Il Borghese del nord Febbraio 2011 – Il diritto di piangere: C’era una volta Zara

Posted on March 27, 2011


C’era una volta Zara

IL DIRITTO di piangere 

Rinaldo Jurcovich

 

Può una guerra civile perenne dividere generazioni di italiani? Potrà l’Italia un giorno onorare i propri morti senza dipendere dagli umori altrui? Detto in altri termini, fino a quando durerà l’eterno dopoguerra? Se questo paese proprio vuol rinunciare perfino alla dignità, dimentichiamo pure De Felice e l’analisi sul fascismo, serriamo nei libri di Pansa gli scheletri della guerra civile, ma finiamola almeno di umiliarci con balcanici furbastri.

 

C’era una volta Zara, l’antica Jadera romana tra le cui pietre l’originario tessuto umano dalmato-latino-veneto aveva resistito per 15 secoli fino alla cancellazione del 1943-’45. La meteora napoleonica aveva abbattuto Venezia riunendo poi per l’ultima volta, nel Regno d’Italia del 1806, la pianura padana subalpina ai territori adriatici ex­veneti ad ovest delle Alpi dinariche, ricompattando l’omogeneo “unicum” latino­padano. La fugace realtà fu trascinata successivamente nella polvere, dove i germi del nazionalismo attecchirono nel fertile humus balcanico poi alimentato dall’Austria del divide et impera. La vittoria del 1918, l’odio slavo e l’avventura fascista con la catastrofe dell”8 settembre 1943, precipitarono alla fine gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia nella tragedia lungamente incubata.

Nel giorno dei morti nel novembre del ’43 giunse la fine della città dalmata e della sua bimillenaria identità. 54 bombardamenti angloamericani, richiesti da Tito col falso pretesto della pericolosità di quel campiello veneziano sul mare presidiato da qualche centinaio di tedeschi e circondato da territorio croato controllato dai partigiani, raserò al suolo la città rivoltandone le pietre per un anno intero. Su ogni 100 metri quadrati (m. 10 x 10) piovvero 60 kg di esplosivo. Finita l’apocalisse, il 31 ottobre 1944, i titini iniziarono a festeggiare con esecuzioni sommarie, annegamenti e sparizioni. La pulizia etnica aveva fruttato oltre ogni previsione e sulle rovine Vladimir Nazor, cantore di Tito e presidente del Comitato di Liberazione, poteva ben scrivere: “Spazzeremo dal nostro terreno le pietre della torre nemica e le getteremo nel mare profondo dell’oblio. Al posto di Zara distrutta sorgerà una nuova “Zadar” che sarà la nostra vedetta nell’Adriatico.”

Famiglie italiane rimaste alla fine del ’45 c.a. 30 Circa trent’anni dopo il parlamentare triestino Paolo Barbi chiede un riconoscimento per Zara al ministro Ruffini, che oppone l’«incresciosa impossibilità» di accontentarlo per non incrinare i rapporti con Tito. Altri vent’anni e, morto Tito, il Presidente della Repubblica Scalfaro espone al premier Giuliano Amato «la necessità … della riabilitazione delle vittime innocenti dei governi comunisti». Ma solo nel ’98 nasce la proposta della medaglia d’oro al gonfalone di Zara, i cui figli in guerra avevano già meritato 7 medaglie d’oro e 22 d’argento. Come motivare il conferimento? Un faticoso studio farà apparire il martirio di Zara con il suo alto numero di morti come opera dei nazisti, non degli alleati e degli slavi. Alla fine la versione grottesca passa l’esame dell’ANPI e la proposta passa. Ma la guerra in Kosovo esige dal presidente, alla fine del settennato, una «pausa di riflessione». Due anni dopo ci prova Ciampi che prende a cuore la causa e conferisce nel 2001 la medaglia alla città martire. Rinviata per la visita del presidente croato, la decorazione apparirà in pubblica cerimonia al Quirinale. Ma i balcanici minacciano il ribaltamento del tavolo dell’amicizia italo-croata” e siccome mancano falegnami e in campo cattolico qualcuno che ce l’ha con gli esuli pubblica su «Famiglia Cristiana» un pezzo dal titolo: «Quella medaglia d’oro a Zara fascista»; e alla fine perfino Cossiga se ne esce picconando la medaglia, il Quirinale rinvia tutto «per impegni istituzionali». Ma il ministro degli Esteri croato Picula non si accontenta e impone “una revisione dalla quale dipenderà il livello delle reazioni da attivare nei confronti di Roma». Tutto sparisce fino al 2007 quando Napolitano nel «Giorno del ricordo» riceve gli esuli istriani, fiumani e dalmati e rievoca arditamente quelle «miriadi di tragedie e di orrori» dirette a sradicare la presenza italiana «da quella che era e cessò di essere la Venezia Giulia» per «un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Può ripartire l’iter per la medaglia a Zara? Forse… Ma salta su il collega croato Stjepan Mesic per il quale è «impossibile non intravedere» nelle parole provenienti dal Colle «elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico».

Il lungo dopoguerra per qualcuno non finisce mai.

 

Nota: Un articolo più ampio su questa storia è stato pubblicato dal Corriere della sera circa sei mesi fa, a firma di Paolo Mieli, come recensione alla trattazione completa fatta nel libro di Paolo Simoncelli «Zara. Due e più facce di una medaglia» (Le Lettere). Simoncelli è docente ordinario di Storia moderna presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma. 

 

 

 

DATI FINALI:  
popolazione prima della guerra: 21.372
morti per bombardamenti  
e conseguenze 3.000
fucilati dai tedeschi 11
deportati in Germania 165
fucilati e annegati dagli slavi 900
deportati dagli slavi 430
a servizio nell’esercito slavo 2000
prigionieri di guerra 161
profughi in Italia e nel mondo 14.500