Rassegna Stampa Mailing List Histria

Posted on April 11, 2011


Sommario  N° 770  – 09 Aprile 2011
 
 
235 – La Voce del Popolo 01/04/11 E & R – Concorso della Mailing List Histria le premiazioni a Buie il 12 giugno
236 – Il Piccolo 04/04/11 Napolitano in Istria per i 150 anni dell’Unità d’Italia (Silvio Maranzana)
237 – Agenzia Ansa 06/04/11 Italia-Slovenia: Mantica,no restituzione capolavori istriani (Ansa) 
238 – Il Piccolo 05/04/11 Censimento in Croazia a rischio per gli italiani, primi casi di rilevazioni errate. A una donna di Fiume non è stata chiesta la nazionalità (Andrea Marsanich)
239 – Il Piccolo 06/04/11 Censimento croato istriani discriminati (p.r.)
240 – La Voce del Popolo 08/04/11 Cittanova: Per l’asilo italiano si apre un nuovo capitolo (Franco Sodomaco)
241 – Il Piccolo 04/04/11 Isola ricorda Lovisato, il suo garibaldino, la lapide di marmo che lo celebra, abbattuta dai titini nel 1953, è stata ricollocata al suo posto
242 – Il Piccolo 08/04/11 Da Curzola a Lissa a bordo dell’idrovolante (f.r.)
243 – L’Arena di Pola 24/03/11 Rimanere o andare? (Mario Frezza)
244 – Il Piccolo 07/04/11 L’intervento: i musei dei profughi e i rancori mai sopiti (Marco Coslovich)
245 – L’Arena di Pola 24/03/11 Ufficio zone di confine: l’archivio ritrovato (Paolo Radivo)
246 – La Voce in Più Storia e Ricerca 02/04/11  Il 1861 e l’Adriatico orientale (Kristjan Knez)
247 – La Voce in piú Storia e Ricerca  02/04/11 Fiume – Riccardo Zanella, il primo antifascista?, perché alle autorità cittadine non piace l’idea di intitolargli una piazza nella Cittavecchia (Ivo Vidotto)
248 – Messaggero Veneto 03/04/11 I viaggi nella Mitteleuropa degli anni d’oro (Francesca Santoro)
249 – Corriere della Sera 08/04/11 Trieste, universo parallelo dove tutto è già accaduto (Mauro Covacich)
 
 
 
 
 
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235 – La Voce del Popolo 01/04/11 E & R – Concorso della Mailing List Histria le premiazioni a Buie il 12 giugno
Concorso della Mailing List Histria le premiazioni a Buie il 12 giugno
Per l’invio dei lavori i ragazzi di scuole e Comunità hanno ancora due settimane di tempo
Si terranno a Buie, quest’anno, domenica 12 giugno, il tradizionale raduno dei membri della Mailing List “Histria” e la cerimonia di premiazione del concorso letterario che questo gruppo di discussione in internet, che vede da anni virtualmente riuniti esuli e rimasti, promuove regolarmente per i ragazzi delle scuole elementari italiane e per i giovani delle Comunità degli Italiani dell’Istria slovena e croata, della Dalmazia e del Montenegro.
Il termine ultimo per l’invio dei lavori in gara all’apposita Commissione (agli indirizzi elencati nei due bandi pubblicati qui sotto) scade il 15 aprile. Da rilevare che da quest’anno è stato pubblicato pure un bando specifico per le scuole elementari e medie inferiori dei comuni istriani rimasti all’Italia, e dunque Muggia e San Dorligo della Valle.
Questa di Buie sarà la IX edizione del concorso mentre il raduno dei mailini sarà l’undicesimo.
Allegata la Pagina cartacea con i Bandi :
http://www.edit.hr/lavoce/2011/foto/esuli110402.pdf
 
 
 
 
236 – Il Piccolo 04/04/11 Napolitano in Istria per i 150 anni dell’Unità d’Italia
Napolitano in Istria per i 150 anni dell’Unità d’Italia
 
Riserbo sulla visita del Presidente prevista il 13 luglio. Probabile anche un incontro a Zagabria con Josipovic
 
di Silvio Maranzana
 
TRIESTE. Una grande manifestazione il 13 luglio a Pola e a Fiume alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Così gli italiani che vivono fuori dai confini faranno culminare una lunga serie di cerimonie, conferenze, concerti, mostre che nel corso di questo 2011 stanno già proliferando ovunque, da Crevatini a Spalato, per festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia. L’evento verrà collocato in quella che sarà una visita ufficiale in Croazia da parte del Capo dello Stato e sui cui dettagli viene tuttora mantenuto il riserbo.
 
Il giorno precedente invece, cioé il 12 luglio, a Zagabria, Napolitano dovrebbe incontrare il presidente dello Stato croato Ivo Josipovic e la premier Jadranka Kosor. Una sorta di prosecuzione questa dello storico incontro tra i presidenti di Italia, Slovenia e Croazia avvenuto a Trieste nel luglio scorso in occasione del concerto del maestro Riccardo Muti in piazza Unità, ma che si sostanziò anche nelle soste dinanzi al Balkan e al Cippo all’esodo, testimonianze delle diverse sofferenze. Napolitano sarà il secondo Presidente italiano a venir accolto dalle nostre comunità in Istria a dieci anni esatti dalla visita che fece oltreconfine nel 2001 Carlo Azeglio Ciampi.
 
I numeri uno e due della comunità nazionale in Slovenia e Croazia, Furio Radin e Maurizio Tremul in questa occasione dal così marcato rilievo storico non hanno timore a fare dichiarazioni forti, spingendosi anche più in là del solito: «Questa dei 150 anni deve essere una festa della nazione italiana e non dello Stato italiano e la nazione italiana è anche in Istria, a Fiume, a Zara». «In tutte le comunità di connazionali – spiega Radin – l’Italia è molto sentita e addirittura idealizzata, è sempre vista come il Paese che ha portato la civiltà nel mondo, è ancora la nostra madrepatria. Per questo riponiamo un immenso significato in questa ricorrenza e le manifestazioni organizzate per l’occasione stanno fiorendo in tutti le città e i paesi».
 
Tremul è sulla medesima lunghezza d’onda: «Ci sentiamo parte della nazione italiana anche se non siamo inseriti all’interno dello Stato italiano. Anche questo anniversario potrà contribuire a un rilancio della lingua e della cultura italiane. É indispensabile però un forte sostegno da Roma per poter continuare e accrescere la nostra attività». Ma un altro evento fondamentale sarà l’ingresso della Croazia nell’Ue che tornerà a riunire, stavolta nella casa comune europea, tutti i territori di un’area sì multietnica, ma per molti versi omogenea e in passato unita.
 
È un appuntamento verso il quale esprime soddisfazione anche il presidente della Lega nazionale, Paolo Sardos Albertini. «Oggi l’Italia può considerarsi comunque in parte sostanziale unita – rileva Sardos – ma l’ingresso nell’Europa anche della Croazia dopo la Slovenia, permetterà a Trieste di riconquistare quello che storicamente è da sempre il suo retroterra naturale istriano e favorirà in queste zone una ripresa dell’italianità.
 
Non va dimenticato che Trieste, da sempre cosmopolita, è stata italiana per scelta, mentre l’Istria lo è per la sua stessa storia e identità. Il podestà di Capodistria nel 1866 appurato che la terza guerra d’indipendenza non aveva liberato anche l’Istria dal giogo austro-ungarico, per un anno non uscì di casa per protesta».
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
237 – Agenzia Ansa 06/04/11 Italia-Slovenia: Mantica,no restituzione capolavori istriani
Italia-Slovenia: Mantica, no restituzione capolavori istriani
 
Erano stati trasferiti nel 1940 per evitare loro distruzione
 
(ANSA) – ROMA, 6 APR – Il governo italiano esclude che i capolavori trasferiti dall’Istria a Roma nel 1940 possano essere restituiti alla Slovenia, come il suo governo da tempo richiede.
 
Lo assicura il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica in una risposta ad un’interrogazione del senatore del Pdl Giulio Camber. Il parlamentare ricordava come nello scorso gennaio il presidente della Slovenia Danilo Turk, sia tornato a rivendicare, in una visita ufficiale a Roma, la ”restituzione” dei capolavori firmati tra il Trecento e il Settecento da maestri italiani come Paolo Veneziani, Tiepolo, Vittore e Benedetto Carpaccio.
 
”Un’indagine del ministero dei Beni Culturali – afferma Mantica – ha stabilito l’inesistenza di un obbligo giuridico internazionale alla restituzione dei cosiddetti ‘capolavori istriani’ perche’ si tratta di beni di proprieta’ italiana e provenienti da territorio italiano”. (ANSA).
 
 
 
 
238 – Il Piccolo 05/04/11 Censimento in Croazia a rischio per gli italiani, primi casi di rilevazioni errate. A una donna di Fiume non è stata chiesta la nazionalità
Censimento in Croazia a rischio per gli italiani 
 
Primi casi di rilevazioni errate. A una donna di Fiume non è stata chiesta la nazionalità. Appello di Radin. Irregolarità anche nei confronti dei serbi
 
di Andrea Marsanich
 
FIUME Censimento in Croazia: si accende la spia di allarme tra gli italiani che vivono in Istria e nel Quarnero per alcuni casi di irregolarità commessi dai rilevatori. Sempre puntualmente a danno dei connazionali. In verità si tratta di casi sporadici, che comunque le parti lese hanno fatto bene a denunciare alle competenti istituzioni, alle locali Comunità degli Italiani e al presidente dell’ Unione Italiana, Furio Radin. La violazione più grave in questo primo scorcio del censimento (durerà fino al 28 aprile) ha riguardato una donna di nazionalità italiana e residente a Fiume. Nel corso dell’intervista, in cui a ciascuno vengono poste 45 domande, il rilevatore non ha rivolto alla connazionale la domanda sull’appartenenza nazionale, bensì di propria iniziativa ha scritto che la donna era di nazionalità croata. La fiumana si è mossa per tempo, denunciando l’abuso a chi di dovere e rivolgendosi pure alla Comunità degli italiani di Fiume. Quest’ultima, assieme all’Unione italiana, ha invitato i connazionali ad essere molto attenti quando rispondono alle domande degli intervistatori, in particolare a quelle riguardanti l’appartenenza nazionale. Un controllo appurato potrà evitare problemi come quello capitato alla donna fiumana. Il presidente Ui Radin ha poi confermato che alcuni connazionali lo avevano contattato nei giorni scorsi, affermando che i rilevatori istriani e quarnerini non disponevano dei questionari in lingua italiana, di cui per legge hanno diritto gli italiani censiti. Radin si è subito rivolto all’Istat croato, chiedendo lumi e pretendendo che si ovviasse all’irregolarità. Il direttore dell’Istat, Ivo Kovac, ha confermato che da ieri mattina tutti gli intervistatori delle regioni quarnerino-montana e istriana sono in possesso dei questionari italiani, che possono appunto essere richiesti dai connazionali. «Posso dire che la campagna lanciata prima del censimento dall’Unione italiana e dal sottoscritto – ha affermato Radin – sta dando i suoi frutti. Abbiamo fatto 12 mila telefonate e inviato 34 mila lettere ai soci dell’Unione italiana, dando consigli e chiedendo prestino la massima attenzione, il che sta avvenendo. Voglio comunque lanciare un appello e dire che per qualsiasi problema, inconveniente o scorrettezza i connazionali possono chiamarmi liberamente oppure rivolgersi all’Unione italiana o alla Comunità d’appartenenza. Il censimento deve svolgersi secondo i canoni prestabiliti e in modo assolutamente corretto». Oltre agli italiani, ci sono stati casi che hanno coinvolto appartenenti alla minoranza serba. A Viskovo, ex comune di Fiume, e a Smilcic, nell’entroterra di Zara, alcuni rilevatori hanno proposto agli intervistati di non dichirarsi ortodossi, bensì di fede greco cattolica. I rilevatori sono stati sollevati dall’incarico e i loro controllori sospesi fino a quando non si appureranno le responsabilità per quanto avvenuto. La denuncia era partita dal Consiglio nazionale serbo, con l’Istat che – come nel caso dei nostri connazionali – ha reagito prontamente. Sul destino del rilevatore di Viskovo a decidere sarà domani la commissione quarnerino-montana per il censimento, presieduta dal presidente della Regione, lo zupano Zlatko Komadina, il quale ha parlato di pesante violazione. 
 
 
 
 
239 – Il Piccolo 06/04/11 Censimento croato istriani discriminati
Censimento croato istriani discriminati
 
POLA Il censimento della popolazione in Croazia continua a far parlare di se per il comportamento per lo meno strano di certi rilevatori. Diversi cittadini di Parenzo, Jursici e di alcuni borghi nel sud della penisola si sono lamentati del fatto che i rilevatori si sono rifiutati di riportare sul questionario la dichiarazione di istrianità nella casella dell’appartenenza nazionale.Il fatto ha indotto il presidente del Forum giovanile della Dieta democratica istriana Vili Rosanda a convocare una conferenza stampa. Proprio Rosanda e altri giovani dietini a suo tempo avevano promosso la campagna a favore dell’istrianità nel censimento. È un tipico esempio di violazione dei diritti umani, ha spiegato ai giornalisti, visto che i cittadini possono dichiararsi istriani. Nella successiva elaborazione dei dati, ha aggiunto, gli “Istriani” vengono inclusi nella dichiarazione di identificazione nazionale regionalistica. Oltre a segnalare il fatto all’apposita commissione regionale, Rosanda ha annunciato che proseguirà la campagna di sensibilizzazione a favore dell’istrianità. (p.r.)
 
 
 
 
 
240 – La Voce del Popolo 08/04/11 Cittanova: Per l’asilo italiano si apre un nuovo capitolo
CITTANOVA Città, UI, UPT e SEI firmano
la Lettera d’intenti per l’ampliamento della sede
 
Per l’asilo italiano si apre un nuovo capitolo
 
CITTANOVA – Grande soddisfazione ieri a Cittanova per la firma della Lettera d’intenti fra la Città, l’Unione Italiana, l’Università Popolare di Trieste e la Scuola elementare italiana, che porterà alla ristrutturazione e all’ampliamento dell’asilo italiano, con un investimento di 200mila euro, diviso a metà fra la Città e l’UI. La firma del documento, importante per molti versi, si è svolta nella nuova sede della locale Comunità degli Italiani, inaugurata lo scorso settembre dal presidente della Repubblica di Croazia, Ivo Josipović. Una sede moderna e funzionale, che ha un elevato senso simbolico per la CNI di Cittanova e che da anni aspettava un intervento anche per l’asilo, oramai stretto e inadeguato per lo svolgimento dell’attività.
Alla firma della Lettera d’intenti sono intervenuti il sindaco di Cittanova, Anteo Milos, il presidente e il direttore generale dell’UPT, Silvio Delbello e Alessandro Rossit, il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul, il preside della SEI, Luka Stojnić, la presidente della CI, Paola Legovich Hrobat, e Glauco Bevilacqua, presidente del Comitato esecutivo della CI.
 
Subito la gara d’appalto
 
La realizzazione del progetto inizierà in tempi brevi, visto che sarà immediatamente aperta la gara di appalto dei lavori, che potrebbero concludersi già nel mese di settembre. Come è stato rilevato nel corso della cerimonia della firma del documento da parte di Maurizio Tremul, Anteo Milos e Silvio Delbello, l’ampliamento della sede consentirà l’attività in tre sezioni educativo istruttive di nido e di asilo “nella lingua e nella scrittura della CNI”, per i bambini con residenza sul territorio della Città di Cittanova.
 
Assecondati i desideri della CI
 
”In seguito ai colloqui in merito all’avvio del progetto di ristrutturazione dell’edificio scolastico di Cittanova, prendendo in considerazione i bisogni espressi dalla Comunità degli Italiani di Cittanova nella sfera educativo istruttiva – ha rilevato nell’occasione Maurizio Tremul -, l’UI e l’UPT hanno deciso di stipulare con la Città di Cittanova, quale fondatore dell’istituzione pubblica per l’istruzione in lingua italiana, questo contratto che sancisce i diritti e i doveri delle parti firmatarie o contraenti. L’UI e l’UPT, con il contributo del governo italiano, si impegnano pertanto ad assicurare 100mila euro, ma anche l’inserimento delle nuove sezioni educative nella rete scolastica delle istituzioni prescolari e scolastiche della CNI, con riferimento specifico all’acquisizione dei diritti all’assegnazione delle donazioni del ministero degli Affari esteri della Repubblica Italiana, quali mezzi e attrezzature didattiche, libri, abbonamenti a riviste professionali, nonché aggiornamento linguistico e culturale dei docenti”.
 
L’attività futura a carico della Città
 
“La Città – ha aggiunto il sindaco, Anteo Milos -, parteciperà al cofinanziamento dei lavori di ristrutturazione e di ampliamento della sede per l’importo corrispondente a quanto necessario per l’ultimazione dei lavori per una superficie complessiva di 295 metri quadrati di spazi interni e di 126 metri quadrati di esterni. Si impegnerà inoltre ad assumersi le spese di manutenzione dell’asilo e al finanziamento permanente del corrispondente numero di educatrici, personale di consulenza e didattico”.
Per il soggiorno dei bambini da 1 a 3 anni è prevista un’unità di nido, che comprenderà oltre alla stanza per il soggiorno anche il guardaroba, il fasciatoio e lo spazio per l’assistenza ai bambini completo di attrezzature sanitarie, mentre per il soggiorno dei bambini dai 3 ai 6 anni sono previste due unità di asilo che comprenderanno altre due stanze per il soggiorno, la terrazza, lo spazio giochi esterno e una stanza per le educatrici.
Grande soddisfazione è stata espressa pure dal preside della SEI, Luka Stojnić, e dalla presidente della CI, Paola Legović Hrobat, che hanno sottolineato l’importanza di investire sui giovani e per i giovani anche in questi tempi difficili di recessione.
Maurizio Tremul, Anteo Milos, Silvio Delbello e Luka Stojnić hanno infine firmato il documento che di fatto, dopo tanti anni, spiana la strada a un’era nuova per la Comunità Nazionale Italiana di Cittanova, quella della crescita, ma anche della tutela. L’UI invece apre l’era degli investimenti negli asili, sfidando la recessione e, se vogliamo, anche il censimento. Sono in attesa di investimento, infatti, gli asili di San Lorenzo-Babici, Abbazia, Pola, Parenzo e non ultimo Zara.
Una stretta di mano, alla fine, densa di soddisfazione, tra Tremul, Milos e Delbello, che entra nella storia della CNI di Cittanova.
Da rilevare infine che sempre ieri la Città ha donato 13 biciclette alle scuole e agli asili di Cittanova, delle quali 10 alle scuole e 3 agli asili.
 
Franco Sodomaco
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
241 – Il Piccolo 04/04/11 Isola ricorda Lovisato, il suo garibaldino, la lapide di marmo che lo celebra, abbattuta dai titini nel 1953, è stata ricollocata al suo posto
Isola ricorda Lovisato, il suo garibaldino
 
La lapide di marmo che lo celebra, abbattuta dai titini nel 1953, è stata ricollocata al suo posto
 
 dall’inviato
 
ISOLA D’ISTRIA È una sera dell’aprile 2011 e a Isola d’Istria si parla di Garibaldi. L’incontro si svolge nella casa dove nel 1842 nacque un garibaldino, amico dell’Eroe dei due mondi, oltre che scienziato e
professore: Domenico Lovisato. Oggi Palazzo Manzioli, a Isola, è sede della Comunità degli italiani e sulla sua facciata campeggia la lapide che ricorda Lovisato «che il nome istriano onorò nelle cattedre universitarie e sui campi di battaglia con Garibaldi che l’ebbe carissimo».
 
 Ma quella lapide è stata rimessa al suo posto appena quattro anni fa, nel 2007. «E tra coloro che l’hanno ricollocata – racconta Silvano Sau, animatore della comunità italiana locale – c’era almeno uno di quelli che oltre cinquant’anni prima l’avevano buttata giù». «Nel 1953, per volere del “potere popolare” al quale dava disturbo l’opera di questo studioso che in vita, durante la presenza dell’impero austroungarico, aveva professato anche il suo profondo atttaccamento all’identità nazionale italiana – si legge sul Mandracchio online, portale della comunità italiana di Isola – la lapide venne tolta di nascosto e mai più ritrovata». «Negli ultimi decenni – lamenta lo storico piranese Kristjan Knez dinanzi a una platea attenta anche se avanti con gli anni – c’è stata la volontà sistematica di rimuovere tutto ciò che era stato espressione di sentimenti italiani.
 
Dal 1945 è stato privilegiato il discorso univoco dei movimenti nazionalisti sloveno e croato. C’era quasi un divieto sacrale di parlare della storia italiana perché l’italianità espressa anche in periodo risorgimentale veniva etichettata come preludio al fascismo». E Fulvio Senardi, professore triestino, ha messo in guardia dagli attacchi che dallo stesso suolo italiano vengono portati a Garibaldi tacciato di essere stato al soldo degli inglesi oppure uno strumento della Massoneria, in particolare da ambienti vicino alla Lega o da nostalgici filoborbonici o clericali, «mentre la sua – ha affermato – è una figura di eroe a tutto tondo».
 
Di Lovisato, Salvatore Moscolin ha ricordato che, «frequentato il ginnasio di Capodistria, per ben otto volte deve subire il carcere austriaco prima di passare all’università di Padova». E ancora che «già nel 1866 era a combattere con Garibaldi alla Bezzecca; ed era a Pola, sotto le spoglie di muratore, e asportava i piani delle fortezze per consegnarli alle autorità militari italiane o a Giuseppe Garibaldi stesso». Nel 1915 chiede di seguire l’unico figlio Mario «sul campo della gloria». «Voglia accettare – scrive al generale Zuppelli, ministro della guerra – questo avanzo di camicia rossa».
Ma gli anni sono troppi, 73 per l’esattezza, Lovisato si ammala e nel 1916 muore senza fare in tempo a vedere l’Istria unita all’Italia. s.m.
 
L’inaugurazione della targa nel 1925
 
 
 
242 – Il Piccolo 08/04/11 Da Curzola a Lissa a bordo dell’idrovolante
Da Curzola a Lissa a bordo dell’idrovolante
 
Dalla prossima estate partiranno i collegamenti tra la terraferma e le isole croate In futuro saranno previsti viaggi da Trieste, Venezia, Rimini e Ravenna
 
FIUME Sta percorrendo gli ultimi metri del decollo burocratico il progetto di una rete di collegamenti avio sulle tratte brevi lungo le coste croate, più precisamente tra le principali località in terraferma e le isole maggiori. La macchinosa e contorta burocrazia di stato sembra aver detto finalmente di sì e ora si è davanti alla porta d’ingresso della seconda fase, quella che consiste nel pianificare le strutture tecnico-logistiche e ottenere l’assenso delle autorità locali. Il progetto, avviato più di un anno fa, è della tedesca Eca (European Coastal Airlines), il cui titolare è Klaus Dieter Martin, supportato da una società di Francoforte e una di Berlino. Il valore dell’impresa da avviare lungo le coste del basso, medio e alto Adriatico dovrebbe aggirarsi sui 33 milioni di euro. È stato lo stesso frontman di Eca a confermare nei giorni scorsi, in un’esclusiva concessa al quotidiano spalatino Slobodna Dalmacija, che il governo di Zagabria ha proferito il tanto agognato placet, dando via libera alle “aviostrade”
costiere e classificandole «di interesse nazionale». Come ha spiegato K.D.Martin, il piano prevede di collegare i centri principali in terraferma con le isole maggiori e turisticamente più interessanti. Nelle maglie della rete di collegamenti aerei rientrerebbero, in terraferma, le città di Zagabria, Fiume, Pola, Zara e Ragusa (Dubrovnik); tra le isole la scelta cadrebbe su Lussinpiccolo, Arbe (Rab), Curzola (Korèula), Lesina (Hvar), Lissa (Vis) e altre minori ma interessanti per l’industria delle vacanze.
Secondo K.D.Martin, in tutto le località interessate alle “aviostrade”
costiere potrebbero essere una trentina. Numero che potrebbe però includere anche talune mecche turistiche di là dell’Adriatico, ossia delle coste italiane, che godrebbero così di collegamenti brevi e rapidi con la dirimpettaia fascia costiera croata. Al riguardo, anzi, il titolare di Eca ha fatto i nomi di Trieste, Venezia, Rimini, Ravenna, Ancona, Bari, Foggia e perfino di alcuni centri dell’interno come Padova e Bologna, accessibili grazie al tipo di aerei (“anfibi”) che verranno impiegati. Stesso discorso per alcuni centri austriaci e tedeschi. Fermandoci tuttavia alle coste croate, secondo i calcoli già effettuati, la durata dei voli si manterrebbe in media tra i 15 e i 25 minuti, con punte massime di poco più di mezz’ora nel caso di partenze da Fiume o Pola per le più meridionali isole dalmate.
Approssimativamente già calcolata pure la durata dei collegamenti con talune località italiane: Ancona-Lussinpiccolo 32 minuti, Pescara-Lissa 42, ecc. Da notare che al servizio si sono già di chiarate molto interessate la tedesca Adac e almeno due touroperator italiani. Anche per quanto concerne il costo dei biglietti, Klaus Dieter Martin è stato esplicito. Il tariffario (in equivalente euro) andrebbe da un minimo di 25 a un massimo vicino alla cinquantina, ma con possibili sconti su prenotazione e pagamento anticipato di andata e ritorno. Ulteriori riduzioni sarebbero poi possibili qualora il governo di Zagabria concedesse anche alle “aviostrade” costiere lo status agevolato di cui beneficiano i collega menti marittimi. Tutto sommato, in generale i costi non dovrebbero superare il doppio di quelli attuali per mare. Già scelto anche il tipo di velivolo che dovrebbe servire l’aviorete
costiera: si tratterà del bimotore turboelica “Twin Otter DHC-6” della De Havilland, in versione idrovolante ma munito di carrello ruotato sotto i galleggianti, operativo anche da piste di terra e se necessario di fungere anche quale avioambulanza, con capacità di imbarco fino a 19-20 passeggeri.
Un multiutility di 16 metri e velocità di crociera sui 330-240 km/h che ha da anni largo impiego tra laghi e fiumi in Canada e varie altre parti del mondo. Per accoglierlo lungo le coste croate si sta già pensando all’allestimento dei pontili di approdo. Posto che tutto proceda secondo previsioni attuali, la rete delle aviostrade costiere potrebbe essere operativa nelle sue tratte principali nella seconda metà dell’estate. Per ora non si precisa la durata del servizio, probabilmente fruibile però solo durante la bella stagione. (f.r.)
 
 
 
 
243 – L’Arena di Pola 24/03/11 Rimanere o andare?
Rimanere o andare?
 
A tratti mi sorprendo a pensare quale sarebbe potuta essere la mia esistenza senza l’esodo dalla città in cui sono nato. Perché probabilmente – forse non ci si pensa a sufficienza ma è così – quel vagare nell’Italia sconvolta dalla guerra alla ricerca di una nuova casa e di una nuova città è stato l’evento più importante della mia (della nostra) vita, quello che nel bene o nel male l’ha completamente mutata. La letteratura dell’esodo è oramai ricca di tanti fatti e di tante testimonianze che si sono affastellate negli anni, che se uno vuole può avere una rappresentazione abbastanza reale di quanto è avvenuto, storicamente parlando. Ma non basta, poi ci sono le vicissitudini personali, i sentimenti racchiusi negli animi di ognuno, le sofferenze morali  a cui è più difficile accostarsi, e che avranno fine nei racconti, e nel ricordo, solamente con la scomparsa dei diretti testimoni.

Quello che non ho ancora sentito chiedersi, dai molti che con la scrittura hanno inteso mantenere in vita la memoria e respingerne l’oblio della tragedia dell’esodo, è cosa sarebbe successo di tutti noi, e di ognuno di noi, se fossimo rimasti, come alcuni hanno scelto o sono stati costretti a fare.

«Era impossibile… rimanere» sento dalle bocche di voi, di quasi tutti voi. «È una domanda pretenziosa, quasi offensiva…». Ma nulla è impossibile nella vita, quando il tuo status, la tua condizione, la serie dei doveri che ti legano ai tuoi, e non da ultimo l’attaccamento alla tua terra, non ti permettono scelte diverse.
Nel racconto Odore di cenere scrivevo:

«La risposta di Toni fu inaspettatamente composta: “Ben cugin, dovemo bever ancora ‘sto calice, el più amaro, andaremo via…”. “Ma come via – gridò Nin –, come via zerman mio – ripetè con le lacrime agli occhi –: mi che fazo fadiga a viver qua, chi me darà lavor e mia mare, vecia e paralitica, dove la metarò?”. Un silenzio cupo calò su queste parole. E alla fine Toni concluse: “Sarà tanti come ti cugin, basta gaver capì che no se pol restar, el resto vegnarà, se jutaremo uno co’ l’altro”. Rimuginava i discorsi che facevano i suoi compagni di cantiere: “Nin mio, ghe vol esser proprio mone per lassar la propria roba ai drusi”. Lui roba da lasciare proprio non ne aveva, ma poi pensava che tutto ciò che vedeva intorno e che amava, da sempre, come una persona cara, era suo, indiscutibilmente suo, anche se ciò non poteva risultare da documenti di proprietà o altro. E Nin non partì, riprese le sue cose, e assieme alla famiglia ritornò al paese. Era prevalso l’amore per la terra, un sentimento prorompente che doveva esser genico, atavico, prevalente sulla stessa ragione logica, sulla stessa loro enorme amicizia. E Nin aveva seguito quell’istinto, quel comando, quella voce suadente di sirena alla quale non era riuscito a sottrarsi». (da Da i lunghi inverni, Edizioni Savioprint, 1996)

E sulla falsariga di questo moto incontrollabile dello spirito, di questa “impossibilità di esodare” sentiamo la bella prosa di Nelida Milani in uno scritto che mi ha fatto confidenzialmente leggere e che non so dove sia stato pubblicato, ma che comunque ho il permesso di divulgare.

«Mio padre non era nemmeno un fermo antifascista ma, per naturale disposizione del suo sentire, assai vicino alle loro posizioni, ricche di valori umani e sociali… La decisione del restare fu tutta sua e di sua madre, mia nonna. Era arrivato il camion per trasportare la roba al Molo Carbon, papà puntellava armadi e sbandize del letto con le traversine, c’è questa percezione acuta del martello che batte, nonna aiutava il camionista a caricare le suppellettili e tra un materasso e un comò tutti e tre si scolavano, chi qua chi là, un bicchiere di bianco. I miei avevano l’osteria alle Baracche. Quando tutte le masserizie furono stivate, papà e nonna non erano più sobri. Imbriaghi come i scalini. Una bella sbornia. Provocata dal desiderio inconscio di non essere presenti all’ora, indotta dalla disperazione di abbandonare quella casetta di periferia che quando nonna era arrivata da Monghebo, vedova con quattro figli a carico, non aveva ancora le porte e le finestre. L’aveva comprata da due fratelli muratori e le porte e le finestre se le sarebbe messe da sola. Quanti sacrifici, quanta fame, quanta miseria sofferti per quella casetta in cui aveva aperto l’osteria e la rivendita di sali e tabacchi. E lasciar tutto per andare in un mondo sconosciuto? La bala fu determinante, rese più facile lo scaricamento del mobilio e il congedo del camionista e del camion vuoto. Fu questo il restare dei miei. Le zie, gli zii, le cugine partirono, papà e nonna restarono. Mio fratello ed io eravamo fioi, bambini. Fu questo il nostro restare, il mio restare».

Quindi innumerevoli motivi per andare, e altrettanti per rimanere, ognuno rispettabile, insondabile e sui quali non è lecito, specie dopo sessant’anni, porre alcun giudizio di merito. Ma per capire se l’esodo, per noi che siamo andati, sia stata una fortuna, un terno al lotto, o l’inizio di una vita grama, piena di disagi e di contrapposizioni, comunque molto differente da quella che avremmo vissuto se fossimo rimasti, bisogna conoscere ciò che il potere dominante subentrato mise a disposizione dei rimasti in una città devastata dalla guerra.

E ancora la Milani: «La stessa dignità, le stesse apprensioni e lo stesso dolore del partire. Certamente lo stesso coraggio… Nonostante le difficoltà a dispetto della logica e delle condizioni oggettive, contro le aspettative degli altri, nella rinuncia, a volte nella paura, a volte nutrendosi di nostalgia preventiva, perché di ogni presenza si prefigura l’assenza dell’indomani. Si è nostalgici non solo di patrie perdute, ma anche di persone sparite nel porto delle nebbie».

E qui si propone, tra i due gruppi, una dicotomia sofferente, straziante tra la nostalgia della terra e delle pietre e quella degli uomini. Non ho visto ancora, forse per mia insufficiente informazione, un’esegesi completa, approfondita delle storie umane e civili di quanti non hanno seguito la maggioranza dei partenti di quel crudo inverno del ’47. La mia lunga amicizia con una testimone dello spessore umano e culturale di Nelida Milani mi hanno portato alla conoscenza di varie verità, alcune note, altre immaginabili, altre ancora sorprendenti.

«La nascita di uno o più confini ha implicato anche adeguamenti mentali e quindi ripiegamento su se stessi, adattamenti alla nuova situazione… Forzati al cambiamento… La cesura semiotica (cioè il taglio dei segni della convivenza civile ed urbana, la divergenza tra significati e significanti) fu la castrazione dei polesani… Tutto rinominato, tutto ribattezzato. La gente non sa pronunciare le parole delle nuove insegne dei negozi, ma tutti zitti, altrimenti si rischia la tiritera che tuttavia ci accompagnerà tutta la vita, di essere la quinta colonna dell’irredentismo, di essere fascisti».

Il racconto si fa – se non fosse tragico per la parte più debole della popolazione – comico, esilarante, laddove si pensi alle possibili battute, ai lazzi dei buontemponi, in questa lingua, ora dominante, che è stata per secoli minoritaria, bersaglio divertente di certa stampa e di certo avanspettacolo. Ma la vita continua sempre e ovunque. Ecco allora farsi avanti una vita parallela fatta di “personali resistenze” che si oppongono all’imbarbarimento e all’omologarsi forzoso dettato dal regime.

«In ogni rione di Pola c’è un’anima sveglia che cura l’onore: ascolta musica, scrive poesie, pensa la vita, canta in coro, sogna l’amore, fa gare di nuoto, prega, pulsa, custodisce, tramanda, organizza la sua resistenza al clima in cui è immerso… Impensabili energie abitano la casa polesana, investita da una specie di sacralità laica, pur se accerchiata, assediata, ghettizzata».

La gente, pur nell’angoscia calma di ogni giorno, non vive sola, ma si aggrega nelle compagnie, nelle comunità, nei circoli. E la forza dello stare insieme supera, per convinzione o distrazione, ciò che avrebbe seppellito l’uomo solo.
«Quando si rompe il filo d’argento dell’infanzia, arrivano i giorni cattivi, il fluire della vita ti afferra subito, ti coinvolge nella sua miscela di vibrazioni contrastanti, nella chiassosa osteria di periferia dove il privato si concede al pubblico, luoghi di vita e di arguzia, di conversazioni e baruffe, tutti i momenti della vita di tutta la gente. Grazie al cielo funziona il social network Famiglia – Scuola – Circolo Italiano, il triangolo di comunicazione e della sana energia “rivoluzionaria” all’insegna del noi… Educazione di vita nuova in un rapporto collaborativo e partecipativo di tutti i Circoli Italiani del triangolo regionale, accompagnato dalla mentalità cittadina condivisa, dall’alta credibilità, fiducia e considerazione attribuiti al presidente dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume, prof. Antonio Borme».

Parole che meravigliano e confortano. Forse solo nel pericolo di un’assimilazione, che rifiuta, l’individuo recepisce il valore salvifico della tana e della concordia tra simili. La meraviglia è tanto più cogente, quanto più osserviamo, oggi, il nostro mondo occidentale e la nostra stessa Italia lacerata dagli opportunismi, dalle incomprensioni e dagli “ognuno per sé e Dio per nessuno”.

Scoppia poi, quasi all’improvviso, nello scritto di Nelida l’orgoglio di un’appartenenza che non demorde, né si lascia sopraffare, un collegamento robusto con la terra e quelli che la amano. È quasi l’orgoglio, di fronte ai detrattori, di non averla mai abbandonata. Non so se sono nel vero, ma lo ritengo plausibile.

«Tutta nostra è la città. Tutta mia è la città. Ogni angolo di Pola è casa mia. Di Pola assorbo le atmosfere, una certa malinconia nei giorni di pioggia, i silenzi, lo stile austero di città veneziana, austro-ungarica e italiana, le vie del centro, i Giardini e il salotto di piazza Foro, i ripidi clivi che portano a San Francesco e al pianoforte delle suore. Le svolte della mia vita non mi hanno mai diviso da questo luogo, che è esperienza interiore prima che altro».

Che bello, quando le ombre dell’età si fanno lunghe ed i rimpianti superano le conquiste, poter cantare un inno così amorevole alla città in cui sei nato. Sapessi, Nelida, come t’invidio quando dici questo, io non posso amare così visceralmente nessuna città che ho abitato perché nessuna mi ha fatto nascere, e Pola non l’ho potuta conoscere bene. Mi paragono ad uno di quei cani che, dopo aver cambiato due, tre e più padroni, non ne riconosce più nessuno come tale.

Intanto i conquistatori non stanno fermi ma si danno da fare per mutare l’esterno della città, ma anche, possibilmente, l’interno dei suoi abitanti.

«Sui vantaggi dello spaesamento, dello sradicamento delle genti e del loro ricollocamento il comunismo si è trovato subito d’accordo, essendo capace di appropriarsi indifferentemente di ogni simbolo, ricodificandolo secondo le sue finalità e le sue procedure di semiotizzazione… Esiste una efficienza geometrica nello sradicamento identitario e che la città sia lo strumento principe della distruzione delle identità locali è un fatto stranoto. Nella città convergono genti diverse, “conquistadores” che marcano il territorio con il loro “kolo”, che impongono la loro lingua e ti buttano in un “melting pot” che all’inizio, nei primi decenni, non genera un’altra cultura identitaria, ma la negazione del tuo “genius loci”… Poveri drusi, il loro scopo non era capire il nostro mondo ma cambiarlo. Allontanata dalla propria identità, la gente diventa gregge, ed è pronta a votare democraticamente l’unico candidato in lista… a mandar giù qualsiasi cosa, a diventare quello che le si dice di essere».

Ma l’animus è duro a morire se ci si ostina a rincorrere nei sogni quello che ogni ora del giorno si continua a bramare e ad inseguire, anche se perduto irrimediabilmente per sempre. L’Italia che ritorna ad esser miraggio in quello che arriva nei pacchi-dono, siano pure ritagli di giornale, pagine di Topolino, formaggio parmigiano o scatole di tonno. La paura della protesta è palese, il rischio sempre troppo forte, le bocche cucite in permanenza. Non si scherza! Però…

«Prova a dire una parola e i drusi ti mangiano viva in salsa ajvar con l’aggravante di esser etichettata di reakcija e rispondere di alto tradimento. Non so quando cominciai ad elaborare la mia filosofia sulla nobiltà della sconfitta e presi a parteggiare con passione romantica per tutti i vinti della Terra, primi fra tutti noi polesani. Se si riesce ad amare l’idea del fallimento, l’idea della disfatta, allora niente più sorprese, si è superiori a tutto quello che accade, si è vittime invincibili».

Come Cristo, come Abele, come Ettore, come Savonarola, come Tommaso Moro, come gli ebrei dei campi, come il Che, come gli studenti di Tienanmen, come tanti altri la cui sconfitta li ha portati sulle ali della storia. Sono loro che la storia ricorda, i vincitori morali della storia, sono le loro sofferenze e le sofferenze di tutti gli uomini che hanno imperlato il cammino morale della società. Bellissima questa nemesi degli sconfitti, tra i quali ci siamo sicuramente anche noi, e che avevo già gustato nelle parole di Franco Panizon, riferita alla figura del dottor Attilio.

«E il lavoro o lo studio continuano a condizionare la strutturazione della personalità attraverso l’interazione, in un continuum sociale e attraverso una continuità esperita tra identità passata e presente… Ma molti fanno difficoltà a sintonizzarsi con il nuovo mondo, si fermano ai primi strumenti linguistici, non avanzano, non progrediscono, quasi che non vi vogliano entrare. Ed ogni sera rincasano nella loro propria lingua, un po’ frastornati, un po’ sospesi fra due scenari: quello relativo agli episodi del mondo esterno, e quello relativo alla mente, al Sé, il mondo interno».
È una crisi identitaria, una vera lacerazione della personalità, dei più, di quelli che per educazione, cultura, facoltà intellettive od altro non riescono ad agganciare il “nuovo”, oramai indispensabile, che ha spazzato come una bufera di vento i loro capisaldi esistenziali precedenti.

«Da un pezzo oramai i negozi sono stati espropriati, le terre e le case nazionalizzate, la fine della libertà di espressione conclusa, la bocca cucita, la scomparsa del bilinguismo cosa fatta, lo stravolgimento toponomastico compiuto, il cambiamento dei nomi e cognomi forzato, la chiusura delle scuole elementari italiane consumata. Ma le pietre non parlano».

A sentir questo rosario di soprusi patiti dalla violenza del conquistatore, sembrerebbe che della comunità italiana, a Pola ed in Istria, non dovessero rimanere che un mucchio di ossa calcinate. Invece le forze vitali indovate nel profondo della natura umana sono – quasi sempre – superiori a quelle distruttive e, con il passare del tempo, tendono a prevalere e a far rialzare l’essere che in precedenza sembrava oramai morente.

«Eppure c’è nel mondo una cosa santa e sublime, ed è l’unione spontanea di due chimiche che può far germinare un qualcosa. L’unico vero linguaggio capace di arrivare al cuore è il linguaggio dell’amore… L’amore è in grado di dire sì a tutto e a tutti… I nuovi mutamenti sociali sono le famiglie miste, il rapporto intenso con le fonti della vita, con i figli, con gli affetti ed i bisogni, con l’enogastronomia. Il croato e il serbo, il bosniaco e il montenegrino fanno irruzione tra le pareti di casa e nella nostra esistenza attraverso mille vicende e teoremi legati all’amare, senza che ci sia il tempo, né l’intenzione di produrre modelli culturali capaci di elaborare il cambiamento. Intrusioni di corpi estranei all’eterno abitare. Ma l’appartenenza è per sempre? È un imprinting inalienabile?… O è essa pure “liquida”, per usare un termine oggi abusato, è un grappolo di problemi piuttosto che una questione unica, qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto da parte dei figli dell’amore?».

Giustamente la Milani lascia senza risposta questa domanda cruciale. Ognuno deve darsela secondo mentalità, esperienza, convinzioni etiche e religiose. Ma sembra che non si creino mai drammi o situazioni inestricabili, almeno non di più di quanto succede nelle unioni tra connazionali.

«Parlare di questa vasta casistica familiare rimanda al concetto di intercultura, secondo cui gli individui di questa e di quella lingua, di questa e quella cultura, si mettono in gioco, giorno per giorno, attraverso lo scambio, stabilendo regole di convivenza e avviando termini di negoziazione che permettono di confrontarsi e di creare una cultura nuova all’interno del gruppo familiare».

Ma questo andare verso un aggiustamento spontaneo delle differenze non è visto di buon occhio dalla politica. La minoranza italiana rimane marginalizzata, i diritti conculcati, si crea una guerra tra scuole e i bambini vengono iscritti alle elementari croate non in base ad una scelta, ma solo in base ai loro cognomi. Fortunatamente, in barba agli ostacoli, gli spiriti resistono e covano assieme il concetto di una identità nuova, né italiana, né croata, ma istriana tout court.

«Nei decenni è venuta formandosi una mentalità, uno spirito istriano che ha impregnato la natura e il pensiero di larga parte dei suoi cittadini, a dispetto delle differenze linguistiche e culturali. Le nuove recenti infornate hanno ancora una volta scosso la raggiunta precarietà degli equilibri. Non per questo, però, si è meno sensibili all’idea che un’identità istriana esista, con i suoi pregi e i suoi difetti, e anche negandola non si fa che confermarla. Aiuta lo spirito polesano. La nostra rivincita. Ci siamo sempre sentiti il sale di una minestra sciapa. Cristallizzati in pubblico in un croato minimale, nel privato e fra amici la fantasia si colora, la creatività dialettale si fa incandescente».

Splendida la storia e i moventi di questo spirito cittadino di resistenza e di rinascita, ma che in effetti non ha un tempo, in quanto è sempre esistito: ne son testimoni i resoconti dell’avanspettacolo e della stampa umoristica che andavano per la maggiore a Pola, ad esempio tra le due guerre, ma perfino negli anni prima dell’esodo.

«Senza blocchi emotivi, senza ansie e impedimenti, emerge tutta la nostra corrosiva capacità di rappresentare in chiave grottesca il nuovo mondo, la nuova fauna surreale che non appartiene alle linee architettoniche di Pola… Povera la parola senza ironia! L’umorismo ironico è un’arte di comunicazione semplice solo a prima vista, e, a volte, lo è; nello stesso tempo è cultura. I monologhisti drusi non ridevano, erano troppo seri per capire e punire. Sempre con quel chiodo fisso, sempre con l’ambizione di esprimere una propria concezione del mondo, sempre con il feroce sguardo utopistico di chi il mondo avrebbe voluto cambiarlo… Sappiamo tutti quanto profondamente e tremendamente le forze esteriori possono penetrare nell’uomo fin nell’intimo, ma sentiamo anche che nell’intimo esiste qualcosa di inafferrabile e di invulnerabile. È la polesanità, sono le durate lunghe che l’hanno plasmata. Sono le battute sagaci, sono i motti caustici che colpiscono impietosi».

Ma come si può sentire un rimasto dopo tanti anni vissuti (come ci saremo potuti sentire noi se fossimo rimasti) in questa baraonda di forze, ognuna convergente verso punti diversi, tutte plasmate da un unicum esistenziale che tende a smussare gli angoli e ad arrotondare le forme?

«Oggi? Mi sento di un’altra specie. Un’italosauro d’Istria. Una che custodisce le radici nelle strutture profonde. Quella striscia di cielo è il ponte che mi collega a quella che fui, e che più non posso essere, con tanta acqua passata sotto i ponti. Quando faccio una corsa a Trieste o un viaggio fino a Firenze o fino a Roma, il mio cervello lavora per analogia, avvicina le cose distanti, le connette, le paragona, collega idee ed esperienze. Concludo che sto meglio solo a casa mia, a Pola dove ho sempre vissuto. Mi spaventano le identità fabbricate con ferree e univoche radici, mi manca la lingua dell’altro, la sua corale presenza».

Mi sembravano queste osservazioni in contraddizione tra loro. E gliel’ho detto: ma come Nelida, hai un attaccamento viscerale con la tua città, ma  ti spaventano le ferree e univoche radici? Non sei una cittadina del mondo, ma ti manca la lingua dell’altro? Ma questo è bello, confortante sotto certi aspetti, basta dirlo. Marco Aime in Eccessi di Culture ci dà dell’argomento una connotazione fondamentale: «Ogni identità è fatta di memoria e di oblio. Più che nel passato, ciò che siamo va cercato, allora, nel suo costante avvenire». E lei in risposta:

«Qua e là è da un pezzo che mi vien da pensare che sono forse più simili le persone che vivono nello stesso ambiente che non quelle lontane sia pure parlanti la stessa lingua. Era il contrario tanto tempo fa. Ma non ho mai pensato oltre quello che mi era stato assegnato in partenza per vivere. Non ho inventato alcun alibi per vivere: vivevo, ho vissuto, sono vissuta. Il resto è attesa o appendice».

Sono d’accordo con questa idea. L’identità non è detto che debba dipendere solo dal passato o dalla “cultura” a cui si appartiene. Il passato col tempo non ci basta più, siamo diventati altro, c’è in noi un valore aggiunto, somma di quello che abbiamo vissuto e di quello che siamo ora, e possiamo allora aderire alla prospettiva di un futuro che sta per invaderci.

«Intanto i decenni non sono passati invano, le “rivoluzioni” hanno bisogno di tempo, sono un fiume carsico che scava nella roccia fino a trovare il suo percorso affiorando al momento giusto in sorgenti naturali che sono i figli e i nipoti con tutto il proprio carico di purezza e limpidità. C’è un proverbio che dice pressappoco che fa più rumore un albero che cade che un bosco che cresce e quel bosco è cresciuto senza quasi che noi ce ne accorgessimo».
E il risultato può essere anche scioccante per quelli che vedono le cose con la lente di un passato che non riescono a dimenticare, o che non vogliono ammettere che il tempo, equilibratore universale, è sempre a favore e mai contro. Le conclusioni finali non possono che essere impregnate di una filosofia minimalista, la filosofia dei grandi vecchi della sopravvivenza della specie.

«Il risultato è di ricchezza e di povertà allo stesso tempo… Una cultura mista di precaria convivenza sociale (a seconda del vento politico che tira) e di sincera e cordiale convivialità interpersonale, di piccola serena umanità, di piccole consuetudini, di natura e di paesaggi, di sole mare vento cielo, di cosmopolitismo semplice. Malgrado tutto, l’Istria, come l’araba fenice, nasce e rinasce e la vita continua, si lascia vivere dal sole, dal cielo, dal vento, dal mare».
Mario Frezza
 
 
 
 
244 – Il Piccolo 07/04/11 L’intervento: i musei dei profughi e i rancori mai sopiti
I musei dei profughi e i rancori mai sopiti
 
MARCO COSLOVICH
 
L’INTERVENTO
 
 Recentemente Olinto Mileta, responsabile del sito di discussione MLHistria, volto a presentare e a conservare la cultura italiana d’oltre il confine, mi ha chiesto di contribuire con una breve memoria sulla mia esperienza di “profugo” in prospettiva della pubblicazione di un volume dal titolo: Chiudere il cerchio.
 
Ho accettato perché lo spirito che accompagna l’iniziativa mi pare, se non m’inganno, di ampia veduta, vale a dire disponibile ad accogliere anche la memoria dei cosiddetti profughi di sinistra, antifascisti militanti, espressione diretta della lotta di liberazione partigiana. Vedremo come va a finire.
 
Ma il punto è un altro. Ripensando ai miei primi mesi di vita trascorsi al campo profughi a Padriciano, rivissuti attraverso la memoria dei miei genitori e delle mie sorelle più grandi, nonché alle mille traversie e incomprensioni che ci accompagnarono al nostro arrivo in Italia (ci fu negata la tanto discussa “qualifica di profughi”), mi è sorta una profonda rabbia. Riten

ritenuti arci-comunisti dai fascisti irriducibili che sotto mentite spoglie proliferavano nella Trieste del dopoguerra e nel resto della nazione; eravamo, noi “profughi di sinistra”, veramente una minoranza umiliata e schiacciata.

 

Tutto ciò ha creato un solco morale e una diffidenza profonde che io stesso stento a superare. Mi chiedo, ad esempio, con quale faccia gli uomini di destra, possano farsi oggi, come allora, vindici dell’italianità dell’Istria e della Dalmazia che loro stessi hanno gettato in un vortice di violenza senza pari.

 

Mi chiedo come certuni uomini di sinistra possano ancora sottacere e minimizzare le gravi colpe delle violenze perpetrare contro gli italiani dei nostri confini, rei di essere italiani e affatto fascisti.

 

Perché? Perché è proprio sugli italiani antifascisti che si sono accaniti con lo scopo di delegittimare la resistenza italiana e poter rivendicare così solo loro l’eroica vittoria contro il nazismo e fascismo.

 

Mi chiedo altresì come i tiepidi antifascisti che tramavano nei salotti della borghesia, si siano poi arrogati il diritto di sancire i meriti e i demeriti nella lotta di liberazione.

 

Ecco che io, piccolo profugo di Padriciano, giro la testa di fronte al Museo del Centri Raccolta Profughi di Padriciano e al Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata di Trieste. Trovo quei musei e quelle mostre sull’esodo, un’esibizione mesta e patetica delle nostre (e dico nostre!) povere e miserabili cose. Percepisco, in chi le organizza, un rancore appena assopito, pronto a scatenarsi in ogni occasione. Sento una certa violenza latente e vendicativa. E nello stesso tempo devo dire che questo, pur essendo io incerta e sicura vittima dell’esodo (abbiamo come famiglia perso tutto!), questo fastidio non sento nella nuda oggettività dei terribili musei dei Lager nazisti, ad Auschwitz in primis.

Perché? Mi chiedo perché? La radice sta forse nel fatto che il pericolo nazista lo sento come cosa ormai morta, in quella sua forma almeno. Nel dolore rivendicato dei miei compagni di sventura, o meglio, in chi lo organizza, il doppio pensiero non mi abbandona e sento vibrare l’intolleranza.

 

Riprendendo il titolo del libro di Mileta: il cerchio è veramente chiuso?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

245 – L’Arena di Pola 24/03/11 Ufficio zone di confine: l’archivio ritrovato

Ufficio zone di confine: l’archivio ritrovato
 
Era l’oggetto proibito del desiderio di tutti gli studiosi interessati ai rapporti del governo italiano con la Venezia Giulia e l’Alto Adige nei primi anni del dopoguerra. Ci riferiamo all’archivio dell’Ufficio zone di confine (UZC). Tale organismo operò dal 1° novembre 1947 al 20 luglio 1954 presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. In vista del ritorno di Trieste all’Italia, fu sciolto e le sue competenze vennero trasferite all’Ufficio regioni della stessa Presidenza del Consiglio. Ma in seguito l’annesso archivio non fu depositato all’Archivio centrale dello Stato e non se ne seppe più nulla. Risultava introvabile ed era dato per scomparso. Invece, come per miracolo, si materializzò improvvisamente in un ampio deposito documentario di un capannone del Centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto (Roma), dov’erano presenti fondi di varie amministrazioni statali. Oltre ad essere accatastato alla rinfusa, si trovava in condizioni materiali precarie.


Insieme ad altri fondi di competenza, l’archivio dell’UZC è stato quindi trasferito all’Archivio generale della Presidenza del Consiglio nella Sala delle colonne in via delle Mercede 96 a Roma, dove personale interno e professionisti esterni, che già lo avevano mappato a Castelnuovo, lo hanno riordinato, ricondizionato, inventariato e reso finalmente accessibile al pubblico. Consta di 676 buste e dedica ai profughi istriano-fiumano-dalmati uno specifico settore della seconda sezione. Oltre alle classiche carte d’ufficio, contiene anche fotografie, ritagli di giornale, mappe, manifesti, volantini, registri e grafici. Nel 2009 ne è stato stampato un inventario analitico, distribuito ai principali istituti archivistici e biblioteche di tutt’Italia.


Nel 2010 un gruppo di studiosi del Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Trieste, dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia (IRSMLFVG), dell’Archivio provinciale di Bolzano e della rivista “Storia e regione / Geschichte und Region”, sempre di Bolzano, si è più volte recato a Roma, dove ha visionato una parte dei numerosi documenti ora consultabili. I principali risultati di tale ricerca sono contenuti nel secondo volume del 2010 di “Qualestoria”, il semestrale dell’IRSMLFVG.


Nell’introduzione il curatore del volume, Raoul Pupo, ricorda come fino a pochi anni fa, nei faldoni vuoti degli archivi romani, al posto del documento bramato si trovasse su un foglietto bianco la frase dattiloscritta «Trasferito all’Ufficio per le zone di confine». Il dossier realizzato per “Qualestoria” – spiega Pupo – intende «fornire agli interessati alcuni cenni sulla consistenza della documentazione e sui molteplici spunti che se ne possono trarre». Si tratta insomma di «una sollecitazione per gli storici, affinché diano concretezza ad una nuova stagione di ricerche». L’obiettivo è «produrre tra un paio di anni una raccolta di saggi di più ampio respiro».


Nel nuovo numero di “Qualestoria” Maria Maione, Silvia Re e Carlotta Cardon spiegano dettagliatamente le vicissitudini di questo archivio “ritrovato” e riferiscono che sulle scaffalature della Sala delle colonne è stato posizionato anche il materiale sia di uffici che avevano preceduto l’UZC e che gli avevano ceduto competenze, sia di uffici che ne avevano ereditato alcune competenze, sia di serie ad esso correlate. Le tre studiose tratteggiano poi la storia dell’UZC, che viene trattata ancora più approfonditamente nel saggio di Andrea Di Michele, il quale parla anche della politica italiana verso le nuove province e le rispettive minoranze nazionali fra le due guerre.


Il 6 gennaio 1946 fu istituito presso il Ministero dell’interno l’Ufficio per la Venezia Giulia (UVG) «col compito – scrisse il ministro Scelba – di promuovere, coordinare e vigilare le iniziative a favore dei connazionali profughi dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia e di provvedere alla trattazione in genere di tutte le questioni ricollegatesi con le accennate finalità e con i problemi interessanti le predette regioni». Dunque da un lato appoggio e coordinamento delle iniziative assistenziali laddove i profughi giungevano, dall’altro impegno in iniziative a difesa dell’italianità delle aree contese, specie Trieste e Gorizia. Contemporaneamente, sempre nell’ambito del Ministero dell’interno, fu creato anche l’Ufficio per l’Alto Adige (UAA). Entrambi erano guidati dal prefetto Mario Micali.


Il 4 aprile 1946 il presidente del Consiglio e ministro degli esteri De Gasperi scrisse al ministro dell’interno Romita di voler avocare l’UZC alla Presidenza del Consiglio. Romita si oppose ricordando il proficuo lavoro svolto, ma De Gasperi insistette affermando che occorreva «coordinare l’attività dei singoli Ministeri e impartir loro, con opportune istruzioni, una direttiva unitaria». Ciò perché si trattava di un problema generale che investiva anche la politica estera, mentre il ministro dell’assistenza post-bellica, il comunista Sereni, aveva sospeso gli interventi per accogliere i profughi.


A creare un primo conflitto di competenze fu la nascita, il 17 settembre 1946, dell’Ufficio speciale per le zone di confine presso il gabinetto del ministro della pubblica istruzione al fine di «proporre provvedimenti adeguati all’ordinamento delle Scuole d’ogni ordine e grado nelle regioni o località di confine con popolazioni alloglotte» e «promuovere e coordinare l’azione di tutela della cultura italiana nelle zone di propria competenza specialmente nella Venezia Giulia».


Il 29 novembre 1946 un decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato destinò 20 milioni di lire all’attività dell’UZC, che peraltro non era ancora stato istituito formalmente. Tale innovazione dipese dal fatto che De Gasperi nel luglio 1946 era divenuto anche ministro dell’interno. In questo confuso quadro normativo l’UZC cominciò a gestire di fatto sia gli affari dell’UVG, con particolare riguardo all’esodo dai territori sotto occupazione jugoslava, sia gli affari dell’UAA, con riferimento alle opzioni di cittadinanza degli altoatesini e al trattamento dei loro beni.


Il 6 marzo 1947 il nuovo ministro dell’interno, Scelba, si lamentò del sostanziale assorbimento dell’UZC compiuto dalla Presidenza del Consiglio e rivendicò a sé almeno le funzioni dell’UAA. La soluzione del conflitto di competenze giunse appena il 1° novembre 1947 con un decreto del presidente del Consiglio che istituì formalmente l’UZC, cui vennero affidati i seguenti compiti: «attuazione degli accordi italo-austriaci e trattazione dei problemi a essi inerenti, nonché coordinamento delle attività proprie delle varie amministrazioni interessate; definizioni delle pendenze d’ordine amministrativo e contabile del cessato Ufficio per l’Alto Adige […]; esame e definizione degli affari comunque derivanti dalla cessata gestione del soppresso Governatorato della Dalmazia, nonché delle questioni riferentesi agli interessi degli italiani già residenti nei territori d’oltre Adriatico, non facenti più parte dello Stato Italiano; attuazione delle direttive politiche del Governo per quanto attiene alla tutela dei vari interessi italiani nelle zone di confine». Il decreto partiva dal presupposto che «nell’attuale momento le varie zone di confine presentano problemi con aspetti pressoché analoghi per cui sorge la necessità di riunire in un unico ufficio e sotto un’unica direzione i vari servizi, per la migliore e più rapida soluzione dei problemi  nonché per un proficuo coordinamento delle attività delle varie amministrazioni interessate». L’UVG e l’UAA furono pertanto soppressi.


L’UZC assunse di lì a poco anche la competenza sulle zone di confine con la Francia (in particolare la Val d’Aosta) e si concentrò sulla «propaganda d’italianità» tramite il finanziamento di giornali e associazioni culturali, sportive, ricreative e religiose. Riceveva inoltre rapporti da commissari di governo, prefetti e comandanti dei carabinieri sulle attività anti-italiane, e corrispondeva con il Ministero degli esteri e varie ambasciate e consolati italiani nel mondo per conoscere come le opinioni pubbliche straniere guardavano alla politica italiana verso le minoranze di confine. Dopo il 20 luglio 1954 il coordinamento delle attività delle amministrazioni centrali verso le zone di confine e le relative minoranze etniche fu affidato al già esistente Ufficio regioni presso la Presidenza del Consiglio, che formò al suo interno un’apposita sezione.


Nei primi anni ’50 Carlo Schiffrer, storico e politico socialista triestino, sostenne che l’UZC operava sempre più «in senso tutt’altro che favorevole ai partiti democratici, sia facendo morire per mancanza di aiuti organi di stampa antifascisti che risalivano a subito dopo la Liberazione» sia finanziando la Lega Nazionale, il Partito Nazionale Monarchico e fors’anche il Movimento Sociale Italiano. La politica dell’UZC, giudicata «filofascista» e insensibile al «bisogno di autonomia e» a «quello di vedere elementi locali ai posti di responsabilità», avrebbe rischiato di far «perdere moralmente Trieste una volta per tutte» all’Italia.


L’UZC fu diretto fino al gennaio 1954 dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti e gestito fino al luglio 1954 dal prefetto Silvio Innocenti, entrambi fiduciari di De Gasperi. Non è casuale che a firmare il decreto di scioglimento dell’UZC fosse il ministro dell’interno e neo-presidente del Consiglio Scelba, il quale dietro la «opportunità di unificare i servizi di competenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri» nascondeva probabilmente l’intenzione di sopprimere una creatura degasperiana cui in precedenza si era invano opposto, ma anche la volontà di rapportarsi in modo più conciliante con i sud-tirolesi, dopo che il senatore dell’SVP Raffeiner aveva giudicato l’UZC «un diaframma tra noi e il Governo», «un Governo entro il Governo».


Se all’apice della sua attività l’UZC si era basato su otto funzionari e sedici impiegati, la nuova sezione per le zone di confine dell’Ufficio regioni presso la Presidenza del Consiglio dispose di soli due funzionari coadiuvati da personale di rango inferiore e si occupò prevalentemente di Alto Adige.


Nel suo saggio Raoul Pupo, parlando dell’attività dell’UZC in riferimento alla sola Venezia Giulia, evidenzia come la documentazione appena “ritrovata” permetta finalmente di ricostruire quello che definisce l’«immane sforzo finanziario» compiuto dallo stato per aiutare tutte le realtà che lavoravano per la difesa dell’identità italiana e il ritorno di Trieste all’Italia. Il flusso di denaro aumentò considerevolmente fino al 1948-49, si mantenne a livelli un po’ inferiori negli anni successivi e si ridusse notevolmente dopo il 1954. Nell’esercizio 1946-47 furono destinati 710 milioni all’esodo da Pola, 400 a Trieste, 71 a Gorizia, 17 a Udine e 10 a Bolzano. Nel 1947-48 le spese per Pola si ridussero a 175 milioni, quelle per Trieste aumentarono a 700, quelle per Gorizia scesero a 68, quelle per Udine salirono a 55 e quelle per Bolzano a 39, mentre 8 milioni andarono a Trento. Nel 1948-49, quando si raggiunse il picco complessivo di un miliardo e 200 milioni, la voce “Pola” scomparve, ma Trieste ricevette 872 milioni, Udine 124, Gorizia 44, Bolzano 35 e Trento 17. Nel 1949-50, su 550 milioni totali, Trieste ne ebbe 338, Udine 53, Bolzano 40 e Gorizia 28.


Dal gennaio 1946 al 30 aprile 1949 la Giunta d’intesa dei partiti italiani di Trieste, subentrata al CLN nel settembre 1947, ottenne un miliardo e 314 milioni, suddivisi in 585 per i partiti e 730 per gli «extra partiti». Si salì dagli 8,6 milioni del 1945-46, agli 447 del 1946-47, ai 683 del 1947-48, fino ai 788 del 1948-49. Naturalmente anche Belgrado destinò analoghi finanziamenti alle forze pro-jugoslave o indipendentiste. Ne derivarono – commenta Pupo – «profonde distorsioni al confronto delle idee nella società civile, innescate dalla disponibilità finanziaria pressoché illimitata di cui potevano giovarsi tutte le forme associative disponibili ed interessate ad inserirsi nello schema della battaglia nazionale».


«Attraverso l’allocazione delle risorse finanziarie, l’UZC – sottolinea Pupo – interveniva massicciamente nell’indirizzare l’azione delle forze politiche pro Italia a Trieste». L’incrocio delle fonti presenti nell’archivio dell’UZC con altri giacimenti documentari consentirà in futuro di delineare meglio la dialettica tra l’ufficio stesso e i partiti eredi del CLN triestino, desiderosi di guidare più direttamente la scena politica locale e indirizzare la politica estera italiana riguardo alla Jugoslavia.


L’UZC si impegnò fin da subito a realizzare o alimentare, dando loro una regia unica, strumenti propagandistici efficaci, anche se nei primi due anni con risultati scarsi: i giornali di partito subirono un pesante condizionamento, l’agenzia di stampa “Astra” fu gestita da un funzionario governativo, mentre “Radio Venezia Giulia” trasmetteva dal Lido di Venezia verso l’Istria per fare controinformazione, valendosi di notizie fornite dalla marina militare, e confortare così i filo-italiani incoraggiandoli a resistere sul posto.


Inoltre l’UZC seguì con attenzione l’attività politica, culturale, economica e immobiliare della minoranza slovena a Trieste e Gorizia, considerata una “quinta colonna” della Jugoslavia. Particolare interesse dedicò alla «infiltrazione di elementi slavi nel corridoio Trieste-Monfalcone» e alla «politica panslavista» dei sacerdoti sloveni nella diocesi di Gorizia e nelle valli del Torre, del Natisone e di Resia.


Pupo sottolinea l’importanza dei documenti dell’UVG ora recuperati per ricostruire in modo completo la gestione dell’esodo da Pola, capire meglio la reale natura del conflitto accesosi tra Roma e Trieste su questioni economiche dopo il ritorno della città all’Italia, ma anche tracciare un quadro complessivo delle iniziative attuate a Gorizia per i profughi: quelli dell’alto Isontino, perlopiù di lingua slovena, furono dirottati dal Centro di raccolta di Gorizia all’analogo Centro di Udine e, da lì, verso il resto d’Italia, mentre fu favorito l’insediamento dei polesani per opposte ragioni etnico-politiche. Lo stesso De Gasperi premette invano nel novembre 1950 sul ministro delle finanze Vanoni affinché a Gorizia venisse edificata una manifattura tabacchi in sostituzione di quella di Pola, visto che – disse – «il declino economico di Gorizia, ove non sia arrestato in tempo, si risolverà, in definitiva, nell’alterazione del carattere etnico e nazionale della città».


Il saggio di Diego D’Amelio tratteggia la battaglia politica combattutasi a Trieste in particolare dalla fine del 1945 su numerosi giornali filo-italiani, filo-jugoslavi e indipendentisti, che erano tutti finanziati dai rispettivi governi di riferimento e uscivano anche in più edizioni giornaliere con due o quattro pagine. La stampa filo-italiana visse al di sopra delle sue possibilità con redazioni sovradimensionate e selezionate in base a criteri più politici che professionali. Inizialmente i fondi per la stampa provenienti dall’UVG furono distribuiti dal CLN e poi dalla Giunta d’intesa. A metà del 1947 l’UZC tentò di razionalizzare il settore e favorire i giornali centristi mandando a Trieste il proprio fiduciario Francesco D’Arcais, che avrebbe dovuto trasformare “La Voce libera”, fino ad allora espressione di tutti i partiti dell’ex CLN e fortemente indebitato, in quotidiano del Partito Repubblicano d’Azione e del Partito Socialista della Venezia Giulia, agevolare la nascita del quotidiano della DC “Ultimissime” e garantire al Partito Liberale Italiano e all’Uomo Qualunque una pagina locale del “Messaggero Veneto”.


D’Arcais lamentò «spese inutili, superflue e pazzesche» sostenute da UVG e UZC nel 1946-47, l’abitudine all’assistenzialismo degli esponenti triestini, il loro «mancato sforzo per ottenere aiuti e sovvenzioni in altra forma» e il mancato «senso dell’economia». Il piano D’Arcais venne attuato malgrado le difficoltà. Dall’esercizio 1947-48 l’UZC gestì direttamente le erogazioni alla stampa, nominò direttori e corpi redazionali e produsse maggiore efficienza con un’amministrazione unica dei tre quotidiani di partito. Dopo le elezioni amministrative del 1949 nella Zona A del TLT l’UZC ridusse e selezionò i contributi. Ne derivò la chiusura de “La Voce libera”, di “Ultimissime” e della pagina triestina del “Messaggero Veneto”, cui seguì la breve esperienza del settimanale “Il Giornale del lunedì” (1949-52).


Il 27 febbraio 1952 Andreotti definì «irrazionale ed antieconomica» la gestione D’Arcais perché «i fogli di partito avevano avuto una diffusione irrisoria e […] non si doveva consolidare una situazione artificiosa». Espresse inoltre il «rammarico nel vedere che tutte le questioni di Trieste sono sempre prospettate senza che si preveda l’esborso di un solo centesimo dalle pur capaci tasche di tanti patrioti locali». Da allora l’UZC puntò solo sul “Giornale di Trieste” e sul pomeridiano “Ultime notizie”, ambedue di proprietà privata ma vicini a De Gasperi.


L’ultimo saggio, quello di Roberto Spazzali, introduce, contestualizzandola, la relazione sull’esodo da Pola spedita il 14 aprile 1947 dal responsabile dell’UVG Mario Micali all’UZC. Per l’interesse diretto con le nostre vicende, la circostanziata relazione meriterà di essere trattata a parte.


Paolo Radivo

 

 

 

246 – La Voce in Più Storia e ricerca 02/04/11  Il 1861 e l’Adriatico orientale

Il 1861 e l’Adriatico orientale

di Kristjan Knez

 

Allorché parliamo del Risorgimento e nella fattispecie dell’Unità d’Italia è doveroso accantonare i luoghi comuni e le enfatizzazioni che non di rado portano a vedere un’immagine ideale ma irreale della questione, e di conseguenza distorta. Se prima del 1848 parlare di una coscienza nazionale è una forzatura, nella seconda metà di quel secolo, invece, anche sulla sponda orientale dell’Adriatico si iniziò ad elaborare il concetto di nazione italiana, che, comunque, rimaneva ancora nella sfera dell’astratto. La creazione del Regno, nel 1861, portò invece ad un mutamento considerevole. Gli intellettuali furono i primi a coglierlo, le masse popolari invece molto meno o per niente.


Una nuova stagione
Parallelamente alle vicende italiane, che destarono non poco interesse, anche nei territori della monarchia danubiana iniziava a schiudersi una stagione nuova. Gli Slavi meridionali cominciarono a destarsi a nuova vita, ideando anche per loro una patria all’interno della cornice imperiale. Sarebbe emerso palesemente quanto era stato elaborato precedentemente cioè in quella fase conosciuta con il nome di risveglio o risorgimento nazionale. Al contempo quelle impostazioni avrebbero condotto inevitabilmente ad uno scontro tra le parti interessate. Il concetto di nazione formulato dalle varie anime della regione, che comprendeva territori sui quali quegli stessi interessi si sovrapponevano, andò a cozzare e conobbe un crescendo nei lustri antecedenti lo scoppio della prima guerra mondiale, i cui dissapori nazionali ormai avevano raggiunto l’apice.


Si apre la «questione»
Proprio negli anni Sessanta del XIX secolo si inizia a parlare di una “questione adriatica” – il cui esordio generalmente viene fissato al 1866 con la battaglia di Lissa – che si protrarrà per quasi un secolo, passando attraverso fasi diverse corrispondenti ad altrettanti differenti periodi storici, articolandosi e subendo gli influssi dei grandi accadimenti che interessarono direttamente l’area geografica. Due conflitti mondiali, la comparsa e l’affermazione di regimi autoritari e dittatoriali, che quivi sovente manifestarono sembianze e contenuti specifici, l’elaborazione di programmi tesi alla “semplificazione” nazionale, il sogno all’egemonia in un settore complesso e la pianificazione di espansioni territoriali su vasta scala, accompagnata dalla dilatazione e dalla contrazione dei confini, che non corrispondeva solo al mutamento di una linea immaginaria sulla carta geografica bensì aveva portato a cambiamenti pressoché radicali in ogni settore, furono solo alcuni dei problemi che andarono ad aggravare un contesto già contraddistinto da problemi ma che sovente venivano risolti in loco attraverso “compromessi” tesi a trovare una pacificazione tra le varie anime di un territorio plurale.


Le radici
Per comprendere tanti lati della storia più recente giocoforza bisogna considerare la realtà adriatica dalla metà dell’Ottocento in poi. Questa è ormai una visione che sempre più viene accolta dalla ricerca storiografica, ormai consapevole che lo studio delle più disparate questioni che la riguardano affondano le radici nei periodi precedenti. Solo un’analisi di lunga durata permette una migliore comprensione giacché è in grado di cogliere problemi e sfaccettature attraverso i quali si penetra nelle diverse questioni e si ha la possibilità di enucleare aspetti e visuali differenti che così offrono un’immagine a tutto tondo di un’età; sempre che si voglia affrontare l’argomento nella sua complessità, cioè evitando il punto di visto esclusivo, per abbracciare anche le ragioni degli altri.
Per cogliere appieno le speranze di quel nucleo che sarebbe poi confluito nel partito liberal-nazionale il cui atteggiamento era palesemente separatista, non dobbiamo perdere di vista i vincoli esistenti con l’area veneta. Si trattava di un rapporto plurisecolare che legava quelle popolazioni ed era esistente a prescindere dalla nuova situazione venutasi a creare.


Scambi ereditati da Venezia
Tra le due coste adriatiche vi erano profondi legami ed era vivo il ricordo della Serenissima. Malgrado l’occupazione austriaca si riteneva di essere ancora legati alla città di San Marco. D’altra parte già all’indomani della caduta della Repubblica oligarchica si era manifestato il desiderio di mantenere integra l’antica unità adriatica. La Municipalità Democratica Provvisoria di Venezia, difatti, aveva invitato i popoli dei possedimenti della Dominante a “fraternizzare” evidenziando la secolare compattezza tra le due sponde. Le iniziative delle singole municipalità che colsero l’invito proveniente d’oltremare gettarono le basi della “democratizzazione” e si “dedicarono” spontaneamente, testimoniano l’esistenza di un’area geografica caratterizzata da interessi reciproci, con un passato, una cultura e un’identità regionale comuni che non avrebbe dovuto mutare nemmeno nella nuova cornice venutasi a creare dopo il 12 maggio 1797.


Mantenere la «sintonia»
Le simpatie istriane per l’antica capitale non erano tanto la dimostrazione di un interesse per gli ideali espressi dal governo “rigenerato”, quanto la volontà di mantenere vivo il legame tra quelle coste e la laguna, cioè si desiderava continuare quella plurisecolare sintonia con la città dei dogi. Si auspicava che il “cordone ombelicale” tra le due rive adriatiche non si spezzasse. In quella fase non vi erano ancora motivazioni di ordine nazionale, l’obiettivo era quello di preservare l’integrità di uno spazio ben definito. Con il passare dei decenni invece tale prospettiva mutò profondamente.
Vi fu un vivo entusiasmo nel 1848, nel momento in cui a Venezia fu presentata l’ambiziosa idea di restaurare lo Stato del leone alato, che fu salutata da parecchi giovani i quali dalle terre dell’Adriatico orientale accorsero in laguna per dare il loro appoggio a Daniele Manin e a Niccolò Tommaseo.


La volontà di restare legati all’area italiana
Qualche anno più tardi, invece, il desiderio di continuare a rimanere legati all’area italiana, o almeno a quella veneta, emerse esplicitamente. E alcuni rappresentanti politici della penisola istriana si mossero in quella direzione. Nel 1859 difatti giunse una petizione da parte dei podestà di Capodistria, di Pirano, di Parenzo, di Rovigno, di Dignano, di Pola e di Albona in cui si sottolineava la volontà di aggregarsi al Veneto. La motivazione ufficiale era dettata da ragioni economiche, quelle reali erano invece di tutt’altra natura. L’obiettivo era di fare in modo che quella unità territoriale non subisse frazionamenti di alcuna sorta, poiché era considerata una caratteristica di notevole importanza che avrebbe facilitato l’inclusione dell’Istria entro i confini di un futuro stato italiano, ma fu evitato per non incappare nei sospetti asburgici e alla fine fu considerato un progetto fin troppo audace. Le menti di quella iniziativa erano i capodistriani Carlo Combi e Antonio Madonizza e l’albonese Tomaso Luciani.


I fermenti del mondo slavo
Come abbiamo rammentato anche il mondo slavo meridionale si stava contemporaneamente destando. Nel settembre del 1860 in seno al Consiglio dell’Impero affiorò la questione dell’annessione della Dalmazia alla Croazia avanzata dai deputati croati Strossmayer e Vraniczany che fu prontamente giudicata priva di alcun fondamento dal deputato zaratino Francesco Borelli.

Con l’istituzione delle diete provinciali, in Croazia fu convocata la “Conferenza del Bano” (Banska konferenca), dandole carattere di costituente, in cui fu votato l’invio di una delegazione a Vienna per la presentazione delle richieste croate, tra le quali quell’annessione. Nella sua risposta l’imperatore era pronto ad unire il territorio dalmata alla Croazia ed ordinò che alla Conferenza del Bano si invitino i rappresentanti di quella regione. Nessuno però lo accolse. I consigli comunali dalmati si riunirono per manifestare la loro contrarietà e per protestare contro quella decisione. I diretti interessati manifestarono pareri contrari con mozioni, ordini del giorno, riunioni, ecc., e si impegnarono con veemenza per dimostrare l’inconsistenza delle argomentazioni croate, ribadendo la volontà della Dalmazia di non far parte della Croazia. Si presentò l’esistenza di una nazionalità italiana e da Firenze si attivò anche Niccolò Tommaseo.


Voglia di autonomia per non passare alla Croazia
Una corrispondenza inviata da Zara e pubblicata dalla “Gazzetta di Fiume” il 27 marzo 1861 riporta: “Le pratiche che qui hanno luogo per l’annessione alla Croazia, mi sembra vadino incontro alla sorte che ebbero a Fiume, poiché non si odono dal popolo che continue esclamazioni in senso anti-annessionistico, e continui evviva alla Dalmazia, ai Dalmati, alla autonomia della Dalmazia, ecc. ecc. Si formò pure un Comité di bottegai, beccai, facchini ed artieri il quale non vuol saperne affatto dell’annessione”.
A Spalato il podestà Antonio Bajamonti parlava a favore di una Dalmazia autonoma. Anche in quella regione dalla dimensione propagandistica e giornalistica si passò al livello parlamentare. Nel 1861 pure la Dalmazia ebbe la sua Dieta, con sede a Zara, composta da 29 rappresentanti italiani e da 12 croati, più due membri di diritto ossia l’arcivescovo cattolico e il vescovo ortodosso.
Durante la prima riunione il commissario imperiale avvertì che si sarebbero esclusivamente scelti i deputati i quali avrebbero discusso la questione dell’unione. Nella quarta seduta del 18 aprile di quell’anno il deputato autonomista Galvani illustrò la mozione in cui si evidenziava che la proposta governativa sulla nomina ed invio dei deputati a Zagabria non poteva essere accolta non tanto per la forma quanto per l’inopportunità dell’annessione. Nel corso del voto quella mozione ottenne 29 preferenze contro 13 astensioni. Da lì a breve gli annessionisti partirono di nascosto per partecipare ai lavori della Dieta di Zagabria nonché per unirsi alla delegazione, capeggiata da Strossmayer, che avrebbe raggiunto Vienna.


Bajamonti e la Dalmazia
Antonio Bajamonti propose di contrastare l’azione croata in modo che anche il rimanente della Dieta della Dalmazia fosse presente nella capitale austriaca. L’8 maggio quei rappresentanti illustrarono all’imperatore la loro posizione.

Parlando della realtà adriatica di un secolo e mezzo fa é opportuno evitare i luoghi comuni su determinati episodi in quanto non consentono di cogliere i nessi, i problemi e le caratteristiche delle società interessate in quell’età storica. Nel momento in cui ci soffermiamo sugli Italiani delle regioni dell’Adriatico orientale, accanto alle aspirazioni separatiste, caldeggiate, tutto sommato, da una minoranza, sarebbe intellettualmente poco onesto se non ricordassimo le posizioni autonomiste di quanti anziché l’unione all’Italia prospettavano di rimanere entro l’impero danubiano, liberale, pluralista e protettore delle identità regionali e delle minoranze linguistiche. Tra questi ricordiamo Francesco Vidulich di Lussinpiccolo, che era uno di quei patrioti decisi sì a condurre una battaglia per l’italianità ma secondo le modalità consentite dalle leggi austriache. Altri si sarebbero impegnati alacremente per il distacco dell’Istria dal corpo asburgico, conducendo, all’indomani della proclamazione del Regno, una campagna di sensibilizzazione in varie parti d’Italia, illustrando la storia, la cultura, le consuetudini e la presenza italiane in quell’angolo adriatico non sempre conosciuto.


L’epoca delle speranze
Dal 1861 al 1866-67 non pochi sperarono in un mutamento dei confini sulle carte geografiche e si adoperarono in vario modo, arruolandosi sia con l’esercito regio sia con Garibaldi. A fianco dell’Eroe dei due Mondi vi era anche Domenico Lovisato di Isola, ad esempio, che all’età di ventiquattro anni lo troviamo impegnato nel Trentino nel corso delle operazioni della terza guerra risorgimentale. Un altro volontario era il capodistriano Leonardo D’Andri, caduto a Custoza il 24 giugno 1866 all’età di 33 anni.
Nella campagna per la liberazione di Roma, nel 1867, troviamo ancora Federico Cuder, Francesco Ettel, Antonio Pizzarello, Domenico Steffé e Domenico Vascon, tutti di Capodistria, Salvatore Gremignani ed Enrico Soucek di Albona nonché Vittorio Vittori di Dignano. Questi sono solo alcuni esempi che aiutano a comprendere quali fossero i sentimenti e le speranze di una parte della popolazione italiana dell’Istria.


Il municipalismo fiumano
Una realtà orgogliosa della sua autonomia era il municipio Fiume, difensore dell’italianità linguistica e culturale (stiamo parlando in questi termini) della città quarnerina, intesa come elemento imprescindibile, da conservare in quanto patrimonio che esprimeva la sua specifica identità. Nella patria di San Vito si espresse la decisa volontà di difendere quei valori, poiché: “È questa la lingua che i Fiumani tutti fecero loro lingua natale, che ereditarono dai loro padri, e conservarono come causa precipua del loro incivilimento, e ben essere commerciale e sociale. Togliere ai Fiumani la lingua italiana é impossibile: obbligarli a servirsi negli affari forensi di altra lingua che dell’Italiana, é muovere guerra ai loro principi, ed alle più tenere loro affezioni. Liberi siamo nel pensiero, nell’espressione delle idee e liberi pure dobbiamo essere nell’usare di quella lingua che sempre fu il solo mezzo perché le idee si esprimessero e si desse a queste lo sviluppo richiesto dai tempi” (“Gazzetta di Fiume”, 15 aprile 1861).

 

Il Corpus separatum
Se dopo il 1848 i Croati presero possesso del porto quarnerino che andò a formare una parte della Croazia-Slavonia, dal 1860 in poi gli avvenimenti portarono a un profondo cambiamento. I rappresentanti fiumani presentarono la richiesta di far parte del Regno d’Ungheria evidenziando la necessità di garantire l’autonomia di quel municipio. La stampa coeva illustra chiaramente quelle posizioni. Di seguito riportiamo alcune considerazioni pubblicate in quella circostanza: “Fra noi non esistono né mene né partiti: tutti gli spiriti si uniscono in un solo desiderio ed in una sola aspirazione: dal villico delle nostre più alte colline sino al pescatore che in quest’onde tuffa le reti; la rivendugliola e la Signora, il capitano ed il mozzo, il facchino ed il negoziante, il patrizio ed il popolano, tutti in una parola nutrono gli stessi desideri, quelli cioè d’essere immediatamente uniti all’Ungheria” (“Gazzetta di Fiume”, 22 aprile 1861).
O ancora: “Il più recente esperimento, o meglio la prova di fuoco imposta alla popolazione di Fiume, per ottenere la nomina dei Deputati alla Dieta Croata-Slavona, riescì completamente a danno di coloro che ebbero l’intemperanza di ricondurre sul terreno della pubblicità una questione già previamente discussa ed amplamente giudicata da questa congregazione municipale.
Questa prova di fuoco, che speriamo sia stata l’ultima, fu la più splendida ed irrecusabile testimonianza, fu un nuovo e raro esempio dell’unanimità dei sentimenti di questa popolazione, che forte de’ suoi diritti storici e senza ambagi, vuol giungere per la via più breve alla sua meta. Il risultato della votazione effettuatasi il 22 volgente, non abbisogna di alcun commento;- esso merita di andar registrato a caratteri cubitali nella storia delle votazioni dirette; esso forma la più bella pagina della storia di un paese, che tal modo dimostrò nuovamente di saper volere, e di saper provvedere da sé e con animosa perseveranza al riconoscimento delle sue giustissime aspirazioni senza bisogno che altri il tiri a rimorchio. (…) é ò la volontà indeclinabile di un’intera popolazione, che mediante la regolare emissione del voto dei singoli elettori, protesta solennemente e si dichiara a voci unanimi
contro l’invio dei Deputati alla Dieta Croato-Slavona” (“Gazzetta di Fiume, 25 aprile 1861).

 

L’irredentismo giuliano
Al tempo stesso in Istria si assistette ad un’iniziativa dimostrativa il cui episodio per decenni avrebbe alimentato l’irredentismo giuliano. Nell’aprile del 1861 la dieta di Parenzo doveva eleggere i due membri che l’avrebbero rappresentata al parlamento di Vienna. Si optò per il rifiuto; l’atto di protesta doveva essere un chiaro segnale nei confronti della scarsa attenzione dimostrata dal governo per i problemi della penisola. Prevalse l’astensionismo proposto dal capodistriano Nazario Stradi e nelle sedute del 10 e 20 aprile 1861, 20 membri su 29, sulle schede scrissero “Nessuno”. Quel gesto era la prima manifestazione di disconoscimento della dominazione asburgica. L’episodio non fu isolato, infatti, fu preparato in accordo con le Diete di Venezia, Padova e Zara nonché con le municipalità di Fiume e di Trento.
Nel settembre dello stesso anno si ebbe una seconda Dieta, questa volta però era formata da membri più fedeli all’autorità imperiale. Ma i nuovi componenti in buona parte non furono all’altezza del compito a loro assegnato. La Luogotenenza era intenzionata a dimostrare che quella nuova formazione avrebbe saputo amministrare la provincia senza grosse difficoltà.


La silenziosa pacificazione
Ma la realtà era un’altra. Come scrive Almerigo Apollonio, “Molti dei deputati, eletti d’imperio nella seconda dieta per l’assenza dei migliori concorrenti, ebbero a rivelarsi tra le personalità più retrograde che avessero cittadinanza nel paese, tanto che, da parte governativa, si dovette rimediare con alcune reprimende e, più tardi, col far ricorso ad elezioni suppletive, convincendo ad accertare la rielezione dei personaggi che sarebbero stati determinanti nella silenziosa ‘pacificazione istriana’ degli anni successivi”. Tra questi nomi ricordiamo Nicolò Madonizza e Matteo Campitelli, “nessunisti”, e Francesco Vidulich già vicecapitano provinciale.

 

I «nessunisti»
Ecco la lista dei deputati istriani che rifiutarono di inviare i propri delegati al parlamento di Vienna, in aperto contrasto col potere centrale. Sulle schede per la votazione scrissero, in due distinte votazioni, “Nessuno”, da cui il nome di “Dieta di Nessuno”. Le due votazioni ebbero luogo a Parenzo, il 10 e il 16 aprile 1861. Lo stesso 16 aprile il governo di Vienna sciolse la dieta

 

dott. Andrea Amoroso (Rovigno, 14 settembre 1829-Parenzo, 19 febbraio 1910)
dott. Antonio Barsan (Rovigno, 27 maggio 1823-Pola, 23 marzo 1889)
dott. Luigi Barsan (Rovigno, 22 agosto 1812-ivi, 15 marzo 1893)
dott. Giuseppe Basilisco (Rovigno, 17 settembre 1823-Trieste 2 agosto 1904)
dott. Cristoforo Belli (Capodistria, 17 novembre 1819-ivi, 3 settembre 1877)
dott. Ercole Boccalari (Brunn, 24 luglio 1816-Dignano, 7 novembre 1901)
dott. Matteo Campitelli (Rovigno, 2 maggio 1828-ivi, 25 aprile 1906)
Giuseppe Corazza (Montona, 9 agosto 1812-ivi, 12 aprile 1882)
dott. Giorgio Franco (Buie, 13 dicembre 1824-ivi, 19 aprile 1907)
dott. Francesco Gabrielli (Pirano, 16 dicembre 1830-ivi, 28 giugno 1884)
dott. Antonio Madonizza (Capodistria, 8 febbraio 1806-Parenzo, 1 settembre 1870)
dott. Adamo Mrach (Pisino, 24 dicembre 1827-Gorizia, 9 settembre 1908)
dott. Egidio Mrach (Pisino, 3 settembre 1823-ivi, 10 dicembre 1903)
dott. Girolamo Minach (Volosca, 30 agosto 1808-ivi, 22 agosto 1917)
dott. Domenico Padovan (Parenzo, 9 ottobre 1808-ivi, 15 novembre 1864)
dott. Antonio Scampicchio (Albona, 5 ottobre 1830-ivi, 30 marzo 1912)
dott. Nazario Stradi (Capodistria, 17 dicembre 1834-ivi, 14 maggio 1915)
Pietro Tomasi (Montona, 11 marzo 1832-ivi, 1 gennaio 1877)
dott. Francesco Venier (Pirano, 27 gennaio 1799-ivi, 30 agosto 1881)
dott. Giuseppe Vergottini (Parenzo, 27 giugno 1815-ivi, 15 dicembre 1884)

 

da: Giovanni Quarantotti, Storia della Dieta del Nessuno, in “Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria”, vol. XLVIII, Pola 1936, pp. 168-173.

 

 

 

247 – La Voce in piú Storia e Ricerca  02/04/11 Fiume – Riccardo Zanella, il primo antifascista?, perché alle autorità cittadine non piace l’idea di intitolargli una piazza nella Cittavecchia

RIFLESSIONI

Perché alle autorità cittadine non piace l’idea di intitolargli una piazza nella Cittavecchia

Riccardo Zanella, il primo antifascista?

di Ivo Vidotto

Chi é  stato veramente Riccardo Zanella? Il primo antifascista della storia oppure un millantatore in cerca di gloria? Un personaggio positivo, che aveva sempre a cuore le sorti della sua città, di Fiume, oppure un politico in cerca di gloria? Per potergli dare una giusta collocazione – sempre che una qualsivoglia collocazione possa essere definita giusta – dovremmo ripercorrere un po’ la storia di Fiume di un’epoca molto particolare per una città, che da quando se ne ha notizia ha sempre combattuto per l’indipendenza e sempre ottenuto, in una forma o nell’altra, una sorta di autonomia. E Riccardo Zanella s’include alla perfezione in questa definizione di Fiume, anche se per poter formulare un giudizio su questo personaggio dobbiamo “filtrare” ciò che su di lui è stato detto e scritto dai suoi contemporanei e da quelli che ne hanno studiato il percorso politico, ovviamente da punti di vista diversi, dettati dall’orientamento politico.

Toponomastica,  quali criteri?

Parlare di Zanella seguendo un percorso rettilineo, dalla nascita alla morte, è praticamente impossibile e forse anche senza senso, per cui potremmo partire, magari, dal gennaio del 1921, dopo aver strappato dal calendario l’ultimo foglio del 1920, quello che ha visto l’uscita di scena di Gabriele D’Annunzio. Ma perché mai dovremmo scomodare Riccardo Zanella novant’anni dopo?

A farlo è stato lo scorso anno il consiglio del Comitato di quartiere di Scoglietto, proponendo l’intitolazione di una piazzetta della Cittavecchia fiumana proprio a Riccardo Zanella, grande autonomista fiumano e unico presidente di quello che è entrato nella storia come Stato Libero di Fiume.

La piazza, che si trova nell’ipotetico angolo nord-occidentale fatto da piazza Kobler (ex delle Erbe) e calle Canapini, avrebbe potuto chiamarsi anche piazza del Pipistrello, perché è questa la prima proposta inoltrata al Consiglio municipale, respinta perché questo nome era stato già dato al vicolo che collega la piazzetta a piazza Kobler e perché “la proposta era in contrasto con il Regolamento per la toponomastica”.

Il nome dato a una piazza, secondo questo stesso regolamento, dovrebbe avere una valenza storica tale da giustificare il provvedimento. Secondo i criteri generali, una piazza potrebbe venir intitolata alla memoria di un insigne figura locale che abbia contribuito allo sviluppo politico, sociale ed economico della città.

Visto che la prima proposta era stata bocciata, il Comitato di quartiere ha deciso di proporre il nome di Riccardo Zanella, ritenendo che il personaggio risponda a tutti i criteri richiesti e indicando tutti gli elementi che avvalorano la proposta, “trattandosi effettivamente di un personaggio storico di grande importanza che ha segnato la storia della città a cavallo tra il XIX e il XX secolo”.

Un ordinamento in crisi

Per capire meglio l’attività politica di Riccardo Zanella dovremmo analizzare più profondamente la posizione istituzionale di Fiume alla fine del XIX secolo, che vedeva la città non contigua territorialmente all’Ungheria ma a essa aggregata.

Fu in un clima come questo che la difesa dell’autonomismo fiumano condusse alla formazione di due principali movimenti di opinione. Uno era apertamente favorevole all’indipendentismo fiumano, mentre l’altro propendeva maggiormente per l’irredentismo filoitaliano. Fiume preannunciava, in un certo senso, la crisi del tradizionale ordinamento costruito faticosamente dagli Asburgo d’Austria.

Salteremo volutamente gli avvenimenti legati alla realizzazione del progetto della “Giovine Fiume”, la cui nascita era tutt’altro che casuale e andava messa in relazione al risveglio nel nazionalismo croato e alla “Risoluzione di Fiume”, con la quale Frano Supilo chiedeva l’annessione della città alla Croazia. Era il 1905…

«La Voce del Popolo»

Di quel periodo potremmo ricordare unicamente lo scontro fisico tra i giovani fiumani e i “sokolaši”, ossia i giovani croati aderenti alla società ginnica “Sokol”, i quali, al ritorno da un congresso a Zagabria (era il 1906), vollero sfilare per le vie del centro cittadino rivendicando il loro diritto su Fiume. Vennero respinti a suon di legnate dai fiumani della “Giovine Fiume”, con in testa Riccardo Gigante.

A quell’epoca l’unico partito organizzato e dichiaratamente italiano era il Partito Autonomo, il cui motto era “Fiume ai fiumani”. Gli autonomisti non erano ostili all’Ungheria, bensì volevano che fosse rispettata l’italianità di Fiume, posizione che trovava ampio spazio su “La Voce del Popolo”, che divenne ben presto il quotidiano più importante della città, soprattutto da quando Zanella cominciò a esprimere, sulle sue pagine, il proprio dissenso.

Alle elezioni politiche del 1910, accanto al Partito Autonomo si presentò pure la Lega Autonoma, guidata da Michele Maylender, che con molta probabilità godette del sostegno dei giovani irredentisti, ai quali Riccardo Zanella imputò, non senza una punta di risentimento, la sua sconfitta.

Alle amministrative del 1911 la “Giovine Fiume” uscì finalmente con una propria lista (aveva solo quattro candidati: Luigi Secondo Cussar, Isidoro Garofolo, Riccardo Gigante e Gino Sirola), che non riscosse un grande successo, ma ottenne quel tanto di voti necessari per far perdere gli autonomisti di Zanella, che ben presto, però, divenne il principale punto di riferimento degli autonomisti dopo la morte improvvisa di Maylender, avvenuta nel 1911.

Il discorso al Teatro «Fenice»

A conclusione della Prima guerra mondiale, iniziarono a tornare a Fiume i volontari che avevano combattuto per l’Italia e quanti rimasti nell’esercito austro-ungarico provenivano dai campi di prigionia russi. Il 5 dicembre 1918 fece ritorno a Fiume, dove fu accolto da eroe, anche Riccardo Zanella, che godeva ancora di molte simpatie e di qualche appoggio governativo  a Roma.

Una settimana dopo il suo rientro, tenne un discorso il al Teatro “Fenice”, in tale occasione propose di comunicare ai governi delle potenze vincitrici la volontà del suo movimento di chiedere l’indipendenza per Fiume. Gli fu conferita delega scritta per rappresentare Fiume a Roma e a Parigi, dove si doveva tenere la conferenza della pace a partire dal mese di gennaio 1919.

La presenza di Zanella, col suo nuovo progetto per Fiume, intralciò e rese più confusa l’opera dell’ex deputato al parlamento ungherese Andrea Ossoinack, come si legge nei testi storici.

Una battaglia continua

Nella motivazione data per la proposta di intitolazione della piccola piazzetta a Riccardo Zanella, si poteva leggere che Zanella era un politico che aveva combattuto sempre per i diritti di Fiume, sia contro gli austro-ungarici, sia contro D’Annunzio, della cui esperienza fiumana è stato detto e scritto molto più di quanto non sia stato scritto del movimento indipendentista che lo aveva osteggiato dal suo arrivo in città, oppure dell’abbandono di Fiume, nei primi giorni di ottobre del 1919, a neanche un mese dall’entrata dei legionari, da parte dello stesso Zanella.

La “Lista per Fiume”, nel commentare il veto posto dal Consiglio municipale all’intitolazione della piazza, si sottolinea che Zanella fu a tutti gli effetti la prima vittima politica del fascismo. Il suo Partito Autonomo aveva difeso prima del conflitto mondiale l’identità italiana di Fiume minacciata dalla politica ungherese, soprattutto agli inizi del XX secolo.

Dopo il crollo dell’Austria-Ungheria l’autonomismo divenne per conseguenza annessionista, ma durante le trattative di pace che aprivano le porte alla questione fiumana, il movimento di Riccardo Zanella colse l’opportunità di battersi per la creazione di uno Stato libero e indipendente.

Quando destra e sinistra sono alleati…

Alla luce di questi dati storici, non è facile comprendere i motivi reali per i quali il Consiglio municipale – caso unico in cui sinistra e destra, SDP e HDZ sono “alleati” – abbia respinto Zanella. “Il chiaro orientamento antifascista di Zanella, il fatto che durante la II Guerra mondiale sia stato internato in un lager in Francia – sostiene la Lista per Fiume – non sono un motivo sufficiente per i consiglieri di una città che si dichiara orgogliosa del suo spirito democratico, filoeuropeo e antifascista.

Non è mai accaduto – sottolineano gli appartenenti di questa formazione politica – che una proposta venga approvata all’unanimità dal consiglio del Comitato di quartiere, dal Consiglio per l’autonomia locale, che ottenga il parere positivo degli esperti e di tutta una serie di storici e che alla fine venga bocciato in Consiglio. Si tratta di cecità ideologica, di avversione manifesta nei confronti dell’identità fiumana, della storia di questa città e dei fiumani illustri.

Un fenomeno difficilmente spiegabile e che dura ormai da un ventennio e che caratterizza sia l’SDP al potere che l’HDZ locale all’opposizione. Basti ricordare l’ostilità dimostrata nei confronti dello stemma storico e della ricollocazione dell’aquila sulla Torre civica”.

Le dimissioni di Gigante

Ritorniamo ora al “foglio” strappato dal nostro calendario. Per Fiume si era trattato veramente di “anno nuovo, vita nuova”. Prima ancora che D’Annunzio abbandonasse la città, il 5 gennaio del 1921 venne costituito un governo provvisorio il cui primo obiettivo era quello di preparare la costituzione dello Stato Libero di Fiume.

Il governo italiano, che aveva temuto l’espansione dello spirito del fiumanesimo nel resto d’Italia, si premurò di sostenere e controllare il nuovo corso politico fiumano inviando in città un proprio ministro plenipotenziario, il conte Carlo Caccia Dominioni, che conosceva bene Fiume per esservi stato qualche anno prima in qualità di console.

Dopo pochi giorni Riccardo Gigante presentò le dimissioni da sindaco e al suo posto fu eletto l’avvocato Salvatore Bellasich, già segretario del primo governo provvisorio e firmatario del Proclama di annessione del 30 ottobre 1918. “Bellasich era meno compromesso agli occhi di Giolitti e si dimostrò disposto ad osservare lealmente i postulati di Rapallo”, come apprendiamo dai testi di storia.

Il «modus vivendi»

Riccardo Zanella, a differenza di Gabriele D’Annunzio, poteva vantare una profonda conoscenza della città e dei suoi abitanti, i quali stentavano a immedesimarsi nel Consiglio Nazionale Italiano, con il quale condividevano unicamente la volontà di non passare a uno stato slavo.

Fatto sta che i fiumani erano stanchi dell’Impresa dannunziana dopo poche settimane, se si considera la vicenda legata al referendum del 18 dicembre 1919 sul “modus vivendi” proposto dal governo italiano ai fiumani, che prevedeva consistenti aiuti alla città se essa avesse accettato truppe regolari italiane al posto dei legionari. La proposta ottenne l’appoggio immediato degli autonomisti, i quali erano molto preoccupati per la grave crisi economica che stava facendo precipitare Fiume verso livelli mai conosciuti prima.

La votazione del referendum fu prevedibilmente favorevole alle proposte del governo italiano, ma D’Annunzio annullò arbitrariamente i risultati della consultazione in quanto non se la sentiva di cancellare come con un colpo di spugna “un’impresa di alto valore morale” come la marcia si Fiume.

Il rifiuto definitivo del “modus vivendi” da parte di D’Annunzio portò alle dimissioni da Capo di Gabinetto di Giovanni Giuriati, che fu poi sostituito dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, il cui arrivo significò un ulteriore prova del trionfo del radicalismo e della trasformazione dell’impresa fiumana in un nuovo modello rivoluzionario per il mondo occidentale.

L’inasprimento delle relazioni di D’Annunzio con Roma, però, rafforzarono la credibilità di Riccardo Zanella, il quale riuscì a ottenere la fiducia di Giovanni Giolitti, subentrato nel giugno del 1920 a Nitti alla guida del governo, e del ministro degli esteri Sforza. Questo sostegno governativo non bastò, però, a Zanella per mettere in piedi a Fiume una sommossa antidannunziana. Ci vollero i cannoni del generale Caviglia…

La vittoria del Movimento Autonomista

Alcuni mesi più tardi, più precisamente il 24 aprile 1921 – era domenica – si svolsero le prime elezioni parlamentari. Vi parteciparono gli autonomisti e i Blocchi Nazionali, dei quali facevano parte il Partito Nazionale Fascista, il Partito Liberale e il Partito Democratico.

La vittoria andò nettamente agli autonomisti e la presidenza, ovviamente, al capo del Movimento Autonomista, a quel Riccardo Zanella divenuto a distanza di quasi un secolo “persona non grata”. Sul sito del “Centro di documentazione della cultura giuliana istriana fiumana dalmata”, possiamo leggere che a Fiume il Blocco Nazionale venne istituito con un programma annessionista opposto al Partito Autonomo di Riccardo Zanella.

“La maggior parte dei fiumani in questo periodo di incertezza e di trepidante attesa in un futuro migliore si convinse che solo Fiume indipendente avrebbe potuto raggiungere una notevole fl oridezza economica e commerciale. Fiume annessa all’Italia sarebbe diventata uno dei tanti porti della penisola e per giunta situato in una posizione periferica e sfavorevole, visto che regnavano pesanti incertezze sulla possibilità dell’Italia a intessere una solida politica diplomatica con gli slavi del sud o gli ungheresi, che erano il vero entroterra economico della città”.

Soprattutto per queste motivazioni il Partito Autonomo riuscì a vincere le elezioni del 24 aprile 1921, riportando una netta vittoria in città con 4482 voti contro i 3318 ottenuti dal Blocco Nazionale e nel distretto con 1632 voti contro 122.

Quando vennero diffusi i primi dati sull’esito della consultazione, i fascisti di Fiume, guidati da Giovanni Host-Venturi e dal sindaco Riccardo Gigante da poco dimissionario, entrarono nell’aula del tribunale dove si procedeva allo spoglio delle schede, per impossessarsi delle urne e incendiarle, così da invalidare le elezioni. I verbali, però, erano stati già redatti e messi al sicuro, per cui ogni tentativo fu inutile.

La maggior parte della popolazione, pur rimpiangendo di non potersi ricongiungere all’Italia, accolse la soluzione con sollievo, in quanto stremata da un assedio che aveva messo la città in ginocchio. In questa maniera veniva scongiurata la malaugurata ipotesi di un’annessione al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Altri, però, soprattutto i legionari, erano affranti e indignati.

L’avanzata degli estremismi

L’estate trascorse senza incidenti e il generale Luigi Amantea riuscì a far insediare l’Assemblea Costituente il 5 ottobre, che nominò Riccardo Zanella presidente dello Stato Libero di Fiume e capo di un governo che venne riconosciuto da tutte le potenze straniere più importanti. La linea politica di Zanella, però, non era destinata a durare a lungo. Una proposta liberale come quella zanelliana, pur non essendo di per sé irrealistica, non poteva sopravvivere in un clima generale in cui gli estremismi di destra e di sinistra stavano riscuotendo sempre più ampi consensi.

A Fiume la stabilità del nuovo assetto statale prese così a vacillare dopo pochi mesi, di modo che “il salvamento della nostra terra natia, la libertà e l’indipendenza di Fiume” – parole pronunciate da Zanella il giorno della sua elezione – finirono col cadere in acqua, anche perché Zanella, una volta eletto, iniziò a opporsi al governo italiano che lo aveva sovvenzionato, auspicando una politica di accordi fra Ungheria, Jugoslavia e Italia, che dovevano però essere promossi e stipulati solo da cittadini fiumani non compromessi nelle lotte succedutesi a Fiume in quegli ultimi due anni.   Questo voleva dire l’esclusione di una buona metà della popolazione fiumana dai futuri affari commerciali.

La situazione politica degenerò quando l’automobile di Zanella venne colpita da un petardo. Il leader autonomista decise allora di aggiornare a tempo indeterminato l’Assemblea del 3 febbraio 1922, rendendo pertanto impossibile il confronto con l’opposizione.

A seguito di questa decisione di Zanella, nacque un’intesa che non ebbe riscontro in nessun’altra parte d’Italia, che accomunò il Fascio fiumano di combattimento e i repubblicani. Nacque così, con l’adesione dei nazionalisti un Comitato di Difesa Nazionale presieduto da Attilio Prodam.

Il giorno della resa

La situazione a Fiume era tesa fino all’inverosimile e l’uccisione del legionario Alfredo Fontana, avvenuta il 28 febbraio 1922 probabilmente per mano delle guardie zanelliane la fece precipitare ulteriormente, tanto che nella notte del 2 marzo il  Comitato di Difesa Nazionale decise un’azione armata volta a sovvertire il governo autonomista. Le responsabilità e l’organizzazione dell’azione fu affidata a un Consiglio militare con a capo il tenente Ernesto Cabruna.

Il moto antizanelliano si svolse nella mattinata del 3 marzo, il giorno dopo che Zanella ebbe inviato un disperato appello al nuovo primo ministro italiano Luigi Facta.   Dopo sei ore di accanita resistenza, asserragliato nel Palazzo del Governo, che fu centrato da un colpo di cannone sparato da un MAS, Riccardo Zanella si arrese e fi rmò un atto di rinuncia e di cessione dei poteri al Comitato di Difesa Cittadino, che assunse i pieni poteri.

“In seguito agli avvenimenti di oggi, 3 marzo 1922 che mi hanno costretto ad arrendermi alle forze rivoluzionarie, rimetto i poteri nelle mani del Comitato di difesa che ha originato il moto”, scrisse lo stesso Riccardo Zanella, che con il suo governo andò in esilio a Portoré (Kraljevica) sotto la protezione del re di Jugoslavia Alessandro I, mentre il governo italiano inviò a Fiume il generale Gaetano Giardino, che il 17 settembre 1923 divenne di governatore militare con il compito di tutelare l’ordine pubblico.

Il tramonto di un’idea

Cosa dire di più di Riccardo Zanella, morto a Roma il 30 marzo 1959 all’età di 84 anni. Si può affermare con certezza che continuò a seguire con interesse le vicende storiche della città anche dopo essere stato costretto a lasciare il potere e fu molto deluso nel vedere il definitivo tramonto del progetto di autonomia fiumana che gli stava tanto a cuore.

La maggioranza dei membri dell’Assemblea Costituente accettò poi il fascismo.

Zanella rimase antifascista assieme a Antonio Luksich Jamini e Angelo Adam, con i quali continuò la propaganda antifascista utilizzando mezzi di cui ancora adesso non si conosce la provenienza.  Da Belgrado, dove era andato e rimasto fino al 1934, si spostò a Parigi dove rimase fino all’inizio dellaseconda guerra mondiale.

In questo articolo non abbiamo voluto tracciare una biografia di Riccardo Zanella, né giudicare il suo percorso politico, ma soltanto cercare di individuare in questo suo percorso cosa possa aver indotto i consiglieri municipali a respingere la proposta di intitolargli quella piccola piazzetta senza nome della Cittavecchia fiumana. Temiamo di non aver trovato una risposta…

Ivo Vidotto

 

 

 

248 – Messaggero Veneto 03/04/11 I viaggi nella Mitteleuropa degli anni d’oro

I viaggi nella Mitteleuropa degli anni d’oro

 

Cimeli turistici, stampe e rarità dal 1815 al 1915 in una mostra inaugurata ieri alla Fondazione Carigo

 

L’iniziativa

 

 GORIZIA Carte geografiche, dipinti, stampe, pubblicazioni, fotografie e oggetti utili per viaggiare, per un totale di oltre 400 pezzi: è estremamente variegato il materiale raccolto nella mostra storica “Signori, si parte. Come viaggiavamo nella Mitteleuropa dal 1815 al 1915”, allestita dalla Fondazione Carigo nella sua sede di via Carducci.

 

L’esposizione, curata da Marino De Grassi e da Marina Bressan, è stata inaugurata ieri pomeriggio e rimarrà aperta fino al 24 luglio con ingresso gratuito.

 

Protagonisti assoluti della rassegna sono i viaggiatori e i turisti, che nel periodo considerato affrontavano tragitti più o meno lunghi con motivazioni molto diverse. Attraverso bauli da carrozza e da treno, valige, toilettes e biglietti, provenienti come il resto dei pezzi da musei pubblici e da collezioni private, è possibile riviverne le emozioni.

 

All’atmosfera della mostra contribuiscono una “Cleveland” del 1897, un’auto elettrica mossa da batterie al piombo proveniente dal museo Ford “Gratton”, così come un velocipede, un grammofono e alcuni telefoni. A corredo del materiale esposto c’è anche una moto Bianchi del 1915, prestata dal collezionista friulano Roberto Tonutti.

 

Attraverso stampe e pubblicazioni sono proposti viaggi in Istria e Dalmazia, i percorsi interni della Mitteleuropa, lungo i corsi di Reno e Danubio. La cartografia gioca un ruolo importante, oltre ai manifesti dell’epoca realizzati da Modiano per promuovere il Lloyd austriaco e i suoi percorsi mediterranei, orientali e d’oltreoceano.

 

Una sezione è stata dedicata ai viaggi degli Asburgo, grazie anche alla presenza di alcuni dipinti provenienti dal museo del Castello di Miramare, dall’archivio storico del Lloyd austriaco e dai Musei provinciali di Gorizia.

 

Importanti opere a stampa sono state messe a disposizione dalle principali biblioteche pubbliche del Friuli Venezia Giulia e dalla Libreria editrice goriziana, con l’album dell’imperatrice Elisabetta.

 

 Come rimarcato dal presidente della Fondazione Carigo, Franco Obizzi, l’intento è di ampliare un tema espositivo percorso per la prima volta nel 1996, quando è stata promossa la grande rassegna “Transalpina, un binario per tre popoli”, allestita in occasione del novantesimo anniversario di costruzione della ferrovia.

 

 La mostra può essere ripercorsa e approfondita con il catalogo delle Edizioni della Laguna. L’esposizione è aperta solo nei fine settimana:

venerdì e sabato dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19, domenica e nei festivi dalle 10 alle 19.

 

Francesca Santoro

 

 

 

249 – Corriere della Sera 08/04/11 Trieste, universo parallelo dove tutto è già accaduto

Trieste, universo parallelo dove tutto è già accaduto

 

di MAURO COVACICH

 

Lo stemma del gruppo è sempre il leone alato della Serenissima Repubblica di Venezia, ma il cervello delle Generali è a Trieste e nessuno è mai riuscito a espiantarlo da qui. Per capire il segreto della più grande compagnia di assicurazioni italiana bisogna sedersi a un tavolino del Caffè Tommaseo, a due passi dal palazzo della sede giuliana, e aspettare. In breve tempo chiunque si accorge di essere precipitato in un’altra dimensione, una specie di universo parallelo nel quale le cose non accadono ma sono già sempre accadute. La prima volta che ho sentito dire qualcosa di simile a Claudio Magris, per me, che sono triestino, è stato come ricordare ciò che ho sempre saputo. La classica anamnesi platonica. Quando sorseggi una birra a Trieste, diceva Magris (mi perdonerà se vado a memoria), non la stai sorseggiando davvero: è come se la stessi sempre bevendo o l’avessi già sempre bevuta. Questa sensazione di alterità radicale rispetto alle coordinate comuni dello spazio e del tempo, una sensazione fisica facilmente avvertibile se ci si sofferma un istante a fiutare l’aria intorno, è il vero tratto mitteleuropeo di questa città. Prima del multiculturalismo, prima della sua eccentricità e della varietà linguistica, prima delle sue controverse biografie scritte da destra e da sinistra, da est e da ovest, prima di ogni cosa, Trieste è mitteleuropea perché è metafisica. In altre parole, non esiste. Ovvero esiste in una dimensione che è per sua natura letteraria, ultramondana, ma non esiste se pensi che il tuo sorseggiare una birra al Caffè Tommaseo sia un gesto reale. A questo fatto io personalmente mi sono rassegnato a fatica e capisco quei triestini, in vero non molti, che ancora si ostinano a «rivitalizzare» la città. Ma Trieste è vivissima, non c’è bisogno di rivitalizzarla, semplicemente la sua vita si svolge a un altro livello del gioco. Il che, più che renderla magica come la Praga di Ripellino, la mantiene in una condizione di indecifrabile anomalia. Per lo spirito della gran parte dei triestini, questo isolamento limbico dalla frenesia del mondo è piuttosto gradevole — non crea pressione, tiene lontano lo stress— ma certo mette in difficoltà chi si trova a doverlo interpretare. Anche perché a un livello più superficiale, diciamo appena fuori le porte del Caffè Tommaseo, la città vende e compra come una matta da più di due secoli sui mercati finanziari di mezzo mondo e tutti sembrano sorseggiare la birra normalmente. Certo, gli Asburgo. Certo, la lobby ebraica. Certo, le foibe titine. Certo, il porto franco (e poi la città yankee fino al 1954). Certo, il nazionalismo anacronistico di una borghesia che preferisce identificarsi nell’ultima negletta provincia italiana piuttosto che nella prima stella dell’Europa centrale. Certo, tutto giusto. Ma questo gli analisti lo sanno. Guardano i titoli in borsa, studiano il caso, vengono a vedere da vicino. Ecco — pensano — anche qui la gente beve birra come se niente fosse. Purtroppo, avendo un mucchio di cose da sbrigare, non si accorgono che i boccali tornano sul banco sempre pieni.

 

 

 

A cura di Stefano Bombardieri

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le  C.I. dell’ Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell’Italia con la Croazia e Slovenia.

Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

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