Rassegna Stampa Mailing List Histria – 7 maggio 2011

Posted on May 10, 2011


Rassegna Stampa Mailing List Histria
Sommario N° 774 – 07 Maggio 2011

295 – La Voce del Popolo 04/05/11 Regione Liguria : La storia dell’esodo entra a scuola (Nicolò Giraldi)
296 – CDM Arcipelago Adriatico 01/05/11 Fulvio Molinari ci ha lasciati. Aveva 74 anni (Rosanna Turcinovich Giuricin)
297 – Messaggero Veneto 30/04/11 Gorizia – Foibe, l’appello dei familiari: «Basta con i silenzi» ( Piero Tallandini)
298 – Il Piccolo 05/05/11 Addio a Belci Stratega della Dc, protagonista della scena politica come parlamentare per 4 legislature. Avvicinò sinistra e sloveni (Roberto Spazzali)
299 – Avvenire 03/05/11 I 40 anni di Tele Capodistria, la tivù con tre vite (Luigi Cobisi)
300 – Libero 06/05/11 Papa: italiani della Dalmazia, non venga modificato il ‘Padre nostro’ tradotto da San Girolamo (Adnkronos)
301 – L’Arena di Pola 28/04/11 Pola non vive più: una relazione del 14 aprile 1947 dell’ufficio Venezia Giulia
302 – Il Gazzettino 04/05/11 Presentato il secondo volume del libro ” guida della Dalmazia” scritto da Alberto Rizzi (Maria Teresa Secondi)
303 – La Voce del Popolo 04/05/11 Cultura – Indimenticabile Smareglia, Pola rinnova le nozze (Daria Deghenghi)
304 – La Voce del Popolo 03/05/11 Cultura – Quelle vittime forzatamente italiane (Ilaria Rocchi)
305 – La Voce del Popolo 03/05/11 Cultura – Un esempio di «distorsione»: Leo Valiani
306 – L’Arena di Pola 28/04/11 Archeologia, una risorsa per l’Istria (Paolo Radivo)
307 – Il Piccolo 05/05/11 I Balcani sono stati la culla degli scontri di civiltà a venire (Gigi Riva)
308 – Il Piccolo 04/05/11 Vent’anni fa la fine della Jugoslavia, nel 1991 iniziò un processo di destabilizzazione dei Balcani che non si è ancora concluso (Luigi Caracciolo)
309 – La Voce del Popolo 30/04/11 Europeismo nella cultura giuliana: Stelio Spadaro e Lorenzo Nuovo firmano un’antologia dedicata al tema (Rosanna Turcinovich Giuricin)
310 – La Repubblica 06/05/11 Da Cherso a Pago. Oasi dalmata (Leonardo Felician)
311 – Il Piccolo 04/05/11 I libri per abbattere l’odio Serbia-Kosovo (Azra Nuhefendic)

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295 – La Voce del Popolo 04/05/11 Regione Liguria : La storia dell’esodo entra a scuola
NICOLÒ SCIALFA, DELLA REGIONE LIGURIA, SULLE VICENDE DEL CONFINE ORIENTALE
La storia dell’esodo entra a scuola
TRIESTE – Il riconoscimento del dramma dell’esodo e delle foibe è entrato a palazzo, ha scosso l’immobilismo politico e comincia a produrre i suoi effetti. Molte sono le istituzioni che si sono date da fare affinché la data del 10 febbraio non sia solamente pretesto per affiggere simbolicamente una targa, intitolare una via o ricorrere alla toponomastica nel tentativo di colmare il vuoto prodotto dallo Stato italiano. I modi sono molteplici. Uno di questi – certamente il più necessario – è quello di far entrare la storia dell’Adriatico orientale nelle scuole. In un momento delicato come quello che sta affrontando il sistema scuola, alle prese con la riforma Gelmini, ripensare a strutture didattiche che debbano includere la storia nascosta e sottaciuta è obiettivo rigoroso. Soprattutto per il mondo dell’associazionismo degli esuli.
Per questo abbiamo incontrato Nicolò Scialfa, della Regione Liguria. In questi giorni sta accompagnando a Trieste e in Istria una delegazione di studenti di Genova che ha vinto il concorso promosso dalla Regione Liguria sul tema dell’esodo e delle foibe in collaborazione con l’ANVGD di Genova.
Qual è l’importanza di questa iniziativa?
“È un pezzo di storia dimenticata. La storia di queste zone e della gente che ha vissuto qui è la storia dei vinti e così deve essere recepita in ogni angolo del Paese, da destra a sinistra, senza ipocrisie. La bassa cucina politica deve riuscire a mettere da parte gli interessi e allo stesso tempo far uscire allo scoperto la verità storica. Per molti anni gli argomenti del confine orientale sono stati strumentalizzati. Per decenni la destra sociale e la Democrazia Cristiana hanno usato la storia per trasformarla in bacino elettorale. Il Partito Comunista aveva tutto l’interesse a tenere nascosta una vicenda che lo riguardava da molto vicino. La gente è stata usata da entrambe le parti, prendendo botte dai fascisti prima, da i comunisti titini poi, fino a rimanere in silenzio per tutta la Prima Repubblica”.
In tutto questo come può ritornare utile lo studio della storia del confine orientale?
“Innanzitutto, non credo che la storia ci possa insegnare qualcosa. Sono convinto però che senza di essa non possiamo andare da nessuna parte. Il ripensamento di meccanismi didattici deve passare attraverso il reclutamento di insegnanti validi, che vincano regolari concorsi e che abbiano competenze. Un insegnante di storia non può esimersi dal conoscere la filosofia e viceversa. Va riformata l’Università e così facendo inserire nei libri di testo la storia nascosta, quella che a Trieste e dintorni si conosce molto bene, ma che nell’altra parte d’Italia è ancora poco nota”.
Lo scorso anno è uscito il tema delle foibe alla maturità. Pura retorica o doveroso riconoscimento?
“Se è stato fatto con l’intento di colmare un vuoto ed arricchire la memoria storica di un argomento controverso allora l’obiettivo è stato raggiunto. Io penso tuttavia che sia l’ennesima dimostrazione di come questo governo sfrutti le persone in ogni sua rappresentazione, passata e presente che sia. Il ministro Gelmini è a tutti gli effetti la persona sbagliata nel posto sbagliato. La colpa non è sua, ma di chi ha scelto di mettere ad una funzione così importante una persona così poco preparata”.
Nei libri di testo facciamo ancora fatica a trovare uno spazio per le vicende del dopoguerra che riguardano l’Istria. Per quale motivo?
“Per anni abbiamo occultato questa parte della nostra storia. La volontà di essere italiani anche dopo la fine della guerra, il mantenimento di un’identità precisa e la continua ricerca della verità sono stati argomenti scomodi per la classe politica italiana dal 1945 sino alla Caduta del Muro di Berlino. Con l’unificazione della Germania ed il successivo crollo del sistema sovietico certi meccanismi internazionali sono venuti a rompersi e con essi, tutta una parte vergognosamente tenuta a guinzaglio si è liberata. Quindi, il fatto che lentamente si cominci a parlare del confine orientale e delle tragedie del Novecento è frutto della corsa al ripiegamento. Dobbiamo riprenderci ciò che ci è stato negato per anni”.
Trieste in questo ricopre un ruolo di primissimo piano. C’è il rischio che la città venga vista più come un contenitore drammatico di violenze che per la sua reale dimensione?
“In questi giorni trascorsi a Trieste sono state molte le situazioni in cui argomenti scomodi hanno preso il sopravvento nelle spiegazioni delle guide. Devo dire, però, che non credo si stia correndo questo rischio. Ho trovato persone preparate che bene sanno muoversi tra le macerie, ma vogliono pensare alla ricostruzione. Non ci sono solamente drammi e tragedie in città e in tutto il suo circondario. Le spiegazioni sono state di grande precisione. L’influenza slava, quella del mondo germanico in un’area in cui l’italiano si sente più italiano che da altre parti, rappresentano un unicum. Portare i ragazzi delle scuole qui è doveroso”.
Come possiamo far giungere agli studenti il messaggio della storia negata?
“Dobbiamo ridare centralità alla scuola. Il Giorno del Ricordo va bene, ha prodotto già grandi risultati. Raccontare ai giovani la memoria del passato, raccogliere le testimonianze e portarle a loro. In questo le associazioni degli esuli devono ripensare il loro ruolo, quello di tramandare la conoscenza delle vicende, ma soprattutto di un’identità che va perdendosi. Dobbiamo digitalizzare buona parte della memoria e delle fonti che riguardano le vicende di questa parte d’Italia. Renderle accessibili a tutti. La trasmissione della conoscenza del proprio patrimonio culturale è operazione fondamentale”.
Cosa devono fare gli insegnanti?
“Devono essere più preparati. Devono venir assunti tramite regolare concorso come recita l’art. 77 della Costituzione italiana. Il criterio di assunzione deve essere questo e non altri. Ci deve essere un esame critico della materia, le facoltà umanistiche devono diventare più rigorose e meno strumentalizzate o ancor peggio lassiste. In questo modo la storia del confine orientale non si fermerà tra i banchi delle scuole medie e nei licei, ma potrà proseguire nel percorso che tutti noi dobbiamo tracciare per ridare voce ad un’esperienza storica per troppo tempo rimasta nel cassetto. Diventerà di senso comune se riusciremo a raccontare queste vicende ai giovani senza voler dimostrare che certe scelte erano giuste o sbagliate. Raccontare che qui sono successe cose che lo Stato italiano ha rimosso per anni. Questo dobbiamo fare”.
Nicolò Giraldi

296 – CDM Arcipelago Adriatico 01/05/11 Fulvio Molinari ci ha lasciati. Aveva 74 anni
Fulvio Molinari ci ha lasciati. Aveva 74 anni

Fulvio Molinari è andato avanti. Aveva 74 anni: è morto sabato notte mentre il mondo era in preghiera per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Sempre sulla notizia, così era stato durante la sua vita felice. Alle spalle una carriera giornalistica di successo che lo ha portato a guardare il mondo negli occhi, sempre in prima linea in quel calderone balcanico che attraverso la sua voce arrivava nelle case degli italiani con notizie, reportage, speciali dalle “zone calde”con quel suo incredibile accento. Come non capire subito che era uomo adriatico, di Trieste dov’era cresciuto e vissuto ma anche di quell’Istria – era originario di Orsera – alla quale era rimasto legato in modo forte. Era riconoscibile nel suo completo e radicato amore per il mare.

Qualche anno fa durante un’intervista, gli avevamo chiesto com’era nato il suo primo libro di racconti “La cagnassa ed altre storie di mare”. Ci aveva risposto descrivendo un episodio particolare: “Ero a Belgrado – aveva iniziato – con centinaia di giornalisti che attendevano la notizia sulla morte di Tito, che non arrivava mai. I giorni si aggiungevano ai giorni, in cui il non far niente bruciava le menti. Mi guardavo intorno, mi mancava la mia famiglia ma anche quel profumo del mare che era sempre parte di me. Allora, per sottrarmi all’isteria del vuoto, mi misi a scrivere aneddoti e racconti di quell’Orsera che mi portavo sempre dentro. Fu come prendere il vento al momento giusto, non riuscii a staccarmi dalla macchina per scrivere e il profumo del mare, all’improvviso, riusciì a sentirlo”.
Si emozionava nel racconto, quel mare ce l’aveva veramente dentro. E lo dimostrerà inventando manifestazioni come La Barcolana, appuntamento per appassionati convinti, sportivi decisi a conquistarsi un titolo ma anche gente che ama semplicemente stare in mare ad ammirare lo spettacolo delle vele.

Spesso usciva da solo in barca: “Poi successe una cosa spiacevole – ci aveva raccontato – in un momento di disattenzione il boma mi è arrivato dritto in testa, svenni immediatamente, per mia fortuna crollai nel pozzetto dove mi risvegliai diverse ore dopo, intontito e spaventato in mezzo al mare. Allora decisi che avrei condiviso questa passione. Per fortuna mia moglie era una donna di mare, come me”.

Forse anche di più. Sua moglie, (scomparsa qualche anno fa di un mare incurabile, proprio come Fulvio) era una patita di immersioni subacquee. Molinari ce lo raccontò divertito: “Alla mia età ho seguito dei corsi per scendere con lei ed ho scoperto un nuovo mondo. Un esempio: ho incrociato mille volte con la mia barca al largo dell’isola di Bagnoli a Rovigno. Ebbene c’è una grotta in fondo al mare dalla quale si accede in un mare interno proprio al centro dell’isola. Raggiungerla è stata una delle più belle esperienze della mia vita”.

La Barcolana, il premio giornalistico Lucchetta, e tante altre iniziative portano il suo nome, eppure era un uomo schivo che non faceva fatica a parlare in pubblico nelle occasioni ufficiali ma che era riservato e quasi timido nei rapporti quotidiani. Respirava a pieni polmoni in barca. In occasione di una viaggio intrapreso per realizzare una trasmissione di TV Capodistria, ospite a bordo, divenne subito il comandante. La barca scivolava via guidata con sapienza e i suoi racconti ammaliavano l’equipaggio. Si guardava intorno come se stesse salutando vecchi compagni. L’abbiamo ritrovato, con il suo rapporto profondo con il mare ne “L’isola del muto”, romanzo che ci ha fatti navigare nell’avventura di un mare conosciuto ma sempre in agguato, che regala molto ma esige rispetto, come Fulvio. Un ultimo commosso saluto, Capitano.

Rosanna Turcinovich Giuricin

297 – Messaggero Veneto 30/04/11 Gorizia – Foibe, l’appello dei familiari: «Basta con i silenzi»
Foibe, l’appello dei familiari: «Basta con i silenzi»

Il 3 maggio nuova manifestazione con i parenti dei deportati Il comitato: gli archivi si sono richiusi ma non ci arrendiamo

di Piero Tallandini

GORIZIA «Ormai ci dobbiamo affidare alle nuove generazioni. Spetta a loro tenere vivo il ricordo. I silenzi di questi ultimi anni, a tutti i livelli, hanno cancellato le speranze di poter finalmente conoscere con certezza la sorte dei nostri parenti deportati. Gli archivi si sono richiusi».

C’è tanta amarezza nelle parole di Clara Morassi, presidente del comitato dei congiunti dei deportati a pochi giorni dalla nuova cerimonia che si terrà martedì alle 17.30 al lapidario del parco della Rimembranza che ricorda i 665 goriziani fatti prigionieri dalle milizie titine e poi andati incontro alla morte nelle foibe carsiche.

Sono passati 66 anni da quel maggio del 1945 quando le milizie fecero il loro ingresso a Gorizia aprendo i giorni del terrore, 66 anni che non bastano a cancellare il dolore dei parenti e la rabbia per i silenzi che da decenni accompagnano questa pagina lacerante della storia del confine orientale.

Qualcosa era sembrato poter cambiare nel marzo 2006, quando uscì l’elenco fornito dagli archivi dell’ex Jugoslavia con i nomi di 1.048 deportati durante l’occupazione titina della città. L’elenco fu reso pubblico tramite la Prefettura dopo che il prezioso documento era giunto nelle mani di Clara Morassi su interessamento del ministro degli Esteri sloveno dell’epoca Rupel. Le indicazioni contenute erano scarne ma per la prima volta c’erano nomi e cognomi dei deportati e indicazioni sul luogo in cui furono prelevati. Avrebbe dovuto essere solo il primo elenco ad uscire dagli archivi, invece è rimasto l’unico.

«Ci speravamo, speravamo che altri documenti sarebbero arrivati – afferma Clara Morassi – per dare finalmente indicazioni precise sulla sorte dei deportati. In quale foiba trovarono la morte, in quale campo di prigionia furono detenuti. Invece è sceso ancora il velo del silenzio, la vicenda foibe è stata nuovamente coperta. Eppure tanta gente non si arrende. Al nostro ufficio ricerche in Prefettura, aperto ogni primo e terzo lunedì del mese, continuano ad arrivare richieste di informazioni. Ultimamente ne abbiamo ricevute addirittura dall’Australia e dal Canada. Ormai abbiamo capito che gli archivi resteranno chiusi ma il ricordo di quelle vite spezzate e delle centinaia di famiglie devastate dal dolore non deve essere sepolto dall’oblio. No, noi non ci arrendiamo».

298 – Il Piccolo 05/05/11 Addio a Belci Stratega della Dc, protagonista della scena politica come parlamentare per 4 legislature. Avvicinò sinistra e sloveni
Addio a Belci Stratega della Dc

Protagonista della scena politica come parlamentare per 4 legislature. Avvicinò sinistra e sloveni

di ROBERTO SPAZZALI

E’ morto a 84 anni, dopo una lunga malattia, Corrado Belci. Scompare così una figura esemplare dell’orizzonte politico triestino tra gli anni cinquanta ed ottanta del secolo scorso. Esule istriano, giornalista, segretario provinciale della Democrazia cristiana, deputato per tre legislature dal 1963 al 1979, stretto collaboratore di Aldo Moro, sottosegretario al commercio estero, ascoltato interprete del cattolicesimo democratico. Lasciata con la famiglia l’Istria ceduta alla Jugoslavia si trasferisce a Trieste alternando la professione di giornalista a quella di attivo militante nella Democrazia cristiana riconoscendosi nella linea politica e culturale di Giuseppe Dossetti, in quegli anni piuttosto lontana da quella espressa in città dal partito. Le responsabilità E’ stato un uomo che si è assunto la responsabilità delle scelte più difficili e delle svolte programmatiche dalla fine del lungo periodo contrassegnato da Gianni Bartoli all’esperienza del centrosinistra; dal dialogo con la sinistra all’apertura al mondo sloveno; dalle più difficili questioni legate alla recessione produttiva triestina con la chiusura dei cantieri al tentativo di rilancio economico con la legge dei “45 miliardi” fino al trattato di Osimo con la prevista realizzazione della zona franca industriale a cavallo del confine italo-jugoslavo. Le svolte Belci entrò a pieno titolo nella scena politica nel 1957 quando la corrente di Iniziativa democratica da lui guidata si impone nel XVI congresso provinciale Dc a quella di Concentrazione democratica, di Romano e Spaccini espressione dei cattolici del CLN, chiudendo di fatto una lunga fase politica cittadina. Belci rappresenta la seconda generazione, dei giovani dossettiani, confluita nel raggruppamento di Fanfani e Rumor, e pone a termine lo scontro tra il municipio, retto da Gianni Bartoli pure esponente di spicco democristiano, e palazzo Diana ovvero la segreteria locale del partito. Così a Trieste si anticiperanno alcuni temi della politica italiana degli anni Sessanta e anche alcuni motivi del dibattito di allora sul modo di intendere la politica con la netta separazione tra istituzioni e segreterie politiche. Nel particolare contesto triestino caratterizzato da un forte municipalismo, Iniziativa democratica, inoltre, libera il governo cittadino dalle alleanze politiche di destra e di un appoggio morale missino per superare la logica del “fronte unitario italiano” che aveva caratterizzato il decennio precedente. La successiva apertura al Partito socialista significava pure il riconoscimento della compontente slovena dell’Unione socialista indipendente, in parte proveniente dalle ex file titoiste, che si stava avvicinando alle posizioni di Pietro Nenni, con la possibilità quindi di dare vita ad un centrosinistra con repubblicani e socialdemocratici. Un lungo processo che approderà solo nel luglio 1965 provocando forti tensioni in piazza e qualche malumore con l’arcivescovo Antonio Santin e la componente cattolica più tradizionale. Le scelte Belci è protagonista prima nella costituzione della regione autonoma Friuli Venezia Giulia in cui ripone forti speranze per fare di Trieste non solo capoluogo ma propulsore dell’intera economia regionale, poi nella “guerra” con Genova per la difesa dei cantieri. Davanti alla chiusura del San Marco, egli ottiene, a compensazione, dal ministro delle Partecipazioni statali Bo e dal presidente dell’Iri Petrilli la sede triestina dell’Italcantieri ma è l’intera città a soffrire la disattenzione governativa nel campo infrastrutturale. Però gli anni Sessanta di Trieste sono ancora protesi ad immaginare una città in forte crescita demografica e urbanistica in cui non si coglie un declino già annunciato da tempo e che giunge nel decennio successivo. Così gli accordi economici del trattato di Osimo sono interpretati come una opportunità ma l’impatto nell’opinione pubblica della natura del trattato italo-jugoslavo sortisce effetti opposti che risulteranno disastrosi per la tenuta dei partiti tradizionali e in particolare per la Dc che fino a quel momento aveva goduto del larghissimo appoggio elettorale degli esuli istriani. Forse questa è stata la più dolorosa scelta alla quale egli non si è voluto sottrarre facendosi carico di una pesante eredità storica alla quale non vedeva altra via di uscita.

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Una lunga carriera di giornalista cominciata a L’Arena di Pola

CHI ERA

Corrado Belci nacque il 19 novembre 1926 a Dignano d’Istria. Conseguita la maturità classica nel 1945 iniziò l’attività giornalistica nel ’46 a Pola a “L’Arena di Pola”, quotidiano della città istriana passata alla Jugoslavia con il trattato di pace di Parigi del ’47. Sposato dal 1950 con Laura Gasparo, padre di sei figli e nonno di otto nipoti. Lasciata Pola divenne redattore del quotidiano di Trieste “Le Ultimissime”, poi de “Le Ultime Notizie” (edizione della sera de “Il Piccolo”) e successivamente capo della redazione triestina de “Il Gazzettino”. Dal 1976 al 1980 direttore politico de “Il Popolo” e dal 1980 al 1982 de “La Discussione”. Parallelamente all’attività giornalistica svolse anche attività politica: segretario provinciale della Democrazia cristiana di Trieste dal 1957 al 1962, parlamentare per quattro legislature dal 1963 al 1979, membro del Consiglio nazionale e della Direzione centrale della Dc, divenne sottosegretario al Commercio con l’estero dal 1970 al 1972 nel terzo governo Rumor, nel primo governo Colombo e nel primo governo Andreotti. Conclusa l’attività parlamentare fondò, presiedendolo dal 1982 al 1997, il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico. Nel 1993 fondò la rivista trimestrale “Trieste&Oltre”.

299 – Avvenire 03/05/11 I 40 anni di Tele Capodistria, la tivù con tre vite
I 40 anni di Tele Capodistria, la tivù con tre vite

Nata il 6 maggio 71, tra il 75 e l’85 era la terza rete più vista in Italia. Poi si è data allo sport. Oggi è una voce preziosa via satellite

di Luigi Cobisi

Tele Capodistria compie quaranta anni. La sera del 6 maggio 1971, l’avvio dei suoi programmi regolari. L’esistenza e la resistenza della comunità italiana in Istria e in tutto l’Adriatico orientale ne ricevettero un sicuro impulso ma bastò che l’emittente allora controllata dalla Jugoslavia si affacciasse nel panorama mediatico italiano per seguirne, a modo suo, le sorti. Il colore rappresentava la parte più importante del suo fascino agli occhi di un pubblico incuriosito dalla novità e nel quale, con le tv dei Paesi confinanti, Svizzera, Montecarlo, Francia, arrivò a raggiungere – grazie a numerosi ripetitori privati – gran parte del territorio italiano. Strumento di debole propaganda, TV Capodistria si aprì alla pubblicità italiana che portava valuta convertibile per diventare – nel decennio 1975-1985 – il terzo canale più visto in Italia e, nella seconda metà degli anni ottanta, la rete sportiva del Gruppo Fininvest. Come parte della Radiotelevisione di Stato di Lubiana, TV Capodistria aveva un accesso all’Eurovisione delle dirette sportive che le tv private non potevano permettersi. E d’altra parte le partite di calcio e pallacanestro dei campionati jugoslavi riservavano alcune emozioni che in altri canali non erano rintracciabili.
Con gli anni novanta, l’indipendenza della Slovenia riportò TV Capodistria, come del resto la sorella Radio Capodistria, a concentrarsi nel servizio alla comunità nazionale italiana in Istria e nella costruzione di un’autentica tv transfrontaliera, con lo scambio di programmi con la sede Rai di Trieste e con la Comunità radiotelevisiva italofona. È la sua terza rigenerazione, che dura tuttora, sebbene non manchi un occhio al passato. Non certo per nostalgia ma per documentare cosa fu la vita in un’area che infinite ragioni vollero dimenticare e che non per questo era però sparita. Basta sintonizzarsi il venerdì in seconda serata per scoprire in Rispolverando palinsesti un materiale filmato che nella sua originalità dice tutto. Fin dall’inizio bilingue, TV Capodistria trasmette per nove ore al giorno programmi in lingua italiana (dalle 13.45 a notte) e un paio d’ore in sloveno. I due telegiornali in italiano (alle 19 e alle 22) durano 20 minuti e sono molto sobri. Una tv d’altri tempi? Non si direbbe. Semmai il coraggio di essere sé stessi, con trasmissioni dedicate alla propria terra, alle comunità italiane, alla scuola senza inseguire l’audience che pure, da quando è salita sul satellite (Hotbird 13° Est, anche nella piattaforma Tivusat) è sicuramente in crescita.

300 – Libero 06/05/11 Papa: italiani della Dalmazia, non venga modificato il ‘Padre nostro’ tradotto da San Girolamo
Papa: italiani della Dalmazia, non venga modificato il ‘Padre nostro’
tradotto da San Girolamo

Cronaca – Udine, 6 mag. – (Adnkronos) – Una petizione sara’ presentata al Santo Padre in visita ad Aquileia, (centro d’irradiazione della Cristianita’ nel Nord-Est, unitamente a Spalato, da cui parti’ San Girolamo per approdare ad Aquileia e Roma), nella quale si chiede che non venga modificata la versione in latino e quindi in italiano e in tutte le altre lingue moderne del ”Padre Nostro” nella parte in cui si chiede a Dio ”di non indurci in tentazione” con un ”non lasciarci in tentazione” o frase analoga.
La Congregazione del Patriziato degli Italiani di Dalmazia, che presentera’
la petizione infatti, ritiene, con San Girolamo, ”che Dio onnipotente possa fare tutto, anche indurre in tentazione gli uomini, come e’ testimoniato dal passo della Bibbia in cui Dio mette alla prova Abramo e lo induce in tentazione a disubbidirlo, chiedendogli di sacrificargli il suo unico figlio”.

La Congregazione dei Discendenti delle Famiglie Nobili e Patrizie e degli Uomini Illustri di Dalmazia scrive ”la nostra Congregazione, che si riconosce nella componente cattolica, mediterranea, romana, veneta e italiana della Chiesa dalmatica salonitana, che ha in San Girolamo il suo massimo Santo protettore, rivolge umilmente a Sua Santita’ una filiale petizione affinche’ non venga modificato il testo della Preghiera che ci e’
stata insegnata dal nostro Signore Gesu’ Cristo e pervenuta a noi nella versione latina di San Girolamo. In particolare si chiede che l’invocazione ”ne nos inducas in tentationem” non venga sostituta con il concetto di ”non lasciarci in tentazione””.
”Non abbiamo la presunzione di poter competere con i teologi che ritengono la versione latina di San Girolamo essere inadeguata e che portano a suffragio della loro tesi l’invocazione del Santo ”Parce mihi Domine, quia dalmata sum”, in cui chiedeva perdono a Dio ”perche’ dalmata” in quanto la sua lingua madre era nata dall’incontro del linguaggio degli Illiri con la lingua dei Romani e temeva, per un eccesso di scrupolo e di modestia, di non padroneggiare a sufficienza la lingua latina. Tali teologi sostengono che solo il Demonio e non Dio possa indurre in tentazione gli uomini”, scrive il Priore Renzo de’ Vidovich Conte di Capocesto e Rogosnizza nella petizione degli italiani di Dalmazia.

301 – L’Arena di Pola 28/04/11 Pola non vive più: una relazione del 14 aprile 1947 dell’ufficio Venezia Giulia
«Pola non vive più»

Una relazione del 14 aprile 1947 dell’Ufficio Venezia Giulia racconta i dettagli dell’esodo

Nel precedente numero de “L’Arena di Pola” abbiamo pubblicato un ampio articolo sull’Ufficio Zone di Confine sintetizzando quanto emerso sull’argomento dai saggi contenuti nel volume 2/2010 di “Qualestoria”, semestrale dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Accennando al saggio di Roberto Spazzali, avevamo annunciato che avremmo trattato a parte la minuziosa relazione sull’esodo da Pola spedita il 14 aprile 1947 all’Ufficio Zone di Confine presso la Presidenza del Consiglio dall’Ufficio staccato di Venezia dell’Ufficio per la Venezia Giulia presso il Ministero dell’Interno. Mantenendo la promessa, riportiamo qui la prima parte di questo documento così come trascritto alle pagine 95-105 della rivista. La seconda parte di questa importante relazione troverà spazio in una apposita pagina del prossimo numero de “L’Arena”.

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Gabinetto
Ufficio staccato di Venezia

Venezia, 14 aprile 1947

Presidenza Consiglio Ministri
Ufficio Confini
ROMA

OGGETTO: dell’esodo di Pola

Ormai l’esodo della popolazione italiana di Pola si può considerare ultimato: Pola non vive più, la sua attività è ora limitata «alla giornata» poiché attende trepida il compimento del suo destino; può, davvero, considerarsi una città morta; severo ammonimento, questo, a chi baratta paesi e genti, così, senza ponderare i profondi legami storici e gli alti valori spirituali delle popolazioni italiane!
A tutt’oggi dal porto di Pola sono partite, verso il suolo patrio, circa 28.000 persone: tutte famiglie e persone che debbono riorganizzare la loro vita e, se occorre, riiniziarla: che hanno abbandonato, con serena decisa fermezza, ricordi, averi e – quel che più conta – i loro cari sepolti nelle verdi colline fra l’Istria ed il mare. E tutto questo non per movimento impulsivo o per sollecitazioni più o meno opportune, ma dopo ben ponderato e maturato esame: vi si è ragionato sopra, si è ben considerata la tremenda decisione e si è visto che la Patria vale più della casa o del terreno tramandato dai posteri e che ora si deve abbandonare.
I valori lasciati a Pola assommano a qualche decina di miliardi: eppure tutto è stato abbandonato con composta fierezza e senza recriminazioni. Quale pena ritornare adesso a Pola, in questa città che ai suoi tempi era così gioiosa, così piena di vita!
Né vale a ridarle soffio vitale i circa 300 nuovi cittadini colà giunti dall’Italia e dalle Zone A e B; veramente erano arrivati colà in maggior numero, ma solo 300 hanno deciso, momentaneamente, di fermarsi a Pola.
Non sta a me approfondire l’esame sulle cause che hanno determinato l’esodo di Pola, ma ritengo di non errare affermando che su tale irrefrenabile decisione abbiano notevolmente influito i 60 giorni di occupazione jugoslava della città: comunque, già da quando ebbero inizio le lunghe trattative per la compilazione del Trattato di pace, la popolazione polesana fece sapere che essa non avrebbe sopportato di essere divisa dall’Italia: e tale voce prendeva sempre più consistenza fino a divenire una decisione irrevocabile.
Ciò, evidentemente, assumeva l’aspetto di un movimento di imponenti proporzioni dato che le prime notizie facevano prevedere l’esodo di circa 8.000 nuclei familiari per complessive 25.000 persone circa; il trasporto, nelle vecchie province italiane, di circa 5.000 mc. di masserizie e di 6.000 tonnellate di materiali provenienti da impianti vari, nonché di circa 2.000 quadrupedi.
A tale movimento il Governo italiano non poteva rimanere estraneo, tanto più che della effettiva esecuzione dell’esodo si avevano già i primi sintomi con la partenza da Pola di quelle famiglie che si ritenevano più compromesse per i loro noti e tradizionali sentimenti di italianità e che per tale motivo avevano già subito dolorose angherie, se non addirittura l’eliminazione di qualche persona cara.
Ecco perché il Ministero dell’Interno ritenne opportuno, nei primi giorni dell’agosto 1946, costituire a Venezia un «Ufficio staccato» del proprio «Ufficio centrale Venezia Giulia», cui venne commesso di:
Approntare un piano organico per l’eventuale esodo della popolazione italiana da Pola e da altre località della Zona B;
Predisporre i vari e necessari ausili occorrenti ai profughi al momento della partenza;
Prendere opportuni accordi con i competenti organi per l’opera di prima assistenza ai profughi e per il loro smistamento verso altre province.
L’attività, poi, di tale ufficio staccato venne anche assorbita da altre mansioni di differente natura, se pure indirettamente riflettentisi con l’esodo di Pola. Comunque, dopo appena un mese, l’Ufficio Venezia Giulia aveva già steso il «canovaccio» dell’organizzazione dell’esodo, il quale veniva suddiviso in due tempi: nel primo doveva aversi l’esodo delle cose, nel secondo quello delle persone. Necessitavano luoghi di raccolta per le cose ed occorreva decidere come sistemare le persone.
Per le cose vennero ricercati magazzini (e non fu facile poi il poterli ottenere data l’enorme quantità delle cose trasportate) nei porti di Trieste, Venezia, Ravenna, Ancona e Brindisi; per la sistemazione di quelle persone che sarebbero affluite con mezzi forniti dallo Stato, vennero scelti come luoghi di smistamento i porti di Venezia e di Ancona.
Queste decisioni costituirono la direttiva principale che poi restò e si dimostrò la più adatta.
Prima d’inoltrarmi nella relazione, desidero ricordare l’opera continua ed infaticabile svolta in Pola dal «Comitato di assistenza per l’esodo»: questo Comitato – ingrossatosi con impiegati e salariati e preso sotto il diretto controllo dell’Ufficio Venezia Giulia nel momento cruciale dell’esodo – era composto di volontari, scelti fra le varie classi di cittadini polesani: esso ha provveduto al censimento delle famiglie e delle persone esulande, delle cose da trasportare, degli animali da trasferire e di quant’altro poteva riferirsi a questa storica pagina della città di Pola. Esso ha lavorato in piena Armonia con la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il suo lavoro preparatorio è stato di notevole ausilio allo svolgimento di tutte le varie operazioni inerenti all’esodo.

Trasferimento mobili
Molta attenzione e molte cure hanno rivolto i polesani al trasporto della propria mobilia nelle vecchie province italiane: costituiva, questa, difatti, tutta la ricchezza che essi potevano recare con loro! Ed altrettanta attenzione e cura è stata rivolta da parte dell’Ufficio Venezia Giulia nell’organizzare i servizi di trasporto e, quindi, di custodia delle masserizie. Si è iniziato con la faticosa ricerca di adatti magazzini nei porti di Meste, Venezia, Ravenna, Ancona e Brindisi: ottenere la concessione per l’uso non è stata cosa facile data la notevole quantità dei materiali da immagazzinare, ma comunque si riuscì a trovare capaci ed adatti locali presso i Magazzini Generali di Trieste, il Provveditore al Porto di Venezia, i Silos granari del Candiano di Ravenna, il magazzino del Molo Trapezoidale di Ancona e l’idroporto militare di Brindisi.
Nelle prime tre città avrebbero dovuto essere raccolte le masserizie delle famiglie che intendevano trasferirsi nell’Italia settentrionale, in Ancona quelle di quanti si sarebbero fermati nell’Italia centro-meridionale ed in Brindisi i mobili delle famiglie trasferitesi nell’Italia meridionale e nelle Isole.
Intanto da parte del Comitato di assistenza per l’esodo venivano, in Pola, impartite tutte quelle disposizioni necessarie a ritrovare, in seguito, le proprie cose ed evitare, a queste, ogni possibile danneggiamento: veniva inoltre distribuita ad ogni famiglia una certa quantità di materiali occorrenti agli imballaggi: a tal uopo, da parte dell’Ufficio Venezia Giulia, tale Comitato era stato rifornito di oltre centro metri cubi di legname tavole e moraletti); di due tonnellate di chiodi; di duecentocinquanta chilometri di spago; di cento quintali di tela di canapa e juta e di oltre tremila balle di paglia.
Ed i polesani riponevano con cura nelle casse le loro cose, che erano un po’ tutto il loro mondo e si preparavano alla partenza: si provava una strana impressione ad andare a Pola in quei tempi: non si udiva che batter chiodi, non si assisteva che ad un continuo passaggio di casse di ogni genere e di imballi trasportati dai laboratori alle case, dalle falegnamerie alle abitazioni.
Ma molte famiglie, forse troppo precipitose, avevano già lasciato Pola e questo non costituiva, certo, un motivo di tranquillità per le persone meno abbienti le quali avendo visto che altri – a loro spese – avevano già trasportato ogni loro avere nelle vecchie province italiane, urgevano presso il Comitato esodo.
A ciò poi deve aggiungersi il motivo di panico che costituiva la prossima firma del trattato di pace.
Una particolare psicosi sovrastava la popolazione polesana in cui il timore di non giungere in tempo a partire, e di dover perciò restare divisa dalla Patria, superava il dolore di lasciare la propria città e le cose più care. Ma la tragedia che si abbatteva sulla propria terra, e l’incertezza ed i dubbi di ogni giorno avevano logorato i nervi di quella buona e tranquilla popolazione e perciò bastava un nonnulla per sollevarne lo spirito ed altrettanto per abbatterlo o metterlo in agitazione.
Ecco perché tutti vedevano nel 10 febbraio, giorno della firma del Trattato di pace, il termine ultimo per poter restare in Pola: come e quando tale voce sia sorta e come essa abbia preso forma non si sa: certo non era possibile smontarla e vani riuscirono gli sforzi svolti a tal riguardo dall’on. Pecorari, dall’on. Carignani e da questo ufficio. In tale clima, le famiglie meno abbienti urgevano verso il Comitato esodo il quale, a sua volta, attraverso propri esponenti inviati a Roma, faceva pressioni sul Governo incolpandolo del ritardo nel dare inizio all’esodo ed, implicitamente, riversava su di lui le responsabilità. A frenare tanta agitazione, giunse, verso la fine di dicembre, l’assenso del Governo ad iniziare le operazioni di esodo che però l’apposito Comitato aveva, di sua iniziativa, già dichiarato ufficialmente aperto fin dal 23 dicembre.
E così, mentre si affacciavano nuovi complicati problemi, veniva noleggiato, per calmare gli animi, attraverso il Comitato di assistenza per l’esodo, qualche natante onde trasportare negli altri previsti porti dell’Adriatico le masserizie delle famiglie meno abbienti. Intanto, e con ogni sollecitudine, da parte dell’Ufficio Venezia Giulia veniva bandito, secondo le disposizioni di legge, apposito concorso per il trasporto delle masserizie e materiali vari da Pola negli altri porti dell’Adriatico: ritengo che tale concorso sia nuovo nel suo genere, comunque ad esso parteciparono quattro ditte, di cui tre (Gondrand, SAIMA e Parisi) chiesero un rinvio del concorso stesso, mentre la quarta (ACOMIN) presentò concrete proposte, in perfetta corrispondenza col bando di concorso. La Capitaneria di Porto di Venezia in tale occasione fu, nella sua specifica competenza, con suggerimenti, pareri e consigli, di notevole ausilio all’Ufficio Venezia Giulia.
E così l’ACOMIN iniziò i suoi servizi il 23 gennaio 1947.
Per curare nel modo migliore i trasporti, fu previsto l’uso di motovelieri di piccolo tonnellaggio affinché l’eccessivo peso non gravasse troppo sui mobili sottostanti; si provvide ad assicurare – nel modo più ampio – tutte le merci trasportate, prevedendo anche il furto, i rischi di mine e torpedini e quelli politici; qui occorre essere grati anche alla Società «Assicurazioni Generali» la quale, in unione ad altre società di assicurazione, volle praticare, in tale occasione, condizioni e tassi di favore.
Indubbiamente il momento prescelto per tali trasporti non fu ideale: nel cuore dell’inverno e di un inverno molto duro che ostacolava la navigazione marittima; usando un porto privo di magazzini ove poter ricoverare le masserizie da spedire, il che si rendeva quanto mai necessario per sollecitare i trasporti.
Qui occorrerebbe fare una parentesi nei riguardi delle autorità alleate, molto gentili e premurose, larghe di promesse; ma purtroppo queste restarono sempre tali al momento della realizzazione, se si toglie la concessione di un certo numero di autocarri: ma ci si «arrangiò» e tutto si compì nel miglior modo possibile.
Poiché l’Ufficio Venezia Giulia doveva anche preoccuparsi che durante queste operazioni lavorasse la massa dei disoccupati, che si riscontrava numerosa nella città di Pola, e particolarmente reduci e partigiani, già nel bando di concorso veniva previsto che la ditta accollataria dei servizi di trasporto avrebbe ricevuto i materiali «in stiva». Pertanto venne costituita in Pola la «cooperativa trasporti Itala» cui vennero dati in gestione gli autocarri alleati: tale ditta ritirava a domicilio le masserizie e le recava in banchina; il carico da banchina a natante doveva venire effettuato, per le disposizioni portuali, dai caricatori specializzati del porto i quali, non sempre benevoli nei nostri riguardi, non eseguivano il lavoro di carico con la dovuta cura e sollecitudine.
È bene rilevare che tutti tali servizi venivano eseguiti gratuitamente, su ordine del Comitato esodo, a favore dei disoccupati, dei pensionati e delle famiglie meno abbienti, provvedendo gli altri a spese proprie.
In tal modo, dal 23 gennaio al 15 marzo, «la Cooperativa Itala» ha compiuto 4.200 trasporti; la ditta ACOMIN, con 157 viaggi via mare, ha recato da Pola negli altri previsti porti dell’Adriatico circa 55.000 metri cubi di masserizie e materiali vari.
Contemporaneamente, mercé la solidale assistenza delle Ferrovie dello Stato, partivano da Pola altri 10.000 metri cubi fra masserizie e materiali vari, usufruendo di 1.210 vagoni ferroviari.
Le Società assicuratrici attestano che il valore assicurato (l’assicurazione delle merci avveniva dietro controllo ed in contraddittorio con funzionari della Dogana) superi il miliardo e mezzo.
Purtroppo, sotto l’assillo dell’urgenza e delle continue premure che gli interessati rivolgevano per tali servizi, si è lamentata qualche lacuna e soprattutto quella della partenza di molti natanti senza foglio di navigazione (polizza di carico), talché non era possibile eseguire il dovuto controllo delle merci caricate in confronto a quella sbarcata: e di ciò ha purtroppo approfittato qualche marinaio il quale, con atto veramente abominevole, si è appropriato di cose di proprietà degli esuli: al riguardo sono in corso indagini ed accertamenti, tanto che molta refurtiva è stata già recuperata.
Comunque, anche per l’art. 6 del contratto di servizi di trasporto, dell’opera degli equipaggi risponde la società ACOMIN.
Desidero qui ricordare l’opera della Marina da guerra la quale ha messo a disposizione dell’Ufficio Venezia Giulia, per l’esodo delle masserizie, due piroscafi, il «Montecucco» ed il «Messina»; il primo ha recato, il 26 febbraio, masserizie a Brindisi, in Sicilia ed in Sardegna, ed il secondo ha trasportato, nei primi giorni di marzo, altro materiale del genere a Brindisi ed a Taranto: complessivamente circa 1.500 metri cubi di masserizie.
In seguito a tali trasporti, si ha la seguente situazione di magazzini:
a Trieste giacciono metri cubi 22.616
a Venezia “ “ “ 20.697
a Ravenna “ “ “ 2.105
ad Ancona “ “ “ 288
a Brindisi “ “ “ 1.100
Altre masserizie o materiali sono stati trasportati a Monfalcone, a Muggia, Grado, Pescara ecc. sempre a spese dell’Ufficio Venezia Giulia, ma sbarcati a spese e cura degli stessi proprietari.
Le cose trasportate via terra avevano, in generale, già una propria destinazione e, pertanto, al loro ritiro hanno provveduto direttamente gli interessati. Per gli animali, nonostante l’intervento del Ministero dell’Agricoltura e Foreste attraverso l’Ispettorato Agrario Compartimentale di Venezia e la Direzione Generale dell’Ente Nazionale Tre Venezie, hanno provveduto i rispettivi proprietari, tranne per tre mucche, trasportate a Venezia col piroscafo «Venezia» e destinate a Sabaudia
(continua nel prossimo numero)

302 – Il Gazzettino 04/05/11 Presentato il secondo volume del libro ” guida della Dalmazia” scritto da Alberto Rizzi,
Presentato il secondo volume del libro ” guida della Dalmazia” scritto da Alberto Rizzi
VENEZIA – Il primo volume era stato pubblicato nel 2009.
Ora esce, sempre per i tipi della “Italo Svevo”, il secondo volume della “Guida della Dalmazia” scritto da Alberto Rizzi e curato dall’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata.

Un libro che permetterà al lettore di rivisitare attraverso la storia, l’arte e l’attualità la splendida terra dalmata. Il secondo volume della Guida viene presentato – oggi mercoledì, alle 17.30, nell’aula magna dell’Ateneo Veneto – assieme ad un’altra fatica editoriale di Rizzi, ovvero un libro fotografico che racconta la Dalmazia d’un tempo attraverso bellissime foto d’epoca.

“Si tratta di una pietra miliare nella storiografia dalmatica, di ammirevole equilibrio nella valutazione dei fatti, lontana da ogni estremismo nazionalistico” spiega Marino Zorzi, che ne discuterà con Franco Luxardo, presidente della Società Dalmata di Storia Patria di Venezia.

L’opera è imponente: 1528 pagine, illustrata con fotografie d’epoca che documentano luoghi o edifici perduti. Questa guida, frutto di un’indagine capillare effettuata sul posto, tratta della storia e dell’arte dalmata, e illustra anche l’ambiente con la sua flora, fauna, gastronomia. Ci sono poi informazioni sulla navigazione, porti, ancoraggi, approdi, venti. Due le introduzioni che mettono in luce la ricchezza e la varietà dell’arte a partire dall’antichità, e la complessità della storia dalmata, legata a Venezia fino all’unione definitiva nel primo Quattrocento. La “simbiosi veneto-dalmata” venuta meno nell’Ottocento, dopo la caduta della Serenissima e, soprattutto, dopo la formazione del Regno d’Italia.

Maria Teresa Secondi

303 – La Voce del Popolo 04/05/11 Cultura – Indimenticabile Smareglia, Pola rinnova le nozze
RICORDATO DA CITTÀ E COMUNITÀ DEGLI ITALIANI
Indimenticabile Smareglia Pola rinnova le «nozze»
POLA – La Città di Pola e la Comunità degli Italiani polese hanno ricordato anche quest’anno, alla vigilia dell’anniversario della nascita, il grande compositore istriano Antonio Smareglia. Chiamato a onorarne la figura e l’opera, il vicesindaco Fabrizio Radin ha ricordato che Smareglia nacque a Pola, nel lontano 1854, proprio in una delle case di piazza Foro che oggi al pianterreno ospita la sala memoriale intitolata al maestro. Musicista e compositore di caratura europea, per lingua e origini Smareglia appartenne ad un ambito culturale di matrice italiana, ma per grandezza e valore artistico fu e rimase parte immancabile di un più vasto patrimonio culturale di queste terre.
“Ogni anno ad inizio maggio, – ha proseguito Radin, – in ricorrenza dell’anniversario della nascita, la Città di Pola e la Comunità degli Italiani ricordano in maniera appropriata la figura del maestro. Anche quest’anno lo faremo in collaborazione con la Società artistico-culturale ‘Lino Mariani’ e l’Orchestra di fiati, in questo luogo, davanti alla casa natia del maestro con inclusa la sala memoriale, allestita anni or sono grazie soprattutto alla caparbia volontà della signora Adua, anche oggi presente tra noi e che saluto a nome della municipalità e della comunità italiana”.
LA FORZA DI UN COMPOSITORE Il programma allestito in onore a Smareglia è partito con la proiezione del filmato “La forza del destino” presso la sala memoriale. Successiva l’esibizione del coro maschile e del coro misto della “Lino Mariani”, diretti da Edi Svich e accompagnati dall’orchestra di fiati. Loretta Godigna della società artistico-culturale, ha anticipato l’esibizione riassumendo alcuni tratti della biografia del compositore, ricordandone la collaborazione con il librettista Silvio Benco, l’impronta viennese, i rapporti con la scapigliatura milanese e ovviamente le opere maggiori: “Il Vassallo di Szigeth”, “Nozze istriane”, “La falena”, “Oceana”, “Abisso” e “Pittori Fiamminghi”. La corale maschile ha proposto “Inno all’Istria” e quindi l’”Inno ai canottieri” e l’”Inno a Tartini”.
È seguito un breve discorso di ringraziamento da parte della nipote, Adua Rigotti e l’esibizione del gruppo folcloristico della Comunità degli Italiani di Dignano con il tradizionale corteo nuziale, i canti dignanesi, i bassi e le quattro danze storiche del Dignanese, la monferrina, la furlana, la villotta e la bersagliera. In chiusura il coro misto della “Mariani” ha proposto l’aria “Ero s onoga svijeta” di Jakov Gotovac e “Il Brindisi” dalla “Traviata”.
Daria Deghenghi

304 – La Voce del Popolo 03/05/11 Cultura – Quelle vittime forzatamente italiane
CONTRIBUTO ALLA COMPRENSIONE DELLE CONSEGUENZE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE A FIUME E DINTORNI
Quelle vittime forzatamente italiane
Vinko Šepić Čiškin rivede e completa, in chiave polemica, la ricerca di Amleto Ballarini
FIUME – Presentato ieri a Palazzo municipale (aula consiliare), “Nacionalnost ili državljanstvo” (in italiano “Nazionalità o cittadinanza”) che è la “risposta” della storiografia croata, fiumana – o almeno di una parte di questa –, al volume bilingue italo-croato “Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)”, curato da Amleto Ballarini e da Mihael Sobolevski, pubblicato dal Ministero italiano per i Beni e le Attività culturali-Direzione per generale per gli archivi.
Una “risposta” che arriva a dieci e passa anni dall’uscita dei risultati di un’indagine congiunta, promossa dalla Società di Studi Fiumani a Roma e dall’Istituto Croato per la Storia, di Zagabria. A scendere in campo è Vinko Šepić Čiškin, ricercatore e pubblicista oggi novantenne, che da diverse decadi si occupa di storia, e nella fattispecie di eventi e fenomeni legati alla Seconda guerra mondiale.
Šepić Čiškin, nato a Ruccavazzo (Rukavac), sulle pendici del Monte Maggiore, ha dedicato la sua opera in particolare alle vittime del conflitto, alla guerra di liberazione partigiana, cui egli stesso ha preso parte fattiva, prima come giovane militante e agitatore politico tra gli operai del cantiere navale, oggi “3. maj”, dove aveva cominciato a lavorare già a 14 anni, poi nell’ambito della 43.esima Divisione istriana. In seguito frequenterà diverse scuole militari e terminerà l’Accademia militare per ufficiali dell’allora Armata popolare jugoslava (JNA).
Finora ha scritto diversi saggi e articoli, mentre nel 2003 è uscito, per i tipi della fiumana Adamić, il volume “Gubici Liburnijskog Kraja u Drugom svjetskom ratu” (“Le perdite della Provincia Liburnica nella Seconda guerra mondiale”).
Frutto di 25 annni di lavoro, “Nazionalità o cittadinanza”, 231 pagine, edito in occasione delle celebrazioni della Giornata della Liberazione di Fiume dall’Associazione cittadina dei combattenti e degli antifasciti, con il sostegno dell’amministrazione municipale, offre un’analisi critica, e in odor di polemica, de “Le vittime di nazionalità italiana a Fiume…”.
Inesattezze, errori, inadeguatezze, maliziose omissioni, falsità, manipolazione e addirittura palese menzogna: nel contestare dati e interpretazioni: Šepić Čiškin non usa certo mezzi termini nella sua recensione, prendendo di mira soprattutto uno dei due curatori, Amleto Ballarini.
Alla presentazione del suo saggio non ha potuto parlare per motivi di salute; la sua opera è stata illustrata dal redattore responsabile della pubblicazione, Rastko Schwalba, nonché dalla redattrice linguistica, Veronika Grbac (il libro si avvale inoltre della “supervisione” di Mario Dagostin e Mladen Grgurić).
Articolato in 36 capitoli (più la premessa e le appendici), strutturato in due parti, di cui la seconda riservato in pratica alla demolizione del mito Giovanni Palatucci (non è “un Giusto”, questa la tesi di fondo), “Nazionalità o cittadinanza” è suddivisibile fondamentalmente in cinque sezioni tematiche.
Innanzitutto, c’è lo smantellamento di un’impostazione, quella di Ballarini, a detta di Šepić Čiškin fondata su un uso improprio e confusionario di concetti quali “nazionalità”, “cittadinanza”, lingua parlata. Molto corposo è poi l’accertamento della nazionalità effettiva e dei dati esatti relativi alle perdite umane subite da queste terre tra il 1939 e il 1947, con tanto di puntigliosa correzione e capillare revisione (che occupa ben 53 pagine) di quanto, erroneamente o in modo impreciso, riportato in “Le vittime di nazionalità italiana…”.
Altro segmento cui l’autore dedica attenzione è l’integrazione dell’elenco di Ballarini-Sobolevski con i nominativi degli italiani “dimenticati” nel citato volume, e comunque provenienti dalla Provincia fiumana (o del Quarnero), oppure dall’Istria, o “regnicoli” o, ancora, appartenenti all’Esercito italiano, ma ugualmente periti durante la guerra, sia come vittime delle ritorsioni del regime fascista sia combattendo schierati con i partigiani.
Un’altra parte, anch’essa piuttosto ponderosa, è incentrata sulla questione ebraica a Fiume e dintorni, scandagliata in tutte le sue dimensioni e risvolti (ed essa si riferisce quasi esclusivamente anche l’appendice documentaria). C’è, infine, un contributo critico sulla figura di Giovanni Palatucci e il suo ruolo, presunto o reale nella persecuzione/salvezza degli ebrei.
Quali, dunque, le obiezioni di fondo a “Le vittime di nazionalità italiana…”?
Le ha riassunte nel suo lungo intervento Rastko Schwalba: si va dall’incongruenza della traduzione dal croato all’italiano (per cui, ad esempio, il termine croato di “gubici”, perdite, diventa nella traduzione vittime, il che imprime automaticamente un’accezione particolare, e fuorviante, di compassione) all’inclusione nell’elenco delle vittime anche dei “carnefici” (come il comandante del campo di concentramento italiano a Campora-Kampor, sull’isola di Arbe), fino a un’esposizione, rispettivamentre strumentalizzazione, della materia in chiave “irredentistica”, per cui vengono travisati o ignorati dati, fatti, fenomeni.
“Molto viene sottaciuto – ha detto Schwalba – perché Fiume e dintorni figurassero come territori da secoli italiani, e il tutto affinché in base a una storia così presentata non fosse possibile accertare le origini e il sentimento (di appartenenza, ndr) degli abitanti di queste regioni”.
A una prima occhiata – il tempo per sfogliarlo, giusto il necessario per completare la cronaca della presentazione – il libro di Šepić Čiškin (reperibile presso l’Associazione combattenti e antifascisti di Fiume) appare contraddistinto da rigore scientifico, onestà intellettuale, approfondita ricerca, capillare conoscenza della materia e, soprattutto, da un’estrema pedanteria impiegata nella precisazione/correzione/integrazione de “Le vittime di nazionalità italiana a Fiume”. E nel dimostrare che, per tutte le sue “imperfezioni”, il lavoro svolto da Ballarini si squalifica da sé.
Un peccato, se è questa l’intenzione precipua di autore ed editori. Perché – ammesso che sia proprio così – in questo modo l’impatto dello studio si farebbe… autoriduttivo. Vogliamo leggerlo invece come un nuovo, serio e documentato studio che, partendo dall’analisi critica del volume “contestato”, è effettivamente un prezioso contributo al dibattito storiografico sul nostro passato.
Ossia, va visto come un’iniezione a una discussione che deve ancora tutta svilupparsi, su un argomento finora quasi sempre obliato: le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. In tale ottica non si può dire che il volume di Ballarini & Co., con tutte le sue manchevolezze, non abbia colpito nel segno: rompere il silenzio.
Ilaria Rocchi

305 – La Voce del Popolo 03/05/11 Cultura – Un esempio di «distorsione»: Leo Valiani

Un esempio di «distorsione»: Leo Valiani
Vinko Šepić Čiškin rinfaccia a Ballarini il fatto di voler assegnare una nazionalità italiana a personalità fiumane che, per origini, erano chiara espressione di un ambiente plurinazionale. E quale esempio di “forzatura” (quasi appropriazione indebita) cita il caso di Leo Valiani, senatore a vita della Repubblica Italiana.
Stando a Šepić Čiškin, Ballarini “dimentica di dire e scrivere che Leo Valiani nasce a Fiume come Weiczen Leo, che entrambi i genitori erano ungheresi, che in casa si parlava il magiaro per cui appartevano agli alloglotti e agli allogeni, che ha frequentato scuole ungheresi, ma che ha studiato pure il tedesco e l’italiano, e conosceva il croato.
Altresì, che suo padre è stato un sostenitore di Riccardo Zanella, che si adoperava per lo Stato libero fiumano e che ha abbracciato questa linea politica anche Leo, che già da giovane diventa socialista e collabora con i comunisti fiumani”.
Ripercorrendo quindi il percorso di vita e politico compiuto da Valiani, conclude: “È poco probabile che un uomo di questo calibro – internazionalista per convinzione, poliglotta che accanto al magiaro, sua lingua materna, parlava il tedesco, l’italiano (probabilmente anche il croato, il ciacavo), e conosceva pure il francese e lo spagnolo – avrebbe dato il suo appoggio all’approccio nazionalista esposto nel libro Le vittime… Purtroppo, è deceduto prima della pubblicazione del volume…”.

306 – L’Arena di Pola 28/04/11 Archeologia, una risorsa per l’Istria
Archeologia, una risorsa per l’Istria

Si è svolta sabato 26 marzo a Muggia nella sala convegni del centro culturale “Gastone Millo” la giornata internazionale di studio Archeologia e urbanistica nelle città dell’Istria costiera, promossa dalla Società Istriana di Archeologia e Storia Patria (SIASP) con il patrocinio del Comune. I vari relatori, provenienti da Italia, Slovenia e Croazia, hanno parlato non solo la stessa lingua veicolare, l’italiano, ma anche la stessa lingua metodologica, quella del rigore scientifico, nell’affrontare la storia antica e medievale dell’Istria, troppo spesso prestatasi a distorsioni riconducibili a faziosità etnico-ideologiche. L’incontro muggesano ha dimostrato che un’altra strada non solo è possibile, ma è già percorsa con ottimi risultati, malgrado le pubbliche autorità centellinino sempre più le risorse per le indagini archeologiche.

Paola Ventura, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, Franca Maselli Scotti, della stessa Soprintendenza e della SIASP, l’architetto libero professionista Fabiana Pieri e Chiara Boscarol, dell’Università di Trieste, hanno parlato dell’importante castelliere di Elleri, l’unico dell’Istria che abbia avuto una continuità insediativa dal 1600 a.C. (o forse da uno o due secoli prima) al 500 d.C. circa. Situato sul colle più alto del comune di Muggia a ridosso del confine sloveno, ha conosciuto diverse campagne di scavo, non ancora completate per la solita carenza di fondi. I principali reperti rinvenuti nel castelliere e nella vicina necropoli a incinerazione dell’età del ferro sono oggi in mostra al Museo Civico Archeologico di Muggia. Alcuni anni fa presso il castelliere è stato realizzato un percorso turistico-didattico, che ora si intende potenziare con il miglioramento delle vie d’accesso, l’ampliamento dell’area di scavo, il restauro conservativo dei manufatti e l’abbellimento dell’area verde circostante. L’obiettivo è fare di Elleri un parco storico-naturalistico, collegato in un circuito territoriale con il vicino sito archeologico di Muggia Vecchia e con lo stesso Museo Civico Archeologico.
Grazia Bravar, della SIASP, ha citato studi, ricerche e azioni di tutela dei beni storico-artistico-archeologici compiuti dalla stessa SIASP in Istria fin dalla sua fondazione nel 1884 e divulgati tramite i suoi “Atti e Memorie”. Frutto dell’intenso lavoro volontaristico della società furono i lapidari locali e il Museo Provinciale Istriano, creato a Parenzo ma trasferito nel 1925 a Pola, dove venne fuso con il locale Museo Civico dando vita al Regio Museo dell’Istria.
Franca Maselli Scotti, l’archeologo libero professionista Massimo Braini e Paola Ventura hanno illustrato le novità sulla Tergeste romana emerse dagli scavi dell’ultimo decennio: in particolare, il tracciato dell’arteria costiera realizzata nel primo quarto del I secolo d.C. e lo sviluppo edilizio iniziato in età augustea e conclusosi agli inizi del III secolo.

Giuseppe Cuscito, presidente della SIASP, e l’archeologo libero professionista Piero Riavez hanno trattato del passaggio dal Castrum Muglae, il borgo collinare di Muggia Vecchia che trasse origine da un precedente castelliere e rimase abitato fino al XV secolo, al Burgus Lauri, l’attuale Muggia, sviluppatasi nel basso medioevo in relazione al porto e alle saline e poi subentrata al Castrum anche come centro politico e religioso del Comune. La graziosa località istro-veneta conserva tuttora notevoli testimonianze architettoniche di quel periodo, che però andrebbero maggiormente indagate.

Mitja Guštin, del Museo Regionale di Capodistria, ha evidenziato come la pianta urbana di Iustinopolis – Caput Histriae sia rimasta sostanzialmente invariata dall’età tardo-romana. Gli scavi del 1986-87 su una superficie di 1.000 metri quadri hanno portato alla luce strutture tardo-antiche e medievali, evidenziando dai reperti l’esistenza di officine di ceramica, bottoni e vetro. Scavi successivi hanno interessato l’ex porto di Sant’Andrea, palazzo Baseggio e le ex prigioni, facendo emergere anche i resti di sepolture. Cortili e orti della città sono da considerarsi ricettacoli sicuri di materiale dei secoli passati: qualsiasi indagine darebbe buon esito.

Darko Likar, dell’Università di Lubiana, ha reso note le ultime scoperte relative alle mura urbiche di Capodistria. In precedenza si credeva che fossero state interamente demolite nel XIX secolo, ma quattro recenti rilievi topografici hanno dimostrato che esistono ancora dei tratti superstiti di stile romanico e gotico. Complessivamente le mura misuravano ben 2.525 metri, mentre quelle celeberrime di Ragusa, perfettamente conservate, non superano i 1.940.
Daniela Tomšić, dell’Istituto per la Tutela dei Beni Culturali della Slovenia, si è soffermata sulle mura di Isola, delle quali pareva essersi persa ogni traccia dopo gli atterramenti ottocenteschi. Recenti indagini hanno permesso di decifrare il tracciato di due diverse cinte: una più ristretta risalente agli inizi del ’200 e una più ampia successiva alla dedizione della città a Venezia (1280). Quest’ultima è raffigurata nella pala di San Mauro martire presente nella chiesa parrocchiale.

Kristina Džin, dell’Istituto per le Scienze Sociali “Ivo Pilar” di Zagabria e del Centro Internazionale di Ricerche per l’Archeologia Brioni-Medolino, ha trattato di Parenzo come di un classico esempio di città romana ortogonale, molto simile a Zara. La colonia Iulia Parentium aveva tre decumani e quattro cardini, i quali sboccavano tutti al mare tramite delle porte nelle mura. Il foro, nell’attuale piazza Marafor, era un rettangolo dalle misure quasi identiche a quelle di Nesazio, posto a ridosso del mare e delle mura secondo un modello ellenistico. Come a Pola, era un luogo non solo di culto, ma anche di commercio e di vita socio-politica. Come a Pola e a Nesazio, poi, vi fu eretto in età repubblicana un tempio capitolino, cui vennero aggiunti in età augustea due templi laterali simili tra loro, uno dei quali certamente dedicato a Nettuno, patrono della città. Gli scavi condotti fra il 1992 e il 1995 hanno fatto emergere nella zona sud del porto tracce di mura tardo-antiche edificate con pietre di reimpiego tratte da edifici classici. L’auspicio della prof.ssa Džin è che a Parenzo gli scavi possano riprendere, in modo da fornire un quadro più completo della città romana.

Vesna Girardi Jurkić, ministro dell’Educazione, Cultura e Sport della Repubblica di Croazia dal 1992 al 1994, già a capo del Museo Archeologico dell’Istria di Pola e ora docente all’Università di Zagabria e alla guida del Centro Internazionale di Ricerche per l’Archeologia Brioni-Medolino, ha evidenziato le peculiarità geografico-urbanistiche della Pola romana. Posta su sette colli a dominio di un golfo ben protetto dai venti e in prossimità di una ricca sorgente d’acqua, la città ha una storia almeno trimillenaria. Una prima fase, dal 1100 al 500 a.C., corrisponde allo sviluppo del castelliere realizzato in cima al colle dell’attuale castello e di cui si è persa traccia. Una seconda fase riguarda l’ampliamento dell’areale urbano tra il II e il I secolo a.C.. Una terza è successiva alla battaglia di Azio del 31 a.C.: saccheggiata e rasa al suolo per essersi schierata con Bruto e Cassio, la colonia Iulia Pola venne concepita da Ottaviano secondo uno stile ellenistico. Sorsero edifici lussuosi sia pubblici che privati, come pure ville urbane con mosaici. Era cospicua la presenza di abitanti originari della Grecia, dell’Anatolia e della Siria. Sull’acropoli fu eretto un edificio di culto, del quale però nulla sappiamo. Durante i recenti scavi in piazza Foro sono state scoperte le fondamenta di un tempio di Diana risalente al III secolo a.C. con mura a secco e ceramica ellenistica demolito in età augusteo-claudia. Il foro si affacciava sul mare secondo un modello asiatico e conobbe tre diverse lastricature in epoche successive. Il decumano, con edifici a più piani, non corrispondeva esattamente all’attuale via Sergia, che ne ha ereditato la funzione. Significativa era la presenza di ben due teatri, uno dentro e uno fuori le mura. Davanti all’anfiteatro, al posto dei giardini Valeria, sorgeva un grande edificio. Il ninfeo, collegato alla vicina sorgente d’acqua, era una piscina circolare con quattro file di gradini in pietra calcarea. Il primo acquedotto, realizzato da un privato, risale ai tempi di Augusto. Le cloache romane furono costruite così bene che sono in funzione tutt’oggi. Resta ancora da individuare dove si trovasse il tempio di Ercole, protettore della città. L’impianto urbanistico romano resistette fino al primo medioevo.
Klara Buršić Matijašić, dell’Università di Pola, ha tratteggiato lo sviluppo di Fianona (in croato Plomin). L’antico castelliere, posto a metà strada tra Iulia Pola e Tarsatica (Fiume), fu importante ai tempi dei liburni in quanto dalle pendici più meridionali dei monti Caldiera dominava il sottostante fiordo e il canale di Faresina (Sinus Flanaticus), che divide l’Istria da Cherso. All’imbocco del fiordo, ben protetto dai venti, i romani costruirono il Portus Flanaticus (Porto Fianona, Luka Plomin), che assunse notevole importanza per lo sviluppo dei traffici commerciali marittimi. Flanona non si estese invece al di là del muro di cinta dell’antico castelliere, che si conservò sia in età romana sia dopo ed è tuttora il limite esterno del borgo. Nell’area sono stati rinvenuti reperti archeologici, ma non sono state condotte campagne di scavo.

Claudio Zaccaria, direttore del Dipartimento di Storia e Culture dall’Antichità al Mondo Contemporaneo presso l’Università di Trieste, ha rilevato come gli scavi effettuati in Cittavecchia abbiano consentito di chiarire meglio la realtà della Tergeste romana, tanto che ormai bisognerebbe riscriverne la storia. Come a Zara, c’era presso il porto un ingresso monumentale all’emporio, da dove partiva un clivo d’accesso al colle capitolino, l’attuale via dei Capitelli. Sul Campidoglio aveva invece sede il foro, come a Puteoli (Pozzuoli).
Kristina Džin ha reso noto che il nucleo di Cittanova non ha fornito tanti reperti romani quanti il suburbio. A Carpignano nel 1992-93 furono trovate sotto la spiaggia resti di muri e mosaici poi andati distrutti. Nel 1998-99 scavi nella vicina baia di Santa Lucia e Sant’Antonio, dove aveva sede un porto romano, hanno fatto emergere grosse strutture del I-II secolo d.C. e bellissime ceramiche provenienti dalla Grecia e dall’Asia minore. Ma la costruzione del marina ha eliminato nella zona subacquea ogni traccia di quel passato. L’unico posto dove indagare ancora sarebbe il mandracchio, presso il quale già furono rinvenute numerose anfore. Un altro porto romano si trovava a sud, alla foce del Quieto. L’archeologa ha lamentato che il nuovo lapidario di Cittanova sia adibito a mostre d’arte moderna invece che al suo ruolo istituzionale.

Lo storico medievista Franco Colombo ha esposto la teoria delle “città gemellari”, che sarebbero diventate la regola in Istria dopo l’invasione longobarda del 568. Ai castelli d’altura con funzioni difensive si sarebbero affiancati a brevissima distanza i borghi portuali, che ebbero un notevole impulso demografico dopo il 1000.
Un tema cruciale trattato alla fine del convegno è stato la riduzione e dilazione dei finanziamenti pubblici alle ricerche archeologiche e, più in generale, alle attività culturali: un fenomeno che non interessa solo l’Italia, ma anche Croazia, Ungheria, Serbia e Romania. La sfida del futuro sarà riuscire a trovare mecenati capaci di comprendere il valore della cultura quale volano di sviluppo economico. Anche per l’Istria l’archeologia potrebbe diventare una redditizia forma di investimento, se solo se ne capisse il grande significato e tutte le possibili ricadute turistico-occupazionali.

Paolo Radivo

307 – Il Piccolo 05/05/11 I Balcani sono stati la culla degli scontri di civiltà a venire
I Balcani sono stati la culla degli scontri di civiltà a venire

Quando nel 1991 scoppiò il conflitto interetnico l’Europa si affrettò a circondarlo con un cordone sanitario ideologico

di GIGI RIVA

Com’eravamo, vent’anni fa? Felici e incoscienti. Raccoglievamo giocosi le macerie del Muro e ne mettevamo i mattoni in salotto: cimeli.

Circolava quell’aria da fine della storia (inteso, la storia cattiva) che di lì a poco Francis Fukuyama avrebbe tradotto in parole. Cantavamo le magnifiche sorti e progressive del genere umano, non già sotto il segno del socialismo ma di quello del mercato. Illusioni. Per autodifesa siamo portati a credere di più ai profeti di benessere. Quelli di sventura hanno la stessa sorte del loro archetipo letterario, Cassandra. In qualche polveroso scaffale giaceva, ad esempio, un libro pubblicato da Lint, Trieste, nel 1977. Autore: Carl Gustav Strohm. Titolo: “Senza Tito può la Jugoslavia sopravvivere?”. Svolgimento: no.

E con tutte le tappe dell’implosione che avremmo conosciuto a posteriori già ben delineate. Fu in quell’atmosfera euforizzata che in un mattino di prima estate scoprimmo i carri armati a un passo da Trieste. La piccola Slovenia reclamava la secessione e, mentre noi tenevamo in alto i calici del brindisi al futuro, doveva averla ben preparata se la macchina della propaganda, la prima arma di guerra, era oliata alla perfezione. “Bombardano Lubiana!”, ed era solo un Mig che rompeva il muro del suono. Davide contro il Golia serbo, era il paragone evocato. Ma in quei dieci giorni Golia ebbe più lutti. Sembrò, quella scaramuccia, un prologo: nel frattempo era finita la sbronza da pace perpetua e l’inerzia dei fatti ci presentava il suo conto.

Ci affrettammo a stendere sui Balcani un cordone sanitario ideologico. Roba da slavi, faide, vendette, odi atavici. Un tumore confinato e benigno alla periferia di un mondo sano. C’era appena stato il Golfo, con le sue bombe chirurgiche (?), i soldati americani nella prima versione cyber, il massimo della tecnologia bellica. Da quale Medioevo sbucavano allora, i coltelli, le pistole e i ragazzi in scarpe da ginnastica al fronte? In Jugoslavia la guerra aveva sì radici antiche ma, lo avremmo imparato, era anche un prototito di postmodernità. La parola secessione altrove era una rivendicazione politica, qui si declinava col sangue versato: differenza fatale di un’origine comune, però. La ribellione spaventata a un Pianeta omologato era il riflusso nelle certezze della tribù. “Noi” e “gli altri” diventava una divisione manichea, dai toni fideistici e fanatizzati. Avremmo potuto, volendolo, trarre una lezione dal principio del Novecento. Che esordì con l’attentato di Sarajevo diventato scintilla e pretesto per la Prima guerra mondiale. E diffidare del presunto localismo dei misfatti balcanici. Ricordare che gli slavi del sud stanno piantati su una faglia sismica delle civiltà dove già cozzarono, l’un contro l’altro armati, Imperi come quello austro-ungarico e quello ottomano. Ma era come se avessimo perso la memoria e volessimo, a tutti i costi, chiamarci fuori. Senza analisi e senza lungimiranza. Sarebbe stato solo col nuovo millennio che, ripensando e riconsiderando, avremmo alfine compreso. E ci è servita una spettacolare inversione di date. L’11/9 delle Torri Gemelle non era forse il doppio del 9/11 erzegovese? Il 9 novembre 1993 l’artiglieria croata centrò colpì e fece affondare nella Neretva il ponte di Mostar che là stava da 450 anni. Per i soldati con la croce cattolica al collo era un affronto quel prodigioso manufatto musulmano a pochi chilometri dall’Adriatico. Era il segno più efficace e simbolico di una mescolanza che doveva cessare. Così tra ortodossi e cattolici, tra ortodossi e musulmani. Coloro i quali (io tra quelli) hanno creduto e ancora credono che la difesa della Sarajevo multietnica fosse il caposaldo irrinunciabile, hanno dovuto apprendere, e con divizia di particolari, che negli stessi giorni dell’assedio, dietro la stessa bandiera, si nascondevano altri personaggi e con opposti scopi. Bin Laden, Omar Sheikh (il tagliatore della gola di Daniel Pearl) vedevano nella nostra Sarajevo tollerante in realtà l’avamposto islamista nel cuore dell’Europa (gli sta andando male: sta prevalendo il genius loci). Si può allora concludere, con inoppugnabili pezze d’appoggio, che i Balcani sono stati la culla degli scontri di civiltà a venire. E insegnano che per riprendere a parlarsi non basta far cessare le armi. Serve il tempo. Anche più di questi vent’anni.

308 – Il Piccolo 04/05/11 Vent’anni fa la fine della Jugoslavia, nel 1991 iniziò un processo di destabilizzazione dei Balcani che non si è ancora concluso
Vent’anni fa la fine della Jugoslavia

Nel 1991 iniziò un processo di destabilizzazione dei Balcani che non si è ancora concluso

anteprima del premio luchetta

Domani al Verdi dibattito sul conflitto balcanico e sulle attuali rivolte nel Nord Africa

Tradizionalmente dedicato ai linguaggi dell’informazione, in occasione della sua sesta edizione Antepremio – l’anteprima del Premio giornalistico Marco Luchetta – si trasforma in una vera e propria agorà geopolitica e punta i riflettori su anniversario di cruciale attualità, i vent’anni dalla guerra nell’ex Yugoslavia, tema portante di una riflessione che vuole estendersi ai tragici venti di guerra degli ultimi mesi, alle rivendicazioni di democrazia e libertà dei popoli nordafricani, alle guerre etnico-religiose che quotidianamente scuotono il mondo e che nel conflitto balcanico hanno certamente trovato un humus deflagrante. “La guerra alle porte di casa – 1991-2011 dal conflitto balcanico alle rivolte del nord Africa” titola la tavola rotonda in programma domani, alle 18, al Ridotto del Teatro Verdi di Trieste; l’incontro, introdotto dal caporedattore Tg Rai regionale Giovanni Marzini, sarà coordinato da Lucio Caracciolo, direttore di “Limes”, con la partecipazione dei giornalisti Gigi Riva e Sergio Canciani,e dell’esperto di politica internazionale Dimitrij Rupel, già ministro degli Esteri della Repubblica Slovena.

di LUCIO CARACCIOLO

Vent’anni fa, con la disgregazione della Jugoslavia, cominciava un lungo processo di destabilizzazione della nostra periferia geopolitica, tuttora in corso. La Jugoslavia di Tito era stata di fatto nostra alleata contro la minaccia sovietica. La “soglia di Gorizia” strategicamente non è mai esistita perché la nostra prima linea di difesa contro i sovietici era sulla Drava. Solo che a presidiarla non c’erano truppe Nato ma l’esercito jugoslavo, concepito, istruito e strutturato per resistere a Mosca. Ciò spiega perché il nostro paese non volesse la scomparsa di quel cuscinetto geostrategico. A differenza di Austria, Germania e Santa Sede, l’Italia – come è più di tutti gli altri paesi del mondo, Stati Uniti e Unione Sovietica compresi – si attestò quindi, all’inizio delle crisi jugoslave, sulla trincea della conservazione dell’integrità territoriale del vicino d’Oriente, anche per favorirne la transizione democratica.

Per funzionare, questa strategia avrebbe dovuto vertere su almeno tre premesse. Primo: soldi. Lo Stato jugoslavo aveva bisogno di sostegno finanziario per poter funzionare e tentare di tenere sotto controllo le pulsioni separatiste/nazionaliste che fervevano nel suo corpo. Secondo: forte coesione di tutti gli attori esterni. Ma il fronte dei fautori della “Jugoslavia unita e democratica” mostrò presto alcune crepe, tanto quanto il gruppo dei tre fautori esterni dell’indipendenza slovena e croata era invece compatto. Poi, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica (26 dicembre 1991), l’importanza geostrategica e geopolitica della Jugoslavia precipitava. Non era più l’antemurale dell’Occidente contro possibili invasioni da est, perché quel nemico si era suicidato. Nessuno aveva più un interesse vitale a preservarne l’unità. Terzo: un leader jugoslavo sufficientemente legittimato e autorevole per salvare l’integrità del suo Stato. Tale personalità non esisteva. Non era certamente Milosevic – abbarbicato nella difesa di una Jugoslavia sempre più piccola, infine ridotta alla precaria unione di Serbia e Montenegro – a poter svolgere una simile funzione. Dodici anni dopo l’ultima guerra jugoslava, combattuta dai kosovari albanesi contro i serbi con il supporto dell’aviazione atlantica, il processo di disintegrazione jugoslava pare ancora lontano dall’essersi compiuto. Specialmente per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, che esiste unicamente sulla carta. Solo Slovenia e Croazia paiono dotate di frontiere terrestri stabili, anche se le loro storiche rivalità sono tutt’altro che sedate. Per noi italiani non è una buona notizia. Tanto più quando la dinamica destabilizzatrice si è estesa al fianco sud, dove siamo impegnati, a nostro modo, nella guerra di Libia. Quando gli storici la studieranno, anche quest’ennesima campagna militare italiana del dopo-guerra fredda sarà interpretata nel contesto del processo iniziato con la fine della Jugoslavia.

309 – La Voce del Popolo 30/04/11 Europeismo nella cultura giuliana: Stelio Spadaro e Lorenzo Nuovo firmano un’antologia dedicata al tema
STELIO SPADARO E LORENZO NUOVO FIRMANO UN’ANTOLOGIA DEDICATA AL TEMA
Europeismo nella cultura giuliana
TRIESTE – L’Europa che ci portiamo dentro, come storia e territorio, attraverso le diverse tappe di uno sviluppo civile che merita di essere approfondito. Con questo spirito Stelio Spadaro, affiancato da specialisti e pensatori del nostro tempo, sta affrontando un’analisi a trecentosessanta gradi sul carattere squisitamente europeo del patriottismo sviluppato al confine orientale. L’ha fatto nei libri precedenti ed ora firma con Lorenzo Nuovo il volume “L’Europeismo nella cultura giuliana. Un’antologia: 1906-1959”, Editrice Goriziana, che sarà al centro di un incontro-dibattito, che si svolgerà alla Nuova libreria Svevo di Galleria Fenice a Trieste, martedì 3 maggio alle ore 17, con gli interventi di Lucio Toth, Silvio Forza ed Ezio Giuricin.

Prof. Spadaro, che cosa segna questa nuova tappa?
“Abbiamo voluto evidenziare la continuità di un pensiero, mettendo l’accento su quel retroterra culturale e civile sul quale si è innestato l’esplicito europeismo che ha caratterizzato alcuni dei principali intellettuali giuliani, soprattutto a partire dagli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento”.

Qualche nome per dare un volto ai concetti che andiamo esprimendo?

“Slataper, Stuparich, ma anche germanisti come Spaini, Pocar o Mittner e poi Harasim e Burich”.

Mondi diversi?

“Certo, parliamo di letteratura, ma anche di scuola ed educazione oltre all’analisi storica, settori nei quali hanno espresso concetti fondamentali. Questi personaggi erano legati agli ambienti di grande fermento e dibattito del momento, alla rivista Lettere triestine, ma anche alla Voce di Firenze. Firenze fu un grande centro di richiamo e fucina di idee e movimenti”.

Qualche esempio?

“Mi piace citare quello della fiumana Gemma Harasim, che, da Budapest, nel 1909 era giunta a Firenze per frequentare i corsi estivi organizzati dall’Università. Con suo marito Giuseppe Lombardo Radice ed Enrico Burich aprono ad una questione importante: la centralità dei temi della formazione, dell’Università, tema sensibile che ritroviamo in quasi tutti gli autori giuliani, nel processo di modernizzazione, di europeizzazione della Venezia Giulia. A loro si affiancarono Marchetti e Marzari, che continuarono l’idea di una società della conoscenza. Non è un caso che Trieste diventerà nel XXI secolo la città della Sissa, del Centro Internazionale di Fisica Teorica e del Sincrotrone”.

Un libro che insegna a credere ed immaginare le sinergie delle idee che durano nel tempo?

“Lo spero. E che metta in evidenza l’interazione tra gli spazi, quello adriatico italiano e quello italiano d’Italia che vengono vissuti come un unicum dalle nostre genti, ma non percepiti come tali dal resto della nazione. Uno sfasamento superabile solo con la conoscenza”.
Alcuni personaggi vengono indicati come Federalisti, in che senso?

“Nella loro riflessione sull’Europa. Pensiamo a Gianni Stuparich, Angelo Vivante ed Aldo Oberdorfer. Il primo, ragionando sul risorgimento boemo, aveva certo in mente la situazione degli italiani d’Austria ed apre a quella che sembrava la sola soluzione possibile: una completa autonomia nazionale in un’Austria federalizzata”.

Il volume, praticamente, è un mosaico dei loro scritti, degli autori che abbiamo citato e di tanti altri?

“Esattamente e ci permette di costruire la geografia di un pensiero moderno ed evoluto nato proprio dalla consapevolezza di un territorio plurale e composito come il nostro, che è fucina di idee, l’atanor nel quale ribolle un nuovo mondo. Leggiamo così Schiffrer e Sestan, ma anche Foschiatti, Pincherle e Valiani per arrivare ad Apih, ma anche a Paladin, che porta la voce della Dalmazia”.

Perché l’antologia si ferma agli anni Cinquanta?

“Perché è quello il decennio in cui si concretizza il sogno europeo con un deciso cambio di marcia. Ora la discussione si sposta da questioni di principio, idee, ideali alla loro trasformazione in realtà: l’istituzione del Consiglio d’Europa, i primi accordi economici, il Trattato di Roma, la nascita della Comunità economica europea, e così via. Ma c’è un’appendice che, di fatto, lascia aperta una porta. Con un articolo di Arduino Agnelli. Il suo saggio, oltre a spostare verso l’alto i limiti cronologici dell’antologia, connette i temi ed i testi squisitamente novecenteschi con gli studi e le riflessioni sui caratteri particolari dell’Europeismo sviluppato al confine orientale”.
Una porta aperta, per continuare a riflettere coinvolgendo altri nomi che rendono merito al nostro mondo civile e alla lungimiranza degli autori giuliani. L’incontro di martedì 3 maggio è organizzato dal Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana e Dalmata in collaborazione con la libreria Svevo di Trieste.
Rosanna Turcinovich Giuricin

310 – La Repubblica 06/05/11 Da Cherso a Pago. Oasi dalmata
MARE
Da Cherso a Pago. Oasi dalmata

di Leonardo Felician

Situate a 160 chilometri a Sud di Trieste, le 5 isole dalmate sono un’oasi di natura e cultura, oltreché un’allettante destinazione balneare. Scopriamole

La costa settentrionale della Dalmazia è un susseguirsi di cinque isole Cres-Cherso, Losinj-Lussino, Krk-Veglia, Rab-Arbe e Pag-Pago: abitate da tempi remoti da generazioni di pescatori e marinai, sono mete ricercate che calamitano una parte importante dei flussi turistici della Croazia. La stagione migliore per visitarle è la tarda primavera o l’inizio dell’autunno, perché l’affollamento estivo rende a volte problematico il traffico e comunque non permette di cogliere la bellezza e la tranquillità di spiagge deserte, paesini a misura d’uomo, campagne strappate metro per metro alla pietra da un lavoro paziente di generazioni.

La destinazione più nota è Lussino: la mitezza del clima e la flora subtropicale ne fecero una stazione di villeggiatura frequentata ai tempi della Belle Epoque da stessi regnanti di casa Asburgo. Lussino si raggiunge in macchina dal confine italiano di Trieste, da cui dista 160 km, attraverso la Slovenia e poi via Brestova, l’imbarcadero sulla costa istriana dei traghetti per l’isola di Cherso: durante la breve attraversata dal ponte si notano spesso coppie di delfini nel mare blu cobalto. Sbarcati a Cherso, la strada si innalza prima di raggiungere il capoluogo e la strada corre sulla roccia del crinale. Dalla pietraia selvaggia e brulla, battuta dalla bora d’inverno, con il profumo intenso di piantine di salvia e rosmarino, si apre un panorama scenografico: a destra la costa istriana separata da uno stretto braccio di mare, mentre a sinistra si staglia in basso l’isola di Veglia.

Abitata fin dai tempi antichi con il nome romano di Crepsa, la cittadina di Cherso si distende in un’ampia baia, con piazzette e antiche case a specchio sul porticciolo riparato. Il museo in un palazzetto gotico-veneziano conserva una grande distesa di anfore romane, recuperate da antichi naufragi nelle acque del Kvarner-Quarnero. Proseguendo verso sud, si costeggia la rarità naturale del lago Vrana, un bacino di acqua dolce, preziosa riserva d’acqua per le isole: la strada scende, la vegetazione si fa più lussureggiante e il clima più dolce. Si giunge ad Osor-Ossero, dove già in epoca romana fu scavata la Cavanella d’Ossero, il canale che separa le due isole.

Dell’antico splendore di Ossero è rimasto il duomo veneziano in pietra bianca con il campanile del XV secolo, teatro d’estate di suggestive serate musicali. Passato un ponticello di pochi metri si raggiunge l’isola di Lussino, patria di generazioni di capitani e di armatori. Superato il primo paese di Nerezine-Neresine, bisogna percorrere ancora oltre venti chilometri prima di raggiungere la spettacolare baia di Mali Lošinj-Lussinpiccolo.

All’epoca dei grandi velieri transatlantici, entrarvi attraverso le strette bocche guardate a vista da scogli aguzzi era il pezzo di bravura per eccellenza di capitani ed equipaggi locali. La riva del passeggio di Lussinpiccolo merita il viaggio: yacht e barche attraccati di fronte a piccoli negozi, caffè e ristoranti, guardati dalle serene facciate dei grandi palazzi liberty. Si può alloggiare tra i pini d’Aleppo che scendono fino al mare sulla baia di Čikat-Cigale, uno specchio d’acqua cristallino dal fondo sabbioso, o nella successiva Val di Sole: alti sulla costa rocciosa circondata da pini marittimi si trovano gli hotel Vespera e Aurora, completamente rinnovati. Pochi chilometri separano il centro dall’altra località dell’isola, Veli Lošinj-Lussingrande, che a dispetto del nome è più piccola, un villaggio di pescatori con un piccolo porticciolo di barchette che ricorda Portofino guardato da un’imponente chiesa proprio sul mare.

311 – Il Piccolo 04/05/11 I libri per abbattere l’odio Serbia-Kosovo
I libri per abbattere l’odio Serbia-Kosovo

di Azra Nuhefendic

BELGRADO Scambiamoci libri anziché il territorio. A Belgrado e a Pristina sono state pubblicate parallelamente due antologie. Una si chiama “Da Pristina con amore” e l’altra “Da Belgrado con amore”. Le due antologie sono la prima pubblicazione di questo genere e contengono rispettivamente una selezione di testi di scrittori contemporanei albanesi del Kosovo, tradotti in lingua serba e pubblicati a Belgrado, e una selezione di racconti di giovani scrittori serbi, tradotti in albanese e pubblicati a Pristina. Il titolo è ironico e sovversivo. «In un clima di blocco generale di ogni forma di comunicazione tra serbi e albanesi, chi vuole collaborare viene considerato un traditore», afferma Sasa Ilic che è uno scrittore di Belgrado, oltre che uno degli autori del progetto. Il secondo autore è invece lo scrittore kosovaro Jeton Neziraj. Gli stereotipi negativi che i due popoli hanno gli uni verso gli altri, hanno come risultato una forte diffidenza che contraddistingue il rapporto tra serbi e albanesi.

Tra Pristina e Belgrado non c’è alcuna forma di comunicazione istituzionale. Questo progetto invece, come si comprende, è frutto di culture alternative e di iniziative private portate avanti da singole persone. La lingua diversa che parlano i kosovari da un lato e i serbi dall’altro costituisce una barriera. «I serbi non hanno mai imparato la lingua albanese, neanche quelli che hanno vissuto o vivono ancora in Kosovo», nota Sasa Ilic. Jeton Neziraj crede di appartenere all’ultima generazione di kosovari che parlano ancora il serbo. «Secondo me – afferma – è stato incredibile non essere riusciti a trovare in Serbia nessun serbo che potesse tradurre dall’albanese. Credo sia giunto il momento che i serbi comincino a imparare un po’ di albanese. In caso contrario, non saremo mai più in grado di poter comunicare tra di noi».

I due autori hanno chiamato con un certo sarcasmo il loro progetto, “La corrispondenza tra traditori” perché, come rileva Jeton Neziraj, «in questa regione ci sono solamente eroi e traditori. E noi, come ideatori di questo progetto, siamo ovviamente i traditori». Gli scrittori Jeton Neziraj e Sasa Ilic, senza alcun interesse politico, sono partiti dall’idea che è meglio «scambiarsi la letteratura». Perciò i giovani scrittori attraverso il loro progetto invitano i serbi e i kosovari a scambiarsi i libri anziché i territori, alludendo ai giochetti tra i politici serbi e kosovari di scambio dei territori appunto. In Serbia i media ufficiali hanno ignorato la pubblicazione, mentre la stampa di Pristina ha dato molto spazio a questa iniziativa

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
https://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arcipelagoadriatico.it/

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell’ Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell’Italia con la Croazia e Slovenia.
Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it

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