Rassegna Stampa Mailing List Histria n° 787 – 06 Agosto 2011

Posted on August 8, 2011


Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 787 – 06 Agosto 2011

505 – Istria Europa – Luglio 2011 Commiato (Lino Vivoda)
506 – Il Piccolo 31/07/11 Ratzinger impone l’indennizzo dei Benedettini italiani “sfrattati” da Delia nel dopoguerra. La diocesi di Pola si ribella (p.r.)
507 – Il Gazzettino 31/07/11 Non paga i monaci, vescovo sospeso, il Papa rimuove il presule di Pola
508 – La Voce del Popolo 01/08/11 Ivan Jakovčić: «Una parte dei circoli politici italiani tenta di revisionare gli Accordi di Osimo»
509 – La Bussola quotidiana 03/08/11 Dall’Istria un siluro al Papa (Michele Poropat)
510 – Avvenire 03/08/11 Croazia-Praglia, precisazione della Santa Sede (Fabrizio Mastrofini)
511 – Il Piccolo 05/08/11 Ex convento, la “resa” dei vescovi croati (p.r.)
512 – L’Informazione di Modena 30/07/11 Modena: Foibe, un tema per non dimenticare la storia (Simona Lonero)
513 – Il Piccolo 30/07/11 La Consulta croata nega il doppio voto – Sentenza toglie il diritto alle “piccole” minoranze nazionali. (Andrea Marsanich)
514 – Coordinamento Adriatico Agosto 2011 Rugerius Boscovich: l’emissione filatelica vaticana
515 – Panorama Edit 15/07/11 “Fiume, cent’anni e più secoli alle spalle” Storia, lingua e cultura, un patrimonio che ci appartiene (Bruno Bontempo)
516 – Il Piccolo 01/08/11 Rex, il transatlantico che venne a morire fra Trieste e l’Istria, il suo recupero non è impossibile
517 – Corriere della Sera 01/08/11 Il Medioevo mistico del Vate Gabriele (Giovanni Russo)
518 – Il Piccolo 05/08/11 Gli scorci e le architetture della pittoresca Pirano (Cristina Favento)
519 – La Voce del Popolo 30/07/11 Per aspre serpentine… a Draga di Laurana (Mario Schiavato)
520 – Il Piccolo 02/08/11 La “nuova retorica” sulla storia di Trieste l’intervento di Marco Coslovich

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
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http://www.arcipelagoadriatico.it/

505 – Istria Europa – Luglio 2011 Commiato
COMMIATO

Con questo numero salutiamo i lettori ed annunciamo che il giorna¬le cessa le sue pubblicazioni. Si con¬clude infatti con il 55° Raduno nazionale del Libero Comune di Pola in esilio – a Pola – la nostra ven¬tennale battaglia e l’esperienza di ISTRIA EUROPA, iniziata…..l’altro secolo, con la famosa riunione di Padova nella quale lanciai la propo¬sta di dare vita ad un giornale che accogliesse le nostre istanze, rifiuta¬te da tutta la stampa degli esuli ed addirittura pesantemente avversate da alcuni. Vicende scorbutiche che non starò a ripetere ora: sono ampia¬mente documentate nel mio libro L’Associazione Libero Comune di Pola in esilio.
Furono sollecitamente pronti ad accogliere l’idea gli amici più impe¬gnati dell’ “Ultima mularia de Pola”, riuniti in quell’occasione: manifestaro¬no la loro immediata convinta adesio¬ne Livio Dorigo, Aldo Vallini, Roberto Giorgini, Marina Rangan, Teodoro Ronzitti ed un gruppetto di altri, impegnati sin dall’inizio a sostenere le nostre tesi in ogni occasione. Un gros¬so sostegno l’ebbi anche dalla comuni¬tà di esuli da Pola residente a La Spezia, dove avevo fatto per dieci anni il presidente del Comitato ANVGD e chiuso il campo profughi nel quale avevo alloggiato per otto anni.
Nacque così ISTRIA EUROPA che iniziò la dura battaglia di difesa delle proprie opinioni e di lenta, anno dopo anno, conquista di una platea sempre più numerosa di ade¬renti, che ebbe infine il suo riscontro al Raduno nazionale dello scorso anno di Montegrotto-Padova del Libero Comune di Pola in esilio, quando nel corso del mio interven¬to lanciai il sondaggio su chi fosse disposto a fare il prossimo raduno nazionale per la prima volta a Pola. Tutta l’Assemblea, ad eccezione di una decina di persone, alzò la mano entusiasta. E così in una successiva riunione del Consiglio del Libero Comune di Pola in esilio, a Milano, venne votata la convocazione del 55° Raduno nazionale a Pola nel mese di giugno 2011. Un solo voto contrario ed uno astenuto, quindi un’adesione massiccia. Ma per onor del vero bisogna ricordare che senza l’impegno deciso del gen. Mazzaroli – che nell’assumere la carica di Sindaco del Libero Comune, prima dell’attuale Sindaco Benco, aveva posto come obbiettivo del suo impe¬gno l’attuazione di una linea di poli¬tica associativa che collimava con le nostre istanze, per cui ebbe in nostro appoggio leale – difficilmente si sarebbe potuto, a fronte dei dubbio¬si ed indecisi nonostante il voto deliberativo, giungere ad un risultato positivo.

Nella soddisfazione del risultato conseguito vorrei ora ricordare alcune tappe che considero fondamentali del mio impegno con ISTRIA EUROPA.

1 – Incontro a Brescia con la presi¬dente degli Italiani di Pola, Olga Milotti, alla “Rassegna della Venezia Giulia”, primo incontro ufficiale di esponenti degli esuli e dei rimasti, promosso da Aldo Clemente
2 – Incontro di Pola della delegazio¬ne guidata da me, quale Sindaco del Libero Comune di Pola, in esilio con la Comunità Italiana a Porta Ercole
3 – Incontri al Raduno Mondiale degli Istriani a Pola
4 – Gallignana pranzo dell’amicizia tra esuli e rimasti organizzato tra i lettori di ISTRIA EUROPA
5 – Impegno Livio Dorigo, Mario Quaranta e Lino Vivoda per l’erezio¬ne del Cippo per Vergarolla al Duomo
6 – Denuncia di Vivoda sull’OZNA e Vergarolla pubblicata sul settimana¬le di Zagabria Globus
7 – Adesione alle iniziative della Mailing List Histria col premio ISTRIA EUROPA
8 – Collaborazione al Fondo librario Pertan per la fornitura di libri italia¬ni ai Circoli U.I in Istria
9 – Impegni con conferenze per il giorno del ricordo (undici in varie città italiane quest’anno)
10 – Collaborazione con le Comunità Italiane di Valle e Dignano per l’in¬contro in occasione del Primo Raduno a Pola degli esuli polesani
Ne parlerò più dettagliatamente in altra parte del giornale.
Tutto l’impegno mio e del grup¬po di ISTRIA EUROPA era volto quindi a riallacciare i rapporti esuli e rimasti (non solo italiani ma anche istrocroati, istrosloveni…e istroru-meni) al fine di preservare e traman¬dare la storia, cultura e tradizioni italiane dell’Istria, specialmente nel quadro dell’Europa Unita.
Penso che il tassello messo dal Primo Raduno Esuli a Pola, nella loro città natia, sia un risultato utile in questa direzione. Nel ringraziare quanti ci hanno sostenuto in questi anni e confortato con la loro adesio¬ne ed amicizia, e ricordando con gratitudine anche quelli che “sono andati avanti”, vogliamo sperare bene per il futuro. In attesa che salti anche l’ultimo confine tra Croazia e Slovenia sul Dragonja, e si possa andare direttamente a Pola….in Europa! Come dicevano i latini: spes ultima dea!
Speriamo quindi bene!

Lino Vivoda

506 – Il Piccolo 31/07/11 Ratzinger impone l’indennizzo dei Benedettini italiani “sfrattati” da Delia nel dopoguerra. La diocesi di Pola si ribella
IL COMPLESSO DI DALIA VENNE CONFISCATO AI BENEDETTINI

Convento in Istria, ira papale

La Diocesi di Pola nega l’indennizzo: interviene il Vaticano
Scontro con il Papa per l’ex convento

Ratzinger impone l’indennizzo dei Benedettini italiani “sfrattati” da Delia nel dopoguerra. La diocesi di Pola si ribella

CITTANOVA Chi l’avrebbe mai detto: Papa Benedetto XVI è diventato nemico della Chiesa croata dopo che la sua visita di due mesi fa nel Paese era considerata un evento storico per la nazione, con la premier Jadranka Kosor che lo aveva salutato con la testa coperta da un velo nero, mentre gli alti prelati erano inchinati all’inverosimile. E la televisione pubblica aveva modificato i suoi programmi proprio per seguire la visita del Pontefice, minuto per minuto. Dall’esasperata devozione si è passati a dichiarazioni di guerra giudiziaria in virtù di una presunta grossa ingiustizia subita ad opera dal Vaticano. Nel rispetto del diritto canonico, il Santo Padre ha sospeso per un minuto il vescovo della diocesi di Parenzo-Pola monsignor Ivan Milovan attribuendo i suoi poteri al vescovo vaticano monsignor Abrila y Castella che in 60 secondi ha firmato ciò che Ivan Milovan si era rifiutato di fare. Vale a dire l’accordo secondo cui la diocesi istriana e la parrocchia di Daila restituiscono ai frati benedettini di Praglia in provincia di Padova preziosi immobili e li risarciscono di quasi sei milioni di euro a titolo d’imposte e spese giudiziarie.

Al posto della restituzione naturale (di difficile attuazione, visto che nel frattempo la Chiesa croata ha venduto parte degli immobili contesi) si concede la possibilità di un risarcimento pari a 25 milioni di euro. La vicenda si rifà alla triste storia dei beni nazionalizzati dalle autorità jugoslave nell’immediato Secondo dopoguerra, quando i benedettini di Daila vennero cacciati dalla loro tenuta trovando poi riparo a Praglia, in provincia di Padova.

Nel 1999, nel rispetto della legge sulla denazionalizzazione, lo Stato croato ha assegnato la tenuta di Daila alla diocesi di Parenzo e Pola o meglio alla nuova parrocchia di Daila, ritenuta erede legale dei Benedettini. Questi ultimi però si sono fatti avanti rivendicando l’immobile, che comprende 600 ettari di terra fertilissima e una struttura che in passato è stata convento, poi ospizio per anziani fino al 1989, mentre ultimamente è in stato di abbandono.

Secondo alcuni esperti croati di diritto e il cancelliere della diocesi di Parenzo–Pola Ilija Jakovljevic, i benedettini di Praglia non possono esercitare più alcun diritto sulla tenuta di Daila in quanto hanno già ricevuto il risarcimento di 1,7 miliardi di lire da Roma, nel rispetto degli accordi di Osimo del 1975.

«Nel caso l’accordo fatto firmare dal Papa diventasse esecutivo – aggiunge il cancelliere – verrebbero confiscati i beni della diocesi per cui ci ritroveremmo in strada». Ci sono stati tentativi di arrivare a un accordo tra le due parti, tutti falliti. Alla fine dunque è stato fatto firmare il contestato accordo definito da un’apposita commissione formata dai cardinali Attila Nicora, Urbano Navarrete e dal massimo rappresentante della Chiesa croata, cardinale Josip Bozanic. A quest’ultimo viene apertamente rinfacciato di non essersi opposto alla volontà del Vaticano.

Va segnalato anche che nel frattempo i terreni contesi sono stati urbanizzati per cui il loro valore, considerata la posizione, è salito alle stelle. La Chiesa croata intanto ha segnalato la vicenda al procuratore di Stato Mladen Bajic, in quanto ha ravvisato violazioni dell’accordo tra Zagabria e la Santa sede e delle leggi croate. A favore della diocesi di Parenzo–Pola si è schierato il presidente della Regione istriana Ivan Jakovcic mentre la premier Jadranka Kosor si è limitata ad annunciare un colloquio con il vescovo Milovan.
Secondo autorevoli valutazioni, potrebbe venire aperto il classico vaso di Pandora, tenuto conto che situazioni analoghe sono presenti lungo tutto l’Adriatico e qualcuno parla di possibile italianizzazione della costa. (p.r.)

507 – Il Gazzettino 31/07/11 Non paga i monaci, vescovo sospeso, il Papa rimuove il presule di Pola
IL CASO Quasi un incidente diplomatico che coinvolge ormai le autorità croate e quelle italiane

Non paga i monaci, vescovo sospeso

Il Papa rimuove il presule di Pola che si è rifiutato di risarcire i benedettini dell’abbazia di Praglia

PADOVA – La determinazione dei monaci benedettini dell’Abbazia di Praglia (nella foto grande), nei pressi di Teolo, in provincia di Padova, sta creando un incidente diplomatico tra Santa Sede, Italia e Croazia. Papa Benedetto XVI, infatti, avrebbe sospeso il vescovo di Parenzo e Pola, in Istria, mons. Ivan Milovan, e nominato temporaneamente al suo posto un sostituto da Roma con l’unico incarico di concludere con i monaci benedettini dell’Abbazia di Praglia una procedura per il risarcimento dei beni a loro confiscati in Croazia dopo la fine della Seconda guerra mondiale, per il valore di svariati milioni di euro.

Nel 2002 i benedettini di Praglia hanno fatto domanda allo Stato croato per essere risarciti dei loro averi a Dajla, vicino a Cittanova, dove nel 18/o secolo fondarono un piccolo monastero. Nel 1948, dopo che l’Istria passò alla Jugoslavia comunista di Tito, i benedettini abbandonarono Dajla, e le proprietà furono confiscate dallo Stato jugoslavo. In base al Concordato tra la Santa Sede e la Croazia e alle leggi sulla restituzione dei beni confiscati nel periodo comunista, la parrocchia di Dajla chiese e ottenne la restituzione dell’immobile.
La domanda dei benedettini padovani fu invece respinta dalle autorità croate, in parte anche per il fatto che l’Abbazia di Praglia era già stata risarcita per 1,7 miliardi di lire da parte dello Stato italiano, in base agli Accordi di Osimo. Nel 2006 i benedettini padovani hanno fatto ricorso ai tribunali contro la diocesi di Parenzo e Pola, chiedendo 30 milioni di euro a titolo di risarcimento. Per evitare un lungo processo, la diocesi istriana ha iniziato a negoziare ed è stata formata una commissione, che ha deciso però a favore del monastero e formulato un accordo che prevedeva il pagamento di 6 milioni di euro e la restituzione dei beni. Però dopo una decisione della Conferenza episcopale croata lo scorso gennaio, il vescovo locale si è rifiutato di firmarlo. Di qui la sospensione papale e la nomina di un vescovo “commissario” da Roma con l’unico incarico di firmare l’accordo di risarcimento».
«Questo è un pericoloso precedente, – spiega il cancelliere della diocesi croata – la commissione dei cardinali si è messa al di sopra dei trattati internazionali, e il papa sta usando la sua autorità per costringerci a firmare questo contratto umiliante che segnerà la bancarotta dell’intera diocesi». La diocesi di Parenzo e Pola ha già chiesto la protezione della Croazia, e oggi la premier croata Jadranka Kosor ha detto che «vedrà come può aiutarla». La regione istriana e il presidente Ivan Jakovcic si sono espressi in modo più diretto e hanno accusato le autorità vaticane di violare tutta una serie di accordi internazionali, in primis i Trattati di Osimo, «comportamento che potrebbe gravemente nuocere anche ai rapporti tra l’Italia e la Croazia, nonché al normale funzionamento della vita religiosa in Istria».

508 – La Voce del Popolo 01/08/11 Ivan Jakovčić: «Una parte dei circoli politici italiani tenta di revisionare gli Accordi di Osimo»
IVAN JAKOVČIĆ, INVITA A RIGETTARE SIMILI RICHIESTE DI RESA DEI BEN
«Una parte dei circoli politici italiani tenta di revisionare gli Accordi di Osimo»
“Alcuni circoli politici ed ecclesiastici in Italia cercano di sfruttare l’influenza e il prestigio di Benedetto XVI per tentare di revisionare l’Accordo di Osimo e altri Accordi stipulati tra la Repubblica Italiana e l’ex Jugoslavia”. Il presidente della Regione istriana, Ivan Jakovčić, ritiene che questa sia la ragione per la quale sono sorti i problemi che vedono in primo piano il vescovado di Parenzo e di Pola, aggiungendo che “si tratta di un tentativo flagrante di revisionare gli accordi tra la Repubblica di Slovenia e quella di Croazia (quali successori giuridici dell’ex RSFJ) e la Repubblica Italiana, attraverso un terzo Stato, il Vaticano”.
«TUTTO PERFETTAMENTE CHIARO» Secondo Jakovčić i fatti sono assolutamente chiari in questa vicenda. In altre parole in base “agli accordi e alle norme internazionali sono stati indennizzati tutti gli optanti, compresi i Benedettini di Praglia. Con ciò è perfettamente chiaro che questi non hanno alcun diritto alla restituzione dei beni, né a un ulteriore indennizzo da parte della Croazia o da chiunque in Croazia. “Non si tratta di una questione inerente solamente alla Chiesa, ma di accordi internazionali”, ha rilevato Jakovčić, il quale ritiene che ci troviamo di fronte a un atto unilaterale del Vaticano, ovvero a una violazione dell’Accordo tra la Croazia e la Santa Sede. Il presidente della Regione istriana ha espresso preoccupazione per questo fatto, invitando il governo di Zagabria e il ministero della Giustizia, come tutte le altre istituzioni competenti, a rigettare la richiesta dei Benedettini di Praglia, qualificandola come infondata.

UN PRECEDENTE PERICOLOSO “Qualsiasi delibera delle istituzioni in Croazia creerebbe un precedente legale nei rapporti tra l’Italia e la Croazia. In questo caso, non farebbe bancarotta solamente il vescovado di Parenzo e di Pola, perché ci potremmo aspettare decine di migliaia di richieste simili, le quali metterebbero in forse le proprietà situate nell’ex Zona B, in Istria, a Fiume e in Dalmazia”, ha dichiarato Jakovčić, il quale ritiene che è inammissibile accettare una richiesta che è in flagrante contrasto con gli accordi internazionali e che viola sistematicamente tutte le norme legali. Al contrario, si deve assicurare il rispetto degli accordi internazionali, soprattutto quelli che in passato hanno regolamentato bene i rapporti tra due Stati, come in questo caso”.

RISOLTI EQUAMENTE I NODI STORICI Jakovčić ritiene che i rapporti della Croazia con l’Italia e con la Santa Sede siano di importanza strategica, per cui, se il governo riterrà opportuno effettuare una serie di incontri tra le parti, “è necessario aprire una nuova discussione sui vigenti accordi internazionali. La Regione istriana, però, ritiene che quelli in vigore abbiano risolto tutte le questioni storiche, in maniera legale e giusta”.

509 – La Bussola quotidiana 03/08/11 Dall’Istria un siluro al Papa
Dall’Istria un siluro al Papa

di Michele Poropat

«Roma locuta, causa finita». Questa citazione dai Sermones di Sant’Agostino un tempo significava che dopo una decisione presa dalla Santa Sede su una particolare questione, essa doveva considerarsi definitivamente chiusa. Nella Chiesa di oggi questo non vale più, neppure presso un episcopato, quale quello croato, in passato considerato tra i più fedeli al Santo Padre. Protagonista di questa storia di aperta ribellione al Papa è il vescovo di Parenzo-Pola, Istria, mons. Ivan Milovan.
Questi non ha accettato la decisione della Santa Sede, frutto dei lavori di una Commissione composta da tre membri cui faceva parte anche l’arcivescovo di Zagabria, cardinal Josip Bozanic, di risolvere in favore dei benedettini di Praglia (Padova) una disputa tra questi ultimi e la diocesi di Parenzo-Pola circa la proprietà dell’ex-abbazia benedettina e di 380 ettari circostanti siti nei comuni della parrocchia di Daila, tra Cittanova e Verteneglio. Il vescovo non ha voluto controfirmare il provvedimento, obbligando il Papa a sospenderlo temporaneamente dalle sue funzioni e ad affidare la firma al vescovo spagnolo Santos Abril y Castello, ex nunzio apostolico in Serbia e Slovenia, attualmente vice-camerlengo di Santa Romana Chiesa.

L’abbazia e i terreni circostanti erano stati confiscati ai benedettini italiani nell’ambito del processo di nazionalizzazione attuato dal 1945 dal regime comunista jugoslavo ai danni di tutte le persone fisiche e soggetti giuridici, in particolar modo dei “nemici del popolo”, quale era considerata la Chiesa cattolica, e tendente a eliminare la proprietà privata. Con la dissoluzione della Jugoslavia e la formazione, negli anni Novanta del secolo scorso, dei nuovi Stati sovrani retti da un sistema democratico-parlamentare, fu deciso – come del resto anche nelle altre giovani democrazie dell’Est europeo – di restituire ai legittimi proprietari tutti i beni privati che erano stati loro sottratti per diventare proprietà sociale. In Croazia ciò avvenne con l’approvazione della Legge sulla compensazione per le proprietà espropriate ai tempi della forma di governo comunista jugoslava, entrata in vigore il 1° gennaio 1997.

La diocesi di Parenzo-Pola afferma che la decisione della Santa Sede è errata nella sostanza, in quanto i benedettini di Praglia non sarebbero stati proprietari, ma solamente usufruttuari dell’abbazia e dei terreni circostanti, che appartenevano al conte Francesco Grisoni. Lasciando l’abbazia nel 1948, i benedettini italiani avrebbero perso il diritto di usufrutto di questi beni, che secondo il lascito testamentario del conte Grisoni sarebbero passati a una pia istituzione costituita a tale scopo, e in mancanza di essa, secondo il Codice di Diritto Canonico, alla diocesi locale.
Inoltre, sempre secondo la diocesi istriana, i benedettini di Paglia non avrebbero diritto a ricevere questi beni in quanto essi sarebbero già stati indennizzati per la loro perdita a seguito dei trattati di Osimo e di Roma, con i quali erano state regolate le pendenze rimaste in sospeso tra Italia e Jugoslavia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Un’eventuale nuova assegnazione dei beni ai benedettini italiani violerebbe quindi questi accordi internazionali, la legge croata e le decisioni dei tribunali croati che avevano già respinto ogni richiesta dei religiosi.

La diocesi inoltre lamenta che la restituzione in toto dei beni è impossibile, essendo parte di questi già stata venduta, e il risarcimento ai benedettini stabilito in caso di mancata restituzione, circa 5 milioni di euro, trascinerebbe la diocesi stessa alla bancarotta.

Ieri la Sala stampa della Santa Sede ha diffuso un comunicato sulla vicenda, definita “di natura prettamente ecclesiastica”, ripercorrendo la vicenda fin dall’istituzione della commissione di cui sopra nel 2004. La Santa Sede afferma di aver sempre tenuto in debito conto le posizioni della diocesi di Parenzo-Pola, il cui vescovo viene però ritenuto responsabile di aver rifiutato qualsiasi accordo, anche con “azioni unilaterali”. La decisione della Santa Sede – dice ancora il comunicato – “mira esclusivamente a ristabilire la giustizia dentro la Chiesa”, per cui dispiace che la vicenda sia “strumentalizzata a fini che cercano di presentarla in chiave politica e demagogica, come se intendesse danneggiare la Croazia“.

Aldilà delle ragioni nella disputa è proprio quest’ultimo aspetto lamentato dalla Santa Sede che rende la vicenda scandalosa, per la Chiesa, e pericolosa, per i risvolti politici che sta prendendo.
E’ infatti già indecorosoe fonte di scandalo che una diocesi e un ordine religioso si combattano pubblicamente ormai da anni a colpi di carte bollate, davanti ai tribunali civili e alla Santa Sede, per dei beni destinati, data la loro prossimità al mare, a essere venduti a caro prezzo per crearvi strutture di turismo di lusso, e quindi essere fonte di lauto guadagno per il venditore.

E il protagonista in negativo di questi giorni è proprio monsignor Milovan. Non contento di avere platealmente rifiutato l’obbedienza al Papa, il vescovo ha dato in pasto il conflitto all’opinione pubblica istriana e croata, già di per sé mal disposte verso il Papa e la Chiesa, e basterebbe visitare in questi giorni i forum su Internet per trovarli pieni di insulti irripetibili nei confronti di Benedetto XVI. Così una venale contesa interna alla Chiesa su questioni di proprietà di terreni ha assunto il carattere di crisi internazionale tra la Croazia, la Santa Sede e, suo malgrado, l’Italia. Volendo infatti sfruttare l’insofferenza che regna nel Paese per il fatto che i principali beni strategici croati – le banche e le principali industrie in precedenza di proprietà dello Stato – sono finite nella quasi totalità in mano a stranieri, dalla diocesi si è sottolineata con disappunto la nazionalità dei beneficiari, così che questa decisione della Santa Sede è finita per apparire a vantaggio “degli italiani”, con il concreto rischio che subiscano la stessa sorte altri beni ecclesiastici siti in Dalmazia e un tempo proprietà di soggetti religiosi italiani.

Incredibile a dirsi, da qui si è subito giunti a vedere in questo fatto un tentativo di cedere l’Istria e la Dalmazia all’Italia, sentimento del quale si sono fatti interpreti il Presidente della regione istriana, Ivan Jakovcic, nonché l’ex presidente croato Stjepan Mesic, il quale, nel tono sguaiato che gli è consueto, ha affermato che la questione è frutto di «pretese territoriali italiane mascherate da motivi religiosi».

Anche dal vescovo monsignor Milovan e dai suoi più stretti collaboratori sono giunti toni e affermazioni sopra le righe e indegne delle posizioni che essi occupano. Il cancelliere della diocesi di Parenzo-Pola e parroco di Daila, Ilija Jakovljevic, ha dichiarato che il fatto di dovere pagare l’eventuale somma dovuta ai benedettini rappresentati dall’ente croato Abbazia d.o.o. (in Croazia fino a pochi anni fa gli italiani potevano acquistare immobili solo attraverso una società locale), con sede a Pola ma con conto corrente bancario in Germania, «puzza di riciclaggio di denaro sporco». La diocesi ha denunciato il Papa e la Santa Sede alla Procura Generale in quanto, come già detto in precedenza, essa ritiene che la decisione in favore dei benedettini contravvenga alle leggi dello Stato e ai trattati di Osimo e Roma. Il vescovo di Pola-Parenzo si è inoltre incontrato con la premier Jadranka Kosor e il Presidente della Repubblica Ivo Josipovic per chiedere loro di intervenire in favore della diocesi presso la Santa Sede. Che un vescovo cattolico denunci il Papa e la Santa Sede alla magistratura e chieda protezione alle autorità dello Stato contro il Papa stesso è un fatto a dir poco inaudito.

L’aspetto tragico della vicenda è che questa abbazia rappresenta una memoria storica della sofferenza della popolazione italiana e più in generale della Chiesa cattolica sotto il regime comunista jugoslavo alla fine della Seconda guerra mondiale. Come scrive infatti “La Voce del popolo”, quotidiano della minoranza italiana in Istria e nel Quarnero, «la parte triste della storia è che gli ultimi monaci presenti a Daila (…) vennero deportati, imprigionati e processati con (false?) accuse da parte del regime jugoslavo. Vennero condannati ai lavori forzati per sfruttamento, contrabbando, appropriazioni indebite e altre accuse che, suppongono molti, avevano il solo scopo di sottrarre ai monaci i possedimenti per nazionalizzarli, ma soprattutto per annientare il ricordo del loro operato a favore del prossimo».

I cattolici croati assistono sbigottiti a un conflitto aperto tra un loro vescovo e la Santa Sede, tanto più che esso è causato da venali motivi di interesse. Questi sono i frutti amari del fatto che un po’ ovunque, troppo spesso sacerdoti e vescovi si improvvisano manager aziendali e uomini d’affari, dimenticando la natura della loro missione sacerdotale di pastori delle anime, e provocando spesso danni irreparabili ai beni delle comunità e istituzioni loro affidate.

Per quanto riguarda in particolare la Slovenia e la Croazia, si può dire che le leggi di restituzione dei beni sottratti al tempo del comunismo, delle quali la Chiesa cattolica e le sue istituzioni hanno abbondantemente beneficiato, abbiano rappresentato una vera e propria maledizione per queste Chiese locali. Abituate a vivere per quasi mezzo secolo nella ristrettezza, nell’indigenza e nella costante persecuzione da parte del regime comunista – forse proprio per questo motivo esse rappresentavano una fulgida testimonianza di vita cristiana -, all’improvviso si sono ritrovate ricche di una notevole quantità di beni e abbondanti finanziamenti dello Stato, scoprendo di non essere capaci ad amministrarli e lasciandosi fagocitare da una mentalità capitalistica che è diametralmente opposta alle esigenze del Vangelo.

E’ avvenuto così che a Maribor, in Slovenia, la locale diocesi abbia pensato di investire le enormi ricchezze derivanti dalle restituzioni dei beni confiscati gettandosi a capofitto nel mondo della finanza e dell’imprenditoria, costituendo tra l’altro una banca, holding finanziarie, società immobiliari, partecipazioni in un gran numero di società e un’impresa di telecomunicazioni che si occupava di Internet, telefonia mobile e di trasmissioni televisive via cavo (nell’offerta di quest’ultimo segmento erano inclusi anche film pornografici). Il fallimento della banca, della società di telecomunicazioni e della galassia di attività che gravitava attorno a esse, ha provocato un buco di 800 milioni di euro, mettendo sul lastrico migliaia di fedeli che in buona fede avevano investito denaro in queste aziende di proprietà della Chiesa, e portando la diocesi al fallimento.

Lo stesso avviene in Croazia, dove i giornali riportano spesso scandali di natura finanziaria e perdite di denaro a causa di cattivi investimenti da parte di soggetti ecclesiali. La recente costruzione a Zagabria di una nuova e fantasmagorica sede della Conferenza Episcopale croata, in buona parte finanziata dalla Conferenza Episcopale italiana (in questo caso gli “italiani” sono stati bene accetti, in quanto generosi elargitori di denaro), ha provocato molte perplessità tra il popolo cattolico croato in questo periodo di crisi e di difficoltà della maggior parte della popolazione, tanto che non pochi parroci hanno segnalato l’improvvisa diminuzione della raccolta di denaro delle questue domenicali.

510 – Avvenire 03/08/11 Croazia-Praglia, precisazione della Santa Sede
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La Sala stampa vaticana sul caso delle proprietà venutesi a trovare in terra croata dopo la ridefìnizione dei confini

VATICANO. La Sala stampa della Santa Sede è intervenuta ieri con un comunicato sulla controversia tra la diocesi croata di Parenzo e Pola e il monastero benedettino di Praglia, in provincia di Padova, nell Italia settentrionale. Si tratta di una vicenda che riguarda le proprietà e ha origine dalla definizione dei confini tra i due Paesi dopo la Seconda Guerra Mondiale e dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Dal 2008 ha lavorato all’accordo una specifica commissione cardinalizia, le cui decisioni unanimi sono state approvate dal Papa nel dicembre 2010. La Sala stampa vaticana precisa che «si è disposto che le proprietà immobiliari interessate ancora in possesso della diocesi siano trasferite in capo all’ente croato Abbazia d.o.o. interamente partecipato dall’abbazia di Praglia, ripristinando così, per quanto ad oggi possibile, la condizione determinata dalla volontà testamentaria del donatore originario che, a causa di vicissitudini storiche, per molti anni non è stata rispettata». Inoltre, spiega il comunicato, «è stato richiesto alla diocesi di risarcire l’abbazia di Praglia, a titolo di indennizzo per i beni che la diocesi ha previamente alienato o che comunque non sono restituibili». La misura di tale indennizzo, aggiunge la Sala Stampa, «è da ritenersi meramente forfettaria, in quanto il valore dei beni già alienati dalla diocesi è di gran lunga superiore». Il comunicato fa notare che la questione è di specifica pertinenza ecclesiastica e lamenta che il vescovo di Parenzo e Pola, inizialmente a favore dell’accordo, se ne sia ritirato, rendendo necessaria la nomina di un apposito commissario da parte del Papa, nella persona di monsignor Santos Abril y Castello, con potere decisionale su questa specifica questione.il comunicato si è reso necessario dopo le ricostruzioni dei giornali croati che fanno intendere si voglia «danneggiare» la Croazia. Ieri comunque anche il primo ministro croato ha annunciato che il governo si occuperà della vicenda e ha annunciato che ha richiamato d’urgenza dalle vacanze l’ambasciatore croato presso la Santa Sede, Filip Vucjak.

Fabrizio Mastrofini

511 – Il Piccolo 05/08/11 Ex convento, la “resa” dei vescovi croati
Ex convento, la “resa” dei vescovi croati
La Conferenza episcopale accetta la decisione del Papa sull’indennizzo ai frati italiani.

POLA Svolta probabilmente decisiva nella controversia tra la Diocesi istriana e i Frati benedettini dell’Abbazia di Praglia (Padova). Il Consiglio permanente della Conferenza episcopale croata composto dagli arcivescovi di Djakovec–Osijek Marin Srakic, di Zagabria cardinale Josip Bozanic, di Spalato-Makarska Marin Barisic e di Fiume Ivan Devcic si è espresso per rispettare la decisione del Papa sulla restituzione del monastero di Daila e relativi terreni ai monaci italiani. Nel comunicato stampa diffuso ieri dal Consiglio all’indomani della sua riunione, si dice che la vicenda va osservata come questione intra ecclesiale. «Noi vescovi restiamo uniti nel rispetto delle decisioni del Santo padre, della Santa sede e delle altre istituzioni ecclesiastiche» si legge. La nota suggerisce che sarà rispettata la conclusione della commissione cardinalizia (vi ha fatto parte anche il card. Bozanic) che dopo anni d’intricate procedure giudiziarie nei tribunali croati, ha restituito il monastero di Daila e i terreni circostanti ai Benedettini. Nel comunicato inoltre si esprime appoggio alla sospensione da parte di Benedetto XVI del vescovo istriano per così dire ribelle Ivan Milovan. Si era rifiutato di firmare l’atto notarile per la cessione della tenuta di Daila e il pagamento dell’indennizzo per i beni venduti. Il Consiglio ha quindi espresso il giudizio che la vicenda sulla tenuta di Daila è sorta in seguito all’azione dei regimi fascista e comunista che perseguitavano le persone ritenute “non idonee”, privandole dei diritti umani fondamentali e sequestrando beni ai singoli e alle istituzioni. E in questa dolorosa situazione – così ancora il Consiglio – vennero a trovarsi i Benedettini. La scottante questione continua però a dividere la Chiesa in Croazia. Il clero istriano (80 parroci) riunito ieri a Pisino ha reagito molto negativamente al comunicato di Zagabria, chiedendo la riunione d’urgenza della Conferenza episcopale croata al completo. Al contempo è stata espressa piena solidarietà al vescovo della Diocesi di Parenzo Pola Ivan Milovan che invece vorrebbe restituire la tenuta di Daila allo Stato croato. Il cancelliere della diocesi, Ilija Jakovljevic, che nei giorni scorsi ha usato toni di fuoco contro il Vaticano, si è spinto oltre dicendo che lo Stato sarà risarcito anche dei terreni di Daila già venduti.
Ora si attende la reazione da parte del governo: finora ha respinto la richiesta dei Benedettini italiani in quanto – dice – già risarciti in base agli Accordi di Osimo. (p.r.)

512 – L’Informazione di Modena 30/07/11 Modena: Foibe, un tema per non dimenticare la storia
IL CONCORSO Promosso dall’Usp, potranno partecipare tutti gli studenti delle medie e delle superiori

Foibe, un tema per non dimenticare la storia
Come premio una targa e un buono per i libri. Vallini: «Ricordiamo il passato superando le divisioni»

Sono un fiume in piena: i profughi dell’Istria e della Dalmazia hanno voglia di parlare delle loro storie, dei tanti amici e parenti che hanno fatto il loro stesso percorso da Italiani verso l’Italia, dopo che le loro terre sono di¬ventate straniere.
E’ la storia di chi ha vissuto per 16 anni al Campo di Fossoli o 5 anni in via Caselle 10 a Modena, e infine di chi era considerato fascista perché fuggito dal confine est. E per questo gioisco¬no di fronte al Premio Città di Mode- . na, frutto del protocollo d’intesa fra Ministero dell’Istruzione, Ufficio sco¬lastico regionale per l’Emilia Romagna, ambito territoriale per la Provincia di Modena, e Associazione Nazionale Ve¬nezia Giulia e Dalmazia, comitato pro¬vinciale di Modena.
Gli studenti delle scuole medie e supe¬riori, potranno partecipare al Concorso con un elaborato sulle vicende del dopo guerra attorno al confine orientale italia¬no. Saranno scelti i due migliori lavori, e premiati in un evento pubblico, con una targa, e un buono per l’acquisto dei libri scolastici per l’anno successivo. «E’ un’iniziativa – spiega il dirigente scolastico provinciale, Gino Malaguti -che si colloca nel quadro dello studio della storia della seconda parte del ‘900 entrato nei programmi ministeriali re¬centemente. I giovani hanno bisogno di stimoli concreti per appassionarsi agli argomenti. Il campo di concentramento di Fossoli è da sempre un grosso centro di interesse per gli studenti. Il Premio è pensato in questa ottica di esperienza concreta».
La storia degli esuli e gli eventi legati alla tragedia delle Foibe sono un pezzo di storia spesso dimenticata, che grazie ad iniziative come l’istituzione della Giornata del Ricordo, e il monumento di fronte al Tem¬pio oggi sono entrati nei libri di storia: «C’è comunque il rischio che si torni nell’oblio – spiega il generale Giampaolo Pani presi¬dente dell’associazione Vene-zia Giulia e Dalmazia – se è vero che da un sondaggio di 6 anni
fa, le vicende legate alle foibe e-rano note al 45% degli intervi¬stati e un anno fa questa per¬centuale è scesa al 38%. Non bastano le iniziative comme¬morative, per quanto giuste. Occorre entrare nelle scuole, e dare testimonian¬za, e il Premio sarà un’occasione farlo».
«Vogliamo provare a ricordare supe¬rando le divisioni – spiega Gigi Vallini, dell’associazione degli esuli – per questo nei prossimi anni promuoveremo un premio simile in Bosnia, Croazia e Slove¬nia, quando tutte entreranno a far parte della Unione Europea. E sempre per questo pubblicheremo a ottobre un te¬sto con la raccolte delle tante testimo¬nianze dei profughi».

(Simona Lonero)

513 – Il Piccolo 30/07/11 La Consulta croata nega il doppio voto – Sentenza toglie il diritto alle “piccole” minoranze nazionali.
La Consulta croata nega il doppio voto

Sentenza toglie il diritto alle “piccole” minoranze nazionali.
Scoppia la protesta della comunità italiana. Kosor sorpresa

VERDETTO POLITICO Il deputato Radin si dice stupefatto per la decisione assunta e teme un clima pesante al concerto di Pola alla presenza di Napolitano

di Andrea Marsanich

FIUME Niente doppio voto alle piccole minoranze nazionali, tra cui quella italiana, niente diritto alla comunità serba ad avere tre seggi garantiti al parlamento croato tramite voto politico. Ieri le comunità nazionali minoritarie in Croazia hanno avuto la sensazione di essere investite da un Tir nell’apprendere la sentenza della Corte costituzionale che abroga parte della Legge costituzionale sui diritti delle minoranze nazionali, definendola “tout court” anticostituzionale. A nulla è valso il fatto che il doppio voto, etnico e politico, fosse inserito nella Costituzione e poi nella legge di tutela delle minoranze e anche nella normativa che regola l’elezione dei deputati. Peggio ancora, è stato calpestato uno degli articoli della legge di attuazione della Costituzione che vieta di mutare il modello elettorale delle politiche a meno di un anno dal voto.
Per le parlamentari si andrà alle urne il 4 dicembre e dunque si è abbondantemente fuori tempo massimo. I giudici della Consulta croata se la sono cavata (per modo di dire) sentenziando che tale regola non vale per le elezioni dei deputati minoritari. Il verdetto non ha sorpreso più di tanto il presidente dell’Unione italiana e deputato dei connazionali al Sabor, Furio Radin. «Sono ormai 20 anni nel mondo della politica croata – spiega – e devo dire che non è facile stupirmi, impresa riuscita ai magistrati costituzionali affermando che il divieto di ritoccare il modello elettorale entro 12 mesi dalle legislative non riguarda le minoranze nazionali. Non so quali interpretazioni bizantine abbiano portato a questa valutazione.
La Consulta ha emanato una sentenza politica: potrebbe portare a una crisi costituzionale». «Sono stati infatti cassati interi articoli della Legge costituzionale – aggiunge – sulla tutela delle minoranze, aprovata in modo unanime dal parlamento. È stata recata offesa al Sabor e anche al presidente della Repubblica Ivo Josipovic, che aveva firmato la legge senza obiezioni. Attendiamo con impazienza una sua reazione». Radin ha fatto sapere che con i colleghi deputati minoritari si muoverà in diverse direzioni: informerà i Paesi amici dell’Unione europea e non su questo scandalo; valuterà se ricorrere in appello alla Corte europea per i Diritti umani di Strasburgo, quindi metterà in moto il meccanismo per mutare la legge sulla Corte costituzionale, per impedire a persone con trascorsi politici o parlamentari di diventare giudici costituzionali. «Per costoro è difficile essere obiettivi – così Radin – avendo anche un passato di crociate contro le minoranze nazionali. Vogliamo che la futura Consulta si occupi meno di politica e più di Costituzione». Per il presidente Ui, dietro il verdetto ci sono interessi trasversali del centrodestra e del centrosinistra ma non quelli del governo che aveva accettato il doppio voto. «La sentenza – conclude – farà la felicità di tante persone alle quali le minoranze disturbano. Il mio progetto è di continuare a disturbare queste persone ancora a lungo. Concludo dicendo che la nostra Comunità nazionale caldeggia il concerto del 3 settembre a Pola, alla presenza del Presidente Napolitano. Bisognerà però vedere quale sarà l’atmosfera, oggi molto pesante».

Gli appartenenti alle minoranze continueranno pertando a essere discriminati alle urne, come avvenuto finora: dovranno scegliere se votare il proprio candidato etnico, oppure cerchiare il nome di partiti, coalizioni o liste indipendenti. Non sarà possibile esercitare entrambi i voti. Anche la premier Jadranka Kosor si è detta meravigliata per il verdetto della Consulta presieduta da Jasna Omejec («Farà discutere») mentre il leader delle opposizioni, il socialdemocratico Zoran Milanovic, ha dichiarato che una simile decisione, a quattro mesi dal voto, andava presa molto prima.

514 – Coordinamento Adriatico Agosto 2011 Rugerius Boscovich: l’emissione filatelica vaticana
Rugerius Boscovich: l’emissione filatelica vaticana

Negli ultimi giorni del 2010 è stato reso pubblico il progetto dello Stato della Città del Vaticano per l’emissione congiunta Vaticano-Croazia di un francobollo commemorativo del terzo centenario della nascita dello scienziato raguseo Ruggiero Giuseppe Boscovich. In base a quanto le indicazioni filateliche vaticane indicavano, tuttavia, la grafia del nome sarebbe stata posta sul francobollo secondo la trascrizione croata: Ruder Josip Boskovic.
Di fronte a tale iniziativa, l’Associazione Coordinamento Adriatico – con lo storico e filatelico Bruno Crevato-Selavaggi e le associazioni di esuli rappresentate da Renzo Codarin, Franco Luxardo e Lucio Toth – hanno indirizzato nel dicembre 2010 al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano alcune comunicazioni dove si acclarava, sulla scorta delle fonti d’archivio e della seguente storiografia, l’evidenza di tale improprietà storico-identitaria.
La Redazione di «Coordinamento Adriatico», ricevendo copia del bollettino numismatico-filatelico vaticano, ha appreso con viva soddisfazione come l’emissione vaticano-croata riporterà a partire dal 13 settembre 2011 – in luogo della traslitterazione in croato – la dizione latina del nominativo dello stesso scienziato dalmato: Rugerius Boscovich.
Il bollettino indica anche, coerentemente, all’interno delle schede plurilingue (tedesco, spagnolo, italiano, francese e inglese) il luogo di nascita del gesuita Boscovich come segue: «Nato a Ragusa di Dalmazia (Dubrovnik)».
L’Associazione Coordinamento Adriatico ringrazia pertanto sentitamente l’Ufficio filatelico e numismatico dello Stato della Città del Vaticano per la sollecitudine e l’attenzione dimostrata in questa congiuntura verso le istanze storiografiche di verità e correttezza segnalate da questa Associazione, da FederEsuli e dai suoi collegati a partire dallo scorso dicembre.
Indicazioni tecniche dell’emissione filatelica congiunta Città del Vaticano-Croazia dedicata a RUGERIUS BOSCOVICH : Numero valori: 1. Valore facciale: € 3,30. Formato: 48 x 31 mm. Dentellatura: 14.2 x 14.2. Foglio da: 10 francobolli. Dimensioni del foglio: 116 x 175 mm. Tipo di Stampa: offset. Stamperia: Printex (Malta). Prezzo delle serie: Euro 3,30. Tiratura max.: 150.000 serie complete.

515 – Panorama Edit 15/07/11 “Fiume, cent’anni e più secoli alle spalle” Storia, lingua e cultura, un patrimonio che ci appartiene
«Fiume, cent’anni e più secoli alle spalle» di Giacomo Scotti: itinerari urbani del passato e un invito alla riflessione su memoria e identità
Storia, lingua e cultura, un patrimonio che ci appartiene
di Bruno Bontempo
C’è qualche pensiero che mi torna in mente ogni qualvolta si apre una finestra sulla storia della città di Fiume. Ed è stato così anche quando sono andato a sfogliare il libro “Fiume, cent’anni e più secoli alle spalle”, l’ultima fatica dello scrittore e poeta connazionale Giacomo Scotti, edita dal Consiglio della minoranza nazionale italiana per la Città di Fiume, che tuttavia ha un altro carattere e si propone come una “passeggiata storica”, con un excursus sul passato, un identikit della città e un’analisi sul boom economico e l’espansione industriale che il capoluogo quarnerino stava vivendo in quel periodo.
Una città che offriva lavoro e leggi liberali e che nel primo decennio del ‘900 divenne la seconda città dell’Ungheria dopo Budapest, in quanto a progresso economico.
Questi tre capitoli fungono da introduzione alla decina di percorsi conoscitivi nel cuore di quella che era la Fiume del 1911, amministrata direttamente dall’Ungheria all’interno della Duplice Monarchia e considerata un modello di città Mitteleuropea con la sua sintesi armonica di lingue, culture e popoli. Anche se non mancarono i conflitti politici tra le varie etnie.
Scotti ci prende per mano e ci fa visitare vie, calli, vicoli, scalinate, palazzi, alternando cenni storici ad aneddoti e notizie di cronaca, che ha raccolto spulciando pazientemente i giornali di quel 1911 che ha preso come anno di riferimento per la stesura di questa “guida” dal sapore antico.
In virtù di un notevole sviluppo demografico, la Fiume che Scotti ci presenta aveva raggiunto ormai i 50 mila abitanti, che dai risultati del censimento del 1910 erano per il 49 per cento italiani, per il 26 p.c. croati, per il 13 p.c. ungheresi, con percentuali minori di sloveni e tedeschi. Molti dei suoi abitanti parlavano quattro lingue, italiano, croato, ungherese e tedesco, una multiculturalità ed un plurilinguismo che – anche se in forma ridotta – si è conservato ancora a lungo tra la popolazione locale ed è andato spegnendosi con la scomparsa delle generazioni nate all’inizio dello scorso secolo.
Fiume forse non era città di cultura, ma città colta senza dubbio: non ebbe mai il ruolo prestigioso di produttrice e mediatrice culturale della vicina Trieste, pur assumendo nel suo piccolo la funzione di centro veicolare.
Lo confermano gli otto giornali che si pubblicavano in quel 1911, quelli che arrivavano dall’estero, l’assidua frequentazione del teatro da parte di un pubblico che attori e cantanti di grido consideravano dal palato fine, l’intensa attività concertistica, tanto per fare solo qualche esempio.
Stradario e toponimi
Pur presentandosi in una veste grafica molto sobria, il volume di Giacomo Scotti è riccamente illustrato da riproduzioni di fotografie dell’epoca, documenti vari, pubblicità, menù, cartine, che oltre ad illustrare il testo, contribuiscono un po’ a ricreare l’atmosfera del tempo. E poi c’è uno stradario d’epoca molto completo, che l’Autore ha tentato di correlare, per quanto possibile, con quello dei giorni nostri, incappando in qualche inesattezza.
Ma era un’impresa decisamente complessa, visti i tantissimi avvicendamenti che si sono succeduti in questi cent’anni nella toponomastica, e che – sembra – non si sono ancora conclusi. Nell’ultimo ventennio, infine, c’è stato qualche accenno di ritorno al passato sia per lo stradario, sia per i simboli della città: ministeri ed esperti di araldica hanno bocciato la bandiera ma è stato parzialmente ripristinato lo stemma storico, che però ha perso la corona e la scritta “Indeficienter”.
Inoltre, sono stati ripescati dall’oblio alcuni dei vecchi toponimi, molti dei quali inspiegabilmente hanno trovato un’altra, inedita collocazione, invece di venir riportati nei luoghi di origine. Un pasticcio che cozza non solo con i ricordi che abbiamo ereditato dai nostri vecchi, ma anche con la memoria storica, che dovrebbe fungere da custodia del passato e progetto per il futuro.
Perché la memoria è fondamentale, è quella che con noi porta avanti la storia e la storia non deve essere tradita perché è la consequenzialità dei fatti e la continuità di un’evoluzione, di cui noi siamo responsabili. Ciascuno di noi lascia un segno nella storia, lascia un’impronta nel divenire della vita, lascia una traccia del proprio passaggio. È importante farlo se non altro per avere ancora un futuro, che è quello dei nostri discendenti, lo si deve lasciare per loro, perché è giusto che sappiano quello che è avvenuto nel passato.
Queste riflessioni sull’importanza della memoria, che sono di Massimo Ottolenghi, ebreo e antifascista, uno dei simboli della resistenza italiana, calzano a pennello quando ci troviamo a sfogliare un libro, come questo di Giacomo Scotti, che affronta argomenti legati alla storia della città di Fiume. Una storia che per molti decenni è stata strumentalizzata, raccontata parzialmente, bistrattata se non addirittura – di volta in volta – deformata, travisata, manomessa.
L’esodo ha portato a una frattura e a una inconciliabilità tra passato e presente, con forme diverse di frustrante dipendenza dalla memoria, sia dall’una sia dall’altra parte, dalla quale si stenta ancora ad uscire. Tra i rimasti la chiave di lettura è basata sulla determinazione, su una forte volontà di resistere, di non arrendersi, affinché la fiumanità, anche come espressione di cultura e tradizione italiana, non finisca per soccombere.
Gli esuli, invece, sono più legati alla stagione del ricordo, della nostalgia e del rimpianto, che poi sono sinonimi del tempo che passa e conseguenza della distanza temporale e fisica che si è frapposta tra loro e la città che hanno lasciato.
Parliamo di vicende politiche e storiche fin troppo note, che hanno finito per cambiare radicalmente e irrimediabilmente prima il tessuto umano, poi anche il volto urbano di Fiume. Al corpo della città antica, al suo nucleo storico, a mano a mano sono state inferte profonde e insanabili ferite, con una febbrile, irrazionale cancellazione di molte delle sue parti più pittoresche anche se non artistiche. Un’operazione paradigmatica di un più generale, rozzo tentativo – peraltro in buona parte riuscito – di rimozione e di cancellazione non solo politica ma anche culturale del passato in toto, cioè di quella che noi spesso e volentieri definiamo la nostra identità.
Nel saggio “Complessitàfiumana”, uscito alla fine degli Anni ‘90 sulle pagine di Panorama, Alessandro Damiani aveva trattato ampiamente questa eterogenea identità culturale, gli intrecci linguistici, culturali e storici propri della città quarnerina. “La storia di Fiume è la grande sconosciuta – constatava Damiani -. Ignota, sia ben chiaro, non soltanto oltre i limiti comunali e regionali, ma anche agli attuali cittadini che hanno ereditato un lascito e tuttora non sono in grado di valutarne la consistenza né di attribuirne il faticoso accumulo”. Tutto ciò, concludeva, si può riassumere in una domanda che molti si sono posti e nessuno ha dato una risposta esauriente: c’è e qual è l’identità di Fiume?
Scarsa sensibilità
Damiani era stato spinto a scrivere questo saggio come risposta all’uscita della prima edizione del libro “Breve storia della città di Fiume” del dottor Igor Žic, una “storia di parte” perlomeno controversa, che pone un’inspiegabile serie di dubbi sulla presenza italiana in città. Il libro (nuova edizione) è tornato d’attualità nei mesi scorsi, prima con una nota polemica sulle pagine de La Voce del popolo e poi con il gesto sconveniente e sgarbato, segno di scarsa sensibilità, del sindaco di Fiume, Vojko Obersnel, che al ricevimento per la festa patronale di S. Vito, alla delegazione degli esuli aveva fatto dono proprio di questo volume… Sic!
Ma torniamo al tema dell’identità, che anche Claudio Magris definisce “sempre fragile e noi dobbiamo accettare questa fragilità, poiché mutiamo nel tempo – dice lo scrittore triestino -.
E poi noi abbiamo tante identità, non solo quella nazionale; abbiamo l’identità culturale, politica, sessuale, religiosa. Insomma, il vero modo di sentire correttamente l’identità sarebbe quello di viverla spontaneamente e poi dimenticarla. Naturalmente, è chiaro che, quando una delle nostre identità viene oppressa, allora c’è la concentrazione ossessiva, negativa, idolatrica, sbagliata sulla propria identità…”
Noi, per fortuna, non siamo a questi estremi, ma non possiamo certo dire che manifestare la fiumanità, l’italianità, è stato ed è tuttora facile, semplice, liscio. La nostra è una corsa a ostacoli per la conservazione di quello che resta della nostra specificità, appunto quella “Complessità fiumana” di cui sopra.
In un altro suo saggio, “Fiume, itinerario di una cultura”, pubblicato a puntate su Panorama a metà degli Anni ‘90, Alessandro Damiani ricordava che “il pomo della discordia in città è stata sempre la lingua, sia pure quale pretesto e in una gran confusione di cultura e nazionalità. La città presenta oggi una mutazione, ma ci siamo anche noi. La storia continua, e con essa tutte le potenzialità di una ripresa culturale di lingua italiana”, concludeva fiducioso il noto giornalista, scrittore nonché studioso perseverante e rigoroso, critico e vivace.
Ma un’identità integrale o integra, scevra dalla dipendenza che deriva da una lunga e complessa serie di fattori e di fenomeni sociali, economici e quant’altro, che finiscono per accelerare la nostra assimilazione, sottintende anche socializzazione, memoria, radici storiche condivise con chi oggi costituisce la maggioranza. Ed è sulla parola “condivise” che puntualmente andiamo a cozzare.
È uno dei punti dolenti che in molte occasioni, tuttora, non ci consente di stabilire un rapporto di piena fiducia, sereno, paritetico, con tutte le entità sociali della città, per poter andare oltre i nostri diritti elementari di minoranza etnica, formalmente riconosciuti, anche con la (vacua) clausola dell’autoctonia.
Ci piacerebbe venisse tolta quell’antipatica patina, quel senso di distacco, ovattamento e insensibilità che oscilla dalla diffidenza al paternalismo di determinate strutture, a quella fastidiosa retorica che ci fa sentire alieni quando si parla del patrimonio storico, linguistico e culturale di Fiume.
Perché giustamente riteniamo che questo patrimonio ci appartiene, in quanto la storia della città non è cominciata dopo il 1945, come molti storici locali hanno voluto far credere per molto, troppo, tempo. Causando dei danni irreparabili alle generazioni venute dopo, che sanno poco o niente, e spesso ricevono cognizioni errate, travisate, della storia locale. Ma ovviamente il discorso si attaglia in buona misura anche alle località istriane.
Chiusure anacronistiche
Forse anche noi, però, di tanto in tanto ci dovremmo sottoporre a un piccolo esame di coscienza, per interrogarci su alcuni atteggiamenti forse troppo attendisti, passivi, arrendevoli, sulla nostra assenza non sempre scagionata quando si tratta di esprimere, manifestare, dare prova della nostra coscienza, della nostra presenza e della nostra consistenza. Nelle loro forme più svariate, ma tutte importanti. La dimensione ideale del terzo millennio, dovrebbe rendere anacronistiche contrapposizioni e chiusure mentali.
Tra le giovani generazioni in genere, ma soprattutto tra gli intellettuali della maggioranza, si notano sintomi – sia pure ancora timidi – di un approccio diverso, che potrebbe sfociare nell’apertura di qualche varco nei retaggi di una forma mentis decisamente datata, retaggio di una mentalità e di un processo formativo condizionato da pregiudizi e ignoranza. A meno che, per noi, non sia troppo tardi.●

516 – Il Piccolo 01/08/11 Rex, il transatlantico che venne a morire fra Trieste e l’Istria, il suo recupero non è impossibile
Rex, il transatlantico che venne a morire fra Trieste e l’Istria

La nave varata il primo agosto 1931 fu portata in città nel ’40 per sfuggire alle bombe. Venne colpita al largo di Semedella

L’IMPRESA

Attraversò l’Oceano a tempo di record

“Amarcord”, il film di Fellini e la conquista del “Nastro Azzurro”. Quando si parla del Rex è impossibile eludere questi due citazioni, la prima di fantasia, la seconda entrata nella Storia. Il Rex lasciò Gibilterra nel pomeriggio dell’11 agosto 1933: il comandante Francesco Tarabotto ordinò “avanti tutta” e il transatlantico si lanciò verso l’America senza che l’equipaggio e i 1.099 passeggeri sapessero ciò che stava accadendo. Il 12 agosto il “Rex” tenne la media di 28,55 nodi e anche il 13, nonostante il mare agitato. Il 14 accompagnata da violenti piovaschi, la nave toccò i 28,7 nodi. Ma il giorno di Ferragosto una densa nebbia pose un dilemma al comandante. Proseguire nel tentativo di record o mollare? Il Rex proseguì superando a tratti i 30 nodi, mentre le tre sirene Tyfon ruggivano a brevi intervalli. Il transatlantico si presentò davanti al battello – faro di Ambrose con 27 ore di anticipo sul previsto. La notizia si diffuse nel mondo, mentre i passeggeri venivano resi partecipi dell’impresa. L’arrivo a New York fu trionfale: il Rex aveva attraversato l’Atlantico in 4 giorni, 13 ore e cinquantotto minuti, alla media di 28,92 nodi. di Claudio Ernè È stato il transatlantico più veloce del mondo e tra l’agosto del 1933 e il giugno
1935 potè fregiarsi del “Nastro Azzurro”, il guidone che attesta questa performance tra le due sponde dell’Atlantico. Ma il “Rex”, il simbolo della marineria italia d’anteguerra, è stato anche il transatlantico che più a lungo ha contrassegnato il paesaggio triestino. Per quattro anni la sua sagoma inconfondibile fu ben visibile tra i magazzini del Porto Nuovo e il vallone di Muggia. Era stato trasferito da Genova in questa ultima propaggine dell’Adriatico nel tentativo di proteggerlo dai bombardamenti aerei. Arrivò a Trieste il 15 agosto 1940 e fu ormeggiato al molo Sesto per essere poi vigliaccamente “ucciso” l’8 settembre del 1944 tra Capodistria e Isola dai bombardieri della Royal Air Force che lo colpirono con 123 razzi incendiari. Bruciò per quattro giorni e il suo scafo si adagiò sul basso fondale a 350 metri di distanza dalla strada costiera che a Semedella corre lungo la riva. Poco è rimasto nella memoria di quei quattro anni di permanenza “in disarmo” a Trieste. Qualche rara foto ingiallita e leggermente fuori fuoco. Qualche arredo, una scialuppa, posate, piatti, coperte, mobili depredati dai tedeschi dopo l’8 settembre e dopo l’uscita dell’Italia dalla guerra e da Trieste che fu aggregata al Reich. Restano poi le immagini delle bombe britanniche, dello scafo inclinato sul fianco sinistro con i due fumaioli che guardano verso il largo. Al contrario sono perfettamente leggibili in tutti i dettagli, ben conservate e pubblicate su numerosi volumi, le immagini realizzate a Sestri ponente al momento del varo. Era il primo agosto 1931, esattamente 80 anni fa e il “Rex” scendeva in mare trionfalmente, ripreso dagli obiettivi dei fotografi di grido e dagli operatori della Regia Aeronautica imbarcati su un numerosi idrovolanti. A terra, il re “soldato”, Vittorio Emanuele III era accanto alla regina Elena, madrina della immensa nave. Fu un giorno di festa, il preludio di anni felici, di record, di successi a livello internazionale.
Ecco come lo storico navale Maurizio Eliseo descrive nel suo volume dedicato al Rex il momento della discesa in mare. «La Regina si avvicinò a un piedestallo posto sulla balaustra del podio, ben visibile alla massa della gente sottostante. Al centro c’era un vistoso pulsante rosso che doveva rilasciare la bottiglia di spumante Gancia. Un attimo dopo la nave si sarebbe mossa. Teso in volto l’ingegner Achille Piazzai, direttore del varo, urlò a squarciagola: “Madrina, in nome di Dio taglia”. Come una scossa percorse tutti e divenne l’urlo di centomila persone che saltarono, si abbracciarono e applaudirono, le sirene urlanti del cantiere, i fischi dei rimorchiatori, il tuono delle salve d’onore dei cannoni dei cacciatorpedinieri». In effetti il “Rex” rappresentava uno dei vanti del regime fascista e assieme al “Conte di Savoia”, costruito al cantiere San Marco di Trieste, fu l’unica nave italiana in grado di competere coi grandi transatlantici francesi, tedeschi e britannici. Il Rex era lungo “fuori tutto” 268,20 metri, largo 29,5. L’immersione a pieno carico superava di poco i dieci metri. La stazza lorda era di 51.062 tonnellate. L’apparato motore era costituito da quattro gruppi di turbine a vapore che azionavano quattro eliche di cinque metri di diametro. La potenza dichiarata era di 120 mila cavalli che, con la definitiva messa a punto, divennero 136 mila. Il viaggio inaugurale iniziò a Genova il 27 settembre 1932 con a bordo 1872 passeggeri. Destinazione New York.

Il recupero non è impossibile

È a una decina di metri di profondità, l’operazione costa poche migliaia di euro

E’ immersa da quasi 67 anni nella sabbia antistante la costa istriana di Semedella, una delle quattro eliche del “Rex”. E’ l’elica esterna di sinistra, diametro cinque metri, che nel ribaltamento parziale dello scafo del grande transatlantico colpito da 123 razzi incendiari l’8 settembre 1944, è stata spinta a forza nel fondo marino. Nessuno l’ha ricuperata nonostante fosse stata fusa con un metallo nobile come il bronzo, perché è probabilmente ancora collegata all’asse in acciaio, diametro 80 centimetri che la faceva ruotare fino a 225 giri al minuto. L’operazione di ricupero, a livello tecnico non rappresenta particolari difficoltà perché il braccio di mare in cui il Rex è stato incendiato e affondato, ha una profondità limitata. Dieci metri o poco più. A livello finanziario il costo dell’operazione non sarebbe mai ripagato da quello del bronzo ricuperato, ed è per questo motivo che l’elica si è finora salvata. Ma a livello storico, di immagine, di “evento”, magari collegato alla settimana della Barcolana, il ricupero dovrebbe consentire con l’impiego di qualche decina di migliaia di euro, un ritorno mediatico su tutti i giornali e le televisioni mondiali.
Si riparlerebbe del transatlantico, della conquista del Nastro azzurro, di una nave straordinaria e di quelle che in qualche modo ne hanno raccolto il testimone. Navi bianche, progettisti triestini, cantieri, scafi da crociera per tutto il mondo: Carnival, P&O, Costa, Cunard. L’elica potrebbe essere custodita nel museo di Isola d’Istria che un paio di anni fa aveva organizzato una mostra sul Rex mentre a Trieste nessuno aveva avuto nè l’intuizione, nè la disponibilità politico – economica di fare altrettanto.
Di questo problema dovrebbero discuterne i rappresentanti dei due esecutivi, nell’ambito dello spirito di collaborazione instauratasi un anno fa proprio a Trieste con il concerto di Riccardo Muti che aveva visto la presenza del nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e di quelli di Slovenia e Croazia. Ma ci sono anche altri motivi che potrebbe indurre al ricupero. A bordo del Rex nel viaggio vittorioso verso al conquista del Nastro azzurro erano presenti i vertici di una fabbrica di birra italiana che del guidone che contrassegnava il transatlantico più veloce ad attraversare l’atlantico, fecero un marchio, ancora oggi ben presente sul mercato. Il nome Rex fu scelto come marchio da un industriale pordenonese di elettrodomestici bianchi che negli Anni Sessanta e Settanta fu leader del mercato europeo: si chiamava Zanussi. Anche un importante caseificio di Melzo sfruttò il successo del transatlantico per “battezzare” un formaggio di sua produzione.

517 – Corriere della Sera 01/08/11 Il Medioevo mistico del Vate Gabriele (Giovanni Russo)
IL MEDIOEVO MISTICO DEL VATE GABRIELE

di GIOVANNI RUSSO

L’ idea che d’Annunzio aveva dell’identità italiana e delle sue radici storiche va cercata nel suo rapporto con il Medioevo, testimoniato sia nelle opere, da Francesca da Rimini alle Canzoni d’oltremare, sia dalla sua avventura più clamorosa di Fiume che, con la «Carta del Carnaro» , si ispirò agli statuti dei comuni medievali. Ecco perché il presidente del Vittoriale Giordano Bruno Guerri ha organizzato, in concomitanza delle celebrazioni dei centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, il convegno sul «Medioevo di Gabriele d’Annunzio» , un tema finora poco approfondito dalla critica. Hanno partecipato alcuni dei maggiori studiosi del nostro Medioevo, ciascuno dei quali ha tessuto il filo di questo rapporto con interpretazioni che rompevano molti luoghi comuni. Franco Cardini ha sottolineato come d’Annunzio privilegi il Medioevo delle memorie cittadine e delle lotte comunali, quello delle conquiste nel Mediterraneo, delle leggende epico-cavalleresche e della tensione mistica. Uno dei temi costanti dell’immaginario dannunziano, specie negli anni senili, è la celebrazione delle glorie d’Italia facendo del Medioevo e del primo Rinascimento il luogo dove ci si riallaccia al processo unitario risorgimentale, preludendo al messaggio nazionalistico che D’Annunzio stava già lanciando. Lo si vede nel ciclo teatrale di Francesca da Rimini e della Parisina, nel poema La Pisanelle, e nella tragedia La nave. A questo proposito, Carlo Cresti ha sottolineato come le scenografie riguardanti gli allestimenti di queste opere siano ispirate alle architetture delle cattedrali medievali. La vena medievistica di d’Annunzio si espresse inoltre in occasione della guerra italo turca e della conquista della Tripolitania nelle Canzoni per la gesta d’oltremare, pubblicate settimanalmente sul «Corriere della Sera» che pagava mille lire ciascuna di esse. Questi motivi sono presenti nella Vita di Cola di Rienzo, nella quale d’Annunzio trasfigura il protagonista al punto da evocare San Francesco e gli elementi medievali delle tradizioni folcloriche abruzzesi, su cui si è soffermata Marina Montesano. Alessandro Barbero ha parlato della «Carta del Carnaro» , con la quale d’Annunzio rivendica la continuità con le libertà comunali e la restaurazione dell’antico potere normativo dei comuni. Sulla «Carta» sono stati dati giudizi diversi. Francesco Saverio Nitti la giudica «ridicolissima e stupidissima» , mentre Francesco Ruffini ne parla con interesse. Barbero cita l’opinione di Mussolini che scrive nel «Popolo d’Italia» : «Gli statuti dannunziani non sono un componimento letterario, ma statuti vivi e vitali non soltanto per una città, ma per una nazione» . Secondo De Felice, la «Carta» non ha nulla a che fare con il corporativismo fascista e infatti Mussolini e i giuristi fascisti la archiviano. Nell’estate del 1895 d’Annunzio sarebbe dovuto partire sul panfilo Fantasia di Scarfoglio per una crociera che doveva portarlo sino a Costantinopoli, ma rinunziò al viaggio. La tesi di Silvia Ronchey è che si «accontentò» di Venezia: preferì cioè dedicarsi all’ «altra Bisanzio» , la Serenissima, nella quale scorgeva l’antitesi di Bisanzio. Questa dialettica Venezia-Bisanzio è esplicitata nell’opera La nave, rappresentata a Roma al teatro Argentina nel 1908, l’unica volta in cui utilizzò una figura bizantina: quella di Teodora. Secondo Ronchey, il quadro storico-politico che fa da sfondo alla biografia del Vate, fa sì che il suo bizantinismo si sia radicato tra Ravenna e Venezia per attenersi alle loro storie «imperiali italiche» . Alessandro Scafi ha messo in evidenza come d’Annunzio leggesse e si ispirasse a Dante, poeta e profeta del Medioevo cristiano, e ne saccheggiasse vocaboli e motivi per le proprie opere. Nell’introduzione all’edizione del 1911 della Divina Commedia di Olschki, d’Annunzio sostiene che era il poema sacro dell’Unità d’Italia. Si sentiva un esiliato, in Francia e sul Garda, e si immedesimava in Dante, bandito da Firenze e profeta del risorgimento patrio: non a caso affermava che «la poesia italiana comincia con duecento versi di Dante e, dopo lungo intervallo, continua in me”.

518 – Il Piccolo 05/08/11 Gli scorci e le architetture della pittoresca Pirano
Gli scorci e le architetture della pittoresca Pirano

Un fascinoso intreccio di strette calli e di scalinate fanno da ideale contraltare al lungomare ricco di negozi, alberghi, ristoranti e casinò della vicina Portorose

di Cristina Favento

PIRANO Se la vicina Portorose ha ancora l’aria di un grande stabilimento balneare ‘allargato’, il cui paesaggio si risolve in un lungomare costeggiato da negozi, ristoranti, alberghi e casinò, Pirano rivela un’anima di tutt’altra natura. La pittoresca cittadina di origine medievale è un piccolo museo a cielo aperto. Scorci panoramici ed eterogenee architetture disegnano intrecci tra storia e tradizione, tra sacro e profano, tra slanci gotici e modestie marinare. Un massiccio promontorio si staglia alto e roccioso a picco sul mare. Qui spiccano il Duomo e il suo campanile su uno spiazzo dal quale si gode un bella vista, aperta sul Golfo e sulla soleggiata selva di tetti e terrazzi che puntellano il degradare della collina verso l’Adriatico. Un intreccio di strette calli e di scalinate portano giù, sino alla punta della penisola e all’antico mandracchio, oggi pavimentato ventre cittadino che porta il nome di piazza Tartini, in onore del musicista a cui Pirano ha dato i natali nel 1692. Tutto attorno, eleganti arcature svettano fra le casette basse che furono di pescatori e salinai, in un miscuglio di sapori popolari speziati da aspirazioni aristocratiche. Gli edifici, i campielli e le piazzette raccontano mezzo millennio di presenza veneziana, ma anche storie di terra, di sale e di mare, elementi fondanti dell’economia di questi lembi di costa slovena. Per farsele raccontare a voce queste storie, fino al 20 agosto è possibile approfittare delle visite guidate gratuite in lingua italiana organizzate nel weekend dall’Ente per il Turismo di Portorose. Ogni sabato i visitatori ripercorrono assieme a una guida locale le varie epoche che hanno contrassegnato il destino di questi luoghi. Poco al di là del golfo di Pirano, altre pietre, su altre alture, raccontano altre storie. Si tratta delle sculture del parco artistico “Forma Viva”, ospitato nella penisola di Sezza, proprio di fronte a Portorose. La raccolta di opere è andata arricchendosi grazie ai numerosi simposi internazionali di scultura avviati negli anni Sessanta su iniziativa degli artisti sloveni Jakob Savinšek e Janez Lenassi. Da allora, scultori provenienti da tutto il mondo hanno lasciato traccia di sé e tributo al litorale sloveno. Sono oltre duecento le opere distribuite sulla collina di Sezza, alcune monumentali, alcune costituite da un sistema ordinato di forme. Ed è una piacevole passeggiata panoramica nel verde quella che porta i visitatori a scoprirle, particolarmente suggestiva la sera, quando ci si può godere al fresco l’accendersi delle luce oltre la striscia di mare. Diverse opere scultoree sono state recentemente collocate anche nei parchi di Capodistria, Isola e Pirano. L’abilità nella lavorazione della pietra propria di queste zone è ben rappresentata dal rinomato laboratorio artigianale di Portorose, visitabile su richiesta. Scendendo da Sezza dalla parte opposta rispetto alla Marina, lungo un sentierino costeggiato da ulivi che porta allo specchio di mare confinante ormai con la Croazia, si arriva invece al ‘quartier generale’ della famiglia Fonda, una stirpe di biologi che ha deciso per passione di cimentarsi nell’allevamento di pesce, realizzando un piccolo miracolo ‘sostenibile’ anche dal punto di vista commerciale. Per un pasto di prima qualità a km zero, non si può che optare per un branzino lì allevato e possibilmente cotto sotto il sale prodotto a pochi passi di distanza, nelle secolari Saline di Sicciole che sono oggi Parco naturale e sede di un museo etnografico.

519 – La Voce del Popolo 30/07/11 Per aspre serpentine… a Draga di Laurana
a cura di Mario Schiavato
SALENDO DAL MARE, TRA VILLE E BOSCHI, SI ARRIVA AL PAESETTO ALL’OMBRA DEL MONTE LAURENTO
Per aspre serpentine… a Draga di Laurana
Citiamo da “Guida di Fiume e dei suoi monti” di Guido Depoli (stampata nel 1913 dalla tipografia Battara): “Nel centro di Laurana, presso la stazione terminale della tramvia elettrica, si stacca la nuova strada carrozzabile per Draga. Sale tra ville attraverso lo splendido parco naturale Loqua…” e più avanti annota: “… con aspre serpentine la strada si alza sopra la zona dei castagni, girato uno sprone s’affaccia sull’immane gola di Val Medvea e così si arriva al nuovo Hotel Draga di Lovrana (villa Irma) posto a 367 metri in posizione dominante”… “Dopo Villa Irma la strada continua fino a Draga di Laurana (359 m.) e finisce di essere carrozzabile al ponte che scavalca il ruscello che vien giù dal Monte Maggiore”. A questo punto vorremmo dire due parole sul vecchio hotel. Probabilmente per la sua posizione, fu colpito varie volte dai fulmini, incendiato, anche con delle vittime umane. Di recente è stato completamente ristrutturato, anche piuttosto lussuosamente – ha quattro stelle – e negli ultimi tempi ha ospitato nientemeno che un incontro tra i premier croato e sloveno, Jadranka Kosor e Borut Pahor.
Pochissime case esposte al sole
Ma torniamo a Draga di Laurana. Sono pochissime case, sempre le stesse, esposte sul dosso al sole. Noi arrivavamo qui di ritorno dalle lunghe escursioni su per il Grnjac, per il Perun, magari in discesa dal Monte Maggiore, dal Braiko, dalla più lontana Alpe Grande o anche, con gli speleologi, dall’aver inutilmente cercato di risolvere l’indovinello di quella sorgente che quando piove scarica tanta acqua da una bocca grande aperta in alto su una specie di paretina o magari di ritorno da una visita alle grotte già setacciate dall’ex prof. del Liceo di Fiume Velario Lengyel che qui recuperò parecchi reperti archeologici. Ci fermavamo di solito nella Casa del Popolo dei tempi del socialismo del popolo lavoratore – oggi abbandonata, diroccata, soffocata dai rovi e con il tetto completamente crollato –, gestita da quella siora Emica, sempre stretta nella sua vestaglietta nera e da quel marcantonio di suo marito Viktor Sirotnjak. Se faceva freddo ci mettevamo attorno alla vecchia cucina economica a caregheta e se era estate ci riposavamo seduti sui muretti attorno alla cisterna per gustarci un goccetto di quel vinello nero, un po’ acidulo dei vigneti – oggi quasi tutti abbandonati – che si spingevano su e su, oltre il torrente verso il monte Laurento mentre in autunno non mancavamo di gustare i dolcissimi marroni che crescevano, e per fortuna crescono ancora anche se troppo pochi, alti e solidi, attorno al terrazzane e al campo di bocce.
La pastorella e il corniolo
E fu proprio durante una di quelle nostre soste – eravamo arrivati con in mano un mazzetto di fiori gialli di corniolo – che la siora Emica ci raccontò la leggenda legata a quei fiori, i quali appunto sono i primi ad annunciare la primavera. Dunque nel paesino – tanti e tanti anni fa – viveva una povera pastorella la quale possedeva un gregge di poche pecore che d’estate portava a pascolare sulle vaste praterie del Monte Maggiore. Appena vedeva allargarsi la nube gialla dei cornioli capiva che era giunta l’ora di partire. Radunate le sue bestiole si caricava sulla schiena la gerla con le sue poche cose e partiva per il dvor – una specie di piccola capanna (ce n’erano circa duemila sulle falde del monte) – passando per Las, per Dol, fino a raggiungere Grdi Dol. Successe però una volta che, arrivata a Križiči, da una forra profonda che finisce con un’impressionante foiba, uscissero indignati e arrabbiati tutti gli zli duhi, gli spiriti cattivi dell’inverno che, indignati per quell’anticipato e inaspettato incontro di primavera, si misero a sputare tutta la loro fredda veemenza contro la poveretta e le sue pecorelle. Tanto s’accanirono con vento, neve, grandine e ghiaccio che la pastorella e le sue bestiole diventarono di pietra. Per questo – ci ricordò Emica – oggi tutti quelli che passano da quelle parti lanciano un pietrone dentro la forra mentre se per caso sono fioriti i cornioli non mancano di deporne un mazzolino tra quelle rocce biancastre, ormai erose dal tempo.
La leggenda dell’orso
Di ben differente argomento fu invece la leggenda che pronto ci raccontò Viktor. Era facile al pianto il buon marcantonio soprattutto se ricordava il tempo del fascismo per il lungo periodo trascorso, con qualche altro vicino, al confino in un campo della Toscana, lontano dalla sua terra e dalla sua famiglia, solo perché era un allogeno e perché – a suo dire – viveva in un selo de banditi. Banditi ai quali i bambini di quella località toscana non dovevano avvicinarsi perché i magnava le creature…
La storia dell’orso non aveva a che fare con i fascisti e con la guerra. Infatti Viktor ci raccontò che la bestia, chissà quanti secoli prima, un bel giorno ai primi caldi si svegliò dal suo lungo letargo. Uscì dalla sua grotta con la fame accumulata in mesi di digiuno. Evidentemente era un orso molto pigro perché visti i cespugli di corniolo tutti fioriti commentò che se quello era l’albero primo a fiorire, voleva dire che sarebbe stato anche quello che per primo avrebbe dato i suoi frutti. Così decise di distendersi sotto i suoi rami e di aspettare che le dolci bacche maturassero.
– Un ignorante pigrone! – commentò Viktor con una sonora risata. – Non sapeva che se il corniolo è il primo a fiorire è anche l’ultimo che matura i suoi frutti. Il bestione aspettò e aspettò senza muoversi. Ed è stato forse per quel suo peso che la pianta è rimasta un cespuglio, non è mai diventata un vero albero!
La vetta suprema coronata di rocce
Ed ora passiamo al vicinissimo monte Laurento, solo 612 metri (Knezgrad per i croati). Qui più che di una leggenda si tratta di storia autentica. E spulciamo di nuovo dalla già citata “Guida di Fiume e dei suoi monti”. Scrive l’autore Guido Depoli: “Di fronte si ha – colossale – il Monte Maggiore, la cui vetta suprema ricoperta di prato e coronata di rocce, con sul capo una torre, emerge di tra i boschi che coprono le cime minori. Ai piedi si snoda la gola selvaggia di Draga di Laurana con tutti i suoi campi e le vigne esposti al sole e, più innanzi, tutta la costa fino alla punta di Fianona, verso nord il castello di Veprinaz, sul mare le isole e dietro a queste i monti croati…”. Prosegue quindi: “Non è tanto per il panorama eccezionale, quanto per le memorie storiche che si raccomanda la salita di questo colle. Sulla sua vetta, dove si raccolsero i soliti cocci che testimoniano l’esistenza di un castelliere giapidico, si vedevano fino a pochi anni fa gli avanzi, ora dispersi, del castello in cui aveva sede Enrico duca del Friuli, luogotenente di Carlo Magno, caduto in battaglia l’anno 799 contro gli Avari e gli Slavi invasori (e questo, aggiungiamo noi, è un dato contestato). Il suo amico e contemporaneo S. Paolino patriarca di Aquileia, ne pianse la morte in versi latini, nei quali con enfasi biblica lancia la maledizione sul colle dell’assassinio”…
La maledizione di San Paolino
A questo punto siamo costretti a fare una traduzione piuttosto sommaria di quei versi. Dice dunque questa maledizione non proprio degna di uno che sarebbe diventato un santo: “Sul sito liburnico detto Laurento,/non cadda più provvida pioggia,/non sboccino bei fiori,/la terra non dia più i suoi frutti,/la vite non germini più pampini/non pendano più grappoli,/le piante di fico si secchino,/le castagne non s’ingrossino più/nei loro ricci…”. Che dire? Sembra proprio che ai nostri giorni, dopo tanti secoli, quell’antica maledizione si stia realizzando. Infatti tutti, ma proprio tutti i piccoli appezzamenti di terra coltivabile, le cosiddette lesice, che sorgevano lungo i dossi del monte Laurento e nei dintorni del paesetto di Draga di Laurana attualmente sono quasi completamente abbandonati, le viti che davano un eccellente vino nero non si coltivano più, i numerosissimi fichi e i ciliegi non sono più curati, sono stati assaliti dai rovi, dai licheni, dalle malattie e giacciono secchi mentre non miglior sorte è toccata alle antichissime piante di grossi marroni che fruttificavano lungo le pendici e i cui tronchi, molto spesso, avevano addirittura la circonferenza di più metri!
Come morì Enrico, duca del Friuli?
Comunque le affermazioni di Guido Depoli in merito alla morte di Enrico, duca del Friuli, in parte non sono esatte. Infatti, da ricerche effettuate da vari storici illustri come Giovanni Kobler, Giuseppe Praga, Bernardo Benussi e altri, risulta che l’eccidio ebbe tutto un altro svolgimento. Infatti intorno all’anno 600 orde barbariche, seguite dai primi Slavi, scesero da nord-est sulla Liburnia e proseguirono verso l’Italia: i Longobardi sulla linea Friuli-pianura padana, gli Avari dalla Pannonia verso l’Adriatico. Comunque bisognò aspettare l’anno 776 perché Carlo Magno, re dei Franchi e imperatore dei Romani, occupasse il regno dei Longobardi ed entrasse in guerra contro il vasto impero greco impadronendosi dell’Istria, della Liburnia e di una parte della Dalmazia. Chiamò quest’area, comprendente pure il Friuli, Marca Orientale (del Regno d’Italia). Su questa Marca pose a governare Enrico di Strasburgo, talora menzionato come Enrico duca del Friuli, il quale appunto eresse il maniero in cima al monte Laurento, a occidente di Tarsatica. Orbene, tre anni dopo l’insediamento, nel 779, questo suo rappresentante (e amico per giunta) fu tratto in inganno proprio a Tarsatica e qui lapidato e ucciso insieme a tutti i suoi armigeri. Quindi non cadde in battaglia sul Laurento. Carlo Magno ricevette l’annuncio del grave fatto mentre si trovava ad Aquisgrana. Da qui mosse subito verso l’Italia ma solo diversi anni dopo, appena nell’800, raggiunse Tarsatica e la mise a ferro e fuoco distruggendola completamente e per sempre. Difatti, quella che sorse dopo qualche secolo, non nello stesso posto ma adiacente ad esso, si chiamò San Vito al Fiume, in seguito Fiume.

520 – Il Piccolo 02/08/11 La “nuova retorica” sulla storia di Trieste l’intervento di Marco Coslovich
La “nuova retorica” sulla storia di Trieste

l’intervento di Marco Coslovich

La resistenza italiana locale? Un fenomeno da salotto tra le quattro mura di una piccola borghesia tremebonda

Sta maturando una “nuova retorica” sulla storia recente della nostra città.
Più precisamente intendo riferirmi al senso della sua appartenenza italiana.
Uno dei nodi nevralgici della nuova versione di questa identità, tanto discussa e lacerata, è senz’altro costituito dalla resistenza italiana. Alla lotta di liberazione tout court, quella sospinta soprattutto dall’allora Partito comunista e dalla retorica internazionalista (che in loco terribilmente camuffò il Fronte di liberazione Jugoslavo che fu invece ispirato da cieco nazionalismo), va sostituendosi quella promossa dall’attuale Partito democratico che ne offre una versione democratica e italianissima. In molte occasioni pubbliche, anche durante la recente presentazione del libro di Beniamino Pagliaro “Trieste. Bella addormentata”, Stelio Spadaro ha avuto modo di ribadire questa visione politico culturale.
Gli va dato merito, assieme allo storico Roberto Spazzali, di aver saputo sdoganare una resistenza messa ai margini, spesso sottaciuta, negletta. Ma, giunti a questo punto, il profilo di questa resistenza non rischia di diventare una nuova vulgata, uno stereotipo storiografico, un refrain da usare in ogni occasione pubblica? Temo, in altri termini, che la resistenza italiana stia diventando una formula, un cliché comodo per molte occasioni.
Temo che la legittima vocazione del Partito democratico a diventare partito di governo (e con Cosolini sindaco senz’altro a Trieste lo è), comporti l’affermarsi di una “nuova retorica”, di una nuova versione ufficiale e protocollare della storia locale. “I partigiani degli ultimi cinque minuti”
è il giudizio sarcastico che si è dato all’azione intrapresa dai resistenti italiani locali il 30 aprile del 1945. Una resistenza da salotto, chiusa tra le quattro mura di una piccola borghesia tremebonda: ecco cos’è stata la resistenza italiana locale. Alcune figure titaniche di resistenti italiani, come Luigi Frausin, Eugenio Curiel, Paolo Reti, Gabriele Foschiatti ecc…, sono come le rondini la cui comparsa non fa primavera. Ma la “nuova retorica” della resistenza italiana ha le sue solide basi storiografiche:
molti documenti. Il libro curato da Roberto Spazzali, “L’altra resistenza”, ne offre un vasto e articolato campionario. Ma è il caso di dire che si tratta di “troppi documenti”? Che c’è troppo archivio e poco animus? Anche la lista dei caduti è un indicatore: ma qual è il numero veramente sufficiente? Io credo che quello che manca alla resistenza italiana locale è un’epopea, una storia questa sì leggendaria, popolare, condivisa, sentita e partecipata. E’ una storia che gli storici non possono né devono scrivere, ma che essi tuttavia percepiscono e sentono vibrare anche leggendo un freddo comunicato del Comitato di Liberazione nazionale. Cosa che la Lotta di liberazione jugoslava, ahimé proprio perché nazionalista, possiede senza ambra di dubbio (e questo vorrà pur dir qualcosa). Penso che gli storici dovrebbero chiedersi il perché di questo deficit locale, il perché la nostra Resistenza italiana non ha avuto questa capacità di penetrazione popolare, di sapersi tradurre in senso comune, condiviso e partecipato. Credo che il quesito non sia per niente retorico.

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell’ Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell’Italia con la Croazia e Slovenia.
Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
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http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it

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