Rassegna Stampa Mailing List Histria – 14 maggio 2011

Posted on May 16, 2011


Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 775 – 14 Maggio 2011

312 – La Voce del Popolo 12/05/11 Diritti CNI, in Slovenia la situazione resta critica (gk)
313 – La Voce del Popolo 11/05/11 Il console d’Italia Cianfarani: «L’identità nazionale è un valore» (Silvano Slivani)
314 – Il Piccolo 08/05/11 Aquileia – Papa Benedetto XVI: Saluto in cinque lingue e la piazza si infiamma (Franco Femia)
315 – Il Piccolo 07/05/11 Ratzinger alla sfida del confine. Vent’anni fa Karol Wojtyla pregò in sloveno e fu scandalo (Paolo Rumiz)
316 – Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 09/05/11 Il papa e i quadri istriani: Toth critica il servizio di Paolo Rumiz sul Piccolo (Aise)
317 – La Voce del Popolo 12/05/11 Massimo d’Alema: «L’Italia deve occuparsi della sua unica comunità nazionale autoctona all’estero» (Gianni Katonar)
318 – Libero 06/05/11 I beni degli esuli dalmati regalati da Prodi alla Slovenia, la rivista “Il Dalmata!’ recupera il testo dell’accordo per i risarcimenti firmato da Lubiana col premier Berlusconi (Salvatore Carzillo)
319 – La Voce del Popolo 12/05/11 Valle d’Istria: Castel Bembo, firmato il contratto per la ricostruzione degli interni (Sandro Petruz)
320 – Corriere Mercantile Genova 08/05/11 Morgillo: “Pola ricordi le origini occorre ristabilire la vierità storica”
321 – Il Borghese Maggio 2011 – Il Giorno del Ricordo ? Lo vogliono cancellare (Mario Bortoluzzi)
322 – Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 13/05/11 La scomparsa delle foibe: Antonelli contro la “strana traduzione” del libro di padre Rocchi (Aise)
323 – Il Piccolo 09/05/11 L’Intervento – Caro professor Pahor il Carso è di noi tutti (Stelio Spadaro)
324 – Il Piccolo 10/05/11 Ferrovie, Lubiana boccia la Capodistria-Trieste, ill governo: questo collegamento dirotterebbe le merci sulla Pontebbana (Franco Babich)
325 – Il Foglio 10/05/11 Luxardo: Marasche sciroppate (Camillo Langone)
326 – Il Piccolo 10/05/11 Trieste – La libreria “Saba” in pericolo di vita Parte il salvataggio
327 – Panorama Edit 30/04/11 Festa «doppia» per gli italiani dellla Slavonia / Una… terra promessa / Salami e salsicce della tradizione italiana (Ardea Velikonja)
328 – Il Piccolo 12/05/11 Croazia, a fine giugno l’adesione all’Ue (Mauro Manzin)

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312 – La Voce del Popolo 12/05/11 Diritti CNI, in Slovenia la situazione resta critica
LA POSIZIONE DELL’ETNIA SOTTO LA LENTE DEL CONSIGLIO D’EUROPA
Diritti CNI, in Slovenia la situazione resta critica
LUBIANA – Una commissione d’esperti del Consiglio d’Europa incaricata di verificare l’attuazione della Carta europea sulle lingue regionali e minoritarie ha soggiornato nei giorni scorsi a Lubiana. Guidata dal vicepresidente, Sigve Granstad, ha effettuato una valutazione sull’implementazione della Carta europea in Slovenia, paragonando la situazione esistente con quella fotografata dal rapporto periodico della commissione stessa, presentato nel maggio del 2010 al Consiglio d’Europa. Gli ultimi colloqui in Slovenia risalivano al marzo del 2009 e all’ottobre dello stesso anno, quando gli esperti del Consiglio d’Europa avevano conferito a Capodistria con il presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul e con il presidente della Comunità autogestita della nazionalità italiana costiera, Flavio Forlani.
PERMANGONO I PROBLEMI Ieri il presidente Tremul è stato invitato a Lubiana per un nuovo colloquio, incentrato su 23 precise domande. Le risposte dovevano dare il quadro della situazione in cui è venuta a trovarsi la Comunità Nazionale Italiana in Slovenia dopo la consegna del rapporto al Consiglio d’Europa e far comprendere se i problemi evidenziati nel documento di due anni fa siano stati risolti dalle autorità preposte. Tremul ha dovuto riferire, con rammarico, che buona parte delle difficoltà poste in evidenza nel 2009, permangono. In alcuni settori specifici si registra addirittura una regressione, come nel caso della nuova legge sulle carte d’identità. I contatti avuti con il governo sloveno ed i singoli ministeri non hanno dato i risultati voluti.
RTV CAPODISTRIA: ATTENUATA LA PRESSIONE Soltanto a due specifiche domande Tremul ha potuto dare risposta positiva. Ha rilevato che la pressione sui programmi italiani di Radio e TV Capodistria si è attenuata. Pur rimanendo la situazione molto seria, non si registrano nuove minacce di tagli o di mancato avvicendamento dei dipendenti che lasciano l’ente pubblico. Riguardo al proprio ruolo di consigliere della RTV slovena, Tremul ha potuto riferire di una maggiore sensibilità per le necessità dei programmi italiani, una maggior disponibilità ad ascoltare le difficoltà, riportando le sue proposte nelle conclusioni approvate dal Consiglio.
CLIMA POSITIVO Altri progressi in Slovenia si rilevano nel clima generale nei confronti della CNI. Ciò è dovuto all’impegno del presidente della Repubblica, Danilo Türk, che ha incontrato per tre volte gli esponenti della Comunità italiana, visitando anche Pirano. Altrettanto importanti sono stati il Concerto della pace a Trieste, con i presidenti italiano, Giorgio Napolitano e croato, Ivo Josipović, nonché la visita ufficiale di Türk a Roma. Le sue dichiarazioni sulle tematiche minoritarie hanno portato a smussare l’ostilità latente riscontrabile nei confronti degli italiani in Slovenia. Complessivamente, ha concluso Maurizio Tremul nelle sue risposte agli esperti del Consiglio d’Europa, in Slovenia persiste una situazione critica per quanto riguarda l’attuazione dei diritti previsti dalle leggi in vigore. (gk)

313 – La Voce del Popolo 11/05/11 Il console d’Italia Cianfarani: «L’identità nazionale è un valore»
IL CONSOLE GENERALE D’ITALIA, RENATO CIANFARANI, ALLE COMUNITÀ DI ABBAZIA E LAURANA
«L’identità nazionale è un valore»
ABBAZIA/LAURANA – Tappa liburnica, ieri pomeriggio, per il console generale d’Italia a Fiume. Renato Cianfarani, infatti, è stato in visita d’esordio presso le Comunità degli Italiani di Abbazia, rispettivamente di Laurana, dove è stato ricevuto pure dal sindaco Emil Gržin.
A fare gli onori di casa a Cianfarani nel sodalizio della Perla del Quarnero, sono stati il presidente, Piero Varljen, e un nutrito numero di membri dell’Assemblea comunitaria. L’ospite è stato messo a conoscenza sulla lunga e a tratti travagliata storia della CI abbaziana, nonché su tutte le attività promosse con lo scopo principale dell’affermazione della lingua italiana e del mantenimento dell’identità in quest’area. Varljen ha messo in particolare evidenza l’ottima collaborazione con la municipalità e, naturalmente, l’importanza del trasferimento della sede comunitaria nella splendida Villa Antonio.
”Sono giunto qui, ad Abbazia, per esprimervi l’appoggio di tutto il Consolato e mio personale e per spronarvi a fare ancora di più. State facendo tantissime cose e dimostrate che siete veramente attivi e partecipi, per cui vi siete più che meritati questa sede”, ha detto, tra l’altro, Renato Cianfarani. “Non ci sono dubbi – ha proseguito –, che l’Italia, tramite l’Unione italiana e l’Università popolare di Trieste continuerà ad aiutarvi nei limiti del possibile. Avete l’identità da secoli e dovete mantenere questa ricchezza, questa presenza. Bisogna continuare su questa strada. I tempi ora sono certamente molto migliori per cui quanto fatto va mantenuto ma anche ulteriormente ampliato. A Roma, ci si rende conto dell’importanza di questa zona e il mantenimento del Consolato a Fiume, è una prova. Lo dico perché, causa la crisi, numerosi Consolati generali in altri Paesi sono stati chiusi o lo saranno prossimamente”.
Durante l’incontro, non poteva mancare un appunto sul futuro asilo in lingua italiana. Come anticipato, prossimamente sarà firmata un’apposita lettera d’intenti. Toccata anche la questione del bilinguismo visivo. Sia i padroni di casa, sia l’ospite, si sono dichiarati concordi nell’affermare che sarebbe significativo e molto utile installare cartelli bilingui lungo le strade, che indichino la denominazione delle località in croato, ma anche in italiano. A questo proposito, il console ha affermato che, pur non trattandosi di una zona bilingue, ciò è sicuramente possibile con un piccolo sforzo d’ambo le parti.
A Laurana, come detto, Renato Cianfarani è stato dapprima accolto dal sindaco, Emil Gržin, che gli ha illustrato tutte le peculiarità di questo Comune rivierasco. All’incontro, erano presenti pure Fausto Abram, presidente della locale Comunità degli Italiani e il consigliere dell’Assemblea UI, Alvaro Farina.
È stata questa l’occasione per rilevare che il sodalizio, finalmente, è in procinto di acquistare i vani che ospiteranno la nuova sede che, sicuramente soddisferà le esigenze dei 170 membri. Si tratta di un alloggio di 96 metri quadrati al primo piano dell’ex albergo “Riviera”. In futuro, come spiegato, potrebbe venirne riscattato un altro della superficie di 46 metri quadrati. “È nell’interesse di tutti realizzare questo progetto, dopo anni di peripezie, visto che potrà venire ampliata l’attività di questo piccolo, ma importante sodalizio. Saranno, quindi, possibili nuove attività culturali, sempre con lo scopo fondamentale di mantenere l’identità in quest’area.
Il nostro desiderio, è quello che gli italiani di questa zona siano più partecipi e più presenti in tutti i settori della vita pubblica e sociale”, ha affermato Cianfarani. Questa sua ultima constatazione, è stata fatta dopo che, dal sindaco Gržin, ha saputo che non ci sono esponenti degli italiani nell’amministrazione cittadina nominati direttamente, ma unicamente due scelti dalle liste partitiche. Il console, in seguito, ha fatto visita all’attuale sede della CI lauranese, dove ad attenderlo c’erano numerosi soci.
Ultimo impegno per Cianfarani, nella serata di ieri, la partecipazione all’inaugurazione della Rassegna del cinema italiano in corso a Villa Antonio fino al 14 maggio. La manifestazione è sponsorizzata dal ministero degli Esteri italiano e si svolge nell’ambito delle celebrazioni per il 150.esimo anniversario dell’Unità d’Italia. La sala era letteralmente troppo piccola per accogliere tutti gli interessati tra cui, come messo in particolare evidenza dal console, tantissimi giovani.
Silvano Silvani

314 – Il Piccolo 08/05/11 Aquileia – Papa Benedetto XVI: Saluto in cinque lingue e la piazza si infiamma
Saluto in cinque lingue e la piazza si infiamma

Il Papa si rivolge alla folla in italiano, friulano, tedesco, sloveno e croato Ricorda la grandezza di Aquileia e invita a recuperare «la fede delle origini»

L’ATTESA DEI “FAN” Nelle piazze c’erano 4.500 persone Lungo il tragitto 40mila

L’APPLAUSO SCROSCIANTE È partito subito mentre la Corale intonava un antico inno

di Franco Femia

AQUILEIA Il saluto di Papa Benedetto XVI in cinque lingue ha infiammato i 4500 fedeli presenti tra piazza Capitolo e piazza Patriarcato. Il Santo padre, al termine del discorso in italiano, ha rivolto il saluto in friulano, letto in maniera fluente che ha riscosso un lungo applauso dalla
folla: «Cjârs fradis e sûrs, il Signór us benedissi e us dedi pâs e prosperitât (Cari fratelli e sorelle, il Signore vi benedica e vi doni pace e prosperità)». Sono seguiti poi i saluti in tedesco, in sloveno e in croato. Ai fedeli di questo ultimo Paese ha ricordato che fra un mese sarà in visita a Zagabria. È stato un pomeriggio di festa, con 40 mila persone presenti tra Aquileia e lungo le strade attraversate dal corteo papale.
Fedeli giunti da tutta la regione, dal Veneto ma anche dalla Slovenia e dalla Carinzia. In piazza Capitolo per esigenze di spazio solamente in 1500 hanno potuto assistere al primo discorso di Benedetto XVI, un discorso incentrato sulla grandezza di Aquileia, porta da Oriente e Occidente, sede della Decima regio dell’Impero romano ma anche «comunità di martiri e di eroici testimoni della fede nel Risorto, seme di altri discepoli e di altre comunità». «La grandezza di Aquileia, allora, non fu solo di essere la nona città dell’Impero – ha detto il Pontefice – ma anche quella di essere una Chiesa viva, esemplare, capace di un autentico annuncio evangelico, coraggiosamente diffuso nelle regioni circostanti e per secoli conservato e alimentato». E riferendosi alla fede profonda dei padri aquileiesi, il Papa ha invitato i fedeli «a tener sempre vive, con coraggio, la fede e le opere delle vostre origini» e a tradurre il Vangelo in «fervore spirituale, chiarezza di fede, pronta sensibilità per i poveri cercando nuovi traguardi missionari in questo travagliato periodo storico». Papa Ratzinger aveva risposto al saluto di benvenuto del sindaco di Aquileia, Alviano Scarel, dinanzi alle autorità sedute nelle prime file, dal rappresentante del Governo Gianni Letta al ministro Giulio Tremonti, al governatore della Carinzia Dorfler, al presidente della Regione Renzo Tondo, ai parlamentari e consiglieri regionali. «Aquileia la accoglie aprendo gli occhi e il cuore con l’entusiasmo da sempre riservato ai portatori della fede», ha detto Scarel rivolgendosi al Papa. Ricordando la missione evangelizzatrice partita dalla città verso il Nord e l’Est europeo, il sindaco ha sottolineato che «anche la società attuale ha bisogno di un alto richiamo morale per tendere a una convivenza più giusta e solidale, in cui uomo sappia affrontare le sfide del futuro, che non si preannunciano nè facili nè indolori». Piazza Capitolo ha accolto Papa Benedetto XVI con un caloroso applauso e uno sventolio di bandierine bianche e gialle. La folla era lì da tre ore, sotto un sole che picchiava, protetta dai cappellini gialli dopo che il servizio d’ordine, a un certo punto, aveva invitato a chiudere gli ombrelli che molti si erano portati da casa per ripararsi proprio dal sole. Non si entrava in piazza senza il pass. Chi ci ha provato è stato respinto con cortese fermezza. Gli uomini della protezione civile e gli scout hanno distribuito centinaia di bottigliette d’acqua, mentre durante l’attesa sul megaschermo è stato proiettato un video su Aquileia e la sua storia. E la piazza si è riscaldata con un’ovazione quando sono apparse le immagini Giovanni Paolo II durante la visita che 19 anni fa aveva fatto alla basilica poponiana. Un applauso che ha preceduto quello dell’arrivo di Benedetto XVI, un applauso quasi liberatorio per un’attesa che si era prolungata oltre l’orario previsto. L’orologio del campanile, il più alto della regione svettante con la sua guglia nel cielo azzurro, indicava le 17.05 quando la papamobile attraversava piazza Patriarcato, dove c’erano 3mila fedeli, e si fermava dinanzi all’ingresso della basilica. Un applauso lungo che papa Ratzinger ricambiava con le braccia alzate e allargate quasi a voler simbolicamente abbracciare tutta la piazza, mentre la Corale del Friuli Venezia Giulia eseguiva l'”Ubi Caritas”, rielaborazione di un antico inno di Paolino d’Aquileia. Una folla che è rimasta composta per tutta la cerimonia che si è svolta successivamente all’interno della basilica seguita sui maxi schermi.
E solo dopo la partenza del papa ha dato segni di insofferenza volendo lasciare la piazza frenata dal servizio d’ordine che ha dato il via libera solamente quando nel cielo di Aquileia è apparso l’elicottero bianco che trasportava il Santo padre a Venezia. Pian piano la piazza si è svuotata mentre un gruppo di scout di Ronchi dei Legionari si faceva immortalare seduto sulla sedia papale che troneggiava alle spalle della nuova “Sued Halle”. Un deflusso regolare che ha contraddistinto un pomeriggio caratterizzato da un solo malore che ha colto una donna al termine della cerimonia e soccorsa dal 118. Anche il servizio sanitario, coordinato dal dottor Giuseppe Giagnorio, è stato impeccabile garantendo un’assistenza sanitaria sull’intero territorio interessato dalla visita papale.

315 – Il Piccolo 07/05/11 Ratzinger alla sfida del confine. Vent’anni fa Karol Wojtyla pregò in sloveno e fu scandalo
Ratzinger alla sfida del confine
Vent’anni fa Karol Wojtyla pregò in sloveno e fu scandalo

Nel ’92 ci furono furibonde polemiche a Trieste e molti disertarono l’evento Oggi il successore tedesco ritrova pregiudizi e chiusure ancora forti

I VELENI SUL VESCOVO Maldicenze veicolate su Roma, lettere anonime e addirittura un petardo alla messa di Natale colpirono Bellomi

L’INVITO ALL’AMICIZIA A pochi mesi dal concerto di Muti, la visita a Nordest è un test per la Chiesa che afferma di seguire le tracce del polacco

di PAOLO RUMIZ

Ho un timore. Che il Papa, venendo in questa regione, non sappia delle indecorose polemiche che salutarono l’arrivo del suo predecessore diciannove anni fa a Udine e soprattutto a Trieste. Temo che nessuno glielo dica, mentre sarebbe doveroso che lo sappia, per capire la temperatura politica sconfortante della frontiera a Nordest. Per questo sento di dover mettere a disposizione di coloro che lo accompagnano e lo consigliano questo mio modesto esercizio di memoria. Wojtyla, il papa slavo oggi alle soglie della santità, provocò tremendi mali di pancia nella cricca nazional-localista e cattolico-reazionaria che dalla caduta del Muro impedisce a quello che fu un grande porto internazionale di uscire dalla marginalità in cui l’ha relegato la guerra fredda.

È importante dirlo specialmente a un Papa tedesco, al rappresentante di un popolo che ha fruito dell’opera del grande polacco, colui che, favorendo la caduta della cortina di ferro, ha consentito alla Germania e all’Unione Europea di allargarsi fin quasi alle porte di San Pietroburgo. È giusto che Ratzinger lo sappia, per consentirgli di capire come mai qui non è cambiato nulla nonostante l’esortazione di Giovanni Paolo II all’apertura verso Est, e soprattutto per evitare che i custodi di questo immobilismo si accreditino a suon di genuflessioni eludendo la verità su quegli infausti giorni del maggio ’92.

La pietra dello scandalo

La pietra dello scandalo stava qui: nel programma del Papa c’era anche una preghiera in sloveno. Per costoro era l’orrore, il cedimento. “Martiri” dell’italianità che si rivoltavano nei loro sacrari. Me lo ricordo bene. Fu tutto un agitarsi, un divincolarsi di rabbia oscurantista. Il tuttora onorevole Giulio Camber disse che quel cerimoniale era teso a trasformare il Pontefice «nel cavallo di Troia per la definizione di Trieste come zona mistilingue». Il sempre attivissimo Paolo Sardos Albertrini della Lega nazionale definì l’opzione dello sloveno come «politicamente inopportuna e imprudente» per i rischi di «diserzione o contestazione aperta» che tale scelta avrebbe comportato. Altri parlarono di “sconsacrazione” di Piazza Unità (il luogo della messa papale), come se il luogo non fosse stato già abbondantemente sconsacrato da Mussolini nel ’38 con la proclamazione delle leggi razziali contro gli ebrei. Diserzione fu annunciata, e diserzione ci fu.

La diserzione

I cattolici di destra non andarono alla messa papale. Erano gli stessi rappresentanti della nomenklatura locale che diciott’anni dopo avrebbero disertato il concerto solenne di Riccardo Muti davanti ai presidenti della repubblica di Italia, Croazia e Slovenia, nello stesso sito della messa papale, per il solo fatto che erano in programma gli inni nazionali dei popoli vicini. Vistosi vuoti si aprirono tra il Municipio e il mare. Tali che il Papa capì di non essere gradito, come autorevolmente confermarono fonti vaticane.

Veleno contro Bellomi

Ce lo ricordiamo il veleno che fu schizzato in quei mesi contro il povero Renzo Bellomi, il vescovo buono che si sporcava i calzari nel pantano del mondo, reo di aver salutato il suo nuovo gregge anche in lingua slovena? Lettere anonime, maldicenze veicolate su Roma grazie anche all’intermediazione di qualche prete connivente con la Trieste di cui sopra. Ma fecero di peggio. Un petardo gli misero, al pastore della comunità triestina, nella messa della notte di Natale, per punirlo della sua apertura. Forse è il caso di ricordarlo a un organo diocesano attentissimo a individuare «i molti antipapi che vivono dentro la Chiesa». È, dunque, giusto riflettere sul fatto che gli artefici di quella cagnara elettoralistica contro un Papa oggi plaudano con faccia di bronzo alla sua beatificazione in Roma. Ed è altrettanto giusto mettere sull’avviso le gerarchie ecclesiastiche rammentando che gli uomini che misero in croce il vescovo Bellomi, colmandolo di sconforto e amarezza fino ai giorni della morte, sono gli stessi che oggi fanno le fusa all’attuale vescovo, sempre per ragioni elettoralistiche.

«Non abbiate paura!»

Che cosa abbia a che fare tutto questo con la fede e anche con l’italianità è tutto da spiegare. «Non abbiate paura!» disse Wojtyla alle genti di frontiera spaventate dal crollo della Jugoslavia allora in pieno corso. Ancora non si immaginava il sangue innocente che si sarebbe versato negli anni a venire, ma il messaggio era comunque chiaro e lungimirante. Significava: lo sgretolamento del comunismo è un’occasione, genererà nuovi equilibri, alla fine l’Europa sarà più aperta. Voleva dire soprattutto che quel ribaltone avrebbe rimesso le nostre periferie al centro della storia.

Vent’anni dopo

Sono passati quasi vent’anni, il confine con la Slovenia è caduto, ma qui non è accaduto niente. Trieste è rimasta ai margini, il pregiudizio non si è modificato e come se non bastasse la classe dirigente che ha contestato Wojtyla e messo petardi in Cattedrale, gli stessi uomini che allora chiamarono senza pietà “nipotini degli infoibatori” i profughi dalla Bosnia, ora spadroneggiano al potere e si fanno belli in Curia. Trieste deve continuare a vivere nella paura, restare piccola e chiusa in se stessa, per consentire il monopolio di pochi. L’importante è tenere irrisolte le vertenze di frontiera, per sfruttarle politicamente. Un esempio? I quadri requisiti dal fascismo nelle chiese istriane. Lubiana e Zagabria li rivogliono, e per ripicca i nazionalisti italiani ne rivendicano il possesso, proponendone la collocazione nel museo della civiltà istriana e dalmata di Trieste.

Invito alla riconciliazione

Ma qualcuno riflette sul fatto che quei quadri non appartengono agli Stati ma alla Chiesa, che bene o male è un’entità sovranazionale? E allora, come il concerto di Muti che ha costruito un’orchestra con musicisti di tre popoli, perché non radunare questi quadri in una chiesa di frontiera per rammentare i disastri del passato e invitare alla riconciliazione? Sarà un bel test, anche questo, per una Chiesa che afferma di seguire le tracce del grande polacco abbattitore di muri.

316 – Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 09/05/11 Il papa e i quadri istriani: Toth critica il servizio di Paolo Rumiz sul Piccolo

IL PAPA E I QUADRI ISTRIANI: TOTH (ANVGD) CRITICA IL SERVIZIO DI PAOLO RUMIZ SU “IL PICCOLO”

ROMA \ aise\ – “Rivangare le reazioni di vent’anni fa a una visita papale – come fa Paolo Rumiz su “Il Piccolo” del 7 maggio commentando con asprezze polemiche la visita di Benedetto XVI ad Aquileia – non mi sembra un esercizio utile, soprattutto ai fini che il giornalista si propone: andare avanti con il passo della storia, costruendola e non subendola”.
Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Lucio Toth commenta così il servizio apparso su “Il Piccolo” del 7 maggio scorso a firma di Paolo Rumiz in occasione della visita pastorale di Benedetto XVI nel Nord Est. Nota di cui Toth approfitta per confermare anche il pieno diritto dello Stato italiano sui quadri istriani oggi rivendicati dalla Repubblica di Slovenia.
“Se vent’anni sono passati per i polemisti di allora – scrive il presidente Anvgd – dovrebbero essere passati anche per Rumiz. Quanti decenni ha atteso la sinistra italiana per riconoscere gli errori e le colpe del comunismo sovietico e di quello iugoslavo, contro i quali si era battuta la Chiesa cattolica? Sarebbe giusto rinfacciarlo ora a illustri esponenti di quella stagione, quando il “Papa polacco” veniva attaccato e criticato per la sua avversione al comunismo? La Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati, e la ANVGD, di cui sono presidente da quasi vent’anni, – ricorda Toth – hanno costruito un cammino di rivendicazione della memoria dei crimini e delle sofferenze subiti, ma insieme di comprensione degli eventi nella ricerca di nuovi orizzonti comuni per i popoli dell’area adriatica orientale, come ha dimostrato il contributo decisivo da noi offerto per il successo del Concerto di Muti del 13 luglio 2010 e dell’incontro storico di Trieste fra i Tre Presidenti”.
“Del tutto fuori segno – a commento di Toth – è l’accenno ai quadri “requisiti dai fascisti”, quando è noto a tutti – perché affermato dai competenti Ministeri degli Esteri e dei Beni Culturali di tutti i governi succedutisi a Palazzo Chigi – che quelle opere d’arte veneta furono rimosse dalle loro sedi istriane, allora facenti parte del territorio nazionale italiano e testimonianza del passato della regione, per proteggerle dalle insidie della guerra, come avvenne per migliaia di altre opere di tutte le regioni d‘Italia che furono custodite in luoghi sicuri, assicurando al paese e alla cultura di tutti beni preziosi. L’esattezza dell’informazione dovrebbe essere un grande pregio per un grande giornalista”. (aise)

317 – La Voce del Popolo 12/05/11 Massimo d’Alema: «L’Italia deve occuparsi della sua unica comunità nazionale autoctona all’estero»
L’ON. MASSIMO D’ALEMA HA INCONTRATO A CAPODISTRIA I MASSIMI RAPPRESENTANTI DELLA CNI
«L’Italia deve occuparsi della sua unica comunità nazionale autoctona all’estero»
CAPODISTRIA – Atmosfera solenne, ma contemporaneamente di grande amicizia ieri a Capodistria, per la visita del deputato del Partito Democratico, on. Massimo D’Alema. Accompagnato dai suoi compagni di partito, il senatore Carlo Pegorer e il deputato Ettore Rosato, nonché da Francesco Russo, presidente provinciale del PD per Trieste, l’alto ospite è stato accolto al suo arrivo dall’ambasciatore d’Italia a Lubiana, Alessandro Pietromarchi e dal console generale a Capodistria, Marina Simeoni.
A porgere il benvenuto al parlamentare, che nel recente passato è stato anche presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, sono stati il presidente dell’Unione Italiana, on. Furio Radin ed il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul. Nella sede della Comunità degli Italiani, presenti numerosi esponenti delle CI dell’Istria e di Fiume, gli onori di casa sono stati fatti dal presidente del sodalizio, Mario Steffè e dal presidente della Comunità autogestita della nazionalità italiana costiera, Flavio Forlani.
Un messaggio di saluto all’on. D’Alema è stato rivolto dall’ambasciatore Pietromarchi, che nel suo intervento ha rilevato il nuovo clima instaurato nei rapporti tra Slovenia ed Italia. Il Concerto di Trieste e gli altri incontri al massimo livello tra i due Paesi hanno permesso di instaurare rapporti più distesi, che giovano notevolmente anche alle rispettive minoranze nazionali.
La parola è passata quindi a Maurizio Tremul, il quale ha espresso la sua soddisfazione personale e quella di tutta la Comunità nazionale in Slovenia e Croazia per l’importante incontro. “In primo luogo vorrei esprimere un sentito ringraziamento al governo, al Parlamento ed a tutta la Nazione italiana per il sostegno offerto alla CNI. È un aiuto importante che è stato fornito da tutti gli Esecutivi in carica e da tutte le forze politiche. Ogni compagine governativa ha impostato le proprie priorità, ma l’attenzione per noi è stata costante, così come non è venuta meno la sensibilità del Friuli Venezia Giulia”.
Tremul ha posto l’accento anche sui problemi ancora aperti, partendo dal taglio dei finanziamenti per quest’anno. “Il decurtamento è nell’ordine del 13 per cento e se rapportato al periodo 2003-2011 raggiunge il 24 per cento. Siamo coscienti delle difficoltà finanziarie della nostra Nazione madre, ma per noi si tratta d’importi rilevanti”.
Accantonato quest’unico elemento negativo, Tremul è tornato ad occuparsi degli aspetti positivi nei rapporti con l’Italia. “Vorrei esprimere gratitudine per quanto è stato fatto a nostro favore, partendo dall’acquisizione della cittadinanza italiana per molti connazionali. Altra nostra aspettativa importante è la legge d’interesse permanente, che riunisca gli strumenti giuridici dello Stato italiano per la CNI e stabilisca anche un rapporto bilaterale diretto. Ciò darebbe certezza di finanziamenti”. Tremul ha ricordato ancora il 150.esimo dell’Unità d’Italia e quanto l’anniversario sia sentito tra la CNI, i cui appartenenti sono orgogliosi di essere italiani.
Il presidente dell’Unione italiana, on. Furio Radin, ha ricordato i recenti incontri di Zagabria e Nova Gorica con l’on. D’Alema. “Sono stati colloqui ricchi di contenuti e puntuali. Le Comunità nazionali cercano l’attenzione delle Nazioni d’origine e noi non facciamo eccezione. Abbiamo bisogno dell’interessamento dell’Italia che per noi significa molte cose, ma soprattutto cultura. Andiamo fieri della nostra cultura, che ci permette di amare l’Italia senza essere nazionalisti. Ci permette anche di avere rapporti intensi con quasi tutte le forze politiche italiane. Fa differenza soltanto il grado di attenzione che esse dimostrano nei confronti della Comunità italiana”, ha dichiarato Radin, precisando che il Partito Democratico si è sempre distinto per la propria sensibilità. “Il livello di sostegno che proviene da Roma viene valutato con attenzione nei nostri Paesi di residenza. Non solo quello finanziario, ma anche quello politico sono motori dell’autonomia della nostra Comunità in Slovenia e Croazia”.
Nella sua risposta Massimo D’Alema ha rilevato come abbia sottratto con piacere un po’ di tempo alla campagna elettorale in corso, per la visita a Capodistria. “Volevamo fare il punto sulla collaborazione con gli italiani in Slovenia e Croazia, che per noi è molto importante. Ho sempre pensato che lungo questa frontiera si costruisce una parte fondamentale del nuovo spirito europeo. L’Italia deve occuparsi della sua unica comunità nazionale autoctona all’estero anche per preservare la storia e la cultura fuori dai confini nazionali”, ha affermato l’on. D’Alema.
Pur non volendo scendere nei dettagli delle strategie finanziarie del governo italiano, ha ugualmente rimarcato che i tagli non dovrebbero essere lineari, ma seguire precise priorità. Ha espresso appoggio alla legge d’interesse permanente, che del resto nel 1999 il suo stesso governo aveva abbozzato, ma che poi non fu realizzata. “Bisogna guardare in ogni caso alla prospettiva di un’Europa integrata, dove non vi sia spazio per le divisioni del passato e per i fantasmi dei nazionalismi. Il traguardo è una macroregione europea dove convivere pacificamente e dare spazio allo sviluppo economico delle varie entità in uno spirito di cooperazione e non di competitività”, è stato uno dei pensieri conclusivi di Massimo D’Alema.
Gianni Katonar

318 – Libero 06/05/11 I beni degli esuli dalmati regalati da Prodi alla Slovenia, la rivista “Il Dalmata!’ recupera il testo dell’accordo per i risarcimenti firmato da Lubiana col premier Berlusconi
Storia dimenticata
I beni degli esuli dalmati regalati da Prodi alla Slovenia

La rivista “Il Dalmata!’ recupera il testo dell’accordo per i risarcimenti firmato da Lubiana col premier Berlusconi. E poi affossato dalla sinistra

SALVATORE CARZILLO

Bill Clinton ordinò a Prodi di chiudere rapidamente il con¬flitto con la Slovenia, cancellando di fatto il veto posto dal governo Berlusconi all’entrata del Paese nell’Unione Europea. Ma cancel¬lando anche i risarcimenti agli esuli italiani fuggiti dalle stragi dei partigiani titini.
Una pagina dimenticata della nostra storia rivelata nel 2003 da Piero Fassino (nel suo libro “Per passione”) che ritorna ora dall’oblio dopo il ritrovamento da parte della rivista degli esuli “Il Dalmata” del testo integrale dell’Accordo di Aquileia firmato dall’on. Antonio Martino, mini¬stro degli Esteri del primo gover¬no Berlusconi, e dal suo omologo sloveno Lojze Peterle. Nel docu¬mento, sparito per anni – secondo “Il Dalmata” neppure la Camera dei Deputati e il Ministero degli Esteri sono in possesso di una copia – c’è una parte dedicata ai ri¬sarcimenti per gli esuli, quei 350mila italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia che alla fine della se¬conda guerra mondiale furono costretti ad abbandonare tutti i loro beni per sfuggire al regime di Tito. Nell’articolo 3 si stabilisce che «la parte Slovena adotterà delle misure al fine di accertare la quantità, ubicazione e stato degli immobili degli allora proprietari oggi cittadini italiani o dei loro di¬scendenti e successori, comun¬que acquisiti alla mano pubblica dalle Autorità della ex Jugoslavia e che si trovano ancora oggi nella disponibilità pubblica, le cui aspettative saranno tenute in par¬ticolare considerazione».
In pratica, si sigla l’accordo per un risarcimento. Poco dopo però il Parlamento di Lubiana e il Go¬verno sloveno decidono di strap¬pare l’Accordo di Aquileia e co¬stringono il firmatario Peterle alle dimissioni. La reazione del gover¬no Berlusconi è immediata: veto sull’entrata della Slovenia nella Ue. Ma tutto cambia all’arrivo del governo Prodi e all’ordine peren¬torio del Presidente americano Clinton: Romano, risolviamo questa situazione in fretta.
In un passaggio del suo libro, Fassino rievocava il colloquio avuto con Prodi al momento del rientro dell’allora premier dalla Casa Bianca. Era la primavera del 1996. «A Palazzo Chigi, Prodi mi racconta le parole con cui Clinton lo ha accolto nello studio ovale della Casa Bianca: “Chiudete il conflitto con la Slovenia”» – scrive Fassino – «Che per una ragione di politica interna (la restituzione dei beni degli esuli espropriati da Tito, ndr) e di cattivi rapporti bila¬terali l’Italia blocchi l’aggancio europeo della Slovenia, viene considerata a Washington una miopia provinciale pericolosa per tutti. Ecco perché Prodi conclude il nostro colloquio con un chiaro “Vai a Lubiana e chiudi il conten¬zioso”». E Piero, al Ministero degli Esteri prima come sottosegretario e poi come titolare, esegue gli ordini. Parte in missione diplo¬matica e porta a casa il risultato: il veto è stato cancellato, rinuncian¬do a ogni pretesa di restituzione per gli esuli e spalancando così le porte europee alla Slovenia. Non solo. Di ritorno da Lubiana, Fassi¬no si ferma alla stazione maritti¬ma di Trieste per partecipare a un incontro con gli esuli. L’onorevole ricorda l’assemblea«affollata e tesa»e l’elenco di iniziative promes¬se agli esiliati: l’emissione di un francobollo, il conio di una medaglia, qualche programma in Rai e interventi sui programmi scola¬stici. Nel libro è raccontato tutto. O quasi. Infatti Fassino dimentica di citare la promessa più impor¬tante, il pagamento di 5mila mi¬liardi di lire agli esuli. Tutti soldi che avrebbe dovuto sborsare il governo Prodi. Invece, non solo quella cifra si ridusse a 400 miliar¬di di lire (con una legge approvata poco prima delle elezioni del 2001), ma ad aprire il portafogli fu l’esecutivo di Berlusconi in con¬seguenza della vittoria alle urne.

LASCHEDA
IL DOCUMENTO La rivista degli esuli “Il Dalma¬ta” ha ritrovato e pubblicato il testo integrale dell’Accordo di Aquileia firmato dal Antonio Martino, ministro degli Esteri del primo governo Berlusconi, e dal suo omologo sloveno Lo¬jze Peterle.

I 350MILA
Nel documento, sparito per anni – secondo “Il Dalmata” neppure la Camera dei Depu¬tati e il Ministero degli Esteri sono in possesso di una copia -c’è una parte dedicata ai risar-
cimenti per gli esuli, quei 350mila italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia che alla fine della seconda guerra mondiale fu¬rono costretti ad abbandonare tutti i loro beni per sfuggire al regime di Tito.

LA PROMESSA Nell’articolo 3 si stabilisce che «la parte Slovena adotterà del -le misure al fine di accertare la quantità, ubicazione e stato degli immobili degli allora proprietari oggi cittadini italia¬ni o dei loro discendenti e suc¬cessori, comunque acquisiti allamano pubblica dalleAuto-rità della exJugoslaviae che si trovano ancora oggi nella disponibilità pubblica, le cui aspettative saranno tenute in particolare considerazione».

319 – La Voce del Popolo 12/05/11 Valle d’Istria: Castel Bembo, firmato il contratto per la ricostruzione degli interni
SIGNIFICATIVI INCONTRI A VALLE: LA LOCALE CI AVRÀ FINALMENTE UNA SEDE FUNZIONALE E ADEGUATA
Castel Bembo, firmato il contratto per la ricostruzione degli interni
VALLE – Finalmente è stata posta la firma sul contratto per l’appalto dei lavori per la ricostruzione degli interni di Palazzo Bembo, futura sede della Comunità degli Italiani di Valle. Il contratto è stato sottoscritto da Silvio Delbello, presidente dell’Università popolare di Trieste, dall’onorevole Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana, da Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’UI, da Rosanna Bernè, presidente del sodalizio vallese e da Vladimir Jurman, rappresentante della società locale “Vallis”, che ha vinto il bando d’appalto. La fase preparatoria dei lavori partirà subito, anche se l’intervento edile più significativo avverrà a settembre dato che durante i mesi di luglio e agosto vige il divieto dei lavori a causa della stagione turistica.
Il valore di questo intervento, che dovrebbe durare all’incirca 8 mesi, è pari a un milione di euro. Tremul ha inoltre aggiunto che con l’avvio dei lavori partirà anche il bando d’appalto per l’arredamento del Palazzo, per evitare qualsiasi tipo di ritardo e che l’ammontare complessivo di tutto l’investimento è pari a 2 milioni di euro lordi. Alla firma del contratto che si svolta nell’attuale sede provvisoria della CI di Valle erano presenti il console generale della Repubblica Italiana a Fiume, Renato Cianfarani, che ha effettuato la sua prima visita ufficiale al Comune, nonché il segretario generale dell’Assemblea e della Giunta UI, Christiana Babić e il direttore generale dell’UPT, Alessandro Rossit.
Prima della firma del contratto, il console generale, accompagnato dagli esponenti dell’UI e dell’UPT ha incontrato il sindaco del Comune di Valle, Edi Pastrovicchio. Il sindaco ha spiegato la particolare crescita di Valle che in soli sette anni ha triplicato il numero di pernottamenti nel suo territorio grazie alla nascita della società Mon Perin, che è di proprietà della maggior parte degli abitanti di Valle e che gestisce in affitto dal comune i campeggi di San Polo e Colone. “Siamo riusciti a far partecipare in modo attivo i nostri cittadini al processo di decisione politica – ha aggiunto il sindaco – evitando qualsiasi tipo di discriminazione e anche l’apporto dei membri della Comunità degli Italiani è stato fondamentale. La ristrutturazione di Palazzo Bembo aiuterà sicuramente Valle a fare un altro salto di qualità dal punto di vista turistico e sociale”.
Cianfarani ha sottolineato che la fama del modello vallese è ormai ben nota oltre ai confini croati: “Valle è uno dei comuni istriani che si distingue per l’integrazione e la collaborazione fra tutte le sue componenti e con una Comunità degli Italiani che ha saputo valorizzare il legame storico con l’Italia. L’investimento di Palazzo Bembo è una testimonianza dell’impegno del governo Italiano, che crede fermamente nel futuro delle Comunità in Croazia e in Slovenia e continuerà a supportare l’impegno per mantenere viva la cultura italiana di queste terre”.
All’incontro è intervenuto anche Plinio Cuccurin, uno dei promotori principali della rinascita vallese, che è stato in precedenza anche presidente della CI locale. Cuccurin ha spiegato che uno dei fattori principali del successo del comune di Valle e della sua CI è nel ricambio generazionale: infatti, sono stati affidati ruoli dirigenziali ai giovani e si è lavorato per creare un ambiente positivo che possa dare alle nuove generazioni prospettive di vita migliori.
L’onorevole Furio Radin ha dichiarato che la Comunità degli Italiani di Valle è uno dei sodalizi che merita di avere una sede come Palazzo Bembo, non solo per le sue numerose attività, ma anche per la preservazione del dialetto istroromanzo: “Dobbiamo farci perdonare tutti questi anni di attesa e per questo motivo abbiamo profuso il massimo impegno per dare alla Comunità di Valle una delle sedi più belle e rappresentative dell’intera CNI”.
Anche il presidente dell’UPT, Silvio Delbello, si è unito ai complimenti per le attività della Comunità degli Italiani di Valle e alla presidente Rosanna Bernè per aver creato un gruppo di attivisti giovani e volenterosi, che possono essere d’esempio per tutti. La visita al Comune di Valle è proseguita alla scuola elementare, dove il console generale ha incontrato una parte del numeroso gruppo di attivisti del sodalizio vallese.
Sandro Petruz

320 – Corriere Mercantile Genova 08/05/11 Morgillo: “Pola ricordi le origini occorre ristabilire la vierità storica”
LA VISITA Regione e studenti in Venezia Giulia
Morgillo: “Pola ricordi le origini occorre ristabilire la vierità storica”

«La pulizia etnica ha snaturato questo pezzo dimenticato d’Italia»

Pola e l’intero Venezia Giulia dimostrano come i regimi snaturino i territori attraverso la pulizia etnica: hanno trasformato un pezzo di Italia in una terra con una minoranza etnica italiana. Scriverò air amministrazione comunale di Pola: chiedo che targhe e monumenti che ri¬cordano i fatti storici vengano adeguatamente illustrati. E’ necessario ristabilire la realtà storica». Queste le parole di Luigi Morgillo, vicepresidente del Consiglio regionale, al ter¬mine del viaggio, insieme agli studenti, nella Venezia Giulia e alle foibe. L’ultima tappa, ie¬ri, a Pola, città, emblema del¬l’esodo degli italiani, vittime di una feroce persecuzione dove, durante e al termine della seconda guerra mondia¬le furono barbaramente ucci¬si numerosi giuliano dalmati di lingua italiana, da forma¬zioni titoiste. Uomini, donne e persino bambini, vittime di un feroce odio etnico e politi¬co, furono gettati in profondi crepacci, le foibe, dove trova¬rono la morte.
«Gli italiani che furono co¬stretti a fuggire persero tutto, casa, lavoro e affetti. Quelli che rimasero dovettero rinun¬ciare alla propria dignità. An¬cora oggi molti dei rimasti, pur avendo nazionalità italia¬na disconoscono o forse so¬no costretti dalle circostanze e dall’opportunità, ad ignora¬re molte delle tragedie vissu¬te dai loro connazionali sol¬tanto pochi decenni fa – ha osservato Morgillo -. Ancora oggi nelle celebrazioni ufficia¬li, e noi nel nostro viaggio ci siamo imbattuti proprio in molte di queste, si onorano i caduti per la lotta di libera¬zione dai fascisti, ignorando completamente tutte le vitti¬me italiane innocenti e gli esuli che nulla a che avevano a che vedere con il fascismo ed una guerra ingiusta e sba¬gliata».
Il vicepresidente del consi¬glio regionale ligure nel corso dell’incontro con il vicepresi¬dente della comunità italiana, Davide Giugno, ha quindi an¬nunciato la sua intenzione di scrivere all’amministrazione comunale di Pola: «Chiederò che i monumenti e le targhe che riguardano fatti storici, a seguito della quale nostri con¬nazionali innocenti hanno perduto la vita, vengano ade¬guatamente illustrati. Ci sia¬mo infatti accorti che talvolta sono di fatto anonimi, non vi si trova alcun cenno a quanto accaduto: la storia va raccon¬tata per intero. Le guerre non sono mai giuste. Ma è dovero¬so commemorare chi ha per¬so la vita senza avere alcuna colpa se non quella di essere italiani». Ha quindi fatto sape¬re: «Le corone di fiori che ab¬biamo deposto davanti a una di queste targhe, che non rac¬conta nulla di quanto accadu¬to, se non una data, dopo po¬che ore sono state divelte». Prima dell’incontro con la co¬munità di connazionali, con¬siglieri e studenti avevano fat¬to visita al liceo italiano.

PRESENTI ANCHE SCIALFA E BAGNASCO
I consiglieri hanno accompa¬gnato gli studenti vincitori del concorso “Il sacrificio degli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia”, giunto alla decima edizione. Presenti anche insegnanti e Fulvio Mohoratz e Emerico Rad-mann, rispettivamente presi¬dente e vicepresidente del¬l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia del¬la Liguria. Una tappa anche al castello di Montecuccoli, dalle cui finestre venivano gettati gli italiani. Equi, per onorare queste vite spezzate, gli stu¬denti hanno gettato le corone lungo il burrone che termina nel corso d’acqua.

321 – Il Borghese Maggio 2011 – Il Giorno del Ricordo ? Lo vogliono cancellare
IL GIORNO DEL RICORDO?
Lo vogliono cancellare

di MARIO BORTOLUZZI

ANCHE quest’anno il «Giorno del Ricordo», la celebra¬zione istituita con legge dallo Stato italiano nel 2004, per ricordare il sacrificio dei martiri delle foibe e l’esodo di trecentomila italiani dalle terre di Istria e Dalmazia è pas¬sato in sordina sulla stampa nazionale.
L’edizione del 10 febbraio 2011 del principale quoti¬diano italiano, Il Corriere della sera, non ha dedicato una riga all’evento e il Gazzettino il quotidiano del nord est che, per storia e anche per vicinanza non soltanto geografi¬ca alle terre «di là dall’acqua» avrebbe dovuto almeno ri¬cordare la data in prima pagina, ha relegato la notizia in quattordicesima.

Perché oggi avviene tutto questo e, come vedremo più avanti, ben altro ancora, a sette anni dall’istituzione del «Giorno del Ricordo»?
L’operazione, pianificata evidentemente da una regia nazionale, si svolge su più livelli.
Al silenzio stampa si devono aggiungere episodi di violenza sempre più frequenti rivendicati dall’area antago¬nista dei centri sociali, atti ad impedi¬re le celebrazioni o a danneggiare lapidi e monumenti ai martiri delle foibe e, soprattutto, da un paio d’anni, un’attività frenetica da parte dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) in prossimità del Giorno del Ricordo, volta a disinformare l’opinio¬ne pubblica sul fenomeno delle foibe e dell’esodo, al punto tale da negare il fenomeno stesso o di rincondurlo alla semplice reazione slava, anche se eccessiva, contro le violenze subite dai fascisti italiani durante la Seconda Guerra mondiale.
Evidentemente a costoro non sono bastati 60 anni di oblio, di omertà e di complici silenzi: nel momento in cui la Patria attraverso un voto parlamen¬tare unanime (escluse le ignobili astensioni degli ultracomunisti) isti¬tuisce il 10 febbraio come Giorno di riparazione per le indicibili sofferenze patite dai nostri connazionali giuliani, fiumani e istro-dalmati, c’è qualcuno che vuole riportare indietro le lancette della storia, magari ai tempi «felici» della Jugoslavia di Tito.
Qualche esempio su ciò che sta accadendo non guasta.
Alcuni anni orsono la Regione Veneto distribuì in tutte le scuole me¬die inferiori e superiori del territorio un cofanetto di cartone in 10.000 copie contenente un opu¬scolo «Le radici del ricordo – storia di una terra e del suo popolo», due bandiere, quella italiana e quella veneta e un dvd con testimonianze dirette degli esuli, di storici e gior¬nalisti (fra cui Paolo Mieli).
La lodevole iniziativa, voluta fortemente dall’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan (allora in quota An), era destinata a colmare quel vuoto di informazione storica presente ancora oggi in tanti manuali di storia ad uso degli studenti di ogni ordine e grado. Scriveva l’asses¬sore nell’introduzione: «Nessuna pagina della storia do¬vrebbe essere strappata. La storia dovrebbe essere sempli¬cemente conosciuta per ciò che è stata: né riscritta, né negata . C’è invece, in particolare, una pagina di storia italiana che è stata per anni taciuta, gettata nell’oblio come tanti dei suoi protagonisti e testimoni. E la storia delle terre di Istria e Dalmazia, delle loro genti, italianissime, e del loro tragico destino».
Il cofanetto, concepito come ausilio didattico per per¬mettere ad alunni ed insegnanti di dibattere l’argomento in occasione del Giorno del Ricordo fu, nella stragrande maggioranza delle scuole venete, ignorato e opportuna¬mente occultato da Presidi e docenti che si rifiutarono di usarlo adducendo le motivazioni più strampalate.
«Questa scuola ha appena celebrato la Giornata della Memoria [dedicata allo sterminio degli ebrei, N.d.A.] per¬ciò non è necessario celebrare il Giorno del Ricordo (…)»
«Per spiegare opportunamente il contesto storico biso¬gna spiegare agli studenti che le foibe furono solo l’effet¬to, certamente esecrabile, ma la causa fu creata dalle vio¬lenze fasciste (…)»
Queste sono solo alcune delle «perle di saggezza» re¬galate agli attoniti studenti veneti da insegnanti la cui furia ideologica si dimostrò essere pari soltanto alla propria ignoranza e malafede.
Solamente in alcuni casi, su richiesta di alcuni studenti informati, il cofanetto ricomparve all’improvviso e fu usato per la formazione.
Ed è in queste occasioni che l’Anpi, vuoi perché interpel¬lato dalle Direzioni didattiche o per propria iniziativa, s’incu¬neò nelle iniziative per orientarle in senso giustificazionista, riduzionista e, infine negazionista. Trasformare perciò il «Giorno del Ricordo» in una occasione di riflessione sul Fa¬scismo e i danni infiniti provocati dallo stesso, invitando a parlare delle foibe i partigiani cioè coloro che all’epoca dei fatti erano alleati con i persecutori degli Italiani. Niente male, anche perché, come se non bastasse l’iniziativa dell’ Anpi, anche il Centrodestra ci mette del suo.
Il 2 novembre 2010 la Giunta regionale del Veneto guidata da Luca Zaia (Lega e PdL), unico voto contrario quello della solita Donazzan, ha finanziato, ci auguriamo per una svista, con 50mila euro una serie di iniziative per celebrare il 10 febbraio fra cui un opuscolo da inviare alle scuole redatto dall’Anpi che nega la pulizia etnica subita dagli Italiani e ridimensiona il fenomeno riducendolo ad una serie di vendette a carattere personale, e di fatto, avvia una campagna di disinformazione con i soldi dei contribuenti.
La tesi è sempre la stessa e si basa sul «contesto in cui i fatti avvennero e si devono necessariamente collocare»
come ribadisce dalle colonne di Micromega il Prof. Angelo d’Orsi storico del pensiero politico contemporaneo presso l’Università di Torino. Scrive il cattedratico:
«Questo contesto ci parla sì di efferatezze e brutalità, ma commesse da chi? Dai nostri soldati. Dai fascisti ai danni degli jugoslavi. Gli Italiani fascisti, come dimostrano molti studi degli ultimi anni, si fecero odiare in quelle terre persino più dei Tedeschi nazisti. Istituirono campi di concentramento.
Commisero ogni sorta di nefandezze, ai danni di popolazioni inermi. E come ci si può stupire poi che si sia giunti a una resa dei conti, a guerra finita ?Owiamente, non si giustificano così le efferatezze dell’altra parte, i delitti restano delitti, quale che sia la loro fattispecie: ma i contesti in cui avvengono li rendono assai diversi, gli uni dagli altri. E comunque sono i contesti che aiutano a spiegare tutti i singoli fatti, individuali e collettivi».
Già, i contesti. Peccato che i sostenitori di queste tesifingano dì ignorare gli accadimenti che precedettero gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Ci può soccorrereallora l’analizzare questi «contesti». Le terre di Istria e Dalmazia tornarono parzialmente calla Madrepatria soltanto dopo la Prima Guerra Mondiale, n Terre che per 1.100 anni furono veneziane e prima ancora romane per lingua, cultura e istituzioni. Gli slavi arrivati d nella zona nel VII secolo d.C, rappresentarono da subito un problema per le genti latine delle città della costa al punto che nell’anno Mille, Venezia fu costretta a muovere guerra contro la pirateria slava per riportare la pace nel h tema istro-dalmatico. Seguirono secoli di alterne vicende
ma, soprattutto si assistette all’avvento di una civiltà veneziana sulla costa adriatica dall’Istria fino alla Grecia con la graduale assimilazione anche delle genti slave che convis- c
sera pacificamente con gli elementi italiani, soprattutto negli ultimi secoli della Repubblica di San Marco.
Nel 1797 con la caduta di Venezia e le successive do¬minazioni francese e austroungarica sui territori già marciani, iniziarono i problemi soprattutto per le popolazioni di lingua italiana. Fu l’epoca dei nazionalismi a dare la d
stura a ciò che avvenne nei decenni successivi. Nel 1848 <j gli Italiani della Dalmazia, considerati poco affidabili dall'Impero perché fortemente attratti dall'idea del ricon- c giungimento con la Madrepatria iniziarono ad essere esclusi dalle cariche pubbliche sino ad allora occupate, a vantaggio dell'ernia slavo-croata, considerata dagli impe¬riali più fedele a Vienna.
Questo contesto persecutorio, dove si registrarono an¬che numerosi episodi di violenza e di soprusi a danno degli Italiani da parte di minoranze nazionaliste slave provocò un primo esodo dei nostri connazionali di Dalmazia che ruggirono verso la città di Zara, verso l'Istria e il neonato Regno d'Italia.
Tutto ciò sicuramente non giustifica la successiva ita¬lianizzazione forzata imposta dal regime fascista una volta riprese l'Istria, Fiume e Zara dopo la guerra del '15-'18 né giustifica la successiva invasione del Regno di Jugoslavia (che comprendeva gran parte della Dalmazia) all'epoca della Seconda Guerra Mondiale, però ci permette di com¬prendere il contesto in cui si svolsero certi fatti, che non avvennero per caso o per intrinseca ferocia della parte ita¬liana ma spesso come parte di un progetto di re¬italianizzazione di quelle terre slavizzate precedentemente a causa di forzature internazionali che, all'epoca, parve praticabile all'Italia fascista.
La realtà che gli storici di riferimento dell’Anpi sem¬brano voler ignorare è che il disegno di sradicamento della presenza italiana fu scientificamente perseguito dal Partito comunista jugoslavo di Tito proprio attraverso l'uso del terrore causato dagli eccidi delle foibe. Questo particolare, pubblicamente ammesso con dichiarazioni esplicite dagli stessi collaboratori di Tito, è ormai parte integrante delle acquisizioni storiche e non può essere cancellato da nessu¬no e per nessun motivo. Fu pulizia etnica che colpì gli Italiani in quanto tali, al di là del proprio credo politico. Nelle foibe infatti finirono pure partigiani italiani, come viene ampiamente documentato da tutti gli storici degni di questo nome.
Come arginare allora questo lucido progetto di mistifi¬cazione della realtà?
Sicuramente ribattendo, punto su punto, in ogni sede e difendendo la verità storica quale essa è ma, soprattutto, coinvolgendo Istituzioni ed Enti Locali nella difesa della memoria, a cominciare dalla scuola.
Un primo passo importante è stato fatto dalla Regione del Veneto che con deliberazione della Giunta n. 102 del 1 febbraio 2011 ha approvato un Protocollo di Intesa tra Regione, Ufficio Scolastico Regionale e Federazione degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati allo scopo di «avviare un intervento organico al fine di celebrare il 10 febbraio "Giorno del Ricordo " nelle scuole del Veneto in maniera ampia e appropriata, creando diffuse occasioni dì cono¬scenza e studio che sollecitino le giovani generazioni e il corpo insegnante ad approfondire le complesse tematiche delle foibe e dell'esodo anche in altri periodi dell'anno scolastico».
Fra gli impegni comuni sottoscritti anche la possibilità offerta dalla Federazione degli esuli di mettere a disposi¬zione propri relatori esperti per interventi di diffusione, studio e approfondimento delle tematiche legate alla tragedia delle foibe e dell'esodo, rivolti agli alunni ma anche ai docenti.
E un primo passo che ci auguriamo venga seguito anche dalle altre Regioni italiane.

322 – Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 13/05/11 La scomparsa delle foibe: Antonelli contro la "strana traduzione" del libro di padre Rocchi

LA SCOMPARSA DELLE FOIBE: ANTONELLI (MONTREAL) CONTRO LA "STRANA TRADUZIONE" DEL LIBRO DI PADRE ROCCHI
MONTREAL\ aise\ – Da anni residente a Montreal, esule giuliano-dalmata e docente universitario, Claudio Antonelli ha recentemente preso visione della traduzione in inglese del libro "L’esodo dei 350.000 giuliani, fiumani e dalmati" di padre Flaminio Rocchi, presentata l’anno scorso e curata da padre Marco Bagnarol.
Rocchi, ricorda Antonelli, è definito l’"apostolo degli esuli": sacerdote francescano, morto nel 2003 a Roma, la sua opera è "notissima all’interno della nostra comunità di esuli della Venezia Giulia e Dalmazia. Ma meno nota agli altri". Dunque se da un lato è "un bene" aver tradotto il libro in inglese, per Antonelli i risultati non sono apprezzabili. Dal titolo – The Exodus of the 350 Thousand Giulians, Fiumians and Dalmatians – alla traduzione dell’acronimo Efasce – ente che ha patrocinato l’iniziativa – ad errori di battitura, tante le critiche di Antonelli secondo cui, però, la più importante è che, in tutto il libro, non c’è la parola "Foiba".
"Il risultato assai grave di questa traduzione veramente poco ortodossa – scrive Antonelli – è di far sparire la chiave interpretativa fondamentale dell’esodo nostro, di noi istriani, fiumani, dalmati. Questa chiave interpretativa è racchiusa in una semplice parola. Mi chiederete un po’ scettici: in quale maniera padre Bagnarol e la sua squadra di traduttori, pur animati – almeno spero – dalle migliori intenzioni del mondo sono pervenuti ad eliminare dal testo di padre Rocchi questa "chiave interpretativa"? Vi sono riusciti facendo sparire la parola senza la quale il nostro esodo può apparire come una semplice emigrazione, anche se avvenuta in un periodo drammatico. Questa parola è "foiba", con i suoi derivati: "infoibare", "infoibato", "infoibamento"… Termini – come vedremo – che sono resi nella traduzione con certe strane parole inglesi inventate per l’occasione".
"Un’altra domanda poi è più che legittima: chi, concretamente, ha condotto il lavoro di traduzione delle singole parti? Perché – spiega Antonelli – io penso che l’opera di traduzione sia stata fatta da diverse persone. Solo così si spiega, come vedremo più in là, l’incomprensibile varietà di termini inglesi – anzi pseudo-inglesi – che di volta in volta in volta ci sono proposti nel testo come equivalente linguistico dei termini italiani "foibe", "infoibare" e derivati. Un fatto che certamente avrà a che vedere con gli aspetti frettolosi e approssimativi di questa traduzione è che padre Bagnarol – stando almeno a quanto leggiamo in un articolo della "Voce del Popolo" – "ha al suo attivo sessanta libri tradotti in inglese e undici attualmente in cantiere". Troppi – oso dire – considerato che padre Bagnarol, della Missione della Consolata di Toronto, non si dedica solo a traduzioni ma ha anche la cura di molte anime".
Precisando di non aver letto tutto il testo, Antonelli svela però che tutte le parole inglesi usate per tradurre "foiba" non esistono!
"Sulle foibe – continua – tanto, ultimamente, è stato detto e scritto. Ma ciò è avvenuto solo dopo la caduta del Muro, quando finalmente, soprattutto con il governo Berlusconi, il silenzio su di noi è cessato. Su questi “buchi neri” dell’Istria sono stati scritti diversi libri e numerosi articoli soprattutto in italiano ma anche in inglese e in altre lingue. Il termine “foiba” negli scritti redatti in lingua inglese è stato reso con “foiba”, vale a dire è rimasto immutato, venendo accompagnato, quando è usato per la prima volta in un testo, da una spiegazione “geografico-storica”. Sul fatto che “foiba” sia rimasta “foiba” in inglese, gli esempi abbondano e basterà una semplice ricerca in Rete per rendersene conto. Anche lo studioso Carlo Montani – solo per dare questo esempio – nella parte inglese del suo libro bilingue “Venezia Giulia Dalmazia – Sommario storico/An Historical Outline” (Trieste: A.D.E.S, 2002) mantiene la parola originaria “foiba”, mentre rende “infoibare” con l’espressione “to throw into the ‘foibe’”. Anche nella traduzione, dovuta a Konrad Eisenbichler del libro di Arrigo Petacco (titolo della versione inglese: “A Tragedy Revealed”) le foibe rimangono “foibe” in inglese. Ed è così anche negli scritti originali di lingua inglese (ossia non frutto di traduzioni dall’italiano)".
"Nella traduzione di Marco Bagnarol – prosegue – il termine “foiba” è invece completamente assente. Evidentemente il traduttore – o chi per lui – ha deciso, fin dall’inizio, che la parola italiana identificante il "buco nero" dei massacri andava resa con un equivalente inglese. E qual è questo equivalente, tratto dal dizionario inglese, di cui i traduttori di Toronto si sono serviti? Qual è insomma la traduzione di “foiba” in “The Exodus of the 350 Thousand Giulians, Fiumians and Dalmatians”? A questa semplice ma fondamentale domanda non è facile rispondere, perché, incredibilmente, le traduzioni dei termini “foiba”, “infoibare”, “infoibamento”, “infoibato” variano da una pagina all’altra del libro. Abbiamo di volta in volta, infatti, per foiba: “crevice”, “indoline”; per infoibare: “to increvice”, “to crevice”, “to dolinize”, “to indolinize”; per infoibamento: “increvicement”, “crevicing”, “indoliniment”, “doliziment”, “indolizement”; per infoibato: “indolinezed”, “creviced”, “increviced”. E ne ho sicuramente, senza volere, omessi altri…Un elemento inspiegabile accomuna tutti questi termini: a parte “crevice” – termine generico per “crepaccio” – nessuna di queste parole esiste in inglese".
Antonelli critica, dunque, "questo sorprendente ricorso a termini puramente inventati, ossia a parole di fantasia, scritte ogni volta però con leggere varianti, quasi si trattasse di sorprendere il lettore di un lungo testo poetico di stile marinista attraverso il ricorso ad audaci novità linguistiche: “dolinize”, “indolinize”, “doliziment” (con la “i”), “indolizement” (con la “e”), e via continuando sul tema. Ripeto: quello che è assolutamente inspiegabile è che tutte le parole riportate sopra, a parte “crevice”, non esistono in inglese. Sono di pura fantasia, insomma".
Il punto, allora, diventa che "di fronte a tali termini il lettore (tra cui i nostri figli e nipoti) non potrà che rimanere stupito e perplesso, incapace di capire ciò che gli si voglia dire".
Antonelli ricorda anche l’anno scorso, dopo la presentazione della traduzione a Trieste, anche Patrizia C. Hansen, addetto stampa dell’ANVGD, aveva criticato "questa strana traduzione", sottolineando proprio quanto sia stato inappropriato tradurre "foiba". E poi si chiede: "ma in Canada, il Club Giuliano Dalmato (sic) di Toronto non si è interessato neppure un po’ a questo lavoro di traduzione? Nessuno che vi avesse dato uno sguardo prima che l’edizione fosse data alle stampe?".
Entrando nel merito della traduzione, Antonelli scrive che "vi è comunque un fatto ancora più significativo, al quale voglio però fare solo un rapidissimo accenno, perché solo l’accennarvi mi crea disagio: Guido Braini (presidente del Club Giuliano Dalmata di Toronto, che ha firmato una breve introduzione al libro – ndr) nel suo breve testo laudativo, dopo aver ringraziato "all those who dedicated time and effort to complete the English translation of this work", trova anche la maniera d’inserire la propria interpretazione dei massacri delle foibe – pardon: delle crevices – e del nostro esodo; interpretazione che, se le parole da lui usate rispecchiano veramente il suo pensiero, apre la porta alla tesi degli "opposti estremismi" o se vogliamo del "giustificazionismo", tesi esattamente antitetica a quella di padre Flaminio Rocchi e del suo testamento morale costituito appunto dal libro di cui ci stiamo occupando.
Secondo la tesi giustificazionista, il gran massacro d’italiani condotto attraverso le foibe ed altri spicciativi sistemi balcanici di morte non fu altro che una reazione alle ingiustizie fasciste subite in precedenza dalle popolazioni slave ("Morte al fascismo, libertà ai popoli!"). Braini sembrerebbe accreditare proprio questa tesi quando parla di nazioni vittoriose che imposero "their nationality as a revenge, for what they deemed to be mistreatment suffered in the past". Guido Braini avrebbe dovuto, se non altro, evitare in un testo così breve di entrare nel merito di una questione cui padre Rocchi ha dedicato un’intera vita, pervenendo a conclusioni esattamente opposte proprio in questo suo libro di cui ci stiamo occupando, e da cui emerge il vero volto del sanguinoso tribal-nazionalismo slavo-comunista".
"Certi nomi – commenta Antonelli – hanno una forza che trascende il loro significato d’origine. Foiba – come abbiamo visto – è tra questi. Le foibe non sono delle semplici buche nel terreno. Ma sono dei buchi neri trasformatisi in tombe. Le morti per infoibamento, che hanno toccato da vicino o da lontano tutti noi, profughi di quelle martoriate terre, hanno aggiunto al termine "foiba" un’eco funebre che è ormai la sua essenza. Il termine non è più solo associato ad una "violenza" geologica espressa dal baratro che si spalanca nella terra a guisa di oscura ferita, ma alla violenza umana. Esso è legato ad una tragedia: la tragedia delle foibe. Ebbene noi non vogliamo che le parole – “Foiba” e “Foibe” – sancenti la nostra identità storica di popolo investito dalla violenza balcanica siano a loro volta infoibate, vittime di una nuova pulizia anche se questa volta solo semantica". (aise)

323 – Il Piccolo 09/05/11 L’Intervento – Caro professor Pahor il Carso è di noi tutti
Caro professor Pahor il Carso è di noi tutti

L’intervento di STELIO SPADARO

Sono le autorità municipali a doverlo tutelare, a cominciare da quelle slovene. Questo non è un territorio di proprietà esclusiva

Qualche giorno fa, il 1° maggio, il professor Boris Pahor ha sostenuto su Il Piccolo che il Carso andava salvato "al di là di tutti i confini". Si riferiva alle proteste che da qualche tempo si sentono contro il rischio di cementificazione del Carso. Non è possibile non essere d'accordo con le sue preoccupazioni. Avrei però voluto sentire da parte sua parole più nette sui destinatari delle proteste. A me pare siano le autorità municipali, ad iniziare da quelle slovene. A loro spetta evitare il rischio che il Carso divenga una grande periferia tra Trieste e Lubiana. Il professor Pahor invece dice cose che spostano la prospettiva. Il Carso diviene "Il suo Carso", un luogo che gli appartiene perché appartiene alla comunità etnica cui sente di appartenere: un luogo che sarebbe da salvare dagli italiani. Il problema è che il Carso è anche mio, come lo è anche di migliaia di italiani, sloveni, europei e, ne sono certo, marziani, se ci fossero anche loro. Talmente il Carso è bello.

Non è la prima volta-mi dispiace doverlo notare-che la penna del professor Pahor slitta su questo punto. Ad esempio nel suo libro "Qui è proibito parlare" afferma che nel 1918 fu sottratto agli sloveni, assieme alla possibilità di esprimersi nella propria lingua, anche quello che sarebbe il loro territorio etnico, e cioè la Carinzia e il Litorale con Trieste, Capodistria, Isola e Pirano. Ne segue che per il professor Pahor gli italiani della Venezia Giulia sono o abusivi o rinnegati o illegittimi (si vedano le terribili righe su Oberdan). Ma se è vero che agli sloveni fu negato dal fascismo un diritto fondamentale, è sbagliato ridurre un'area dove risiedono da sempre italiani e sloveni in un territorio etnico a proprietà esclusiva di uno. Mi dispiace, caro professor Pahor, ma qui vi sono le premesse di quanto il fascismo fece agli sloveni e il nazionalismo sloveno e croato fece a tanti istriani, fiumani e dalmati espulsi dai loro luoghi. Sono però convinto che la storia cammina. Il 13 luglio dello scorso anno i tre Presidenti solennemente hanno riconosciuto la dignità di tutte e tre le memorie. E riconoscere la dignità di tutte le memorie implica riconoscere anche il significato della presenza italiana in queste terre dell'Adriatico orientale.

La storia cammina anche a Trieste dunque, e anche grazie ai triestini. Per esempio, ha fatto bene il sindaco Dipiazza a invitarLa al Teatro Verdi a presentare i suoi scritti, sulla base dei principi e dei valori della nostra Repubblica. Ha fatto bene a dare voce a tutti i nostri concittadini. Perché, caro professor Pahor, Lei con la sua vicenda è testimone importante della nostra storia, di quella slovena e di quella italiana. È un testimone prezioso. Non capisco perché Lei debba perdere il suo tempo proponendo una visione che nasce oltre cento anni fa, e che il fascismo e il comunismo hanno congelato. Ma ce ne siamo liberati. Come dobbiamo liberarci dagli etnonazionalismi che ancora dividono. Il Carso è un patrimonio prezioso per ciascuno di noi, per la nostra sensibilità e identità. Chiediamo che le autorità preposte non guardino in faccia nessuno. Lo chiediamo in nome del nostro amore per il Carso e delle leggi europee, slovene ed italiane, non in nome dei diritti di una etnia.

324 – Il Piccolo 10/05/11 Ferrovie, Lubiana boccia la Capodistria-Trieste, ill governo: questo collegamento dirotterebbe le merci sulla Pontebbana
Ferrovie, Lubiana boccia la Capodistria-Trieste

Il governo: questo collegamento dirotterebbe le merci sulla Pontebbana Si accelerano invece i tempi per il tratto tra il porto sloveno e Divaccia

di Franco Babich

LUBIANA Un collegamento ferroviario tra Capodistria e Trieste? È un'ipotesi che a Lubiana non viene nemmeno presa in considerazione. La priorità per la Slovenia resta sempre la tratta tra Capodistria e Divaccia. Lo ha ribadito nei giorni scorsi il sottosegretario sloveno ai Trasporti Igor Jakomin, che in sede di Comitato parlamentare per i trasporti ha risposto agli attacchi dell'opposizione, che accusa il governo di non riuscire a trasformare la Slovenia in una piattaforma logistica, per cui anche il porto di Capodistria starebbe perdendo competitività sui mercati internazionali. Jakomin ha escluso l'ipotesi che l'approvazione definitiva della variante alta per la Trieste-Divaccia possa riattualizzare il discorso sul collegamento diretto tra Capodistria e Trieste. Al Ministero sono consapevoli – ha detto – che questo collegamento rischierebbe di spostare parte del traffico merci sulla Pontebbana, per cui la parte slovena del Corridoio 5 perderebbe d'importanza e sarebbero danneggiati gli operatori logistici nazionali. Si stanno invece accelerando i tempi per cominciare con la costruzione di un nuovo binario sulla tratta tra Capodistria e Divaccia. Attualmente, come spiegato dal responsabile del Direttorato per gli investimenti nell'infrastruttura ferroviaria Andrej Godec, si sta completando l'acquisto dei terreni dove passerà la nuova ferrovia, che dovrebbe consentire di raddoppiare il volume dei traffici da e per il Porto di Capodistria. Il piano degli investimenti dovrebbe essere ultimato in agosto. «Lubiana ha scelto di procedere alla costruzione della nuova tratta con un solo binario – ha aggiunto ancora Godec – perché la raccolta della documentazione per il raddoppio potrebbe durare troppo tempo e comportare anche la perdita dei fondi europei». Nel corso della seduta del Comitato parlamentare, si è parlato pure dello scalo capodistriano, l'unico dell'Alto Adriatico che nell'ultimo anno ha registrato non un calo ma un aumento del traffico merci. Il progetti di ampliamento e ammodernamento sono stati già approvati, ora si aspetta il varo del Piano regolatore del porto. L'Italia ha presentato le sue osservazioni. «Quelle giustificate saranno prese in considerazione, le altre no» ha dichiarato il presidente del Comitato di controllo della Società Luka Koper, Janez Pozar. Lo scalo, ha assicurato Pozar, è in ripresa dopo un periodo di crisi, dovuto peraltro alla malagestione dell'ex consiglio d'amministrazione, nei cui confronti è in corso una causa giuridica di risarcimento».

325 – Il Foglio 10/05/11 Luxardo: Marasche sciroppate
Marasche sciroppate
Un`orgia calorica che vale la pena di assaggiare sul gelato fiordilatte e crema. I ventimila alberi di Prunus cerasus delle colline di Torreglia producono dei frutti dimenticati dai consumatori, ma terrebilmente buoni Luxardo mi accompagna, con qualche parentesi, ad immemorabili. In una remotissima vita milanese dopo il lavoro mi concedevo un bicchiere di Maraschino: avete presente quelle bottiglie impagliate? In una quasi altrettanto perduta vita reggiana mi invaghii del Sangue Morlacco con motivazioni patriottico-dannunziane (anche se ancora gli lanva non avevano pubblicato l`omonimo strumentale, in un album dedicato all`impresa fiumana). Poi mi feci più grande, o forse solo più moderno, e mi tuffai nei liquori secchi. Passarono anni senza Luxardo, fino all`ultima Pasqua quando ho aperto un vasetto dalla deliziosa grafica primonovecentesca contenente "Marasche al frutto. Ciliegie candite allo sciroppo di Marasca", per versarlo su due gelati Grom, fioridilatte e crema. Hanno dovuto trattenermi, stavo per divorare tutto. Non bastava a frenarmi la dicitura annunciante un`orgia calorica ("ciliegie, zucchero, succo di Marasca, sciroppo di glucosio, fruttosio…"), non mi sarei fermato neanche se ci fosse stato in etichetta un teschio con le tibie. Certo però che un paio di ingredienti zuccherosi Luxardo potrebbe pure risparmiarceli: è vero che le marasche sono asprigne ma forse ai palati contemporanei piacerebbero anche un po` meno coperte, più naturali.

Marasche, che bella parola. Anziché dal Prunus avium come le ciliegie normali vengono raccolte, come le amarene e le visciole, dal Prunus cerasus, il ciliegio acido. Che è proprio un`altra specie, con alberi più piccoli e frutti più amari che in stagione preferisco a duroni e morette sia perché più rinfrescanti sia perché snobbati dai clienti dei fruttivendoli (o almeno dai clienti del mio fruttivendolo, troppo parmigiani per intendersi di frutta, troppo urbani per intendersi di stagioni), E io ho un debole, non so se dovuto più al cristianesimo o al dandysmo, per i frutti dimenticati, Delle piccole, rare, acidule marasche, Luxardo controlla l`intera filiera essendo titolare dei più grande marascheto d`Europa vale a dire ventimila alberi, che meraviglia. Frutteti collinari che fanno scattare l`associazione con la battistiana "Collina dei ciliegi". Non chiedetemi di fare indagini, non importa sapere se Mogol nei primi Settanta frequentava davvero Torreglia, è più bello fantasticare liberamente. Solo così "potremmo correre sulla collina fra í ciliegi veder la mattina". Come tutte le cose terribilmente buone, le Marasche Luxardo fanno sognare.

Luxardo, Torreglia (Padova) – http://www.luxardo.it

326 – Il Piccolo 10/05/11 Trieste – La libreria "Saba" in pericolo di vita Parte il salvataggio
La libreria "Saba" in pericolo di vita Parte il salvataggio

Cosolini ha lanciato l'allarme, gira la voce su una possibile chiusura.
Mario Cerne è sempre più deluso e solo
Turisti da ogni parte. «Ma qui interessa?»

“CULTURA NEGOZI ANTICHI “

La sola cosa che Mario Cerne, così riservato da non voler rilasciare alcuna intervista, dice esplicitamente a proposito dell'incerto futuro della libreria antiquaria Saba, è una domanda a tutti e nessuno: «Ma interessa?
Interessa veramente a questa città?». Nel quesito c'è già il suggerimento di una risposta molto dubbiosa se non addirittura negativa. Cerne si chiede in fondo che città sia ora Trieste, «che non ha un treno diretto né per Vienna né per Lubiana». Da dove i suoi clienti arrivano con macchine affittate, con pullman, e con tanto stupore. di Gabriella Ziani La voce gira e gira, esplode in pubblico: «Rischia di chiudere la libreria antiquaria Saba». Ma è una voce che girando girando poi come un refolo torna alla base, lì in via San Nicolò 30, l'antro del poeta Saba libraio antiquario. Si chiude la storica porta alle spalle e resta in compagnia del grand'uomo deluso che è Mario Cerne, l'erede del padre Carlo che fu a propria volta erede di Saba dopo essere stato il celebre commesso «Carletto». La voce si annida fra scaffali zeppi di libri, quanti siano non lo sa neanche il padrone, se lo chiedono carovane di inglesi, francesi, tedeschi, turisti italiani, e scrittori e politici (Berlusconi nel 2003 a Trieste per l'incontro con Angela Merkel). La voce si rintana, ma ronza di continuo nelle orecchie dei mille che bussano per una lunga ciàcola alla maniera dei vecchi tempi. In un consesso elettoral-politico è scoppiato lo scandalo. Come può chiudere un posto così celebre nel mondo, ha chiesto Roberto Cosolini, il candidato del centrosinistra? Adesso fa da manifesto a Barcellona per la mostra «La Trieste di Magris», ma lì non si capitalizza in alcun modo la fama, non si paga certo l'ingresso, non si hanno sostegni pubblici, non si può ammodernare perché trattasi di santuario delle lettere. Dunque la domanda va
ribaltata: può il paziente Cerne restare da solo nell'antro-santuario all'infinito, dopo 30 anni di negozio per rispetto al padre e al poeta, e avendo superata l'età in cui altri vanno in pensione, con generazioni giovani che non comprano libri antiquari, con gli introiti che calano, 1100 euro di affitto mensile (alto ma non stratosferico), un euro in più e l'equilibrio salta? Il catalogo non viene più stampato dai tempi di Carletto, vendere su Internet è fatica troppo «industriale» per il luogo, dove le assi storte del pavimento sono ancora del 1907, né ci si può permettere di pagare un impiegato. E Mario Cerne, poi, è egli stesso così perfettamente «sabiano» col suo morbido e penetrante pessimismo, con la sua ironica disillusione, mentre palpeggia un testo del 400 rilegato in pelle, mostra una Divina commedia in «microcalligrafia» che sta tutta su una maxi-pagina e bisogna puntarci sopra una lente per capire che cos'è, mentre spedisce un volume in America, vende un libro (sul pessimismo: guarda là…) a una turista francese, mostra rarità a un giovane sloveno, e sciorina le disattenzioni di una Trieste che chiudendo l'Aiat ha buttato via pacchi di mappe della città, che non pubblicizza ai turisti il biglietto giornaliero del bus da 3,5 euro, che non esalta le iniziative create proprio per la "Saba", non ha mai avviato un centro studi nel nome del poeta, «un poeta a Trieste antipatico» si lascia ogni tanto sfuggire. Un suo gesto dice tutto.
Dopo tre anni e mezzo di attesa per la qualifica di «locale storico», una raccomandata gli reclamò con urgenza la planimetria mancante «oppure – diceva il testo – la sua domanda verrà archiviata». In puro stile sabiano, Cerne fece la carta a palla e la buttò nell'archivio-principe, in cestino.
Col Comune non parla più. Così l'annuncio di chiusura non c'è, ma esiste la voce. Se continuerà a girare a vuoto, le guide racconteranno che «c'era una volta a Trieste "la Saba"» e i triestini avranno qualcos'altro da rimpiangere.

327 – Panorama Edit 30/04/11 Festa «doppia» per gli italiani dellla Slavonia / Una… terra promessa / Salami e salsicce della tradizione italiana
Trentacinquesimo della nascita della locale Comunità
e 135.esimo dell’arrivo dei bellunesi a Plostine
Festa «doppia» per gli italiani della Slavonia
Testo di Ardea Velikonja
Un piccolo nucleo di italiani nel cuore della Slavonia. Questa è la Comunità degli Italiani di Plostine, guidata da anni da Anton Bruneta, sodalizio che il primo maggio ha festeggiato due anniversari importanti, i 35 anni di esistenza della CI e i 135 dell’arrivo dei bellunesi in questi territori.
Un grande appuntamento per il quale i connazionali si sono preparati alla grande, memori anche del fatto che per i trent’anni ai festeggiamenti aveva partecipato pure l’allora presidente della Repubblica Stjepan Mesić, oltre all’ambasciatore d’Italia a Zagabria Alessandro Grafini e, ovviamente, ai vertici dell’Unione Italiana.
Alla vigilia di questa grande festa abbiamo incontrato il presidente Bruneta, che ci ha fatto il punto sullo stato della CI e del paese di Plostine. “Qui ci sono in tutto 180 abitanti di cui il 90 per cento sono italiani, che parlano soprattutto il nostro antico dialetto bellunese, meno l’italiano puro. Su Plostine, però, gravitano anche 12 località limitrofe nelle quali pure vivono gli italiani. Il Consiglio della CI conta 45 membri, provenienti da tutti questi luoghi, i soci sono in totale 780 ma credo che su questo territorio vivono circa 3000 connazionali. Abbiamo dai 50 ai 60 giovani sotto i vent’anni che frequentano la Comunità e i corsi di lingua italiana che la prof.ssa Marija Puškarić tiene due volte la settimana. Abbiamo corsi per bambini e per adulti e c’è un grande interesse.
Nei programmi della scuola elementare di Pakrac, frequentata dai nostri ragazzi poiché quella di Plostine ha solo le prime quattro classi elementari, l’italiano si insegna come lingua straniera facoltativa”
Parlando delle attività della Comunità degli Italiani, Bruneta ha ricordato che una volta all’anno, grazie alla collaborazione tra l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste, arriva qualche conferenziere dall’Italia per preparare i viaggi di istruzione che consentono a questi italiani di visitare il loro Paese d’origine.
Comunque il maggior numero di italiani vive a Plostine e in zona ci sono quattro località con i cartelli stradali bilingui, segno che gli italiani sono in maggioranza. Le prime forme di associazione dei bellunesi in queste regioni risalgono all’aprile del 1974, quando fu costituita la “Società giovanile sportiva Libertà” che riunì gli italiani di Pakrac, Ciglenica, Lipik, Zagabria, Osijek e altri.
La Comunità degli Italiani è nata nel 1976 e la prima sede è stata nella casa di cultura con un bar a disposizione dei soci. Successivamente è stato costruito un birillodromo a due piste che diventò abituale luogo di ritrovo per i giovani. “Oggi abbiamo una sede nuova, spaziosa, i cui lavori però non sono ancora ultimati – spiega il presidente Brunetta -. C’è la TV, il biliardo, abbiamo una bella grande sala per gli spettacoli, munita di palcoscenico, una moderna cucina, e in futuro al piano superiore vorremmo mettere a punto delle stanze in cui potrebbero alloggiare i gruppi folcloristici e i cori di altre parti della Croazia che spesso ospitiamo. Non dobbiamo dimenticare che il nostro è un piccolo paese senza alcuna possibilità di offrire alloggio.
Per noi è essenziale mantenere i contatti con le altre Comunità degli Italiani e possiamo farlo solo attraverso i gruppi folkloristici, artistici e altri, ma, ripeto, il problema è quindi trovare una sistemazione per queste persone”.
Tra gli altri problemi, non mancano ovviamente quelli di natura finanziaria. “Il nostro bilancio è molto stringato e quindi non siamo in grado di supportare grandi iniziative. Vorremmo partecipare anche noi a qualche gara a livello UI ma la scarsità di mezzi non ce lo permette – aggiunge amaramente Anton Bruneta -.
E poi la maggior parte della popolazione è anziana, i giovani se ne sono andati in cerca di lavoro. Prima della guerra in Croazia molti degli uomini di queste terre sono andati a lavorare nella provincia di Belluno grazie alla collaborazione con l’associazione Bellunesi nel mondo, che ci ha dato un grande aiuto in quei tempi di depressione economica. Durante gli anni del conflitto, i nostri uomini sono stati raggiunti dalle loro famiglie e sono rimasti a vivere in Veneto. Qui non abbiamo subito distruzioni ma tra i richiamati dell’esercito croato abbiamo avuto due morti e una ventina di feriti.
Noi siamo un piccolo paese che vive esclusivamente di agricoltura, ma attraverso la Caritas italiana abbiamo ricevuto aiuti umanitari e sono stati proprio i loro mezzi a permetterci di costruire l’ambulatorio di cui oggi disponiamo”.
La festa annuale della Comunità italiana, che quest’anno coincide con i due anniversari, tradizionalmente si tiene il primo fine settimana di maggio.Oltre ai tanti complessi folkloristici della zona, per l’occasione è stato invitato anche quello istriano di San Lorenzo Babici. La cerimonia comprende la rituale messa nella chiesa di San Antonio e la processione, con quasi tutti gli abitanti che fanno il giro del paese, assieme agli ospiti, che sono sempre più numerosi, tra alti esponenti dell’Unione Italiana, dell’Università Popolare di Trieste, della regione di Požega e della Slavonia, del comune di Pakrac.
Comunque, il fiore all’occhiello delle manifestazioni della CI è il Giro della Liberta, una corsa ciclistica che si organizza nella settimana che segue Ferragosto nell’ambito della rassegna delle nazionalità “Incontri di Plostine”, alla quale l’anno scorso hanno aderito oltre cento partecipanti provenienti dai paesi e località limitrofe.
Durante la visita alla sede della CI, sia quella vecchia che quella nuova, abbiamo incontrato Stjepan Arland, 74 anni. Esprimendosi in dialetto bellunese, ci ha raccontato di aver sempre vissuto a Plostine, è stato anche presidente della Comunità degli Italiani, e non può nascondere una certa amarezza per la lontananza dai centri dove vive la maggior parte degli italiani di Croazia, cioè l’Istria, distanza che diventa un grande handicap per la manutenzione di più stretti rapporti di collaborazione. “Anche noi vorremmo avere contatti con gruppi di danza popolare, con i cori e partecipare alle competizioni sportive a livello di Unione Italiana – ci ha detto Arland -.
Ma l’unico tra noi che riesce a mantenere questi contatti con una certa regolarità è l’attuale presidente Bruneta, grazie alla sua veste di consigliere dell’Assemblea dell’UI. Noi qui ormai siamo tutti vecchi, i nostri figli lavorano in Italia e saltuariamente vengono a casa a trovare i loro parenti. Per evitare lo spopolamento, speriamo che almeno dopo il pensionamento tornino definitivamente qui in paese, nelle loro case, tra la loro gente”. ●
Una… terra promessa
Come e perché sono arrivati in Slavonia tanti abitanti del Bellunese? La storia ci ricorda che nella seconda metà del XIX secolo la vita per la gente della provincia di Belluno era durissima, poco lavoro e molta fame. Alcuni mercanti andavano spesso in Slavonia a comprare merce e seppero di una fabbrica di mattoni che cercava operai. Inoltre, il “padrone” della città, che all’epoca si chiamava Khuenovo selo, dava in affitto per vent’anni terreni agricoli a chi era pronto a coltivarli.
Così un’ottantina di famiglie decisero di trasferirsi qui, ripulirono i boschi, si fecero una casa e cominciarono a lavorare la terra: per certi versi, in Slavonia trovarono la loro… America. Gli uomini cominciarono a lavorare nella locale fabbrica di mattoni e si stabilirono qui con le proprie famiglie. Tutto ciò, racconta Anton Bruneta, accadeva nel 1876.
Secondo un’altra versione i veneti di Belluno si trasferirono in Slavonia nel 1880 rispondendo alla chiamata del patrizio Joseph Reiser di Toranj, che con una lettera in tedesco invitò gli italiani a venire a lavorare nei suoi possedimenti. Sempre secondo questa fonte, i documenti originali si trovano preso l’Archivio di Stato a Zagabria. Da questi documenti risulta che il 7 aprile 1880 per tramite del console italiano di Fiume venne inviata una lettera al governo reale croato-slavone-dalmato per informarlo del possibile arrivo dei bellunesi in zona. Nello stesso periodo 84 famiglie arrivarono con il treno fino a Sisak per raggiungere poi le tenute di Joseph Reiser e Philip Stein a Isidorovac.
Questi documenti parlano di 408 persone che trovarono sistemazione in cinque località. I primi immigrati arrivarono nel paese di Novo selo (Nuovo paese) vicino a Toranj e lo battezzarono Lorenzago. Più tardi la contea di Pakrac scelse il toponimo di Khuenovo selo, come il bano Khuen Hederrvary, e non Kuhenovo selo come sta scritto oggi sullo stemma e sulla croce al centro di Plostine, nome quest’ultimo che risale a dopo la prima guerra mondiale e che è tuttora in uso. ●
Salami e salsicce della tradizione italiana
Tante sono le abitudini che i bellunesi hanno portato in Slavonia 135 anni fa, dalla cultura alla gastronomia. Alcune tradizioni si sono perse negli anni ma quella che resiste ancora oggi è la produzione del “salame italiano”, come lo chiamano in zona. Si tratta di un insaccato di carne di cavallo (solo il 10 per cento è formato da carne suina). Anche Anton Bruneta lo produce con l’antica ricetta.
“Come il kulen è il tipico salame della Slavonia, così il nostro salame italiano è il simbolo di questa zona. I nostri bisnonni cominciarono a produrlo con la carne dei cavalli che allevavano. Mio nonno, invece, la carne andava ad acquistarla addirittura in Macedonia e faceva le salsicce, che vengono dapprima affumicate e poi messe ad asciugare per 3-4 mesi – spiega Bruneta -. Gli acquirenti dimostrano grande interesse per questi particolari insaccati, conosciuti anche negli Usa e in Canada. Come?
La nostra gente che è emigrata in quel continente dopo la seconda guerra mondiale non ha mai dimenticat le sue origini. E quando arriva in visita da questa parti, non solo fa conoscere ai giovani i luoghi natii ma si porta a casa anche il vecchio, tipico salame italiano a dimostrazione che la tradizione veneta è ancora viva in questo sperduto angolo della Slavonia”.●

328 – Il Piccolo 12/05/11 Croazia, a fine giugno l'adesione all'Ue (Mauro Manzin)
Croazia, a fine giugno l'adesione all'Ue

Oggi si conclude la trattativa sul capitolo della giustizia. Solo il 44,6% della popolazione favorevole all'ingresso in Europa

di Mauro Manzin

TRIESTE Oramai è sicuro: la Croazia concluderà oggi le trattative con l'Unione europea relative agli ultimi tre capitoli dell'articolo 23 dell'adesione riguardante la giustizia. Mancava solamente la firma dei rappresentanti dei lavoratori delle minoranze impegati ne pubblico impiego e negli enti locali a sancire che nel Paese non ci sono forme di discriminazione nei riguradi delle diverse etnie. Un lavoro molto lungo, dicono nella capitale, perché molti degli impiegati al momento dell'assunzione non dichiarano la propria nazionalità d'appartenenza. Fino a oggi Bruxelles si era dichiarata insoddisfatta visto che, a suo dire, sussistevano ancora problemi per l'assunzione di serbi nella pubblica amministrazione e di appartenenti alle minoranze nella polizia. Ma tutto sembra essersi risolto dopo il duro lavoro di lobbing svolto a Bruxelles dal vicepremier Milorad Pupovac. Così il prossimo 23 giugno Bruxelles potrà confermare la fine delle trattaive per l'adesione all'Ue. Da quel momento Zagabria avrà un mese di tempo per indire il referendum popolare sull'adesione, mentre serviranno cinque mesi a Bruxelles per tradurre il documento di adesione prima della sua definitiva ratifica. Ma nelle ultime settimane anche l'adesione all'Unione europea è rimasta in Croazia nascosta dalla pesante ombra delle sentenze del Tribunale internazionale dell'Aja
(Tpi) soprattutto relativamente alla condanna del generale Ante Gotovina considerato in patria un vero e proprio eroe nazionale della Guerra patriottica (1991-1995). E, quindi, non sarà facile per il governo di centrodestra del premier Jadranka Kosor riportare l'attenzione sui temi europei. Una conferma giunge dai freddi numeri dei sondaggi che danno l'euroforia dei croati caduta al 44,6%. Insomma se ieri si fosse andato al referendum la maggioranza della popolazione sarebbe stata contraria all'adesione all'Ue. Ma la tempisticaa dell'adesione ha a Zagabria una grossa valenza di politica interna. Il governo, come detto, a conclusione il
23 giugno delle trattative con Bruxelles per l'adesione, avrà un mese di tempo per indire il referendum sull'adesione, mentre ci vorranno altri cinque mesi prima che l'intero documento dell'adesione venga tradotto nelle lingue dell'Unione. Il che significa, tradotto nel linguaggio politico croato, che le elezioni potranno svolgersi solamente nell'ultimo spazio temporale possibile, ossia nel marzo del 2012. E proprio questo desiderava con tutte le sue forze proprio la Kosor, la quale si aspetta che il corpo elettorale, contagiato dall'euroforia dell'adesione, possa premiarla e alleggerire così il tracollo elettorale fin qui preventivato dai sondaggi d'opinione. Anche per questo la premier nei tribolati giorni scorsi seguiti alla sentenza del Tpi non si è collocata in una posizione di difesa, ma ha permesso che gli echi nazionalisti si disperedessero per il Paese sperando così di amicarsi la fetta di votanti chiaramenti anti-europeisti. Quindi mentre permette il ritorno del clima isolazionistico proprio del regime di Franjo Tudjam inizia la sua campagna di professione di fede nelle stelle europee. Un vero e proprio salto mortale. Se l'Hdz ai tempi di Tudjman aveva condotto il Paese al totale isolamento internazionale mentre quella di Ivo Sanader aveva invece portato al giuramento nei confronti dell'Unione, l'Hdz della Kosor utilizza il traguardo europeo solo a fini di politica interna, per la propria sopravvivenza. Non c'è da meravigliarsi, dunque, che i croati siano spaesati di fronte alla scelta europea sempre più somigliante a una sorta di gruccia per i politici da sempre impegnati a garantirsi una poltrona nei palazzi del potere. Ecco spiegato, quindi, il giro d'Europa fatta negli ultimi giorni da Vesna Pusic, presidente del Consiglio per la mediazione con l'Ue per convincere i Ventisette che la Croazia è pronta al grande passo dell'adesione. Ed ecco spiegato il sospiro di sollievo della Kosor dopo le favorevoli dichiarazioni del presidente della commissione Ue, Manuel Barroso, del presidente di turno dell'Ue, il magiaro Viktor Orban e della cancelliera tedesca Angela Merkel. Del resto per la Croazia il 23 giugno è proprio l'ultima chance. Poi il processo di allargamento subirà un rallentamento caldeggiato sia da Parigi che da Berlino.

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
https://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arcipelagoadriatico.it/

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.
Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it

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