Rassegna Stampa Mailing List Histria n° 789 – 20 Agosto 2011

Posted on August 28, 2011


Rassegna Stampa Mailing List Histria

Sommario N° 789 – 20 Agosto 2011

537 – Il Piccolo 19/08/11 Pola – «A Vergarolla fu strage contro gli italiani», commozione e auspicio di un futuro di concordia alla commemorazione dell’attentato di 65 anni fa (p.r.)

538 – La Voce del Popolo 18/08/11 Cultura – Riflessioni sul 65.esimo di Vergarolla – Per la pace dei vivi (i.r.)

539 – Il Piccolo 20/08/11 Pola, Napolitano-Josipovic all’Arena il 3 settembre, Riprogrammata con la medesima solennità la manifestazione saltata a luglio (Silvio Maranzana)

540 – Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 19/08/11 Toth (Anvgd): Daila, il Vaticano e gli accordi di Osimo (Aise)

541 – Slobodna Dalmacija 17/08/11 Neanche la fede aiuta se non sei Croato – De facto de Jure Ni vjera ne pomaže – ako nisi Hrvat (Jurica Pavicic)

542 – La Voce del Popolo 18/08/11 Daila – Terreni contesi: si guarda a Strasburgo (Arletta Fonio Grubiša)

543 – Panorama Edit 31/07/11 Daila, la diocesi in ginocchio, come finirà la contesa fra l’Abbazia di Praglia e la nuova realtà in quel di Cittanova? (Mario Simonovich)

544 – Il Piccolo 17/08/11 Caso Daila, Bozanic difende il Vaticano (p.r.)

545 – Il Piccolo 14/08/11 Pola addio. L’esodo italiano 65 anni fa (Mauro Manzin)

546 – Il Piccolo 14/08/11 Beni Abbandonati – Il Conto Fantasma

547 – Il Gazzettino 19/08/11 Raccontare la storica Battaglia di Lepanto (1571) col linguaggio del fumetto? (Piero Zanotto)
548 – Il Piccolo 14/08/11 Fiume, Tersatto in festa per le celebrazioni dell’Assunta (v.b.)

549 – Il Piccolo 15/08/11 Carmela Serrentino: Fu l’ultima volta che vidi Zara prima della fine (Giovanna Pastega)

550 – La Voce del Popolo 13/08/11 Speciale – La nascita, lo sviluppo e… il crollo di San Lorenzo del Pasenatico (Mario Schiavato)

551 – La Voce del Popolo 13/08/11 Cultura – La nostra terra narrata da Flavio Forlani (Gianfranco Miksa)

552 – Il Piccolo 19/08/11 Il sogno di una Trieste plurale nel “Mio Carso” di Slataper (Chiara Mattioni)

553 – Avvenire 17/08/11 Lettere – Grata per l’attenzione agli esuli giuliano-dalmati (Eufemia Giuliana Budicin)

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :

https://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

537 – Il Piccolo 19/08/11 Pola – «A Vergarolla fu strage contro gli italiani», commozione e auspicio di un futuro di concordia alla commemorazione dell’attentato di 65 anni fa

A Vergarolla fu strage contro gli italiani»

Commozione e auspicio di un futuro di concordia alla commemorazione dell’attentato di 65 anni fa

POLA È stata ricordata ieri a Pola, con affluenza di gente più massiccia del solito, la tragedia di Vergarolla avvenuta il 18 agosto di 65 anni fa, quando nella devastante deflagrazione di 9 tonnellate di esplosivo contenuto nelle mine residuati di guerra sparse lungo la spiaggia morirono 80, forse un centinaio di polesani, che stavano trascorrendo una domenica al mare. In quel tragico giorno molti si erano dati appuntamento a Vergarolla per assistere alla regata remiera per la celebrazione dei 100 anni di fondazione della società “Pietas Julia”. E forte tra i polesani era il desiderio di ritrovarsi in libertà dopo gli anni oscuri della guerra. Fu invece un’ecatombe con brandelli di corpi umani e sangue dappertutto. Quel forte boato, ha sottolineato la Presidente dell’assemblea della Comunità degli Italiani Claudia Millotti parlando dinanzi al cippo memoriale, determinò una svolta nella vita cittadina. Ogni anno, ha aggiunto, sentiamo il bisogno di riunirci noi polesani andati e rimasti, due voci di una tragedia comune che diventano sempre più una voce sola. Ha parlato anche il generale Silvio Mazzaroli, consigliere del Libero Comune di Pola in esilio. Ha auspicato che in futuro la commemorazione venga organizzata dal Comune visto che la tragedia ha colpito tutta la città e non solo gli Italiani. «Ed è ora di dirlo apertamente – ha aggiunto – che lo scoppio fu un atto intimidatorio del regime dell’epoca contro gli Italiani di Pola che recepito il tragico messaggio, abbandonarono la città, svuotandola della sua anima con conseguente riduzione al lumicino dell’italianità. Guardiamo insieme al futuro senza dimenticare il passato», ha concluso Mazzaroli compiacendosi della ritrovata volontà di dialogo che sta crescendo a Pola in tutte le sue componenti. Ha preso infine la parola anche l’ambasciatore italiano a Zagabria Alessandro Pignatti che ha invitato i polesani all’incontro in Arena con il Capo dello stato Giorgio Napolitano il 3 settembre. In mattinata una delegazione degli organizzatori (Comunita’ degli Italiani, Libero Comune di Pola in esilio e Circolo di Cultura istroveneta Istria) aveva lanciato una corona di fiori in mare nella baia di Vergarolla dove si consumò la tragedia. Era seguita la santa messa di suffragio al Duomo offici.

p.r.

538 – La Voce del Popolo 18/08/11 Cultura – Riflessioni sul 65.esimo di Vergarolla – Per la pace dei vivi

riflessioni sul 65.esimo di vergarolla
Per la pace dei vivi

POLA – Un attentato è già di per sé un atto intimidatorio, orribile e odioso, che scuote profondamente, direttamente o indirettamente, l’intera comunità. Se poi le sue conseguenze arrivano al punto tale da scardinare la struttura stessa della comunità, allora l’effetto di tale offesa si fa ancor più esecrabile. È quanto accaduto sessantacinque anni fa, la domenica del 18 agosto 1946, a Pola, enclave della Zona “A” del Territorio Libero di Trieste sotto occupazione britannica.

Era la strage di Vergarolla. Provocò la morte di settanta persone e un centinaio di feriti, tutti civili. Colpì intere famiglie che si erano riversate sulla spiaggia quel giorno per assistere alla gara natatoria organizzata dalla “Pietas Julia” (si stava tenendo la Coppa Scarioni, e la società polese festeggiava il 60.esimo anniversario della sua costituzione, avvenuta il 14 agosto del 1886).

Causò l’esodo? Anche se è difficile affermare con certezza che fu proprio questa la sua causa scatenante, probabilmente fu una delle molle che lo fece scattare e che lo accelerò. Sta di fatto che di lì a poco avrebbe avuto inizio quella lunga e straziante ondata, che smembrerà la città dell’Arena e l’Istria tutta.

Per più di sessant’anni la verità sull’esplosione delle 28 mine (9 tonnellate di tritolo) accatastate sulla spiaggia, popolare ritrovo dei polesi, è rimasta sospesa. Qualche anno fa gli scrittori Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino, spulciando tra le carte dei National Archives di Kew Gardens, hanno escluso uno dei “dubbi”: non fu un incidente, ma un attentato vero e proprio organizzato dall’Ozna, la polizia segreta di Tito. E hanno fatto il nome di uno dei sospetti esecutori materiali, tale Giuseppe Kovacich, fiumano, specialista in atti terroristici.

Continuano a esistere, comunque, diverse zone d’ombra. Anche perché per decenni non si è voluto o non si è avuto l’interesse di fare chiarezza su Vergarolla – furono aperte delle inchieste, che però non riuscirono a venir a capo dei motivi reali del fatto –, sulle responsabilità dell’evento. A più d’uno ha fatto anche comodo che calasse il silenzio, o che se ne parlasse come di una “sciagura”. Altri invece ci hanno ricamato su, strumentalmente. Un silenzio calcolato, che ha permesso l’affermazione di falsità, interpretazioni distorte, spacciate nelle sedi opportune per autentiche verità.

Oblii, omissioni, stravolgimenti, che hanno condannato i superstiti e i familiari delle vittime a confrontarsi con una condizione di insopportabile iniquità, hanno fomentato rancori, impedendo di guardare con “sereno” distacco alla propria storia. Perché, come disse Rudyard Kipling, “Nulla può dirsi concluso finché non è concluso con giustizia”.

E nessuno ha finora pagato per il turpe gesto e, beninteso, sarebbe per certi versi improponibile pretendere oggi che ciò sia fatto. Basterebbe indicare, in modo inequivocabile, (tutti, anche quelli che sapevano e hanno taciuto e continuano a tacere) i colpevoli. Ecco, finché ciò non sarà fatto, i “vivi” di Vergarolla non potranno commemorare in pace i loro morti. (ir)

539 – Il Piccolo 20/08/11 Pola, Napolitano-Josipovic all’Arena il 3 settembre, Riprogrammata con la medesima solennità la manifestazione saltata a luglio

Pola, Napolitano-Josipovic all’Arena il 3 settembre

Riprogrammata con la medesima solennità la manifestazione saltata a luglio

Storico incontro dei due presidenti anche con la Federazione degli esuli

di Silvio Maranzana

TRIESTE La Storia riparte. La volontà comune ormai inarrestabile di tracciare un futuro di concordia che ha indotto lo staff organizzativo anche a saltare le ferie, farà sì che la grande cerimonia all’Arena di Pola con i presidenti delle Repubbliche di Italia e Croazia, Giorgio Napolitano e Ivo Josipovic, saltata il 15 luglio a causa del voto in Italia sulla manovra finanziaria, sia stata riprogrammata pressoché tale e quale per sabato 3 settembre. Una giornata storica, logica prosecuzione dell’incontro epocale avvenuto nel luglio 2010 a Trieste alla presenza anche del presidente sloveno Danilo Turk in occasione del concerto in piazza dell’Unità d’Italia del maestro Riccardo Muti. In quell’occasione i tre presidenti si raccolsero in raccoglimento dinanzi a due siti simbolo delle opposte sofferenze: il Balkan bruciato dai fascisti e il cippo che ricorda l’esodo degli italiani causato dal comunismo jugoslavo. Stavolta l’appuntamento è per le 20 del 3 settembre nel monumento simbolo della cultura italiana in Istria, l’Arena di Pola appunto dove l’ingresso sarà comunque libero e dove chiunque, abitante della città o meno, è invitato dagli organizzatori a intervenire. Di certo vi saranno oltre duemilacinquecento appartenenti alle 52 Comunità degli italiani attive in Istria, nel Quarnero e in Dalmazia, in territorio oggi sia croato che sloveno. Per l’occasione sono stati prenotati una sessantina di pullman. Molti però saranno anche i croati che saranno sugli spalti e gli esuli italiani da quelle terre che giungeranno da Trieste e da altre zone d’Italia. La manifestazione è stata significativamente intitolata: “Italia e Croazia insieme in Europa” a testimoniare l’imminente nascita di un territorio senza più sbarre di confine. E sono molto attesi i discorsi che all’Arena faranno i due presidenti, Napolitano e Josipovic, dopo che a prendere la parola saranno stati anche il presidente della Regione istriana Ivan Jakovcic e il massimo rappresentante della comunità italiana oltre che deputato al Sabor, Furio Radin. Per quanto riguarda la parte artistica, assieme al confermato Coro delle comunità degli italiani, non potrà esserci la Filarmonica di Zagabria per impegni che nel frattempo sono sopravvenuti, ma sarà validamente sostituita dall’Orchestra sinfonica della Radiotelevisione di Zagabria diretta dal maestro Ivo Lipanovic e affiancata dal soprano Valentina Fijacko e dal basso baritono Giorgio Surijan. Saranno eseguiti arie e brani di Verdi, Puccini e degli autori croati Devcic, Zajic, Tardovic e Gotovac. Ma un altro momento che assume un rilievo storico è previsto alle 17.30 nel municipio di Pola dove per la prima volta il Capo dello Stato croato, assieme a quello italiano, si intratterranno con i rappresentanti della Federazione delle associazioni degli esuli. Mezz’ora più tardi invece nella sede della Comunità italiana l’incontro dapprima con la presidenza dell’Unione italiana e poi con i rappresentanti di tutte le comunità degli italiani sia della Croazia che della Slovenia. Alle 19, sempre in Comunità, un pranzo ristretto ai due presidenti e alle principali autorità, prima del trasferimento all’Arena per la manifestazione delle 20. Alle cerimonie sono stati invitati anche il governatore Renzo Tondo, la presidente della Provincia di Trieste Maria Teresa Bassa Poropat e il sindaco Roberto Cosolini. Napolitano giungerà a Pola già in mattinata e avrà subito una serie di incontri ancora da definire.

540 – Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 19/08/11 Toth (Anvgd): Daila, il Vaticano e gli accordi di Osimo

TOTH (ANVGD): DALIA, IL VATICANO E GLI ACCORDI DI OSIMO

ROMA\ aise\ – Da Lucio Toth, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, riceviamo e pubblichiamo un intervento a commento della decisione della Santa Sede di riconoscere i diritti di proprietà sul monastero istriano di Daila ai Benedettini dell’Abbazia veneta di Praglia.

“La decisione della Santa Sede di riconoscere i diritti di proprietà sul monastero istriano di Daila ai Benedettini dell’Abbazia veneta di Praglia sta suscitando reazioni risentite da parte delle autorità croate, che dovrebbero avere a cuore sopra ogni cosa i buoni rapporti tra la Chiesa di Zagabria e la Chiesa di Roma, rinsaldati dalla recente e trionfale visita in Croazia di Benedetto XVI.
Trattandosi di una decisione emessa ai massimi vertici della Chiesa essa meriterebbe rispetto da parte di tutti, credenti e non credenti. Vederci dietro retroscena politici è del tutto fuorviante. È chiaro che la lunga storia del monastero di Daila, presso Cittanova, come di tutta l’Istria, difficilmente poteva portare a soluzioni diverse. Da sempre quel territorio faceva parte delle province italiane di tutti gli ordini religiosi (Benedettini, Francescani, Domenicani, ecc.).
Il governo iper-nazionalista di Tudjman non andò tanto per il sottile quando restituì i beni del monastero di Daila alla Diocesi, oggi croata, di Pola e Parenzo, che ne ha fatto l’uso che riteneva più opportuno, vendendoli a privati in preziose lottizzazioni lungo la costa istriana. Il governo croato insomma restituì allora alla Chiesa nazionale quello che rifiuta di restituire ai privati italiani dell’Istria e della Dalmazia che videro i loro beni incamerati dallo Stato croato, invocando gli Accordi di Osimo del 1975, avvalendosi così delle spoliazioni dell’ex-regime comunista.
A questa logica evidentemente non soggiace la giustizia della Chiesa, che forte di una saggezza e di una dottrina millenaria, obbedisce ai suoi criteri morali e giuridici. Se a qualcuno quel monastero doveva essere restituito, secondo le norme del diritto ecclesiastico, non poteva che essere l’Ordine benedettino cui era appartenuto e precisamente all’Abbazia di Praglia, cui un nobile istriano lo aveva lasciato in testamento, come è avvenuto per secoli da quelle parti.
Pur trattandosi di una questione giuridicamente complessa che riguarda esclusivamente i rapporti tra lo Stato croato e la Santa Sede – in quanto tale estranea agli accordi di Osimo – essa finisce per porre in risalto non solo l’originaria iniquità delle espropriazioni del regime di Tito, accompagnate da violenze e persecuzioni, ma anche la mancanza di una soluzione equa dei problemi che ne sono derivati da parte di uno Stato democratico che sta per entrare nell’Unione Europea.
La Conferenza Episcopale Croata ha invitato i fedeli a rispettare le decisioni vaticane e a non alimentare risentimenti che rischiano di compromettere l’immagine di un popolo che aspira alla pace e alla collaborazione con i suoi vicini. Quale sarebbe la colpa dei Benedettini di Praglia per essersi appellati all’ordinamento interno della Chiesa?
Non sarebbe meglio restituire un po’ di spazio se non alla fede almeno alla ragione?”. (aise)

541 – Slobodna Dalmacija 17/08/11 Neanche la fede aiuta se non sei Croato – De facto de Jure Ni vjera ne pomaže – ako nisi Hrvat

di Jurica Pavicic

Neanche la fede aiuta se non sei Croato

Una delle verità generali sulla quale si appoggia sia la chiesa cattolica croata, sia la destra nazionalista è il fatto che durante il socialismo la chiesa e i “veri Croati” furono perseguitati. Questa affermazione ha un forte potere retorico in primo luogo perché e in gran parte vero. Effettivamente durante gli anni 40 e 50 le repressioni contro la chiesa e il clero furono grandi, decine di sacerdoti uccisi, alla chiesa portati via tantissimi beni materiali. Professori, impiegati o giudici cattolici dovevano esprimere la loro fede discretamente e spesso gli si impediva avanzamento nel lavoro. Ogni accentuazione del sentimento nazionale era punito come “incidente nazionalista” e in quella voce espandibile entravano anche le banalità tipo cantare “Vila Velebita”. In queste circostanze, secondo stereotipo politico, veri credenti e Croati in massa, centinaia di migliaia, decisero di emigrare, la dove nelle congregazioni religiose e le missioni croate lievitava il pane patriottico della libertà futura. Immaginate cosa succederebbe se sulla scena politica dovesse apparire un intellettuale di spicco, professore, filologo ed ex ministro e afferma che tutto questo che ho scritto adesso non e vero. Immaginate se questa persona pubblica rilascia l’intervista in un giornale di tiratura alta dove dichiara che tutti quelli scappati dai comunisti sono traditori di poca fede.

Provate a immaginare se dicesse che repressione comunista “non dovrebbe essere una ragione per lasciare il paese se ci si sente veramente un patriota,” che coloro che andarono, infatti sono privilegiati perché “allora molta gente voleva andare, ma non era permesso” e che coloro che sono andati via, comunque possiedono all’estero grandi possedimenti alberghi e azioni”. Di conseguenza, non si dovrebbe ridargli quello che gli e stato confiscato e non gli si dovrebbe dare il benvenuto, ma lasciarli stare dove sono e le loro ex proprietà bisognerebbe lasciare allo stato.

Qualcuno che scriverebbe qualcosa di simile, si troverebbe probabilmente attaccato dai nazionalisti croati con ganci e zappe patriottiche, per crocifiggerlo come un massone, UDBA, comunista, jugoslavo,suo articolo verrebbe sepolto di insulti e commenti dei patrioti accaldati.

Questa frase che ho citato, tuttavia, non ha scritto alcun successore di Jakov Blazevic, né un anarchico né un jugomassone mediatico. L’ autore del citato di cui ho parlato si chiama Adalbert Rebic, un biblista e docente di teologia a Zagabria, nonché un ex capo dell’ufficio per i rifugiati e il ministro senza portafoglio.

Il suddetto professore Rebic ha pronunciato queste affermazioni questo sabato in un’intervista, “Jutarnji List”, dove si é pesantemente e decisamente opposto alla decisione del Vaticano e della Commissione, in cui sedeva l’arcivescovo Bozanic, di ridare complesso monastico, situato nella parte occidentale dell’Istria a Daila, all’ordine benedettino che ha la sua sede a Praglia Padova.

Secondo Rebić, i Benedettini di Padova, hanno lasciato la loro parrocchia, anche se non dovevano, quindi di conseguenza perdono il diritto di concessione del nobile veneziano, e a loro, come tutti i proprietari italiani d’ Istria, bisogna pagare in conformità dell’accordo di Osimo e ribadire che qui non possono più tornare.

Durante questa estate, strada facendo ho visitato due complessi monasteri dalmati, che i monaci abbiano “abbandonati” e il governo comunista confiscato circa nello stesso periodo come il Daila. Sull’isola di Meleda, un ex convento situato su un’isola nel mezzo di un lago salato. Il monastero e sotto il socialismo trasformato in un albergo che era il motore dell’economia di tutta l’isola isolata.

Su Badia vicino a Curzola, monastero costruito dai monaci bosniaci e stato trasformato durante socialismo in un campo sportivo .Per i Curzolani Badija era una risorsa, un luogo di svago. Entrambi i monasteri dopo il ’90. sono stati restituiti alla Chiesa.

Su Badia oggi vive in solitudine frate francescano di Medjugorje e personaggio nel film “Lady” Jozo Zovko, e Meleda e caduta nel dimenticatoio fino a pochi mesi fa quando un funzionario della diocesi di Ragusa e ha “sparato” che gli abitanti dei villaggi circostanti dovrebbero pagare alla Chiesa per vivere nel suo feudo. In entrambi i casi, ex monasteri ora sono cantieri e non hanno alcuna finalità pubblica.

Direbbe anche nei casi di Badia e Meleda Adalbert Rebic che il monastero deve prendere lo stato, e che non si dovrebbe restituire ai monaci? Direbbe anche in questi due casi che i monaci abbiano lasciato la loro gregge, e quindi perso il diritto di proprietà? Direbbe anche per il caso Badia Rebic che l’attuale proprietario del monastero (la provincia francescana di Herzegovina), oltre il confine in Bosnia e ricca di beni, “terra, alberghi e banche”, in modo che non ha bisogno di Badija? Certo che lo avrebbe fatto. E perché no, qual e la differenza?

Beh, la differenza e che in questi due casi, monaci e frati – i croati, nel caso Daila – italiani. Dal momento che dai molti membri di alto clero cattolico croato negli ultimi quindici anni abbiamo visto un insensibilità testarda. Ci siamo abituati dalla parte del clero croato completa insensibilità nei confronti delle vittime (dei croati), crimini di guerra contro le persone di altre fedi e nazioni.

Siamo abituati all’ insensibilità verso le persone che si frappongono nei loro interessi patrimoniali. Ci siamo abituati alla crudeltà contro i serbi ortodossi, le altre persone di orientamento sessuale (stesso Rebic sostenne coloro che lapidarono gay pride a Spalato).

Tuttavia, durezza di cuore, che in questo caso mostra Rebic e qualcosa che nella storia porta una nuova dimensione. Adalbert Rebic poteva mostrare almeno un pizzico di simpatia nei confronti dei suoi correligionari, i membri del clero, della stessa confessione, anche perché quelle persone fuggirono davanti alla stessa ideologia che lui odia e che é stato la vittima. Ma tutti questi motivi empatici si fermano di fronte a un duro, solido motivo per cui i monaci di Praglia sono nemici: loro sono Italiani e in Istria come in Dalmazia si sa; Italiano uguale nemico.

Intervista di sabato ad Adalbert Rebic in una orribile, crudele chiarezza illustra quello che molti di noi hanno capito tempo fa chiaramente. Per gran parte della leadership della Chiesa cattolica in Croazia, la fede e la speranza e Gesù e la dottrina cristiana sono solo cose effimere senza importanza. Quello che effettivamente gli tiene insieme e l’ideologia del crudele, osceno e antipatico nazionalismo.

Poi, quando il nazionalismo che si confronta con le nazioni di altre religioni (serbi e bosniaci), il nazionalismo trasforma il cattolicesimo nella Chiesa militante e l’etichetta dell’ideologia nazionale. Però, quando i presunti interessi nazionali e reali dei croati contrastano coi vicini cattolici (gli italiani e sloveni), in una parte della Chiesa in Croazia, “il fusibile salta,” e non riesce a far fronte in questo incesto strano.

E l’altra parte continua a comportarsi esattamente come prima, prende in mano la bandiera tricolore, e continua il suo assalto ai suoi fratelli, questa volta dalla stessa, universale (Catholicos) chiesa.

542 – La Voce del Popolo 18/08/11 Daila – Terreni contesi: si guarda a Strasburgo

L’opinione di Damir Kajin sulla controversia di Daila
Terreni contesi: si guarda a Strasburgo

POLA – La saga dei terreni turistici e il caso Daila: temi abbinati all’incontro stampa della Dieta Democratica Istriana convocato a Pola dal vicepresidente, Damir Kajin, spalleggiato dal consigliere dell’Assemblea istriana, Marin Grgeta e dal presidente della sezione dietina di Rovigno, Milan Mihovilović. E non si è trattato di affiancare argomenti a casaccio, visto il comune denominatore costituito dalla faccenda degli immobili, che le autonomie locali rischiano di perdere o di vedere usurpati, con ciò che l’alienazione dei terreni turistici viene considerata ben peggiore del problema di Daila.

È intervenuto per primo Grgeta, per dire che la Legge sui terreni turistici, confezionata senza consultare le autonomie locali, fa da madrina a una massiccia distribuzione di demani turistici in regalo a magnati del settore. Numerosi i casi attinti come esempi di man bassa dei beni turistici e di sfruttamento per due soldi (una Plava Laguna di Fontane che per lo sfruttamento di mezzo campeggio paga 2,5 euro il metro quadro). Così lo Stato nega i terreni ai Comuni e alle Città per poter darli in concessione per pochi euro, vedersi dare il 60 p.c. delle cifre pagate a titolo di concessione, mentre gli spiccioli di un 20 p.c. passano alle Regioni e altrettanto alle Città e ai Comuni. Evidente lo stretto legame tra la struttura statale ed il grande capitale, prova ne sarebbe la situazione ad Orsera dove è in atto il contenzioso con l’azienda alberghiera “Maistra”. ´´

Mihovilović da parte sua ha evidenziato la prontezza di reazione di “Maistra”, quando la città di Rovigno si era registrata su 60 ettari di terreni, che a suo tempo non erano stati compresi nel processo di privatizzazione. Ora sono beni congelati e inutilizzati da 10 anni per colpa di quel ricorso, che ha permesso l’apertura di un interminabile contenzioso legale.

“A ogni grande impresa turistica in Istria, privatizzata senza versamento di nemmeno una kuna da parte degli odierni titolari, lo Stato ha regalato negli ultimi 15 anni come minimo 50, se non anche oltre 100 milioni di euro a titolo di terreni turistici”: ha asserito Kajin convinto che se il ministro Bošnjaković (Giustizia) ha annullato con molta nonchalance la denazionalizazzione di Daila (il che si considera corretto), potrebbe negare in maniera altrettanto elegante (leggi revisione della privatizzazione) la proprietà sulle imprese conquistata senza spendere nemmeno una kuna da parte dei profittatori di guerra. Il guaio è che lo Stato si include nelle diatribe giudiziarie contro le autonomie locali, continuando a permettere intere stagioni di libero usufrutto di beni – campeggi, coste, spiagge curate ed ereditate dall’era del socialismo.

Previsioni sul caso Daila. “Temo che tutto andrà a finire con verdetto a Strasburgo – ha detto Kajin –, ed allora i benedettini di Praglia – Padova, non riceveranno 186 ettari, così come offerto da Božanić, ma 586, tanto quanto è estesa la tenuta di Daila, mentre alla Diocesi sarebbero dovuti appartenere 272 ettari. Per quanto mi riguarda, non darei alcunché né agli uni né agli altri, con la motivazione che si tratta di proprietà di optanti, ma la politicizzazione fa testo in Croazia, non a Strasburgo”.

Come specificato da Kajin, nel caso della proprietà degli optanti, gli stati di Croazia e Slovenia non restituiscono nulla. Gli optanti devono risolvere le proprie richieste a Roma e non a Zagabria ed a Lubiana. Però, qui si impone la domanda se i benedettini abbiano ottenuto l’opzione o l’espulsione dall’ex Jugoslavia, ovvero se da espulsi avevano solo abbandonato la Jugoslavia.

Si ritiene altresí che difficilmente i conventi di proprietà del Vaticano possano diventare oggetto di proprietà degli optanti dal momento che l’ex Jugoslavia non ha firmato accordi in merito con la Santa sede. Il caso Daila, a giudizio di Kajin, viene usato per attaccare Bozanić e dietro a tanto ci starebbe l’HDZ, in una battaglia nella quale Jadranka Kosor e il partito al potere sfruttano soprattutto la TV nazionale, tanto da far risultare che Tito ebbe migliori rapporti con il Vaticano che l’attuale premier di Croazia.

Manco il leader dell’ex Jugoslavia si sarebbe immischiato nei rapporti ecclesiastici alla pari dell’HDZ e l’ingordigia dei preti avrebbe prodotto più danni alla chiesa nel giro di 15 giorni che i comunisti-ateisti in ben 50 anni.

E, intanto, la Croazia è in dovere di risarcire 5.236 persone espulse dalla Jugoslavia in base alla Legge sulla restituzione dei beni tolti all’epoca del governo jugoslavo… Passata la prima lettura nel mese di luglio, si dovrebbe passare alla seconda. Si tenta di tergiversare, ma gli USA (leggi ebrei) faranno pressioni.

Arletta Fonio Grubiša

543 – Panorama Edit 31/07/11 Daila, la diocesi in ginocchio, come finirà la contesa fra l’Abbazia di Praglia e la nuova realtà in quel di Cittanova?

Come finirà la contesa fra l’Abbazia di Praglia e la nuova realtà in quel di Cittanova?

Daila, la diocesi in ginocchio

di Mario Simonovich

Quel che ci riserva talvolta la scena politica non potrebbe essere emulato dallo scritto­re di teatro con la fantasia più sbri­gliata del mondo. Anche perché, se questi mettesse in scena certe situa­zioni che risultassero troppo diver­genti dal vissuto o dal comune sen­tire, molto spesso non sarebbe cre­dibile. Invece quanto sta accadendo con il convento di Daila, ovvero a Cittanova, mostra che la realtà rie­sce davvero a confondere con rela­tiva facilità la mente di quel sempli­ci di cui parlano i vangeli, annidan­dosi talvolta anche all’interno delle gerarchie ecclesiastiche, impersona­te magari dai massimi reggitori del­la Chiesa. Questa volta la mossa è stata fatta dal papa in persona, che ha sospeso per un solo minuto mons. Ivan Milovan, vescovo di Parenzo e Pola, attribuendo i suoi poteri al ve­scovo vaticano Abrila y Castella, il quale ha potuto così firmare un ac­cordo secondo cui la diocesi istriana e la parrocchia di Daila restituisco­no ai benedettini di Praglia (Padova) gli immobili cittanovesi e un risar­cimento di sei milioni scarsi di euro per imposte e spese giudiziarie. Se la resa in natura fosse impossibile, c’è un alternativa: il versamento di circa 25 milioni di euro. Il vescovo istria­no dev’essersi sentito mancare il te-reno sotto i piedi: l’esborso di una tale cifra significherebbe la banca­rotta e la diocesi si ritroverebbe, alla lettera, in strada.

Il caso manco a dirlo, ha origi­ne con l’avvento del potere jugo­slavo che, usando i ben noti metodi nei confronti dei frati qui arrivati nel 1880, li costringe ad andarsene e na­zionalizza i beni del convento, com­prendenti, oltre agli edifici che si af­facciano su una bellissima spiaggia, anche una vasta area di circa 600 et­tari. Lasciata l’Istria, i religiosi van­no all’Abbazia di Praglia che, per loro tramite, si considera erede del­la proprietà istriana e che, nel tor­mentato iter degli accordi interstatali e relativi indennizzi, verrà risar­cita dallo stato italiano con 1,7 mi­liardi di lire. Senza negare il fatto, venuto in Croazia il tempo della resa dei beni, l’Abbazia richiede l’asseri­ta proprietà.

Nel frattempo però anche in loco la situazione è cambiata. Innanzi­tutto la Croazia ha reso il convento e i terreni alla parrocchia di Cittanova, ovvero alla Chiesa, che a sua volta li ha venduti in parte a priva­ti, così come faceva lo stato con le case degli esuli. Secondo voci non confermate, nell’affare sarebbe coinvolto anche un nome eccellen­te, quello di Mate Vekic, l’impren­ditore croato che è stato anche pre­sidente dell’associazione della mi­noranza croata in Italia. Parte dei terreni è stata inglobata nei campi da golf, cosa che, oltre a favorire un enorme giro d’affari e interessi, ha anche fatto salire vertiginosamente il prezzo delle aree.

Tutto bene fino a quando non si era fatta avanti l’Abbazia di Praglia. Volendo risolvere la questione all’interno, la Santa Sede aveva for­mato una commissione di tre cardi­nali: Attila Nicora, Urbano Navarrete e, fatto non trascurabile, mons. Josip Bozanic, il cui responso è sta­to: restituire. Detto per inciso, non è difficile arguire che se il più impor­tante esponente della gerarchia croa­ta si era allineato sulle posizioni dei due colleghi, non c’erano proprio scappatoie.

Sarà forse per questo che mons. Milovan ha annunciato che si rivol­gerà alla presidente del governo e all’avvocato di stato senza citare in alcun modo il cardinale che sarebbe invece, visto in un ragionamento lo­gico e rispettoso delle gerarchie, il primo riferimento.

Tutto a parte, e da godere, infine, il modo in cui la questione è stata af­frontata dai politici e media croati, locali compresi, che, manco a dirlo, subito hanno parlato di irrdentismo mentre sarebbero bastati un paio di sani riferimenti all’eterno teatrino della politica. •

544 – Il Piccolo 17/08/11 Caso Daila, Bozanic difende il Vaticano

Caso Daila, Bozanic difende il Vaticano
Il cardinale lancia strali alla diocesi istriana nell’omelia in occasione dell’Assunta a Maria Bistrica

POLA Si è riferito indirettamente ma in maniera esplicita all’intricata vicenda di Daila il primate della Chiesa croata, cardinale Josip Bozanic nella sua omelia che qualche media croato definisce drammatica, pronunciata alla liturgia per la ricorrenza dell’Assunta al Santuario di Maria Bistrica. Alla funzione solenne all’aperto, hanno assistito sui 50 mila fedeli provenienti da tutto il paese. L’alto prelato ha detto che il Papa ha subito l’affronto dell’odio e che ultimamente ci sono stati molti tentativi di creare zizzania all’interno della Chiesa. Bozanic ha quindi lanciato un appello all’unità della Chiesa per poter cosi affrontare le sfide nel mutato contesto sociale in cui opera. Nella lotta per la verita su Dio e sugli uomini ha aggiunto, non ci devono far vacillare ne le minacce e neanche gli interessi personali poichè le nostra fondamenta non poggiano sulla realtà materiale e transitoria. Interessante notare che a differenza degli anni scorsi in prima fila tra i fedeli non c’erano le alte cariche dello Stato che nella vicenda di Daila hanno assunto posizioni diametralmente opposte a quelle di Bozanic. Ossia il cardinale è in linea con quanto afferma il Vaticano,che considera la questione inter ecclesiale e appoggia la richiesta dei Benedettini di ritornare in possesso della loro tenuta di Daila dalla quale furono cacciati nel 1948. Secondo il governo croato invece (il presidente della Repubblica Ivo Josipovic non si è ancora pronunciato) i Benedettini non possono rivendicare alcun diritto in quanto risarciti in Base agli Accordi di Osimo. E nei giorni scorsi addirittura il ministro della Giustizia Bosnjakovic con una clamorosa mossa unilaterale ha proclamato Daila patrimonio dello stato croato, ottenendo l’applauso del clero istriano, o meglio dei suoi vertici. Ed ha ordinato al Tribunale di Buie di procedere all’iscrizione sui libri tavolari. La questione però è ancora lungi dall’epilogo e si annunciano battaglie legali che potrebbero durare anni. Sulla vicenda ha parlato in un’intervista pubblicata sul Glas Istre, don Ivan Grubisic di Spalato, ritenuto uno dei sacerdoti croati più influenti che proprio ieri è andato in pensione dopo mezzo secolo di sacerdozio. Ha subito lanciato pesanti frecciate contro i vertici della Diocesi istriana che si sono ribellati al cardinale Bozanic. (p.r.)

545 – Il Piccolo 14/08/11 Pola addio. L’esodo italiano 65 anni fa

Pola addio. L’esodo italiano 65 anni fa

Una manifestazione sotto l’Arena illuminata a giorno e il canto del “Va pensiero” furono il saluto dei profughi alla città

di Mauro Manzin

TRIESTE Pola addio, sessantacinque anni fa, un Ferragosto di lacrime, ma anche di dignità di un popolo pronto a continuare la propria vita nell’identità violata da un liberatore-occupatore violento, che nel nome dell’ideologia comunista aveva gettato la dignità dell’uomo nelle profondità delle foibe. Dall’Arena illuminata a giorno, quella sera il “Va pensiero”

intonato dalle migliaia di coloro che di lì a poco sarebbero diventati esuli risuonò come l’inno dei vinti che si ribellano ancora a chi vuole sottomettere anche le radici sociali e culturali (altro che uso demagogico del coro verdiano di stampo leghista). È l’inizio dell’esodo. Verso la madrepatria. «La gente arrotola i materassi – scrisse padre Flaminio Rocchi uno dei tanti preti che non abbandonò il proprio popolo – schioda i quadri, i lampadari, le porte e gli infissi delle finestre. Nelle case i colpi di martello battono sui cassoni come su bare…». I pochi che rimangono nella Jugoslavia comunista lo fanno per scelta ideologica (pochi invero) più spesso per necessità, a causa di un genitore troppo anziano da condurre via ma anche da lasciare solo, o per non perdere i risparmi di una vita intera, oppure, come fece il vecchio zio Giacomo, per tutti Etto, anziano pescatore scolpito dalle rughe e dalla salsedine che rimase perché lui voleva morire dove era nato, «in malora i s’ciavi, mi resto perché son povero pescador e anche lori ga bisogno de pese». Gli istriani si dividono così in due anime, gli esuli e i rimasti mentre gli jugoslavi irrompono a Pola, si appropriano delle stanze ancora calde di vita e in poche ore cambiano il volto etnico della città dell’Arena. La vita è durissima. Per gli esuli così come per i rimasti. Tacciati di fascismo i primi e di comunismo i secondi. Ma la beffa della storia non finisce qui. Il treno carico di profughi dall’Istria che si ferma alla stazione di Bologna viene sommerso da un mare di insulti, mentre volano schiaffi e sputi, gridati dai comunisti emiliani contro chi, a loro detta, aveva abbandonato la “terra promessa” del socialismo reale. Per informazioni chiedere comunque a quel gruppo di operai monfalconesi che emigrarono nella “terra promessa” jugoslava e si ritrovarono a Goli Otok il lager titino in Quarnero. Ma chi resta è guardato con sospetto e considerato quasi la quinta colonna dell’irredentismo italiano populisticamente riassunto nel motto «ritorneremo». L’esodo culminerà nel gennaio del 1947 sulla motonave “Toscana” carica fino all’inverosimile di profughi e delle loro masserizie, quei saluti strazianti con chi sul molo ci rimane mentre gli ormeggi si staccano dalle bitte. È il crack della storia, la frattura, una sorta di scisma laico di una cultura, la istro-veneta che non smetterà mai di connotare chiese, case e pietre della penisola che si incunea tra Adriatico e Quarnero. Inizia l’odissea, molti giungono in Italia, a Trieste chi non vuole svellere le proprie radici, altri vanno in America o in Australia. Chi resta a Trieste va a vivere nelle baracche dei campi profughi e in molti ci rimarranno fino ad anni Sessanta inoltrati. Tollerati ma non proprio amati dalla gente che molte volte nei concorsi pubblici o nelle assunzioni si vede superata nel punteggio perché non profuga o figlia di profughi. Un’integrazione lunga e difficile dunque, infarcita da tante promesse da chi vedeva nel mare degli esuli un ottimo bacino dove pescare voti. E poi il Trattato di Osimo (1975) e gli Accordi di Roma (1981), sparisce la zona A e la zona B, l’ultimo effetto geopolitico della Seconda guerra mondiale. E per gli esuli un’altra beffa, il loro sacrificio ripagato con poche “noccioline” peraltro mai distribuite. Infine arriva l’Europa, la Jugoslavia che fu di Tito esala il suo ultimo, anche questo cruento, respiro. Nascono Slovenia e Croazia ma nessuno ripudia Osimo, vince il concetto del “pacta sunt servanda”. E i beni svincolati dall’ipoteca ideologica della collettivizzazione non ritornano ai loro antichi proprietari. A chi ha lasciato tutto dietro di sè resta oggi una sola

consolazione: finalmente anche la loro storia relegata nei cassetti della dimenticanza da fieri docenti dell’ideologia ora è diventata storia patria.

Un’attesa durata 65 anni.

546 – Il Piccolo 14/08/11 Beni Abbandonati – Il Conto Fantasma

IL CONTO FANTASMA

La Slovenia e la Croazia si sono impegnate a versare 110 milioni di dollari all’Italia quale indennizzo per i beni abbandonati dai profughi, subentrando così agli impegni sottoscritti dall’allora Jugoslavia con gli Accordi di Roma del 1981. Lubiana ha già esaurito il suo debito facendo affluire su un conto fiduciario della filiale lussemburghese della Dresdner Bank 75 milioni di dollari. Zagabria non ha versato finora neppure un dollaro. Eppure l’Italia nel contenzioso aperto con la Slovenia e la Croazia sui beni abbandonati dai profughi non ha mai tenuto conto della somma depositata presso la Dresdner Bank. Nessun governo negli ultimi vent’anni lo ha neppure preso in esame. L’ultimo accenno ad esso è stato fatto da Massimo D’Alema quando era ministro degli Esteri. In una sua visita a Lubiana affermò che quella somma (110 milioni di dollari) andava rinegoziata in base ai valori odierni del denaro. Ma alle parole non seguì nessun atto concreto da parte della diplomazia italiana. E così i soldi restano lì, in attesa di una decisione.

547 – Il Gazzettino 19/08/11 Raccontare la storica Battaglia di Lepanto (1571) col linguaggio del fumetto?

Raccontare la storica Battaglia di Lepanto (1571) col linguaggio del fumetto?

VENEZIA – Raccontare la storica Battaglia di Lepanto (1571) col linguaggio del fumetto? Una scelta insieme coraggiosa e consapevole, inoltre in un volume di formato importante. Voluto dalla Associazione (e qui già si disvelano motivazioni profonde) Raixe Venete. E affidato per la realizzazione editoriale alla ScantaBauchi. Un lavoro come risultato da parte dei due autori, Danilo Morello per i testi e Michele Nardo per i disegni, di due intensi anni di ricerca e studio compiuti su documenti anche iconografici. Con pagine introduttive che preparano il lettore ad affrontare nei dettagli l’evento.
La curiosità fondamentale del volume è che gli autori fanno parlare veneziani e istriani, dalmati, albanesi, greci, in veneto con coerenti scelte di grafia lessicale, e tutti gli altri, alleati e nemici, in italiano. “Far parlar i Spagnoli in Castillàn o i Turchi inte’l so idioma saria sta na impresa màsa granda”, viene spiegato.
Si respira dalla lettura una manifesta orgogliosa rivalsa di Raixe Venete e collaboratori nei confronti della trascuratezza riservata al passato della millenaria Repubblica di San Marco dai libri (scolastici) ufficiali.
E la sigla editoriale ScantaBauchi ci pare (con indiretta arguzia) molto appropriata.

Piero Zanotto

548 – Il Piccolo 14/08/11 Fiume, Tersatto in festa per le celebrazioni dell’Assunta

Fiume, Tersatto in festa per le celebrazioni dell’Assunta

FIUME Tersatto sorge in cima ad un colle di 135 metri da dove si può ammirare un bellissimo panorama su Fiume e il Golfo del Quarnero. Qui si trova la Chiesa della Beata Vergine Maria che già da sette secoli è luogo di culto e di raccoglimento dei fedeli. Secondo una tradizione, il 10 maggio

1291 gli angeli trasportarono da Nazareth la Casa della Sacra Famiglia a Tersatto e successivamente a Loreto il 10 dicembre 1294. È questo il santuario mariano più antico in Croazia dove da sempre viene onorata la Madonna. E in occasione del 15 agosto, Festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria il colle di Tersatto si appresta ad accogliere l’arrivo di alcune decine di migliaia di pellegrini, provenienti sia da varie parti della Croazia che dall’estero, in primo luogo da Slovenia e Italia che vorranno rendere omaggio alla Madonna. Le celebrazioni in onore della grande festa mariana sono iniziate venerdì con il triduo di preparazione che si concluderà oggi. Le sante messe vengono officiate da fra Venancije Mihaljevic di Zagabria e iniziano alle ore 18.30. Lunedì, 15 agosto, Festa dell’Assunta, saranno numerose le funzioni religiose che si avranno nel corso della mattinata: la prima è prevista alle 6 e l’ultima alle 11.30. In serata alle 18.30 comincerà la processione seguita dalla santa messa solenne che verrà celebrata dall’arcivescovo di Fiume, monsignor Ivan Devcic. Anche quest’anno non sono mancate manifestazioni collaterali: giovedì sera nel giardino del Santuario mariano di Tersatto si è avuto il concerto della klapa Intrade di Zara al quale hanno assistito circa 4 mila persone. Il trattenimento musicale è stato promosso nell’ambito delle celebrazioni del 720esimo anniversario del santuario tersattiano. Da aggiungere che lunedì l’area del santuario sarà interdetta al traffico. Per raggiungere Tersatto si dovrà usufruire dei mezzi pubblici messi gratuitamente a disposizione dall’“Autotrolej”. (v.b.)

549 – Il Piccolo 15/08/11 Carmela Serrentino: Fu l’ultima volta che vidi Zara prima della fine

“storia” testimonianza

Fu l’ultima volta che vidi Zara prima della fine

I ricordi di Carmela Serrentino, figlia del prefetto italiano della città bombardata

Era il 10 agosto del 1943, avevo appena compiuto vent’anni ed ero incinta di pochi mesi. Con mia madre salimmo sull’idrovolante con pochi bagagli per lasciare Zara Non immaginavo che non sarei più tornata nella mia città natale. E in tutti questi anni ho sempre preferito non farlo, e ricordarla com’era sessant’anni fa

Facevamo una vita molto bella, fra scuola, sport, cinema e balletto. Poi arrivammo come profughi nelle Marche. E capii che per noi il paradiso era finito

di Giovanna Pastega

«Ancora me lo ricordo quell’ultimo sguardo sulla mia città… e ancora, se ci penso, sento un tuffo al cuore». A ricordare l’ultima volta che vide Zara prima dei bombardamenti anglo-americani che la distrussero quasi completamente durante la II Guerra Mondiale è Carmela Serrentino, figlia dell’ultimo Prefetto dell’enclave italiana. E’ una donna alta, ancora molto bella, che conserva nei tratti il piglio di un volto fiero e al contempo dolcissimo. Ricorda la bellezza delle mule triestine, ma in realtà le sue origini sono mezze siciliana e mezze croate. La madre infatti era di Metcovich e il padre di Rosolini vicino a Siracusa. Lei da più di 60 anni vive a Venezia. «Da Zara sono andata via che avevo 20 anni e 3 giorni, era il 10 agosto del 1943. Io ero incinta di pochi mesi, mi ero sposata a gennaio. Con mia madre salimmo sull’idrovolante con pochi bagagli. Le mie sorelle erano già sfollate e le abbiamo raggiunte. Non immaginavo che non sarei più tornata. Ho guardato la mia città dall’alto e ho pensato quanto bella fosse… Da quell’istante, che si è fissato per sempre nella mia mente, non l’ho mai più rivista. E dopo, quando è stato possibile tornare, ho preferito non vederla e ricordarmela com’era… Cosa ricorda di quell’ultimo viaggio? «Ricordo che all’idroscalo c’erano venuti prendere tutti gli amici di mio padre. Abbiamo alloggiato nell’albergo dove lui andava sempre e siamo state trattate bene. Poi, quando ci hanno trasferito come profughi nelle Marche, ci hanno fatto salire su un treno tutto di legno strapieno di gente, chiusi lì come bestie…allora ho capito che nulla sarebbe stato più come prima». Com’era la sua famiglia? «Eravamo una famiglia numerosa, sette sorelle e un fratello, poi la mamma e il papà. Abitavamo nella zona più bella di Zara, la Riva Nova, da dove vedevo tutte le isole. So che questa Riva esiste ancora, ma i bombardamenti hanno raso al suolo edifici per oltre un chilometro. Ricordo la mia casa, era bellissima…». Com’era la vita a Zara? «Era magnifica, mi rendo conto oggi che allora vivevamo come in un paradiso! Noi ragazze eravamo tutte molto sportive, facevamo atletica leggera, nuoto, scherma e tanti altri sport anche a livello agonistico.

Andavamo spesso a fare le gare in Italia. Avevamo molti campioni italiani di Zara, ad esempio Ottavio Missoni che correva i 400 m. piani e la Gabre Gabric, che invece si era specializzata nel lancio del disco. Ci davamo tutti molto da fare per tenere alto il nome della nostra città. Si andava a scuola la mattina, poi si faceva un giro in Calle Larga prima di tornare a casa, era una specie di “liston”. Nel pomeriggio dopo aver studiato si andava a trovare le amiche o si andava al campo sportivo o in palestra. La nostra passione però era il cinema! Quanti film ho visto nelle sale cinematografiche della famiglia Mestrovich… E poi c’erano i balletti alla “Società Ginnastica” che aveva le palestre ma anche le sale da ballo, dove ti insegnavano tutti i balli di moda allora: il valzer, il tango (non quello figurato di oggi), il quickstep». E i ragazzi? «C’erano molti bei ragazzi a Zara. Ad esempio proprio Missoni, che allora non aveva ancora propensioni per la moda e pensava più allo sport. Lui era molto amico di mio fratello Piero, che era anche lui un bellissimo ragazzo. Mio marito, Roberto Cecconi, invece l’ho conosciuto allo stabilimento dei bagni. Studiava violino al conservatorio di Pesaro, per questo era spesso via. Ci siamo conosciuti il 9 luglio del ‘40 e poco dopo ci siamo fidanzati. Nel ‘41 è partito volontario in Africa e poi una volta tornato ha fatto il corso allievi ufficiali. Il nostro fidanzamento è stato molto epistolare, ci scrivevamo in continuazione, poi nel dicembre del‘42 mi ha detto che era stufo di aspettare, così ci siamo sposati nella chiesa di S. Simeone a Zara un sabato mattina…». E di suo padre, il prefetto Vincenzo Serrentino, cosa mi racconta? «Prima di diventare prefetto era Segretario Generale dei sindacati dell’agricoltura e del commercio di tutta la Dalmazia italiana. Mia madre mi diceva sempre quanto si era adoperato per la restituzione delle terre agli agricoltori italiani, confiscate durante la dominazione asburgica, tanto che a Zara lo chiamavano in dialetto Vize. Quando scoppiò la guerra gli affidarono il comando della difesa territoriale antiaerea. Poi arrivò l’8 settembre del 1943 e fu il caos: 3 giorni dopo i tedeschi entrarono a Zara.

Le forze militari italiane erano allo sfascio. La città completamente indifesa. La popolazione in quella situazione disperata non sapeva che fare, temeva soprattutto l’arrivo dei partigiani titini ed era preoccupata per le pressioni degli ustascia del nazionalista Ante Pavelic che spingevano verso l’annessione della città ad uno stato indipendente croato. Fu allora, in questa situazione disperata che mio padre accettò la nomina a Prefetto di

Zara: era il 2 novembre 1943. La sera stessa un violento bombardamento fece 160 morti, il 28 una seconda incursione ne provocò altri 200. In poco tempo morirono più di 2.000 persone. Furono momenti tremendi. Pensi che Zara subì in una anno ben 54 bombardamenti. Gran parte degli abitanti a più ondate aveva abbandonato Zara. Tra le macerie rimasero mio padre e il suo vice, che fecero di tutto per prestare assistenza ai feriti e organizzare un minimo di approvvigionamento per la città, che era ormai distrutta e alla fame. Pensi che ancora oggi incontro gente che mi ringrazia per quanto mio padre fece per loro… Ma la fine era ormai vicina. Il 30 ottobre 1944 i tedeschi lasciarono definitivamente Zara e il 1° novembre in città entrarono le bande titine. Mio padre solo allora decise di lasciare la sua terra ma non prima di aver issato sul campanile del Duomo un grande tricolore. Si rifugiò a Trieste finché anche il capoluogo giuliano non cadde in mano agli slavi: fu allora che lo catturarono e lo imprigionarono. Per due anni venne sbattuto da un carcere all’altro della Jugoslavia… poi, dopo uno pseudo-processo, lo fucilarono a Sebenico il 15 maggio 1947. In una lettera d’addio al padre di mio marito, proprio il giorno prima della fucilazione, espresse il suo ultimo desiderio: “Desidero che le mie ossa vengano sepolte nel recinto del cimitero militare di Zara fra i miei fanti. Per Zara ho vissuto e soltanto a Zara il mio corpo potrà trovare riposo”». Le sue spoglie dove sono? «In un campo dove adesso vanno le pecore… Abbiamo fatto domanda per individuare il luogo esatto e recuperare la salma, ma non c’è stato nulla da fare. Da poco è stata inoltrata un’altra richiesta, alla quale il Governo croato non ha ancora dato risposta». Il ricordo più forte di suo padre? «Era sempre presente per noi, io mi sono sempre sentita protetta da lui, era un padre meraviglioso. Ha messo insieme due famiglie, ha sposato mia madre che aveva già 5 figlie e poi ha fatto altri 3 figli, me, Piero e Tina, e ci ha amato tutti allo stesso modo. Era molto giovane e molto aperto come mentalità. Non ci ha mai messo un orario ma noi proprio per questo eravamo sempre puntuali…. A mio fratello, recentemente scomparso, qualche anno fa in occasione della Giornata nazionale del ricordo il Presidente Napolitano ha consegnato la medaglia d’oro alla memoria di mio padre: ci ha fatto molto piacere. Per dirle com’era mio padre… quando si sono sposate le mie sorelle in tempo di pace tutte sono andate in chiesa con la macchina, perchè eravamo una famiglia agiata, ma quando mi sono sposata io eravamo in tempo di guerra e anche se mio padre aveva a disposizione la macchina, per rispetto di quel periodo di grande difficoltà siamo andati a piedi. Lui era uno che in tutte le situazioni sapeva trovare la giusta soluzione».

550 – La Voce del Popolo 13/08/11 Speciale – La nascita, lo sviluppo e… il crollo di San Lorenzo del Pasenatico

di Mario Schiavato

L’abitato, sviluppatosi nell’alto Medioevo, conobbe in passato tempi decisamente migliori
La nascita, lo sviluppo e… il crollo di San Lorenzo del Pasenatico

Le ricerche storico-archeologiche attribuiscono a San Lorenzo (Sv. Lovreč in croato) uno sviluppo che risale all’alto Medioevo. Già in quell’epoca l’abitato era munito di difese consistenti in una cerchia di mura, non molto robusta per la verità, a percorso ovoidale. Ma il piccolo insediamento istriano salì alla ribalta della storia qualche secolo più tardi, allorché venne destinato quale sede governatoriale con giurisdizione sulle terre a sud del fiume Quieto. Era l’anno 1304. A questo periodo risale appunto l’innalzamento della seconda cinta muraria che venne edificata a ridosso della precedente con l’evidente scopo di irrobustire le difese. Due, forse tre porte, si aprivano nelle mura primarie delle quali è superstite la sola meridionale sulla cui chiave di volta è scolpita anche una piccola testa con le orecchie appuntite e spioventi come quelle di un cane, che la tradizione popolare identifica con quella di Attila, anche se costui non s’introdusse mai con le sue orde selvagge nell’Istria. Sei torri, dunque, si innalzarono lungo le mura e la più alta, più tardi, probabilmente nel 1536, venne adibita a campanile della chiesa parrocchiale di San Martino.
Né città né terra né castello, bensì… paisanatico
Proveniente da Parenzo (dove frequentai le medie) spesso dritto in piedi su qualche scassato autobus per poter in qualche modo arrivare a casa, scendendo il mezzo da Monpaderno lungo l’antica via Flavia e oltrepassata la chiesetta col cimitero si arrivava a San Lorenzo del Pasenatico. Molte volte durante quelle andate e quei ritorni mi chiesi che cosa volesse dire quel “Pasenatico”. Ed ecco che parecchi anni dopo ho trovato finalmente la spiegazione ne L’Istria nei suoi due millenni di storia dello studioso Bernardo Benussi. Annota il valido storico rovignese: “… Colla caduta del potere secolare dei patriarchi di Aquileia, nell’Istria vennero a trovarsi di fronte due grandi potenze: Venezia e l’Austria. – in sostanza approdiamo a un periodo di storia abbastanza noto – Venezia possedeva il Marchesato d’Istria, l’Austria la Contea dell’Istria più la città di Trieste. Il Marchesato d’Istria, o Istria veneta, in riguardo della amministrazione si divideva in due parti e cioè: nel complesso dei comuni ed in quello delle terre. Le città comprendevano Capodistria, Cittanova, Parenzo e Pola considerate tali perché sedi vescovili: esse si distinguevano dalle terre per la maggior perfezione delle loro municipalità”. Dunque fino a qui tutto è chiaro. Veniamo ora a quel Pasenatico il cui significato non avevo mai capito. Continua il Benussi: “Quello che non era città, o terre, o castelli, costituiva la campagna o come allora si indicava il ‘paese’ (meglio, in veneto, paise), donde derivò ‘paisanatico’, un aggettivo per il suo complesso”.

La nascita del Capitanato

Più avanti ancora, lo stesso autore annota: “La Repubblica di Venezia (…) definite le questioni per il possesso delle terre istriane, vide la necessità di regolare stabilmente le cose militari nella provincia e in generale, e mantenere sicure e tranquille in particolare le condizioni delle campagne. A tale scopo creò nel 1304 il Capitano del paisanatico – capitaneus paysanatici Istriae (ed è da quel momento che il paese si chiamò San Lorenzo del Paisenatico). “Al capitano (il primo si chiamò Marco Soranzo) spettava il comando militare su tutte le città, le terre e le campagne, la sorveglianza ed il controllo su tutte le truppe, la direzione di tutte le misure di difesa della provincia, il mantenimento dell’ordine e della sicurezza della campagna, l’inquisizione, la procedura ed il giudizio su tutto ciò che stava in relazione con queste sue attribuzioni. Aveva pure la facoltà di prevenire, reprimere e condannare gli atti di ribellione e di comporre le divergenze tra comune e comune. I podestà erano tenuti sotto giuramento a prestargli tutto l’appoggio possibile…”. Fu quindi logico che un paese, il quale ospitava una simile personalità, doveva in qualche modo venire adeguatamente difeso. Ed ecco allora che si inizia tutta la variegata serie di ciclopici lavori per costruire la seconda e più valida cinta muraria…
Il carattere impetuoso di Marin Faliero
Accenneremo ora a una curiosità, meglio a quello che scrisse, a proposito di San Lorenzo, Giuseppe Caprin nella sua più volte citata opera “Alpi Giulie” nel capitolo intitolato “Capitanie del Pasenatico”: “Tra i capitani inviati dalla Serenissima a San Lorenzo troviamo anche quel Marin Faliero, noto per il suo carattere impetuoso, moderato però da sottile ed attenta accortezza. Proprio in San Lorenzo egli salì il primo gradino di quella scala che doveva condurlo alla suprema dignità dello stato… e alla fine, nella mani del carnefice!”. Narra infatti la sua biografia che prima di arrivare a San Lorenzo, (ancora podestà di Treviso), schiaffeggiò pubblicamente il vescovo perché il giorno del Corpus Domini costui era arrivato tardi alla processione. In effetti, dopo vari e importanti incarichi politici, nel 1354 Marin Faliero diventò il cinquantacinquesimo doge della Repubblica di Venezia. Sconfitto però dai genovesi a Portolongo ben presto si scontrò con la classe nobiliare che lo accusò di aver congiurato per instaurare una tirannia e quindi dal Consiglio dei dieci fu condannato alla decapitazione. Caprin aggiunge che “… giunse a Venezia il 5 ottobre 1534 con funesti presagi, imperocché sì fitta era la nebbia, che il bucintoro su cui era salito, non poté avanzare sul Canal Grande e fu duopo che prendesse terra con tutto l’accompagnamento alla Piazzetta, il luogo diventato poi infame per la sua esecuzione capitale…”. E per finire il Caprin aggiunge ancora: “… finì per mano della giustizia, mentre si ordinava poco dopo, di velare la sua immagine già dipinta nel Palazzo ducale e destinata a trasmettere alla posterità l’iconografia di tutti i principi della patria”.

La fine del Capitanato

Il Capitanato del Pasenatico non ebbe comunque lunga vita. Con l’aumento degli acquisti della Serenissima durante il secolo XIV, già nel 1358 venne diviso in due e cioè: quello a settentrione del Quieto (de citra acquam Queti) che venne affidato al capitano residente a Umago e poi a Grisignana mentre quello a meridione del Quieto (de ultra aquam Queti) rimase al capitano di San Lorenzo. Ambedue duravano in carica un anno ed erano in pari tempo podestà della terra ove risiedevano. Non appena però i Veneziani ebbero in loro mano il castello di Raspo (lo avevano comperato per 10.000 zecchini d’oro da Anna figlia di Elisabetta, sorella di Mainardo VII di Gorizia) considerato allora “la chiave della difesa dell’Istria” per la sua posizione e per il suo territorio, il 20 giugno 1394, soppressi i due precedenti capitanati, ne concentrarono il potere in un unico residente a Raspo, e detto perciò Capitanato di Raspo, il quale aveva soprattutto l’incarico di vigilare le tante difese dell’Istria sui confini dell’Austria, padrona della Carsia e della Contea di Pisino.

La torre diventata campanile

Oggi San Lorenzo si presenta racchiuso dall’imponente ma piuttosto trascurata cinta muraria, sormontato a oriente dalla grande torre di difesa (diventata campanile). La pianta interna della cittadina presenta una pianta ogivale originaria, e comprende due file di case romaniche e gotiche (qualcuna ben restaurata). Poi la strada si allarga verso oriente fino a raggiungere il sito dove fu costruita, si crede verso la metà del XI secolo, la basilica a tre navate più volte rifatta di San Martino, la cui costruzione una volta usciva dal perimetro delle antiche mura. Nel XV secolo però, nuovi massicci bastioni la fecero rientrare completamente all’interno, assieme alla loggia e alla piazza selciata in pietra bianca.

«Una rovina di luogo chiuso e forte…»

Ma ecco che il Caprin, nella sua opera già ricordata, aggiunge: “San Lorenzo del Pasenatico, per quanto abbia cercato di liberarsi da ogni avanzo difensivo, è rimasto nulladimeno una rovina di luogo chiuso e forte. Giudicando da quanto non è stato ancora distrutto doveva presentarsi piacevolmente alla vista, con quella sua bastionata interrotta da torri. In piazza esiste ancora il pilo che sosteneva l’asta dello stendardo ed un portico a colonne di pietre che doveva servire di loggia pubblica. La basilica è un monumento che ha tratto in errore molti scrittori”. Il Kandler ad esempio volle reputarla anteriore a quella di Trieste anzi la considerò il primo tempio cristiano della provincia, risalente cioè al IV secolo. Al che il Caprin specifica: “Due particolari di grande importanza sono sfuggiti al nostro operosissimo storico: i capitelli e le tre absidi; è noto che le basiliche antecedenti al VI secolo non avevano che una sola abside centrale. I capitelli poi somigliano a quelli della cripta della Rotonda di Brescia, che risalgono alla fine dell’VIII secolo”. Comunque sia, il fascino che ancor oggi suscita questo vecchio abitato istriano, è notevole. Peccato che anche qui – oltre a parecchie case nuove che stonano in questo ambiente – ci siano molti edifici in completo abbandono, come il grande Palazzo del capitano, che sul retro sta crollando completamente.

Il parroco, il sacrestano e il confessionale

Naturalmente non potevamo chiudere questo “viaggio” senza citare una delle tante leggende che ancora si narrano lungo le vecchie calli di San Lorenzo del Pasenatico. Questa ci è stata raccontata dal signor Lovro Moskin mentre assieme nell’osteria sorbivamo un buon bicchiere di malvasia all’ombra del gelso che cresce prosperoso davanti alla cattedrale.
La leggenda narra che il parroco e il sacrestano del paese vivevano in pace. Però un giorno il primo s’accorse che l’altro gli beveva il vino della messa. E allora gli disse:
– È da molto tempo che non ti confessi. Dovresti proprio farlo!
– Lo farò volentieri…
Entrarono in chiesa e subito il prete si mise la stola e il sacrestano s’inginocchiò al confessionale. Ma quando finì di snocciolare i suoi peccatucci il confessore osservò:
– C’è un peccato che non hai confessato!
– Un peccato? Quale peccato?
– Non sai proprio chi beve il vino bianco della messa?
– Signor parroco, da qui dietro non riesco a sentir bene le sue parole. Forse sarebbe meglio scambiarci i posti…
Sorridendo il prete accettò. Una volta entrato nel confessionale il sacrestano chiese:
– Saprebbe dirmi, signor parroco, chi più di qualche volta va a letto con mia moglie?
– Hai proprio ragione! – esclamò pronto il prete. – Da qui non si sente proprio niente! Va bene, lasciamo perdere. Ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…
Da quel giorno tutto continuò come sempre…

551 – La Voce del Popolo 13/08/11 Cultura – La nostra terra narrata da Flavio Forlani

Premio Giornalistico «Paolo Lettis» 2011 per la trasmissione radiofonica «Verde Istria»
La nostra terra narrata da Flavio Forlani

CAPODISTRIA – La ricchezza e la bellezza dei nostri territori, esaltati solamente grazie all’ausilio della parola. È questo il connubio magico che si cela dietro alla trasmissione radio “Verde Istria”, con la quale il suo ideatore e narratore, Flavio Forlani, pluridecennale giornalista di Radio Capodistria, si è aggiudicato il primo premio giornalistico “Paolo Lettis”, assegnato da Unione Italiana e Università Popolare di Trieste “in abbinamento” con il Consorso d’Arte e di Cultura “Istria Nobilissima” 2011.

Una gratificazione più che meritata, come emerge dalla minuziosa motivazione: “Per l’attualità del tema trattato, per il puntuale e attento lavoro di ricerca fondativo di un’impostazione redazionale chiara e coerente. L’individuazione dei siti naturali meno noti descritti da interlocutori competenti ha consentito la realizzazione di una serie di trasmissioni andate in onda su Radio Capodistria, dedicate al patrimonio ambientale istriano, di indubbia valenza informativa e formativa. La trattazione di un tema ecologico-naturalistico da parte di un giornalista della Comunità nazionale italiana, nella sua originalità, appare sorprendentemente ma pienamente in linea, con la necessità propria della CNI, di tutelare il territorio di insediamento storico degli italiani di Croazia e Slovenia nella sua totalità socio-antropologica e ambientale”.

RICCHE E POLIEDRICHE ESPERIENZE MULTIDISCIPLINARI Ma conosciamo meglio Flavio Forlani. Nato nel 1955 a Fiume, da madre fiumana e padre dignanese, ha frequentato tutta la verticale scolastica in lingua italiana, l’ottennale a Dignano e la media superiore a Pola. Ha conseguito la laurea breve presso la sezione italiana dell’Accademia pedagogica di Pola. Da trent’anni lavora come giornalista presso le testate della Comunità nazionale italiana, prima nel nostro quotidiano “La Voce del Popolo” e ora presso Radio Capodistria. Si occupa di ricerca fin da ragazzo, e ha vinto premi in diversi concorsi, sia per ricerche sia per la fotografia. Attualmente ricopre la carica di presidente della Società Italiana di Ricerca con sede a Capodistria. Recentemente è uscito dalla politica, ma fino poco tempo fa è stato vicepresidente della Comunità autogestita della nazionalità italiana di Capodistria e presidente della CAN costiera.

NEL SUO DNA UN’AUTENTICA PASSIONE PER LE NOSTRE TRADIZIONI Nel corso della sua vasta poliedrica attività ha pubblicato diversi libri, ha vinto un Leone d’Oro al concorso Pavan di San Donà di Piave e una menzione onorevole al concorso di poesia dialettale “Favelà” di Dignano. Ha inoltre vinto alcuni premi a concorsi fotografici e altri per l’attività giornalistica. Nel campo della fotografia ha realizzato una ventina di mostre in Croazia, Slovenia e Italia sui castelli dell’Istria e su immagini caratteristiche dell’architettura istriana.

Nel settore professionale, all’interno del collettivo di Radio Capodistria, è stato ideatore e autore di diversi cicli di trasmissioni legate agli usi, costumi e tradizioni della nostra gente, che hanno avuto anche una diffusione negli istituti scolastici e culturali della CNI, quali “Piccole storie istriane”, “Conte e filastrocche dei nostri nonni”, “I nostri dialetti”, “I giochi dei nostri nonni”, “A casa di…” (ciclo di interviste con connazionali istriani ed esuli). A “Istria Nobilissima” si è già affermato in diverse occasioni. Nel settore del concorso giornalistico ha vinto inoltre tre premi. Il primo con le trasmissioni “Piccole storie istriane”, il secondo con “I nostri dialetti” e il terzo quest’anno con “Verde Istria”.

E proprio in occasione di quest’ultimo riconoscimento l’abbiamo incontrato per un’intervista. Ecco cosa ci ha raccontato.
Carrellata sulla flora e la fauna istriane
Può presentare ai nostri lettori “Verde Istria”?

“Siccome sono sempre stato un amante della natura, fin dalla tenera età, ho ideato e realizzato questa serie di trasmissioni con il titolo di ‘Verde Istria’. Una trasmissione radiofonica intesa a far conoscere ai nostri ascoltatori le bellezze naturali della penisola attraverso le varie zone che hanno un diverso grado di tutela secondo la legislazione croata e quella slovena. Ci sono quindi oltre ai parchi nazionali (Isole Brioni) e quelli regionali (Monte Maggiore, saline di Sicciole, ecc.) anche livelli di tutela più bassi fino a singole piante. Ho ricavato così una quarantina di trasmissioni della durata di mezz’ora ciascuna, nelle quali, con l’aiuto di un esperto, ho presentato quelle che sono le specificità di ogni singola area per quanto riguarda la flora e la fauna e le attività che si svolgono in esse da parte degli enti che ne hanno la tutela”.

Come hanno reagito gli ascoltatori?

“Devo dire che le reazioni sono state molto positive. A Capodistria la gente usava fermarmi per strada a chiedere di che cosa parlerà la prossima puntata. Ho avuto anche la fortuna di avere degli interlocutori molto validi ed esperti, ma soprattutto di svolgere queste chiacchierate in italiano. Sono rimasto sorpreso che in ogni istituzione preposta alla cura di questi territori ho incontrato persone che parlavano un italiano molto buono. Spinto da queste considerazioni positive ho voluto far conoscere anche a un pubblico più vasto e quindi ho inviato alcune copie delle trasmissioni al Concorso ‘Istria Nobilissima’. Scelta che si è rivelata azzeccata”.

Famiglia affezionata a «Istria Nobilissima»
Lei vanta una costante partecipazione a “Istria Nobilissima”.

“Sono da anni un frequente partecipante al concorso, sia come giornalista sia come appassionato di ricerca e di fotografia. Questi tre settori in passato mi hanno dato grande soddisfazione. In realtà, l’intera famiglia Forlani ha alle spalle una ricca adesione al concorso principe della nostra realtà comunitaria. È capitato che sia io, sia mia madre Anita Forlani, che mia figlia Tilli, abbiamo vinto nella stessa edizione. Mia madre con le poesie, io con lavori di ricerca e mia figlia nel settore esecuzione strumentale. Tilli suona, infatti, il clarinetto, e si è da poco laureata al Conservatorio della Svizzera italiana di Lugano. Naturalmente, ci sono stati degli anni nei quali i miei lavori non sono stati reputati degni di segnalazione, ma questo fa parte della vita. Importante è non disperare, ma continuare con l’attività trovando magari argomenti interessanti a una cerchia più ampia di persone”.

Tra tutti i luoghi descritti nella sua trasmissione, qual è secondo lei quello più affascinante?

“Senza ombra di dubbio sono le Isole Brioni. Il piccolo arcipelago, composto da quattordici isole, situato dinanzi a Fasana. Oltre a essere stata la dimora del Maresciallo Tito e ora quella del presidente croato, è soprattutto uno splendido esempio di conservazione della natura, con animali, piante rare e oasi esotiche. Il merito è dell’industriale austriaco Paul Kupelwieser che nel 1883 l’acquistò e avviò i progetti di bonifica e allestimento dei parchi, la sistemazione dei boschi e dei siti archeologici trasformandoli in sanatorio e località balneare alla moda”.

Gianfranco Miksa

552 – Il Piccolo 19/08/11 Il sogno di una Trieste plurale nel “Mio Carso” di Slataper

Il sogno di una Trieste plurale nel “Mio Carso” di Slataper

Una nuova edizione del capolavoro dello scrittore morto in guerra a 27 anni pubblicato dalla casa editrice Mursia con la prefazione di Diego Zandel

di Chiara Mattioni

“Il mio Carso” di Scipio Slataper è uno di quei libri che appartengono al mito di Trieste o alla Trieste del mito che dir si voglia. E siccome i miti hanno in sé un elemento di trasversalità e di eterna attualità, è diventato un classico della letteratura italiana. Perciò, a quasi cento anni dalla prima pubblicazione – nel 1912 per la Libreria della “Voce”- Mursia propone oggi una nuova edizione di queste pagine (in tutto le edizioni sono più di una ventina) con una fine prefazione di Diego Zandel, scrittore di origine fiumana cresciuto da una nonna istriana di dialetto croato, con una speciale sensibilità quindi alla commistione di etnie, che mette a frutto come autore di romanzi, saggista e recensore per varie testate.

In memoria di Gioietta

Slataper, nato a Trieste nel 1888 da madre italiana e padre di origine slovena, richiamando l’archetipo della “Vita Nova” scrive “Il mio Carso” ad memoriam di Gioietta / Anna Pulitzer, suo grande amore di gioventù, morta suicida davanti a uno specchio nel 1910, alla quale indirizzò alcune tra le più belle lettere del nostro patrimonio letterario. Ma l’«autobiografia lirica» di Pennadoro (nome italico che l’autore dà a se stesso nel libro, traducendo dallo sloveno il suo cognome), ambientata sul Carso “duro e buono” della sua infanzia, è molto di più. Quasi un poema, scrive Zandel, «capace di toccare tutte le corde dell’animo», in un’esaltazione panica della natura come elemento rasserenante («io sono una dolce preda che vuole essere inghiottita dalla natura»). Ma è anche documento di valore storico, espressione letteraria dei tormenti di una terra contesa, che nascendo da «una regione aspra e composita, abitata da popoli e lingue diversi», pure negli infuocati prodromi dell’irredentismo non aderisce all’astrazione ideologica di una Trieste solo italiana. Slataper, si sa, sceglie di essere italiano e muore ventisettenne in un’azione di guerra contro gli austriaci, per l’Italia, come tanti giovani intellettuali della sua generazione.

L’irriducibile diversità

Eppure non può non constatare l’irriducibile diversità di Trieste anche dalla nazione a cui si offriva a così caro prezzo. Diversità già a partire dall’ambiente naturale, come rileva Zandel in apertura. La città ha da un lato il mare e dall’altro il baluardo dell’altipiano.

Tra due frontiere

Si trova cioè fra due frontiere naturali, che si aggiungono a quelle artificiali. Nata sui colli, di fronte all’Adriatico, la sua storia parla dei Carni, dei Romani, degli Eruli, degli Ostrogoti, dei Bizantini, dei Longobardi e dei Franchi ma soprattutto delle sue autonomie sì o no, dall’inizio del millennio in poi. Combattuta da Venezia, protetta dall’Austria: prima piccola poi grande, con la Magna Carta di Carlo VI, il porto franco, i privilegi e le franchigie concessale da Maria Teresa e la conseguente valanga di immigrati italiani, slavi, greci e levantini attirati dalla possibilità di far fortuna. Una ricchezza umana che invece di essere valorizzata si è trasformata nel tempo in una smania continua di non poter vantare un’identità, di non poter far parte esclusiva di un’etnia con tutte le tragiche conseguenze. La lezione di Slataper, «interamente affidata all’unico strumento che può arrivare alle intime corde del mistero, cioè la poesia», attraverso i ricordi di chi ha vissuto in una terra di odori, sapori, presenze e lingue diverse che diventano una sorta di patria interiore, va nella direzione opposta, ed è uno degli aspetti su cui Zandel pone l’accento introducendo il testo: il mito di Trieste sta precisamente nella sua impossibile identità, costretta, com’è e come è stata, a virtuosismi ed equilibri fra mare e altipiano, di qua e di là dalle frontiere, e non può certo fondarsi sull’unicità di etnia o di lingua, bensì, al contrario, sulla polifonicità dei contributi di una tradizione letteraria che chiama a testimoni gli autori sloveni a partire da Kosovel per arrivare oggi a Pahor e Rebula.

Il mito di Trieste

“Il mio Carso”, dicevamo, appartiene al mito di Trieste, che è un mito quasi solo culturale. Non è pietra su pietra verso l’alto, ma una pietra qua e una là, un passatoio tra ieri e oggi. Le pietre del passatoio hanno tutte un nome, come le pietre dei caduti del Parco della Rimembranza sul Colle di San Giusto. Per la gloria non della patria ma del mito della città. Slataper, Svevo, Saba, Stuparich; Michelstaedter per la filosofia, Guido Voghera per la matematica; Bolaffio, Timmel, Nathan e Marussig per la pittura; Weiss per la psicoanalisi, Bazlen per la cultura, con annessi ospiti della statura di Joyce: tutti vissuti nel clima dell’impero austroungarico con la testa girata verso il Mediterraneo, hanno costituito inconsapevolmente quel fortunoso passatoio. Perché il mito di Trieste continui a vivere non solo di luce riflessa, dobbiamo permettere che il pluralismo culturale asburgico non sia storia remota ma un ponte verso il domani da costruire.

553 – Avvenire 17/08/11 Lettere – Grata per l’attenzione agli esuli giuliano-dalmati

GRATA PER L’ATTENZIONE AGLI ESULI GIULIANO-DALMATI

Gentile direttore, desidero porgere i più vivi ringrazia­menti per il servizio che Lucia Bellaspiga ha scritto sul raduno di giugno a Pola degli esuli di quella città. Il servi­zio rispecchia compiutamente la gioia e la commozione provate in quei gior­ni e la speranza che si possa continuare nel cammino della riconciliazione e dell’unità di tutto il popolo giuliano-dalmata, come dimostrate anche dalla grande e fattiva partecipazione all’X raduno della Mailing list Histria a Buie. Il 15 luglio scorso, sempre a Pola, è sal­tato l’incontro dei presidenti Napoli­tano e Josipovic con la minoranza au­toctona italiana e gli esuli che aveva­no aderito con entusiasmo. Si spera che il prossimo incontro con i presi­denti, previsto per il prossimo 3 set­tembre, si possa ugualmente tenere nell’Arena di Pola alfine di consentire una larga partecipazione popolare. Il 25 maggio scorso, un gruppo di esuli, sotto l’egida del Comitato romano del­l’Anvgd (Associazione nazionale Ve­nezia Giulia e Dalmazia), ha presen­ziato all’udienza di Sua Santità, Bene­detto XVI, in piazza San Pietro, allo sco­po di manifestare al Santo Padre filia­le gratitudine per la recente visita alla Chiesa madre di Aquileia e di portare il saluto dei cattolici istriani, fiumani e dalmati che hanno mantenuto la fede pur sotto i colpi dell’avversa fortuna.

Eufemia Giuliana Budicin

Roma

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell’ Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell’Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

Advertisements