Anita i era el punto de atrazion che tegniva suso tuta la baraca: el Vito sonava tuto el suo repertorio, e la Anita la sfogiava la sua voze “pastosa e vellutata” come quando che la cantava in Dopolavoro del Silurificio cola Orchestra de Nico Marsanich. Quanti aplausi e quante lagrime de comozion in quela piaza dela vila intitolada “Piazza Fiume”! Se pol ragionevolmente dir che per colpa dela guera el duo Smelli-Lupo non gà fato la cariera musical e raggiunto el sucesso che ghe spetava grazie ale doti che i gaveva.
Quando che la gà perso el suo Vito, la vita dela Anita se gà cambià: solitudine e nostalgia de Fiume, e dolori de artrite reumatoide che la costringeva molte ore in leto o drento casa.
E così xe vegnuda fora la nostra Anita “scrittrice autodidatta dialettale” dala anima semplice, ala qual tuti i se rivolgeva: dala Argentina i domandava el suo indirizzo perché “el suo nome era familiar e i Veci sempre i la ricordava” e el postier de Grugliasco el deveva far i straordinari per le molte letere che la gente ghe scriveva.
La soferenza dela Anita era veder i Veci dela nostra età partir, consapevole che i giovani non poderà continuar la nostra storia e quela de Fiume perché “per saper e far qualcosa, bisogna viver quel che xe sucesso sula propia pele”.
Ultimamente – dato che la artrite reumatoide no bastava – ghe xe vegnuda anca una bruta malatia ai brazi, e el cortisone e le altre cure mazacavai i la gà indebolida e debilitada.
La era nata el 14 Dicembre 1925 e la andava per 86 anni.
Ala fìa Orietta e ai nipoti e pronipoti, le nostre afetuose condoglianze.

Rudi Decleva

629 – La Voce del Popolo 24/09/11 E & R – CIACOLADE di Roberto Stanich – In Arena co’l «Va pensiero»

a cura di Roberto Palisca
CIACOLADE DI ROBERTO STANICH
In Arena co’l «Va pensiero»
Mio zio Tonin xe un bon omo, qualche volta fin tropo bon e ingenuo. Quel che lo ga sempre fregà xe la passion per la politica, anche se no’l xe mai sta un vero politicante ma pretamente un idealista. La politica lo atirava, come le vespe xe atirade dal miel e, ingenuo come che’l iera, el se fasseva insinganar de certi sui amici militanti del partito, che i parlava de socialismo, de rivoluzione proletaria, de potere ai lavoratori e altre robe simili. Lui a ‘ste robe el ghe credeva veramente, iera i sui ideali. Parlemo dei ani 1946-47, quando che a Pola iera ancora i aleati ma zà se saveva che saria rivadi i druzi. La magior parte dela gente, pur con la morte nel cuor, la se prontava per lassar la cità ma iera anche quei che, qualchedun per problemi personali ma altri anche per idee politiche, i gaveva deciso de restar. Uno de questi iera Tonin.
LE DISCUSSIONI CON BEPI Lui no’l gaveva fato la guera, el iera ancora tropo giovane, ma el gaveva visto come che la iera stada bruta e le brute robe che gaveva fato el fassismo. El gaveva anche sentì parlar dele foibe e dele altre brute robe che gaveva fato i druzi ma i sui compagni de partito i ghe diseva che iera la “giusta reazione popolare alla barbarie fassista” e lui, ingenuo come che’l iera, el ghe credeva.
Anche quando che iera sucessa la strage de Vergarola, el referente del partito lo gaveva convinto che probabilmente iera stada una disgrassia, una fatalità opur, se iera un atentato, alora lo gaveva fato i servizi segreti italiani, per far confusion e darghe la colpa ala Jugoslavia. Lui el parlava de ‘ste robe a casa e iera grandi discussioni, specialmente con Bepi, suo fradel de qualche ano più vecio. Bepi gaveva idee completamente diverse, e, dopo la guera, el se gaveva aruolà nela Polizia Civile, el iera un “Cerin” o un “Bacolo nero”, come che i ciamava a Pola ‘sti polissioti.
FRADEL CONTRO FRADEL Tonin el lavorava al mulin dei Sansa e, quando el 3 genaio 1947, durante la dimostrassion per impedir che i paroni del mulin i portassi via i machinari, la polissia civil ga sbarà sui dimostranti e tre operai xe morti, lui iera coi dimostranti e Bepi con la polissia, fradel contro fradel. Questo fato gaveva causà la rotura completa dei raporti e, dopo che Bepi xe andà via con l’esodo, i due fradei no se gaveva più visto ne parlà per ani.
Tonin iera restà a Pola e, quando che iera rivadi i druzi, el se gaveva dà de far nele organisassioni del partito e dei lavoratori. I dirigenti i lo gaveva inquadrà subito come uno che gaveva voia de lavorar e che no dava problemi e i ghe gaveva afidà diversi incarichi. Ma Tonin iera tropo onesto e idealista e presto el se gaveva acorto che una roba xe la teoria, quel che predicava el partito e l’altra xe la pratica, la realtà dei fati. Iera tempi duri, rassionamento del magnar con le tessere, miseria.
Co’ Tito gaveva fato barufa con Stalin, tanti compagni, i cosideti “cominformisti”, monfalconesi ma anche istriani, i iera finidi a Goli Otok. Paura de parlar ma anche de pensar, per no andar in disgrassia, Tonin gaveva imparà a sue spese che el silensio xe veramente de oro, come che disi el proverbio e pian pianin el se gaveva tirà fora dei incarichi politici.
STRANIERI IN CASA De italiani ghe ne iera restai pochi a Pola e iera rivada altra gente de l’interno de l’Istria e anche de altre parti dela Jugoslavia. Iera gente diversa e iera dificile capirse e andar dacordo. Tonin qualche volta se sentiva straniero a casa propria. Ma el tigniva duro el iera orgoglioso dela sua identità italiana e el voleva mantignirla. El frequentava el circolo italiano e, anche se se saveva che, come tute le organisassioni, anche el circolo iera soto el controlo del partito, iera bel trovarse con gente nostra, che parlava el nostro bel dialeto. Nel fratempo el se gaveva anche sposà con la Pina, una mula polesana de Castagner e ghe iera nati due fioi, un putel e una putela. Quando che i xe stai in età de andar a scuola, el gaveva avù qualche problema a iscriverli ala scuola italiana per via del cognome che finiva in “ic”, ma ala fine i li gaveva acetai. Intanto passava i ani, adesso se stava un poco meo, cominciava rivar i primi turisti, iera più libertà.
NOVI POLITICANTI La moglie gaveva eredità un tochetin de tera visin Veruda e Tonin con grandi sacrifici e el prestito dela banca, el iera riussido a farse una caseta. El gaveva fato far un per de camere in più che’l afitava ai turisti e questo iera un bel aiuto economico per la famiglia. Gaveva comincià a vignir anche Bepi con la famiglia in ferie a Pola ma i raporti tra i due fradei iera ancora ‘sai fredi.
Le robe andava avanti cussì, un poco meo un poco peso ma se capiva che i tempi stava cambiando. Nel 1980 xe morto Tito e Tonin gaveva pianto, quando che’l gaveva savesto. No xe che’l aprovava tuto quel che el vecio ditator gaveva fato ma con lui spariva un grande toco dela sua vita. Dopo, Tonin no xe rivà più a capir quel che stava sucedendo in politica. Iera tropa gente nova, tropi novi politicanti de diverse nasionalità sempre in barufa tra de lori. L’unico fato positivo iera che l’Unione degli Italiani se gaveva dà un novo statuto con un ordinamento democratico, indipendente dal partito. Tonin nel fratempo iera andà in pension. La pension iera picia ma Tonin se rangiava con qualche lavoreto e lui e la moglie no’i gaveva grandi pretese.
UN’ALTRA GUERA Ma eco, quasi al improviso una nova tragedia, una nova guera tra Serbia e Croazia. Tonin no gavessi mai dito che saria sucessa una roba del genere. Per lui, Croati, Serbi, Bosniaci, iera tuti uguali e lui iera ancora restà ai slogan del partito de una volta che el predicava la “fratellanza tra i popoli”. Se vedi che questo principio no valeva più per i novi politicanti e alora ancora morte e distrussion, omini, done, fioi, colpevoli solo de esser de un’altra nasionalità o de un’altra religion. L’Istria, fortunatamente, no la xe stada tocada più de tanto ma i morti inocenti no ga nasionalità e tuti merita rispeto.
Xe finida anche questa guera ma la ga lassà gravi conseguense, bisognava incominciar de novo, ricostruir ma Tonin no gaveva più voia, ghe ne gaveva viste trope. No’l se trovava più, iera cambiado ancora tuto, le legi, el sistema, la gente. Adesso se podeva far tuto, anche quel che no se dovessi mai far, iera libertà ma anche anarchia, iera un mondo fato per i furbi e i prepotenti. Se trovava de tuto ma la vita iera diventada ‘sai cara, La pension no ghe bastava più ma per fortuna el gaveva l’orto dove che cresseva tanta verdura e due boni fioi che lo iutava.
INDRIO NEL TEMPO Tonin no’l andava squasi più in cità e quele rare volte che’l andava, no’l vedeva nissun de quei che’l conosseva. El preferiva lavorar in orto o andar a pescar o anche solo caminar lungo el mar. Dele volte el se sentava su una grota e vardando el mar, che se perdeva in lontanansa, el andava indrio nel tempo, el se ricordava dela Pola una volta, dela gente che la abitava, dei amici e conossenti e el se domandava dove che iera andai a finir Rudi o Nini o Giordano. Intanto passava el tempo, adesso el gaveva più dificoltà a moverse ma el iera sempre informà de tuto, el legeva el giornal, el scoltava la radio e la television. Le notizie del mondo iera per la magior parte brute, guere, atentati, rapine, omicidi ma, ogni tanto el legeva qualcossa de bel.
Cussì el gaveva leto che ai primi de luglio saria vignù a Pola el presidente italian Giorgio Napolitano e che, insieme al presidente croato Ivo Josipovic ei gavaria partecipà a un concerto in Arena.
Iera tempo ormai de meter una piera sule dolorose vicende del passato e tuti i citadini, specialmente i italiani ma non solo questi, iera invitadi a partecipar, per far sentir la propria solidarietà al gesto simbolico dei due presidenti. Tonin ga deciso subito che’l voleva andar. El ghe ga telefonà al fio e lui ghe ga promesso che lo porterà. Purtropo, Napolitano ga dovù cancelar la visita dei primi de luglio per impegni urgenti e el ga spostà el concerto in Arena, al 3 de setembre. “Va ben lo stesso”, ga dito Tonin, “speteremo altri due mesi e speremo che Dio ne daghi la salute.”
UN GROPO IN GOLA Xe passadi due mesi e xe rivà el tre de setembre. Come promesso, el fio ga portà Tonin in arena. L’Arena iera piena, ma el fio ghe gaveva fato tignir el posto in una bela posission, dove che’l podeva veder e sentir ben. Iera una bela serata, el ciel iera seren e una bavisela rinfrescava l’aria.
Davanti al palco iera l’orchestra che zà provava i strumenti. De drio stava el coro, duecento coristi scelti tra i cori de tute le comunità dei italiani de l’Istria. Dopo i saluti preliminari i ga sonà i inni nazionali e quando che i ga fato quel italian, Tonin ga sentì che ghe vigniva come un gropo in gola, un gropo che no’l rivava smolar e che no ghe andava ne su ne zò ma no’l voleva lassarse andar ala comossion, el voleva tignirse su.
Dopo, ga parlà i due presidenti, el stesso discorso in italian e croato. “Bele parole”, ga pensà Tonin, “ma bisogna veder i fati. Però anche le parole xe importanti, se le xe sincere” e el ga batù le mani convinto, insieme con tuti i presenti.
LEGER COME UNA PIUMA E finalmente ga incomincià la musica, tochi de opera: l’Ouverture del Nabucco, el Te Deum dela Tosca, mi chiamano Mimì de La Boheme di Giacomo Puccini e altri tochi ancora de musicisti croati, che Tonin no conosseva. Tuto bel, bela musica, bravi cantanti ma quel che Tonin spetava con impazienza iera el “Va pensiero”, el “Va pensiero” sonà e cantà in Arena, dopo tanti ani, finalmente!
E, quando che el coro ga intonà “Va pensiero su l’ali dorate…”, Tonin ga sentì che el gropo che’l gaveva in gola el se smolava. Alora el ga serà i oci e el se ga lassà andar completamente.
El se sentiva leger come una piuma, el andava in alto seguendo l’onda dela musica, el volava sule “ali dorate”, sempre più su, tra le arcate de l’Arena, sempre più in alto, sora el mar, sora la città, la via Medolin, dove che’l iera nato, Veruda, dove che’l stava,Verudela, Scoio dei Frati, Frascher, picio e grande, Promontore, el faro de Porer.. el volava e insieme con lui iera tanta altra gente, istriani, polesani, iera suo fradel Bepi, el suo amico Mario, i sui compagni de scola, quei dela squadra del balon, quei che iera andadi in Italia, in America, in Australia, tuti insoma e iera tuti contenti, tuti in pase, che i se sorideva l’un con l’altro e iera bel, bel, cussì bel che’l no gaveva più voia de tornar in tera.

630 – Il Piccolo 23/09/11 L’Itinerario di Paolo Rumiz (3) Nella valle della Draga il grande crepaccio che spacca l’Istria in due.

Nella valle della Draga il grande crepaccio che spacca l’Istria in due

L’itinerario reportage di Paolo Rumiz – 3
Prosegue verso il sud dell’Istria, fino a Tignan, mangiando uva e ricordando l’amico Virgilio che non c’è più, il viaggio a piedi dello scrittore
UNO ZAINO E UN BASTONE Paolo Rumiz ha compiuto il suo viaggio dal 9 al 16 settembre, attraversando l’Istria a piedi e facendo tappa a Gracisce, Montona, Tignan sulla Draga, Debeljuhi di Canfanaro, Valle, Fasana e Promontore. L’itinerario è stato “inventato” sul momento attraverso una combinazione di sentieri, carrerecce e strade asfaltate minori, mantenendo il più possibile la direzione Sud in direzione di Capo Promontore, meta finale del trasferimento. Nel bagaglio due borracce, frutta secca, un computer, carte istriane al 30 mila, un bastone di ciliegio con punta ferrata, un cappello kaki tipo legione straniera, medicinali e un minimo di ricambi. Causa il caldo, maglione giacca a vento si sono rivelati inutili. Come libro di viaggio, poesie di Kavafis tradotte da Ceronetti. Il chilometraggio finale è stato “allungato” dalla ricerca delle basi di pernottamento, quasi sempre lontane dalla strada.

di PAOLO RUMIZ

Seconda notte, di cupe malinconie. Forse è colpa di Montona, col suo castello pieno di alieni che banchettano. Forse dipende dalla Luna piena e dalla inevitabile cagnara di ululati da Livade a Visinada a Piemonte. O magari è il lago di nebbia fosforica che dilaga sotto il balcone, nella valle del Quieto. Chissà. Al mattino lo specchio mi rimanda una faccia inselvatichita, già bisognosa di un “brivec”. Che ci fai qua da solo vecchio mio, mi dico. Sei matto. Ma basta rifare il sacco, varcare le mura, scendere lo stradone, e il magone se ne va. Pergole, orticelli, tini, fichi spiaccicati sul selciato, rugiada: Montona vera sta fuori dalla sua sommità alberghiera. Per la prima volta un contadino mi chiede dove vado. Ha riconosciuto il passo tranquillo di chi va lontano. Scendo per scalette in “masegno” verso lo stradone per Pisino e mi chiedo chi è più felice di me, con quella linea che mi porta al mare per la strada più lunga. E’ come andare a Santiago, anzi meglio. Lunga salita, asfalto, ombra lunga che mi segue sulla destra. Mi volto, il “paracarro” della città murata è magnifico visto da Sud. Entro in mondo più agricolo, meridionale. Fa caldo già alle otto e mezza, ho con me una borraccia in più, non si sa mai. Montagne di zucche gialle, rosse, verdi. Bivio per Caldier, poi su fino a Marussi con traversata su Novacco. La mappa pare la guida telefonica di Trieste. Dagostini, Fiorini, Nadalini. C’è anche Lakoselci, ti pareva, patria del mio compositore preferito, Alfredo Lacosegliaz. Ridiscendo sullo stradone per Pisino. A Scropetti mi accorgo che il “masegno” è finito e le case sono tutte in pietra bianca. La terra, di conseguenza, pare un campo da tennis, splende di un rosso africano. L’Istria per chi non lo sapesse è un pezzo d’Africa che naviga a Nordovest, esattamente come la Puglia, che le somiglia. Voglio entrare bene in mezzo in questo mondo arido, segnato da forre, grotte e quinte rocciose orizzontali. Sulla mia destra un cartello indica Livaki, sembra quasi un nome greco. Ci vado. Comincia così, in un mondo desertico assordato dalle cicale, la traversata verso il grande “crepaccio” che spacca l’Istria in due: la valle della Draga che comincia nel mare di Leme e risale a secco fino alla foiba di Pisino. Un fiordo serpentiforme senza mare, dove il calore si imbottiglia e le vipere tengono convegno. E’ il grande Rift di questo pezzo d’Europa, la terza e più profonda valle incrociata sulla mia strada dopo quella del Risano e del Quieto. Skrapi, Livaki, Jurasi. I nomi si fanno più slavi. Chissà se gli inamovibili rappresentanti della comunità italiana in Istria sono mai passati di qui. Non dico a piedi: in auto, almeno. Livaki è ancora bella, anche se mezzo paese è crollato. Un indigeno mi dice come continuare, ma un cagnetto isterico tenta di mordermi a tradimento, da dietro. Me ne accorgo, il bastone mi aiuta a tenerlo a distanza. E’ uno dei pochi vantaggi del pedone rispetto al ciclista, che invece ha i polpacci indifendibili. Campagna inselvatichita, appena fuori la strada sterrata comincia una sterpaglia penetrabile solo col machete. Nessuna radura con nobili alberi ombrosi dove riposare. Le poche frattaglie di ombra sono abitate da mosche fastidiose. Dopo Muntrilj piego a Sudest, il terreno diventa più aperto, e su un dosso, all’improvviso, compare il Montemaggiore. Sto bene: la camminata è un macinino che tritura nebbiose malinconie e sputa sana rabbia, finché l’andatura diventa metronomo, canto interiore, metrica e poesia. Narrazione insomma. Virgilio, perché non ci sei più. Con te questa strada sarebbe stata magnifica. Ma chissà, forse ho scelto di farla solo per ritrovarti. Sento che mi abiti dentro, ogni tanto faccio i tuoi gesti, parlo con la tua voce, rido e canto come te. E’ con Virgilio che ho visto per la prima volta la Val Rosandra, quasi mezzo secolo fa. E da allora sono assetato di questo mondo roccioso che segna il passaggio dal Mediterraneo al mondo slavo. Verso l’una e mezza un contadino in groppa a un trattore si ferma per guardarmi andare, poi mi fa segno di salire sul rimorchio. «Prendi!», mi dice. Il carro è pieno di uva appena raccolta. Prendo un grappolo piccolo e lui quasi s’arrabbia, mi incita: «…ancora, ancora!». Lo saluto con le mani piene, riparto verso Tignan mangiando i grappoli senza staccare gli acini, a pieni bocconi. Una benedizione. La malvasia istriana è una benedizione. Lo imparai da bambino, quando i miei mi dimenticarono nella cantina di zia Edda a Muggia, e io bevvi vin novo, così tanto che mamma mi ritrovò addormentato e felice tra i tini. Tignan deserta, vento infuocato, rumore di stoviglie nelle case. L’unica konoba della piazza è chiusa. Hop fatto tre chilometri per niente. Qui trovar da dormire è difficile, ma trovar da mangiare può esserlo di più. Cerco alla cieca, c’è un bar aperto, deserto. In cucina la banconiera frigge zucchine impanate, la mia passione. Me ne dà un cartoccio di contrabbando. Ma è la sete che comanda sulla fame. Scolo una birra grande, poi un’altra, seduto sotto una pergola. Sento il corpo che gode. Apprendo che a un chilometro e mezzo c’è Dora, che ha delle stanze in frazione Surani. Vado, trovo la suocera, Marija, che sa un po’ di italiano. La stanza c’è. Le chiedo se si può cenare da qualche parte. «Cossa volete magnar?». Quel che xe, rispondo. Kruha, sir, teran, prsut. «Ma lei la parla talian o croato?». Un poco un poco, le dico. E’ una donna simpatica, con un caschetto di capelli candidi. Se vuole, aggiungo, magno a casa sua, cussì ciacolemo. «Ah, mi no posso, cô vien scuro sero portòn e vado in leto». «Ma lei piutosto dove la va?». Vado da Trst a Premantura, rispondo, con mie “noge”, con le mie gambe. «E perché?», chiede quella. Perché xe bel, rispondo senza convincerla. Il campanile di Tignan batte le tre. Sono arrivato. 25 km (3 – Segue. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 21 e 22 settembre. Tutto il viaggio sul sito http://www.ilpiccolo.it)

631 – Il Piccolo 24/09/11 L’Itinerario di Paolo Rumiz – A piedi fino a Canfanaro e nella valle della Draga campi di zucche giganti (4)

A piedi fino a Canfanaro e nella valle della Draga campi di zucche giganti

L’ITINERARIO

reportage di Paolo Rumiz – 4

Continua il viaggio da Trieste a Promontore attraversando l’Istria da Nord a Sud tra campi di cocomeri e strade piene di camion
««Sento campanacci a distanza, poi mi si para davanti un cane pastore incazzatissimo. Un altro cane fetente che odia i pedoni. Gli mostro il bastone con una mano»
«Credo di essere arrivato, e invece non sono arrivato per niente. La mia stanza è a Debeljuh, a tre chilometri, e non me n’ero accorto. Tre chilometri che dovrò rifare»

SETTE TAPPE VERSO IL MARE Paolo Rumiz ha compiuto il suo viaggio dal 9 al 16 settembre, attraversando l’Istria a piedi e facendo tappa a Gracisce, Montona, Tignan sulla Draga, Debeljuhi di Canfanaro, Valle, Fasana e Promontore. L’itinerario è stato “inventato” sul momento attraverso una combinazione di sentieri, carrerecce e strade asfaltate minori, mantenendo il più possibile la direzione Sud in direzione di Capo Promontore, meta finale del trasferimento. Nel bagaglio due borracce, frutta secca, un computer, carte istriane al 30 mila, un bastone di ciliegio con punta ferrata, un cappello kaki tipo legione straniera e medicinali.

di PAOLO RUMIZ

Cielo bigio, francese, le previsioni dicono pioggia ma nessuno ci crede. In Istria non piove da otto mesi. Filo presto da Surani, ancora sazio della cena che Dora mi ha cucinato la sera prima. Le migliori patate fritte della mia vita, giuro, centellinate con refosco e Luna piena. Ora, in assenza della “parona”, per far colazione mi tocca tornare a Tignan, due chilometri solo per un thè. Per strada, casette isolate con cani feroci ai cancelli. Mai capito perché i cani sono così fetenti coi pedoni. Vigliaccheria, credo. Colazione in un bar sull’orlo del crepaccio, la valle della Draga è ancora piena di bruma. Chiedo consigli su come attraversarla a dei giovani, ma anche qui i giovani non sanno dove abitano. Per orientarsi ci vuole gente dai sessanta in su. Così vado alla cieca, so che qualcosa troverò. Scendo, due chilometri d’asfalto, e là dove la strada risale sull’altro versante ecco un sentiero di fondovalle. Comincia una traversata di perfetta solitudine. Radure inselvatichite, coperte di ragnatele imperlate di rugiada. Brillano da lontano, come candelabri. Vado con passo regolare. lungo i meandri del fiume che non c’è, fra scarpate coperte di boscaglia. Campi di granturco, zucche come quelle di Cenerentola. Praterie di menta, un odore che ubriaca. Il sentiero zigzaga, si ramifica, entra in tunnel di sterpaglia e querceti. Mi sento nella parte più arcana del viaggio, qui, in immersione sotto la linea di galleggiamento dello zatterone istriano. Sulla destra, in alto, il campanile di Kringa, posto con fama di vampiri.

La direzione è perfetta. Sud. In fondo non ho che la meta, Promontore. Poi il nulla. In questo verdissimo cordone ombelicale sento il filo del viaggio che mi si srotola dietro la schiena. Ormai da Trieste saranno un centinaio di chilometri. Uno due, uno due, il metronomo va regolare. Ora incrocio un’altra strada, quella da Kringa a San Pietro in Selve, e subito, sul sentiero c’è un forte odore di selvatico, come di mufloni. Sento campanacci a distanza, poi mi si para davanti un cane pastore incazzatissimo. Un altro cane fetente che odia i pedoni, solo che tra me e lui stavolta non c’è nessun cancello. Fermo lì, animale. Gli mostro il bastone con una mano e una pietra con l’altra. Ho sempre una pietra in tasca, pronta per questa evenienza. Poi gli ordino “Vieni qua” nascondendo la paura. In genere funziona. La bestiaccia si calma. Ma il difficile viene dopo: girarsi e allontanarsi con dignità, fingendo sicurezza. Ci provo, guardando dietro con la coda dell’occhio. Il cagnaccio non si muove. Dopo cinquecento metri tiro il fiato sotto un grande tiglio e mi bevo una borraccia intera di succo di mela. Dimenticavo, ho un’assistente che mi segue da lontano, efficiente come una torre di controllo. E’ l’amica Ljiljana Avirovic, professoressa di lingue slave. che mi prenota dove dormire e mi tiene sempre sott’occhio sul suo schermo radar. Guai se non ci fosse lei, lasciarle la logistica del viaggio per me è un sollievo incomparabile. Non ho più l’età per arrivare stanco, a piedi, in un posto dove non c’è da dormire, e appena brancolare in cerca di un’altra soluzione.

Oggi la meta è Canfanaro, solo che ho calcolato male le distanze. Alle undici e mezza sono già a tre chilometri dal paese. Troppo presto. Decido per un’allungatoia, fino a Due Castelli, la rocca che chiude la Draga in direzione del canal di Leme. Nelle selve, intorno, chiesette dai nomi bizantini, Agata, Elia, Petronio. Il crepaccio gira verso Ovest, ora ho la mio ombra sulla destra. In alto, sul lato Nord, una fascia rocciosa simile a un canyon. Uno due, uno due, la macchina sembra inarrestabile. Ma il sole picchia di nuovo, e in un campo di zucche incrocio un trattore con un anziano a bordo. Mi guarda a lungo, poi scandisce: “Ti ti va lontan”. Non una domanda, ma un’asserzione. Quasi un vaticinio. “Come l’ha capito?”, rispondo. Lui: “Perché ti va pian”. E’ vero: il viandante non ha il passo del gitante.

Passo la chiesetta di Santa Maria poi a Due Castelli trovo due giovanotti all’ingresso e stupidamente chiedo loro se tra quelle pietre c’è una konoba. E’ l’ora della birra, e loro mi leggono nel pensiero, me ne offrono una, stupendamente fresca, fuori da una borsa frigo. Si chiamano Dorijan e Luciano. Mi fanno sedere. Mi chiedono se ho degli sponsor, dico di no, che viaggio per piacere. Quando capiscono che sono giornalista, subito chiedono se conosco Saviano. Al mio sì, Dorijan sorride: “Mi non so se lui ga fato ben a dir quele robe. Gomorra xe forte, Gomorra xe par tuto. Gomora xe anche qua. Ghe tocherà scampar tuta la vita”. Macché pioggia: tre chilometri d’asfalto infuocato fino al cimitero di Canfanaro, pieno di vecchie lapidi in italiano. Poi finalmente la konoba per la seconda birra. Konoba “Dvigrad”, in “Dvigradska unica”, e anche lì si parla di mafia. Tudjman, Milosevic, Berlusconi, tutti briganti. E la guerra dei Balcani è stata un imbroglio per derubare gli onesti. Più che rabbia, c’è amarezza. “A Canfanaro c’è depressione da vent’anni, si stava meglio prima”.

Credo di essere arrivato, e invece non sono arrivato per niente. La mia stanza è a Debeljuhi, a tre chilometri, e non me n’ero accorto. Tre chilometri a piedi, ovviamente nella direzione sbagliata – verso Gimino – e ovviamente lungo uno stradone per camion. Tre chilometri che domani dovrò rifare al contrario. So già che sarà un posto senza taverne; così mi tocca prendere dello scatolame al market. Vertice dello squallore. Ma il viaggio è fatto anche di questo. Il mondo non è fatto per chi va a piedi. Tre chilometri fra i camion, ma non li sento e non li vedo. Ho imparato a chiudere i boccaporti col mondo, quando serve. A Debeljuhi la signora Mirjana mi aspetta sullo stradone, mi fa accomodare sotto una pergola, poi Vinko il marito arriva con la terza birra a digiuno. Impossibile resistere. C’è già uno spiedo acceso e un bell’invito a cena. Sole aranciato tra le vigne. Km 25, ore sette (4 – Segue. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 21, 22 e 23 settembre. Tutto il viaggio sul sito http://www.ilpiccolo.it)

632 – Il Piccolo 25/09/11 L’Itinerario di Paolo Rumiz – Stazione di Canfanaro pietra bianca istriana e un caldo da Far West (5)

Stazione di Canfanaro pietra bianca istriana e un caldo da Far West

l’itinerario

REPORTAGE DI PAOLO RUMIZ – 5

Quinta tappa del viaggio a piedi attraverso l’Istria, da Trieste fino alla punta di capo Promontore, tra incontri occasionali e bevute di vin novo

Ultime tappe di un itinerario “inventato” sul momento Paolo Rumiz ha compiuto il suo viaggio dal 9 al 16 settembre, attraversando l’Istria a piedi e facendo tappa a Gracisce, Montona, Tignan sulla Draga, Debeljuhi di Canfanaro, Valle, Fasana e Promontore. L’itinerario è stato “inventato” sul momento attraverso una combinazione di sentieri, carrerecce e strade asfaltate minori, mantenendo il più possibile la direzione Sud in direzione di Capo Promontore, meta finale del trasferimento. Nel bagaglio due borracce, frutta secca, un computer, carte istriane al 30 mila, un bastone di ciliegio con punta ferrata, un cappello kaki tipo legione straniera, medicinali e un minimo di ricambi. Causa il caldo, maglione giacca a vento si sono rivelati inutili.Il chilometraggio finale è stato “allungato” dalla ricerca delle basi di pernottamento, quasi sempre lontane dalla strada.

di PAOLO RUMIZ

Quinto giorno, svacco totale. Quindici chilometri scarsi, poi la resa ignomignosa a Valle, in una pensione con piscina. Potrei dire: colpa del caldo, 34 gradi a mezzogiorno. Invece no, è colpa di Miro e Vinko che ieri sera a Debeljuhi, il mio “bivacco” notturno due chilometri a est di Canfanaro, mi hanno teso una trappola a cena finita con un supplemento di caraffe di vin novo di cui ho subito perso il conto. Malvasia istrian, come quello che mi ubriacò da bambino in assenza dei miei, mille anni fa a Ciàmpore in quel di Muggia. Ne ho bevuto a sazietà di quel nettare dolceamaro che mi portava indietro nel tempo, mentre la padrona di casa, Mirjana, faceva da coppiera come la schiava di Menelao. Alla fine ho perso ogni ritegno e sparato vecchie canzoni. «In mezo al mar xe un bastimento, aspeta el vento per navigar». E poi, a ricordo della vecchia Alida mezza
rovignisa: «E tutti hanno e tutti hanno il cuor contento, la più mise… la più misera son io, che ho perduto l’amor mio, e mi tocca… e mi tocca di morir». Malinconia a manetta, di quella che fa bene. E nostalgia di Virgilio. E così avanti, fino a mezzanotte, in un mix esilarante di italiano e croato, col malvasia che rendeva superflua la grammatica. Un trio di pazzi. Miro, un gigantesco divoratore di insalate, irruento e astemio, con la passione dei viaggi a filo di frontiera. Vinko, occhi di fuoco, barba bianca fiammeggiante da profeta, un rene appena asportato da sei mesi. E il triestino che va a piedi sotto un sole infernale, solo per farsi un tuffo a Promontore. La notte di luna sembrava aver coperto il mondo di ragnatele, simili a quelle argentate che avevo visto nel fondo della Draga, il crepaccio che spacca in due il triangolo istriano. Impossibile sfuggire all’ospitalità rurale. Al mattino tra me e la partenza c’è anche la grappa con caffè turco. Poi via, sempre troppo tardi per questo sole mediterraneo che non molla. Mi accorgo che mangio sempre meno e bevo sempre più, il corpo sta entrando in un lavacro rigeneratore. Cinque, sei litri di liquidi al giorno. Come è bello andare, trovare il proprio passo. Sento che il viaggio mi ha preso. Ho smesso di fare miserabili programmi. Quello che incontro, incontro. E non sfinitemi con storie del tipo: «hai sbagliato strada, avresti potuto vedere questo e quello». Il viaggio non è fatto di luoghi, ma di persone. Anni fa, scavalcando l’Appennino sulla Francigena non ancora di moda, lessi in un monastero, nel registro dei pellegrini, di una tale Roberta passata solo 24 ore prima di me. Mi piacquero le sue considerazioni scritte, e decisi di accelerare per acchiapparla. Dopo due giorni, in Lucchesia, vidi una tipa con lo zaino che si dissetava sul sentiero. «Tu sei Roberta», le dissi. E lei: «Nein, ich bin Margarete. Ma possiamo lo stesso fare un pezzo di strada assieme». Capii una volta per tutte che cosa significa la resa al viaggio e all’incontro. Ma ecco, appena fuori Canfanaro, la stazione, pietra bianca istriana e un caldo da Far West. Cerco gli orari per la strada del ritorno: troppo facile partire da Pola col bus.
E intanto il pianto greco dell’Istria ricomincia. Un tipo della mia età, con la borsa della spesa: «Era meglio con la Jugo, arrivava un treno zeppo di dodici vagoni ogni giorno da Belgrado. Oggi solo un trenino con due viaggiatori addormentati a bordo, e c’è anche la rogna del confine sloveno da passare a Rakitovec, direzione Kozina». Non infierisco. Non gli dico che un secolo fa si partiva da Vienna la sera in Wagon Lit per essere a Brioni al mattino. Le percezioni si caricano di simboli. A Salambati ecco un albero di cotogne coperte di peluria, il frutto della mia vita. Poi, sul sentiero, un enorme vespaio che ronza come una centrale idroelettrica. Poi la pelle di una vipera, color giallo-argento, quasi come uno sgombro. E lì, improvviso, inconfondibile, quasi a tradimento, arriva un colpo di vento pieno di mare.
Aria d’Adriatico, la mia prateria d’acqua. E quasi nello stesso istante vedo la prima “casita” in mezzo alla terra rossa. Muretti a regola d’arte. Cambia tutto, è come se tentassi di raggiungere non un promontorio, ma la prua di una nave. Cerco verso Ovest la striscia azzurra che toglie il fiato, ma è ancora troppo lontana. Passo l’autostrada su un ponte. Ripenso alla stazione di Canfanaro e formulo quanto segue: la ferrovia irrora di sé il territorio.
L’autostrada invece lo desertifica, come la peste della grande distribuzione. A Krmed, lindo villaggio, è annunciata Valle: «Siete sulla buona strada» sta scritto su un cartello blu. Una vecchia in nero mi offre un bicchiere d’acqua fresca. Saluto una pastora scalza su un prato con tre vacche. Avrà sì e no vent’anni. Poi incrocio un Suv amaranto col solito mafioso rapato a bordo. Passo regolare sulla ghiaia a bordo strada. Uno due, uno due. Vorrei tessere un elogio delle mie scarpe. Hanno quattordici anni, sono bianche e marrone, ma ora la terra rossa istriana le ha rese di un colore uniforme. Una sera le ho viste da lontano, in una vetrina di Palmanova, e le ho fatte mie. Cuoio, un fasciame perfetto. Non sono mai riuscito a farne a meno. Nemmeno stavolta. Nei viaggi a piedi mai partire con scarpe nuove. Queste sono a fine carriera, le ho amate e ora capisco che le sto onorando con questa nobile strada oltre due confini. Rettilineo pieno di camion per Pola, ma grazie a Dio dopo un chilometro c’è un sentiero sulla destra e da lì arrivare a Valle è una bellezza. La frescura sotto la parete Nord della chiesa è incomparabile. Mi fermo, basta per oggi. Pasta casalinga da Virginio, in fondo al paese. Poi mi indicano una pensione con cibo macedone, ed è un’altra delizia di ombra e birra fresca. 15 km, ore quattro.

(5 – Segue. Le puntate precedenti del reportage sono state pubblicate il 21, 22, 23 e 24 settembre. Tutto il viaggio sul sito http://www.ilpiccolo.it)

633 – Il Piccolo 28/09/11 La Serbia restituisce i beni confiscati ai tempi di Tito, interessati all’incirca 150mila ex proprietari ed eredi

La Serbia restituisce i beni confiscati ai tempi di Tito

Interessati all’incirca 150mila ex proprietari ed eredi.

Il valore è di 4,5 miliardi Previsti rimborsi in obbligazioni dello Stato fino a 500mila euro

di Mauro Manzin

TRIESTE La Serbia anela fortemente a ottenere entro la fine dell’anno lo status di Paese in via di adesione all’Unione europea. Ecco allora che il parlamento serbo ha approvato la legge sulla restituzione dei beni confiscati dal regime comunista jugoslavo dopo la seconda guerra mondiale e quella sulla proprietà pubblica, due provvedimenti chiave chiesti da Bruxelles per l’ulteriore avvicinamento della Serbia alla Ue. In particolare, la legge sulla restituzione dei beni – adottata con il sì di 117 dei 154 deputati presenti, 23 i contrari – riguarda circa 150 mila ex proprietari e loro eredi. Le legge prevede la restituzione dei beni immobili o di terreni nei casi possibili, oppure un rimborso in obbligazioni di stato.

Gli ex proprietari o i loro eredi potranno ottenere rimborsi fino a un massimo di 500 mila euro. Secondo gli esperti, il valore complessivo dei beni da restituire o rimborsare ammonta a 4,5 miliardi di euro. L’Associazione dei proprietari di beni confiscati dal regime comunista dopo il 1945 ha criticato la legge affermando che essa non risponde in modo adeguato alle loro richieste e non è sufficiente a riparare l’ingiustizia subita. Dopo la caduta del comunismo all’inizio degli anni novanta gli ex proprietari e i loro eredi – molti dei quali vivono all’estero – hanno chiesto una legge che sancisse la restituzione dei loro beni. Le autorità serbe assicureranno che il processo di recupero delle proprietà confiscate e il pagamento delle relative compensazioni ai cittadini che hanno subito tali misure durante il periodo comunista sia portato avanti «con efficacia e correttezza». Lo ha dichiarato il vicepremier serbo Bozidar Djelic, aggiungendo che questo sarà possibile in base alle disponibilità finanziarie dello Stato. «Circa due miliardi di euro e varie proprietà sono stati messi a disposizione», ha detto Djelic. Secondo il ministro, il principio alla base dell’atto normativo sta nel riparare gli storici errori commessi contro la popolazione popolo confiscandone le proprietà, e prevenire che una tale ingiustizia si ripeta. La proposta sulla sostituzione dei beni invece non è stata accolta perché in questo modo, a quanto hanno evidenziato i presentatori della legge, verrebbe aperto lo spazio per la corruzione.

Negli scorsi anni, nel processo di privatizzazione, un gran numero di imprese ha ricevuto nuovi proprietari e adesso si pone la domanda in che modo sarà risolto il problema. Secondo il premier Cvetkovic, l’Agenzia per la privatizzazione ha evidenziato in occasione di tutte le vendite se si trattava di beni richiesti dagli ex proprietari, così che i compratori sono a conoscenza dello status. Secondo la legge non ci sarà una restituzione naturale dei beni privatizzati, e questo significa che in quei casi ci sarà il risarcimento finanziario. Per quanto riguarda le imprese che sono oggetto della restituzione, e non sono ancora state vendute, Cvetkovic ha fatto sapere che l’Agenzia non intenterà alcun processo per la loro privatizzazione. Per tutte le imprese per le quali ci sono delle informazioni che appartengono interamente agli ex proprietari o che nel loro ambito possiedono dei beni richiesti, sarà bloccato il processo di vendita. Nel caso delle imprese cadute in fallimento si prevede o la restituzione naturale o, se questo non è possibile, il risarcimento finanziario.

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell’ Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell’Italia con la Croazia e Slovenia.
Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
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